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11 gennaio 2021 1 11 /01 /gennaio /2021 06:26
Foto di Maurizio Crispi

C'è una guerra: una spedizione navale è in partenza per riconquistare l'isola non lontana che è stata invasa dai nemici.
E vedo sfilare le navi da guerra, una appresso all'altra, in formazione.
Ma, nello stesso tempo, scorgo delle navi nemiche che, in lunga fila, stanno arrivando verso la terraferma.
Si prepara un grande scontro, definitivo.
Queste navi - mi ritrovo a pensare - non sono certo espressione degli armamenti più moderni: sembrano piuttosto una flottiglia messa assieme alla buona, con i navigli più disparati e in diverso stato d'uso. Una specie di armata brancaleone del mare, insomma.
O anche, passando ai toni dell'epopea, mi pare di vedere la flottiglia delle più disparate - a vela o a motore - imbarcazioni civili che partirono dalle coste di Albione per salvare l'armata inglese chiusa nella sacca di Dunkerque.
Vengo incaricato di raggiungere un grande cargo ormeggiato a poca distanza della costa, privo di tutto le sovrastrutture.
L'uomo al comando mi spiega che quel cargo, ormai ridotto ad un guscio vuoto, è utilizzato come deposito per scorte di acqua potabile e di carburante che saranno preziosi per l'esito della guerra in atto.
Il mio compito è di raggiungerlo con una piccola imbarcazione e di presidiarlo, soprattutto per evitare che, mollati gli ormeggi, se ne vada alla deriva sino ad incagliarsi o ad affondare.
Sugli ordini non si discute.
Quando arrivo non c'è nessuno a bordo.
Nessuna traccia di vita.
Preso atto di ciò, mi addormento e mi risveglio, dopo un lungo sonno, per scoprire che sono trascorsi ben undici giorni.
Non ho memoria di nulla. Non so bene cosa sia successo nel frattempo.
La guerra a quanto pare è finita: infatti, il cargo ora è ormeggiato quietamente ad un lungo molo.
Vorrei mettere qualcosa sotto i denti perchè avverto i morsi della fame dopo tanti giorni di letargo.
Ma ci sono solo delle merendine industriali.
Dopo, scendo dalla nave e comincio a costruire un muro a secco con delle grosse pietre.
Per quanto mi sforzi continuo a non ricordare nulla del mio passato.
Il passato è passato, pensiamo al futuro adesso - mi dico.

Ho camminato per le strade
Negozi chiusi e smantellati.
Vetrine vuote.
Saracinesche perennemente abbassate, con cumuli di rifiuti spinti dal vento davanti.
Cartelli di vendesi o di affittasi oppure di cessione dell'esercizio commerciale.
Passanti in maschera.
Cani in maschera.
Anche i gatti con la maschera, ma loro indossano anche un respiratore da palombaro.
E' questa la guerra, forse.
La guerra contro un nemico invisibile e dai molti volti.
Ci siamo cascati.
A forza di smantellare il pianeta siamo arrivati al punto di non ritorno.
E se - a dispetto dei facili ottimismi - il virus diventasse sempre più letale, attraverso successive mutazioni?
Stiamocene a casa a coltivare il nostro piccolo orticello.
Prendiamo un libro e leggiamo.
Oppure dormiamo.
Facciamo come il dormiglione di Woody Allen oppure come quel Rip Van Winkle (la nota creazione letteraria di Washington Irving) che, dopo essersi addormentato, si risvegliò ben vent'anni dopo, avendo saltato a pie' pari la rivoluzione americana e i primi anni della nuova repubblica.

 

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3 gennaio 2021 7 03 /01 /gennaio /2021 10:46
Codadi auto per l'ingresso a ldrive in per l'esecuzione dei tamponi rapidi alla Fiera del Mediterraneo di Palermo

Oggi, domenica 3 gennaio, ho deciso di fare una camminata con i cani in direzione di Monte Pellegrino, cosa che non ho fatto per lungo tempo.
Dopo aver percorso a passo gagliardo via Imperatore Federico, arrivo alla Piazzetta Nelson Mandela, dove si trova l'ingresso principale (a suo modo monumentale) della Fiera del Mediteranno, non più Fiera.
E, lasciando alla mia sinistra l'ingresso laterale al Parco della Favorita, comincio a costeggiarne il perimetro in direzione della piazzetta (Largo Antonio Sellerio) dove si origina la strada vecchia per il santuario di Santa Rosalia.
E' ancora piuttosto presto, ma fa già luce, e mi accorgo che lungo il marciapiedi sono parcheggiate in fila continua delle auto e, all'interno, dei dormienti, a volte uno soltanto seduto al posto di guida, altre volte due o più per auto: molte delle auto hanno il motore acceso per tenere in funzione l'impianto di riscaldamento e quindi, in contrasto con il panorama delle numerose teste ciondolanti ed imbaccucate in berretti di lana e cappucci, si avverte il ronfare continuo dei motori al minimo e il lezzo di gasscarico invade le mie narici.
Molti degli occupanti nelle auto (come già detto dormienti) indossano la mascherina chirurgica.
Penso: "Ma che ci faranno qui, tutti questi a dormire in auto?"
Forse sono qui per una partita di calcio oppure per partecipare ad un evento.
Insomma, il mio cervello non la smette di almanaccare.
Beata ignoranza!
Solo in una delle auto il finestrino lato guidatore è abbassato e, allora, mi decido a chiedere al suo occupante: "Ma perchè tutte queste auto e tanti addormentati dentro? C'è forse una manifestazione o un evento?".
Il tipo (che tiene la mascherina abbassata sul mento), mi risponde gentilmente: "No, noi siamo  qui in coda perchè dobbiamo fare il tampone!".
"Ah! - faccio io - Già! Che scemo! Me ne ero proprio dimenticato che qui alla Fiera hanno messo il drive-in per l'esecuzione dei tamponi rapidi!".
Il tipo continua a parlare, ma io - a quel punto - non l'ascolto più. Già sono in preda ad una forte ansia.
"E se il tipo con cui sto parlando fosse infetto?" - mi ritrovo a pensare. Anch'io, essendo nel pieno di una passeggiata a passo svelto, ho la mascherina abbassata sul mento.
Quindi, mi sento esposto, vulnerabile, anche se sono a distanza di sicurezza dal mio interlocutore.
Sono sulle spine, vorrei concludere quella che sento essere una malaugurata conversazione il prima possibile.
E andarmene via, il più possibile lontano.
Riesco a disimpegnarmi e metto le ali ai piedi, quasi volando, alzandomi la mascherina a coprire bocca e naso a proteggermi da quella che immagino essere un'aria mefitica e contaminata dal virus, con un'elevata carica.
Scappo via ingloriosamente e lo dico senza vergognarmene.
Mentre cammino avverto già sintomi fastidiosi, tra i quali un allarmante pizzicore alla gola.
Ma so bene che tutti questi pensieri sono solo il frutto della mia immaginazione, fin troppo fervida, e di una subitanea elaborazione ipocondriaca.
Procedendo, vedo che la colonna di auto si estende a vista d'occhio lungo il muro perimetrale della Fiera in direzione dell'incrocio con via Ammiraglio Rizzo.
Incredibile!
Ma soprattutto, ciò che è incredibile, è stata la mia reazione, assolutamente irrazionale: anche se so che sono tanti quelli che vanno a fare il tampone di propria iniziativa, soltanto perchè - magari prima di un incontro con i propri familiari - vogliono essere certi di essere negativi.

Ma tant'è! Se tu vedi qualcosa che ti porta a toccare con mano una realtà temuta, proprio quella che ha piagato quasi tutto il 2020 - un vero e proprio "annus mirabilis" -, allora non puoi più fare finta di niente e pensare che se, sino ad adesso,  non ne sei stato toccato, è perché godi di una qualche forma di invulnerabilità. Devi arrenderti all'evidenza che qualche cosa di sgradevole può accadere pure a te, che anche tu puoi trovarti a dovere fare un incontro ravvicinato con il Coronavirus.
Occhio che non vede, cuore che non duole, insomma.
Viceversa, se l'occhio vede, allora il cuore duole.
Le stesse cose viste nei notiziari non provocano lo stesso effetto di immanente ed ineludibile realtà che è provocato dal vederle di persona: e, in ogni caso, tutto ciò che si vede nei notiziari, può essere facilmente rimosso dalla propria coscienza e collocato nell'ambito a cui pertengono le cose che riguardano gli altri, ma non me.

 

Ho continuato la mia passeggiata, avventurandomi per la prima volta dopo molti anni per la mitica Via Castellana Bandiera ed entrando in un mondo a se stante, una specie di capsula temporale nel cuore della moderna metropoli. Ma questa è un'altra storia di cui forse racconterò nei prossimi giorni.

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30 dicembre 2020 3 30 /12 /dicembre /2020 12:07
La mamma e io (Archivio fotografico famiglia Crispi)

I morti, quelli che non ci sono più o che, semplicemente, sono rimasti indietro da qualche parte.
A volte penso che essi, in qualche modo, rimangano vicino a noi, che ci guardino
Ombre, anime, spiriti, non so.
Altre volte, più razionalmente, penso che siano costrutti nella nostra mente e che semplicemente essi siano con noi solo perchè li pensiamo e ne serbiamo il ricordo.
E che, quando noi saremo morti a nostra volta, essi semplicemente svaniranno con noi.
Pensandoli, comunque, o percendone la presenza accanto a noi come angeli custodi, noi a volte interpretiamo, costruendo una pararealtà, talvolta è come se proprio - anche se in maniera benigna - delirassimo.
Una volta mi è successo questo. Ero nella stanza che era stata la stanza da letto mia e di mio fratello e poi sua soltanto. Era inverno.
Qualche tempo dopo la morte di mio fratello (lui morì a giugno), ogni volta che ci entravo, sentivo un soffio d'aria fredda che mi colpiva e che aleggiava attorno a me. E ciò capitò per diversi giorni di seguito. Era qualcosa di perturbante: sembrava che attorno a me spirasse un alito freddo.
Mi ritrovai a pensare più volte: "Ecco, è mio fratello, è qui accanto a me e ogni volta che entro nella sua stanza egli si fa sentire, per dirmi che lui c'è qui con me".
In realtà, come scoprii poi, la finestra, il cui fermo non funzionava alla perfezione, per un colpo di vento si era aperta rimanendo non vista (nascosta com'era dietro la tenda tirata) e quel soffio era dovuto al refolo d'aria che passava attraverso il varco.
Ci sforziamo di mantenere vivi i morti, come quando facciamo la contabilità della loro età,  al trascorrere di ogni anno, e tenendo conto scrupoloso di tutte le ricorrenze che li riguardano, festeggiandoli privatamente anche. E ciò a prescindere dalle ritualità del giorno dei Morti.
Mio padre e mia madre, nati entrambi nel 1918, avrebbero oggi 102 anni, mentre mio fratello, nato nel 1947, ne aavrebbe compiuti oggi 73, due più di me.
A volte parliamo con loro, i nostri estinti. Ricordo che mia madre, nei momenti di sconforto, soprattutto negli ultimi anni, chiamava spesso la sua mamma: "Mamma!". E ciò mi colpiva molto, soprattutto per l'intensità delle sue invocazioni. Come se volesse dire: "Mamma, dove sei? Ti vorrei qui vicino a me! Aiutami!".
Ma la cosa più forte è che spesso, rispetto a loro, ci sentiamo dei sopravvissuti.
Ci sentiamo come se li avessimo lasciati indietro, rispetto a noi, le cui vite, invece, sono procedute in avanti.
Per esempio, mio padre è morto quando aveva compiuto appena 54 anni.
Io ho atteso, nel volgere degli anni, di arrivare a quella stessa età, pensando che quello sarebbe stato un fatidico giro di boa nella mia esistenza. E quando, senza traumi e senza incidenti, ho superato il mio cinquantaquattresimo anno, ho cominciato a dirmi: "Ecco, ora sono diventato più vecchio di papà!". Lui è rimasto indietro, ed io, sopravvissuto, sono andato avanti, raggiungendo tappe dell'esistenza che a lui sono state precluse, dal caso e dalla necessità. E naturalmente io posso solo ricordarlo come cristallizzato nel tempo con l'aspetto che aveva nel giorno della sua morte. 
E così è stato, quando ho raggiunto e superato l'età di mio fratello, che mi ha lasciato molto più di recente.
Sì, siamo dei sopravvissuti ed è per questo che non possiamo non guardare di continuo ai nostri morti.
Essi sono sempre con noi.

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28 dicembre 2020 1 28 /12 /dicembre /2020 10:20
Manichini senza volto

Esco dalla banca e mi avvio verso l'uscita: c'è da attraversare un piccolo giardino e poi da scendere alcuni gradini, bagnati e invasi dalle foglie cadute.
Dietro di me esce una signora in là con gli anni, bassa e grassottella, bardata di tutto punto con una mascherina che, a momenti, le copre anche gli occhi.
Richiama la mia attenzione con un perentorio: "Scusi, Lei!"
Mi fermo e mi giro a guardarla: sono già sul primo gradino della breve rampa di scale.
Mi dice: "Guardi sono sofferente, ho problemi di deambulazione e la sciatica, mi aspetti! Non ci possiamo toccare però!"
Rimango fermo dove sono e lei arranca giù per i gradini.
Quando è giunta sul piano della strada, non posso fare a meno di chiederle: "Ma scusi, signora, in cosa l'avrei dovuta aiutare?".
"Ma è chiaro - replica lei - se non ci si fosse stato il Covid, le avrei chiesto di consentirmi di prenderLa sotto braccio per essere sorretta e guidata nella discesa... Ma, visto che non ci possiamo toccare, almeno lei è stato lì fermo, giusto per potermi afferrare se per caso fossi caduta".
"Ma in questo modo poi, alla fine,ci saremmo dovuti toccare comunque, saremmo entrati in contatto fisico e rovinoso per giunta..." - faccio io.
"Già, è proprio vero, ma in in questa ipotesi, si sarebbe verificato uno stato di necessità!".
Vabbè, ho pensato, uno stato di necessità che avrebbe comportato un contatto disordinato e non governabile, molto meno pulito e asettico che una semplice discesa avendo la signora sottobraccio...
Ma alle regole non si comanda e soprattutto a quella quota di irrazionalità che poi pervade il loro modo tutto umano di applicarle.
A volte, infatti, la paura determina delle convinzioni irrazionali e dei falsi convincimenti...

In un momento successivo, sempre nella stessa giornata, sono a far la fila fuori dal panificio. In questi casi, durante l'attesa, io tendo ad intavolare una conversazione con gli altri in coda come me, cercando di creare un momento di intesa e di ironia che spezzi la cupezza dei volti coperti e celati.
C'è una signora che, subito dietro di me nel turno, indossa un berretto di lana azzurro-mare con una visiera che le scende dagli occhi, una mascherina sovradimensionata rispetto all'ampiezza del volto e - a coronare il tutto - un grosso paio di occhialoni da sole.
"Mamma mia - le faccio - Ma, signora mia, lei fa proprio paura, così bardata, mi sembra come minimo una marziana!"
E lei si è messa a ridere, cogliendo lo spirito delle mie parole.

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28 dicembre 2020 1 28 /12 /dicembre /2020 08:05
Deserto d'acqua, disegno di copertina Karel Thole, edizione originale

La notte ancora ancora indugia
e non trascolora nel giorno
Le vie sono deserte,
bagnate della pioggia di prima
mucchi di foglie morte intrise d'acqua
pozze profonde di oscurità
e ogni tanto l'ombrello di luce di un lampione
il natale appena trascorso sivede
in luci tremolanti che addobbano alcuni balconi
in alberetti di natale tristanzuoli
e altri addobbi luccicanti
negli atri dei palazzi
e su in alto nei balconi
e dalle finestre bagliori azzurognoli che trascolorano
nel rosa e nel verde
auto in corsa rade
lanciano lame di luce
che accendono l'asfalto di riflessi
La vuota retorica si disperde come polvere nel vento

Ho sognato che mi recavo in auto al Parco della Favorita
Lì era tutto mutato,
come se non ci avessi messo piede da tempo.
Trovo un sottopasso di cui non ho memoria
e imbocco poi uno sterrato prima non esistente
e aperto dalle auto
a forza di percorrerlo.
Ho un appuntamento con la mia famiglia
ma non trovo nessuno
In questo scenario così cambiato
non riesco a muovermi a mio agio
Scendo dall'auto:
ora, davanti a me, c'è un grande palazzo
Ne varco l'immenso portale
e salgo lungo uno scalone di dimensioni regali
Incongruamente,
ho un tubo dell'acqua in mano
e l'acqua scorre a fiotti
Chiedo informazioni, ma nessuno mi da risposte
Da un ufficio viene fuori un tipo
piccolo ed insignificante
radi capelli con riporto megagalattico
imbrillantinati
baffetti minuscoli taglio stile Hitler
Mi saluta affabilmente
dando mostra di conoscermi da lungo tempo
ma non mi sovviene chi sia
Per me è un perfetto sconosciuto,
l'ometto
L'acqua continua a scorrere e a ruscellare
giù per le scale
Mi rendo conto di non potere più stare lì
in queste condizioni
E scendo trascinando con me il tubo per innaffiare
che adesso sembra peso come piombo
Esco fuori su di un grande prato
e vado alla ricerca del rubinetto
per chiuderlo

Dissolvenza

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21 dicembre 2020 1 21 /12 /dicembre /2020 14:05
Gabbiano ferito (Foto di Maurizio Crispi)

Vita da piccione viaggiatore
Vita da fattorino

E la vite americana trascolora dall'autunno all'inverno

Cadono anche le foglie dei platani e marciscono in mucchi,
spinte dal vento in anfratti e angoli

Natale rosso sangue
Capodanno rosso, del pari

Ma che importa
Non sono queste le cose che contano
ogni tanto, forse, serve un colpo di spugna
per spazzare un mucchio di cose incancrenite
Come nel caso delle foglie morte,
quando arriva lo spazzino a raccoglierle
e a chiuderle dentro ai sacchi
pronti per lo smaltimento

Siamo messi alla prova
da un dio crudele non crudele in fondo
che vuole verificare quanto possiamo tollerare
in termini di sospensione delle abitudini di sempre,
a favore di stili di vita più spartani ed essenziali

Per una volta, forse,
il consumismo non ci consumerà

Piccioni morti
Gabbiani in volo
in picchiata

Grida di dolore nel cielo vuoto

Spettri danzanti del solstizio d'inverno

Un barbone
nel suo riparo improvvisato
- il suo piccolo regno -
tra cassonetti della spazzatura
a poca distanza da un benedicente Padre Pio
se ne sta seduto nel suo giaciglio di strada,
poco più di una cuccia,
e, appena sveglio, tracanna
nel mattino piovoso
la prima birra

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18 dicembre 2020 5 18 /12 /dicembre /2020 12:51
Teatro anatomico

(il frammento di un sogno) Ero all'Università, in un'aula ad anfiteatro e una platea gremita. In basso al centro delle file di banchi semicircolare, il professore di psichiatria con la testa pelata ed un camice bianco indosso teneva una lezione dotta,
Io, appollaiato  su di uno degli scranni più alti, a dispetto del silenzio reverente generale, non facevo che interloquire ed interrompere l'eloquio dell'oratore.
I miei interventi si trasformavano presto in una specie di gara tra me e l'oratore, in cui io cercavo in ogni modo di prevalere ed averla vinta.


A partire da questo piccolo frammento, mi sono ricordato di una volta quando andavo all'università, al secondo anno. C'era un assistente fascistoide che teneva alcune lezioni di fisiologia e aveva i capelli tagliati come un nazi. Faceva antipatia a tutti.
Io stavo seduto in alto, perchè era nel mio stile tenermi sempre defilato e dissi qualcosa al mio collega seduto ad un posto di distanza. Questo mio collega era uno timorosissimo dell'autorità e zelante negli studi, ma una persona buonissima d'animo.
L'assistente fu disturbato dalle mie parole bisbigliate e disse: "Lei, cosa ha da dire, perchè disturba?".
Io feci ostentatamente finta di nulla (allora ero barbuto e con i capelli abbastanza lunghi). Replica della stessa domanda di prima, ma con tono irato adesso.
Io sempre con ostentazione mi guardai alle spalle, come a dire "Magari quello sta parlando con uno dietro di me di cui ignoro la presenza".

Ma non c'era nessuno, ovviamente, e lo sapevo benissimo
Scrollai le spalle. E rimasi seduto in silenzio.
Arrivò a questo punto l'intimidazione ingiuntiva: "Lei all'ultimo banco, si alzi ed esca dall'aula!".
Di nuovo, io mi guardai alle spalle per indicare che sicuramente l'assistente così villano e con quei toni autoritari da operetta non stava certamente parlando con me. Intanto, il mio collega timoroso da morire, prendeva le distanze da me e, senza farsene accorgere si spostava di alcuni posti, cercando di defilarsi (una forma di distanziamento sociale protettivo).
A quel punto, in una sorta di braccio di ferro improvvisato, l'assistente sbottò: "Se lei non esce immediatamente dall'aula, me ne vado io".
Silenzio di tomba da parte di tutti e immobilità da parte mia.

Non mossi un muscolo, la cosa non mi riguardava.
A quel punto, l'assistente disse:"Va bene. Allora me ne vado!". E ci lasciò in asso, prendendo la via della porta e sbattendola con fragore.
Alla fine, tutti si congratularono con me, per aver sconfitto l'autoritarismo impersonato da quel docente.
Solo il mio collega, il mio vicino di posto, era contrito: "Maurizio, mi hai rovinato - mi disse - adesso, quello agli esami si ricorderà di me!".

Comunque, anche io, quando a Luglio arrivò la sessione di esami di fisiologia, mi premurai di tagliarmi barba e baffi e di accorciarmi i capelli... una forma di mascheramento protettivo, insomma, giusto per arrivare all'esame in incognito. Non si sa mai...

Dedico questo ricordo alla memoria del mio amico e collega di allora che, alcuni anni, fa ci ha lasciato prematuramente.

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16 dicembre 2020 3 16 /12 /dicembre /2020 13:51
Gioconda con mascherina (murales)

Ho sognato questo. Mi sentivo infastidito da una pellicina rotta sul bordo di un dito che, mentre dormivo e mi agitavo nel sonno, s'impigliava sempre nelle lenzuola. Il leggero attrito della pelle dura e sporgente mi risvegliava di continuo.
Molto istintivamente - per porre termine al fastidio - mi portavo il dito alla bocca per rimuovere quella pellicina con i denti, come faccio di solito da sveglio.
Ma niente, mi accorgevo che indossavo la mascherina.
Che seccatura, pensavo, pure di notte!
E la rimuovevo per poter riuscire nel mio intento.
Però, con angoscia, mi accorgevo che non avevo più la bocca: mi tastavo la faccia con le dita con frenesia e, al suo posto, soltanto pesce [pelle] liscia e giovane: nessuna traccia, nemmeno in forma di cicatrice residua, della rima buccale.
Dissolvenza...


Questo sogno mi ha portato molti pensieri.
Innanzitutto, ho pensato alla storia di Dr. Strangelove (in Italiano, il dott. Stranamore) divenuto cult negli anni Sessanta grazie al film cult di Stanley Kubrick con la magistrale interpretazione di Peter Sellers, il cui sottotitolo faceva "Come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la Bomba"(la sceneggiatura fu ispirata dal romanzo di Peter George, Red Alert, del 1958, meno fortunato), cui fece da contrappunto proprio in quegli anni il magistrale poema del poeta americano beat (underground) Gregory Corso ("Bomb"), i  cui versi, proprio per esorcizzare lo spettro della bomba atomica, sono scritti in modo tale da configurare nel loro sviluppo verticale in un foglio piegato a fisarmonica innumerevoli volte il temuto fungo atomico (AAVV, a cura di Fernanda Pivano, Poesia degli ultimi americani, Feltrinelli Le Comete, 1964).
 
Come succede nel caso del film di Stanley Kubrick e nella poesia di Corso, alla fine, nel rapporto con un manufatto ostile (l'epitome del Male, si potrebbe dire), non resta altro da fare che smettere di preoccuparsi e di odiarlo, semplicemente accettandolo e facendolo rientrare tra le cose che fanno parte del nostro ambito esperienziale, sino al punto da amarlo, paradossalmente (se si odia la bomba allora si devono odiare tutti gli altri manufatti costruiti dall'Uomo).
La bomba è dentro di noi, alla fine, sembrano indicare i versi di Corso, e non possiamo che amarla come parte della nostra natura.
E, in definitiva, è anche così nei confronti della pandemia attuale: Coronavirus (la "bomba" virale se pensiamo alle foto "esplose" del virus con tutte quelle punte minacciose che servono da aggancio con la superficie cellulare) e Covid-19, in questi dieci mesi, abbiamo finito con l'introiettarli in noi, cosicchè essi sono entrati a far parte del nostro immaginario individuale e collettivo, assieme a tutti gli oggetti di scena che vi sono correlati, come ad esempio i ventilatori polmonari per le terapie intensive, ma soprattutto le mascherine ed altri dispositivi di protezione individuali che, dell'evento pandemico, rappresentano - in forma di gadget - l'esperienza più universalmente accessibile da parte di tutti.
Mi è anche venuto in mente un libro letto parecchi anni fa. Si tratta di un saggio il cui Autore (professore universitario di tutt'altra disciplina), dopo aver tentato invano di smettere di fumare e basandosi in ciò su tutti quelli che si elencano solitamente tra gli aspetti negativi e pericolosi per la salute del tabagismo, ha deciso di fare una vera e propria rivoluzione copernicana, facendo il seguente ragionamento: "Forse se riuscirò ad enumerare tutte le ragioni per le quali mi piace fumare, alla fine - avendo più consapevolezza dei meccanismi della mia addiction - smetterò".
Da questo tentativo (un vero è proprio brain storming colto) è nato il suo libro che però in exergo non dice se il suo autore abbia, alla fine della sua poderosa compilazione, effettivamente smesso di fumare.
Ma anche qua viene fuori l'argomentazione discussa prima. Se una cosa non la puoi sconfiggere solo perchè la vedi come l'incarnazione del male, allora non ti resta che riconoscere che è dentro di te, amarla e forse soltanto così, depotenziarla.
Per quanto riguarda l'utilizzo delle mascherine che, in tempi di Covid assieme alle regole del distanziamento, rappresenta l'aspetto più emblematico e palese della pandemia in corso, potremmo dire - e qui sconfiniamo un po' nella narrazione ironica - una quantità di belle cose.
Proviamo ad elencarle.
E' diventato possibile sbadigliare in pubblico senza doversi preoccupare di coprirsi la bocca con la mano..
Con la mascherina correttamente indossata, si può eruttare in pubblico in piena libertà (silenziosamente si intende, ma i maleducati anche fragorosamente) senza timore che le proprie esalazioni gastriche raggiungano il nostro prossimo.
Si è sicuramente distolti dall'infilarsi in pubblico le dita nel naso per scavare gallerie ed estrarre minerali pregiati. Si potrebbe anche dire che coloro i quali tengono il naso fuori dalla mascherina sono degli impenitenti scavatori. In fondo, cos'è il tampone se non una forma estrema di scaccolamento, se vogliamo metterla così? Ma, negli scavatori che indossino correttamente la mascherina le attività di scavo giornaliere sono drasticamente ridotte.
Del pari, in tutte le situazioni pubbliche, si èprotetti dalportarsi le mani alla bocca nelcaso dei morsicatori e masticatori compulsivi di unghie.
L'uso della mascherina impedisce anche a coloro che ne hanno l'abitudine di masticarsi la punta dei capelli e, dunque, è un'ottimo strumento di prevenzione del tricobezoar.
L'uso della mascherina protegge il prossimo da coloro che soffrono di "fiatella", ovverossia di alito pesante, oppure per usare il termine scientifico, di "alitosi" di cui erano affetti - secondo documentate fonti - diversi fascinosi attori hollywoddiani, come ad esempio Clark Gable.
La mascherina nasconde forme sgraziate di naso, bocca e mento, mentre mette in risalto in maniera netta e decisa gli occhi, rendendoli profondi e pieni di fascino.
E poi si potrebbe anche dire: "Volti coperti, liberi pensieri...".

Rimane tuttavia il fatto che, quando cammino per strada e incrocio tutte quelle persone, uomini e donne, con la mascherina sul volto, a volte sono preso da una sorta di vertigine e da una sensazione di estraniamento,come se fossi piombato all'improvviso nel cuore di un pianeta alieno. Una sensazione tantomaggiore se mi trovo a confrontarmi con qualcuno che indossapesanti e grandi occhialoni scuri da sole.


Stranger things...

Volti coperti liberi pensieri

 

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14 dicembre 2020 1 14 /12 /dicembre /2020 20:15
Italia in zona rossa per le prossime festività di Natale

Mentre ci accingiamo a superare il giro di boa di metà dicembre, arrivano notizie confortanti dal Pianeta Covid.
Ieri, Gino Strada, intervistato da Lucia Annunziata, ha detto: «Sono preoccupato per quello che potrà succedere a gennaio o febbraio quando si vedranno le conseguenze degli atteggiamenti avuti durante il periodo di Natale. Vedo un Paese superficiale perché si dimentica che ogni giorno abbiamo centinaia di morti. Questo non viene considerato con il dovuto rispetto e la dovuta attenzione». E poi ha aggiunto: «Non ne usciremo prima di 2-3 anni, la responsabilità di ognuno è fondamentale». Entrando nel tema della vaccinazione anti-Covid che inizierà per fine dicembre in tutti i paesi UE simultaneamente, Strada ha anche precisato - dietro specifica di Lucia Annunziata - che, in un primo tempo, il vaccino ridurrà soltanto il numero delle morti e che, nel frattempo, il virus continuerà a circolare.
In sostanza, non c'è da attendersi risultati miracolosi dal vaccino, mentre il mantenimento dei contagi al di sotto della soglia critica dipenderà esclusivamente dalla capacità dei singoli di assumersi le proprie responsabilità, attuando le misure-base, cioè il corretto uso della mascherina, evitando in qualsiasi modo le situazioni di sovraffollamento.
L'avvio delle operazioni vaccinali, addirittura pria dell'inizio del nuovo anno, a dispetto di ciò che alcuni superficialmente ritengono, non potrà essere dunque il segnale per un indiscriminato "Liberi tutti" e un invito a fare ciò che si vuole come si vuole.
L'altra notizia di cui ho sentito nei notiziari, ma in stretta correlazione con il discorso della responsabilità individuale, è che a livelli governativi si parla di nuovo di rendere l'Italia tutta zona rossa, a causa del fatto che in questa anticipazione del periodo festivo che ci attende si sono verificate situazione di sovraffollamento e di troppo gente in giro e nei negozi per lo shopping natalizio senza riguardo delle misure anti contagio.
Io mi chiedo se per un anno non sia possibile rinunciare al natale consumistico che a volte finisce con il diventare una corsa coatta all'acquisto di doni.
Proviamo per una volta a starcene a casa, provando a sperimentare in modo inedito il Natale nel nostro cuore, piuttosto che attraverso il potlach dei doni.

Alcuni media, scherzando sui colori con i quali vengono indicati gradi crescenti di diffusione del virus e, quindi, di restrizioni, hanno scritto che ci aspetta un "Natale Rosso" e ci sono quelli che storcono il muso in attesa del prossimo DPCM che dovrà limitare la mobilità dei cittadini in corrispondenza del prossimo e ormai imminente periodo delle festività.

E dire qualsiasi cosa, opporsi, brontolare o protestare vivacemente sino alla bagarre più accesa è indubbiamente un segno di scarso rispetto nei confronti delle centinaia di morti giornalieri che vengono registrati giornalmente e che continueranno ad esserci nei prossimi giorni, ed anche verso gli oltre 250 medici (oltre a tutti agli altri operatori sanitari) sinora morti di contagio per avere adempiuto il loro dovere.

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13 dicembre 2020 7 13 /12 /dicembre /2020 13:54
Taccheggio (foto tratta dal web)

Ci sono dei negozi dove quando, appena entri, hai la netta sensazione di essere un ospite sgradito, oppure - chiunque tu sia - di essere considerato un potenziale ladro.
Ci sono posti nei quali il commesso ti si appiccica addosso, tanto da sentirne il fiato sul collo,  per spiare qualsiasi tua mossa sospetta, come intascare un libro o farsi scivolare nelle pieghe del vestito o nella borsa un giocattolino, un cosmetico, una boccetta di dopobarba e quant'altro.
Trovo questi posti insopportabili e li cancello immediatamente dalla mia lista delle preferenze.
E' vero che il taccheggio è una realtà indiscutibile: non bisogna peccare di buonismo, dicendo che non c'è.
Ma è anche vero che si tratta di un'attività più frequente nei grandi magazzini e nei centri commerciali, piuttosto che nei piccoli negozi a gestione familiare o quasi.
Nei posti di quel tipo, d'altra parte, vengono messi in opera accurati sistemi di sorveglianza, il più delle volte, con guardie addette alla sicurezza discretamente vestite in borghese, oltre ai sistemi di videosorveglianza.
Nei piccoli negozi che detesto, invece, proprio in quelli dove uno si aspetterebbe un'accoglienza calorosa, vengono messe in opera azioni rozze e villane, partendo dal presupposto fallace che ogni cliente  sia anche un potenziale ladro e che quindi debba essere trattato da sorvegliato speciale.
E così sicuramente, in un civile consesso, non va; c'è qualcosa di sbagliato e di patologico in un atteggiamento che è anche un vero e proprio orientamento paranoico nei confronti della realtà.
Qui, l'avventore viene letteralmente perseguitato e si rimane letteralmente basiti, quando si scopre che l'esercizio commerciale in questione è anche fornito di un ridondante sistema di videosorveglianza.
Ma, tant'è, dal punto di vista dei gestori, evidentemente, la sicurezza non è mai troppa.
Se uno cerca di difendere la propria dignità vilipesa, opponendosi alla vessatoria richiesta, ne discendono le intimidazioni e le offese, fioccano gli inviti (rozzi il più delle volte) a lasciare alla cassa borse, sporte, involucri, zaini e quant'altro.
"Queste sono le nostre regole", dicono, "Se non le piacciono, se ne vada altrove".
Un libero ed onesto cittadino si sente allora offeso da questo atteggiamento.
Replica, si incazza, si infuria. Ma niente, quelli sono irremovibili e arrivano addirittura ad affermare che il loro cliente (ora nei panni di antagonista) li stia offendendo.
Mondo matto, davvero!
All'avventore, qualora non abbia altre alternative) non resta da fare altro che calare la testa, accettando la regola implacabile della casa, oppure andarsene.
Se accetta, alla fine delle sue operazioni di scelta degli articoli e di acquisto, potrà richiedere indietro i suoi beni e tutto ciò che in quanto "contenitore" idoneo ad accogliere la refurtiva lo bollava come potenziale ladro. E, nelriavere indietro le proprie cose, il vessato cliente potrebbe accuratamente(e platealmente) ispezionare le proprie borse e sacchetti per verificare che non manchi proprio nulla, giusto per rendere pan per focaccia (magra consolazione davvero!).
Credo che la perdita di fiducia nei confronti del nostro prossimo sia, in definitiva, una grande ed irrimediabile sconfitta

 

Nello scrivere questa nota, mi sono ispirato ad un'esperienza realmente vissuta, in un negozio di articoli per la casa, di cui non farò il nome, ma dove non ritornerò per certo mai più.

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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