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5 febbraio 2018 1 05 /02 /febbraio /2018 09:48
Quegli attimi fuggenti
Quegli attimi fuggenti
Quegli attimi fuggenti
Quegli attimi fuggenti

Cogliere gli attimi (fuggenti)

Il cielo terso del primo mattino
L'aria pungente
Olezzanti cacate dei cani
e il suono dei passi stanchi
e la pietra che stride

Il cielo racchiuso in una finestra
Una panchina di ferro vuota,
addossata ad un muro spoglio

 

Un gatto fuggitivo che miagola
inarcando il dorso
i giorni e gli anni che incalzano
Uno sguardo perso nel vuoto
da dietro le sbarre di una prigione

La strada vuota
 

Tempus fugit
nell'impasto delle emozioni
e delle impressioni sempre cangianti

Quegli attimi fuggenti

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18 gennaio 2018 4 18 /01 /gennaio /2018 09:11
Cani fantasma

Ombre inquiete
vagano nel parco
attorniate dai cani che furono
cani fantasma
cani del nulla
i cani che furono amici
i cani che morirono e che non risorsero
sono tutti là che latrano silenti
che aspettano di essere nutriti
o di essere accuditi
o di rispondere al richiamo
Dice il detto

Chi muore giace, chi vive si dà pace
ma i padroni dei cani del nulla
non si rassegnano
non riescono a trovare quella pace
e, alle prime luci dell'alba,
sono lì a chiamare
a cercare
a tentar di nutrire
E i cani defunti si assiepano attorno a loro
Ma vivono in una realtà separata
Loro cacciano nei pascoli del cielo

I cani fantasma sono davvero uno stuolo.
Solo chi si trova ad avere un cane per la prima volta in assoluto cammina accompagnato da un solo cane vivo.
Poi ci sono quelli che hanno avuto cani (da due in poi) e, quando passeggiano con un cane vivente, sono seguiti/accompagnati dai loro cani fantasma, quelli del passato, transitati nel nulla e ricordati.
Infine, ci sono quelli che pur avendo avuto cani, a un certo punto - non potendone più di confrontarsi con le loro morti - hanno rinunciato.
E costoro sono quelli che vanno a passeggiare in villa soltanto seguiti da uno stuolo di cani fantasma.
Di questa tipologia di padroni di cani ce ne sono molti esemplari.

 

Nell'immagine (di Maurizio Crispi), il Cimitero dei Cani a Villa Piccolo di Cala Novella

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15 gennaio 2018 1 15 /01 /gennaio /2018 07:29
Capsula del tempo

 

Siamo sempre alla ricerca di tracce del passato, di elementi e piccoli frammenti che possano aitarci a ricostruire un quadro più ampio del passato che ci consenta di rileggere il presente tenendo conto di radici e di filoni di pensiero che scendono indietro sino al passato più lontano. Ed è un compito che - per chi vada avanti con gli anni - si fa sempre più arduo, poichè spesso vengono a mancare i "testimoni" coloro che hanno vissuto in prima persona eventi remoti che ci riguardano. Per essere "accoglitore di memorie", occorre che ci siano stati dei "donatori" di esse: solitamente è così. Ma non tutto viene donato tempestivamente, oppure altre cose sfuggono alla narrazione, oppure altre ancora - che pure sono importanti - vengono taciute . Di altre che non possono essere trasmesse oralmente vengono lasciate tracce materiali.
E se, casualmente, rinveniamo qualcosa, una traccia, un piccolo documento, un oggetto, un pizzino scritto, un album di disegni, quel rinvenimento è una festa. Come quando un archeologo ritrova un frammento che lo riporta indietro nel tempo e gli consente di visualizzare una civiltà scomparsa o di dare vita a delle pietre altrimenti mute. E i grandi ritrovamenti avvengono spesso casualmente, quando si è abbandonata la volontà di trovare.
Ed è casualmente che mi sono ritrovato tra le mani una voluminosa opera in due tomi, proveniente dal passato, probabilmente di proprietà del nonno Giosué.
Si tratta del Nuovo dizionario dei sinonimi della Lingua Italiana di Niccolò Tommaseo (una "nuova" edizione "napolitana", eseguita sulla quarta milanese accresciuta e riordinata dall'autore), pubblicata Napoli presso Gabriele Sarracino nel 1859.
Sfogliando uno dei due tomi. le pagine si sono casualmente aperte in corrispondenza di quello che pareva essere un segnalibro, un esile foglio di carta quadrettato, ingiallito dal tempo. Solo che su una delle sue facce recava un messaggio.
Un messaggio emozionante per me. Quasi che il tomo di Tommaseo avesse avuto la funzione di Capsula del tempo oppure quella della proverbiale bottiglia che, recando sigillato dentro di sé un messaggio, arriva miracolosamente al suo destinatario designato dopo aver percorso i sette mari seguendo il capriccio dei venti e delle correnti.

Il biglietto vergato dalla mano della mamma (la cui scrittura masntenne poi abbastanza identica, solo diventando nei tardi anni un po' più spigolosa e tremolante) dice delle parole che mi riguardano direttamente.
Un messaggio segreto - con un chiaro riferimento al giorno della mia nascita - da seppellire dentro un libro, una traccia che doveva essere lasciata, forse perchè proprio io ne leggessi il messaggio a distanza di anni o forse soltanto perchè la mamma aveva bisogno di dire quelle parole a se stessa nell'unica maniera in cui la sua inflessibilità interiore le consentiva.
Se ne comprende meglio il contenuto se si pensa che la mamma (le fonti di ciò sono alcune mie zie) in pubblico non manifestava un eccedente amore nei miei confronti. Poche coccole, poche volte prendermi in braccio e tenermi così. Forse perchè non voleva in alcun modo che preferiva me a mio fratello che era stato sfortunato e che non era nato sano.
Dovette essere quello, la scoperta della malattia di mio fratello, un grande trauma che i miei genitori cercarono di fronteggiare al meglio delle loro risorse e delle loro conoscenze.
Dopo due anni circa, arrivai io: per i miei dovette essere una festa la mia nascita, quando si resero conto che ero passato dalle strettoie del parto senza inconvenienti.
Il principio che papà e mamma adottarono (questa fu una delle poche cose che appresi direttamente dalla mamma, pochi mesi prima della sua dipartita), era quello dell'assoluta eguaglianza di comportamenti nei confronti miei e di mio fratello.
E lei con me, temendo di eccedere e di infrangere questo principio, non si abbandonava mai ed evitava le effusioni: soprattutto in pubblico, mentre in privato, quasi furtivamente ci si abbandova per brevi momenti (secondo un'altra testimonianza che mi è stata trasmessa).

Questo biglietto, fortunosamente trovato, testimonia quanto invece lei sia stata lieta e fiera della mia nascita e che sia andata alla ricerca di ponti verbali per celebrare una nuova vita che era nata il 9 agosto 1949 con il suo carico di speranze: una radiosa aurora dopo la sofferenza e nella sofferenza.
Ma la bellezza interiore di papà e mamma fu comunque quella di essere riusciti sempre, momento per momento, la mala sorte in gioia e in celebrazione del trionfo della vita e della speranza, sfuggendo alla tentazione del farsi vittima, del cadere nel gorgo del pessimismo e della rinuncia alla lotta testarda per una costante ridefinizione dei termini.

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12 gennaio 2018 5 12 /01 /gennaio /2018 08:58
Il Dono

Nel mattino piovoso e umido
sul marciapiede di piastrelle

avanza una ciclista
cappello guanti sciarpa
sul portapacchi frontale
campeggia un fiore finto
un'enorme margherita
oppure un girasole
non importa ciò che fosse

 

per un attimo
 

la sua visione ha acceso di gioia
il mio cuore

 

E poi così com'è arrivato
quel momento è passato
la figuretta della mattiniera ciclista
inconsapevole donatrice
si è persa in lontananza
mentre io ho continuato
a mettere in fila i miei passi

assaporando un piccolo tesoro di emozioni
 

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3 gennaio 2018 3 03 /01 /gennaio /2018 08:18
trasloco etimologia

MI sono svegliato al solito orario, pur avendo dormito ininterrottamente per diverse ore e, il giorno prima, per quasi tutto il pomeriggio, ma sentendomi stanchissimo e privo di energia.
Mentre mi apprestavo alla colazione facevo degli sbadigli pazzeschi, di quelli che ti danno l'impressione di poterti lussare la mandibola.

Mentre sbadigliavo a più non posso mi sono ricordato del sogno e ho capito perchè fossi così stanco.

Ero impegnato in un trasloco. La casa mi era ignota, ma evidentemente ci avevo vissuto per parecchio tempo.

Aveva un aspetto desolato, come quando si sta traslocando e si è quasi alla fine delle operazioni più impegnative, ciio+ la rimozione dei pezzi di mobilio più ingombranti e lo smontaggio di alcuni altri.

Stanze vuote ed echeggianti, carta da parati scrostrata e i riquadi più chiari di mobili e quadri sulle pareti, evocanti assenze.

Come sempre in questi casi, il pavimento delle stanze era ingombro di frammenti di carta, pezzi di cartone, frammenti di nastro adesivo, chiazze di sporco secolare sui pavimenti lanugine di polvere che era annidata sotto gli angoli più irrangiungibili dei mobili.

Rimaneva soltanto da radunare ed impacchettare alcuni oggetti spuri, di piccole dimensioni. Come sa bene chi nella sua vita ha traslocato oppure si è ritrovato a sgombrare l'abitazione dei propri genitori o di un anziano parente dopo la loro dipartita, questa è l'operazione più difficile da compiere.

Ci sono piccoli oggetti da esaminare, per capire se abbiano un valore oggettivo, un valore affettivo, entrambi assieme o nessuno. Vecchie foto da guardare, pccoli ritagli di giornale. Scatolette da aprire per analizzarne il contenuto. Cose secolari e vetuste, polverose per lo più, ma tutto da esaminare con scrupolo. spinti dal timore di poter inavvertimanete preziosi frammenti di un mondo che altrimente va a scomparire ed anche dell'intera gamma dei nostri ricordi.

Ero chiamato appunto a fare questa operazione in una delle stanze. Altri erano al lavoro altrove, nello stesso appartamento, con la stessa mission. Quasi ci fosse una gara in corso tra ciascuno di noi.

Il lavoro all'inizio sottovalutato e affrontato con un ingenuo entusiasmo si andava facendo via via sempre più faticoso e sfibrante. Troppe le variabili da prendere in considerazioni, troppi gli oggetti e gli oggettini da esaminare. In un sacchetto rinvenivo degli oggetti d'oro che mettevo da parte per usi futuri. Ma questo ritrovamento mi induceva a rallentarmi ulteriormente e a farmi ancora più meticoloso ed ossessivo per timore che qualcosa di valore potesse sfuggire al setaccio.

Del sogno, ricordo ancora che fosse interminabile, un compito senza fine.

Malgrado il mio darmi da fare, rimaneva tutto incompiuto e mi ritrovavo a vivere bloccato in un eterno momento di impantanamento, un loop temporale senza uscita.

Capite bene l'origine della mia stanchezza...

Per pura curiosità, stimolato dalle vivide immagini di questo sogno, sono andato a curiosare sull'etimologia della parola "trasloco".

Ovviamente, una parola plurisemica, che - con le sue implicazioni simboliche - rimanda ad uno stato fluido, ad un cambiamento di stato, ad un trasferimento nello spazio, ma in fondo anche nel tempo.

Trasferimento di abitazione o di sede, e le operazioni con cui è compiuto
derivato di traslocare, composto dal latino trans- 'al di là, oltre' e locare 'collocare, porre in un luogo'.
Ancora una volta siamo davanti a una parola comune che cela un esito semantico interessante.
Gli elementi latini che compongono il trasolcare e il trasloco ci parlano semplicemente di un trasferimento, di un porre qualcosa in un altro luogo. L'immagine è chiaramente vastissima. Però in italiano questo grande tronco, che ci immagineremmo ricco e frondoso, ha portato a un significato unico e molto specifico: il trasferimento di abitazione o di sede, e le operazioni che per tali trasferimenti sono necessari.
Per la verità è possibile, per quanto poco comune, che il trasloco riguardi lavoratori od oggetti; ma è un uso che per frequenza e diffusione non è comparabile col suddetto. Anzi, sono proprio i caratteri di complessità e fatica implicati dal trasloco di abitazione o sede a segnarne gli usi estesi o figurati: così posso finalmente traslocare nella nuova casa in campagna, e organizzo il trasloco del laboratorio vicino al magazzino, ma si può anche traslocare la vecchia nonna da noi.

unaparolaalgiorno.it

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24 dicembre 2017 7 24 /12 /dicembre /2017 18:36

Dov'è più la magia del Natale? A meno che uno non creda nell'avvento, in senso profondamente religioso, il significato della festa della Natività, con tutte le successive contaminazioni e la comparsa dell'iconico Babbo Natale (o Santa Klaus o San Nicola) si è attutito ed è stato divorato letteralmente da una spietata commercializzazione che lo hanno reso più che altro in un potlach, nel quale tutti si gettano in una vertiginosa contrapposizione di doni.
Ed anche il Natale come evento nel quale i nuclei familiari allargati si ritrovano assieme in un momento di scambievole affetto e di solidarietà si è attenuato.
Ci sono quelli che lo interpretano come una sorta di replica anticipata del Capodanno, sostituendo pazze feste che si protraggono sino alle prime luci dell'alba alla partecipazione della Messa di Mezzanotte, anche se, ovviamente, la fascia dei credenti rispetta questa tradizione, sostenuta da un forte convinzione e dall'attesa messianica che si concretizza un anno dopo l'altr, benchè il rispetto della tradizione e del suo forte simbolismo tenda ad affievolirsi, poichè è sempre più diffusa la tendenza ad anticiparne l'orario tra le 21.00 e le 22.00, per motivi di "praticità"..
Ci sono quelli che se ne vanno alla ricerca di luoghi esotici e per questi il Natale è più che un altro una scusa per elargirsi il regalo di un viaggio.
E ci sono quelli che vorrebbero mettere tra parentesi l'intero periodo delle festività natalizie (dalla festa dell'Ascensione all'Epifania) e farsi un lungo sonno letargico e autistico, via dalla pazza folla.
Come in tante altre cose, quando ero piccolo, al Natale ci credevo e ho continuato a volerci credere, per anni, nell'adultità. Questi molteplici significati per me si sono spenti, ora. Non alimento più dentro di me alcuna illusione, in merito.
E, semplicemente, cerco di ignorare questa frenesia che sembra prendere tutti in un'orgia di gioia finta o acriticamente data per scontata.
Il Natale come viene festeggiato oggi è più che altro un costrutto che si mantiene, soprattutto, in questa scala, per le esigenze del commercio e del business.
E che dire poi, a completare il quadro delle disillusioni, degli Alberi di Natale posti nelle pubbliche piazze dalle Amministrazioni comunali rubati o dei doni predisposti per i bambini degenti di un reparto di pediatria vilmente rubati nel cuore della notte? E' questo il Natale?
Oppure quello del furore dei botti allo scoccare della mezzanotte, quando ci scappano anche spari da vere armi da fuoco, con la conseguenza di incauti che hanno deciso di trascorrere gli ultimi minuti prima di mezzanotte e subito dopo seduti su di una panchina cittadina?
E' questo il Natale?
Sotto questo profilo quelli che credono nel "santo" Natale per motivi di fede sono, a mio avviso, dei privilegiati: per loro non c'è alcun velo di Maya che nasconde la vacuità e l'insulsaggine; poichè ciò che conta per essi è del Natale il senso profondamente religioso.
Ma forse, in maniera laica ma pur sempre rispettabile, bisognerebbe recuperare il senso del Natale come giro di boa del nostro ciclico, il momento in cui convergono - come ha insegnato Dickens nella sua celebre storia "A Christmas Carol", il passato, il presente e il futuro, quello in cui si possono stendere provvisori bilanci delle nostre esistenze.

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1 dicembre 2017 5 01 /12 /dicembre /2017 07:45

Lenta cade la pioggia
E si sente solo il lieve fruscio delle gocce che cadono
su ogni cosa
Il suono dei passi è morbido sul letto di foglie secche
Nella semioscurità del primo mattino
occhieggiano lucine natalizie
Già, il Natale è vicino
e siamo quasi al termine d'un altro giro di giostra
Aborro il Natale e le sue pretese di gioia di plastica

Il senso di magia e di meraglia li ho persi tanto tempo fa
E siccome non credo
per me non c'è neanche il linimento della Buona Novella
Solo la solitudine è amica dei miei passi stanchi
Vorrei dormire a lungo e passare così
Natale Capodanno Epifania
il turbine delle feste finte
e dei simulacri di allegria e buon umore
Al dolore non si fugge mai
Solo di tanto in tanto
ci aspetta inatesso
un fioco bagliore di luce

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7 settembre 2017 4 07 /09 /settembre /2017 13:33
fichi

Tempo d'estate, tempo di fichi.
Agosto di quest'anno è stato un mese pieno di fichi colti nel mio terreno in campagna.
E non ho fatto nemmeno in tempo a coglierli tutto, come avrei dovuto. Molti il grande caldo li ha fatti essiccare prima del tempo, o addirittura li ha bruciati.
Anche gli uccelli hanno banchettato.
Ma, d'altra parte, anche a loro spetta un assaggio della dolcezza dei fichi.
Non c'è niente di più bello che servirsi direttamente dall'albero per uno spuntino estemporaneo che sopperisce a momentanei cali della glicemia durante i lavori manuali.
Quella dolcezza densa che si arrotola sulla lingua e si espande verso il palato fa dimenticare qualsiasi preoccupazione...
E non c'è nulla di più bello che tornare a casa, a fine giornata, con un cesto pieno di fichi.
Aggiungo che non disdegno di raccogliere anche quelli che sono stati becchettati dagli uccelli: sono ottimi da mangiare, perchè solitamente i volatili (mica sono stupidi) scelgono di mangiare quelli che, giunti alla giusta maturazione sono i più dolci.
E questi, parzialmente mangiati, se non sono esteticamente belli da vedere (il frutto in sé è rovinato) sono squisiti e, in ogni caso si possono utilizzare per preparare riserve di marmellata per l'inverno. Tale è stata l'abbondanza che per alcuni (quelli più compatti e di dimensioni omogenee) ho fatto delle preparazioni di fichi affogati nella vodka e di fichi sotto spirito: vedremo cosa spunterà!
Altri (sempre i migliori esteticamente) li ho regalati...
Ricordo di quando ero piccolo e andavamo a villeggiare in una casa di proprietà della famiglia di mia madre a Capo Gallo (Mondello).
Qui c'era un enorme albero di fichi e, a quanto mi raccontava la mamma, una volta io condussi i miei cugini a farne una scorpacciata (che rimase epica e più volte citata, quando venivano raccontate storie di famiglia).
Altra storia di famiglia che riportava ai fichi e alla loro bontà era quella che mi raccontava mio padre, secondo la quale il suo nonno paterno, anche lui di nome Francesco, morì in seguito ad un'indigestione di fichi. Gli avevano portato un cesto di bei fichi dalla campagna ed erano così buoni che lui ne mangiò sino a morirne.
Ricordo anche una storia di un bel libro illustrato che avevo da piccolo, in cui c'era di mezzo un cesto di fichi succulenti che veniva rubato al contadinotto che li stava portando a casa.
E ancora ricordo la frase in greco, equivalente al nostro "dire pane al pane" che faceva  - non posso riprodurre ora la grafia in Greco - "onomazein ta suka suka" (cioè "dire fichi ai fichi"), a testimonianza di quanto i fichi fossero un cibo pregiato per i Greci antichi e per noi esilarante, quando la scoprimmo durante una lezione di Greco, per la sua assonanza con il nostro "imperativo categorico".
E, proseguendo nel flusso delle associazioni, mi ricordo ora del fascino di certe vecchine tutte verstite di nero che al bordo di polverose strade del Peloponneso vendevano ai passanti (turisti motorizzati, per lo più) cesti di succosi fichi, appena colti: e questa è la memoria di un'estate di quasi quarant'anni addietro.

Ed ecco la poesia, carpita attraverso FB, che ha generato in me questo veloce ed improvviso flusso associativo.

La dolcezza del fico... Tempo d'estate, tempo di fichi

Perché è ruvido e brutto
perchè tutti i suoi rami sono grigi,
ho compassione del fico.
Nella mia casa di campagna ci sono cento begli alberi:
susini rotondi
dritti limoni,
e aranci con splendidi fiori.
In primavera
tutti loro sono coperti di fiori
attorno all'albero di fico
e sembra talmente triste
con i suoi rami secchi e contorti, ma mai
si veste di piccoli boccioli...
A causa di ciò
ogni volta che ci passo vicino
dico, tentando di
rendere il mio tono dolce e felice:
"È il fico l'albero più bello di tutto il frutteto ".
Se ascolta
se capisce il modo in cui parlo,
che profonda dolcezza riempirà fino in fondo
l'anima sensibile dell'albero!
e forse di notte,
quando il vento sventolerà il suo apice,
ubriaco di contentezza gli dirà:
-Oggi ,qualcuno mi ha detto che sono bello.

Il fico, Juana de Ibarbourou, poetessa uruguaiana nata nel 1892

 

Juana de Ibarbourou

Juana de Ibarbourou, all'anagrafe Juanita Fernández Morales (Melo, 8 marzo 1895 – Montevideo, 15 luglio 1979), è stata una poetessa e scrittrice uruguaiana.
Di origini spagnole, la Ibarbourou ereditò dal padre l'amore per la sua terra natiaː la Galizia.
È stata definita dalla critica letteraria e dai suoi colleghi, quali Alfonso Reyes, la Juana de América, e il 10 agosto del 1929 ricevette nel Palazzo legislativo di Montevideo, dalle mani di Juan Zorrilla de San Martín, un anello d'oro per celebrare le sue simboliche nozze con l'America. Negli stessi anni Unamuno descrisse le sue liriche come una "castissima nudità spirituale".
Già nella prima raccolta di versi intitolata Las lenguas de diamante (1918), così come nella prosa El cántaro fresco (1920), nell'autobiografia Chico Carlo (1944), nell'opera teatrale Los sueños de Natacha (1945), la Ibarbourou si caratterizzò per una diffusa sensualità, una grande sensibilità, gioia, ottimismo e per elementi modernisti, simbolisti, [3], elegiaci, grazie ai quali trattò del mondo della natura, della società e del popolo americano, attingendo a piene mani dalla mitologia.
Nel corso della sua carriera, la Ibarbourou si avvicinò ai movimenti di avanguardia e surrealisti, come evidenziò nella raccolta La rosa de los vientos (1930), oltreché alla spiritualità presente nelle opere San Francesco de Asís (1935), Estampasa de la Biblia (1934), Loores de Nuestra Señora (1934), nelle quali l'amore, la misericordia, la speranza, la fede religiosa cristiana trascendono il dolore e la delusione della vita quotidiana. In questo periodo creativo, la Ibarbourou preferì scrivere le sue liriche passando dal rispetto della metrica ad un verso maggiormente libero.
La Ibarbourou ottenne vari incarichi importanti, tra i quali, nel 1950, la presidenza della Sociedad Uruguaya de Escritores e la partecipazione all'Accademia Nazionale delle Lettere uruguaiana.
Ricevette numerosi premi nel suo Paese ed in Spagna, oltreché nel 1958 la candidatura per il Premio Nobel per la letteratura.

Gianburrasca rubava sempre i fichi alla zia Bettina...

Gianburrasca rubava sempre i fichi alla zia Bettina...

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31 agosto 2017 4 31 /08 /agosto /2017 10:15
Smarrito

Smarrito

Una città che mi è sconosciuta...
vicoli stretti selciati di lastre di pietra ferrigna
che si aprono su grandi piazze ariose
dominate da edifici baroccheggianti
dalle facciate di tufo grezzo di una calda tonalità marrone
Le strade vanno su e giù i pendii di colli vicini
Durante uno di questi saliscendi, quasi sulla sommità di uno di essi
intravedo uno skyline mozzafiato
quinte fatte di campanili torreggianti,
cupole imponenti
e ancora facciate barroche...
Cammino e cammino per le strade,
attraverso piazze spaziose
ma più vado avanti
più mi è chiaro di essermi perso e di non avere la minima idea
di cosa dovrei fare per tornare verso casa
Sì, ricordo perfettamente di essermi allontanato da una casa
dove stavo supervisionando il lavoro di un idraulico
che poi identificavo in un mio vecchio conoscente
e con il quale intavolavo una conversazione sui bei vecchi tempi andati

Concluso il lavoro e congedato l'idraulico,
ma ancora pieno di questa conversazione
muovevo i primi passi per ritornare verso il portone di casa,
Giravo l'angolo ed ecco che di nuovo mi ero smarrito...
Al di là, tutto mi appariva ignoto
Tutto nuovo, tutto diverso

Non c'era nessuno a cui chiedere...
Solo radi passanti che  alle mie richieste rispondevano soicci
con una scrollata di spalle e, abbassando la testa, tiravano via dritto
Unico appiglio avrebbe potuto essere il mio cellulare
Potrei usarlo per mettermi in contatto con mia madre e mio fratello rimasti indietro in quella casa - questo pensavo,
mentre lo maneggiavo con un senso di straniamento
... Sì, indubbiamente, questa era una mia certezza

Solo che quello che tenevo in mano non era il mio cellulare...
Era un telefono conosciuto e di cui ignoravo password e funzioni...
e c'era di che dubitare che avesse in memoria la mia rubrica ...

E senza quel cellulare (la batteria, con una sola tacca, era lì lì per scaricarsi)
avevo in mano solo un inutile pezzo di plastica e circuiti stampati
E oggi non siamo più capaci come nel tempo pre-digitale
di tenere a mente i numeri di telofono più importanti
Siamo tutti un po' smemorati
Mi veniva voglia di scaraventare quell'inutile smartphone
assai poco smart
contro il muro
rompendolo in mille pezzi...

Non ricordavo nemmeno il nome della via da cui mi ero allontanato:
quindi non avrei nemmeno potuto chiedere ad un taxi
di riaccompagnarmi da dov'ero venuto
Tentando di ricostruire il percorso che avevo seguito sino a lì,
e di capire rinculando quali fossero stati i miei primi passi,
facevo giri su su giri, ma insensibilmente tentativo dopo tentativo
mi allontanavo vieppiù dal punto focale della mia ricerca
Avevo la sensazione che si stesse facendo tardi,
lo vedevo nei sottili cambiamenti nela qualità della luce
e nell'allungarsi delle ombre,
mentre il cielo si affollava di strie chimiche rosate
Eppure, continuavo a cercare e a girare inanellando percorsi insensati,
come un uomo che si sia sperduto in una foresta oscura
o come un demente che brancola nel buio della sua mente
Ogni tanto avevo la sensazione di riconoscere un certo angolo
un cornicione rotto
una facciata barocca
un pacchetto di sigarette vuoto e accartocciato
piccoli dettagli
ma poi tutto si faceva di nuovo confuso ed indistinto

Mi sentivo esausto, dopo tanto cercare
senza poter venire a capo di nulla

Poi, di colpo mi sono svegliato,
il mio cellulare era lì, a vista, sempre quello

Mi sono rasserenato forse,
sono nella casa dove stavano mio fratello e mia madre,
e molti anni prima anche mio padre...
Di loro sono l'unico sopravissuto,
forse sono una sentinella a guardia di un mausoleo o di un cenotafio,
sicuramente sono il custode delle memorie familiari,
secondo alcuni nulla più di un museo polveroso.
per me luogo sacro

ma fino a quando?

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7 luglio 2017 5 07 /07 /luglio /2017 09:06
Leggere

Leggere
Leggere
Leggere
Libro a colazione
Libro a pranzo
Libro di notte
Libro al cesso (ma sì!)
Libro in tutti gli intervalli
Libri diversi per momenti diversi
Bookwiches e libro-spuntini
Libri che per curiose coincidenze possiedono
titoli e contenuti assonanti/consononanti

La vita è un libro
fatto di innumerevoli stratificazioni
di affabulazioni e narrazioni
costruzioni e decostruzioni
e, soprattutto, di silenzio
non nel senso di assenza di musica
(ogni libro può avere un a sua colonna sonora)
ma di quel silenzio vibrante che riconduce a se stessi
Rumore-silenzio
che poi si fa Silenzio
per ritornare ad essere Silenzio-rumore
e così via, in un'infinita ricorsività

A volte, anche se si è in solitudine,
si legge ad alta voce,
ogni parola un acino d'uva da assaporare,
altre volte si legge in silenzio,
solo seguendo il testo che scorre
riga dopo riga
e pagina dopo pagina
con gli occhi,
altre volte ancora ci si limita
ad articolare lievemente le parole
con un sommesso movimento delle labbra,
quasi recitando una preghiera

Nella lettura possiamo sentire il nostro respiro
e il battito del nostro cuore
ed è sublime quando musicalità e ritmo
della pagina e del respirare coincidono

Leggere con dedizione
Leggere con impegno
Leggere con la meraviglia
di veder scorrere davanti a noi
molte altre vite
che arricchiscono quella che ci è stata data
e di andare in luoghi che forse
non avremo mai modo di visitare,
di luoghi esistenti e di luoghi fantastici,
viaggiando pur rimanendo chiusi nella nostra piccola stanza
e dentro i confini angusti che costituiscono il nostro piccolo mondo

Leggere è poter conoscere il brivido dell'infinito,
svoltando nei corridoi sena fine della Biblioteca borgesiana
e erodendo di continuo i confini di ciò che è ignoto-ignoto,
traghettando alla nostra esistenza cognitiva
ciò che per noi non era esistente

 

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Mi Presento

  • : Frammenti e pensieri sparsi
  • : Una raccolta di recensioni cinematografiche, di approfondimenti sulle letture fatte, note diaristiche e sogni, reportage e viaggi
  • Contatti

Profilo

  • Frammenti e Pensieri Sparsi

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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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