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10 ottobre 2021 7 10 /10 /ottobre /2021 09:23
Una stanza transgenerazionale
Una stanza transgenerazionale
Una stanza transgenerazionale
Una stanza transgenerazionale
Una stanza transgenerazionale
Una stanza transgenerazionale
Una stanza transgenerazionale
Una stanza transgenerazionale
Una stanza transgenerazionale

Quella che si vede nella rassegna di immagini è la stanza dove attualmente uso il PC. La maggior parte dei mobili, compresa l’enorme scrivania, erano del nonno Giosuè (il nonno materno).
Nella nuova casa dove ci trasferimmo nel 1962 questa stanza con i mobili originari del nonno diventó lo studio di mio padre.
Alla sua morte, nel 1972, colonizzai questa stanza che all’inizio, fu per me oltre che luogo di studio anche di ascolto di musica e di letture.
Diventò specie di tana dove accoglievo anche i miei amici e dove anche consumai i miei primi amori giovanili, poichè era - in un certo senso - per mia volontà extra-territoriale rispetto al resto dell'appartamento.
Ci misi dei tappeti e nella stanza si entrava rigorosamente senza scarpe. La signora che veniva a fare le pulizie era bandita da essa: temevo le sue incursioni, oltre che per il rischio di rotture,  per il fatto che il suo spolverare e mettere ordine  potesse esitare in un'alterazione del mio disordine ordinato.  E, di conseguenza, mi occupavo personalmente delle pulizie necessarie.
La stanza stava sempre in penombra e con le luci accese (quelle che più o meno si vedono tuttora) accese anche di giorno.
In generale, ma questo vale anche per altre stanze evito di aprire troppo le serrande perchè l'esposizione troppo diretta ed insistente della luce del sole può danneggiare i libri.

Una stanza tutta per sé (foto di Maurizio Crispi)

Da laureato e specializzato in questa stessa stanza ricevetti i miei primi pazienti.

Quando mi trasferii nell’appartamento adiacente dove ebbi agio di differenziare gli spazi, questa stanza rimase per un po’ di tempo sotto-utilizzata, ma quando potevo venivo a starci perché ne avevo nostalgia: in fondo vi erano pur sempre contenuti tutti i libri di mio padre (a parte alcuni che mi ero portato nell'altro appartamente, come - ad esempio - alcune opere di Nietsche), quelli degli studi e della sua formazione.

Li, tra quelle quattro miura e parzialmente circondato da muraglie di legno e di carta,mi sentivo particolarmente in contatto con lui. Nell’altra casa arredai una stanza per adibirla a mio studio professionale, mentre le altre a poco a poco si riempirono di libri e di LP.
Lo studio di mio padre poi divenne - nel corso degli anni - l’ufficio di mio fratello Salvatore per la gestione e del Coordinamento H per la tutela dei diritti delle persone con disabilità della Regione Sicilia di cui lui era il Responsabile e la stanza si riempì a dismisura di grossi faldoni pieni di documenti. Alla sua morte, svuotai la stanza (con grande rammarico (perchè coloro che gli succedettero nel Coordinamento non volevo saperne nulla e mi lasciarono in asso).

E la ricolonizzai con le mie cose (libri soprattutto ma anche suppellettili varie), dal momento che il mio fulcro si era nuovamente spostato verso l’appartamento di origine (per i casi della vita). E, infine, ci misi anche il computer da tavolo, sicchè la stanza è oggi divenuta la mia stanza principale per la scrittura.

È una stanza strafogata di cose con reperti appartenenti a diverse ere "geologiche" e starci dentro mi dá molto conforto e soprattuto mi dona il senso della prospettiva.

Una stanza tutta per me, ma anche una "stanza piena di gente" poichè è un luogo transgenerazionale, echeggiante di voci e di ricordi.

Mi chiedo se ci sarà un transito ulteriore ad un'ulteriore generazione.

Non oso dare una risposta a questo quesito, ma quel che è certo, parlando in termini assolutamente generali, al giorno d'oggi si è perso completamente il senso di profondità della nostra storia personale e quello di appartenere ad una sequenza di generazioni.

La consapevolezza di ciò soltanto può dare contezza delle nostre origini e fornire risposte alla domanda "Chi siamo", soddisfacendo il nostro senso di identità.

Io, dai miei genitori sono stato addestrato a sentire fortemente il peso delle generazioni che mi hanno preceduto e a fare di tutto per preservarne la memoria.

Non so se i miei figli sapranno fare lo stesso.

Mi auguro che ciò possa accadere.

Ma - realisticamente - per quanto uno si prodighi - nei giovani di oggi - anche quelli con il migliore pedigree sono molto forti le tendenze centrifughe e soprattutto vi è la tendenza a viversi, negando la funzione della genitorialità e, di conseguenza, mancando di introiettarla efficacemente, sentendosi piuttosto il frutto di una sorta di auto-generazione.

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28 settembre 2021 2 28 /09 /settembre /2021 07:14
La mia maglia bucata

L’altro giorno una mia cugina mi ha fatto notare che sul fronte della T-shirt che indossavo c’era un buchetto.
E mi ha detto che sarebbe il caso di non metterla più. Ha aggiunto: “Vada per i jeans strappati e rammendati. Quelli vanno di moda e nessuno ci fa caso” (i miie jeans, logorati, in alcuni punti erano stati più volte rammendati).

Devo ammetterlo: il vestiario non è mai stato tra le mie priorità. Mia cugina si preoccupa, quando mi vede - secondo lei - trasandato e, se capita, mi redarguisce bonariamente.
Ormai la voce di spesa "vestiario" l’ho definitivamente accantonata e vivo soltanto di ciò che mi ritrovo a casa, comprese felpe e pantaloni che, negli ultimi anni, avevo comprato per mio fratello e rimasti praticamente nuovi.
Ma una T-shirt con il buco?
Di solito le maglie più logorate le riciclo per la notte oppure per il lavoro in campagna. E poi alla fine me ne sbarazzo.
Invece, questa in particolare ho continuato ad usarla come maglia “buona” malgrado i buchetti di cui sono consapevole.
Perché?
Ci ho riflettuto un po’ su.
Ecco la risposta. Per lungo tempo la mamma continuó a comprare gli indumenti per mio fratello e, quando lo faceva, per un criterio di equità comprava qualcosa per me. Non qualcosa di sostanziale, più che altro di valore simbolico. Poi smise, perché smise di andare per negozi, quando capì che questo tipo di cosa la stancava troppo.
E, quando lei me lo chiedeva, andavo io a comprare qualcosa per mio fratello. Mentre lei, come fanno spesso le persone anziane, smise di aggiornare il suo guardaroba (peraltro piuttosto fornito).
Ecco, questa T-shirt, di un bel Verdone scuro, con delle scritte sul davanti, fu uno degli ultimi capi di vestiario che lei mi compró.
Forse, proprio per questo, continuo a considerarlo come un indumento “buono”, malgrado i buchetti. Per lo stesso motivo continuo ad usare il sopra di un pigiama di flanella che mia madre acquistò per me, quando andai a stare a Milano per la specializzazione: di fatto è tuttora uno dei miei preferiti.
È così che vanno le cose, per me.
Giusto o sbagliato che sia.
Nel social dove ho postato queste considerazioni ho avuto delle rassicurazioni e trovato dei sostanziali incoraggiamenti.
Non sono solo, e saperlo è tanto.

Possiamo dire che noi amanti delle vecchie maglie con i buchetti, ma ancora buone - si potrebbe dire "vintage" -, siamo degli incorregibili giurassici, veri e propri dinosauri in via di estinzione in una cultura non cultura che privilegia il ricambio velocissimo di oggetti (e, purtroppo, anche persone) e l'usa-e-getta. E succederà che "quando fra tremila ci ritroveranno fossilizzati, gli archeologi si chiederanno perchè indossavamo vecchie maglie bucate 😂" (il virgolettato è un commento della mia amica AR, riportato da FB).

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4 settembre 2021 6 04 /09 /settembre /2021 07:13

Questa nota l'ho scritta nell'agosto del 2013.  Molto calzante ed appropriato quel testo, perchè in questo momento sta passando su Palermo una forte perturbazione con tuoni, lampi ed acquazzone.Il finale apre la via alla speranza.

Bomba d'acqua a Palermo (foto di Maurizio Crispi)

Bomba d'acqua a Palermo (foto di Maurizio Crispi)

Tuoni e fulmini,
vento e pioggia

Buio come fossero le sette di sera

Il grande temporale avanza

Gabbiani volano alti
a stormo
allontanandosi dal fronte di nubi verdastre
che avanzano da Est

Saette solcano il cielo cupo
e si sente il rumoreggiare continuo
del tuono,
come quello di mille carri da guerra
trainati da destrieri al galoppo,
in folle corsa
su strade selciate di pietra

I soliti piccioni sono scomparsi quasi del tutto
per rintanarsi in luoghi sicuri,
al riparo e guardinghi

Anch'io sono fuggito via
alle prime avvisaglie
per cercare riparo
sentendo le narici
invase dal buon odore
di polvere bagnata

Ma poi
il temporale
è scampato velocemente
lasciando soltanto
una quieta pioggia
quella buona,
che viene assorbita dalla terra

Non si è verificata,
per questa volta,
l'apocalisse

 

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25 agosto 2021 3 25 /08 /agosto /2021 07:08

Ecco cosa ho sognato l'altra notte.

Partecipavo ad un consesso di colleghi dell'azienda sanitaria e comunicavo che dovevo prendere un giorno di congedo straordinario per andare a presentare una richiesta di congedo straordinario per la partecipazione ad un corso di aggiornamento.
Farraginoso e assurdo.
Quindi, mi occorrevano: un giorno di congedo straordinario per presentare la domanda, più tre giorni di congedo straordinario per la partecipazione alcorso.
In tutto quattro giorni consecutivi.
La mia comunicazione suscitava un coro umanime di proteste.
"Crispi, sei sempre il solito!"
Mi sono svegliato stranito.
Un sogno decisamente bizzarro ed insolito.
Svegliandomi ho googlato "Maurizio Crispi psichiatra".
Poca roba, qualche riferimento a libri e a note biografiche correlate.
Il mio nome compariva anche in un elenco pubblico dell'Azienda sanitaria, al tempo in cui in ero ancora in servizio, con le indicazioni dei compensi attribuiti ai dirigenti medici.
Nel sogno compariva il mio primario del tempo, LV: era con lui che discutevo di questa mia richiesta di congedo straordinario, mentre ci spostavamo in auto da qualche parte.

_______________________________________

A Lampedusa, in occasione della prima edizione delle "Settimane psichiatriche lampedusane" (forse 1989)

Il sogno mi ha portato a ricordare una questione che riguarda il mio rapporto con il tempo, quando iniziai a lavorare presso l'Unità sanitaria locale, vincolato ad un orario di servizio.

Del lavoro avevo avuto sino a prima una concezione libertaria e dinamica. I miei modelli erano stati papà e mamma.

Papà era sempre in movimento per via del lavoro, si spostava, viaggiava, non sembrava avesse il vincolo del posto fisso, della stanza e della scrivania. Il suo vero studio professionale, quello in cui si raccoglieva a scrivere era a casa. La mamma insegnava: ovviamente, aveva il vincolo della presenza e dell'orario da rispettare. Ma la sua aveva tutta l'aria di essere una missione nobile e disinteressata. Non l'ho mai sentita lamentarsi di qualcosa. Era sempre gioiosa di fare quello che faceva.

Anche per papà, il lavoro collimava con una forte passione che sentiva dentro di sè. La sua missione era creare cultura e diffonderla attraverso la pagina scritta. Quindi eventuali vincoli, la necessità di fare turni, sbarcare il lunario, assicurare una presenza, erodere il suo tempo libero non erano cose che lo preoccupassero più di tanto.

Per entrambi, per mamma e papà, vi era una forte coincidenza tra identità, senso del Sé e attività professionale. Ed anche una forte coincidenza tra tempo per Sé e tempo lavorativo. Ma d'altronde, entrambi nati nel 1918, appartengono tutti e due alla "vecchia guardia" di quelle persone fortemente vincolate ad una etica professionale e assolutamente non scolfitta dalla Cultura del narcisimo (descritta da Chiristopher Lasch nel suo fondamentale saggio), imperante in Europa a partire dalla fine degli anni Settanta ed espressione della società affluente e del benessere.

Quando entrai in servizio, con un incarico temporaneo, nella USL (a quel tempo la 61), come esperienze lavorative avevo al mio attivo soltanto il breve periodo nell'esercito come sottotenente medico di complemento (e quel periodo lo avevo vissuto come una vacanza ed anche come una moratoria rispetto ai futuri impegni professionali) e i tirocini ospedalieri. Mi ero abituato ad un regime di grande libertà e di duttilità del mio tempo.

Quindi, quando presi servizio in USL fu un vero trauma psichico dovermi confrontare con un orario di lavoro rigido e con una serie di altre limitazioni, come ad esempio quella discendente dal dover chiedere un permesso a qualcuno in carica per andare in ferie e per assentarmi per giustificati motivi.

Sentii questo, in particolare, come un vero e proprio "furto del tempo", a cui dovevo inevitabilmente soggiacere in cambio di uno stipendio.

Questa sgradevole sensazione rimase per tutto il tempo che fui in servizio presso la USL e poi la ASL, con tutte le vicissitudini correlate. Mi sentivo limitato, in qualche modo, impossibilitato a volare libero.

E ciò, benchè mi sentissi realizzato, perchè facevo esattamente ciò che mi piaceva fare. E in questo mi sentivo, ovviamente, un fortunato.

Tuttavia trovai degli escamotage, come quello di architettare molti modi diversi per sottrarmi all'impegno temporale continuativo.

E, quindi, tutte le volte che era possibile andavo a donare il sangue (il che comportava l'intera giornata libera dal lavoro), oppure sceglievo spesso di partecipare a convegni, congressi, seminari, corsi di aggiornamento, proprio in virtù del fatto di poter usufruire dei relativi giorni di congedo straordinario, Ecco dove mi pare di ritrovare la radice del sogno raccontato sopra. Anche i giorni di ferie preferivo utilizzarli in modo spezzettato, così da avere molteplici possibilità di "fuga", anxzichè essere costretto ad un unico blocco continuativo di vacanze (che anch'esso pesava come una costrizione), tipo "ferie aziendali".

Insomma, ogni scusa era buona. Ma naturalmente compensavo questa necessità escapista con la mia dedizione al lavoro, con la passione che vi immettevo, almeno sino quando non rimasi fortemente deluso dall'organizzazione istituzionale: una disillusione che attenuò il mio slancio, di molto.

Ciò che mi fiaccava, soprattutto, era il fatto di dovermi barcamenare continuamente a gestire il rapporto con persone (colleghi) mediocri e con altri che, invece, asservivano la loro presenza in servizio ad una spietata lotta per il potere, con l'uso di mezzi il più delle volte sleali per avere la meglio e il sopravvento.

Fui contento quando maturarono per me i parametri per poter andare in pensione: soltanto allora sentii di essere ritornato ad essere il padrone del mio tempo (ma sempre in modo relativo perchè i vincoli e i lacciuoli che la vita ci pone davanti sono molteplici) e capitano della mia nave. 

 

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4 agosto 2021 3 04 /08 /agosto /2021 06:04

Ecco due vecchi miei scritti, piuttosto dissacranti: ricordo che mi ero divertito molto a scrivere queste due piccole storie.

Vestito da campana

    

Capitolo1 - Travestito da campana

 

Oggi ho deciso di andare in giro travestito da campana
con un bel batacchio bronzeo che oscilla avanti ed indietro,
possente,
mentre cammino

Volevo andare tutto ignudo a fare la mia corsa

Ma siccome non si può,
perché a veder uno tutto nudo
i benpensanti si scandalizzano
farsi campana è un’ottima pensata
per chi voglia andare in giro
ignudo e con tutti i suoi attributi di fuori,
un travestimento discreto e poco appariscente

Sfido chiunque a riconoscermi così mascherato:
del tutto in incognito,
posso tenere il mio batacchio bene a vista,
tanto tutti pensano che esso sia
quello d’una surreale campana deambulante,

quasi un personaggio gogoliano!

Suona il campanello alla porta: qualcuno va ad aprire
Nessuno!
Sembra che non ci sia nessuno…
Chi ha bussato allora?
Qualcuno in vena di far scherzi?
Nooo!
Ma via!
Sono sempre io travestito da campanello
con il batacchino
tutto di fuori

A campane e a campanelli, da sempre,
sono concesse simili libertà,
quella d’esporre il proprio batacchio
a sole, vento ed intemperie

Agli umani invece è concessa la libertà
di camminare con il batacchio pendente
solo lontano da lontano indiscreti,
nel proprio spazio privato…

Salvo ad andare in luoghi consacrati ai non tessili,
ma non sempre ciò è possibile

Allora, proprio per questo oggi
ho voluto farmi campana


(Palermo, il 21.12.2005)

 

  

Vestito da campana

Capitolo 2 - Correndo vestito da campana, ho fatto - ahimè - più tardi del prevosto

Un bel dì
freddo e tempestoso
correvo
con lumachesco impeto,
anche quel dì
da campana vestito

Siccome l'aere
era freddo e pungente
per la bisogna
avevo indosso
un vestitino
adatto ad una campana
molto carampana
qual’ero io per l'appunto,
di buona lana e rustica fattura;
per intenderci:
cucito all'uncinetto,
come quelli delle nonne
nel buon tempo antico

Era un bel vestitino in due pezzi:
la parte di sopra a mantella
ben scampanata
come si conviene
ad una distinta campana
anche se un po’ scapigliata
ed una inferiore, lunga e stretta,
a far da rivestimento
al mio bronzeo batacchio

Così, campanavestito
correvo
con lento piede
lungo il litorale
con allegrezza
scampanando
di quando in quando
dindon dindon dindon
perchè non riesco mai a rinunciare
alla mia campanara vocazione
dindon dindon dindon
in verità emettendo
solo miseri suoni ovattati
dindon dindon dindon
perchè lo spesso involucro di tessuto
castrava il potere risuonante
dindon dindon dindon
limpido e profondo delle mie superfici
dindon dindon dindon
percosse invano dall'alacre batacchio
dindon dindon dindon

Corri  che stracorri,
il cielo s’è fatto scuro
e già
in un batter d’occhio
(…o di campana?)
volgeva al tramonto

La coltre di nubi corruscata
ed il mare percorso da minacciose increspature
rendevano l'ora
ancora più cupa e fosca

Tardi, troppo tardi
son arrivato all'appuntamento convenuto,
e - grosso guaio -
ho fatto ben più tardi del prevosto
il quale spazientito
m’ha lasciato in asso
nella torre campanaria
senza nemmeno la compagnia
del mastro campanaro ad accudirmi
per ritirarsi nella sua dimora
ben al calduccio del focolare
a consumare il prelibato desinare
ammannito dalla fida perpetua
(dove c’è un prevosto
c’è sempre una fida perpetua
ad accudirlo);
era questo il menu del giorno
destinato alla sua pancia robusta:
squisite uova del prevosto
con l'accompagnamento di squisita insalata
pure preparata alla maniera del prevosto,
con in più - dulcis in fundo -
un delicato piattino
d'ancinagghie di pollo,
ben note ai più
anche come “il boccone del previte”,
dunque del prevosto

Sempre nei panni della ben tornita campana
son rimasto a bocca asciutta
a lamentarmi e maledire la mia sorte,
mentre l’inedia spegneva il vigore del batacchio:
anche se una panciuta campana,
forte della sua bronzea tempra
mai dovrebbe sentire i morsi della fame

Morale della favola:
quando ci si fa campana,
pur scampanando ed essendo annunciati
da ritmici rintocchi
s’arriva al traguardo
sempre più tardi del prevosto
ed il proverbio dice:
chi tardi arriva male alloggia...
per trovare che tutte le squisitezze
se l’è già pappate il prevosto
senza aver nemmeno la gioia
di poter ramazzare le briciole
del lauto pasto

Siccome sono pervicace,
non per questo
una prossima volta
rinuncerò a vestirmi
da campana

Poi semplicemente dirò:
ho fatto più tardi del prevosto!!!
Amen e così sia!

 

(Palermo, il 29.01,2006)
 

 

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21 luglio 2021 3 21 /07 /luglio /2021 18:11
Ritratti di famiglia (foto di Maurizio Crispi)

Sono nella casa di via Lombardia
tutto è a soqquadro, sottosopra, gli arredi spostati,
alcuni addirittura rimossi,

i quadri tutti levati dalle pareti e accatastati alla rinfusa

Idem le foto di famiglia

Ed anche alcuni ritratti

Il disordine è orribile,
così pure il senso di abbandono

Scendono i vicini del piano di sopra
e guardano incuriositi la baraonda,
le porte sono aperte eanche il pianerottolo
è invaso da oggetti di casa

io sto cercando di rimettere un po' d'ordine nel caos
e nella stanza adibita a studio
cerco di ricollocare i quadri alle pareti

Un inane tentativo, vista la portata dello scompiglio

I vicini mi chiedono di mostrare loro un'immagine di mio padre

Preso così di sorpresa,
vorrei mostrare loro un disegno a pastello
un ritratto di mio padre
realizzato da un suo compagno di sorte
negli anni di prigionia

Mi è sempre piaciuto molto
un leggero cartocino in formato
si direbbe oggi A4

Le tinte dei pastelli nel tempo
si sono un po' sbiadite,
malgrado laprotezione fornita dal vetro

Tanto mi piaceva
che dopo la morte di papà
lo feci mettere in cornice

Sollecitato dall'interesse dei vicini,
lo cerco per un bel po', senza trovarlo

E dopo aver molto scartabellato
eccolo lì ad occhieggiare
da sotto una pila di altri quadri e libri,

Lo prendo per mostrarlo ai miei visitatori
quasi con un grido di soddisfazione,
esultante

Guardo anch'io il disegno
ma non è quello che ricordavo e ritenevo di aver trovato
Sono preso da un senso di spaesamento

Questo che ho sotto gli occhi è appena un abbozzo informe
potrebbe essere qualsiasi cosa

Propongo loro altri fogli sciolti
ma tutti si presentano identici,

o meglio, sono tutti abbozzi lievemente diversi,
ma in nessuno mi pare di vere emergere
le familiari fattezze di mio padre da giovane

I vicini se ne vanno

Malgrado il disordine
le stanze hanno ora un aspetto migliore
ed anche appaiono più luminose e spaziose

Appoggiati al muro,
vedo una serie di dispositivi nuovi
per l'illuminazione e diversi lampadari,
una griglia metallica quadrata
di dimensioni smisurate
per ospitare un impianto di lampade a led
che presumo dovrà essere issata
per coprire l'intera superficie del soffitto di una stanza

Non ne so niente
Chi sta facendo tutto questo?
Un po' il pensiero che qualcuno stia cambiando
lampadari e applique
per sostituirli con qualcosa di più moderno
mi irrita profondamente
ed anche mi lascia un po' sgomento

(dissolvenza)


Piano Aci (Altavilla Milicia), il 21 luglio 2021

 

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21 giugno 2021 1 21 /06 /giugno /2021 06:48

Il 21 giugno è ricorso il sesto anniversario della morte di mio fratello Salvatore.
Sei anni fa, nel 2015, attorno alle 20.30, mio fratello Salvatore, all'improvviso, ci ha lasciati.

Noi siamo rimasti indietro, mentre lui è andato avanti, altrove.

Noi siamo rimasti a dover gestire dentro di noi un grande, incolmabile, vuoto.
La sua vita è stata di esempio. Operosa, benchè lui stesso fosse gravemente disabile, nella sua lotta generosa e intelligente a favore delle persone con disabilità.

Con le sue azioni e con le sue convinzioni ha dato speranza molti ed è riuscito a riunire tanti gruppi sparsi attorno ad un grande progetto comune.
La memoria di lui rimane sempre viva in tutti quelli che gli sono stati vicini, oggi come ieri.

Dovunque egli sia, ora egli ci guarda e ci osserva, con il suo sorriso benevolo: io, almeno, voglio pensare così.

Salvatore Crispi (foto di Maurizio Crispi)

Questo ha scritto Rosario Fiolo per ricordarlo:
(21 Giugno 2021) Sesto Anniversario della scomparsa di Salvatore Crispi, Presidente del Coordinamento H della Regione Siciliana:
"Il Gigante dei Diritti delle Persone con Disabilità".
Abbiamo bisogno, oggi più che mai, in un momento di grande crisi come questo, di fare riferimento a "giganti" come Salvatore Crispi.
Un momento tragico in cui sembrava che l'unione dovesse prevalere e, invece, in questo periodo, sembra che si vada in direzione opposta.
Ma solo l'esempio di un uomo come Salvatore Crispi che ha impostato la sua vita all'insegna di Solidarietà, Condivisione, Altruismo ci può aiutare a superare la crisi.
Salvatore Crispi ci ha lasciato in eredità questi valori e la sua idea la metteva in pratica con il "Coordinamento".
Coordinamento: mettere insieme le differenze e creare interazione tra le parti per raggiungere obiettivi comuni.
Dobbiamo continuare a portare un contributo nel solco da lui tracciato e insistere a lottare per la garanzia dei diritti delle Persone con Disabilità affinché ognuno di loro possa realizzare il proprio Progetto di Vita.
Grazie sempre Salvatore.

21 giugno 2021, sesto anniversario della morte di mio fratello Salvatore
21 giugno 2021, sesto anniversario della morte di mio fratello Salvatore
21 giugno 2021, sesto anniversario della morte di mio fratello Salvatore
21 giugno 2021, sesto anniversario della morte di mio fratello Salvatore
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2 giugno 2021 3 02 /06 /giugno /2021 16:29
Otto ore di Capraia (forse 2003)

Ho sognato che correvo una maratona
Ed era la Maratona di New York
Riconoscevo alcuni luoghi dai quali ero già passato innumerevoli volte, in precedenti occasioni.
Era la Maratona della Grande Mela, ma nello stesso tempo non lo era. Familiare e, nello stesso tempo, estranea e sconosciuta.
Correvo e correvo e correvo.
Ad un certo punto sentivo che le gambe mi si facevano pesanti.
Era da molto che non correvo una maratona.
Eppure, per quanto rattrappito e piegato su me stesso riuscivo ad andare avanti.
Al passaggio da un posto di ristoro, mi porgevano un sacchetto di carta pieno di vettovaglie.
Ci frugavo dentro e trovavo un succo di frutta in tetrapak ed anche una formella di cacio che sembrava molto appetitosa.
Un podista rimasto senza rifornimento mi si affiancava ed allungava la sua mano rapace dentro il mio sacchetto, tentando di arraffare la formagella.
Io lo stoppavo con un moto di stizza.
"Smettila!" gli dicevo.
Un vero e proprio parassita.
Quello mi guardava e rideva.
Allungava di nuovo la mano e metteva dentro il mio sacchetto la sua spazzatura.
"Ma sei proprio un puzzone!" così lo interpellavo, riesumando un modo di re di mia madre, quando io facevo una qualche monelleria.
Correvo a piedi nudi.
Sentivo sotto le piante dei piedi le asperità dell'asfalto, ma di questo intimamente gioivo.
Mi sentivo come l'uomo chiamato cavallo del film, costretto a correre nudo e scalzo per salvarsi la vita.
Nel mentre arrivavo ad un nuovo posto di ristoro.
Qui c'erano dei nebulizzatori d'acqua per rinfrancare i podisti dalla calura, ma anche - a parte - degli spessi tappeti di ghiaccio triturato,  in modo tale da consentire ai piedi infiammati dei podisti di trarne beneficio e lenimento.
Io rifuggivo dall'acqua nebulizzata ed invece passavo dal tappeto di ghiaccio, che a me risultava altamente "balsamico", visto che stavo correndo scalzo.
Dovevo affrontare una lunga salita ed ero sopraffatto da onde di sconforto, perché il mio corpo reagiva a fatica e mi sentivo tutto un fascio di dolore e intorpidito.
Eppure, andavo avanti a passetti piccoli, uno dietro all'altro, testa china e occhi rivolti a terra, come un asino bendato costretto a far girare la macina.
Ad un altro posto di ristoro mi davano una carrozzella a ruote per disabili, di foggia antica: schienale alto, grandi ruote posteriori, ruote anteriori pure piuttosto grandi, una larga predella per poggiare i piedi.
Mi ci si sedevo per avere un po' di conforto.
Nel frattempo la strada cominciava ad avere una certa pendenza a me favorevole e con il carrozzino acquistavo velocità per un largo stradone di cui non si vedeva la fine.
E di nuovo quel podista stizzoso di prima me lo ritrovavo sulla predella delmio mezzo di fortuna.
Se ne stava dritto in piedi come un fuso, i capelli scompigliati dal vento della corsa. Mi guardava e rideva beffardo.
"Scendi, scendi!" gli gridavo "Ma sei proprio un bel tipo! Approfittatore!"
La carrozzina prendeva velocità sempre di più e cercavo di frenare afferrando gli anelli delle ruote per contrastare la loro vorticosa rotazione
Ma senza molto successo, in verità: ad una leggera curva non riuscivo a mantenere in assetto la carrozzina e mi ribaltavo, ma senza danni, per fortuna.
Riprendevo a correre rinfrancato e mi sembrava di intravedere i ponti di Harlem.
Cominciavo a pensare, con molta concretezza: "Ce l'ho fatta! Fra poco entrerò a Central Park".
Central Park era una metà ormai vicina, non più irraggiungibile, come mi ero sentito qualche chilometro prima. E si accresceva l'effetto narcotizzante delle due ali di folla incitante.
Dopo tanti anni di non partecipazione alla Maratona di New York stavo per farcela di nuovo!
Anticipando la gioia dell'arrivo mi mettevo a piangere, squassato dall'emozione. Calde lacrime copiose scendevano sulle mie guance,
aggiungendosi al sudore che già impregnava la mia T-shirt

Lacrime sudore e sangue
Lacrime sudore e sangue
ma anche gioia ed emozione

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8 maggio 2021 6 08 /05 /maggio /2021 10:50
Fonte: inconscienzazen.it

A posto siamo! Ci mancava soltanto il razzo cinese a colorare di ansia i nostri giorni.
Il missile cinese "Lunga marcia 5B" sta per fare un rientro incontrollato sulla superficie terrestre.


(Larepubblica.it) Un razzo in caduta libera e dieci regioni italiane del Centro-Sud in allerta. Umbria, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna potrebbero essere interessate dalla caduta di frammenti del razzo spaziale cinese 'Lunga marcia 5B'.
La previsione di rientro sulla terra è fissata per le ore 2:24 del 9 maggio, con una finestra temporale di incertezza di circa 6 ore, avanti o indietro sull'orologio. Il consiglio della Protezione civile è di stare al chiuso e non in luoghi aperti dal momento che "è poco probabile che i frammenti causino il crollo di edifici".
La protezione civile avverte anche che è più sicuro stare nei piani bassi delle abitazioni e raccomanda di "stare al coperto".

 

Le misure di protezione suggerite mi hanno fatto pensare a quando feci l'ufficiale medico di complemento: durante il corso a Firenze, tra le diverse materie in programma, ci fecero studiare anche "Difesa ABC" che significa allora "difesa contro armi atomiche, biologiche, chimiche". Spiegavano che in caso di esplosione nucleare andava bene, per proteggersi, anche mettersi sotto un tavolo se non c'era nessun altro riparo a portata di mano. E del resto, negli Stati Uniti, negli anni della guerra fredda, facevano fare alla popolazione civile delle esercitazioni, simulando un attacco nucleare: e, anche in questo caso, venivano date analoghe indicazioni.
In uno dei film con Indiana Jones (Spielberg, il regista; ma non ricordo esattamente quale della serie inaugurata con "Indiana Jones e i Predatori dell'Arca Perduta"), Indy in una sequenza di antefatto viene a trovarsi in una città finta, ma costruita alla perfezione con tanto di manichini che simulano le persone di una tranquilla cittadina della provincia americana (esempi: una famigliola seduta a tavola a fare colazione, gente per strada intenta in varie attività, una mamma con passeggino). Indiana Jones, dopo un attimo di smarrimento, comprende che si tratta di uno scenario per l'esecuzione di un test nucleare e, fino a questo punto, è ancora tranquillo. Negli anni Cinquanta e Sessanta, negli Stati Uniti, facevano esattamente così, ed inserivano manichini ed oggetti di uso quotidiano per studiare gli effetti dell'esplosione nucleare su persone e cose.
Ma, in un crescendo di ansia, il nostro protagonista sente una voce diffusa dagli altoparlanti che invita tutti i tecnici a sgombrare il campo e a ritirarsi nei rifugi appositi, e quindi comincia un conto alla rovescia. Non avendo vie di fuga, Indiana Jones apre un frigorifero - messo lì come arredo - lo svuota di tutto il contenuto e ci si chiude dentro. Il conto arriva allo zero: grande deflagrazione, tempesta di vento e di fiamme, fungo atomico. Quando il furore della bomba si placa, dove c'era la finta città si vede soltanto un deserto di macerie, e - al centro di questa distesa desolata - il frigorifero-rifugio anti-atomico intatto. Dopo un attimo di sospensione, si apre la sua porta, spinta dall'interno: ed ecco che si vede uscire Indiana Jones, un po' impolverato, ma sostanzialmente illeso.
Quei test nucleari negli Stati Uniti, condotti all'insaputa della popolazione che viveva attorno e a media ed anche a notevole distanza causarono molti morti nel lungo termine per via della contaminazione radiottiva e della ricadute delle scorie nucleari: ma tutto era secretato. Si trattava di attività - come si dice oggi - "classificate". E quegli scienziati militari (pazzi!) ebbero modo di studiare anche, in questo modo crudele e disumano, gli effetti, a media e a lunga distanza, delle ricadute radioattive.
Quante cose, ancora oggi, avvengono a nostra insaputa, con ricadute gravi sulla nostra salute e sul benessere del pianeta? Non lo sappiamo, ma possiamo soltanto immaginarlo!
E non abbiamo modo di difenderci...

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5 maggio 2021 3 05 /05 /maggio /2021 07:28
Francesco Crispi giornalista (1918-1972) - Foto di Maurizio Crispi

Oggi è il 5 maggio e ricorre il 49° anniversario dell'incidente aereo di Montagna Longa, nel quale perse la vita mio padre Francesco, assieme a tutti i passeggeri e ai componenti dell'equipaggio di quel volo, in tutto 115. E successo 49 anni fa, ma a me sembra ancora ieri:  Molte vite, troppe, furono spezzate in una vampa sul monte. Il ricordo di quel dolore è tuttora vivido per tutti.

In quella circostanza perse la vita anche una mia cugina, figlia del fratello di mamma, Giovanni, Elisabetta Salatiello (e, ovviamente, cugina di Maria Patrizia) che, in quel periodo, aveva avviato un lavoro a Roma. Quell'aereo era pieno di palermitani "impegnati" su vari fronti e che si muovevano con notevole frequenza da Palermo per lavoro. Tutti ritornavano quel venerdì che era esattamente alla vigilia delle elezioni politiche e, dunque, quel disastro colpì duro. Da Carini la folla radunata in piazza per l'ultimo comizio prima del silenzio elettorale vide la vampa sul monte.
In questa ricorrenza, a seguito di alcuni post condivisi e in risposta ad alcune domande, sono arrivati alcuni frammenti di ricordi (cose di cui forse ho già parlato in altre circostanze).
L'orologio che mio padre aveva al polso non venne mai restituito: si dice che subito, prima ancora che sulla montagna potessero salire i primi soccorsi ufficiali, ci fu il tempo perchè alcuni mettessero in atto esecrabili azioni di sciacallaggio, alla ricerca di denaro e di preziosi.
Per esempio, a distanza di tempo, ci convocarono al comando dei Carabinieri di Palermo per restituirci il portafoglio di mio padre con i documenti che aveva con sé (carta d'identità, patente e poche altre cose) e che, però, non conteneva alcuna banconota (una mancanza che saltava all'occhio, poichè a quel tempo non esistevano ancora i Bancomat). Ci restituirono la fede nuziale, un po' deformata (e si poteva immaginare perché) e la chiave per aprire la valigetta samsonite, con cui papà viaggiava, e l'impugnatura della chiave era scalfita da uno sfregio (e si può immaginare perché). Un autentico, triste, reperto, tengo tuttora nel mio mazzo di chiavi in uso e ogni tanto percorro con il polpastrello quella scalfittura (e quando lo faccio non posso non pensare alla potenza dell'esplosione e dell'impatto). La fisicità di quest'oggetto minuscolo e la presenza fisica di quello sfregio, inciso indelebilmente sulla superficie di metallo, mi riconducono ogni volta in quel uogo e in quel momento.
Quella fede ammaccata mia madre la indossò assieme alla sua, mettendola sotto perchè essendo il dito di mio padre, altrimenti sarebbe sfuggita via. Ma dopo qualche anno la mise via, non so perchè.
Non andai mai all'Istituto di Medicina Legale dove erano state raccolte le salme o quel che restava dei corpi. Mi dissero che non era necessario che io mi sottoponessi a quel supplizio ed io accettai supinamente quest'indicazione. Ero troppo stralunato per oppormi.
Rimasi ad aspettare a casa, assieme alla mamma e a mio fratello.
A distanza di tempo mi dispiaccio di non essere andato e di non aver assaporato quel calice sino in fondo.
Di mio padre vidi, dopo un paio di giorni, soltanto una cassa da morto che venne portata in casa per la veglia funebre, già sigillata. E non potei che accettare il fatto, ma senza io averne alcuna evidenza fisica, che lì dentro ci fosse proprio lui. Forse per via di questa mancanza, quando la mamma è morta, l''ho voluta fotografare per un ultima volta, composta nella bara. E così ho fatto per mio fratello.
Un mio zio mi mostrò una foto pubblicata su "L'Ora" che ritraeva una chiazza scura (che faceva pensare ad un corpo) addossata ad una barriera di filo spinato, e uno in piedi che guardava ad essa, un po' chino in avanti, una foto ripresa in notturna con il flash e quindi con i contrasti sparatissimi: e mi disse che forse si trattava di papà per come era stato trovato.
Sono dei ricordi indelebili che ogni tanto riaffiorano.
Quando mio padre è morto aveva da poco compiuto 54 anni ed io ne avevo 22.
Oggi che, dalla sua scomparsa, ne sono passati 49 di anni, io ho vissuto per 15 anni più a lungo di mio padre e pertanto sono diventato più vecchio di lui che, per me, è fissato nel ricordo quando all'improvviso non torno più.
Le cose strane della vita.
Se avesse continuato a vivere (e lui diceva sempre che avrebbe vissuto a lungo perché tutti nella sua famiglia erano stati longevi), avrebbe da poco compiuto 103 anni.
Quando è morto, io ero in difficoltà nel rapportarmi con lui, visto che aveva una grande statura intellettuale ed io, nel confronto, mi sentivo piccino ed insignificante. Ero alla ricerca della mia identità e, dunque, cercavo di prendere le distanze da lui, a volte rifiutandolo quando lui cercava di essermi vicino.
E poi è morto e, quindi, il possibile confronto è rimasto in sospeso, lasciandomi dentro molto rimpianto ed amarezza, per le parole che non ero stato capace di dire.
Così vanno le cose della vita.

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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