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23 settembre 2022 5 23 /09 /settembre /2022 10:27

Questo è uno scritto che risale al 2006, anche questo sepolto dentro i meandri del mio profilo Facebook. Lo ripropongo qui perché lo trovo carino ed è un bel ricordo, sia della cagnetta che, dopo una lunga vita, se ne è andata, sia perchè vi si racconta di un'interazione con mio Francesco di allora (allora appena tredicenne).

(Palermo, il 3.3.2006) Un giorno come tanti il cibo di Frida era già bell’e pronto nella sua ciotola, fumante.

Ho chiamato Francesco e gli ho detto: "Dai facciamo uno scherzetto a Frida".

Ho cominciato a fingere di mangiare dalla sua ciotola. Ci ho affondato la testa dentro, iniziando ad emettere una sinfonia di goduriosi rumori di masticazione ed ingurgitamento, con un intercalare di ostentati mugolli di piacere.

Poi, ho passato la ciotola a Francesco perché facesse lo stesso.

Frida se ne stava seduta ai nostri piedi e ci divorava con lo sguardo, attentissima.

Più volte ha deglutito: si vedeva chiaramente che aveva l'acquolina in bocca, ma che, nello stesso tempo, si sentiva terribilmente frustrata.

Ad un certo punto, persistendo lo scherzo, si è fatta lamentosa e ha preso ad emettere qualche guaito.

Abbiamo ripetuto la stessa sceneggiata più volte, scambiandoci la ciotola.

E Frida se ne stava sempre lì, seduta, seguendo con lo sguardo attento ora me, ora Francesco, senza perdersi nulla della scena.

Dopo un po' di quest'andazzo ho detto a Francesco, con un conclusivo mugolio di piacere e con una certa ostentazione; "Che ne dici, ne lasciamo un pochino di questo ottimo desinare a Frida"?

"Va bene", mi ha immediatamente fatto eco lui.

Ho posato la ciotola per terra, nel solito posto.

Frida ci si è avventata con furia e ha cominciato a mangiare ingordamente.

Mai l'avevo vista prima ingurgitare il suo cibo così celermente e con tanta foga.

Magari, mentre trangugiava, pensava: "E' meglio che mi sbrighi: se no questi due disgraziati ci ripensano e vogliono di nuovo mangiare dalla mia ciotola...".

Insomma, in quattro e quattrotto, Frida si è spazzolata tutto il cibo e per concludere ha sberleccato con meticolosità ogni centimetro quadro della sua ciotola, sino a renderla lucente e pulita.

Alla fine del fiero pasto ha emesso un rumoroso rutto e, dopo essere stata a ciondolare per un po' vicino a noi, nell'eventualità che ci fosse dell'altro cibo, è andata ad acciambellarsi nel suo solito angolo.

Con un sospiro di soddisfazione, s'è appisolata, sicuramente pensando: "Ma vedi cosa mi tocca subire..."

 

Frida (2003-2018) - Foto di Maurizio Crispi

Ecco la Frida! Osservate come mi guarda, mentre mangio la sua carne… La sua carne? E cos'è successo?

Questa è la piccola storia che posso raccontarvi, a partire da questo sguardo.
Sono andato a fare i soliti lavoretti settimanali in campagna.
Avevo comprato dei petti di pollo da cucinare ai ferri.
Ma invece, per distrazione, ho preso dal surgelatore il pacchetto di tritato della canuzza (tipico!).
Quando mi sono accorto dell'errore, ho detto: "Pazienza! Farò a meno della carne!", avendo anche delle verdure da mangiare.
Ma poi ci ho ripensato: ho condito il tritato con olio, sale, origano, abbondante pepe e peperoncino, pan grattato. E l'impasto ho lasciato a riposare.
Ho preso dei pomodorini, li ho sminuzzati e li ho passati in olio caldo, aggiungendo poi tutto il tritato condito per far soffriggere il tutto.
E, quindi ho preso a degustare la carne trita: "Mmmmmmm! Com'è buona"!
La canuzza che, prima mi ha visto maneggiare il suo pacchetto di carne (ormai lo riconosce benissimo: mica stupida!), si è sentita vittima d'una palese ingiustizia.
Mi guarda vogliosa, comunicandomi, con il suo sguardo languido ed intenso insieme, di sentirsi vittima di un'ingiustizia.
Via! Gliene lascerò un poco!
Anche se la mia pietanza improvvisata é venuta su buonissima e sarà veramente duro metterne via una parte.
Ma le fedeli bestioline non bisogna mai tradirle!

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30 agosto 2022 2 30 /08 /agosto /2022 17:02

Questo scritto è stato lanciato come nota su Facebook il 29 agosto 2010. Anche questo è sfuggito alla pubblicazione alla pubblicazione nei iei due blog di allora. Lo rilancio qui, perchè il suo contenuto mantiene una sua attualità. E' un dolente amarcord tra i ricordi della mia infanzia sulle cose che avevamo e che non ci sono più.

Venditore di ghiaccio

Ecco quello che c'era un tempo d'estate e adesso non c'è più:  un mio piccolo tentativo di amarcord di molte delle cose che abbiamo perso per strada.

Per le nostre strade passavano più volte delle speciali autopompe attrezzate con appositii spruzzatori che irroravano la sede stradale con getti d'acqua, in modo da mantenerne la superficie sempre fresca...

I grandi teloni che venivano stesi da un muro all'altro delle strade più strette e affollate, in modo tale da mantenere sempre l'ombra e la frescura. Questi teli venivano occasionalmente bagnati con acqua nelle giornate di maggiore caldo. Una simile usanza la si può riconoscere ancora negli antichi mercati di Palermo e, soprattutto in quello di Ballarò.

Il furgone del ghiaccio che, nelle prime ore del giorno, faceva un porta a porta presso tutte le case attrezzate con ghiacciaia per la consegna della/e barra/e di ghiaccio: e per effettuare la consegna, uno degli addetti saliva le scale portando la barra di ghiaccio a spalla, riparandosi la schiena e la testa con sacco di tela aperto su di lato e indossato a mo' di mantello con cappuccio. I piccini erano un po' intimoriti da questo "uomo del ghiaccio".

Le pale di ventilazione al soffitto in tutti i locali pubblici che erano regolate su di una rotazione lenta, in modo tale da realizzare con costanza la minima movimentazione di aria, eppure efficace. Una variante: il ventilatore casalingo a piantana (anni '50) con un pezzetto di barra di ghiaccio messo davanti alle pale, in modo da rinfrescare il flusso d'aria.

Il venditore di gelsi che quand'ero piccino passava per le vie della città il più delle volte su di una bici carica di piccoli cesti, ripetendo di continuo il suo richiamo "Asstura v'arrifriscano!"

L'ascaretto: nei giorni di gran caldo era il più bel premio che potesse spettare a noi piccini. Nel tempo che lo consumavi si formava sul rivestimento di cioccolatto fondente una sottile patina di condensa... Ma ancora più in antico, scivolando all'indietro negli anni in cui i nostri genitori erano giovani, un'autentica leccornia servita all'Extrabar (oggi scomparso e sostituito da un anonimo negozio di abbigliamento alla moda) la banana sbucciata, rivestita di cioccolatto fondente e conservata al freddo, da consumarsi come un gelato.

Le stanze dello scirocco in cui rifiugiarsi nei giorni di maggiore calura - e soprattutto di scirocco - e i teli di canapa alle finestre da tenere bagnati per rendere fresca l'aria proveniente dall'esterno.

Le lunghe passeggiate sul lungomare del Foro Italico sull'imbrunire, con la classica sosta da Ilardo per degustare un "pezzo duro" oppure lo spongato, rigorosamente servito in coppette metalliche (bene o male, per fortuna queste usanze si mantengono ancora abbastanza bene).

L'acqua ghiacciata servita con un'abbondante spruzzata di zammù.

Il venditore di anguria ghiacciata e il ficodindiaio: oggi, i loro baracchini vivacemente colorati tendono a scomparire e sono sostituiti da anonimi venditori ambulanti di paccottiglia globalizzata.

Il venditore di granita alle essenze più diverse (la più ambita: quella alla "granatina"), realizzata con il ghiaccio grattato o tritato sempre da un pezzo di quella barra di ghiaccio distribuito per l'uso delle ghiacciaie casalinghe

Se si pensa a tutto ciò, si prova un'acuta nostalgia per tante di questi oggetti e uanze scomparsi o divenute desuete che non torneranno più indietro! Cosa accadrà quando le generazioni che conservano ancora questi ricordi saranno scomparse?Per molti rimane soltanto il ricordo nostalgico di come le cose erano un tempo: e, forse, si era più contenti, quando non c'erano tutti gli ausili tecnologici di adesso.

Tutto oggi tende all'omologazione, alla globalizzazione, alla creazione e alla moltiplicazione di neo-bisogni e, soprattutto, si avverte la sistematica scomparsa delle cose che ho elencato e di tante altre che, in gran parte, erano accomunate dal fatto di possedere una forte "cifra sociale" e aggregante...

Oggi, al contrario, per combattere il caldo si sta al chiuso della propria stanza con aria condizionata oppure nel claustrum refrigerato dell'abitacolo della propria auto.

Ogni azione oggi è pervicacemente all'insegna del consumismo individualizzato (sempre più spinto), mentre gli spazi pubblici si desertificano e vengono sottoposti al massiccio inquinamento termico dei condizionatori d'aria che vanno a tutto volume per mantenere freschi gli spazi privati.

 

 

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25 agosto 2022 4 25 /08 /agosto /2022 10:54
La mia casa natale

La mia casa natale

Io e la mamma (foto di mio padre Francesco)

É qui che son nato il 9 agosto 1949, a Palermo, al primo piano della palazzina in Viale Regina Margherita, n. 11
Una casa che rimane piena di ricordi anche se, ormai, da lungo tempo venduta
Il balcone sul prospetto (a sinistra nella foto) e quello sul retro del’appartamento erano teatro dei miei lanci di monello, frutti, oggetti di casa, indumenti, giocattoli, talvolta perfino una sediolina abbinata al mio piccolo desco.
Lanci che, a volte, erano preceduti da una rincorsa vorticosa e, in questi casi, c’era spesso qualcuno dei grandi che mi inseguiva nel tentativo di trattenermi.

Io ero un fulmine di guerra e quindi non sempre i placcaggi avevano buon esito…

Il nostro appartamento confinava con quello delle prozie: al momento dell'acquisto, nell'anteguerra c'erano la prozia Irene che era rimasta vedova precocemente e la prozia Natalia che, pure morì presto, poichè non stava bene in salute, era sofferente. Sin dall'inizio le prozie decisero che dovevano poter comunicare velocemente con la nonna Maria e, a questo scopo diedero disposizione al mastro di creare una finestrella di comunicazione tra i due appartamenti in corrispondenza di un muro maestro dove si trovavano le camerette con soppalco che erano pensate come stanzetta per far dormire la domestica.
Questa finestrella veniva tenuta chiusa da entrambi i lati con una tendina in modo da evitare fastidiose correnti d'aria e la propagazione non desiderata di voci e di conversazioni. Al centro del suo ripiano della finestrella (che aveva una profondità di più di 50 centimetri) stava una campanella d'argento, di modo che chiunque - da un lato o dall'altro sentisse la necessità di dire qualcosa  - potesse mettervi mano e il suono argentino potesse richiamare l'attenzione dall'altro lato della finestrella.
Scoperta questa cosa, io da piccolo mi divertivo moltissimo: spesso, non visto, facevo risuonare la campanella e poi andavo a nascondermi nel soppalco per vedere l'effetto che faceva. Si sentiva presto uno strascichio di piedi e arrivavano - a velocità diverse - la Marietta (la  nostra domestica) e la Vincenzina (quella della prozia) e ogni volta iniziava un dibattito tra le due su chi avesse chiamato e perchè. Il mistero rimaneva, ovviamente, irrisolto e entrambe tornavano alle loro faccende. A questo punto io scendevo dal soppalco e tornavo a far risuonare la campanella. Di nuovo mi nascondevo per vedere l'effetto che faceva. E così via, per tante volte di seguito. In silenzio, mi facevo delle grasse risate.

Il soppalco era pieno di bauli e di cose vecchie: ed era per me un luogo affascinante, al quale si accedeva per una ripida scaletta simile a quella delle navi. E qui, tante volte, mi mettevo a scartabellare e ad esplorare.
Per questo motivo la stanzetta mi faceva pensare ad un covo di pirati. Quando già la Marietta non c'era più, in questa stanzetta a volte dormivamo con i iei cuginetti, quando rimanevano a pernottare da noi. Ed era proprio come dormire in un posto di avventura ed esotico.

E sulla casa originaria di Viale regina Margherita ci sarebbero davvero tante storie da raccontare, molte delle quali le ho pubblicate nei miei blog, nel corso degli anni man man mano che rìi ricordi affioravano e richiedevano di essere in qualche modo fissati.

Ma tornando alla foto che mi ha dato lo spunto per scrivere queste cose, quando ero piccolo, la conifera svettante davanti all’edificio non c’era.
Invece, c’era un vigoroso rampicante - una varietà di gelsomino dai fiori profumatissimi - che, prendendo origine dal giardinetto sottostante si arrampicava, attorcendosi, sino alla colonnina angolare del nostro balcone.
Molte delle palme che fiancheggiavano su ambo i lati Viale Regina Margherita sono state sterminate dal punteruolo rosso

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18 agosto 2022 4 18 /08 /agosto /2022 10:09

Il 18 agosto 2010, mentre facevo una passeggiata antelucana con il mio cane, camminando lungo Villa Sperlinga sopraggiunsi sul teatro di un gravissimo incidente d'auto da poco accaduto.Un giovane alla guida di una piccola monovolume rossa era morto sul colpo dopo che, per un errore di manovra (o per un improvviso perdita di controllo), la sua auto lanciata a folle velocità si era schiantata sulle auto parcheggiate a fianco del giardino pubblico.
La giovane vittima era già stata portata via: rimanevano soltanto i rottami dell'auto in attesa che i Vigili Urbani compissero i loro accertamenti.

Rimasi fortemente impressionato da ciò che vidi e la mia mente si spostò velocemente, con un rapidissimo back-rewind, a quando appena diciottenne (quindi, credo che fosse nell'autunno del 1967, quindi con un balzo indietro di più di quaranta anni, ero stato io ad incorrere in un grave incidente con la moto: un incidente che avrebbe potuto essere letale, ma la sorte aveva decretato che io, invece, dovessi vivere. Finii in ospedale, però, dove il giorno successivo subii un intervento in sala operatoria per le suture delle ferite lacero contse che avevo riportato.

E ricordai anche che, nel 1991, cercando di rimemorare alcune sensazioni che erano rimaste fortemente impresse dentro di me in quelle circostanze, avevo scritto alcune frasi, una mia "nota di diario" come amo dire, parlando di ciò che butto giù di tanto in tanto.

Di seguito, il testo scritto nel 1991 (recuperato dalle "note" di Facebook) e la breve notizia, scarna, presumibilmente ricavata da un comunicato d'agenzia su quell'incidente così perturbante di cui ebbi modo di osservare ciò che rimaneva.

 

Cattedrale di silenzio

(1991, pensando all'autunno del 1967)

 

Distesa di silenzio oscuro

Lontano, al di là della vasta cattedrale di tenebre

ammiccano minute luci pulsanti

assiepate

gialle arancione bianche rosse

Separatezza senza nostalgia

Lieve

galleggio nel buio

inondato dalla meraviglia

e dalle vibrazioni di una pace

mai conosciuta prima

 

Solitudine che non pesa

 

Poi, di botto,

il tumulto delle voci

stridore di freni

la sirena lontana di un'ambulanza

(o il clacson di un'auto premuto a cappella?)

lacera il cielo

come un urlo di dolore

 

(2022) Scrissi tutto questo per esprimere le mie sensazioni: appena subito l'impatto (ero volato sul tettuccio di un'auto parcheggiata sulla quale mi ero schiantato), rimasi lì con questa sensazione fluttuante di pace profonda e di silenzio. EEra sera quando accadde l'incidente, vedevo le luci della via, ma mi sembravano lontanissime come se mi fossi allontanato a dismisura. E assieme alla pace, c'era un silenzio profondo. Mi sono chiesto più volte se queste sensazioni non siano state l'equivalente di un'epserienza di quasi-morte. Poi, però, sono tornato indietro: trovai la forza di scivolare giù dal tettuccio dell'auto e di mettermi in piedi. Però, di lì a poco fui travolto da sensazioni di violento dolore, senza potere capire la causa. Era tutto il corpo che mi faceva male. E soprattutto, malgrado le ferite che poi furono evidenziate non c'era sangue. Ce n'era soltanto una macchiolina, più piccola di una lenticchia, sui pantaloni.
Fui caricato in macchina dallo stesso investitore (colui che tagliandomi la strada aveva provocato l'incidente) e fui trasportato subito al Pronto Soccorso di Villa Sofia.
Durante il trasporto, mi contorcevo dal dolore: alla fine del breve viaggio mi ritrovai con la testa e il busto al posto dei piedi e piedi e gambe sul sedile. C'era un unico (giovane) medico presente. Mi visito. Scoperse le ferite lacero-contuse e voleva subito suturare. Ed io mi opposi. Gli dissi che volevo che, prima di ogni cosa, arrivasse mio padre. Il medico, vedendo la mia ferma opposizione, si rassegno ad attendere. E, in effetti, quando mio padre arrivò, dopo una breve discussione e considerando la delicatezza dell'intervento di sutura, io venni ricoverato per essere suturato il giorno successivo in sala operatoria e sotto anestesia.
Oggi le cose sarebbero andate diversamente, io sarei rimasto sul posto in attesa dell'arrivo dell'ambulanza del 118 e sarei stato soccorso in maniera meno "garibaldina", ma allora si usava così. Oggi, però sarei rimasto a lungo in attesa dell'arrivo di un'ambulanza, come è capitato al ragazzo deceduto nell'incidente del 2010.
E' andata bene, ero senza casco, perchè allora non si usava; non subii un trauma cranico (a parte il forte shock), ma avrei potuto riportare una grave frattura del bacino. Il medico che ebbe a visitarmi (non quello del Pronto Soccorso), mi disse che mi era andata bene perchè ero giovane e le mie ossa erano ancora molto elastiche.

Incidente d'auto 1991, Villa Sperlinga, Palermo

Ma torniamo al 2010. Ho scritto "Cattedrale di silenzio" quasi vent'anni fa (in calce alla pagina c'è scritto: 6 gennaio 1991), sforzandomi di ricordare le sensazioni sperimentate più di venti anni prima, quando incorsi in un grave incidente con la moto, dal quale per fortuna - e miracolosamente, malgrado la violenza dell'impatto - uscii indenne.

Le riprendo oggi per pura causalità e le presento qui, lievemente trasformate in modo più conforme con il mio modo di scrivere attuale (e qui mi riferisco al 2010).

Un ragazzo di vent'anni, L.A., è morto la notte scorsa a Palermo in un incidente stradale verificatosi in via Piemonte, all'altezza di Villa Sperlinga. La monovolume rossa, su cui viaggiava in compagnia di un'altra persona, si è schiantata contro un suv parcheggiato lungo il marciapiedi che costeggia la villa. L'urto è stato di una violenza tale da spostare il suv di diversi metri. Oltre ai Vigili urbani e al 118 sono intervenuti anche i Vigili del Fuoco per tagliare le lamiere e liberare i due occupanti della vettura. Il ferito è stato soccorso e trasportato nel più vicino nosocomio per tutte le cure del caso.

"L'ambulanza del 118 è arrivata in piazza Unità d'Italia 16 minuti dopo che ho telefonato, segnalando l'incidente. E' un ritardo incomprensibile dato che erano le 4 della notte e per strada non c'era nessuno. I genitori del povero ragazzo che è morto devono saperlo". E' lo sfogo di Giovanna Marano, svegliata nella notte dal boato provocato dallo schianto. "Dopo il boato - dice Marano, segretaria siciliana della Fiom-Cgil - mi sono affacciata al balcone, dal quarto piano ho visto l'auto in fiamme. Ho subito avvertito il 118, mentre il ragazzo tunisino che lavora dal fioraio è intervenuto gettando acqua sul radiatore. Nel giro di pochi minuti sono arrivate 5 auto della polizia e due mezzi dei vigili del fuoco. L'ambulanza del 118 è arrivata 16 minuti dopo". Sull'incidente indaga la polizia municipale.

 

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26 luglio 2022 2 26 /07 /luglio /2022 09:30
Veduta di Tromso (Norway), dall'alto

Vorrei stare in un posto fresco e ombroso
Godere di giornate lunghe, ma senza il morso del caldo asfissiante
Una volta andai in un posto lontano, a  Tromsø (nel Nord della Norvegia, circa 350 km oltre il Circolo Polare Artico)
Era giugno inoltrato e il sole viaggiava alto nel cielo
Durante la notte c’era sempre la luce
I Norvegesi erano come pazzi
Non avevano mai riposo
Ero meravigliato da questa loro frenesia, ma nello stesso tempo li comprendevo
Capivo che volevano sfruttare sino all’ultimo secondo l'orgia di luce di cui disponevano, considerando che poi - per quasi sei mesi - sarebbero stati in una condizione di semi-buio, al freddo e sepolti nella neve
Non era usuale vedere le persone  del posto che uscivano nel cuore della notte (se così si può dire) per fare una passeggiata con il cane oppure per andare a pescare con la canna o, ancora, per una escursione in bici
Era meraviglioso vedere questo gioioso annullamento dei ritmi circadiani
La temperatura era mite, non c’era freddo e non c’era caldo
Quello che vorrei per me in costanza di tempo (anche se so bene che ciò sia impossibile da realizzare)
Io ero lì per partecipare ad una maratona - la Midnight Sun Marathon - la cui partenza veniva data esattamente allo scoccare della mezzanotte
Ma quella maratona non la corsi
Pochi giorni prima ero stato preso da un’atroce lombosciatalgia
Mi godetti, invece, il viaggio
Nella solitudine e nel silenzio

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15 luglio 2022 5 15 /07 /luglio /2022 08:02

Ho scritto questo pezzo nel luglio 2015, rendendolo visibile nel mio profilo Facebook. Probabilmente non l'ho tempestivamente pubblicato qui sul blog. Mi ci sono imbattuto casualmente, nella solita rassegna di ricordi proposta giornalmente dall'algoritmo di Facebook. E , quindi, non avendolo fatto a suo tempo, lo lancio, qui, oggi.
Delle riflessioni che arrivano in ritardo rispetto a quando furono formulate, ma che sono tuttora attuali.

Tatà e i cannoli di Piana degli Albanesi (foto di Maurizio Crispi)

Tante delle persone che sono state nella mia vita sono morte.

Mia nonna e la prozia Irene le ho viste solo nel letto di morte e poi composte nella bara. Mi è stato risparmiato il momento del loro trapasso.

Poi è stata la volta di Papà che è entrato in casa, dopo il tragico incidente, già sigillato dentro la sua bara. Mi è stato risparmiato di andare all'Istituto di Medicina Legale ad effettuare il riconoscimento di quel che restava. O forse io sono stato vigliacco e, con facilità, mi sono lasciato convincere a non andare, lasciando ad altri il pietoso compito.

Poi - e vado saltando, passando agli eventi più significativi - è stata la volta di mio cugino Gabriele. Questa volta - forse per compensare ciò che mi ero risparmiato quando era morto papà - sono andato con i miei cugini e con i suoi genitori sul luogo dell'incidente e abbiamo passato la notte davanti all'obitorio di un piccolo cimitero di provincia, in attesa che gli addetti ne aprissero le porte, con impietoso orario di ufficio.

E qui, io, facendo da supporto per i miei cugini e per i miei zii, mi assunsi parte dell'incarico del riconoscimento di Gabriele e, poi della sua svestizione dalla muta di sub che ancora indossava. In questo compito impregnato di pietas, mi ritrovai a vivere in pieno ciò che non avevo vissuto alla scomparsa di mio padre. E fu un'esperienza intensa e, in parte, destabilizzante, negli effetti che ebbe su di me negli anni successivi: un'esperienza che potei metabolizzare a poco a poco, con grande dolore.

Poi, andando avanti negli anni, siamo arrivati alla morte della mamma: l'ho seguita intimamente negli ultimi giorni, osservando il suo rapido declino e, nello stesso tempo, sentendo l'energia caparbia con cui si teneva legata alla vita, aspettando il momento proprizio per lasciarci con fierezza e nel suo modo. L'ultima notte non volle andare a letto e rimase seduta nella sua poltrona, la poltrona dove aveva passato sempre più tempo nei suoi ultimi giorni. Io mi misi nella poltrona accanto a lei per rimanerle vicino. E mi addormentai.

Quando alcune ore dopo mi risvegliai forse a causa dell'eccessivo silenzio (il suo respiro nelle ore precedenti si era fatto pesante e affannoso), mi resi conto che aveva compiuto il suo transito, con accanto la sua borsa e la sveglia che ogni mattina puntava alle 5.00 secondo un'abitudine consolidata allo scopo di avviare la routine dell'accudimento a Salvatore (mi aveva chiesto di portargliela e di caricarla per lei al solito orario di sempre). E quella sveglia all'ora stabilita suonò ancora una volta, per ricordare a tutti noi che la vita continuava con le sue necessità e i suoi obblighi.

Anche questa volta, tuttavia, mi fu risparmiato il momento del trapasso. Ero addormentato accanto a lei.

Con Salvatore, no.

Eravamo assieme e l'ho visto morire.

Ho visto la sua lotta, mentre se ne andava.

Ricorderò il suo sguardo carico di angoscia: non si è mai pronti, quando quell'ultimo momento arriva; il suo tentativo di dirmi qualcosa, delle parole che non riusciva ad articolare; il suo improvviso accasciarsi in avanti, terreo in viso, in un'immobilità che, sul momento, mi sono rifiutato di codificare nel suo vero ed ineludibile significato, per quanto io sia medico (ma che ha scelto di fare lo psichiatra, proprio per non doversi confrontare con questi aspetti del morire).

E' stato giusto che sia accaduto così, io e lui assieme, vicini come eravamo stati negli ultimi anni dopo la morte della mamma. L'ho visto e l'ho sentito mentre era sulla soglia e forse mi rivolgeva un ultimo saluto, oppure mi chiedeva aiuto, perchè ancora per lui non era tempo di andare.

Non credo che potrò mai dimenticare quel momento.

Ci penso sempre: non riesco a distanziarmene.

Quelle fatidiche sequenze compaiono improvvisamente davanti ai miei occhi e nella mia mente nei momenti più impensati.

Ed è giusto che sia così.

Ed anche vero che il tempo è un grande scultore e che poi, a poco a poco, le cose si attenuano e si smussano anche se ci affanniamo a farle vivere nel ricordo.

Quando spingo il passeggino con Gabriel, ci penso più intensamente, proprio perchè quando il transito di Tatà si è verificato io ero lì con lui nella mia funzione di fratello-spingitore.

Forse ciò dipende anche per il fatto che questa sia stata la prima volta in cui ho visto materialmente il momento del trapasso di una persona cara.

E stato così che ho bevuto il calice della vita sino in fondo.

Questa volta, in occasione del mio ultimo miglio come spingitore,  non sono stato risparmiato: ho dovuto vivere per intero il commiato da Tatà, senza sconti.

Sono convinto che, per vivere, occorre avere consuetudine con la morte e soprattutto con il morire.

 

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22 giugno 2022 3 22 /06 /giugno /2022 14:19

Oggi ricorre il settimo anniversario della dipartita di mio fratello Salvatore ed è come se fosse ieri.
Ancora presente nella mia vita, come un gigante buono, un gigante che attraeva le persone attorno a sé, un faro esemplare per molti, fonte di ispirazione e di coraggio.
Ora non c'è più, ma c'è sempre vicino a noi.
Fratello mio, mi manchi!

l'ultimo miglio di mio fratello Salvatore Crispi (foto MLS)

 

21 giugno 2015. In quel giorno fatidico siamo andati tutti quanti a piedi in pizzeria, ed anche la cagnetta Frida ci ha accompagnato
É stata questa l’ultima volta in cui sono stato spingitore di mio fratello Salvatore nella sua carrozzina, con la mia famiglia
Qualche tempo prima - poco più di un mese -  era stato ricoverato in terapia intensiva per un infarto e poi dimesso
Pareva che le cose stessero andando meglio -  così mi avevano detto
Faceva una terapia che gli avevano prescritto
I valori erano buoni
Il sabato era stato visitato a domicilio da un cardiologo che aveva rassicurato
Ed invece no, evidentemente qualcosa è andato storto, qualcosa è sfuggito
In primis, non gli è stato fatta la coronografia. I medici - all'ospedale in cui era stato ricoverato - dissero che a causa della sua spasticità non era possibile effettuare l'esame con l'introduzione del catetere
Una scusa da incompetenti, perchè con degli accorgimenti specifici l'esame lo si sarebbe potuto fare
Ma lasciamo perdere, anche se ci sarebbe molto da dire sul fatto che un/a disabile. spesso, in ospedale e nelle strutture sanitarie in genere, viene discriminato/a e non gli/le si dedicano le dovute attenzioni
Mentre eravamo in pizzeria, ma avevamo già finito, Salvatore ha cominciato a presentare un’intensa dispnea e ci siamo affrettati verso casa
Ho cominciato a sospingerlo nella sua carrozzina
Si è abbattuto in avanti
Io spingevo e cercavo di tenerlo con il busto sollevato per facilitarlo in questa sua estrema fame d’aria
E poi se ne é andato, ma non mi sono arreso
L’ho caricato in auto, nella sua tatamobile, deciso a portarlo in ospedale
E lui sempre abbattutto non dava segni di vita
Dopo aver percorso alcune decine di metri, mi sono fermato, ho riflettuto, ho preso atto della realtà
Ho cercato di verificare i suoi parametri vitali, per quanto potessi senza gli strumenti di base
Mio fratello era morto, se ne era andato, se ne era volato in cielo
E allora, schiacciato da questa consapevolezza, l’ho portato a casa per l’ultima volta per dare inizio ai tristi riti del commiato
Oggi ricorre il settimo anniversario della sua dipartita, ma é come se fosse ieri
Se lui fosse qui con me, molte cose sarebbero più facili per me
E' pesante dover affrontare tutto da solo

Così mi scrisse la mia amica Cettina Vivirito il 23 giugno 2015, a proposito di mio fratello Salvatore:  "Che Salvatore se ne sia andato per il solstizio d'estate lo trovo bellissimo, lo trovo significativo, lo trovo giusto e naturale. Non ho conosciuto bene tuo fratello, a me è sempre bastato sapere che è tuo fratello, e la grande stima che ho sempre avuto per te si è naturalmente estesa a lui e in realtà a tutte le persone che ti sono vicine. Arrivederci Salvatore, ti invidio davvero per avere saputo scegliere un giorno tra i giorni, cuore puro il tuo che merita questo sole, questa luce, questo rispettoso e gaudioso silenzio".

Così mi scrisse la mia amica Cettina Vivirito il 23 giugno 2015, a proposito di mio fratello Salvatore: "Che Salvatore se ne sia andato per il solstizio d'estate lo trovo bellissimo, lo trovo significativo, lo trovo giusto e naturale. Non ho conosciuto bene tuo fratello, a me è sempre bastato sapere che è tuo fratello, e la grande stima che ho sempre avuto per te si è naturalmente estesa a lui e in realtà a tutte le persone che ti sono vicine. Arrivederci Salvatore, ti invidio davvero per avere saputo scegliere un giorno tra i giorni, cuore puro il tuo che merita questo sole, questa luce, questo rispettoso e gaudioso silenzio".

E questo mi ha scritto - in questa settima triste ricorrenza - Rosario Fiolo che, assieme a mio fratello Salvatore e al Coordinamento H Onlus ha partecipato a molte delle battaglie per la tutela dei diritti dei disabili nella Regione Sicilia

Caro Maurizio, anche se non ho inviato il mio messaggio di ricordo per ieri 21 giugno, settimo anniversario della scomparsa, non ho scordato Salvatore. E come potrei!?
Avrei scritto, ma mi sono lasciato prendere dai problemi e dagli affanni quotidiani rimanendo intrappolato in questi.
Ma non è rimasto intrappolato il mio pensiero per lui, sempre presente.
Il suo esempio, le sue idee, il suo modo di essere e di fare sono sempre un riferimento vivo e concreto.
La famosa frase "Le idee continuano a camminare sulle gambe degli uomini" per me e per qualche altro è vera!
Il Coordinamento H continua a vivere ispirandosi sempre all'eredità che ci ha lasciato Salvatore e l'attuale Presidente Marilina Munna continua a portarlo avanti con grande determinazione e con abnegazione.
Dobbiamo procedere provando a continuare l'opera del "Gigante dei Diritti", Salvatore Crispi.

 

 

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21 giugno 2022 2 21 /06 /giugno /2022 06:47

Così ho scritto un anno fa, il 21 giugno 2021. Ho trascritto il sogno sul mio profilo Facebook, ma non l'ho postato nel blog. E dunque, eccolo qui, anche se con un anno di ritardo.
Di lì a poco andai a fare la seconda somministrazione, credo che ciò accadde il 28 giugno

All'hub vaccinale alla Fiera del Mediterraneo (foto di Maurizio Crispi)

Ho sognato che mi recavo al centro vaccinale della Fiera del Mediterraneo per sottomettermi  alla seconda somministrazione di Astra Zeneca. Quando arrivavo, presentavo al personale addetto il foglio che mi era stato consegnato quando mi era stata fatta la prima inoculazione lo scorso 6 aprile
Qualcuno esaminava il documento, poi cominciava a scartabellare nei dossier sparsi sul suo tavolo e quindi accendeva il PC, aprendo schermate sul monitor, una appresso all'altra, scervellandosi
Mi diceva: "Mi dispiace, signor Crispi, ma qui non risulta alcuna prenotazione a suo nome"
Io rimanevo di stucco
Che fare?
Non sapevo se protestare, se cercare di impormi, reclamando il mio diritto ad ricevere la seconda dose, sventolando davanti al suo naso il foglio in mio possesso, sbraitando
Ma dov'era finito quel foglio, a proposito?
Lo avevo consegnato poco prima all'addetto. E quello non me lo aveva più consegnato indietro
Glielo chiedevo. E lui mi faceva: "Quale foglio? Di cosa sta parlando? Lei non aveva nessun foglio!"
Senza foglio, adesso, non potevo proprio dimostrare un bel niente
L'unica prova in mio possesso era svanita: o forse non c'era mai stata; ed io, semplicemente, mi ero sognato tutto quanto?
Rimanevo fermo lì, basito, alle soglie del centro vaccinale, mentre guardavo tutti gli altri che sfilavano davanti a me per entrare e farsi la seconda dose
Ed io, niente
Forse è meglio così - pensavo.
E dopo un po' me ne andavo

 

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17 giugno 2022 5 17 /06 /giugno /2022 19:11
Salvatore Crispi nel 1971, dicembre (foto di Maurizio Crispi)

Come eravamo giovani!
Nella foto, che rappresenta l'incipit di queste mie brevi considerazioni, mio fratello Salvatore è seduto alla sua postazione di casa in via Lombardia. Qui aveva una sua scrivania, attrezzata con tutto ciò che gli potesse servire durante le ore del giorni.
Qui, giocavamo a carte, a scacchi, a dama
Qui leggeva i giornali e i suoi libri
Qui, in quegli anni, quando ancora poteva, si cimentava nella scrittura autonoma con una Olivetti elettrica che i miei gli avevano regalato
Nella foto, insolitamente indossa una cravatta.
Vestito in ghingheri.
Forse era il giorno di Natale, ma non ne ho la certezza.
Davanti a sé ha un libro.
E' pienamente sorridente.
E' davvero un bel ragazzo.
E' probabile che fosse proprio il giorno di Natale e magari quel libro era stato un mio regalo per lui
In effetti, ruotando la foto di 180° se ne può leggere il titolo che è "L'alta cucina del delitto", contenente una raccolta di romanzi (in un volume a suo tempo edito nella collana Omnibus di Mondadori) che hanno come protagonista Nero Wolfe, il detective gourmet e claustrofobico, nato felicemente dalla penna di Rex Stout (e questo volume c'è ancora, nella sezione, allora contenuta - e oggi divenuta straripante - dei polizieschi).
A mio fratello regalavo spesso dei libri, perché a quel tempo era un vorace lettore.
Leggeva davvero di tutto, narrativa e saggistica
Poi ebbe un'intensa crisi esistenziale che lo portò ad attraversare un brutto periodo nel corso del quale rifiutava il cibo e pure rifiutava le letture di narrativa che parlavano della vita degli altri dalla quale lui si sentiva escluso.
Da quel momento in avanti non lesse più fiction di qualsiasi genere, ma solo scritti di tutti i generi, dal semplice articolo al saggio, che parlassero della condizione delle disabilità, accrescendo in un percorso interminabile le sue competenze e conoscenze, in modo da poter levare una voce sempre autorevole quando si trattava di difendere i diritti dei disabili e delle persone svantaggiate.

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9 giugno 2022 4 09 /06 /giugno /2022 13:09

Ho recuperato questo scritto da Facebook, avendolo composto e pubblicato esattamente un anno fa, il 9 giugno 2021. E mi sembra che sia passato un secolo da quel giorno.
In genere, ciò che pubblico su FB, dopo una successiva revisione, lo posto qui sul blog, ma qualche volta mi dimentico di farlo tempestivamente. Ma Facebook, con uno dei suoi algoritmi puntualmente ripropone ciò che si è pubblicato in una determinata data nel corso degli anni, man mano che il calendario scorre. E, quindi, l'algoritmo di FB, oggi mi ha consentito di recuperare quanto avevo scritto un anno fa. Provvedo adesso alla sua pubblicazione su questo blog.

Io e la mamma (foto di famiglia)

Vorrei scrivere di più, ma non ci riesco.

Vorrei inventare a ruota libera

Vorrei poter essere "freewheeling",
un freewheeling Maurizio

Ieri, ascoltando una discussione in radio,
ho imparato una nuova parola (colta): figmentum
(che, in realtà, sta per finzione, dal latino fingere)
Ma indica un particolare tipo di finzione
una sua species particolare
quel tipo di finzione che avviene
solo ed esclusivamente al livello mentale (secondo Calasso)

Scrivere di  mio padre e di mia madre a ruota libera
Una bella sfida!
Ma mi è difficile procedere per finzioni, per parallelismi, per costrutti fantasiosi,
anche se qualcuno qualificato mi ha detto che potrei, se volessi
Aspetto che mio padre
(e del pari mia madre)
venga a visitarmi in sogno
e a raccontarmi ancora le sue (le loro) storie.
Con mio padre il tempo è stato troppo breve:
non ho avuto il tempo di chiedere
non ho avuto più la possibilità di sedermi accanto a lui ad ascoltare
Con mia madre invece il tempo e le opportunità,
almeno in teoria, non sono mancate
ma non ne ho fatto un buon uso
Tante volte avrei dovuto sedermi accanto a lei
con un taccuino in mano
(oppure armato di un registratorino)
e chiederle di narrare nei dettagli tutte le storie
che mi raccontava profusamente quando ero piccolo
ed altre mai narrate
E, pur avendo avuto questa possibilità,
 - poiché, sino all'ultimo,
la mente di mia madre è stata salda come una roccia -
non l'ho fatto,
ho preso tempo,
ma chi ha tempo non aspetti tempo,
e poi quel tempo che credevo di avere
mi è sfuggito dalle mani come sabbia tra le dita


 

La persistenza della memoria (foto di Maurizio Crispi)

Siamo le storie che possiamo narrare
ma per far sì che questo tipo di identità possa prosperare
occorre un ascoltatore
un cantastorie senza un pubblico che lo ascolti non è nulla
"Raccontamelo ancora!"
E la mia richiesta riguardava sia storie della mia infanzia,
sia del periodo in cui non ero ancora nato
Le mie storie preferite erano quelle che mia madre
mi poteva raccontare del tempo di guerre
e delle sue personali vicissitudini,
quando assieme alle prozie, alla nonna e alla sorella maggiore
per sfuggire alle insicurezze della guerra si spostò
- per volontà delle prozie che, essendo decisioniste e autoritarie,
avevano valutato i benefici di una simile misura
per sfuggire ai primi bombardamenti alleati che già affliggevano Palermo -
nel cuore dell'Umbria, per ritrovarsi davvero nel cuore della guerra
nel bel mezzo della Linea Gotica
Quel periodo fu un'autentica Odissea per loro,
fatta di continui spostamenti alla ricerca di un luogo sempre più sicuro (introvabile, peraltro),
di fughe, di pericoli scampati, di felici ricongiungimenti  familiari
e d'un lungo e lento ritorno verso casa,
una vera e propria catabasi, per rientrare infine, loro gli "sfollati"
- con un viaggio per mare a bordo di una nave della Marina militare -,
nella Palermo devastata dal passaggio della guerra
Mi beavo di quei racconti
"Raccontami altre storie che non conosco!" - incalzavo la mamma
E le storie - come i dischi della hit parade - andavano ripetute di continuo
Ce n'erano alcune gettonatissime
"Cosa succedeva quando io non ero ancora nato?" - le chiedevo - "E quando ero piccolo?".

Adesso, per tante cose, brancolo nel buio
Non riesco più a colmare i vuoti narrativi
Alcune cose si fanno sfumate e perdono ricchezza di dettagli
Per esempio, vado anche perdendo la memoria
dei rapporti di parentela più distanti e di conoscenza con altri
Molte foto di famiglia, così, se le guardo rimangono mute:
da quelle stampe di piccolo formato vedo soltanto dei volti sconosciuti.
Chi è questo? Chi è quello?
E non potrò più rispondere a simili interrogativi
relative a cose, a persone e a eventi
che si perdono nelle brume del passato e si fanno evanescenti

Quando ero piccolo ero davvero avido di storie
Erano il mio pane quotidiano:
e non mi bastavano quelle che trovavo nei libri
Volevo sapere le storie delle persone che mi circondavano
Dovrei scavare nei reperti, cercare, rovistare,
aprire armadi, stipetti e cassetti dimenticati

Da qualche parte, ad esempio, c'è un album di disegni
ricavati da fogli raccogliticci e di forma irregolare,
disegni con pastelli colorati,
linee essenziali e colori vividi,
poiché evidentemente, a partire dagli scarni materiali a disposizione;
non esisteva la possibilità della graduazione,
fatti da un commilitone di mio padre
e questi disegni raffigurano vedute e singoli dettagli del campo di prigionia in Algeria,
dove mio padre e tanti altri con lui trascorsero ben due anni da prigioniero di guerra
Vicino a questo album, in una cassettina (di legno o di cartone),
ci sono le lettere che mio padre e mia madre
da fidanzati si scambiavano
Oggetti sopravvissuti, testimonianze, fonti

Mia madre diceva spesso che voleva distruggere
tutte le carte e le foto che la riguardavano
affine in questo a quell'Aureliano Buendia
di Cent'anni di solitudine
Ce lo diceva spesso,
e, svelando questo suo desiderio, dichiarava a grandi lettere
una forma di "disposofilia"
ed io le dicevo sempre: "Mamma non farlo!",
"Mamma, via, lascia quelle cose per noi"
Poi, benevola, lasciò che i suoi propositi rimanessero lettera morta
Adesso, pur avendo delle "fonti" a disposizione,
esito a servirmene

Ho anche riesumato una vecchia carpetta di scritti giovanili di mio padre,
(di questa sì mi ricordavo),
contenente fogli e foglietti di ogni dimensione
con sparse elaborazioni poetiche,
in vario grado di costruzione/decostruzione
Esprimono una ricerca, un desiderio di raccontare
i suoi stati d'animo,
ma anche una vigorosa ed intensa capacità descrittiva,
come quella che traspare da uno scritto interamente dedicato a Taormina
L'ho spostata da un luogo all'altro della casa
L'ho messa dove ogni giorno
la possa guardare e lei guardare me
E' una carpettina verde scuro, di plastica spessa,
con dentro una quantità di foglietti ingialliti
scritti con la penna stilografica,
fogli in copia dattiloscritta, leggere veline,
che potrebbero facilmente sbriciolarsi al primo tocco
E ancora se ne stanno là,
in attesa d’una mia attenzione
e d’una faticosa decifrazione
che solo dalla devozione d'un paziente lettore
possono scaturire
E, ancora, indugio
Penso, a volte, che sarebbe bello
se potessi scrivere una storia
di papà e mamma,
anche una storia romanzata (e perché no?),
per quanto fondata su fatti reali
Ma ancora non riesco a trovare dentro di me
le forze per far ciò
Arriverà il tempo, se mai arriverà
E se invece non dovesse arrivare
questo possibile racconto rimarrà per sempre
ad aleggiare come un fantasma
nel paese delle storie mai scritte
in un universo di infinite storie
E loro, comunque, vivono là,
in questo territorio sconfinato,
là si incontrano,
si parlano,
si raccontano
e continuano a vivere,
ancorati al mondo reale attraverso me,
perché io sono il tramite della memoria
per quanto esile possa essere quel cordone ombelicale
che ancora a loro mi lega
Per questo cerco di scrivere e scrivere,
perché so che in questo modo lì faccio vivere,
ma soprattutto so anche che, scrivendo e lasciando una traccia scritta,
per quanto modesta essa possa essere
loro potranno vivere ancora,
quando sarà venuto il mio turno di entrare nel Mistero
per unirmi a loro
Per questo motivo, a volte, essi compaiono nei sogni
come se volessero dirmi o ricordarmi qualcosa
o semplicemente dirmi: Ricordati di noi!

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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