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31 gennaio 2023 2 31 /01 /gennaio /2023 12:15
A Trieste - estate 1962 - Abbazia (dal mio archivio di immagini)

Nell'Agosto del 1962, io e la mamma andammo a fare un viaggio estivo e fu la prima volta che partimmo assieme durante le vacanze.

 

La nostra metà fu Trieste, dove era allora di stanza mio zio Luigi che era ufficiale dell'Esercito, assieme alla sua famiglia. 
Fummo loro ospiti in una vecchia casa che era il loro alloggio d'ordinanza. 

 

Quasi ogni giorno facevamo delle escursioni con la zia Adele alla guida di una vecchia  e gloriosa Dauphine. 

 

Andammo un po' dappertutto nei posti più facilmente raggiungibili: ad Abbazia, a Zagabria, alle grotte di Postumia e persino al maestoso Sacrario di Redipuglia (a questa visita partecipò anche lo zio, in divisa). 

 

Nella visita al Castello di Miramare, si unirono a noi anche la zia Jole e la cugina Adamaria che proprio in quell'estate aveva conseguito il diploma di maturità classica.

 

Le foto sono davvero ruspanti, scattate con una macchinetta fotografica 6X6 che mi era stata regalata come mia prima camera. Niente più che una scatoletta e un pulsante per azionare l'otturatore. La pellicola doveva essere estratta e sigillata al buio per evitare che si alluciasse. 

 

Le foto quindi sono assolutamente ruspanti e naif.

 

Ogni tanto si insinua davanti all'obiettivo un dito (in genere è quello della mamma). 
Queste foto hanno un gusto davvero antico, ma fanno riemergere spensierati ricordi di un tempo che fu

Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
Le foto raccontate. Il viaggio a Trieste nell'estate del 1962
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4 gennaio 2023 3 04 /01 /gennaio /2023 12:46
Irene Salatiello Crispi, mia madre, nel giorno del suo novantesimo compleanno (foto di Maurizio Crispi)

Il 4 gennaio 2010, nelle prime ore del nuovo giorno, quando ancora faceva buio, la mamma se n’è andata via lievemente, in punta di piedi, quasi senza disturbare nessuno, come aveva sempre detto nei suoi desiderata.
Per andarsene, ha colto il momento in cui io, seduto accanto a lei in poltrona per vegliarla, mi ero addormentato.
Quella sera mi aveva detto con fermezza che non si sarebbe messa a letto, ma che avrebbe passato la notte in poltrona. Forse perché aveva deciso di andarsene o forse perché sapeva che qualcosa sarebbe accaduto. Non so.
Quando mi sono risvegliato, forse sopraffatto dall’improvviso tacere del suo respiro appesantito, la sua anima bella era volata via.
Dopo poche ore, alle 5.00, è suonata la sveglia che la mamma la sera prima, mi aveva chiesto di puntare alla solita ora, quando lei si alzava per supervedere i preparativi di mio fratello e di metterla accanto a lei.
Quella sveglia con il suo trillo imperioso ci ha ricordato che la vita, anche senza di lei, continuava e che, pur assente da quel momento in avanti, avrebbe continuato a vegliare su di noi.

 

Mamma, dovunque tu sia, riposa in pace.

 

Continui a vivere nel mio cuore.

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3 gennaio 2023 2 03 /01 /gennaio /2023 12:01
La scala della morte - Mathausen (foto d'archivio, dal web)

Oggi ho trasportato un Pietrone

 

Come mai?

Dirò qui che lo faccio spesso

 

Quando cammino li adocchio
me li coccolo con lo sguardo,
passando e ripassando
Poi arriva il giorno in cui passo
munito di un sacco robusto
Me lo carico e lo trasporto sino a casa

 

Perché lo faccio?
Cerco pietre per i miei muri a secco
in campagna 
Li le pietre adesso scarseggiano,
almeno quelle grosse - manische - 
utili per la parte frontale
dei muri di contenimento
Tuttora alcune volte riesco 
a cavarle dal terreno
oppure le ottengo a colpi di mazza e di mazzuolo
da alcuni enormi massi 
sparsi qua e lá
(il mio è un terreno con numerosi affioramenti
di calcare dolomitico)
Altre invece le raccatto in giro
Ed è così che, inglobate nella tessitura 
dei miei muri a secco,
si possono anche vedere
delle pietre laviche che ho portato con me dall'Etna

 

Di molte delle pietre incluse nei muri
conservo memoria della provenienza
soprattutto quando me le sono faticate

 

Na tornando all'oggi,
mi sono sobbarcato ad una fatica
non da poco
Il Pietrone era dalle parti di via Notarbartolo
e me lo sono trasportato sino a casa,
con molto sudore


Durante il tragitto mi sono ricordato
d'una mia visita al campo di Mathausen
Qui c’era un enorme cava di pietra
Gli internati dovevano quotidianamente,
con qualsiasi meteo,
al freddo e al gelo oppure con il caldo torrido dell'estate,
cavare le pietre
e poi trasportarle,
incastrate in ruvidi basti di legno
sulle loro spalle,
pietre che arrivavano a pesare 
anche 50 kili,
sino al sito dove, con quelle pietre,
sarebbero stati edificati gli edifici
del comando e dell’amministrazione 
degli aguzzini delle Esse Esse
Dal fondo della cava, con il loro carico,
dovevano inerpicarsi su
per una rudimentale scala di irregolari gradini
scavati nella roccia
Se uno, stremato, cadeva, 
trascinava molti altri nella sua caduta,
perché su quei gradini intrisi di sudore e sangue
erano sempre stipati a centinaia,
ognuno gravato del suo carico mortale


Molti morirono di fatica
proprio li,
tanto che quella gradinata,
ancora visibile al tempo della mia visita,
veniva chiamata la “scala della morte”

Oggi, è stata edulcorata e trasformata
in una gentile scala ad ampi gradoni
(un modo per cancellare una memoria dolorosa)
Da alcuni giorni cercavo di ricordare
il nome di quel campo di concentramento,
ma invano.
Niente da fare,
per quanto mi sforzassi, non mi veniva
Ed invece oggi,
durante il trasporto del Pietrone
ecco che quel nome è affiorato
alla superficie della mia mente,
forte e chiaro,
anche se la mia fatica e la mia sofferenza
erano soltanto un’infima parte
del tormento inflitto a quegli uomini
da feroci aguzzini


 

“Già dal 1939 iniziò lo sfruttamento della cava di pietra alla quale si accedeva attraverso la famigerata scala della morte, composta da 186 gradini irregolari e scivolosi”.
«La cava era là, con i suoi 186 gradini irregolari, sassosi, scivolosi. Gli attuali visitatori della cava di Mauthausen non possono rendersi conto, poiché in seguito i gradini sono stati rifatti - veri scalini cementati, piatti e regolari - mentre allora erano semplicemente tagliati col piccone nell'argilla e nella roccia, tenuti da tondelli di legno, ineguali in altezza e larghezza.»

da I 186 gradini di Christian Bernadac, pagg. 169-170

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21 dicembre 2022 3 21 /12 /dicembre /2022 08:22

Sono al lavoro
Il Servizio di un tempo,
c’è una questione noiosa
che viene dibattuta tra me
e il mio collega e amico di un tempo
a proposito della distinzione
tra orario di lavoro
e orario di apertura al pubblico
Una conversazione sinceramente noiosa
Io sono fautore della tesi corretta
Il mio collega sembra invece spaventato
e mi raccomanda di “non fare nulla
per evitare di irritare
quelli che stanno più in alto
(si intende, nella gerarchia)

 

Tutto qui

 

Ricordi di un tempo arcaico
in cui, mentre facevo il mio dovere
e svolgevo il mio lavoro
con passione e dedizione
tutto aveva un sapore costrittivo,
poiché veniva formattato
in funzioni delle esigenze tiranniche
di una manciata di amministratori
che, con i loro editti,
dovevano giustificare la propria esistenza

 

Sono stato davvero contento
quando me ne sono andato
Non sarei rimasto nemmeno 
un giorno di più,
neanche mi avessero pagato
a peso d’oro

 

Amareggiato me ne sono andato,
ma con un senso di liberazione

Ho sognato che camminavo per le vie della città
e mi imbattevo in uno strano edificio
situato in una via laterale,
poco conosciuta e poco frequentata

Incombente su di un maestoso portale
campeggiava una grande insegna
su cui era scritto a caratteri cubitali e tronfi
"Istituto Pinnazzuoli"
e sotto in caratteri più piccoli,
leggevasi:
"Scuola emerita per la formazione professionale di quadri dirigenti,
amministratori e decisori sul campo
"
"Si accettano soltanto pinnazzuoli e furbetti certificati,
ma anche aspiranti lecchini e cortigiani, 
dopo specifico test di ammissione"

"Riuscita sicura!"
"Le rette e gli oneri vengono concordati a parte, in camera caritatis"

 

Managgia! ho pensato
A suo tempo, avrei dovuto fingermi un pinnazzuolo
e frequentare questa scuola
Oppure avrei potuto fare il furbetto?
No! Quella parte non sarei mai riuscito ad impersonarla!

E nemmeno quella del lecchino o del cortigiano!
In fondo, a pensarci bene, nemmeno la parte del pinnazzuolo 
mi si sarebbe attagliata

Che nostalgia però!
Magari in un altra vita!

E ho tirato innanzi

(Dissolvenza)

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20 dicembre 2022 2 20 /12 /dicembre /2022 12:40
Monte Pellgrino (Palermo), visto da Cardillo - foto di Maurizio Crispi

Viaggio con poca roba,
l’essenziale, come un antico globe-trotter 

 

Dopo un’intera giornata
arrivo in vista d'una vetusta cittadina di mare,
turrita e circondata da possenti bastioni,
Inespugnabile
Scendo dall’auto e mi dirigo 
verso la spiaggia, 
portando con me solo lo zaino
con il necessario e i libri
e una copertina di pile rossa 
La spiaggia è cosparsa di sdraio,
a disposizione di chiunque,
nessun obolo è richiesto
Mi accomodo su una di esse 
e riposo,
godendomi l’anaclitico momento,
il sole sulla pelle,
il suono della risacca e di voci smorzate,
il sentore di salsedine e di alghe
lasciate scoperte dal ritrarsi della marea
Me ne sto seduto a lungo
inseguendo con gli occhi
le nuvole che galoppano nel cielo,
i cercatori di molluschi che vagano
qua e là sulla battigia,
e i costruttori di castelli di sabbia
Ma guardo anche la cittadina imponente 
con i suoi edifici secolari di pietra scura
Penso che dopo aver riposato,
prima di prepararmi al bivacco notturno,
la visiterò e scatterò anche qualche foto 


Mi incammino dunque,
zaino in spalle e copertina arrotolata sotto il braccio,
addentrandomi nel cuore della cittadina,
dopo aver superato le sue difese,
bastioni di scarpa e controscarpa, 
torrioni e fossati 
Poi riesco dall’altra parte
e mi ritrovo a camminare
attraverso una vasta distesa sabbiosa
resa ondulata da piccole dune steppose,
quando all’improvviso 
uno stormo di cavalieri su cavalli e cammelli
quasi sorgendo dal nulla
viene verso di me al galoppo
Per buona sorte,
nessuno di loro mi travolge
É una meraviglia essere circondato
da questo turbine di movimento e colore
e grida e incitamenti
e la polvere che si leva 
creando una nube cotonosa


Ma si fa il tempo di far ritorno
alla mia casa ambulante 
per dormire


Chi sa se riuscirò a ritrovare la via!
Lancio un ultimo sguardo immalinconito
alla città fortificata,
prima di andare

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23 settembre 2022 5 23 /09 /settembre /2022 10:27

Questo è uno scritto che risale al 2006, anche questo sepolto dentro i meandri del mio profilo Facebook. Lo ripropongo qui perché lo trovo carino ed è un bel ricordo, sia della cagnetta che, dopo una lunga vita, se ne è andata, sia perchè vi si racconta di un'interazione con mio Francesco di allora (allora appena tredicenne).

(Palermo, il 3.3.2006) Un giorno come tanti il cibo di Frida era già bell’e pronto nella sua ciotola, fumante.

Ho chiamato Francesco e gli ho detto: "Dai facciamo uno scherzetto a Frida".

Ho cominciato a fingere di mangiare dalla sua ciotola. Ci ho affondato la testa dentro, iniziando ad emettere una sinfonia di goduriosi rumori di masticazione ed ingurgitamento, con un intercalare di ostentati mugolli di piacere.

Poi, ho passato la ciotola a Francesco perché facesse lo stesso.

Frida se ne stava seduta ai nostri piedi e ci divorava con lo sguardo, attentissima.

Più volte ha deglutito: si vedeva chiaramente che aveva l'acquolina in bocca, ma che, nello stesso tempo, si sentiva terribilmente frustrata.

Ad un certo punto, persistendo lo scherzo, si è fatta lamentosa e ha preso ad emettere qualche guaito.

Abbiamo ripetuto la stessa sceneggiata più volte, scambiandoci la ciotola.

E Frida se ne stava sempre lì, seduta, seguendo con lo sguardo attento ora me, ora Francesco, senza perdersi nulla della scena.

Dopo un po' di quest'andazzo ho detto a Francesco, con un conclusivo mugolio di piacere e con una certa ostentazione; "Che ne dici, ne lasciamo un pochino di questo ottimo desinare a Frida"?

"Va bene", mi ha immediatamente fatto eco lui.

Ho posato la ciotola per terra, nel solito posto.

Frida ci si è avventata con furia e ha cominciato a mangiare ingordamente.

Mai l'avevo vista prima ingurgitare il suo cibo così celermente e con tanta foga.

Magari, mentre trangugiava, pensava: "E' meglio che mi sbrighi: se no questi due disgraziati ci ripensano e vogliono di nuovo mangiare dalla mia ciotola...".

Insomma, in quattro e quattrotto, Frida si è spazzolata tutto il cibo e per concludere ha sberleccato con meticolosità ogni centimetro quadro della sua ciotola, sino a renderla lucente e pulita.

Alla fine del fiero pasto ha emesso un rumoroso rutto e, dopo essere stata a ciondolare per un po' vicino a noi, nell'eventualità che ci fosse dell'altro cibo, è andata ad acciambellarsi nel suo solito angolo.

Con un sospiro di soddisfazione, s'è appisolata, sicuramente pensando: "Ma vedi cosa mi tocca subire..."

 

Frida (2003-2018) - Foto di Maurizio Crispi

Ecco la Frida! Osservate come mi guarda, mentre mangio la sua carne… La sua carne? E cos'è successo?

Questa è la piccola storia che posso raccontarvi, a partire da questo sguardo.
Sono andato a fare i soliti lavoretti settimanali in campagna.
Avevo comprato dei petti di pollo da cucinare ai ferri.
Ma invece, per distrazione, ho preso dal surgelatore il pacchetto di tritato della canuzza (tipico!).
Quando mi sono accorto dell'errore, ho detto: "Pazienza! Farò a meno della carne!", avendo anche delle verdure da mangiare.
Ma poi ci ho ripensato: ho condito il tritato con olio, sale, origano, abbondante pepe e peperoncino, pan grattato. E l'impasto ho lasciato a riposare.
Ho preso dei pomodorini, li ho sminuzzati e li ho passati in olio caldo, aggiungendo poi tutto il tritato condito per far soffriggere il tutto.
E, quindi ho preso a degustare la carne trita: "Mmmmmmm! Com'è buona"!
La canuzza che, prima mi ha visto maneggiare il suo pacchetto di carne (ormai lo riconosce benissimo: mica stupida!), si è sentita vittima d'una palese ingiustizia.
Mi guarda vogliosa, comunicandomi, con il suo sguardo languido ed intenso insieme, di sentirsi vittima di un'ingiustizia.
Via! Gliene lascerò un poco!
Anche se la mia pietanza improvvisata é venuta su buonissima e sarà veramente duro metterne via una parte.
Ma le fedeli bestioline non bisogna mai tradirle!

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30 agosto 2022 2 30 /08 /agosto /2022 17:02

Questo scritto è stato lanciato come nota su Facebook il 29 agosto 2010. Anche questo è sfuggito alla pubblicazione alla pubblicazione nei iei due blog di allora. Lo rilancio qui, perchè il suo contenuto mantiene una sua attualità. E' un dolente amarcord tra i ricordi della mia infanzia sulle cose che avevamo e che non ci sono più.

Venditore di ghiaccio

Ecco quello che c'era un tempo d'estate e adesso non c'è più:  un mio piccolo tentativo di amarcord di molte delle cose che abbiamo perso per strada.

Per le nostre strade passavano più volte delle speciali autopompe attrezzate con appositii spruzzatori che irroravano la sede stradale con getti d'acqua, in modo da mantenerne la superficie sempre fresca...

I grandi teloni che venivano stesi da un muro all'altro delle strade più strette e affollate, in modo tale da mantenere sempre l'ombra e la frescura. Questi teli venivano occasionalmente bagnati con acqua nelle giornate di maggiore caldo. Una simile usanza la si può riconoscere ancora negli antichi mercati di Palermo e, soprattutto in quello di Ballarò.

Il furgone del ghiaccio che, nelle prime ore del giorno, faceva un porta a porta presso tutte le case attrezzate con ghiacciaia per la consegna della/e barra/e di ghiaccio: e per effettuare la consegna, uno degli addetti saliva le scale portando la barra di ghiaccio a spalla, riparandosi la schiena e la testa con sacco di tela aperto su di lato e indossato a mo' di mantello con cappuccio. I piccini erano un po' intimoriti da questo "uomo del ghiaccio".

Le pale di ventilazione al soffitto in tutti i locali pubblici che erano regolate su di una rotazione lenta, in modo tale da realizzare con costanza la minima movimentazione di aria, eppure efficace. Una variante: il ventilatore casalingo a piantana (anni '50) con un pezzetto di barra di ghiaccio messo davanti alle pale, in modo da rinfrescare il flusso d'aria.

Il venditore di gelsi che quand'ero piccino passava per le vie della città il più delle volte su di una bici carica di piccoli cesti, ripetendo di continuo il suo richiamo "Asstura v'arrifriscano!"

L'ascaretto: nei giorni di gran caldo era il più bel premio che potesse spettare a noi piccini. Nel tempo che lo consumavi si formava sul rivestimento di cioccolatto fondente una sottile patina di condensa... Ma ancora più in antico, scivolando all'indietro negli anni in cui i nostri genitori erano giovani, un'autentica leccornia servita all'Extrabar (oggi scomparso e sostituito da un anonimo negozio di abbigliamento alla moda) la banana sbucciata, rivestita di cioccolatto fondente e conservata al freddo, da consumarsi come un gelato.

Le stanze dello scirocco in cui rifiugiarsi nei giorni di maggiore calura - e soprattutto di scirocco - e i teli di canapa alle finestre da tenere bagnati per rendere fresca l'aria proveniente dall'esterno.

Le lunghe passeggiate sul lungomare del Foro Italico sull'imbrunire, con la classica sosta da Ilardo per degustare un "pezzo duro" oppure lo spongato, rigorosamente servito in coppette metalliche (bene o male, per fortuna queste usanze si mantengono ancora abbastanza bene).

L'acqua ghiacciata servita con un'abbondante spruzzata di zammù.

Il venditore di anguria ghiacciata e il ficodindiaio: oggi, i loro baracchini vivacemente colorati tendono a scomparire e sono sostituiti da anonimi venditori ambulanti di paccottiglia globalizzata.

Il venditore di granita alle essenze più diverse (la più ambita: quella alla "granatina"), realizzata con il ghiaccio grattato o tritato sempre da un pezzo di quella barra di ghiaccio distribuito per l'uso delle ghiacciaie casalinghe

Se si pensa a tutto ciò, si prova un'acuta nostalgia per tante di questi oggetti e uanze scomparsi o divenute desuete che non torneranno più indietro! Cosa accadrà quando le generazioni che conservano ancora questi ricordi saranno scomparse?Per molti rimane soltanto il ricordo nostalgico di come le cose erano un tempo: e, forse, si era più contenti, quando non c'erano tutti gli ausili tecnologici di adesso.

Tutto oggi tende all'omologazione, alla globalizzazione, alla creazione e alla moltiplicazione di neo-bisogni e, soprattutto, si avverte la sistematica scomparsa delle cose che ho elencato e di tante altre che, in gran parte, erano accomunate dal fatto di possedere una forte "cifra sociale" e aggregante...

Oggi, al contrario, per combattere il caldo si sta al chiuso della propria stanza con aria condizionata oppure nel claustrum refrigerato dell'abitacolo della propria auto.

Ogni azione oggi è pervicacemente all'insegna del consumismo individualizzato (sempre più spinto), mentre gli spazi pubblici si desertificano e vengono sottoposti al massiccio inquinamento termico dei condizionatori d'aria che vanno a tutto volume per mantenere freschi gli spazi privati.

 

 

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25 agosto 2022 4 25 /08 /agosto /2022 10:54
La mia casa natale

La mia casa natale

Io e la mamma (foto di mio padre Francesco)

É qui che son nato il 9 agosto 1949, a Palermo, al primo piano della palazzina in Viale Regina Margherita, n. 11
Una casa che rimane piena di ricordi anche se, ormai, da lungo tempo venduta
Il balcone sul prospetto (a sinistra nella foto) e quello sul retro del’appartamento erano teatro dei miei lanci di monello, frutti, oggetti di casa, indumenti, giocattoli, talvolta perfino una sediolina abbinata al mio piccolo desco.
Lanci che, a volte, erano preceduti da una rincorsa vorticosa e, in questi casi, c’era spesso qualcuno dei grandi che mi inseguiva nel tentativo di trattenermi.

Io ero un fulmine di guerra e quindi non sempre i placcaggi avevano buon esito…

Il nostro appartamento confinava con quello delle prozie: al momento dell'acquisto, nell'anteguerra c'erano la prozia Irene che era rimasta vedova precocemente e la prozia Natalia che, pure morì presto, poichè non stava bene in salute, era sofferente. Sin dall'inizio le prozie decisero che dovevano poter comunicare velocemente con la nonna Maria e, a questo scopo diedero disposizione al mastro di creare una finestrella di comunicazione tra i due appartamenti in corrispondenza di un muro maestro dove si trovavano le camerette con soppalco che erano pensate come stanzetta per far dormire la domestica.
Questa finestrella veniva tenuta chiusa da entrambi i lati con una tendina in modo da evitare fastidiose correnti d'aria e la propagazione non desiderata di voci e di conversazioni. Al centro del suo ripiano della finestrella (che aveva una profondità di più di 50 centimetri) stava una campanella d'argento, di modo che chiunque - da un lato o dall'altro sentisse la necessità di dire qualcosa  - potesse mettervi mano e il suono argentino potesse richiamare l'attenzione dall'altro lato della finestrella.
Scoperta questa cosa, io da piccolo mi divertivo moltissimo: spesso, non visto, facevo risuonare la campanella e poi andavo a nascondermi nel soppalco per vedere l'effetto che faceva. Si sentiva presto uno strascichio di piedi e arrivavano - a velocità diverse - la Marietta (la  nostra domestica) e la Vincenzina (quella della prozia) e ogni volta iniziava un dibattito tra le due su chi avesse chiamato e perchè. Il mistero rimaneva, ovviamente, irrisolto e entrambe tornavano alle loro faccende. A questo punto io scendevo dal soppalco e tornavo a far risuonare la campanella. Di nuovo mi nascondevo per vedere l'effetto che faceva. E così via, per tante volte di seguito. In silenzio, mi facevo delle grasse risate.

Il soppalco era pieno di bauli e di cose vecchie: ed era per me un luogo affascinante, al quale si accedeva per una ripida scaletta simile a quella delle navi. E qui, tante volte, mi mettevo a scartabellare e ad esplorare.
Per questo motivo la stanzetta mi faceva pensare ad un covo di pirati. Quando già la Marietta non c'era più, in questa stanzetta a volte dormivamo con i iei cuginetti, quando rimanevano a pernottare da noi. Ed era proprio come dormire in un posto di avventura ed esotico.

E sulla casa originaria di Viale regina Margherita ci sarebbero davvero tante storie da raccontare, molte delle quali le ho pubblicate nei miei blog, nel corso degli anni man man mano che rìi ricordi affioravano e richiedevano di essere in qualche modo fissati.

Ma tornando alla foto che mi ha dato lo spunto per scrivere queste cose, quando ero piccolo, la conifera svettante davanti all’edificio non c’era.
Invece, c’era un vigoroso rampicante - una varietà di gelsomino dai fiori profumatissimi - che, prendendo origine dal giardinetto sottostante si arrampicava, attorcendosi, sino alla colonnina angolare del nostro balcone.
Molte delle palme che fiancheggiavano su ambo i lati Viale Regina Margherita sono state sterminate dal punteruolo rosso

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18 agosto 2022 4 18 /08 /agosto /2022 10:09

Il 18 agosto 2010, mentre facevo una passeggiata antelucana con il mio cane, camminando lungo Villa Sperlinga sopraggiunsi sul teatro di un gravissimo incidente d'auto da poco accaduto.Un giovane alla guida di una piccola monovolume rossa era morto sul colpo dopo che, per un errore di manovra (o per un improvviso perdita di controllo), la sua auto lanciata a folle velocità si era schiantata sulle auto parcheggiate a fianco del giardino pubblico.
La giovane vittima era già stata portata via: rimanevano soltanto i rottami dell'auto in attesa che i Vigili Urbani compissero i loro accertamenti.

Rimasi fortemente impressionato da ciò che vidi e la mia mente si spostò velocemente, con un rapidissimo back-rewind, a quando appena diciottenne (quindi, credo che fosse nell'autunno del 1967, quindi con un balzo indietro di più di quaranta anni, ero stato io ad incorrere in un grave incidente con la moto: un incidente che avrebbe potuto essere letale, ma la sorte aveva decretato che io, invece, dovessi vivere. Finii in ospedale, però, dove il giorno successivo subii un intervento in sala operatoria per le suture delle ferite lacero contse che avevo riportato.

E ricordai anche che, nel 1991, cercando di rimemorare alcune sensazioni che erano rimaste fortemente impresse dentro di me in quelle circostanze, avevo scritto alcune frasi, una mia "nota di diario" come amo dire, parlando di ciò che butto giù di tanto in tanto.

Di seguito, il testo scritto nel 1991 (recuperato dalle "note" di Facebook) e la breve notizia, scarna, presumibilmente ricavata da un comunicato d'agenzia su quell'incidente così perturbante di cui ebbi modo di osservare ciò che rimaneva.

 

Cattedrale di silenzio

(1991, pensando all'autunno del 1967)

 

Distesa di silenzio oscuro

Lontano, al di là della vasta cattedrale di tenebre

ammiccano minute luci pulsanti

assiepate

gialle arancione bianche rosse

Separatezza senza nostalgia

Lieve

galleggio nel buio

inondato dalla meraviglia

e dalle vibrazioni di una pace

mai conosciuta prima

 

Solitudine che non pesa

 

Poi, di botto,

il tumulto delle voci

stridore di freni

la sirena lontana di un'ambulanza

(o il clacson di un'auto premuto a cappella?)

lacera il cielo

come un urlo di dolore

 

(2022) Scrissi tutto questo per esprimere le mie sensazioni: appena subito l'impatto (ero volato sul tettuccio di un'auto parcheggiata sulla quale mi ero schiantato), rimasi lì con questa sensazione fluttuante di pace profonda e di silenzio. EEra sera quando accadde l'incidente, vedevo le luci della via, ma mi sembravano lontanissime come se mi fossi allontanato a dismisura. E assieme alla pace, c'era un silenzio profondo. Mi sono chiesto più volte se queste sensazioni non siano state l'equivalente di un'epserienza di quasi-morte. Poi, però, sono tornato indietro: trovai la forza di scivolare giù dal tettuccio dell'auto e di mettermi in piedi. Però, di lì a poco fui travolto da sensazioni di violento dolore, senza potere capire la causa. Era tutto il corpo che mi faceva male. E soprattutto, malgrado le ferite che poi furono evidenziate non c'era sangue. Ce n'era soltanto una macchiolina, più piccola di una lenticchia, sui pantaloni.
Fui caricato in macchina dallo stesso investitore (colui che tagliandomi la strada aveva provocato l'incidente) e fui trasportato subito al Pronto Soccorso di Villa Sofia.
Durante il trasporto, mi contorcevo dal dolore: alla fine del breve viaggio mi ritrovai con la testa e il busto al posto dei piedi e piedi e gambe sul sedile. C'era un unico (giovane) medico presente. Mi visito. Scoperse le ferite lacero-contuse e voleva subito suturare. Ed io mi opposi. Gli dissi che volevo che, prima di ogni cosa, arrivasse mio padre. Il medico, vedendo la mia ferma opposizione, si rassegno ad attendere. E, in effetti, quando mio padre arrivò, dopo una breve discussione e considerando la delicatezza dell'intervento di sutura, io venni ricoverato per essere suturato il giorno successivo in sala operatoria e sotto anestesia.
Oggi le cose sarebbero andate diversamente, io sarei rimasto sul posto in attesa dell'arrivo dell'ambulanza del 118 e sarei stato soccorso in maniera meno "garibaldina", ma allora si usava così. Oggi, però sarei rimasto a lungo in attesa dell'arrivo di un'ambulanza, come è capitato al ragazzo deceduto nell'incidente del 2010.
E' andata bene, ero senza casco, perchè allora non si usava; non subii un trauma cranico (a parte il forte shock), ma avrei potuto riportare una grave frattura del bacino. Il medico che ebbe a visitarmi (non quello del Pronto Soccorso), mi disse che mi era andata bene perchè ero giovane e le mie ossa erano ancora molto elastiche.

Incidente d'auto 1991, Villa Sperlinga, Palermo

Ma torniamo al 2010. Ho scritto "Cattedrale di silenzio" quasi vent'anni fa (in calce alla pagina c'è scritto: 6 gennaio 1991), sforzandomi di ricordare le sensazioni sperimentate più di venti anni prima, quando incorsi in un grave incidente con la moto, dal quale per fortuna - e miracolosamente, malgrado la violenza dell'impatto - uscii indenne.

Le riprendo oggi per pura causalità e le presento qui, lievemente trasformate in modo più conforme con il mio modo di scrivere attuale (e qui mi riferisco al 2010).

Un ragazzo di vent'anni, L.A., è morto la notte scorsa a Palermo in un incidente stradale verificatosi in via Piemonte, all'altezza di Villa Sperlinga. La monovolume rossa, su cui viaggiava in compagnia di un'altra persona, si è schiantata contro un suv parcheggiato lungo il marciapiedi che costeggia la villa. L'urto è stato di una violenza tale da spostare il suv di diversi metri. Oltre ai Vigili urbani e al 118 sono intervenuti anche i Vigili del Fuoco per tagliare le lamiere e liberare i due occupanti della vettura. Il ferito è stato soccorso e trasportato nel più vicino nosocomio per tutte le cure del caso.

"L'ambulanza del 118 è arrivata in piazza Unità d'Italia 16 minuti dopo che ho telefonato, segnalando l'incidente. E' un ritardo incomprensibile dato che erano le 4 della notte e per strada non c'era nessuno. I genitori del povero ragazzo che è morto devono saperlo". E' lo sfogo di Giovanna Marano, svegliata nella notte dal boato provocato dallo schianto. "Dopo il boato - dice Marano, segretaria siciliana della Fiom-Cgil - mi sono affacciata al balcone, dal quarto piano ho visto l'auto in fiamme. Ho subito avvertito il 118, mentre il ragazzo tunisino che lavora dal fioraio è intervenuto gettando acqua sul radiatore. Nel giro di pochi minuti sono arrivate 5 auto della polizia e due mezzi dei vigili del fuoco. L'ambulanza del 118 è arrivata 16 minuti dopo". Sull'incidente indaga la polizia municipale.

 

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26 luglio 2022 2 26 /07 /luglio /2022 09:30
Veduta di Tromso (Norway), dall'alto

Vorrei stare in un posto fresco e ombroso
Godere di giornate lunghe, ma senza il morso del caldo asfissiante
Una volta andai in un posto lontano, a  Tromsø (nel Nord della Norvegia, circa 350 km oltre il Circolo Polare Artico)
Era giugno inoltrato e il sole viaggiava alto nel cielo
Durante la notte c’era sempre la luce
I Norvegesi erano come pazzi
Non avevano mai riposo
Ero meravigliato da questa loro frenesia, ma nello stesso tempo li comprendevo
Capivo che volevano sfruttare sino all’ultimo secondo l'orgia di luce di cui disponevano, considerando che poi - per quasi sei mesi - sarebbero stati in una condizione di semi-buio, al freddo e sepolti nella neve
Non era usuale vedere le persone  del posto che uscivano nel cuore della notte (se così si può dire) per fare una passeggiata con il cane oppure per andare a pescare con la canna o, ancora, per una escursione in bici
Era meraviglioso vedere questo gioioso annullamento dei ritmi circadiani
La temperatura era mite, non c’era freddo e non c’era caldo
Quello che vorrei per me in costanza di tempo (anche se so bene che ciò sia impossibile da realizzare)
Io ero lì per partecipare ad una maratona - la Midnight Sun Marathon - la cui partenza veniva data esattamente allo scoccare della mezzanotte
Ma quella maratona non la corsi
Pochi giorni prima ero stato preso da un’atroce lombosciatalgia
Mi godetti, invece, il viaggio
Nella solitudine e nel silenzio

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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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