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22 giugno 2022 3 22 /06 /giugno /2022 14:19

Oggi ricorre il settimo anniversario della dipartita di mio fratello Salvatore ed è come se fosse ieri.
Ancora presente nella mia vita, come un gigante buono, un gigante che attraeva le persone attorno a sé, un faro esemplare per molti, fonte di ispirazione e di coraggio.
Ora non c'è più, ma c'è sempre vicino a noi.
Fratello mio, mi manchi!

l'ultimo miglio di mio fratello Salvatore Crispi (foto MLS)

 

21 giugno 2015. In quel giorno fatidico siamo andati tutti quanti a piedi in pizzeria, ed anche la cagnetta Frida ci ha accompagnato
É stata questa l’ultima volta in cui sono stato spingitore di mio fratello Salvatore nella sua carrozzina, con la mia famiglia
Qualche tempo prima - poco più di un mese -  era stato ricoverato in terapia intensiva per un infarto e poi dimesso
Pareva che le cose stessero andando meglio -  così mi avevano detto
Faceva una terapia che gli avevano prescritto
I valori erano buoni
Il sabato era stato visitato a domicilio da un cardiologo che aveva rassicurato
Ed invece no, evidentemente qualcosa è andato storto, qualcosa è sfuggito
In primis, non gli è stato fatta la coronografia. I medici - all'ospedale in cui era stato ricoverato - dissero che a causa della sua spasticità non era possibile effettuare l'esame con l'introduzione del catetere
Una scusa da incompetenti, perchè con degli accorgimenti specifici l'esame lo si sarebbe potuto fare
Ma lasciamo perdere, anche se ci sarebbe molto da dire sul fatto che un/a disabile. spesso, in ospedale e nelle strutture sanitarie in genere, viene discriminato/a e non gli/le si dedicano le dovute attenzioni
Mentre eravamo in pizzeria, ma avevamo già finito, Salvatore ha cominciato a presentare un’intensa dispnea e ci siamo affrettati verso casa
Ho cominciato a sospingerlo nella sua carrozzina
Si è abbattuto in avanti
Io spingevo e cercavo di tenerlo con il busto sollevato per facilitarlo in questa sua estrema fame d’aria
E poi se ne é andato, ma non mi sono arreso
L’ho caricato in auto, nella sua tatamobile, deciso a portarlo in ospedale
E lui sempre abbattutto non dava segni di vita
Dopo aver percorso alcune decine di metri, mi sono fermato, ho riflettuto, ho preso atto della realtà
Ho cercato di verificare i suoi parametri vitali, per quanto potessi senza gli strumenti di base
Mio fratello era morto, se ne era andato, se ne era volato in cielo
E allora, schiacciato da questa consapevolezza, l’ho portato a casa per l’ultima volta per dare inizio ai tristi riti del commiato
Oggi ricorre il settimo anniversario della sua dipartita, ma é come se fosse ieri
Se lui fosse qui con me, molte cose sarebbero più facili per me
E' pesante dover affrontare tutto da solo

Così mi scrisse la mia amica Cettina Vivirito il 23 giugno 2015, a proposito di mio fratello Salvatore:  "Che Salvatore se ne sia andato per il solstizio d'estate lo trovo bellissimo, lo trovo significativo, lo trovo giusto e naturale. Non ho conosciuto bene tuo fratello, a me è sempre bastato sapere che è tuo fratello, e la grande stima che ho sempre avuto per te si è naturalmente estesa a lui e in realtà a tutte le persone che ti sono vicine. Arrivederci Salvatore, ti invidio davvero per avere saputo scegliere un giorno tra i giorni, cuore puro il tuo che merita questo sole, questa luce, questo rispettoso e gaudioso silenzio".

Così mi scrisse la mia amica Cettina Vivirito il 23 giugno 2015, a proposito di mio fratello Salvatore: "Che Salvatore se ne sia andato per il solstizio d'estate lo trovo bellissimo, lo trovo significativo, lo trovo giusto e naturale. Non ho conosciuto bene tuo fratello, a me è sempre bastato sapere che è tuo fratello, e la grande stima che ho sempre avuto per te si è naturalmente estesa a lui e in realtà a tutte le persone che ti sono vicine. Arrivederci Salvatore, ti invidio davvero per avere saputo scegliere un giorno tra i giorni, cuore puro il tuo che merita questo sole, questa luce, questo rispettoso e gaudioso silenzio".

E questo mi ha scritto - in questa settima triste ricorrenza - Rosario Fiolo che, assieme a mio fratello Salvatore e al Coordinamento H Onlus ha partecipato a molte delle battaglie per la tutela dei diritti dei disabili nella Regione Sicilia

Caro Maurizio, anche se non ho inviato il mio messaggio di ricordo per ieri 21 giugno, settimo anniversario della scomparsa, non ho scordato Salvatore. E come potrei!?
Avrei scritto, ma mi sono lasciato prendere dai problemi e dagli affanni quotidiani rimanendo intrappolato in questi.
Ma non è rimasto intrappolato il mio pensiero per lui, sempre presente.
Il suo esempio, le sue idee, il suo modo di essere e di fare sono sempre un riferimento vivo e concreto.
La famosa frase "Le idee continuano a camminare sulle gambe degli uomini" per me e per qualche altro è vera!
Il Coordinamento H continua a vivere ispirandosi sempre all'eredità che ci ha lasciato Salvatore e l'attuale Presidente Marilina Munna continua a portarlo avanti con grande determinazione e con abnegazione.
Dobbiamo procedere provando a continuare l'opera del "Gigante dei Diritti", Salvatore Crispi.

 

 

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21 giugno 2022 2 21 /06 /giugno /2022 06:47

Così ho scritto un anno fa, il 21 giugno 2021. Ho trascritto il sogno sul mio profilo Facebook, ma non l'ho postato nel blog. E dunque, eccolo qui, anche se con un anno di ritardo.
Di lì a poco andai a fare la seconda somministrazione, credo che ciò accadde il 28 giugno

All'hub vaccinale alla Fiera del Mediterraneo (foto di Maurizio Crispi)

Ho sognato che mi recavo al centro vaccinale della Fiera del Mediterraneo per sottomettermi  alla seconda somministrazione di Astra Zeneca. Quando arrivavo, presentavo al personale addetto il foglio che mi era stato consegnato quando mi era stata fatta la prima inoculazione lo scorso 6 aprile
Qualcuno esaminava il documento, poi cominciava a scartabellare nei dossier sparsi sul suo tavolo e quindi accendeva il PC, aprendo schermate sul monitor, una appresso all'altra, scervellandosi
Mi diceva: "Mi dispiace, signor Crispi, ma qui non risulta alcuna prenotazione a suo nome"
Io rimanevo di stucco
Che fare?
Non sapevo se protestare, se cercare di impormi, reclamando il mio diritto ad ricevere la seconda dose, sventolando davanti al suo naso il foglio in mio possesso, sbraitando
Ma dov'era finito quel foglio, a proposito?
Lo avevo consegnato poco prima all'addetto. E quello non me lo aveva più consegnato indietro
Glielo chiedevo. E lui mi faceva: "Quale foglio? Di cosa sta parlando? Lei non aveva nessun foglio!"
Senza foglio, adesso, non potevo proprio dimostrare un bel niente
L'unica prova in mio possesso era svanita: o forse non c'era mai stata; ed io, semplicemente, mi ero sognato tutto quanto?
Rimanevo fermo lì, basito, alle soglie del centro vaccinale, mentre guardavo tutti gli altri che sfilavano davanti a me per entrare e farsi la seconda dose
Ed io, niente
Forse è meglio così - pensavo.
E dopo un po' me ne andavo

 

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17 giugno 2022 5 17 /06 /giugno /2022 19:11
Salvatore Crispi nel 1971, dicembre (foto di Maurizio Crispi)

Come eravamo giovani!
Nella foto, che rappresenta l'incipit di queste mie brevi considerazioni, mio fratello Salvatore è seduto alla sua postazione di casa in via Lombardia. Qui aveva una sua scrivania, attrezzata con tutto ciò che gli potesse servire durante le ore del giorni.
Qui, giocavamo a carte, a scacchi, a dama
Qui leggeva i giornali e i suoi libri
Qui, in quegli anni, quando ancora poteva, si cimentava nella scrittura autonoma con una Olivetti elettrica che i miei gli avevano regalato
Nella foto, insolitamente indossa una cravatta.
Vestito in ghingheri.
Forse era il giorno di Natale, ma non ne ho la certezza.
Davanti a sé ha un libro.
E' pienamente sorridente.
E' davvero un bel ragazzo.
E' probabile che fosse proprio il giorno di Natale e magari quel libro era stato un mio regalo per lui
In effetti, ruotando la foto di 180° se ne può leggere il titolo che è "L'alta cucina del delitto", contenente una raccolta di romanzi (in un volume a suo tempo edito nella collana Omnibus di Mondadori) che hanno come protagonista Nero Wolfe, il detective gourmet e claustrofobico, nato felicemente dalla penna di Rex Stout (e questo volume c'è ancora, nella sezione, allora contenuta - e oggi divenuta straripante - dei polizieschi).
A mio fratello regalavo spesso dei libri, perché a quel tempo era un vorace lettore.
Leggeva davvero di tutto, narrativa e saggistica
Poi ebbe un'intensa crisi esistenziale che lo portò ad attraversare un brutto periodo nel corso del quale rifiutava il cibo e pure rifiutava le letture di narrativa che parlavano della vita degli altri dalla quale lui si sentiva escluso.
Da quel momento in avanti non lesse più fiction di qualsiasi genere, ma solo scritti di tutti i generi, dal semplice articolo al saggio, che parlassero della condizione delle disabilità, accrescendo in un percorso interminabile le sue competenze e conoscenze, in modo da poter levare una voce sempre autorevole quando si trattava di difendere i diritti dei disabili e delle persone svantaggiate.

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9 giugno 2022 4 09 /06 /giugno /2022 13:09

Ho recuperato questo scritto da Facebook, avendolo composto e pubblicato esattamente un anno fa, il 9 giugno 2021. E mi sembra che sia passato un secolo da quel giorno.
In genere, ciò che pubblico su FB, dopo una successiva revisione, lo posto qui sul blog, ma qualche volta mi dimentico di farlo tempestivamente. Ma Facebook, con uno dei suoi algoritmi puntualmente ripropone ciò che si è pubblicato in una determinata data nel corso degli anni, man mano che il calendario scorre. E, quindi, l'algoritmo di FB, oggi mi ha consentito di recuperare quanto avevo scritto un anno fa. Provvedo adesso alla sua pubblicazione su questo blog.

Io e la mamma (foto di famiglia)

Vorrei scrivere di più, ma non ci riesco.

Vorrei inventare a ruota libera

Vorrei poter essere "freewheeling",
un freewheeling Maurizio

Ieri, ascoltando una discussione in radio,
ho imparato una nuova parola (colta): figmentum
(che, in realtà, sta per finzione, dal latino fingere)
Ma indica un particolare tipo di finzione
una sua species particolare
quel tipo di finzione che avviene
solo ed esclusivamente al livello mentale (secondo Calasso)

Scrivere di  mio padre e di mia madre a ruota libera
Una bella sfida!
Ma mi è difficile procedere per finzioni, per parallelismi, per costrutti fantasiosi,
anche se qualcuno qualificato mi ha detto che potrei, se volessi
Aspetto che mio padre
(e del pari mia madre)
venga a visitarmi in sogno
e a raccontarmi ancora le sue (le loro) storie.
Con mio padre il tempo è stato troppo breve:
non ho avuto il tempo di chiedere
non ho avuto più la possibilità di sedermi accanto a lui ad ascoltare
Con mia madre invece il tempo e le opportunità,
almeno in teoria, non sono mancate
ma non ne ho fatto un buon uso
Tante volte avrei dovuto sedermi accanto a lei
con un taccuino in mano
(oppure armato di un registratorino)
e chiederle di narrare nei dettagli tutte le storie
che mi raccontava profusamente quando ero piccolo
ed altre mai narrate
E, pur avendo avuto questa possibilità,
 - poiché, sino all'ultimo,
la mente di mia madre è stata salda come una roccia -
non l'ho fatto,
ho preso tempo,
ma chi ha tempo non aspetti tempo,
e poi quel tempo che credevo di avere
mi è sfuggito dalle mani come sabbia tra le dita


 

La persistenza della memoria (foto di Maurizio Crispi)

Siamo le storie che possiamo narrare
ma per far sì che questo tipo di identità possa prosperare
occorre un ascoltatore
un cantastorie senza un pubblico che lo ascolti non è nulla
"Raccontamelo ancora!"
E la mia richiesta riguardava sia storie della mia infanzia,
sia del periodo in cui non ero ancora nato
Le mie storie preferite erano quelle che mia madre
mi poteva raccontare del tempo di guerre
e delle sue personali vicissitudini,
quando assieme alle prozie, alla nonna e alla sorella maggiore
per sfuggire alle insicurezze della guerra si spostò
- per volontà delle prozie che, essendo decisioniste e autoritarie,
avevano valutato i benefici di una simile misura
per sfuggire ai primi bombardamenti alleati che già affliggevano Palermo -
nel cuore dell'Umbria, per ritrovarsi davvero nel cuore della guerra
nel bel mezzo della Linea Gotica
Quel periodo fu un'autentica Odissea per loro,
fatta di continui spostamenti alla ricerca di un luogo sempre più sicuro (introvabile, peraltro),
di fughe, di pericoli scampati, di felici ricongiungimenti  familiari
e d'un lungo e lento ritorno verso casa,
una vera e propria catabasi, per rientrare infine, loro gli "sfollati"
- con un viaggio per mare a bordo di una nave della Marina militare -,
nella Palermo devastata dal passaggio della guerra
Mi beavo di quei racconti
"Raccontami altre storie che non conosco!" - incalzavo la mamma
E le storie - come i dischi della hit parade - andavano ripetute di continuo
Ce n'erano alcune gettonatissime
"Cosa succedeva quando io non ero ancora nato?" - le chiedevo - "E quando ero piccolo?".

Adesso, per tante cose, brancolo nel buio
Non riesco più a colmare i vuoti narrativi
Alcune cose si fanno sfumate e perdono ricchezza di dettagli
Per esempio, vado anche perdendo la memoria
dei rapporti di parentela più distanti e di conoscenza con altri
Molte foto di famiglia, così, se le guardo rimangono mute:
da quelle stampe di piccolo formato vedo soltanto dei volti sconosciuti.
Chi è questo? Chi è quello?
E non potrò più rispondere a simili interrogativi
relative a cose, a persone e a eventi
che si perdono nelle brume del passato e si fanno evanescenti

Quando ero piccolo ero davvero avido di storie
Erano il mio pane quotidiano:
e non mi bastavano quelle che trovavo nei libri
Volevo sapere le storie delle persone che mi circondavano
Dovrei scavare nei reperti, cercare, rovistare,
aprire armadi, stipetti e cassetti dimenticati

Da qualche parte, ad esempio, c'è un album di disegni
ricavati da fogli raccogliticci e di forma irregolare,
disegni con pastelli colorati,
linee essenziali e colori vividi,
poiché evidentemente, a partire dagli scarni materiali a disposizione;
non esisteva la possibilità della graduazione,
fatti da un commilitone di mio padre
e questi disegni raffigurano vedute e singoli dettagli del campo di prigionia in Algeria,
dove mio padre e tanti altri con lui trascorsero ben due anni da prigioniero di guerra
Vicino a questo album, in una cassettina (di legno o di cartone),
ci sono le lettere che mio padre e mia madre
da fidanzati si scambiavano
Oggetti sopravvissuti, testimonianze, fonti

Mia madre diceva spesso che voleva distruggere
tutte le carte e le foto che la riguardavano
affine in questo a quell'Aureliano Buendia
di Cent'anni di solitudine
Ce lo diceva spesso,
e, svelando questo suo desiderio, dichiarava a grandi lettere
una forma di "disposofilia"
ed io le dicevo sempre: "Mamma non farlo!",
"Mamma, via, lascia quelle cose per noi"
Poi, benevola, lasciò che i suoi propositi rimanessero lettera morta
Adesso, pur avendo delle "fonti" a disposizione,
esito a servirmene

Ho anche riesumato una vecchia carpetta di scritti giovanili di mio padre,
(di questa sì mi ricordavo),
contenente fogli e foglietti di ogni dimensione
con sparse elaborazioni poetiche,
in vario grado di costruzione/decostruzione
Esprimono una ricerca, un desiderio di raccontare
i suoi stati d'animo,
ma anche una vigorosa ed intensa capacità descrittiva,
come quella che traspare da uno scritto interamente dedicato a Taormina
L'ho spostata da un luogo all'altro della casa
L'ho messa dove ogni giorno
la possa guardare e lei guardare me
E' una carpettina verde scuro, di plastica spessa,
con dentro una quantità di foglietti ingialliti
scritti con la penna stilografica,
fogli in copia dattiloscritta, leggere veline,
che potrebbero facilmente sbriciolarsi al primo tocco
E ancora se ne stanno là,
in attesa d’una mia attenzione
e d’una faticosa decifrazione
che solo dalla devozione d'un paziente lettore
possono scaturire
E, ancora, indugio
Penso, a volte, che sarebbe bello
se potessi scrivere una storia
di papà e mamma,
anche una storia romanzata (e perché no?),
per quanto fondata su fatti reali
Ma ancora non riesco a trovare dentro di me
le forze per far ciò
Arriverà il tempo, se mai arriverà
E se invece non dovesse arrivare
questo possibile racconto rimarrà per sempre
ad aleggiare come un fantasma
nel paese delle storie mai scritte
in un universo di infinite storie
E loro, comunque, vivono là,
in questo territorio sconfinato,
là si incontrano,
si parlano,
si raccontano
e continuano a vivere,
ancorati al mondo reale attraverso me,
perché io sono il tramite della memoria
per quanto esile possa essere quel cordone ombelicale
che ancora a loro mi lega
Per questo cerco di scrivere e scrivere,
perché so che in questo modo lì faccio vivere,
ma soprattutto so anche che, scrivendo e lasciando una traccia scritta,
per quanto modesta essa possa essere
loro potranno vivere ancora,
quando sarà venuto il mio turno di entrare nel Mistero
per unirmi a loro
Per questo motivo, a volte, essi compaiono nei sogni
come se volessero dirmi o ricordarmi qualcosa
o semplicemente dirmi: Ricordati di noi!

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5 giugno 2022 7 05 /06 /giugno /2022 18:51
La scatola con oggetti della mamma

Apro un armadio,
qui, in casa di campagna,
per riporre il piumone
e per cercare un copriletto estivo
E trovo uno scatolone,
di quelli pieghevoli,
decorato all'esterno con una fantasia floreale


Cosa ci trovo?
Tutte le comodità della mamma
quando venivamo qui
a trascorrere le domeniche
Quindi, ecco il repertorio
Diversi indumenti di ricambio,
adatti per le diverse stagioni
Comodi sandali "da scoglio", di plastica bianca,
di quelli indistruttibili
Un grembiule molto coprente
per cucinare senza rovinare gli abiti della gita
Una scatola di cartone e stoffa riciclata
(che, un tempo, aveva contenuto
dei cioccolatini Caffarel)
con dentro tutto l’occorrente per cucire
Un’altra di metallo
(che forse un tempo aveva contenuto delle caramelle)
con elastici di varie fogge
Una terza scatola, pure in metallo,
con trucchi  e altri prodotti cosmetici

È stato bello aprire questa scatolone
Ne avevo dimenticato l’esistenza
o, forse, non avevo avuto mai contezza
E, in un attimo, è tornato tutto in vita
La mamma conservava sempre tutto
Quindi scatole nelle scatole,
in un gioco di rimandi

 

E ciò che conservava
lo conservava così bene
che poi si scordava della sua esistenza
Poi, le cose a distanza di tempo
saltavano fuori
come un prepotente Jack-in-the-Box
a ricordarti di momenti del passato
o di quando esse erano ancora utili e necessarie
Aprire questa scatola piena di cose
é stato per me come ritrovarmi,
all’improvviso, al cospetto della mamma

 

Per quanto la memoria affettiva sia importante
- sappiamo bene quanto lo sia -
anche le cose materiali hanno una loro funzione di ponte
tra presente e passato
Questa scatola rinvenuta è stata per me
un’autentica capsula del tempo

 

Ne ho preso le cose che potevano servire
E poi l’ho richiusa, a futura memoria
Vorrei che il grande dei miei figli
leggesse questa mia piccola storia
e ne traesse insegnamento o ispirazione

Anche se, ovviamente, in questo campo
ci possono essere infinite variozioni o modulazioni
Ma ciò non toglie nulla della forza d'impatto

che può avere una scoperta di queste
A condizione che ci assoggetti alla necessità
di aprire le scatole della memoria (o capsule del tempo)

quando ci si imbatte in esse,
anziché limitarsi all'azione più semplice (ma distruttiva)

di prenderle in blocco, così come sono,
senza aprirle, senza soffermarsi, e buttarle via

In questo mio ritrovamento
(quello che ha ispirato questa nota)
è stato come se - per un attimo -
fosse ricomparsa accanto a me la mamma,
con il suo sorriso e con la sua ironia, benevola

A volte soggiaciamo agli scherzi benevoli
di un dio delle piccole cose

E, intanto, mentre scrivo questa nota,
occhieggiando fuori dalla finestra del mio studio
posso cogliere l'intenso cromatismo
di una jacaranda in piena fioritura

 

 

#ricordi
#transitiepassaggi
#notedidiario

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12 maggio 2022 4 12 /05 /maggio /2022 10:20
Padre Pio, statua devozionale nei pressi di via Brigata Verona, a Palermo (foto di Maurizio Crispi)

La mamma un giorno mi raccontò che, quando mio fratello era ancora piccolo, decise di andare da Padre Pio.
Lei e mio padre avevano già percorso tutte le strade allora praticabili per capire se si poteva in qualche modo "curare" la malattia di mio fratello.
I risultati erano stati scarsi; sì, grazie alle terapie fisiche, lo sviluppo somatico di mio fratello era stato relativamente armonico, aveva acquistato una certa capacità di controllo su alcuni movimenti-base, poteva stare seduto eretto senza capitombolare, insomma tante piccole cose, ma certamente era chiaro che la possibilità per lui di muoversi in autonomia e di camminare era del tutto preclusa.
Fu così che la mamma decise di tentare anche la via della speranza nel miracolo (non so quanto sostenuta da papà in questa sua determinazione).
E un bel giorno, la mamma e Salvatore, accompagnati dalla zia Mariannù (la sorella di papà), se ne partirono per raggiungere il luogo di Padre Pio che, proprio in quegli anni, aveva cominciato ad attrarre folle sterminate di postulanti, di ammalati, di bisognosi che speravano che dal tocco di quelle mani segnate dalla stigmate potesse scaturire il miracolo.
Andarono a San Giovanni Rotondo (o nei pressi) e lì pernottarono. Poi, il giorno dopo, assieme a tanti altri erano in attesa sul sagrato della chiesa che poi divenne Santuario dedicato a Santo Pio e che accolse le sue spoglie mortali.
C'era tanta gente in attesa, una corte dei miracoli, ammalati, storpi, genitori con i propri bambinelli (tra cui mia madre con mio fratello). La mamma mi racconta che stettero a lungo in attesa sul sagrato: poi un frate venne fuori con un oggetto in mano e si trattava - come scoprì mia madre - di una di quelle pompe a stantuffo che si usavano per spruzzare il DDT.
Il frate cominciò a passare in rassegna i postulanti e tutti spruzzava con il DDT.
Da lontano, in un primo tempo, si sarebbe potuto pensare che si potesse trattare di acqua benedetta spruzzata con uno strumento non ortodosso. Ed invece no! Era proprio DDT, come ebbe modo di constatare mia madre per via dell'inconfondibile odore!
Mia madre accettò questa strana forma di "liturgia", ma si chiese anche il perché.
Già, perché?
Forse per proteggere le stigmate del futuro santo da insetti e parassiti vari?
Oppure per mondare simbolicamente le impurità di pensieri parole ed opere dai questuanti affollati sul sagrato della chiesa? Come a dire: nell'accogliere la sovrimposizione delle mani sante mondate la vostra mente da tutti i pensieri parassiti…
La mamma non seppe dare risposta a questi quesiti.
Poi, dopo che tutti ebbero ricevuto la loro dose di DDT, arrivò Padre Pio che tutti toccò con le sue mani fasciate.
E fu tutto.
La mamma, con mio fratello, e la zia se ne andarono e tornarono a casa.
Non accade nulla.
Rimase tutto com'era.
La mamma mi raccontò questa storia con laico scetticismo.
Ma in queste faccende che trattano di forze misteriose che non conosciamo a pieno - di cui sappiamo ben poco o nulla - bisogna anche sapere accettare la scommessa e, quando ci si sente disperati, affrontarle anche e dire: "Voglio provare!".
Per non doversi rimproverare nessuna omissione.
Per poter rispondere alla domanda "Hai fatto veramente di tutto? Hai fatto tutto ciò che era in tuo potere fare?" con un bel sì come risposta, che suoni chiaro e netto.
"Ci ho provato! Ci abbiamo provato, anche se nulla è accaduto!"
Anche i non credenti, in condizioni estreme, sono capaci di operare sostenuti da un atto di fede. Ed è la forza della disperazione a spingerli.
Però, quel DDT spruzzato addosso  ai postulanti…

E' per questo che, ogni volta che vedo una statua di Santo Pio benedicente, non posso fare a meno di pensare alla storia che la mamma mi raccontò.

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16 febbraio 2022 3 16 /02 /febbraio /2022 10:36

(Wiki Dixit) Pittima è il termine con cui in passato veniva definita, particolarmente nelle repubbliche marinare di Venezia e Genova, ma anche a Napoli, una persona pagata dai creditori per seguire costantemente i loro debitori. Era una sorta di esattore che aveva come compito quello di ricordare a costoro che dovevano saldare il debito contratto.
La pittima poteva gridare a gran voce per mettere in imbarazzo il debitore, e il suo costante pedinamento era volto a sfiancarlo così che si decidesse a saldare il debito, la cui riscossione gli poteva fruttare una percentuale più o meno congrua.
La pittima vestiva di rosso, affinché tutti sapessero che il perseguitato dalla pittima era un debitore moroso.

In particolare nella Serenissima Repubblica di Venezia la figura della pittima era reclutata tra gli emarginati e i disagiati che fruivano di una sorta di assistenza sociale del Doge costituita da mense pubbliche e ostelli a loro riservati. Questi assistiti dovevano però rendersi disponibili a richiesta delle istituzioni per fare la pittima: il debitore pedinato non poteva nuocere a queste figure istituzionali pena la condanna. Il credito doveva essere difeso come il buon nome della maggiore repubblica commerciale dell'epoca.
Pittima è divenuto in seguito sinonimo di persona insistente che si lamenta sempre (ma anche, quindi, in termini speculativi, di percentuale).

In lingua veneta, la frase genericamente più utilizzata per definire pittima una persona è: "Ti xe proprio na pittima!" (Sei proprio uno che si lamenta di continuo per nulla), equivalente di "T'ê pròpio 'na pìtima!", in lingua genovese. Il termine è usato ugualmente in dialetto fiorentino e compare comunque tra le voci del dizionario italiano Garzanti, che ne dà la definizione di "una persona noiosa, che si lamenta in continuazione di piccole cose".
Il dizionario Treccani ne dà lo stesso significato[1], dando l'etimologia (lat. tardo epithĕma, dal gr. ἐπίϑεμα, propr. «ciò che è posto sopra») e specificandone il significato originale di "impacco a scopo terapeutico", da cui è derivato il significato di "persona fastidiosa"; viene suggerito il paragone con la parola "impiastro".

Fabrizio De André ha intitolato una canzone dell'album Creuza de mä, appunto, "A' pittima" (La pittima).
Anche Zucchero, nel brano "13 buone ragioni" contenuto in Black Cat, accenna alla "pittima del reame", riferendosi con ironia alla sua ex-moglie.

Wikipedia

travestimento carnevalesco: la pittima

Quando ero piccolo, ma molto piccolo, mi esibivo spesso in lamentazioni e tragediazioni, e talvolta esclamavo, in toni melodrammatici, "Sono una povera vittima [incompresa e vilipesa]!".
Spesso questi miei alti lai venivano emessi in consessi familiari, più o meno numerosi (e, retrospettivamente, direi che erano un modo per attirare l'attenzione su di me). La mamma allora diceva: "Ma tu, Maurizietto, non sei una povera vittima, ma una PITTIMA!" E giù a sghignazzare.
Io ero disorientato all'inizio, oscillando tra il compiacimento e la sensazione oscura di essere il destinatario di una beffa, sino a quando la mamma non mi spiegò il significato del termine, cioè di uno che con le sue lamentazioni sta tutto il tempo ad affliggere altrui, a dargli il tormento insomma, come un tafano che senza tregua cerca di pungere le terga di un cavallo o di un asino.
Ero permaloso, allora, quando ero piccolo: e rapidamente imparai a non fare più la vittima e, soprattutto, a non dichiararlo platealmente davanti a tutti, per evitare, appunto, che mi venisse rigirata la frittata,
trasformandovi da vittima in pittima.
La mamma era molto brava a farmi riflettere sulle parole, d'altra parte, ed era ciò che faceva abitualmente da insegnante.
Anche il mio uso della parola "vittima", allora, era del resto improprio, come imparai successivamente.
Anche oggi, in tempo di Covid si abusa - ritengo della parola "vittima", preferendola al più asettico termine di "morti per Covid", quando vengono date le notizie del computo giornaliero dei morti, dei positivi e dei guariti.
Cosa ci dice un dizionario qualsiasi sul termine vittima"?
Ecco qui:

vittima
/vìt·ti·ma/
sostantivo femminile
1. Animale o essere umano che, nei riti di alcune religioni pagane, viene consacrato alla divinità e ucciso nel sacrificio.
"immolare la v."
2. ESTENS. Chi perde la vita in una sciagura o calamità: le v. del terremoto; morire v. di un'epidemia, della droga; le v. della strada, della montagna.


Ancora oggi si parla di vittime per Covid, sì, mentre sarebbe il caso di normalizzare queste morti, mettendole sullo stesso piano di altre morti dovuti ad altre malattie che affliggono il genere umano. Dopo più di due anni, infatti, dando per assodato che il Sars-Cov-2 non se ne andrà tanto facilmente, ma rimarrà con noi per un periodo imprecisato, occorrerebbe smetterla di considerare tutto ciò che vi è correlato come un'emergenza e fare dei passi verso la normalizzazione.
Continuare a parlare di "vittime" anziché di morti fa la differenza, in quanto il termine "vittima" è maggiormente esposto ad inflessioni linguistiche di tipo connotativo, anziché esprimere un semplice - e più neutrale - significato denotativo.
Coloro che continuano a parlare di "vittime" sono dei tragediatori che inducono coloro che ascoltano quello che viene da essi spacciato come un Verbo a reagire con comportamenti cupi, preoccupati e aggrondati. In altri termini avvelenano la loro vita con i piagnistei e le lamentazioni, impersonando il ruolo di vere e proprie "pittime". Ed io ritengo che i comunicatori dei media siano, sempre di più in questi giorni, in cui avremmo bisogno di ottimismo, di spiragli di luce e di aria fresca, dei tragediatori e dei predicatori di sventura, insomma delle autentiche "pittime".

Ho voluto fare per pura curiosità una ricerca su internet per approfondire il significato del termine "pittima" e ho trovato una bella storia che è molto calzante con quanto ho appena affermato e che ho messo in cima al posta in forma di epigrafe (ocitazione).

Pensate un po'!

La mamma mi diceva sempre dell'importanza di partire sempre dai significati delle parole, offerti dal dizionario in modo da poter utilizzare il linguaggio in maniera precisa e competente.
A partire da questa storia lontana di vittima versus pittima ho sempre cercato di seguire il suo suggerimento e quando mi ritrovo davanti ad una parola usata in modo controverso oppure improprio voglio sempre controllare. E non si sa mai abbastanza!

E indagare  sullo spessore e sulla la ricchezza di significati e di radici storici di certe parole apre a volte nuove prospettive epistemologiche.

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9 febbraio 2022 3 09 /02 /febbraio /2022 12:15
Monopattini elettrici, di cui uno abbattuto (foto di Maurizio Crispi)

Un tempo esistevano i monopattini a spinta
Ve li ricordate?
In questi tempi di Covid
e monopattini elettrici
che sfrecciano per le vie e sui marciapiedi,
creando non pochi problemi,
nessuno forse ci pensa più

Erano belli quei monopattini a spinta
Io, per esempio, da piccolo
ne avevo uno tutto di legno
E mi piaceva tantissimo
Poi, per un breve periodo,
vennero di moda
quelli pieghevoli e trasportabili
Bellissimi!
Eravamo all'inizio del primo decennio
del nuovo secolo
Ne comprai uno per me e uno per mio figlio
Oltre che pieghevoli, erano telescopici
per cui un unico formato
soddisfaceva tutti
Fatti in lega leggera,
erano anche facilmente trasportabili
Presi ad usarli per accompagnare mio figlio a scuola
ciascuno sul suo monopattino
Era una bella fatica,
eppure - come tutte le cose che,
per usarle, bisogna sudare -
dava soddisfazione e tonificava
Mio figlio non ne fu mai
un grande entusiasta
Troppa fatica per lui, troppo sudore
I due monopattini caddero presto in disuso
forse sono ancora lì nel mio garage
tra le cose vecchie del tempo che fu

 

Oggi mi sono rivisto,
con commozione

C'era un papà in monopattino a spinta
che arrancava
e accanto a lui una bimbetta,

alta quanto un soldo di cacio,
sul suo monopattino piccolino
e zainetto in spalle
La bimba era proprio piccina
Eppure, seguiva con meticolosità
le indicazioni di papà
E anche lei arrancava,
ma non demordeva
Ci metteva tutto il suo orgoglio
e sono sicuro che fosse fiera
di questa grande prova
che stava facendo
assieme al suo babbo
Ah! E dirò anche
che ambedue erano dotati
di caschetto protettivo
per viaggiare in sicurezza
Si fa così per insegnare ai propri figli
un modo diverso di muoversi nella città
Dandogli una bici (senza pedalata assistita)
o un monopattino a spinta
non certamente i trabiccoli elettrici
di questa nostra epoca

 

Nella foto di Maurizio Crispi, due monopattini elettrici abbandonati, di cui uno abbatté (o è stato abbattuto)
Palermo, 9 febbraio 2022

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12 gennaio 2022 3 12 /01 /gennaio /2022 09:27

Quello che segue è un mio ricordo di infanzia, originariamente pubblicato nella mia pagina Facebook, il 12 gennaio 2010, come "nota".

C'era una volta la memoria, e gli anziani col cappello che si incontravano la domenica nelle piazze. C'erano una volta le città e le piazze, dove bambini si raccoglieva la memoria degli anziani, e i tappi delle bottiglie sotto i tavolini.

(Beppe Sebaste, Oltretorrente, in Oggetti smarriti e altre apparizioni, Edizioni Laterza, 2009, p.103)

Tappi

La frase che ho riportato sopra è l'incipit della rievocazione nostalgica della Parma d'un tempo da parte di Bebbe Sebaste: e mi ha immediatatamente fatto ricordare un episodio della mia infanzia che voglio raccontare.

Quando ero piccolo, passavamo le nostre estati a Mondello, in una casa d'inizio secolo posta in una splendida posizione, all'inizio di Fossa del Gallo, sventuratamente poi venduta.

L'usanza era che di mattina si andasse tutti in spiaggia e che, invece, nel pomeriggio, dopo il riposo di prammatica, quando l'ora si faceva più fresca e calavano le prime ombre della sera, si facesse una passeggiata sino alla piazzetta del borgo marinaro, per sedersi al bar e prendere un gelato o una granita e soprattutto per chiacchierare.

La comitiva era sempre numerosa perchè c'erano anche molti dei miei cugini, con le cui famiglie dividevamo l'uso della casa.

I tavoli erano disposti su d'un impiantito di assi di legno che compensava la naturale pendenza del terreno.

Qui, il mio passatempo preferito di bambino molto irrequieto e sempre in movimento era quello di andare alla ricerca dei tappi delle bibite gassate sparsi per terra oppure cadute negli interstizi tra le assi.

Era una ricerca instancabile, la mia, e non mi peritavo di strisciare tra le gambe degli avventori o di calpestare loro i piedi pur di raggiungere una mia ambita preda.

E ogni volta tornavo da mia madre a mostrarle, pieno di orgoglio, una mia nuova conquista: "Mamma, mamma, guarda cosa ho trovato!"

Le mie grida di giubilo era ancora più forti se mi imbattevo in un tappo mai trovato prima.

Ero un testardo e, una volta iniziata la caccia al tappo, non volevo più separarmi dalle mie conquiste, quasi che fossero preziosissime monete d'oro.

Mia madre, sempre molto paziente e accogliente nei confronti delle mie bizzarrie bambinesche, mi diede  un grande sacco di plastica trasparente dove riporli.

E così la mia collezione cominciò a crescere, man mano che si estendevano i miei terreni di ricerca: anche la sabbia, per esempio, dava buoni frutti...

Poi, naturalmente, ci giocavo anche: li impilavo, li mettevo in fila, li raccoglievo per tipologia di marca e anche quelli senza alcun disegno avevano un valore, anche se li consideravo di rango decisamente inferiore.

Qualche volta li contavo, per stabilire a quanto ammontasse il mio patrimonio.

Insomma, ritenni di essere diventato quasi ricco quando sforarono i mille e quel sacco che mi aveva dato mia madre era ormai stracolmo...

Ad un certo punto, mia madre mi disse: "Ora, Maurizio, sei cresciuto. Non pensi che sia l'ora di sbarazzarti di tutti questi tappi?"

"Hai ragione, mamma! - risposi io.

E senza aggiungere altro me ne andai nella mia stanza.

Allora abitavamo al primo piano di una palazzina dietro la quale vi era un ampio giardino incolto con grandi alberi secolari e, subito sotto, dei corpi bassi dove avevamo una sorta di garage che fungeva anche da magazzino di sgombro.

La mia stanza si apriva proprio su questo lato interno, attraverso una porta-finestra che immetteva su di uno stretto balconcino.

Con molta determinazione, afferrai il sacco dei tappi, mi affacciai e lo lanciai con vigore insospettabile sul tetto del garage  sottostante.

All'impatto, il sacco esplose con un big plof e un gradevole effetto pirotecnico di tappi che si spargevano in tutte le direzioni.

Andai da mia madre: "Li ho buttati" - dissi.

"Dove?" - fece lei.

"Fuori dalla finestra", risposi con grande serietà.

E fu così che mi sbarazzai della mia preziosa collezione di tappi.

In verità, li buttai senza buttarli veramente, perchè ogni giorno mi affacciavo e li guardavo. Erano rimasti sotto il dominio del mio sguardo.

Nessuno li rimosse mai e lì rimasero finchè non rimanemmo ad abitare in quella casa.

Poi, non so.

Ogni tanto mi capita di pensarci e mi chiedo se, per caso, non siano ancora là.

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4 gennaio 2022 2 04 /01 /gennaio /2022 17:36
Irene Salatiello Crispi, la mia mamma (foto di Maurizio Crispi)

Nelle prime ore del 4 gennaio 2010 si è spenta la mamma.
Ha deciso di andarsene perché non voleva più essere di peso.
Poche ore prima di prendere il volo verso il Cielo, mi disse: "Maurizio, questa notte non voglio mettermi a letto. Rimarrò qui, seduta nella mia poltrona. Piuttosto portami la mia sveglia e caricala per le 5.00".
Io così feci. Portai la sveglia, la caricai e gliela misi accanto.
Poi, mi accomodai in una poltrona accanto. E mi appisolai.
Attorno all’una del nuovo giorno mi svegliai di colpo, per via dell’improvviso - innaturale - silenzio della stanza.
La mamma era immobile nella poltrona, così come l’avevo lasciata, ma non respirava piu.
Se n’era andata in pace e in silenzio. Così ho pensato, prima di essere travolto dalle emozioni.
Alle cinque del mattino la sveglia suonò imperiosa per ricordare a tutti noi che la vita continuava, anche senza di lei.
E il trillo di quella sveglia che risuonò tre ore dopo che lei ci aveva lasciato è stato indubbiamente uno dei suoi lasciti più importanti.
Oggi ricorre il 12° anniversario della sua dipartita e mi sembra ieri quando lei se ne è andata.
Dovunque si trovi, la sua anima, che continua a vivere nel ricordi di tutti coloro l’abbiano conosciuta, riposa in pace, assieme a mio padre e a mio fratello.

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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