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15 maggio 2019 3 15 /05 /maggio /2019 08:22
Salvatore Crispi da piccolo

Le riflessioni che seguono scaturiscono da una vecchia foto in cui mi sono imbattuto casualmente  l'altro giorno, un'immagine dell'infanzia di mio fratello. Guardando questa foto un po' sfocata, sono stato colpito dal suo sorriso e anche dalla sua postura dritta (che aveva conquistato grazie alla continua fisioterapia cui era sottoposto, inizialmente anche in centri fuori dalla Sicilia. Salvatore da piccolo poteva stare seduto con la schiena dritta, senza accoffolarsi in avanti, come invece era negli ultimi della sua vita.
Mi sorprende guardare queste sue foto. Malgrado la sua grave disabilità, io credo che sia stato un bambino felice, perché era cresciuto in un ambiente familiare di totale dedizione, ma soprattutto per il fatto che i miei genitori - sin dall'inizio - avevano cercato di farlo crescere pienamente integrato nell'ambiente familiare allargato e nella dimensione sociale, dandogli l'idea e il feeling che lui non era un "diverso" e che, comunque, gli erano aperte molte possibilità.
Nello stesso modo, io fui addestrato da miei genitori a tenere conto dei suoi limiti, sempre, e nello stesso tempo, a fornire tutto l'aiuto necessario in modo tale che nessuno fosse insostituibile (e così è stato, quando mio padre è morto precocemente). I miei genitori per molto tempo della nostra infanzia facevano in modo che lui potesse partecipare a tutte le attività familiari, comprese gite, escursioni, picnic, brevi viaggi, oppure semplicemente l'andare al mare nei mesi estivi. Si faceva tutto assieme sempre, rispettando il principio del "Nessuno deve essere lasciato indietro". Per loro era importante che Salvatore venisse considerato alla pari: era per questo che, nei limiti del possibile, a volte lo mettevano in piedi per ritrarci in fotografia: e allora, da ragazzo, sempre grazie alla fisioterapia poteva reggersi in piedi, se sostenuto opportunamente e senza applicare una forza eccessiva per tenerlo su, perchè in questi casi in mancanza di una motilità volontaria era la stessa spasticità a fungere da leva (si può vedere questo in una delle immagini successive, in calce al testo). Ed erano fieri di lui e dei suoi progressi: non ritenevano - in difformità all'atteggiamento mentale di molti - che la disabilità fosse una cosa da nascondere o di cui vergognarsi, in quanto oggetto socialmente scomodo. In questo, i mei sostenuti dalla loro intelligenza e dall'amore che provavano per il loro primo figlio, furono dei veri pionieri.

E c'era da un lato la mamma che non perdeva mai il sorriso e papà che si assumeva il compito di infondere forza e di assumersi il privilegio/onere di svolgere i compiti più gravosi, soprattutto quando Salvatore crescendo era aumentato di peso: sino al 1962, dunque sino ai suoi 14 anni e rotti, abitammo in una casa senza ascensore, sia pure al primo piano. E quello del trasporto da casa sino all'auto divenne presto un compito esclusivo di mio padre: declinava quasi sdegnosamente ogni offerta di aiuto. Quando Papà non c'era, ero io ad aiutare la mamma nelle entrate e nelle uscite a casa.
Ecco, i miei genitori si fecero carico di tutto e per tutto di mio fratello, metaforicamente e materialmente.
Io sono cresciuto in questo clima, di parità. La mamma non aveva un comportamneto differenziato, in termini di maggiore tolleranza, nei confronti di mio fratello. Se la facevamevo innervorsire, con la ridarella, per esempio, di rimproveri ne dispensava in maniera eguale a me e a lui: un'attitudine di eguaglianza, mai viziata da un eccesso di buonismo protettivo di marca cattolicheggiante. E io appresi a comportarmi nei confronti di mio fratello come un'eguale: quando ebbe una prima carrozzina moderna (portata dalla Germania da mio zio Giovanni) che apparve ai miei occhi come uno spider rispetto alla precedente oesante e poco maneggevole, quando eravamo in casa da soli (anche se la nonna era presente, era come se fossimo soli), io da spingitore, mi lanciavo in corse pazze su e gù per la casaosa, affrontando gli angoli e i punti di svolta a tutta birra e rischiando qualche volta di far ribartare la carrozzina. E io stesso qualche volta mi ci mettevo seduto per provarla. Per via di questa attitdine di papà e mamma io sono diventato rapidamente capace di occuparmi di mio fratello, fondamentalmente con lo spirito che così facendo non stessi facendo nulla di eccezionale o di straordinario, ma soltanto una cosa assolutamente normale e ordinaria: cose come alzarlo dal letto, mettecelo, aiutarlo a mangiare, quando i miei uscivano. E anche in queste circostanze ci divertivamo da matti.

 

Salvatore Crispi: da piccolo, sul cavallo a dondolo

Poi, in una fase successiva, i miei decisero diversamente. Rifletterono sul fatto che, procedendo in questo modo, io sarei stato sacrificato e che avrei dovuto andare incontro a delle rinunce che non era giusto infliggermi. Con la crescita corporea di mio fratello le difficoltà logistiche erano aumentate a dismisura, anche perchè negli anni Sessanta e ancora dopo, ci si doveva muovere in un mondo irto di barriere architettoniche. E fu così che decisero di differenziare le cose: a partire dai miei 11 o 12 anni, ogni estate io facevo un breve viaggio con la mamma in luoghi relativamente lontani: le più grandi città italiane come Roma, Venezia, Napoli e alcuni paesi europei. Questo, una volta, pochi mesi prima di morire, mi raccontò la mamma, chiedendomi scusa - a mo' di preambolo - se, in tante circostanze, aveva privilegiato Salvatore, trascurandomi.
Forse proprio per questa forma di integrazione massima, mio fratello negli anni dell'adolescenza, assieme ai cambiamenti legati alla pubertà,  ebbe un lungo periodo di crisi, perché cominciò a non accettare più tanto la sua disabilità.
Ricordo di un periodo difficile durato mesi interi in cui chiedeva disperato ai miei genitori di aiutarlo a farlo guarire, dichiarandosi disposto a sottoporsi a qualsiasi intervento chirurgico che fosse possibile fare, anche se fosse stato a rischio di riuscito o se avesse potuto mettere a repentaglio la sua vita. Ricordo  notti insonni in cui mio fratello nel suo letto piangeva e si disperava, mentre i miei cercavano di consolarlo, sentendosi del tutto impotenti. Cosa non farebbe un genitore per far stare bene il proprio figliolo? A volte lo si fa, persino implorando il miracolo: la mamma mi ha raccontato, più avanti negli anni,di essere stata con lui persino da Padre Pio (ma questo accadeva nei suoi primi anni di vita).
Ovviamente, non c'era alcun tipo di intervento chirurgico che si potesse affrontare per sanare la situazione.
Alla fine, lui si rassegnò. Si ristabilizzò. Non perse il suo sorriso, che però da quella fase cruciale della sua vita, fu venato di malinconia.
Ed anche dopo quella crisi, non lesse più un solo romanzo, perchè i romanzi forse gli facevano sentire la discrepanza tra le infinite possibilità della fantasia e i limiti duri del suo mondo con cui doveva quotidianamente confrontarsi.  Viceversa, si avviò un processo di riconversione totale dei suoi interessi intellettuali ed ebbe inizio il lungo, inarrestabile, processo di approfondimento delle tematiche concernenti le disabilità in tutte le le loro sfaccettature: credo che ebbe un ruolo decisivo in questo percorso la creazione da parte di mio padre dell'ASAS (ovvero Associazione siciliana per l'Assistenza agli Spastici)

Il sorriso di mio fratello
Il sorriso di mio fratello
Il sorriso di mio fratello
Il sorriso di mio fratello
Il sorriso di mio fratello
Il sorriso di mio fratello

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12 maggio 2019 7 12 /05 /maggio /2019 19:27
Francesco Crispi canottiere (1935)

Gli anni in cui mio padre praticò il canottaggio furono ovviamente quelli dell'anteguerra (sicuramente dal 1936 per quanto riguarda le competizioni del GUF).
Non ho notizie precise su quando esattamente abbia cominciato a vogare: sicuramente, comunque, l'avvio delle attività agonistiche fu dopo il compimento del 18° anno o giù di lì. Faceva parte della compagine della Canottieri Palermo, anche se credo - ma non sono del tutto certo di questo -che per un periodo fosse nella squadra del Dopolavoro ferroviario (mio nonno lavorava nelle Ferrovie) e, sicuramente, come universitario partecipava alle competizioni di canottaggio nella cornice dei GUF, ovvero "Gruppi universitari fascisti" che furono l'articolazione universitaria del Partito Nazionale Fascista (di queste partecipazioni ho trovato un ritaglio di giornale, con tanto di foto).
La sua specialità era il Due senza e il suo compagno di voga fu da sempre Gianni Carbone (che, solitamente occupava il posto di voga n. 1.  Ma poi, a seconda delle circostanze, mio padre e lo stesso Carbone facevano parte di altri armi, a quattro e a otto vogatori.
I vogatori allora non erano molti: il canottaggio, come altri sport, era un'attività di élite, che come altri sport si condsiderava un'emanazione delle attività ginniche..
Quindi, ciascun vogatore faceva molte cose: non poteva essere specializzato in un unico armo.
Papà partecipava ogni anno, sin dall'inizio delle sue attività agonistiche, ai "Littoriali dello Sport" che, con la dizione completa di Littoriali dello Sport, della Cultura e dell'Arte e del Lavoro, erano manifestazioni culturali, artistiche e sportive, destinate ai giovani universitari, svoltesi in Italia tra il 1932 ed il 1940 e che, allora, per quanto riguarda il loro versante sportivo si ponevano come una tra le massime competizioni nazionali nelle varie discipline.
Nel Due senza, lui e il suo compagno di voga, salivano sempre sul podio, spesso sui primi due gradini. Così lui mi raccontava spesso con un giustificato orgoglio.
Di fatto, era un giovane promessa. Papà mi diceva sempre che, se non fosse intervenuta la guerra e se si fossero disputati i Giochi Olimpici del 1940, quasi certamente sarebbe stato selezionato per prendervi parte. E c'era del rammarico nelle sue parole, si capiva bene dal modo in cui la sua voce si faceva quasi sognante.
Sempre nell'anteguerra, partecipò ad un corso di formazione per allenatori di canottaggio.
Il canottaggio gli rimase sempre nel cuore e ha continuato a praticarlo amatorialmente: Ogni volta che poteva usciva a vogare, sia utilizzando le barche della Canottieri Palermo, sia alla sede di Mondello del Circolo Canottieri Roggero di Lauria.
Quando io compii i 17 anni, fu lui ad iniziarmi al canottaggio e darmi i primi rudimenti della voga. Ed io seguii più che volentieri la strada che lui mi aveva indicato.

 

Il quattro sennza del GUF Palermo ai campionati siciliani del 1936 (Messina)

Mi insegnò personalmente i primi rudimenti, utilizzando il cosiddetto "Canottino" che era una specie di gozzo (ma più slanciato e leggero) con i classici banchi trasversali per sedersi ed un unico posto di voga con gli scalmi mobili nella fiancata e poi la Iole a posto singolo dotata di strapuntino per un passeggero-istruttore.
Su questo tipo di imbarcazione mi insegnò la tecnica di voga vera e propria, prima mostrandomi come si faceva e poi facendomi vogare mentre lui seduto nel posto del passeggero, mi andava correggendo. Questo tipo di Iole ormai nei circoli di canottaggio è virtualmente scomparsa..
Papà, nella voga, era sempre forte e mi intimoriva: rimase proverbiale, la volta in cui in un'uscita con il Canottino fui capace di far cadere in acqua lo scalmo di ottone, sicchè per salvare la situazione fu lui a mettersi al posto di voga e fare ritorno alla sede a mare del Lauria utilizzando un remo solo. In quella circostanza papà non perse il suo contegno, ma ebbi la sensazione che fosse stato davvero irritato dalla mia sbadataggine.

Mio padre e il canottaggio
Mio padre e il canottaggio
Mio padre e il canottaggio
Mio padre e il canottaggio
Mio padre e il canottaggio
Mio padre e il canottaggio

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22 gennaio 2013 2 22 /01 /gennaio /2013 20:58

Parigi maratona 2011Mi sono imbattuto l'altro giorno in alcune foto che costituiscono il ricordo della mia trasferta per partecipare a quella che rimarrà la mia unica maratona parigina. 

Accadde ad aprile del 2001: una decisione presa all'ultimo minuto da cui scaturì un viaggio imprevisto, un fine-settimana allargato che si apriva ad includere anche la maratona, più che altro un pretesto...
Allora, a quel tempo, niente macchina fotografica digitale: solo strumenti analogici...
Non mi ero ancora evoluto.

Ma - oltre all'attrezzatura fotografica per le foto da viaggio serie e ponderate (la mia Reflex di sempre, una gloriosa Asahi Pentax) - avevo preso l'abitudine di portare con me - durante le mie corse, fossero gare o allenamenti - una piccola Camera maneggevole simile alle moderne digitali compatte, molto comoda perché entrava facilmente nel marsupio e che potevo tenere abbastanza facilmente contenuta nel palmo della mano. Ma, ovviamente, non essendo digitale, la filosofia della foto durante la gara era ancora molto diversa: pochi scatti soltanto, contati - per così dire - con il misurino.
I tempi di percorrenza della Maratona erano ancora molto più veloci di quanto non furono agli epigoni della mia carriera podistica di maratoneta "attivo", anche se, già, mi ero molto rallentato: in fondo questa fu una delle maratone che diedero l'avvio all'era delle foto-maratone, cioè quelle maratone corse con l'intento e con il desiderio di costruire una documentazione della gara dall'interno, per così dire, con l'effetto che a poco a poco l'obiettivo primario ("correre" e a"arrivare al traguardo") si stemperava in quello sempre più ingombrante del realizzare un buon "raccolto" di immagini.
Ricordo che questa fu una bella transferta, ma rispetto ai miei precedenti viaggi a Parigi, rimasi stordito dalla quantità di turisti che vi trovai (a parte i viaggiatori della Maratona - quelli scontati-). 

Per ogni cosa che si desiderasse fare, c'erano delle code infinite da affrontare, persino per visitare il Cimitero Père Lachaise, dove avrei voluto rendere omaggio alla tomba di Jim Morrison.
Maratona di parigi 2001 - Foto di Maurizio CrispiCi limitammo a camminare molto per i Boulevard e, in lungo e in largo, per le vie eleganti, riuscimmo a compiere una visita di prammatica al Louvres (per fortuna, senza coda all'ingresso) e facemmo tante cene a base di carne (era già il tempo della Mucca pazza che in Italia impazzava, con divieti che fioccavano da tutte le parti. Eppure i Francesi davano l'idea di fottersene alla grande e mangiavano bisteccone con l'osso, senza stare tanto a sottilizzare), condite di tanti boccali di birra, vino niente, perché avremmo sforato un budget per le spese di viaggio piuttosto limitato...
In una delle ultime foto ho ripreso il traguardo proprio davanti a me: stessa, identica emozione di sempre...
Meraviglioso il percorso perchè si attraversavano tutti i luoghi significativi di Parigi, i boulevard, le piazze storiche, le regge, si sfilava lungo le rive della Senna, per passare quasi ai piedi della Tour Eiffel: c'erano proprie tutte le icone parigine, nessuna esclusa.
Grandissima partecipazione di folla e di pubblico, con un entusiasmo che non mi parve da meno a quello riscontrabile durante una maratona a New York o a Londra. 
Uno splendido effetto ti faceva - lungo l'intero percorso - la colonna sonora realizzata dalle tantissime band scaglionate qua e là in punti strategici, tutte composte da suonatori bravissimi ed ispirati, specialisti di ogni varietà di genere musicali.
Siccome eravamo in Francia, terra di vini e di bevitori, in un posto di ristoro informale si potevano fare degustazioni con ottimi vini.

Maratona di Parigi 2001 - Foto di Maurizio CrispiEd eccomi quasi all'arrivo... Dal diradamento dei podisti si comprende che sono piuttosto indietro.... In questa foto, si vede anche l'orologio digitale posto a favore dei runner il cui display segna 6h02'46 al passaggio del runner che mi precede in maglia gialla e io devo ancora percorrere circa 50 metri. 
Quindi, si può ragionevolmente sostenere che il crono finale sia stato di poco più di 6h03'.
Ma non importa, quella volta mi divertii egualmente... anche se ormai mi ero conquistato a pieno titolo la laurea ad honorem come "tapascione", anche se poi - in un articolo-intervista a me dedicato, pubblicato proprio in quel periodo (immediatamente dopo la partecipazione a quella maratona) - mi meritai la bella definizione di "filosofo delle retrovie".

Mi dicono che, adesso, il percorso della maratona parigina è un po' cambiato: quello che ho fatto io era interamente alla luce del giorno, adesso invece, ci sono numerosi transiti in percorsi stradali coperti (sottopassi e tunnel), con i relativi dislivelli altimetrici con cui confrontarsi.

Comunque, in ogni caso, per concludere questa rievocazione, a chi mi chiedesse se val la pena andare a correre la maratona a Parigi, io risponderei: "Parigi val bene una messa!". 

E chi disse questa celebre frase? Non riuscivo a ricordarmelo e ho fatto una piccola ricerca sul web.

Ed ecco il migliore risultato individuato a tal riguardo: "Lo disse Enrico IV di Borbone, detto il Grande (Pau, 13 dicembre 1553 – Parigi, 14 maggio 1610), figlio di Antonio di Borbone e della regina Giovanna III di Navarra. Nel 1572 ereditò la corona di Navarra dalla madre, divenendo Enrico III di Navarra. Nel 1589 ereditò il trono di Francia: fu il primo monarca del ramo Borbone della dinastia dei Capetingi a diventare re di Francia per ottenere il cui trono accettò di convertirsi al cattolicesimo
Come ugonotto, prima di salire al trono di Francia nel 1589, Enrico venne coinvolto nelle guerre di religione. Prima della sua incoronazione come re di Francia a Chartres, abiurò la fede calvinista per abbracciare quella cattolica. Nel 1598, pose fine alla guerra civile emanando l'Editto di Nantes, che garantiva la libertà religiosa ai protestanti. Fu uno dei re francesi più popolari, sia durante che dopo il suo regno. Enrico IV ha sempre dimostrato grande attenzione per il benessere dei suoi sudditi e ha reso concreta una tolleranza religiosa inusuale per l'epoca. Nel 1610 fu assassinato da un fanatico cattolico, François Ravaillac.
Enrico IV viene talvolta chiamato Le Bon roi Henri ("il buon re Enrico") o le Vert Galant ("il donnaiolo"), un riferimento sia al suo carattere focoso che al suo amore per le donne. Dette il nome allo "stile Enrico IV" in architettura, che patrocinò. È il soggetto eponimo dell'inno reale di Francia, la Marche Henri IV".

 

 



Foto di Maurizio Crispi

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26 agosto 2012 7 26 /08 /agosto /2012 08:07

Davanti alla casa dei miei zii (Amityville, Long Island) 1989Correva l'anno del signore 1989 andai per la prima volta nella mia vita a New York.
Fu quel viaggio non solo la mia prima visita di New York, ma anche il primo mio ingresso nel Nuovo Mondo.

Feci la maratona e girai in lungo e largo per le vie di New York (resi anche una visita ai miei zzii che vivevano ad Amityville, Long Island, ad un centinaio di chilometri da Manhattan): una vera e propria immersione - con gli occhi meravigliati del viaggiatore che per la prima volta si trova dentro uno scenario più volte fantasticato o visto nei film - nella Grande Mela, dove ero andato per correre la mia prima maratona (questa la motivazione apparente)... 
A quel tempo, avevo da poco superato il giro di boa dei quaranta, con qualche scossone esistenziale e un periodo di malattia che mi aveva prostrato. 
Il progetto di correre la maratona di New York e il viaggio a NY rappresentarono, a tutti gli effetti, l'inizio di un nuovo capitolo e una ri-fondazione del mio modo di essere su di una base del tutto diversa. 
Nei momenti critici, ci voglione dei nuovi inizi ...
Guardando le sole due foto non sportive di quel viaggio in cui compaio (realtive alla visita che andai a fare ai miei zii) si può notare il paradosso secondo cui quando ero più giovane sembravo più vecchio, più antico forse...

 

 

 

Galleria fotografica su Facebook: Archivio storico. Le immagini del mio primo viaggio a NY

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14 agosto 2012 2 14 /08 /agosto /2012 08:27

Mondello_23-luglio-1950r.jpgLe prime estati della mia vita le trascorremmo nella casa di Mondello che, nell'anteguerra era stata acquistata dal nonno Giosué (che amava fottemente questo luogo, allora di una bellezza selvaggia, poichè la casa si ergeva quasi sulla scogliera, uno degli ultimi avamposti dell'edidicazione "balneare" mondellana di inizio secolo: oltre la casa, si accedeva alla Fossa del Gallo, ancora allo stato totalmente brado (che da poco tempo soltanto, quando mio nonno aveva acquistato la casa, aveva smesso di essere utilizzata come cava di pietre e di ghiaia). Molti dei miei primi ricordi sono legati a questa casa e ai lunghi periodi di villeggiatura che vi trascorrevamo.
Nessun ricordo diretto, però: solo vaghe tracce mnesiche.
La maggior parte dei "ricordi" che ho di quegli anni, ad eccezione di un paio particolarmente vividi, sono delle affabulazioni, dei "costrutti" derivanti da una combinazione delle foto che, allora mia madre con l'entusiasmo della sposina e della mamma collocava sistematicamente in un album, dedicato a mio fratello e a me, e dei racconti che più volte mia mamma mi faceva, il più delle volte per rievocare le mie marachelle e le mie performance di bambino "che diceva sempre no".
La maggior parte delle foto (pochissime, a dire il vero, rispetto alle ridondanti documentazioni fotografiche digitali di oggi, grazie) si devono al marito di Iole, la sorella più grande della mamma (lo "zio Armando") che, a differenza dei miei che ancora non possedevano una macchina fotografica (in fondo, quelli erano ancora gli anni del del "dopoguerra"), si dilettava di Fotografia e di cinematografia amatoriale.


Nella foto, da sinistra: la mamma, Salvatore, papà ed io, a nemmeno un anno di età.

La foto fu fatta nella casa di Mondello (all'inizio della Fossa del Gallo), acquistata nell'anteguerra dal nonno Giosué. Visto che mio fratello (primogenito) aveva preso il nome del nonno Totò, io avrei dovuto chiamarmi con il nome del nonno materno, ma la mamma non volle e scelse per me il nome Maurizio. 
La foto venne fatta sul terrazzo del primo piano che sovrastava la loggia dell'ingresso principale.

Questa casa era bellissima, circondata da un bel giardino e sul retro, un fronzuto piede di fico. Un cancelletto posteriore, molto misterioso, immetteva tramite un piccolo sentierino nella proprietà delle mie prozie. 
Da quel terrazzo, si godeva il paesaggio, allora incontaminato e allo stato brado, della Fossa del Gallo.

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18 aprile 2012 3 18 /04 /aprile /2012 14:48

NIMAG0010.JPGel settembre 1990, partecipai alla 1^ serie delle "Giornate psichiatriche lampedusane".

Era l'anno in cui era stato commercializzato in Italia il Prozac e le giornate lampedusane di psichiatria avevano un taglio sostanzialmente "promozionale" del nuovo farmaco, per quanto con il corredo di autorevoli interventi scientifici.
La ditta che produceva e distribuiva il Prozac si assunse integralmente l'onere della organizzazione.
Tutti gli psichiatri al top (universitari ed ospedalieri/USL) vennero ovviamente patrocinati. Era anche il momento in cui il terriorio apriva alla psichiatria e andavano a regime i servizxi psichiatrici ospedalieri per le cure psichiatriche urgenti: un'occasione di connubio forte ed indiscutibile (almeno per Palermo e Catania) tra Psichiatria cattedratica e polo ospedialiero, le cui potenzialità erano state fiutate dalla Major farmaceutiche.

Noi poveri peones no, invece: pur avendo garantita la partecipazione gratuita al consesso (senza l'onere del pagamento della quota partecipativa), per il resto - viaggio e spese di soggiorno - dovemmo far fronte alle spese di tasca nostra.

In ogni caso, avemmo sicuramente la bella opportunità di passare un'intera settimana a Lampedusa, usufruendo di alcuni giorni di Congedo straordinario per aggiornamento.
Tra l'altro, le giornate di studio erano organizzate apposta per favorire un clima vacanziero: i lavori plenari cominciavano invariabilmente alle 17.00 e di mattina, soltanto una brevissima session plenaria, con veloci interventi e poi tutti in relatori in barca o in spiaggia.
Per noi peones c'era tutto il tempo per stare al mare durante il giorno.
Sole e mare: al pomeriggio la lucidità non era certo al massimo e i sonnellini in corso di relazioni erano frequenti.

IMAG0007Erano anche grandiosi, ricchi e munifici, i buffet per un sano break a metà circa dei lavori.

In quell'occasione, tra l'altro, andai sull'isola per nave, portando con me auto e canoa.

Era anche l'anno in cui io stavo per raggiungere il mio apice podistico, dopo l'esordio con la mia prima maratona a NY.
Mi alzavo di mattina molto presto e mi allenavo
: prima, quando ancora faceva fresco, corsa, poi uscita in canoa per un'ora-un'ora e mezzo e quindi nuoto.

Un vero scialo...

Una settimana di cui ho un bel ricordo: conobbi tantissime colleghi di fuori e, da Palermo, c'erano il mio collega Mario Maggio e Gerlando Brucculuri che avevamo uscito da pochissimo e che stava tentando di passare dalla pratica dell'Ematologia a quella della Psichiatria... C'erano anche tantissimi psicologi da palermo, poiché quello era stato l'anno in cui le USL di Palermo ne avevano assunti tantissimi, sbloccando dei concorsi fermi da tempo.

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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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