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16 dicembre 2019 1 16 /12 /dicembre /2019 06:57

Sento di aver l'assoluto bisogno di un limone.
Sono per strada, a torso nudo e con un paio di pantaloni sbuffanti, bianchi, con il cavallo basso, come si usa in oriente (mi manca il termine specifico per nominarli correttamente).

Sono anche a piedi scalzi, come se fossi un cultore dellamarcia a piedi scalzi oppure un penitente.
Non so dove mi trovo, né dove vado.
Vado avanti, cammino e cammino, e sento crescere dentro di me il desiderio di un buon limone succoso,  quando - ad un tratto - vedo un grande cancello che si apre su di un giardino lussureggiante, pieno all'inverosimile di alberi da frutto.

Il cancello è spalancato: quasi un invito ad addentrarsi all'interno: cosa che faccio immediatamente, senza esitazione alcuna.
E cosa vedono i miei occhi? Ma proprio un albero di limone, da cui rami pende un unico frutto voluminoso con la scorza verde-gialla. Sembra perfetto, anche se si presenta parzialmente scorciato, come se qualcuno avesse sentito la necessità di scorzette della buccia per farsi un Martini, oppure - che so - un’acqua canarino, con la famosa ricetta della nonna per curare il mal di pancia e l’acidità di stomaco, tanto per dire.
E’ proprio quello di cui ho bisogno: grosso e succoso.
Non c’è nessuno in vista e dalla grande casa, immersa nella verzura, non si scorgono segni di vita.
Mi avvicino alla pianta e colgo il frutto, con decisione: sto per andarmene, ma scorgo un’ombra dietro il vetro di una delle grandi vetrate panoramiche.
Capisco di essere stato scoperto e, anziché darmela a gambe levate, mi prostro per terra con la faccia nella polvere e le braccia protese davanti a me con il limone stretto tra le dita come in offerta.
Una postura penitenziale, è la mia, quasi fosse al cospetto di un terribile Dio punitore.
Recito come un mantra che ero lì di passaggio, che non sono un ladro e che avevo sentito l’improvvisa necessità di dissetarmi con quel limone.
Penso che il dichiarare con molta semplicità ciò che avevo fatto potrà valermi il perdono e persino il dono del limone.
Si avvicina un bambino e si ferma davanti alle mie mani distese in avanti, quasi sfiorandole con la punta dei suoi piedi pure nudi. Di lui, del bambino, posso vedere solo i piedi: non oso guardare in alto.
Mi osserva a lungo, poi si china, afferra il limone e torna nella casa.
Io rimango disteso nella polvere per qualche istante.
Poi mi rimetto in piedi con grande fatica, perché mi sento tutto rattrappito e me ne vado a passi stanchi, ripensando a quel limone che non avevo potuto gustare.
L'ho potuto contemplare, soppesare nella mano e sentirne l'aroma.
E poi mi è stato giustamente sottratto poichè era un frutto rubato, non meritato.

Ho solo potuto sperimentare una versione inedita ed istantanea del supplizio di Tantalo.
E sono di nuovo sulla strada, con la nostalgia di quel frutto appena colto che non ho potuto gustare.


Palermo, 4 dicembre 2019

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13 novembre 2019 3 13 /11 /novembre /2019 11:16
Foto di Maurizio Crispi

Torno a casa dopo una lunga assenza.
L’appartamento è vuoto.
Mio fratello non è casa
Ci sono dei cambiamenti strutturali
Una delle stanze si apre su di un enorme terrazza, delle dimensioni - a dir poco - di un campo di calcio, dotata anche di piante arboree di alto fusto che lungo il lato più lontano formano quasi una densa parete di verzura.
Nella terrazza sono parcheggiate delle automobili.
Sono alquanto meravigliato: del fatto che le autovetture siano arrivate sin qui, parecchi piani più in alto rispetto al livello stradale. Eppure non ricordavo che ci fosse mai stata in questo stabile una rampa percorribile dalle autovetture.
Penso che mio fratello, durante la mia assenza, abbia fatto in modo di poter arrivare sin dentro casa con la sua autovettura, per ridurre al minimo i disagi dovuti alla sua disabilità.
Ma quella che dovrebbe essere l’auto di mio fratello non è la sua macchina. C’è qualcosa di sbagliato nella sua tipologia e nel suo stato.
E’ piuttosto una berlina scassatissima e sbilenca (marca sconosciuta, ma delle dimensioni di una volvo station wagon antico stile), come se avesse subito numerosi incidenti, oltre ad essere evidentemente reduce di una pessima manutenzione e logorata da anni di incuria.
Penso che il badante di mio fratello possa aver trascurato il suo lavoro durante la mia assenza.
Ma anche le altre automobili presenti - di dimensioni più modeste e anch’esse, per me, di marca sconosciuta  - sembrano essere in uno stato di totale abbandono.

Bici abbandonata (Foto di Maurizio Crispi)

Entro in auto e verifico che le chiavi sono inserite nel cruscotto.
Metto in moto per verificare che la batteria non sia scarica. Grazie a dio il motore si accende anche se solo al secondo tentativo: innesto la marcia e provo a fare dei piccoli spostamenti avanti ed indietro per verificare che tutto sia a posto. L’auto va anche se si sentono degli strani rumori di sferragliamento.
C’è anche uno scooter, pure in stato di abbandono, poggiato sul cavalletto laterale. Provo a spostarlo per far posto alla macchina, ma il supporto si rompe e lo scooter cade di fianco, con un clangore metallico.
In casa non c’è nessuno.
Osservo i libri disposti in file ordinate, in doppie o triplici file. Trasbordanti dovunque. Alcuni a mucchi disordinati sul pavimento, sul davanzale delle finestre, su tutti i mobili.
Alcuni non li riconosco, altri sì. Mi sono familiari.
Li prendo in mano e ne sfoglio alcuni. Li soppeso tra le mani, sento tra i polpastrelli la consistenza della carta, alcuni li apro e ci infilo il naso dentro per aspirarne l’odore.
Sono da solo, ma i libri mi fanno sentire a casa.
Penso che non arriverà più nessuno.
Cosa farò in questa desolazione?
Mi devo adattare a questa vita tra i relitti di quello che sembra un naufragio avvenuto tanto tempo prima.
Alla deriva sulla zattera della Medusa.

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11 novembre 2019 1 11 /11 /novembre /2019 06:01

Questa notte ho fatto un sogno in cui compariva mio figlio Francesco.
Ero in campagna a fare, come al solito, dei lavoretti.
Avevo impastato il cemento ed mi ero inerpicato lungo un pendio scosceso con una caldarella piena di impasto.
Ho fatto ciò che dovevo fare e sono ritornato per riempire di nuovo la caldarella.
E dove avevo lasciato l’impasto c’era Francesco che si era messo a lavorare anche lui con quel cemento: un attimo prima ero da solo ed ecco che adesso c’era mio figlio.
O almeno ci aveva tentato, seppure con grande zelo.
Infatti, l’impasto era praticamente finito: lui aveva fatto un lavoro a largo raggio, mettendo il cemento dovunque, ma non in maniera sostanziale ed efficace per legare veramente in modo permanente le pietre.
Francesco mi guardava e mi sorrideva.
Non era il Francesco adulto di oggi, ma il Francesco bambino, quando aveva cinque o sei anni.
Da un lato ero contento che, così, senza preavviso, fosse venuto e mi avesse aiutato, ma dall’altro irritato perché quell’impasto di cemento era stato praticamente sprecato.
Ma non diedi a vedere la mia irritazione. Sarebbe stato un peccato sciupare con il mio stupido perfezionismo un momento che era di per sé molto bello.
E quindi sorridevo a mia volt, ricambiando il suo sguardo di contentezza.
Dopo, raccattavo quel poco cemento ancora morbido che era rimasto e cercavo di perfzionare il lavoro che avevo sviluppato Francesco, ma con scarso successo, perchè come è noto è fatica sprecata costruire su di un muro che è nato storto.
Poi il sogno si protraeva con molti altri eventi che si sono persi nell’oblio (9 novembre 2019)

Una volta, in effetti, Francesco è venuto in campagna con me e mi ha aiutato a preparare il cemento. Gli avevo parlato di questi lavoretti che facevo ed era stato molto interessato. Dopo aver preparato l'impasto, gli ho assegnato un lavoro relativamente semplice per impararare a maneggiare la cazzuola e farsi l’occhio.
Fui davvero contento quella volta. Tanti anni prima, quando aveva da poco finito il Liceo, Francesco venne in campagna con il suo amico e, ambedue, mi hanno aiutato a trasportare delle pietre "manische" da un punto ad un altro, più vicino alla casa, dove stavo innalzando un muretto a secco. Quel lavoro non ebbe durata lunga, perchè dopo appena mezzora entrambi si stancarono e si ritirarono in casa a riposare.
Peccato che questa esperienza del cemento non si sia ripetuta più.
In tempi recenti, siamo andati con Gabriel ad Altavilla e, per passare il tempo, anche con lui ho preparato il cemento: poi l’abbiamo utilizzato per fare un lavoretto molto semplice in cui non occorreva eccessiva perizia per disporre il cemento. Gabriel di quel lavoro fatto assieme è stato davvero molto contento.

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13 settembre 2019 5 13 /09 /settembre /2019 10:20
Il venditore ambulante di generi di ortofrutta (Giuseppe)

Nel 2013, scrissi di "quel venditore di strada vicino casa".
Ebbene, Giuseppe (questo è il suo nome), ormai quasi trentenne, è ancora lì a vendere frutta di stagione, talvolta sacchi di patate o altri ortaggi. Ogni volta solo pochi articoli che cambiano di giorno in giorno, a seconda della fornitura che riceve.

Ebbene, lui è sempre là.

Sin dalla mattina presto e talvolta sino ad un'ora inoltrata della notte.

Il mandato che riceve da coloro a cui deve rendere conto è quello di non poter andare via se prima non ha smaltito tutta la mercanzia. E ciò a prescindere da qualsiasi condizione atmosferica. E poi, a notte tarda se ne va a casa a piedi a oltre mezzora di cammino.

A notte inoltrata, talvolta lo vedo che sonnecchia su di una sedia di plastica sbilenca, quando proprio non ce la fa più. incappucciato nella sua felpa se si fanno sentire il gelo e l'umido della sera.

Qualche volta gli offro un caffè e un cornetto.

Una volta, di pomeriggio, mi ha chiesto di comprargli delle merendine al supermercato, dicendomi che poi me le avrebbe pagate. Ma io ho voluto offrirgliele.

Qualche volta compro da lui della frutta, ma poi me ne pento sempre perchè pur di liberarsi della merce, mi offre un'intera cassetta a prezzi stracciati e i frutti marciscono prima che faccia a tempo a consumarli. Per non parlare del fatto che stando in mezzo alla strada o le prendi di mattina presto oppure te le ritrovi poi completamente ricoperte della polvere della strada
Qualche volta, mentre è impegnato a vendere ad un braccio dell'incrocio e la frutta, messa in mostra all'altro, rimane incustodita e gliela rubano: approfittando della sua assenza qualche automobilista agguanta qualcuna delle cassette.

Giuseppe il venditore di frutta

Qualche volta, al passaggio, tento una conversazione su argomenti diversi: parliamo del tempo che fa, della partita di calcio che ha visto, ma inesorabilmente lo scambio verbale sfocia in una richiesta da parte sua di comprare qualcosa e questo anche a sera inoltrata: il suo problema è che deve sbarazzarsi di tutta la merce che gli è stata assegnata prima di poter tornare a casa.

All'inizio di dicembre del 2017 mi ha detto che di questa vita non ne poteva più e che si era stancato.

Io gli ho detto: "Bravo! Qualche volta bisogna avere la forza di cambiare..."

Ha aggiunto: "Io me ne voglio andare. Una mia sorella sta a Bologna e per la prossima settimana mi ha preso un appuntamento per un posto di lavoro".

Ebbene, malgrado questa dichiarazione d'intenti, Giuseppe è ancora là a vendere.
O il suo sogno di libertà non c'è mai stato e ha detto solo per dire di questa sua possibile emancipazione.
Oppure quelli per cui vende non hanno voluto che se ne andasse.

Mi intristisce vederlo lì ogni giorno della sua vita, bloccato in un'eterna ricorsività ad un incrocio di vie, specie dopo quella breve conversazione.

Giuseppe è ancora là a vendere, con il bello e il cattivo tempo, con il freddo dell'inverno e nella canicola dell'estate dalle prime ore del mattino sino a notte tarda. Sembra inamovibile: come se facesse parte integrante di quell'incrocio.

Se questa non è una forma di schiavitù, ditemelo voi.

Di seguito, ripropongo cià che scrissi di lui nel 2013

 

E Giuseppe è ancora lì a vendere frutta e ortaggi

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21 dicembre 2018 5 21 /12 /dicembre /2018 07:23

F. - Adesso quasi quasi vado a farmi uno shampoo
M. - A dire il vero, io i capelli non mi le lavo mai...
F. - Aiutoooo...
M. - Ma no! Cosa hai capito? Non sono uno sporcaccione!
F. - Ma veramente...! Lo shampoo bisogna pur farselo ogni tanto...
M. - Ma mi hai mai visto?
F. - [borbottio indistinto]
M. - Devi sapere che la mia testa è liscia come una palla da bigliardo... Mi rado ogni giorno...
F. - E dunque?
M. - Dunque c'è che se mi facessi lo shampoo ogni giorno o anche a giorni alterni sarebbe uno spreco inutile e darei un intollerabile contributo all'inquinamento dell'ambiente... Voglio essere ecofriendly, io!
F. - Non ci posso credere...
M. - Ma siccome tengo molto alla mis igiene personale, ogni tanto mi faccio una bella lavata di capo...
F. - Una lavata di capo? Ma cosa dici? Pensavo che a te le lavate di capo non le facesse nessuno!
M. - Ma cos'hai capito? Non intendevo in quel senso lì, piuttosto parlavo di una lavata del capo in senso letterale: con tanto di saponetta profumata...
F. - Ah, allora così andiamo un po' meglio! Potrei anche trovarmi a distanza ravvicinata da te, senza dover arricciare il naso...
M. - Ti dirò di più, ogni tanto utilizzo, sì, uno speciale shampoo in una formula messa a punto di recente...
F. - Noooo! E cos'é?
M. - E' uno shampoo che penetra a fondo dentro i follicoli pilifieri (quelli residui, almeno) e li pulisce a fondo, asportando anche le secrezioni sebacee: quindi, la mia testa è liscia, pulita e brillante, sempre.
Ti dirò anche che, un, tempo tenevo sulla nuca un ciuffo di capelli che facevo crescere per poterci fare, quando fossero cresciuti abbastanza, una treccina, ma non sono riuscito mai nel mio intento: non si allungavano mai per più di pochi centimetri. E per rappresentavano la "memoria del capello"... Tutti mi riconoscevano per via di questo sparuto codino, anche se non tutti conoscevano il mio nome... Insomma, era come un marchio di fabbrica...
F. - Bene, bene! E allora ti auguro una buona lavata di capo... A presto, caro!

Me stesso

Maurizio Crispi (foto di Francesco Crispi)

Come Giano Bifronte, ma con la testa liscia come una palla da bigliardo (Foto  relativo effetto grafico di Francesco Crispi)

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18 dicembre 2018 2 18 /12 /dicembre /2018 07:43
Il volo di Icaro by Matisse

Un tempo lontano sognavo di volare
Era un sogno ricorrente.
Ma si trattava di un volo strano, senza strumenti idonei a volare, cioè, in sostanza, senza ali

Non era come il volo temerario di Icaro, insomma, o - adesso - quello di coloro che si buttano dall'alto delle montagne equipaggiati di parapendio.
Cominciava sempre con una corsa balzata, come in assenza di gravità
Poi, man mano che andava avanti, mi accorgevo che potevo librarmi in aria, ritardando sempre di più il momento della caduta al suolo. Nei momenti di sospensione sperimentavo una sensazione di leggerezza (ovviamente), ma soprattutto di grande gioia.
Insomma, era come una corsa con un tempo di volo infinito, rallentata anche, come quella che si può vedere nei film di fantascienza, quando gli astronauti bardati delle loro tute si impegnano in attività extraveicolari nel vuoto dello spazio profondo.
Le sensazioni erano bellissime.
Godevo intimamente di sperimentare una totale assenza di peso, una grandissima leggerezza, quando dentro di me avvertivo una sconfinata fiducia sul fatto che tutto ciò che desiderassi fosse possibile e a portata di mano.
E c'era anche, nei momenti di questo volo sospeso e prolungato, una sensazione di invincibile forza e di invulnerabilità.
Ma questi sogni di voli adesso non ritornano più a visitarmi e ne sento la mancanza.
Vorrei potermi staccare dalla mia ombra e poterla guardare rimanere incollata a terra, mentre io lievito leggero.
Vorrei poter volare di nuovo, come quando in quel passato lontano credevo che tutto fosse possibile e a portata di mano.

Foto di Maurizio Crispi

Foto di Maurizio Crispi

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2 dicembre 2018 7 02 /12 /dicembre /2018 10:53

Mi capita sovente di sognare di un appartamento segreto.
Un posto che sembra essere quasi un rifugio, al quale soltanto io ho l'accesso.
Si trova ubicato in un grande palazzo, nell'intercapedine tra due altri appartmenti: ed in comunicazione con entrambi attraverso porte a scomparsa, occultate ad arte, che soltanto io posso aprire.
E' un appartamento attrezzato del minimo necessario, ma sostanzialmente di aspetto monacale: benchè sia segreto ed invisibile è dotato di finestre che si aprono all'esterno e che ne consentono aereazione e una buona illuminazione con la luce del giorno.
Dall'appartamento si accede ad un'enorme terrazza che occupa l'intera superficie dell'edificio.
Di fatto, questa terrazza è un enorme giardino pensile dove crescono piante da fiori e anche alberi che nel corso del tempo sono diventati enormi e ramificati sino a formare una vasta foresta incolta.
Non ho mai avuto tempo di curarla nelle mie fugaci visite, poichè c'è sempre qualche evento imprevisto che mi distoglie dal curarmi del mio giardino.
Ogni tanto, nei miei sogni, mi aggiro nei meandri di qesta piccola foresta, sorprendendomi ogni volta nello scoprire che nuovi virgulti sono cresciuti, fino a formare un fitto sottobosco e che alberetti prima piccoli sono diventati enormi e fronzuti.
Ogni tanto mi affaccio alla ringhiera e vedo dei bambini che nei cortili sottostanti giocano e si rincorrono, ma nessuno di loro si accorge mai di me che li osservo dall'alto. E' come se da questo rifuggio segreto nessuno mi potesse vedere e, d'altra parte, è impossibile qualsiasi comunicazione a voce, in considerazione dell'altezza.
Qualche volta nei sogni, sono all'esterno dell'appartamento, e mi soffermo a trastullarmi con l'idea che posso entrarci qando voglio, passando in rassegna le diverse stanze che lo compongono: trattandosi di una cosa che sento solo ed esclusivamente mia non ha davvero importanza entrarci, perchè so che sono l'unico a possedere le chiavi di questo piccolo regno nascosto.
Altre volte, invece, mi aggiro al suo interno, ma sempre senza particolarmente soffermarmi in una stanza o nell'altra: ma i sogni non mi dicono mai cosa faccio quando sono al suo interno. In effetti, le stanze sono spoglie, come in attesa di essere occupate.
Le porte d'accesso sono nascoste e soltanto io ne conosco il segreto: mi sorprendo a volte che questo appartamento possa esistere ignorato da tutti.
A volte mi chiedo come ciò sia possibile: a volte, mi rispondo dicendo che l'appartamento si trova in un'intercapedine di cui nessuno conosce l'esistenza e in cui io, per qualche bizzarria della sorta, mi sono imbattuto. Altre volte, contagiato dalle mie letture di fantascienza, mi dico che si tratta piuttosto di una porta verso un altro mondo che, tuttavia, rimane in un rapporto di stretta contiguità con quello da cui provengo. Ma questo pensiero è di per sé inquietante, poichè a volte mi trovo a pensare che le porte d'accesso possano chiudersi definitivamente anche per me, proprio quando sono al suo interno. O anche - con un pensiero più ardito - penso che possa essere una camera per il teletrasporto di cui ignoro il meccanismo di funzionamento.
Sì, sembra essere decisamente una dimora da vivere in solitudine, quasi fosse la dimora di un eremita che ha fatto il voto del silenzio, ma quando sono lì dentro o sulla sua soglia, non mi sembra mai che mi manchi qualcosa di essenziale. E dire che, nel corso delle mie visite, non ho mai visto al suo interno, alcun libro, o cd. C'è sì uno spazzolino da denti nel bagno che presenta tracce d'uso.
L'altro giorno, per la prima volta, ho sognato che Gabriel era con me dentro quell'appartamento segreto. Un po' giocavamo assieme, un po' Gabriel faceva qualcosa per cui io lo rimproveravo. Malgrado questi piccoli screzi, avevo la netta sensazione che io e lui stavamo bene assieme, come quando ci ritroviamo a giocare assieme.
Quest'ultimo sogno, a differenza degli altri simili, era molto lungo: mi dava un una percezione soggettiva di interminabilità.
Mi svegliavo e ripiombavo nel sonno per sognare lo stesso scenario, oppure - mi sono poi detto - i risvegli non erano reali e facevano pure parte di quel sogno. Non saprei.
Ma, ad un certo punto, mi sono angosciato: ho pensato di essere intrappolato lì dentro una volta per tutte e di non poterne uscire più: come se il paradiso segreto stesse per trasformarsi in una prigione dalla quale non ci sarebbe più stata una fuga possibile.
Una sorta di concamerazione segreta della mia mente, nella quale sarei rimasto bloccato per sempre.
Un luogo, dal quale non potrei più essere recuperato, come se un dio che gioca con l'Universo potesse decretare: "Quelle porte che erano per aperte per te, ora saranno chiuse per sempre e tu non potrai mai fare ritorno".
E, a questo punto di quest'ultimo sogno, mi sono risvegliato in preda ad una profonda ed inesprimibile angoscia.


 

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30 novembre 2018 5 30 /11 /novembre /2018 06:59

E' successo oggi.
Di prima mattina, mi seggo sul water per una cacata improrogabile.

Espleto la session rapidamente, in considerazione dell'urgenza dell'appello, tanto che non c'è nemmeno stato il tempo per una breve lettura.
Quando mi alzo, e già ho messo in azione il muscolo detto dagli antichi anatoministi "tersor ani" (vale a dire, più prosaicamente, il tricipite bracchiale), particolarmente implicato - anzi quasi essenziale - nel movimento della nettatura con carta morbida o altri materiali (nel caso di cacate outdoors), il mio I-Phone che era alloggiato nella tasca del cardigan scivola fuori e cade nel water, centrando prima la merda ancora giacente sul piano inclinato e poi cadendo di peseso, senza alcun elegante volteggio nell'acqua... E fortunatamente, ancora non avevo avuto il tempo di azionare lo sciacquone...
Pluff!!!!!!!
Rimango ovviamente esterefatto.
Paralizzato.
Ma l'azione è urgente.
Non si può indugiare.
Ogni attimo è prezioso.
Tuffo a mia volta la mano nell'acqua al fondo del water e tiro su l'I-Phone sgocciolante e tutto imbrattato di m***a. E cominciamo dal fatto che non so come maneggiarlo per non imbrattarmi io mi stesso (e per fortuna si tratta della mia di m***a!).
Il Display è illuminato, stranamente: e cosa mostra?
Mi chiede di cosa ho bisogno... Sapete quella funzione per cui si può dettare un messaggio vocale su alcune questioni specifiche: alcuni sostengono che con questa funzione si può accedere ai dati di un telefono, il cui display sia protetto da una password: sembra quasi ironico che sia il telefono, in questo frangente, a chiedermi di casa ho bisogno...
In questi casi non si sa cosa fare prima: molto opportunamente la carta igienica è finita e non c'è altra a portata di mano.
Cerca di pulire alla meno peggio...
Disastro!
Vado nell'altra stanza a procurarmi dello scottex...
Pulisco, netto, ma non è mai abbastanza...
Mi sembra che il telefono, per quanto faccia, continui a puzzare di m***a.
Sono pieno di trepidazione: funzionerà, non funzionerà?
Mah!
Noto tuttavia che alcuni dei punti di contatti tra esterno e interno, per i vari plug sono stati occlusi dalla m***a.
Dunque nella disgrazia, una fortuna: questo casuale evento, probabilmento ha impedito l'accesso dell'acqua all'interno.
Armato di uno spazzolino cerco di eliminare il materiale che occlude i vari buchi...
Un lavoro davvero certosino e devo fare buon viso a cattivo gioco.
Wow! Sembra che il telefono funzioni...
Mi sono ricordato di una scena di Jurassic Park, in cui alcuni dei protagonisti, in gravi difficoltà perchè le cose nel Parco stanno già andando a rotoli, sentono squillare un telefono: uno di loro (che nel difficile frangente è il leader naturale) corre nella direzione del suono, sperando che sia uno degli altri compagni d'avventura, pure disperso. E invece trova un gigantesco mucchio di cacca dinosauresca. Il suono del telefono viene proprio da lì (segno che il suo possessore è stato mangiato dal T-Rex redivivo). Siccome potrebbe essere una telefonata importante, da cui dipende la loro sopravvivenza, il nostro amico non ha esitazioni: affonda la sua mano nella cacata gigante, ancora fumante, e ci fruga dentro eroicamente (con la forza della disperazione) per afferrare il telefono e per rispondere. Riuscirà nel suo intento: non si tura nemmeno il naso, tanto è in ambasce.
Questo episodio mi ha fatto sorridere.
Uno, perchè ho pensato alla scena di una commedia all'italiana, stile Banfi, in cui un alto ufficiale dell'Esercito, prima di una parata, va in bago - ovviamente, alla turca - per una salutare cacata improgabile. E' in alta uniforme, con tanto di sciabola e fascia azzurra con giummo, piutto sto voluminoso in relazione al suo rango. Alla conclusione si alza dalla scomoda posizione e scopre che il giummo si è imbrattato di cacca. Cerca di pulirlo, ma si porca altre parti della sua sino a prima impeccabile divisa, in un crescendo che suscitaa nello spettatore una carnascialesca e scatologica ilarità.
Due, perchè mi ha fatto pensare, ovviamente, alla Legge di Murphy.
Tre, perchè come dicono molti comentatori accreditati contemporanei, i dispositivi mobili (I-phone, smartphone, tablet e quant'altro) stanno diventando sempre di più delle vere e propie protesi del corpo dei loro utilizzatori: quindi, se uno di questi dispositivi cade nella cacca e ci resta immerso, è il suo stesso prorpietario a sentirsi immerso nella cacca sino al collo.
Fortunamente, questa sensazione non l'ho sperimentata, indice del fatto che ancora sono abbastanza distaccato nell'utilizzo dei dispositivi mobili di comunicazione.

Far cadere il proprio telefono nella cacca, potrebbe essere così un buon test di verifica sullo stato dell'arte.

 

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2 ottobre 2018 2 02 /10 /ottobre /2018 08:43
(foto di Maurizio Crispi)

(foto di Maurizio Crispi)

Alcuni anni fa scrissi per un periodico freepress, diretto da Valentina Gebbia, un articolo sulle Magnolie, nel quale in particolare raccontavo dell'Albero-orecchio, cioè di una grande magnolia nei pressi del luogo in cui abito a Palermo, sul cui tronco appare in rilievo un enorme orecchio. Si tratta proprio di un orecchio: non occorre molto sforzo di fantasia per individuarlo. E' lì ed è palese, indiscutibile.
L'Albero-orecchio è sempre lì, eterno, immutabile e per questa sua natura fa pensare agli Ent-Alberi dell'universo di Tolkien: le magnolie, del resto, hanno in sè questa caratteristica che le fa apparire un archetipo dell'eternità, alberi in continua espansione e crescita, grazie alle loro radici pensili che, protendendosi dall'alto e raggiungendo il suolo in un n movimento geocentrico, si trasformano rapidamente in nuovi tronchi.
Le magnolie attivano fortemente la fantasia.


E ancora di più questo straordinario Albero-orecchio.
L'Albero-orecchio è stato tema di costanti narrazioni con mio figlio Francesco, quando ci passavamo accanto e lo osservavamo.
Ed è tornato ad essere di altre narrazioni con mio figlio Gabriel.
La narrazione che segue è stata la più recente che ho voluto proporre qui, poichè per il momento non riesco a trovare il file dell'articolo originario che non è mai stato diffuso online.

 

L'Albero-orecchio con Gabriel (foto di Maurizio Crispi)

Tanto tempo fa un uomo si è fermato ai piedi di questa magnolia ed è rimasto fermo a lungo a pensare, ammirato dalla bellezza dell'albero e dalla sua densa e fresca ombra, dalle sue radici pensili e dalle radici enormi che fuoriuscivano dal terreno rivelandosi come le sinuose creste ossee di qualche dinosauro che lotta per liberarsi dalla terra in cui è sepolto..
L'albero, rapito dalle buone vibrazioni di questo passante, preso dalla meraviglia e da un empito di benevolenza, ha cominciato a protendere le sue radici aeree verso costui.
L'uomo, in contemplazione estatica, non si è mosso e le radici hanno preso a crescere e ad inglobarlo nel legno.
L'uomo nel giro di poco si è fatto uomo-radice ed infine albero.
L'unico segno distintivo del suo essere stato uomo è l'orecchio che è rimasto a sporgere verso l'esterno, quasi a suggellare il suo desiderio di poter rimanere in contatto con il mondo, benché ormai nella forma e nella sostanza di un albero.
L'albero-orecchio (che contiene dentro di sé quell'uomo) vuole ascoltare le storie di chi passa accanto a lui.
Grazie alla trasfusione dell'umanità di quel passante nella materia vivente e silenziosa di cui sono fatte le piante quella magnolia è divenuta un essere sociale e vuole ascoltare le storie del mondo.
Ecco perchè, quando ci si trova a passare vcicino a quel grande orecchie conviene bisbigliare delle storie: le storie di ciò che si è visto, di ciò che si è sentito dire, anche semplicemente delle storie fantastiche inventate di sana pianta oppure anche attingendo al repertorio di storie fiabesche e di avventure. Io per conto mio amo raccontargli le storie di Sinbad il marinaio e quella di Ali Baba e i quaranta ladroni.
E ogni tanto gli racconto anche la storia di quell'uomo che, tanto avendo ammirato quella possente Magnolia, è divenuto uomo-radice.
Giusto nel caso che l'uomo-radice avesse perso memoria delle sue origini.
Se tu, passante, quando ti trovi a sfiorare quel gigantesco orecchio, gli sussurrerai delle storie, l'albero poi sarà benevolo con te e le sue radici di rispetteranno...
Potrai allontanartene tranquillamente, senza esserne avviluppato.
Ma la scelta è tua, in fondo.
Potresti desiderare, in fondo, di diventare anche tu Albero-radice.

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13 ottobre 2015 2 13 /10 /ottobre /2015 00:49
Piccola storia senza parole (Mondello Beach, Palermo, ottobre 2015)
Piccola storia senza parole (Mondello Beach, Palermo, ottobre 2015)
Piccola storia senza parole (Mondello Beach, Palermo, ottobre 2015)
Piccola storia senza parole (Mondello Beach, Palermo, ottobre 2015)
Piccola storia senza parole (Mondello Beach, Palermo, ottobre 2015)
Piccola storia senza parole (Mondello Beach, Palermo, ottobre 2015)

Piccola storia senza parole (Mondello Beach, Palermo, ottobre 2015)

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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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