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11 novembre 2019 1 11 /11 /novembre /2019 12:10

Questo articolo è stato pubblicato il 5 giugno 2009 nel mio blog "Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo" e lo ripropongo integralmente, apportando al testo solo qualche piccola modifica. Come incipit propongo il post del mio grande amico, il compianto Enzo Cordovana, "Panchine da viaggio" (del 3 giugno 2009), le cui considerazioni mi hanno ispirato nella scrittura del mio post, pubblicato il 5 giugno successivo.
Spesso con Enzo succedeva così: in una dimensione molto ludica ci rimpallavamo a vicenda dei contenuti ceativi in uno scambio fecondo di spunti e di riflessioni.

 

Diversi anni fa, passando per una strada di grande transito, vedevo sovente, “appanchinato” sempre nel medesimo segmento di gard rail un uomo di mezza età, vestito con un giubbotto e recante con sé alcune valigie. Stava fermo, solitario a guardare la strada ed il traffico dei veicoli che scorrevano dinanzi a lui. Con alcuni amici, miei compagni di percorso si rideva di lui considerandolo portatore di una strana follia ma, a ben pensare, io ho sempre considerato quell'uomo semplicemente un viaggiatore, si, il rappresentante di una tipologia nuova di viaggiatore. Con quel giubbotto e quelle valigie quell'uomo era per me una sorta di “viaggiatore stazionario”.

Enzo Cordovana, Panchine da viaggio

Diversi anni fa, passando per una strada di grande transito, vedevo sovente, “appanchinato” sempre nel medesimo segmento di gard rail un uomo di mezza età, vestito con un giubbotto e recante con sé alcune valigie. Stava fermo, solitario a guardare la strada ed il traffico dei veicoli che scorrevano dinanzi a lui. Con alcuni amici, miei compagni di percorso si rideva di lui considerandolo portatore di una strana follia ma, a ben pensare, io ho sempre considerato quell'uomo semplicemente un viaggiatore, si, il rappresentante di una tipologia nuova di viaggiatore. Con quel giubbotto e quelle valigie quell'uomo era per me una sorta di “viaggiatore stazionario”.
Mi spiego.
Mentre il viaggiatore cammina per il mondo, quell'avventuriero visionario vedeva il mondo scorrergli davanti. E così ogni giorno, per molti giorni. Poi, all'improvviso non lo vidi più. Chissà dove sarà adesso. Forse si è stancato di viaggiare ed è tornato a casa, forse è invecchiato e non ha più le forze per continuare il suo viaggio, forse sta seduto da solo in un'altra panchina e vive ricordando,
quando,
ancor giovane,
viaggiando
da quel posizionamento
conobbe il mondo,
perpetuo,
in scorrimento

Panchina di Ronta(foto di Maurizio Crispi, 2009)

Mi ha molto colpito il post di recente comparso nel blog di Enzo Cordovana, dal titolo accativante "Panchine da viaggio" (nel suo blog Varietà), oltre che nel gruppo di discussione FB "QUELLI, KE LE PANCHINE...".
La definizione cordovanesca di "panchine da viaggio" mi è piaciuta davvero molto  perchè nel nome c'è insita la garanzia di poter viaggiare con la mente, sicuramente e di potere osservare il mondo dislocarsi attorno a te, realizzando quindi una delle caratteristiche principali del viaggiare con l'effetto di spaesamento e quant'altro.
E' un modo per capovolgere l'idea stessa del viaggio: non sei più tu che vai verso il mondo, ma è il mondo che scorre davanti ai tuoi occhi, come in un film.
Il microcosmo, che comprende ciò che puoi abbracciare con lo sguardo o toccare con mano, costituisce una rappresentazione attendibile, se non addirittura isomorfica, dell'intero macrocosmo.
Questo assunto ha degli antecedenti letterari significativi, tra i quali mi vengono in mente due piccole opere del francese Xavier de Maistre.
Xavier De Maistre (1763-1852), fratello del più famoso Joseph, è l'autore di un piccolo libro, il "Viaggio intorno alla mia camera", composto nel 1790 in occasione di una sua forzata immobilità conseguenza degli arresti domiciliari cui l'avevano condannato le autorità militari savoiarde. Il libro, con un andamento discorsivo e raffinato al tempo stesso, è costituito da 42 capitoletti tanti quanti sono stati i suoi giorni di prigionia. De Maistre, nelle sue pagine, ci racconta di tante sue piccole scoperte che sono, in realtà, alla portata di ogni attento osservatore, ma il suo "tocco" ed il principio ispiratore (spiritualista) della sua narrazione lo hanno fatto apprezzare, nel tempo, anche da illustri scrittori quali Alessandro Manzoni e tanti altri suoi contemporanei.
Il piccolo libro venne seguito da un secondo volumetto, "Spedizioni notturne intorno alla mia camera", costruito in modo del tutto simile.
E, a questo riguardo,mi viene anche in mente un aneddotto, citato da un famoso psicoanalista argentino: un uomo ubriaco se ne stava fermo, in piena notte, appoggiato ad un lampione. Si avvicina uno, incuriosito, e gli chiede: "Cosa fai qui? perchè non te ne vai a casa?" L'ubriaco gli risponde, guardandolo con sufficienza: "Me ne sto qui ad aspettare. E, prima o poi, la mia casa passerà di qui. Ne sono certo".
Certo: parole di ubriaco, ma in fondo anche di profonda saggezza. Inutile affannarsi per cercare di trovare qualcosa che, prima o poi, troverà te.
Seduti nella panchina ci si mette un po' fuori dal mondo e lo si osserva: ma non sempre questo volontario mettersi fuori dal flusso delle cose è ben accolto dal "pubblico". In alcuni casi, per potere seguire indisturbato questa tua esigenza, devi un po' nasconderti.
Una volta, alla 100 km Trapani-Palermo, sentii impellente il bisogno di dormire: dovetti scegliere per la bisogna un posto relativamente appartato e fuori dalla vista. Se infatti fossi stato visto da qualcuno dell'organizzazione beatamente addormentato, nella peggiore della ipotesi, avrei suscitato allarme ("Sta male. Ha bisogno di soccorsi!") e di peso sarei stato portato via e, nella migliore, sarei stato guardato con compatimento ("Chistu è unu curiusu").
La panchina offre la possibilità di un viaggio "stazionario", un modo di viaggiare in controtendenza rispetto a questa nostra moderntà ipervelocizzata, in cui le cose che viengono maggiormente apprezzate e valorizzate sono il movimento continuo e la velocità.
Robert Anson Heinlein, uno dei maestri della narrativa di anticipazione, scrisse negli anni Sessanta un racconto che è una rappresentazione metaforica di ciò che accade al nostro mondo, oggi: in "Le strade devono correre" veniva preconizzato una società futura, in cui il nostro pianeta è ridotto ad una rete infinita di strade, su cui l'intera umanità vive la sua vita su mezzi di trasporto (la più parte autoveicoli personali), dunque ciascuno anche in modo solipsistico) in continuo movimento. Unica legge: non ci si può mai fermare.
A quel mondo (ma, senza arrivare all'estremo visionario di Heinlein, anche nel nostro mondo attuale) preferisco una modesta panchina "da viaggio" che, in alcuni casi, può anche diventare come un tappeto magico che, subito in volo al tuo comando, ti trasporta ovunque tu voglia andare.
Come ad esempio la panchina della foto che si trova sulla strada che da Firenze porta a Faenza, subito dopo l'uscita di Ronta, dunque al 45° km circa del percorso che da Firenze si snoda attraverso l'Appennino sino a Faenza.
La panchina è strategicamente posizionata su di un tornante in modo tale che standovi seduti lo sguardo può avere uno scorcio sulla valle del Mugello che chi percorre quella strada in direzione di Faenza si è lasciato alle spalle e, a più breve distanza, sul tratto di strada a partire dal tornante subito prima.
La panchina è ubicata proprio nel punto in cui la salita si fa veramente dura per poi mantenersi con questo grado di pendenza sino al Passo della Colla (di Casaglia) ubicato al 48° km.
Seguivo come fotografo la testa di un'edizione passata della 100 km del Passatore e quando sono arrivato su questa curva (ottima per tirare delle foto), la panchina era occupata da un papà e da un bambino (o ragazzetto): entrambi ciclisti, si concedevano qualche istante di riposo. Erano seduti e si riposavano. Avrei voluto fotografarli.
Non ho fatto in tempo perchè hanno inforcato le bici e sono andati via, continuando la dura pedalata in salita.
Non mi è rimasto altro da fare che fotografare la panchina vuota.
E poi mi ci sono seduto, in attesa del passaggio della testa della gara.

 

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11 novembre 2019 1 11 /11 /novembre /2019 05:52

Anche questo post è stato pubblicato nel mio vecchio blog nel 2008.
Precisamente con il titolo "Panchine", il 26 ottobre.
Lo ripropongo qui integralmente,con solo qualche piccola modifica.

Poco è cambiato a distanza di più di dieci anni: oggi si sarebbero potute scrivere le stesse cose.

Piazza Castelnuovo nel 2019 (foto di Maurizio Crispi)

Ieri sono andato per panchine.
Non volevo starmene chiuso a casa nel primo pomeriggio.
La mia prima sosta è stata Piazza Castelnuovo, dove - attorno al palchetto della musica - in tempi recenti ne sono allocate alcune di pietra, fatte d'una specie di granigliato che - con i suoi cromatismi - mima il porfido.
E' incredibile come cambi la prospettiva sulla vita quando si abbandona il flusso del movimento e ci si siede su di una panchina: prendono il sopravvento il tempo dei propri pensieri e quello della memoria, dissociati dal flusso temporale in cui tutti gli altri si muovono.
Una silenziosa, condivisione è soltanto possibile con chi, in quello stesso momento, se ne sta seduto pure su d'una panchina.
Poco più in là, un signore anziano (ma nemmeno tanto: forse più dimesso che anziano) nutre i piccioni con delle briciole di pane. Attorno a lui si accalca una miriade becchettante che, a tratti e per motivi imperscrutabili, prende il volo a stormo con frulli d'ali, passando radente sulle teste di altri frequentatori di panchine che guardano con meraviglia oppure scansano le loro teste da traiettorie troppo basse.
Cicaleccio di conversazioni sommesse.
Fidanzati intrecciati che si baciano.
Altri, in attesa nervosa, compulsano di continuo il telefonino oppure rispondono a chiamate o ne ricevono, dando istruzioni a chi, forse, deve raggiungerli per un appuntamento. Ma questi non sono degli utilizzatori DOC di panchine, poichè rimangono ancorati al flusso della vita veloce e non si rilassano nell'attesa senza tempo e senza strumentalità cui la panchina dovrebbe indurre.
Poco più in là, mi sposto verso un'altra piazza della memoria, a Piazza Lolli. Qui la piazza-giardino che prima si presentava come un'arida spianata di terra rossa da cui sorgevano palme svettanti che a me, piccino (poco più che un "soldo di cacio", come usava dire mio padre), parevano gigantesche ed incombenti, è stata sistemata da pochi anni con aiuole e vialetti dal bel selciato di grandi lastre di pietra grezze e con tante panchine comode, con la seduta di assi di legno e fornite di spalliera. Il lavoro di restiling della villa non è stato ancora completato del tutto e conserva un aria di provvisorietà, ma le neo-panchine freschissime di messa a dimora sono tutte stranamente in ottime condizioni e non vandalizzate, salvo una o due.
L'atmosfera è quella di un'autentica oasi di pace.

Piazza Lolli nel 2008 (foto di Maurizio Crispi)

Sarebbe tutto perfetto, se la grande fontana al centro del giardino fosse piena d'acqua e i suoi zampilli in funzione. Il chiocchiolare dell'acqua sui sassi che contornano gli ugelli accrescerebbe per certo la magia del luogo e indurrebbe ad arabiche fantasticherie...
Mi accomodo su di una panchina che guarda verso il cinema Dante, mentre alla mia sinistra rimane l'edificio dismesso e ancora non destinato a nuova destinazione dell'antica stazione ferroviaria, oggi soppiantata dalla più moderna Stazione Notarbartolo.
Anche qui, fidanzati che si baciano.
Gente che sta, contemplando, guardandosi attorno o semplicemente immersa nei propri pensieri.
Qualcuno fuma una sigaretta con indolenti boccate o è intento nella lettura di un libro.
Qui, non solo la panchina è uno spazio magico e senza tempo, ma l'intera piazza lo è, tagliata fuori com'è dalla direttive del grande traffico convulso e caotico della città.

 

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9 novembre 2019 6 09 /11 /novembre /2019 11:25

L'articolo che segue è stato pubblicato per la prima volta nel 2008 nel mio blog "Pensieri sparsi, Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese", con il titolo: Rallentare il tempo: è tempo perso o guadagnato?. Lo ripropongo qui senza apportare alcuna modifica.

 

Panchina di Polizzi generosa (Foto di Maurizio Crispi)

E' tempo perso starsene seduto su una panchina a guardarsi attorno oppure a giocare a carte?
E' tempo perso camminare a piedi senza uno scopo preciso, lasciandosi guidare dalla curiosità o dal caso?
E' tempo perso rinunciare all'uso dell'automobile e andarsene in giro con la bici oppure con i mezzi pubblici disponibili?
Secondo gli accesi fautori della modernità, sì, è proprio tempo perso.
Secondo altri che invece, senza tirare in ballo tante teorie ma semplicemente ricorrendo a "pratiche" di vita controtendenza, il tempo "perso" è, i verità, tempo guadagnato per la propria mente e per la propria vita.
Le "modalità" menzionate sopra (ma se ne potrebbero trovare una infinità di altre) sono tutte espressione di un diverso atteggiamento nei confronti ell'esistenza, di una diversa "filosofia" di vita - si potrebbe dire.
Abbiamo perso il senso del tempo "lento".
Viviamo in una società accelerata, in cui - sempre e comunque - viene valorizzata la velocità, la capacità di fare molte cose in tempi ristretti.
L'avere a disposizione mezzi "veloci" (per gli spostamenti) e strumenti che potnziano qualsiasi cosa abbiamo in mente di fare è, in alcuni casi, una droga al servizio d'una nostra fantasia di onnipotenza (quella di poter far tutto, sfidando i limiti temporali che ci sono imposti).
Si vuole fare di tutto e di più: non è raro sentire qualcuno che si vanta con il suo interlocutore di tutti gli impegni di cui ha infarcito la sua giornata.
Tante volte, assillati dalla morsa del tempo che viene a mancare per fare tutto ciò che vorremmo, ci diciamo: "Sì, certo, se la mia giornata fosse di 36 ore, allora ci starei veramente comodo!".
Ma se la giornata fosse veramente di 36 ore, probabilmente, si riproporrebbe un analogo problema, con un'ulteriore e soffocante moltiplicarsi degli impegni e delle cose da fare.
Ciò comporta, tra l'altro, una "patologia" del nostro tempo che è quella di una sorta di "horror vacui" per quanto riguarda l'organizzazione della giornata: non ci deve essere una solo spazio vuoto, non sono previsti intervalli di tempo nei quali uno stia, per così dire, "a contemplare il proprio ombelico". La percezione di un imprevisto intervallo vuoto in una siffatta organizzazione del tempo può provocare una reazione di acuta ansia.
Il tempo "lento" non pevede, invece, che nell'arco di una giornata si posano fare tante cose: in culture non occidentalizzate (come anche nella nostra morente cultura contadina), a volte, una giornata era consacrata a fare una sola cosa.
Come, ad esempio, andare a raccogliere della legna da ardere.

Una volta, in viaggio in Marocco, nel cuore di una landa deserta, è spuntato dal nulla, un vecchietto ricurvo sotto il peso d'una fascina di legno. Senza fretta, ha imboccato la strada principale che tagliava il piatto paesaggio sassoso come una lama, dritta a perdita d'occhio sino all'orizzonte, e ha proseguito il suo cammino: era un camminare antico che, rimandando indietro di secoli, dava l'impressione forte che le lancette dell'orologio si fossero bloccate.
Da dove veniva? Dietro di lui, apparentemente, c'era il nulla...
Dove andava? Verso qualche luogo sicuramente, ma non c''era nulla in vista, solo il vuoto di un paesaggio desertico.


Ogni tanto, può essere "terapeutico" e rieducativo affrontare le cose in un modo diverso.
Per esempio, rinunciando ai mezzi di trasporto più veloci e affrontando gli spostamenti che dobbiamo compiere con la lentezza dei mezzi di cui ci ha dotato la natura: quei famosi "cavalli di san Pietro" di un tempo, per intenderci!
Se si accettano i ritmi del "tempo lento", si ha l'opportunità di vivere in un modo diverso, di vedere le cose con occhio in qualche modo trasformato: c'è infatti il tempo di guardarsi attorno, di percepire il verde intenso della vegetazione, lo stormire delle foglie nel vento, il tubare dei piccioni, il cinguettio eil frullo d'ali di altri uccelli.
Tutto ciò che ci circonda può entrare vividamente nel nostro campo percettivo, lo possiamo assaporare: e, quando ciò accade, è un'autentica festa.

 

Peppe Sebaste. Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne, Giorgio Mondadori

Fermarsi a riposare, utilizzando una provvida panchina ombreggiata da un albero può essere un modo per vivere la lentezza.
Un noto scrittore e saggista italiano Beppe Sebaste ha pubblicato di recente un bel libro sulle panchine, dall'interesante titolo (ed esplicativo, per chi sa leggere la grana delle cose, "Panchine. Come uscire dal mondo dal mondo senza uscirne, Laterza, 2008). L'autore, in toni solo apparentemente minimalisti ma in verità con molta passione, intesse in una serie di brevi, smaglianti, capitoli l'elogio della "panchina" (un oggetto degli arredi urbani che tende a diventare obsoleto per insipienza degli stessi amministratori) come luogo in cui si può sostare e dove si può appunto percepire una diversa dimensione (e qualità) del tempo.
Alcuni direbbero che sedersi su di una panchina in pieno giorno è una cosa da pensionati o da nullafacenti e perditempo, per non dire che sia degna di personaggi ben più temibili ed affliggenti (nell'immaginario collettivo di stampo leghista), come extracomunitari, drogati, barboni e accattoni, tanto da avere indotto alcune amministrazioni comunali ad abolire le panchine dal proprio panorama urbano, proprio per disincentivare gli oziosi, identificati tout court con una fastidiosa ed esecrabile marmaglia.
La panchina, in verità, è un luogo privilegiato che consente di mettersi in assetto di osservazione contemplativa di ciò che accade intorno; è il luogo della calma e dell'immobilità, in contrapposizione con la frenesia della vita moderna (vi ricordate l'azzeccata pubblicità in cui Ernesto Calindri se ne stava seduto comodamente ad un tavolino in mezzo al traffico caotico? Quella pubblicità aveva indovinato ad abbinare il prodotto promoso - un famoso amaro - con la tranquillità dello star seduto appunto); ma la panchina è anche un luogo in cui ci si può fermare a fare uno spuntino che ci si è portato da casa, a bere una bibita rinfrescante oppure a consumare pensierosamente un gelato.Il bello è che, per accomodarsi, non bisogna chiedere il permesso a nessuno nè c'è una tariffa da pagare (in questi nostri tempi moderni, dominati dal business a tutti i costi, in alcuni casi, è proprio questa gratuità a dar fastidio); la panchina è il luogo di conversazioni improvvisate in tempi in cui la gente non si parla più; ma, soprattutto, come dice Sebaste, per tutti questi motivi, la panchina è il luogo del tempo "guadagnato".

Polizzi generosa (2008) -foto di Maurizio Crispi

Già, a ben guardare, la categoria "tempo perso" è una raccapriciante invenzione della modernità velocizzata. Invece, capovolgendo i termini della discussione, se si perde del tempo, si guadagna tempo: nel senso che, soggettivamente, si vive un tempo più lungo.
Ma tutto questo è difficile farlo comprendere ai più giovani che sono stati allevati in una società velocizzata e a regole ferree fortemente condizionanti.
Un esempio.

L'altro giorno è stato un giorno di godimento pieno sotto questo profilo: ho deciso di andare al mare (a Mondello) a piedi. Niente di che, se non si è assillati. Camminando a passo sveltino (ma non troppo) un'ora e 15 minuti per percorrere da casa mia circa 8 chilometri. Ma non è questo il punto. L'essere a piedi induce a ragionare in termini diversi: non si fanno più le cose ad incastro, ma - invece - si accetta il principio di fare soltanto quel che si può. Quindi, al mare sono stato con comodo senza sentirmi costretto a pianificare un ritorno mozzafiato in città per sbrigare qualche incombenza. Alla fine della giornata, quando il sole già tramontava , io e mio figlio siamo andati alla fermata dell'autobus. Con diversi atteggiamenti, tuttavia: io senza nessun assillo; mio figlio, invece, permeato di cultura della "velocità" (portata all'estremo dalla consuetudine con i videogiochi) insofferente e lamentoso delle inevitabili attese. Il viaggio in autobus, poi, è stato un autentico godimento, anche perchè - da una vita - non viaggiavo con questo mezzo. Ho avuto modo - durante il tragitto - di osservare il paesaggio secondo prospettive nuove ed inedite, ma anche gli altri passeggeri. Ed anche questo mi è piaciuto. La fermata utile era un po' lontana da casa e, quindi, abbiamo dovuto fare questo ultimo tragitto a piedi. E, di nuovo, vi è stata la discrepanza di stati d'animo, tra quello sperimentato da me e quello di mio figlio. Io contento di camminare senza fretta alcuna e mio figlio insofferente. Proprio a questo punto, Francesco ha fatto un commento sul fatto che andare in autobus, avendo altri mezzi di locomozione a disposizione, era una perdita di tempo. E' stato qui che ho cercato di spiegargli la differenza tra tempo veloce e tempo lento, tentando di fargli vedere che, se si rinuncia alla velocità, forse si guadagna qualcosa di nuovo ed inedito. Ma non c'è stato verso: il suo retropensiero è rimasto immutato. Magari, un domani, Francesco si ricorderà di questa nostra conversazione e la rivaluterà. Questa, in fondo, è la speranza di ogni genitore: poter trasmettere qualcosa ai propri figli e soprattutto un patrimonio di pensieri e di riflessioni.

Insomma, ogni tanto, bisognerebbe fare qualche piccolo esercizio per provare a sperimentare il tempo lento, come - ad esempio -

  •         sedersi su una panchina e rimanerci seduto per un po' di tempo
  •         dedicare un po' del proprio tempo a camminare a piedi
  •         andare in bici
  •         rinunciare ad infarcire la propria giornata di impegni da superman
  •         stare senza fare niente
  •         guardare le rondini che intrecciano voli in cielo
  •         etc
  •         etc

Insomma attraverso un diuturno esercizio di questo tipo (arricchito dalla fantasia di ciascuno con infinite variazioni), a poco a poco, si potrà entrare nella percezione del tempo "lento" e allora, veramente, qualsiasi posto diventarà un luogo privilegiato per godersi il mondo.

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6 novembre 2019 3 06 /11 /novembre /2019 08:55
Piazza Noce, Palermo (Foto di Maurizio Crispi)

Piazza Noce, Palermo (Foto di Maurizio Crispi)

Panchine di solitudine
Ma talvolta di condivisione e di compagnia
Se pare che uno sieda su di una panchina in solitudine,
é anche vero che egli si trova in un’interfaccia
con il mondo che scorre accanto
La panchina è stasi versus movimento
L’immobilità della panchina invita chi è in movimento
a ristare
Mentre il mondo é in affanno, l’appanchinato se ne sta fermo
in sospensione pensosa, contemplativa,
talvolta sentendosi fuori dai giochi
La panchina, dovunque si trovi,
é contemplazione o introspezione versus la vertigine del movimento
Forse, per questo, le panchine nei luoghi pubblici
possono essere così straordinarie
Sono un tramite, una porta, talvolta una finestra
E a me le panchine piacciono sempre:
ognuna di loro per quanto malmessa
ha qualcosa da dire
sia che sia vuota, in attesa di un occupante,
sia che sia temporaneamente abitata
Cosa sarebbero le panchine
se tra le loro differenti proprietà
fossero anche volanti come i tappeti delle magiche storie?
Bisognerebbe ridisegnarne l’intera filosofia e geografia,
allora
E le panchine sono la tua ancora di salvamento,
quando ti ritrovi a corto di argomenti:
panchine per voli della fantasia

 

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4 ottobre 2019 5 04 /10 /ottobre /2019 09:12
La panchina è mia! (foto di Maurizio Crispi)

Ogni mattina sono alla piazzetta della Noce (a Palermo), nei pressi dell'Istituto Valdese, dove mio figlio Gabriel va a scuola.
Io vado a piedi o in macchina e lì ci incontriamo con Maureen e Gabriel, poco prima dell'orario di ingresso.
La piazzetta, dominata da una statua della Madonna che riposa su di un alto plinto, benchè risistemata di recente e spesso sporca di spazzatura fluttuante, tipo sacchetti di plastica e incarti spostati dal vento qua e là, quel tipo di lordura endemica che caraterrizza tante vie e piazze della nostra città.
Ma, nello stesso tempo, è confortevole, perchè fornita di alcune panchine in ferro che (stranamente) non sono ancora state vandalizzate, forse perchè considerate dagli abitanti del quartiere un "loro" bene pubblico.
All'orario del mio arrivo, solitamente non c'è nessuno e le panchine sono tutte libere.

Poi, appena un po' più più tardi, la piazzetta si anima e arrivano alcuni abituali suoi frequentatori, probabilmente del quartiere, alcuni dei quali vanno ad occupare sempre la stessa panchina.
Una mattina, desideroso di cambiare prospettiva, sono andato a sedermi proprio su quella panchina.
E mi sono sistemato a fare le mie cose per un'attesa operosa (si interpreti: leggere un libro).
Nemmeno avevo iniziato a leggere che è arrivato un tizio del gruppo di panchinari fissi e benchè, tutte le altre panchine fossero libere, si è seduto accanto a me con tenace invadenza.
Io sono rimasto ma sentendo la mia privacy compromessa. Come quando al cinema, benchè la sala sia del tutto vuota, uno arriva e si piazza o davanti o dietro o accanto a te.
Da parte del frequentatore abituale della piazzetta (indigeno del quartiere giunta) ho sentito quell'azione come una dichiarazione di possesso, non detta a parole: "Questa panchina è mmmmia!".


 

La Piazzetta della Noce (foto di Maurizio Crispi)

Siccome di lì a poco sarebbero arrivati Maureen e Gabriel e , a meno di stringersi come sardelle, non ci sarebbe stato posto per tutti, dopo  una dignitosa persistenza durata qualche minuti, mi sono spostato per sedermi sulla panchina di fronte che era libera, ovviamente.

Poco dopo, la mia defezione, sono arrivati i suoi compagni di merendine, quelli con cui il ciondolamento senza far nulla si protrae nell'arco della mattinata. E quello, il primo della combriccola ad arrivare sul posto, è rimasto a fissarmi a lungo.
Wow!

Nei giorni successivi mi sono sempre seduto in panchine diverse della piazzetta, ma mai più su quella.
Il tizio che indossa sempre pesanti occhiali da sole e che è sempre con la barba non fatta, arriva sempre poco dopo di me e sistematicamente si siede su quella panchina (si siede sempre esattamente sul lato della panchina che io avevo occupato quella volta).
Mi sembra che mi guardi in cagnesco e in maniera ostentamente prolungata, con gli occhi nascosti dietro quegli occhialacci neri. Quel suo sguardo insistito mi dice: "Vedi, questa panchina è mmmmia! Mia! Mia!"
Mi è sembrato si sia trattato di un fenomeno sociologicamente rilevante che ha a che vedere con la "marcatura" del territorio e con l'affermazione di proprietà personale su qualcosa che, in verità, è pubblico.
Come se quella panchina in quella specifica piazzetta assolvesse alla funzione del cosiddetto "stammtisch" delle birrerie tedesche (in cui il termine fa riferimento sia al gruppo di persone che si riuniscono, sia al tavolo - usualmente rotondo - da esse occupato).
Questo piccolo episodio mi ha fatto ricordare del tempo in cui frequentavo i corsi universitari.
Quando ero ancora una matricola, avevamo una lezione nelle prime ore del mattino, forse alle 7.30, e occorreva andare al Policlinico molto presto.
La lezione si svolgeva in un'aula ad anfiteatro, con i banchi a scala, e con una fila di poltroncine, proprio in basso, dove il professore aveva la sua postazione.
C'erano alcuni miei colleghi che occupavano solitamente quelle poltroncine e, per poterlo fare, arrivavano prestissimo, con largo anticipo: erano un misto tra quello che oggi si definirebbe un "nerd", ma a quei tempi la parola adatta era "secchione" e il tipo del leccaculo. Chi di loro arrivava per primo occupava i posti anche per tutti gli altri: in fondo, avevano costituito una sorta di lobby informale. Si capivano bene tra loro (e si tratta di quelle intese che si colgono al primo sguardo).
In omaggio alla loro duplice natura, oltre a prendere accanitamente appunti, presentavano il "Segno di De Musset", cioè facevano continuamente dei movimenti oscillatori con la testa (per indicare che avevano ben capito e che stavano seguendo, bevendo le parole del prof come se fossero acqua benedetta), come quelle famose statuine cinesi con la testa oscillante. Era uno spettacolo proprio buffo. E, poi, da parte loro c'era il rito delle domande pseudo-intelligenti, sempre per farsi notare dal professore ed entrare così nelle sue grazie. Erano anche quelli che spesso e volentieri si intrattenevano con il prof a fine lezione e facevano capannello attorno a lui.
Io me ne fregavo di tutto questo.

Non avevo simili preoccupazioni e un'assoluta fiducia nelle mie risorse personale, senza bisogno di ricorrere a simili astuzie.
Forse proprio per questa mia diversa concezione, lo stile leccardino di questi miei colleghi mi indisponeva.
E così decisi che per una volta sarei arrivato prestissimo, molto prima di loro e che avrei occupato una di quelle poltrone di prima fila.
Non vi dico le reazioni. Perchè uno dei secchioni/lecchini rimase ovviamente senza posto e privato della possibilità di esercitare le sue virtù. E non ci potè nulla: io benchè pressato a lasciare la poltroncina rimasi con il culo incollato ad essa.
L'escluso era incazzato nero e si muoveva come un leone condannato all'esilio, come se fosse stato privato della possibilità di esercitare un diritto acquisito e inamovibile.
Ma tant'è.

Io durante quella lezione mi divertii tantissimo, guardando di sottecchi la mimica e il comportamento di quel povero esiliato a cui avevo rovinato per una volta la festa.
E benchè con il suo sguardo dicesse "Quella poltrona è mmmia!" fu costretto alla fine ad accettare la sua condizione di escluso.

 

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10 luglio 2018 2 10 /07 /luglio /2018 09:33
Panchine vuote, panchine abitate e panchine in compagnia

Le panchine vuote e le panchine abitate sono ai due poli di un'intera gamma di possibilità.

A volte sono semplicemente vuote, come in attesa.

A volte sono occupate da uccelli che vengono a becchettare le briciole lasciati dalle merende di precedenti passaggi umani.

A volte attorno a certe panchine ci sono delle tracce che indicano il passaggio di un precedente ospite, come una bottigla di birra vuota, oppure i resti di una sigaretta fumata senza fretta.

Altre volte i loro ospiti sono extracomunitari alla ricerca di riposo, di frescura e il più delle volte in solitudine, come se fossero in attesa di qualcosa che per loro non arriva quasi mai.

Oppure, vi si possono scorgere ospiti dormienti, accasciati, abbandonati, ignari di tutto ciò che è loro attorno, come se lo stare sulla panchina li ponesse in una dimensione extratemporale ed extraspaziale, quasi in una bolla sospesa, che per loro - dormienti e sognanti - può diventare una sorta di treno dei desideri che li conduce ai luoghi da cui sono partiti e che consente loro di ricomporrre affetti spezzati.

Poi ci sono le panchine occupate da chi se ne sta in solituddine ad osservare e ad ascoltare altri che sono, invece, in gruppo e festosi.

E poi ci sono quelle in cui si accomodano per brevi istanti coppie solitarie, anziani assieme da una vita, che se ne stanno in silenzio, vicini uno all'altro, muti, ma intenti in quella che sembra essere una silenziosa conversazione, intensa e vibrante.

Queste ultime sono le panchine che preferisco, e invece molte di quelle che ho descritto mi mettono malinconia.

Ma in ogni caso le panchine, anche attraverso le assenze e il vuoto, sono capaci di raccontare delle storie.

Tutte le foto sono di Maurizio Crispi
Tutte le foto sono di Maurizio Crispi
Tutte le foto sono di Maurizio Crispi
Tutte le foto sono di Maurizio Crispi
Tutte le foto sono di Maurizio Crispi

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9 luglio 2018 1 09 /07 /luglio /2018 07:41
Tracce. Quelle dei Cristiani vastasi sono fatte di monnezza

Un cartello è stato esposto a Mondello (la nota e frequentata spiaggia di Palermo), nei pressi de "L'ombelico del Mondo": vuole rappresentare una piccola "storia" targata WWF contro i "Cristiani vastasi" che insozzano ed inquinano, e offrire lo spunto per una meditazione sostanzialmente malinconica.
Le tracce dei "Cristiani", nel senso lato di "human being", maleducati e incuranti, sono purtroppo fatte di monnezza... Sembra non esserci scampo a questo male anche da parte di coloro che si commuovono davanti alle specie in pericolo di estinzione e che ne contemplano la bellezza.

Bisognerebbe, invece, imparare a fare ciascuno la propria parte. Invece di aspettarsi che un servizio comunale provveda alle pulizie (il che che ci lascia un implicito lasciapassare a lasciare sporcizia al nostro passaggio, una sorta di giustificazione morale), bisognerebbe esercitarsi quotidianamente negli elementari doveri civici.

Pensate: se ciascuno di noi, ogni giorno, si chinasse a raccattare da terra una bottiglia di vetro abbandonata, un pezzo di carta, un giornale appollottolato (o qualsiasi altra cosa), le nostre città sarebbero più pulite.

In fondo siamo direttamente responsabili dell'incuria e dell'abbandono: dovremmo imparare che tutto ciò ci riguarda e cha siamo noi personalmente ad avere la possibilità di fare pendere l'ago della bilancia verso un mondo più pulito e sostenibile.

Io, personalmente, mi sforzo di farlo: così come raccatto da terra la cacca del mio cane, così , con un minimo sforzo, durante le mie uscite quotidiane a piedi non manco di raccogliere la monnezza da terra. E per fortuna i cestini della spazzatura non mancano e in questo periodo vengono svuotati abbastanza sollecitamente.

Dobbiamo invertire la tendenza e tornare ad una società in cui ciascuno si senta personalmente responsabile della tutela del bene comune.

Anche qualcun'altro ha scritto di questa locandina: brevi considerazioni con il titolo "Noi Palermitani".

Ecco di seguito il link

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21 giugno 2018 4 21 /06 /giugno /2018 09:15
(foto di Maurizio Crispi)

(foto di Maurizio Crispi)

A volte si assiste ad eventi singolari e surreali, in qualche modo.
Capita, ad esempio che in occasione di pubblici eventi, si cerchi un posto lievemente sopraelevato dove sedersi e poter guardare comodamente ciò che accade, al di sopra di una mare di teste fluttuanti.
A Palermo in occasione di un recente evento pubblico di Capoeira, una Roda nella moderna declinazione di questa disciplina, con più di un centinaio di partecipanti (oltre ad altrettanti - se non di più - spettatori tra familiari e curisoi) nella centrale Piazza Giuseppe Verdi di Palermo (di fronte al Teatro Massimo), due extracomuntari per vedere meglio si erano accomodati sulla sponda di un camioncino lì parcheggiato, per meglio godersi lo spettacolo: e se lo godevano alla grande, battendo le mani al ritmo adrenalinico delle percussioni e dei berimbao.
L'addetto al camioncino stava raccogliendo la spazzatura che riempiva diversi cestini sparsi lunghi il marciapiede.
Tutt'a un tratto, il comodo appoggio che i due avevano trovato è stato messo in moto dal guidatore che, nel frattempo, aveva completato il suo carico: e i due sono stati portati via, assieme ai sacchi di monnezza.  
I due hanno reagito allo svolgersi dei fatti con autorinonia e fair play (non hanno cercato di scendere, tantomeno) e mi hanno ammiccato mentre li fotografavo, continuando nello stesso tempo ad accompagnare con il battito delle mani la musica della Roda che, adesso, per loro stava andando in dissolvenza.
Non hanno tentato di scendere, quasi sentissero ormai di far parte del furgoncino, come a dire: "Vediamo adesso dove ci portano".
Oppure: "Vediamo a quale altro spettacolo potremo assistere".
Una grande fortuna quella di aver scelto di sedersi su di una panchina mobile!
Mi è venuto di pensare ad uno dei viaggi fantastici di Sindbad il Marinaio, quando l'avventuroso personaggio durante il suo primo viaggio si trova a sbarcare su di un piccola isola tondeggiante al centro del mare, alla ricerca di acqua di cui fare scorta. Mentre lui e i suoi uomini esplorano il piccolo lembo di terra,sul quale sono cresciute macchie di alberi e dove rinvengono anche una piccola sorgiva, questo imporovvisamente con loro sgomento comincia a muoversi e a sussultare. E di cosa sdi trattava?
Ebbene, era un enorme pesce che galleggiava addormentato tra i flutti: la Balena-isola!
Tutti gli altri uomini scappano terrorizzati, solo Sindbad spinto dalla curiosità di voler vedere e di voler capire rimane.
Mio padre, quando ero piccolo, mi leggeva spesso le avventure di Sindbad il Marinaio, ma di questo storia in particolare non ricordo il finale (benchè questa fosse una delle storie che maggiormente destava la mia meravigliavia, come anche quella dell'incontro con il minaccioso uccello Rok).

Panchina immobile (ma con pesci fantastici alla maniera di Sindbad) - Foto di Maurizio Crispi

Panchina immobile (ma con pesci fantastici alla maniera di Sindbad) - Foto di Maurizio Crispi

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4 giugno 2018 1 04 /06 /giugno /2018 09:14
Non soffermarti ad amare

Camminando al Foro Italico Umberto I di Palermo mi sono imbattuto in un writing, forse nuovo o comunque recente), ma era da molto tempo che non mi capitava di passeggiare da quelle parti, e quindi non sparei dire quanto recente.

Non soffermarti ad amare (foto di Maurizio Crispi)

Questa la frase, tracciata con caratteri stampatello con vernice verde: "Non soffermarti ad amare".
Chi sa quali pensieri hanno spinto l'anonimo writer a vergare l'insolito messaggio...
Una sua autoconsapevolezza cinica e disincantata, un invito rivolto a se stesso ad andare oltre senza sforzarsi di amare alcuno/a?
Oppure ha voluto essere il tangenziale rimprovero a colui/colei che non ha ricambiato l'esplicitazione dell'amore?
In ogni caso, quale che sia l'interpretazione della frase, rientriamo pienamente nella definizione di Zygmunt Bauman sugli "amori liquidi" della contemporaneità e tutt'altro che imperuturi come si soleva pensare un tempo.
Anche il più grande amore è destinato a naufragare e allora tanto vale non soffermarsi ad amare...

A volte il writer scrive alla luce della sua esperienza personale, a volte il senso di ciò che scrive è quello stesso del lanciare in mare un messaggio sigillato dentro una bottiglia di vero, sperando che il capriccio dei venti e delle correnti lo facciano arrivare un giorno tra le mani giuste (anche se il lettore delle parole così lanciate  in mare rimarrà per sempre anonimo). A volte, tuttavia, nel caso dei messaggi dei writer metropolitani ci può essere il desiderio che proprio uno specifico destinatorio possa leggerli.
Come capita a volte nelle bacheche dei social, dove può comparire a volte un messaggio criptico. Tu lo commenti, ma il suo "proprietario" ti bacchetta e ti corregge: "Non avresti dovuto commentare, quello status non era rivolto a te. E' indirizzato ad una persona. Solo quest'ultima potrà commentarlo. Aspetto che si faccia avanti"

Palermo, Foro Italico

(foto di Maurizio Crispi)

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29 aprile 2018 7 29 /04 /aprile /2018 09:33
Prugna, per gli amici Secca, il bassotto a ruote di Rita Butrico (PA)

Oggi ho visto per la prima volta un cane a ruote andare a passeggio con la sua padrona.

Era un simpatico bassottino e aveva le zampe posteriori imbracate in uno speciale supporto, fornito di rotelle.

Il bassottino camminava spedito e arzillo.

Ho scoperto pochi giorni dopo che il bassottino ha cinque anni e che il suo problema consistente in una paresi e in una perdita di sensibilità dipende da un'ernia discale.

La sua padrona Rita (che tra l'altro si occupa disabili( mi ha detto che il suo nome è Prugna, che poi per gli amici diventa "Secca".

Questo tipo di ausilio che può essere utilizzato anche per le zampe anteriori viene costruito appositamente, cane per cane, poichè deve potersi adattare perfettamente alle caratteristiche del cane e alle dimensioni (peso e altezza da terra)

Quella delle ruote da applicare mediante apposita imbracatura al treno anteriore o posteriore del cane è una soluzione splendida per risolvere i problemi motori o articolari dei nostri amici a quattro zampe e per dar loro la possiblità di continuare a fare le loro passeggiate (o il loro lavoro) in autonomia, senza doversi trascinare penosamente.

In passato queste soluzioni "tecniche" non erano così facilmente disponibili e uno, solo se dotato di ingegno sufficente, se le doveva inventare.

Ma oggi è certamente più facile consentire ai nostri amici di vivere in felicità, anche quando le difficoltà neuromotorie che si manifestano in loro decreterebbero anzitempo - in natura - la loro fine.

A pensarci bene i "cani a ruote" sono degli animali disabili (ovvero portatori di handicap della propria motilità) o devono imparare, grazie ai marchingegni che gli uomini forniscono loro, ad essere dei "diversabili", come oggi si dice più correttamente.

Quando parliamo di barriere architettoniche, riflettiamo su questo punto: l'abbattimento di tutti gli ostacoli è per tutti, anche per i nostri amici animali.

Come diceva mio fratello Salvatore Crispi tutti i cittadini (non solo chi è disabile dalla nascita) possono trarre vantaggio dal fatto di vivere in un contesto "normale", senza barriere architettoniche in cui disabili con difficoltà motorie, anziani con ridotta capacità deambulatoria, future mamme (o mamme con passeggino) e cani con difficoltà neuromotorie, non vedenti e non udenti, ma proprio tutti, possano muoversi a proprio agio senza ostacoli e senza rischi.

La foto di Prugna è di Rita Butrico.

Il cane a ruote: anche per gli amici cani diversabili bisogna abbattere le barriere architettoniche
Il cane a ruote: anche per gli amici cani diversabili bisogna abbattere le barriere architettoniche
Il cane a ruote: anche per gli amici cani diversabili bisogna abbattere le barriere architettoniche
Il cane a ruote: anche per gli amici cani diversabili bisogna abbattere le barriere architettoniche

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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