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13 aprile 2017 4 13 /04 /aprile /2017 20:51
Il Can che dorme, ovvero sogni beati

E' capitato l'altro giorno: c'era una folla di podisti in attesa dello start e frammezzo ai loro piedi, calzati di scarpe tecniche, se ne stava beatamente adagiato sul fianco un cagnone senza collare, profondamente addormentato. Ogni tanto, nel profondo del sonno le estremità delle sue zampe tremolavano mentre esalava dei sospiri più profondi o accennava l'aspirazione tipica dell'annusare. Forse sognava di correre in territori di caccia o di essere davanti a cibi succulenti (per il gusto canino).
Ma soprattutto questo suo dormire rivelava una grande ed incondizionata fiducia nei confronti del mondo circostante.
Si capiva che si trattava di un cane che, pur essendo senza un padrone, era adottato dalla comunità e in particolare dalla corte dell'antico castello medievale dove ci trovavamo ospiti. Un cane, ben nutrito e decentemente pulito, il pelame lucente, dormiente, così come in posti come il Messico oppure il Nepal, mi è capitato sovente di imbattermi in Umani dormienti a cielo aperto, sia in luoghi solitari sia in mezzo alla folla vociante, con lo stesso tipo di abbandono fiducioso ed immemore.
I sonni d'oro di chi non teme alcun male...
Ed anche un perfetto esempio della condizione dell'essere soli in compagnia.

 

Autore: Maurizio Crispi

Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi
Foto di Maurizio Crispi

Foto di Maurizio Crispi

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12 aprile 2017 3 12 /04 /aprile /2017 20:16
L'avvistamento casuale di un nido di larve di Processionaria del Pino

Casualmente, mentre camminavo sulle pendici brulle e disseminate di sassi muschiosi di Montagna Longa sul versante che guarda Cinisi, mi sono imbattuto in una curiosa formazione, la cui superficie appariva stranamente mobile... Da lontano, se non fosse stato per un effetto cangiante della sua superficie, si sarebbe potuta scambiare per una roccia affiorante ricoperta di muschio giallastro (o per un mucchio di deiezioni di vacca, una "busa" direbbero su al Nord).
Guardando meglio e a distanza ravvicinata, tuttavia, mi sono accorto che si trattava di un ammasso di millepiedi, di un genere che non avevo mai visto prima. Un vero e proprio "groviglio" non di serpenti (per citare il titolo di un famoso romanzo di Mauriac), ma di millepiedi pelosi.
Il bello è che dal mucchio pulsante e cangiante spuntava imperterrito un piccolo fiore di campo, quasi ad aggiungere un tocco estetico.
Mi dicono che si tratta della Processionaria, un lepidottero nocivo alle piante, all'uomo e agli animali (cani, per esempio) per via delle imponenti reazioni allergiche che possono essere causate dai numerosi peli urticanti posseduti dalla larva, prima non avvistabile dalle nostre parti e ora presente (sarà anche questo un effetto del cambiamento climatico?).
Se è valida l'ipotesi "processionaria" (la cui larva, in alcuni luoghi, in alcuni luoghi è anche chiamata "gatta pelosa"), quelli che ho visto io non sarebbero pertanto dei millepiedi come - nella mia ignoranza - mi sono ritrovato a pensare, ma delle larve, cioè forme intermedie nel passaggio alle farfalle adulte. Le larve nascono in genere nella stagione fredda, dopo avere vissuto alla stato di uova, e quindi vanno poi ad interrarsi per venire fuori come farfalle verso maggio-agosto. Probabilmente vorrei pensare che quelle che ho colto con il mio occhio fotografico avevano portato a termine la loro "processione", dopo aver mangiato lungo la via, e si preparavano ad interrarsi.
Dicono anche quelli che hanno commentato in primis la mia foto che la Processionaria deve il suo nome al fatto che i singoli individui, quando non stanno più ammassati in un mucchio palpitante e decidono di spostarsi, procedono in fila indiana, quasi attaccati gli uni agli altri e come in processione.
E per fortuna che non avevo Frida con me che, sicuramente, conoscendola, in quel mucchio di larve ci avrebbe infilato baldanzosamente il muso...
Ma, in ogni caso, ciò che ho avvistato è la meraviglia della Vita in una delle sue poliedriche manifestazioni....

L'avvistamento casuale di un nido di larve di Processionaria del Pino
L'avvistamento casuale di un nido di larve di Processionaria del Pino
L'avvistamento casuale di un nido di larve di Processionaria del Pino
L'avvistamento casuale di un nido di larve di Processionaria del Pino
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3 marzo 2016 4 03 /03 /marzo /2016 07:32
Di fronte all'infinito e all'indistinto

(Maurizio Crispi) Ci sono delle immagini che tu vuoi fotografare perché ti rimandano prepotentemente ad altre rappresentazioni (a loro volte derivanti da opere d'arte) depositate nei sedimenti della memoria.
In questo caso, non appena ho visto questa figura stagliarsi in lontananza contro lo sfondo marezzato del mare agitato dal vento che si andava facendo sempre più incalzante non ho potuto non pensare al famoso dipinto del pittore romantico tedesco Caspar David Friedrich e alla citatissima sua opera "Il viandante sul mare di nebbia".

Caspar David Friedrich, Il viandante sul mare di nebbia, 1818L'uomo da me avvistato è quasi nella stessa posa meditativa, e qui con una mano si puntella alla coscia destra, mentre lì (nel celebre dipinto) la mano del viandante regge un bastone da passeggio o un alpenstock.
Entrambi sembrano essersi fermati nel loro incedere di fronte ad una distesa che è - in entrambi i casi - un mare (liquida distesa o coltre di nebbia, fa lo stesso) che rappresenta un indubbio rimando all'infinito e sembrano rimanere titubanti e stupefatti di fronte all'immensità di questa distesa (dove, nel caso dell'acqua, lo sguardo si perde in lontananza, attratto dai confini incerti dell'orizzonte, mentre nel caso della coltre di nubi il mistero è in ciò che non si può vedere): e questa distesa rimanda alla meraviglia dell'incompiuto e di ciò che si cela al di là del limite sino a cui entrambi i viandanti hanno potuto camminare ancora al sicuro. Oltre vi è l'ignoto che, pur ominoso esercita una potente attrazione e, laddove si rimanga al di qua limite, attiva un potente e struggente sentimento di nostalgia.
Al di là della solida roccia su cui poggiano i piedi, si distende davanti ad entrambi - al camminatore e al viandante solitario - l'infinito con il suo fascino ma soprattutto con le sue incertezze. E il punto sino a cui i due uomini, camminatore solitario e viandante, sono giunti rappresenta a tutti gli effetti, più che un limite, una soglia: sta a ciascuno di loro, decidere se proseguire oltre (almeno tentarci), oppure fermarsi e rimanere solo con la nostalgia del non tentato.

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18 febbraio 2016 4 18 /02 /febbraio /2016 23:39
Non urinate e non fate urinare su quei vasi!

(Maurizio Crispi) La lotta tra padroni di cani e cittadini senza cani è costellata di mille episodi in cui i cittadini senza cani fanno la parte dei moralizzatori, considerando le deiezioni canine dei fenomeni esecrabili da combattere in ogni modo.
Di recente mi sono imbattuto in un cartello che stampato al computer cameggiava su di un grosso vaso ornamentale, posto assieme al suo gemello ai due lati dell'ingresso d'un esercizio commerciale di Capo d'Orlando.

Cosa dice il cartello, redatto con i toni di una perentoria diffida?

Eccone il testo: "Avviso ai padroni dei cani. Si prega di non far urinare i propri cani sui vasi circostanti nel rispetto della buona educazione e igene [con la "i" - quest'ultima chiosa vergata a mano]".
Il più delle volte questi avvisi sortiscono un dirompente effetto esilarante e l'effetto a cui darei più spontaneamente corso sarebbe quello di essere io stesso a contravvenire all'esortazione.
Tanto più comico questo invito, in quanto l'intolleranza è indirizzata al piscio canino, con quell'invito perentorio a non fare mingere i cani "sui vasi circostanti".
Invito pleonastico poiché, se mai ciò accade, i cani potrebbero urinare nelle vicinanze dei vasi con piante ornamentali e mai su di essi. Per farlo, attenendosi semanticamente all'uso della preposizione "su" e varianti, i cani dovrebbero salire sui vasi stessi (almeno per com'era scritto, io mi sono prefiguarato torme di cani che zompano sui vasi per pisciare su e dentro di essi, facendoli diventare a tutti gli effetti dei corpi recettori fognari.
Cosa impensabile, del resto, perché i vasi in oggetto sono alti circa un metro.
Forse, considerando l'abitudine dei cani maschi di marcare il territorio sarebbe stato più appropriato dire "addosso" per non ingenerare confusione.
Qualche buon samaritano, inoltre, ha ritenuto opportuno la "I" che mancava all'appello nella parola "Igiene" posta a conclusione del perentorio invito che suona anche come una rampogna da chi si sente vilipeso e offeso da quegli innocenti schizzi di urina.
Inoltre, esiste anche la possibilità che vi siano cani randagi in giro e come la mettiamo con loro, senza padroni a condurli diligentemente al guinzaglio?
I cani sono attirati a lasciare la propia urina -anche poche gocce soltanto - laddove vi siano tracce olfattive di precedenti passaggi.
E, quindi, è inevitabile che i cani di casa a passeggio, anche quelli animati dalle migliori intenzioni e - per così dire - civilizzati, trovandosi di passaggio, non possano resistere a quell'ineffabile istinto che li spinge a spargere in giro gocce del proprio piscio, ma mai in modo casuale e piuttosto sempre in maniera mirtata (le potremmo chiamare le loro - a somiglianza delle bombe intelliggenti - pisciate intelliggenti), dove hanno il sentore di precedenti passaggi canini, in modo tale da tessere con quegli ora invisibili interlocutori (tuttavia olfattivamente presenti) un muto dialogo.
"Anche io sono passato da qua!"
"Quando domani tu ripasserai da questo sito, potrai leggere la traccia del mio recente passaggio".
"Non ci siamo incontrati di persona ancora, ma ti sto lasciando tutte le informazioni necessarie su di me, così la prossima volta potrai riconoscermi".
I cani - è risaputo - vivono delle propie puzze e dei propri odori, ma anche noi umani che siano fatti dalla stessa matrice e che abbiamo ricevuto un analogo imprinting nel corso dei millenni, abbiamo tuttavia perso le nostre capacità olfattive e l'abilità di utilizzare gli odori e gli effluvi corporei come linguaggio e come strumento di comunicazione.
La civilizzazione è passata attraverso l'archiviazione degli odori corporei, che sono stati rubricati come disdicevoli, grazie all'introduzione da parte della nascente industria cosmetica dei profumi, delle lavande, delle lozioni che, inizialmente nati e usati a profusione per occultare le puzze e l'immondo fetore della sporcizia di cropi e di panni di rado lavati, hanno finito per diventare emblema della nostra raffinatezza o per essere usati come strumento di seduzione.
E ciò ha messo tra parentesi prima e poi fatto cadere nell'oblio la nostra natura essenzialmente animalesca.
Quindi,per rispondere all'estensore dell'avviso, purtroppo - io credo - non si possa far nulla per evitare quegli incresciosi episodi, salvo a bandire del tutto i cani dai centri storici e dalle zone abitate.
E che dire dei gatti randagi che lasciano le loro tracce di pipì cariche di ormoni e delle deiezioni (cacate?) degli uccelli - specie piccioni, ma oggi anche gabbiani - che oggi spesso e volentieri piovono dall'alto dei nostri cieli metropolitani?
Non abbiamo scampo da tutto questo salvo a volere procedere con tagli di forbici e colpi di penna per abolire del tutto il mondo naturale e vivere in una dimensione asettica di plastica, senza odori molesti.
Ma ricorderei anche che senza gli odori molesti in sottofondo non potremmo godere dei buoni odori, di quelli che ci fanno andare in solluchero o quelli che ci fanno andare in visibilio perché evocano in noi celestiali visioni o attivano desideri.

Un'ultima cosa: il titolo che è venuto fuori a posteriori mi è sembrato molto divertente, perché mi ha fatto pensare agli slogan elettorali d'un tempo urlati attraverso un megafono da una scassata Seicento (o vetture similari) che andava in giro per le strade delle città o delle campagna invitando a votare questo o quel candidato, sulla base del fatto che, in un'epoca ancora di dominante illitterazione, la ripetizione vocale ossessiva avrebbe finito con il piantare come chiodi quei nomi nei cervi degli elettori più spprovveduti.

Votate e fate votare Casimiro Catorcio!

Ma qui - per assonanza  e associativamente - sconfiniamo un altro tema che, eventualmente, potrà essere oggetto di un nuovo post.

Non urinate e non fate urinare su quei vasi!
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8 gennaio 2016 5 08 /01 /gennaio /2016 06:18
L'ennesima panchina devastata a Villa Sperlinga
L'ennesima panchina devastata a Villa Sperlinga

Un'altra panchina di pietra - delle poche sopravvissute - è stata devastata a Villa Sperlinga (Palermo).
I pezzi della seduta di pesante travertino sono sparsi tutt'attorno.
Rimangono soltanto, tristemente ancora al loro posto, come sentinelle solitarie della devastazione appena avvenuta, i suoi plinti.
A vedere ciò che rimane della povera panchina (ulteriore vittima di una specie che qui a Villa Sperlinga è ormai sulla via del tramonto e in corso di estinzione)  si può senz'altro escludere l'ipotesi che si sia logorata per il troppo uso e si è portati a propendere piuttosto verso l'ipotesi che sia stata vandalizzata nel corso di una selvaggia prova di forza...

Tutto accade di notte, quando la Villa che è priva di recinzione e che non usufruisce di alcuna forma di guardiania viene invasa da bande di teppistelli e di adolescenti nullafacenti che, con i loro motorini e con le loro auto-scooter acquistate dai soldi di papà e mamma, stanno a bivaccare davanti ad un bar che se ne sta ai piedi della famosa "Torre Sperlinga" a poca distanza dalla tabaccheria aperta H24, videogiochi, macchinette mangiasoldi e scommesse compresi.
L'ozio e i soldi facili sono padre di tutti i vizi, e seno accoppiati a cattiva educazione e a ignoranza, il risultato orribile è questo: distruggere e sistematicamente sottrarre alla fruizione ciò che è patrimonio della comunità.
Gli stessi teppistelli si accaniscono sovente con il favore del buio contro le instalazioni di giochi per i bambini di recente posizionati e che, per questo motivo - sicuramente - non avranno vita lunga.

Ancora una volta, l'Amministrazione comunale si distingue per la sua assenza.

 

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5 gennaio 2016 2 05 /01 /gennaio /2016 21:04
La solitaria vita dei manichini

Quei manichini che si affacciano alle vetrine dei negozi vivono una loro vita solitaria, anche se sono di continuo esposti allo sguardo altrui.
Spesso occhieggiano dalle vetrine, spesso sono ignudi, perchè specie di notte, per evitare tentazioni vengono spogliati degli abiti che hanno indossato durante il giorno.
Non c'è nessuno che si fermi mai a parlare con loro...
Del resto spesso sono senza testa, e a volte anche senza gambe e senza braccia.
Solo dei torsi di prigioni che sembrano essere stati predisposti a colpi di accetta da parte di impietosi jack Squartatori.
Quando vedo un manichino esposto in una vetrina, specie se lasciato nudo e crudo, senza nessun orpello o vestimento addosso, non posso che pensare al grado zero della famosa "Statua animata di Condillac"...

Per arrivare a questo scopo, immaginammo una statua organizzata internamente come noi, e animata da uno spirito privo di ogni specie di idee. Supponemmo anche che l'esterno, tutto di marmo, non le permettesse l'uso di nessuno dei suoi sensi, e ci riservammo la libertà di aprirli, a nostro arbitrio, alle differenti impressioni delle quali sono suscettibili.
Credemmo di dover cominciare con l'odorato, perché fra tutti i sensi è quello che sembra contribuire di meno alle conoscenze dello spirito umano. Gli altri furono oggetto delle nostre ricerche in seguito, e dopo averli considerati separatamente e insieme, vedemmo la statua diventare un animale, capace di vegliare sulla propria conservazione.
Il principio che determina lo sviluppo delle sue facoltà è semplice, lo racchiudono le stesse sensazioni: infatti, essendo tutte necessariamente piacevoli o spiacevoli, la statua è interessata a godere delle une e a sottrarsi alle altre. Ora, ci si convincerà che questo interesse basta per dar luogo alle operazioni dell'intelligenza e della volontà. Il giudizio, la riflessione, i desideri, le passioni, ecc., sono soltanto la sensazione stessa che si trasforma differentemente. Perciò ci è sembrato inutile supporre che l'anima derivi immediatamente dalla natura tutte le facoltà delle quali è dotata. La natura ci dà organi per avvertirci col piacere di ciò che dobbiamo cercare e col dolore di ciò che dobbiamo evitare. Ma si ferma là e lascia all'esperienza la cura di farci contrarre abitudini e di terminare l'opera che ha cominciato [...].
Avverto dunque che è importantissimo mettersi esattamente al posto della statua che osserveremo. Bisogna cominciare a esistere con la statua, avere soltanto un senso quando essa ne ha uno soltanto; acquistare soltanto le idee che acquista, contrarre soltanto le abitudini che contrae: in una parola bisogna essere soltanto ciò che essa è. La statua giudicherà le cose come noi solo quando avrà tutti i nostri sensi e tutta la nostra esperienza; e noi giudicheremo come lei solo quando supporremo di essere privi di tutto ciò che le manca. Credo che i lettori che si metteranno esattamente al suo posto non faticheranno a capire quest'opera; gli altri mi opporranno difficoltà innumerevoli.

(É. B. de Condillac, Opere, UTET, Torino, 1976, pagg. 341-342 e 350)

(da filosofico.net/Diego Fusaro) Per illustrare l' assoluta continuità del processo di sviluppo che va dalla sensazione alle più complesse operazioni dello spirito, Condillac ricorre al celebre esempio della statua. Egli immagina l'esistenza di una statua marmorea che, per quanto chiusa ad ogni penetrazione sensibile dall' esterno (visto che é di marmo), sia interiormente organizzata nel nostro stesso modo: essa sarà quindi fornita di uno spirito, di una res cogitans (per dirla con Cartesio) nettamente contrapposta alla materia estesa (res extensa) virtualmente capace di compiere le stesse operazioni dello spirito umano, anche se inizialmente del tutto privo di idee (una vera e propria tabula rasa).
Condillac immagina poi di aprire ad uno ad uno i cinque sensi, secondo l'ordine che egli ritiene più adatto a spiegare l'originarsi delle idee e delle operazioni sulle idee. Condillac inizia con l' olfatto che , essendo il senso più povero di determinazioni, é quello che meno contribuisce alla definizione dei contenuti della conoscenza , per poi passare via via agli altri sensi.
In questo modo la statua, che inizialmente non pensava e non desiderava nulla, sviluppa gradualmente tutte le operazioni psichiche che sono caratteristiche dell' uomo.
Quindi, la condizione perchè la statua possa pensare e volere é che in essa penetrino le sensazioni che risvegliano in essa le operazioni spirituali: fuori di metafora, l' uomo stesso non sarebbe in grado di svolgere nessuna funzione psichica se il suo spirito non fosse progressivamente informato ed educato dalle sensazioni esterne.
Nella dottrina gnoseologica di Condillac il tatto presenta una posizione di privilegio rispetto agli altri sensi.
Finchè le informazioni sensibili che provengono alla statua sono limitate a questi ultimi, manca infatti un contatto diretto tra il soggetto che conosce e l'oggetto che viene conosciuto.
Le idee che provengono così allo spirito della statua hanno un contenuto rappresentativo, cioè consentono di descrivere l'immagine di cose, ma non dimostrano ancora la realtà del mondo esterno.
Soltanto attraverso il tatto, che consente di percepire l'estensione e il movimento, la statua può distinguere se stessa da ciò che é diverso da sè.
Attraverso di esso, infatti, la statua percepisce innanzitutto le parti di se stessa e la loro interazione reciproca, conseguendo così quel sentimento fondamentale che é la coscienza del proprio io , alla quale Cartesio arrivava col famoso dubbio. Successivamente, toccando gli altri oggetti e sentendo la loro solidità e resistenza, la statua potrà giungere all' idea dell' esteriorità di questi oggetti rispetto a se stessa .

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27 dicembre 2015 7 27 /12 /dicembre /2015 07:01
Tavolocce da cesso vintage per defecazioni deluxe
Tavolocce da cesso vintage per defecazioni deluxe

L'altro giorno, mi sono imbattuto sotto casa in una tavoloccia da cesso in disuso, ma originale...
E, devo dire, mai vista una così elaborata.
Nel corso di una ristrutturazione hanno deciso di buttare via tutto, WC e tavoloccia.
Peccato.
Io francamente, quella tavoloccia, l'avrei tenuta o avrei cercato di venderla ad un collezionista: é un capolavoro di modernariato kitsch.
A proposito di tavoloccie "strane".
In fotografia (In un numero della rivista "Colors" della Benetton), solo una volta, ho vista quella in uso ad uno sceicco arabo, tutta in oro massiccio!
Nel primo caso, quella tavoloccia contribuiva a trasformare una semplice cacata in un'opera d'arte, nel secondo caso (quello dello sceicco), veniva ribadito che anche il momento della defecazione (che riporta tutti all'eguaglianza predicata da Montaigne in una sua celebre frase), con l'oro massiccio che trasforma quella la tavoloccia (il più prosaico ed umile degli oggetti) in un oggetto di gran pregio,è un momento solenne e che la "seduta" per portare a compimento i oropri bisogni corporal è pari al sedersi su di un scranno al centro di un nobile consesso o addirittura su di un trono.
Ma ho trovato la notizia (2011) ha proposito di uno scranno cacatorio tutto in oro massiccio 24 carati, che sarebbe ubicato (a meno che non si tratti di una bufala: ma c'è una foto).

Sur le plus beau trône du monde, on n'est jamais assis que sur son cul!

Michel de Montaigne (1533-1592)

Tavolocce da cesso vintage per defecazioni deluxe

Nessun limite al lusso, almeno così hanno pensato in Cina dove è stato svelato il wc più chic, tutto in oro, con un valore di più di 150.000 Euro. Nel corso del World Toilet Summit&Expo, organizzato nella città di Haikou, nella provincia di Hainan, sono così stati esposti gli ultimi ritrovati tecnologici per l’arredo bagno e si sono studiate tutte le mosse da mettere in atto per garantire la massima igiene, ma nessuno si aspettava un wc di tale fattura. Tutto ricoperto di oro a 24 carati, il wc ha una stima da capogiro, adatto soli ai bagni più sfarzosi.

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25 dicembre 2015 5 25 /12 /dicembre /2015 22:52
Panchine della desolazione a Palermo
Panchine della desolazione a Palermo
Panchine della desolazione a Palermo
Panchine della desolazione a Palermo

(Maurizio Crispi) Le panchine a Palermo non sono certamente in cima ai pensieri degli amministratori della città.
Se occasionalmente ne vengono collocate di nuove, non si fa certamente per la manutenzione di quelle preesistenti.
Sembra quasi che le panchine dei parchi o quelle che adornave le pubbliche vie e piazze non meritino attenzione alcuna.
Quasi che ese debbano vivere una vita propria, dalla giovinezza della loro messa a dimora alla vecchiaia e alla morte, senza mai potere usufruire di interventi di ripristino.

Ma, per la maggior parte, la speranza di vita é breve, mentre in altri luoghi è possibile di certo sperimentare il brivido di sedersi su panchine ultracentenarie.
Le azioni deleterie cui le panchine panormite sono sottoposte sono molte ed inimmaginibili per qualsiasi altra persona che viva in altri luoghi, dove le panchine sono considerate dei beni pubblici e, pertanto, rispettate come tali.
Oltre al degrado causato dagli eventi atmosferici, ci sono infatti le continue azioni di vandalismo che ne minacciano l'incolumità, ma anche - secondo me - quella ben più vile del loro asporto per altre destinazioni quali potrebbero essere giardini e piccole oasi private (quest, almeno, la mia fantasia).

Mi esercito costantemente nell'osservazione di ciò che ricade all'interno dei confini dei miei modesti orizzonti, supponendo peraltro che ciò che si verifica possa essere isomorfico rispetto ad una più vasta realtà, con degli schemi micro-ricorsivi che si ripetono in scala più ampia.
Percorendo Villa Sperlinga e gli altri piccoli parchi della mia zona il leit motif è sempre identico. Panchine costruite con solidi materiali (come possono essere la pietra e il ferro) che vengono sfregiate, fatte a pezzi o vandalizzate o che, semplicemente, dall'oggi al domani scompaiono senza lasciare traccia, se non delle zone più pallide nel terreno dove erano ancorati i loro plinti.

Chi si trovasse a fare un giro per Villa Sperlinga, avrebbe modo di notare - osservando attentamente - che delle belle panchine di pietra ne sopravviva soltanto - ad occhio e croce - il 60 per cento. Le altre sono tutte andate (ma della loro esistenza sono rimaste delle visibili tracce sul terreno. Chi sa, nota la loro mancanza.
Perchè? E perchè poi, nessuno fa mai nulla per ripristinarle?
In un altro giardinetto vicino a casa mia, intitolato al tenente Colonnello Giuseppe Russo, ucciso dalla mafia, oltre alle panchine di pietra, ce n'era una piccola moltitudine allocate lungo il percorso perimetrale, in un luogo ombreggiato e favorevole alla sosta.
E di queste, come mostra una delle foto che corredano il post, ne è rimasta una sola: tutte le altre panchine germane prima furono vandalizzate (benchè di ferro) e, una dopo lìaltra, le loro vestigia sono scomparse.
Al posto loro perenni distese di rifiuti cartacei, bottiglie vuote e lattine di bibite varie, il tutto frammisto alle deiezioni canine..
Proprio qui, lungo questo vialetto un tempo ameno, bisognerebbe collocare una lapide per celebrare festosamente l'inettitudine degli Amministratori di questa città.
La bravura e la rettitudine di chi amministra la Cosa Pubblica non si evidenziano nella capacità di varare grandi e dispendiosi progetti, ma nell'essere capaci - in primo luogo - di gestire e di mantenere quello che c'è, anziché lasciarlo andare penosamente in rovina.
In un Inferno Dantesco dove li potremmo mettere questi Amministratori inetti (e forse anche ignavi)?
Rispondetemi voi...

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29 settembre 2015 2 29 /09 /settembre /2015 12:10
Il Cane, la Capra e il Leone, in un impasto onirico
Il Cane, la Capra e il Leone, in un impasto onirico
Il Cane, la Capra e il Leone, in un impasto onirico
Il Cane, la Capra e il Leone, in un impasto onirico
Il Cane, la Capra e il Leone, in un impasto onirico

Qualcuno ha lasciato aperta la saracinesca del mio garage: il leone mio ospite è uscito fuori e nessuno riesce più ad acchiapparlo.

Come farò? Non è un cane e non risponde al mio richiamo: e non è mica facile acciuffarlo per la collottola per ridurlo alla ragione. In meno d’una frazione di secondo potrebbe sferrarti una zampata micidiale con quei suoi possenti artigli.

Sì, nel mio garage tengo non solo il cane, ma anche una capra e questo leone.

La capra è venuta dopo il cane e ha sostituito le pecorelle di Tarling Street che si erano trasferite numerose e che, successivamente, si sono adattate a stare nei sottotetti.

Poi, siccome Frida non era soddisfatta della compagnia della capra che era sempre mugugnosa, poco cordiale e sempre intenta a ruminare, è arrivato il leoncino. E Frida è stata felice di averlo come ospite: presto lo ha adottato.

Il leone, ora é cresciuto a dismisura.

Però, soltanto ora che è scappato, mi sono reso conto che, da quando è arrivato, non gli avevo mai dato da mangiare.

Se è cresciuto e non è deperito, si sarà arrangiato da solo: forse avrà mangiato topi o scarafaggi.

Una volta quando ero bambino mi diedero una tartaruga terrestre. Grande fu la mia meraviglia nel tenere tra le mani questo essere rettiliano: dopo averla d io, per consiglio della mamma, la portai nel garage della casa di allora, umido e odoroso sempre di terra bagnata, perché alle sue spalle c’era un grande giardino selvatico. Mi dissero di tenerla là per l’inverno perché presto sarebbe caduta in letargo e, in funzione di ciò, si sarebbe cercata un anfratto tranquillo. Ed io, fiducioso, non le portai mai da mangiare, se non di tanto in tanto qualche foglia di lattuga. Ogni tanto andavo a trovarla e provavo a vitalizzala, dandole colpetti con uno stecco. Ma lei non si muoveva mai. Finché, con il sopraggiungere della primavera, andai a guardare meglio nel suo anfratto e la tartaruga era morta. Tutt’attorno a lei dominava un odore dolciastro di decomposizione che si mescolava a quello della terra umida e dello strato di foglie cadute. Ricordo che questa morte fu per me una grande delusione. Mi sentii tradito in qualche misura ed anche in colpa (al pensiero che non avevo fatto le cose per bene).

Ma il mio leone è ora un possente esemplare adulto, con i muscoli che guizzano sotto la pelle quando si muove ed una folta criniera fulva, e zanne possenti che si vedono, bianco giallastre quando ruggisce.

Come farò a catturarlo e a riportarlo dentro il garage?

E sì che gliel’avevo detto a tutti quanti: “Non aprite quella porta! E, se l’aprite, ricordatevi di chiuderla per benino subito dopo!”

Ma nessuno sta mai ad ascoltarmi.

C’è una festa nel cortile di casa. Ormai nel mio condominio e in quello di fronte ci abitano solo musulmani.

Posso vedere tutto bene dal mio vertice di osservazione: adesso io abito nel grande attico in cima al palazzo, le cui terrazze ampie e digradanti a scaloni come i Giardini di Babilonia, si sono trasformate in una foresta lussureggiante.

Forse il leone si sarà nascosto tra le piante della mia foresta.

E, di notte, in questo periodo che è quello del Ramadan si banchetta e si festeggia.

Dall’alto, sporgendomi oltre la ringhiera, posso vedere che tutte le luci sono accese, dentro gli appartamenti, e sembra che nessuno accenni soltanto a voler andare a dormire.

Si sentono risate e conversazioni sommessi, tintinnii di stoviglie e di posate.

Dal cielo, pendono festoni di corde a cui sono attaccate decine di bambini che cercano di dare la scalata al cielo per raggiungere un immaginario albero di cuccagna.

Sono un po’ preoccupato per loro: temo che qualcuno possa cadere e farsi del male.

Chiamerò the Catcher in the Rye. Sono certo che lui potrà aiutarmi.

Cosa dovrò fare prima di tutto? Aiutare i bambini ed impedire che cadano dabbasso? Oppure cercare il leone e riportarlo giù nel garage per impedire che faccia del male a qualcuno? Oppure occuparmi di Frida e della capra che sono rimaste entrambe giù in garage in attesa fiduciosa del loro pasto?

Che dilemma in insormontabile!

Sì, sì! Chiamerò the Catcher in the Rye. Lui saprà ben consigliarmi!

Nelle foto: I leoni rutelliani di Palermo (bronzi) e il monumento al Leone Morente a Lucerna (marmo)

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24 settembre 2015 4 24 /09 /settembre /2015 10:00
La mucca e la porta murata

(Maurizio Crispi) Una mucca nera se ne sta ostinatamente ferma nei pressi di un antico portone murato.
Il cartello con la scritta "Vietato entrare" e il correlato simboletto di "pericolo" appaiono come una ridondanza comunicativa, visto che - salvo ad essere provvisti di una grossa mazza, di un palanchino gigantesco o di una carica di esplosivo - non c'è alcuna possibilità di transitare (break through) attraverso quel passaggio, aprendosi una breccia, come la famosa "Breccia di Porta Pia".
Vedere la mucca starsene ferma accanto al portone fa pensare.
Sembrerebbe quasi che la pia bovessa avvertendo l'attrattiva di succosi pascoli all'interno, indugi al limitare della soglia, aspettando che, per un qualche miracolo, nella cortina muraria si apra un passaggio.

Forse anche la mucca avverte le vibrazioni del genius loci racchiuso all'interno della muraglia.
E ciò a dimostrazione che il passaggio delle soglie delle wellsiane "door in the wall" sia universale...
Ma - naturalmente - questa è tutta una mia elucubrazione di stampo letterario, perchè si sa che la frequentazione della letteratura induce a fare dei salti pindarici e delle improbabili associazioni - probabilmente la mucca - e qui é di nuovo la letteratura ad entrare in campo con Hemingway - ha solo trovato una sua "querencia", cioè un luogo dal quale potrebbe risultare molto difficile farla sloggiare.

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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