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28 dicembre 2020 1 28 /12 /dicembre /2020 08:05
Deserto d'acqua, disegno di copertina Karel Thole, edizione originale

La notte ancora ancora indugia
e non trascolora nel giorno
Le vie sono deserte,
bagnate della pioggia di prima
mucchi di foglie morte intrise d'acqua
pozze profonde di oscurità
e ogni tanto l'ombrello di luce di un lampione
il natale appena trascorso sivede
in luci tremolanti che addobbano alcuni balconi
in alberetti di natale tristanzuoli
e altri addobbi luccicanti
negli atri dei palazzi
e su in alto nei balconi
e dalle finestre bagliori azzurognoli che trascolorano
nel rosa e nel verde
auto in corsa rade
lanciano lame di luce
che accendono l'asfalto di riflessi
La vuota retorica si disperde come polvere nel vento

Ho sognato che mi recavo in auto al Parco della Favorita
Lì era tutto mutato,
come se non ci avessi messo piede da tempo.
Trovo un sottopasso di cui non ho memoria
e imbocco poi uno sterrato prima non esistente
e aperto dalle auto
a forza di percorrerlo.
Ho un appuntamento con la mia famiglia
ma non trovo nessuno
In questo scenario così cambiato
non riesco a muovermi a mio agio
Scendo dall'auto:
ora, davanti a me, c'è un grande palazzo
Ne varco l'immenso portale
e salgo lungo uno scalone di dimensioni regali
Incongruamente,
ho un tubo dell'acqua in mano
e l'acqua scorre a fiotti
Chiedo informazioni, ma nessuno mi da risposte
Da un ufficio viene fuori un tipo
piccolo ed insignificante
radi capelli con riporto megagalattico
imbrillantinati
baffetti minuscoli taglio stile Hitler
Mi saluta affabilmente
dando mostra di conoscermi da lungo tempo
ma non mi sovviene chi sia
Per me è un perfetto sconosciuto,
l'ometto
L'acqua continua a scorrere e a ruscellare
giù per le scale
Mi rendo conto di non potere più stare lì
in queste condizioni
E scendo trascinando con me il tubo per innaffiare
che adesso sembra peso come piombo
Esco fuori su di un grande prato
e vado alla ricerca del rubinetto
per chiuderlo

Dissolvenza

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21 dicembre 2020 1 21 /12 /dicembre /2020 14:05
Gabbiano ferito (Foto di Maurizio Crispi)

Vita da piccione viaggiatore
Vita da fattorino

E la vite americana trascolora dall'autunno all'inverno

Cadono anche le foglie dei platani e marciscono in mucchi,
spinte dal vento in anfratti e angoli

Natale rosso sangue
Capodanno rosso, del pari

Ma che importa
Non sono queste le cose che contano
ogni tanto, forse, serve un colpo di spugna
per spazzare un mucchio di cose incancrenite
Come nel caso delle foglie morte,
quando arriva lo spazzino a raccoglierle
e a chiuderle dentro ai sacchi
pronti per lo smaltimento

Siamo messi alla prova
da un dio crudele non crudele in fondo
che vuole verificare quanto possiamo tollerare
in termini di sospensione delle abitudini di sempre,
a favore di stili di vita più spartani ed essenziali

Per una volta, forse,
il consumismo non ci consumerà

Piccioni morti
Gabbiani in volo
in picchiata

Grida di dolore nel cielo vuoto

Spettri danzanti del solstizio d'inverno

Un barbone
nel suo riparo improvvisato
- il suo piccolo regno -
tra cassonetti della spazzatura
a poca distanza da un benedicente Padre Pio
se ne sta seduto nel suo giaciglio di strada,
poco più di una cuccia,
e, appena sveglio, tracanna
nel mattino piovoso
la prima birra

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18 dicembre 2020 5 18 /12 /dicembre /2020 12:51
Teatro anatomico

(il frammento di un sogno) Ero all'Università, in un'aula ad anfiteatro e una platea gremita. In basso al centro delle file di banchi semicircolare, il professore di psichiatria con la testa pelata ed un camice bianco indosso teneva una lezione dotta,
Io, appollaiato  su di uno degli scranni più alti, a dispetto del silenzio reverente generale, non facevo che interloquire ed interrompere l'eloquio dell'oratore.
I miei interventi si trasformavano presto in una specie di gara tra me e l'oratore, in cui io cercavo in ogni modo di prevalere ed averla vinta.


A partire da questo piccolo frammento, mi sono ricordato di una volta quando andavo all'università, al secondo anno. C'era un assistente fascistoide che teneva alcune lezioni di fisiologia e aveva i capelli tagliati come un nazi. Faceva antipatia a tutti.
Io stavo seduto in alto, perchè era nel mio stile tenermi sempre defilato e dissi qualcosa al mio collega seduto ad un posto di distanza. Questo mio collega era uno timorosissimo dell'autorità e zelante negli studi, ma una persona buonissima d'animo.
L'assistente fu disturbato dalle mie parole bisbigliate e disse: "Lei, cosa ha da dire, perchè disturba?".
Io feci ostentatamente finta di nulla (allora ero barbuto e con i capelli abbastanza lunghi). Replica della stessa domanda di prima, ma con tono irato adesso.
Io sempre con ostentazione mi guardai alle spalle, come a dire "Magari quello sta parlando con uno dietro di me di cui ignoro la presenza".

Ma non c'era nessuno, ovviamente, e lo sapevo benissimo
Scrollai le spalle. E rimasi seduto in silenzio.
Arrivò a questo punto l'intimidazione ingiuntiva: "Lei all'ultimo banco, si alzi ed esca dall'aula!".
Di nuovo, io mi guardai alle spalle per indicare che sicuramente l'assistente così villano e con quei toni autoritari da operetta non stava certamente parlando con me. Intanto, il mio collega timoroso da morire, prendeva le distanze da me e, senza farsene accorgere si spostava di alcuni posti, cercando di defilarsi (una forma di distanziamento sociale protettivo).
A quel punto, in una sorta di braccio di ferro improvvisato, l'assistente sbottò: "Se lei non esce immediatamente dall'aula, me ne vado io".
Silenzio di tomba da parte di tutti e immobilità da parte mia.

Non mossi un muscolo, la cosa non mi riguardava.
A quel punto, l'assistente disse:"Va bene. Allora me ne vado!". E ci lasciò in asso, prendendo la via della porta e sbattendola con fragore.
Alla fine, tutti si congratularono con me, per aver sconfitto l'autoritarismo impersonato da quel docente.
Solo il mio collega, il mio vicino di posto, era contrito: "Maurizio, mi hai rovinato - mi disse - adesso, quello agli esami si ricorderà di me!".

Comunque, anche io, quando a Luglio arrivò la sessione di esami di fisiologia, mi premurai di tagliarmi barba e baffi e di accorciarmi i capelli... una forma di mascheramento protettivo, insomma, giusto per arrivare all'esame in incognito. Non si sa mai...

Dedico questo ricordo alla memoria del mio amico e collega di allora che, alcuni anni, fa ci ha lasciato prematuramente.

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16 dicembre 2020 3 16 /12 /dicembre /2020 13:51
Gioconda con mascherina (murales)

Ho sognato questo. Mi sentivo infastidito da una pellicina rotta sul bordo di un dito che, mentre dormivo e mi agitavo nel sonno, s'impigliava sempre nelle lenzuola. Il leggero attrito della pelle dura e sporgente mi risvegliava di continuo.
Molto istintivamente - per porre termine al fastidio - mi portavo il dito alla bocca per rimuovere quella pellicina con i denti, come faccio di solito da sveglio.
Ma niente, mi accorgevo che indossavo la mascherina.
Che seccatura, pensavo, pure di notte!
E la rimuovevo per poter riuscire nel mio intento.
Però, con angoscia, mi accorgevo che non avevo più la bocca: mi tastavo la faccia con le dita con frenesia e, al suo posto, soltanto pesce [pelle] liscia e giovane: nessuna traccia, nemmeno in forma di cicatrice residua, della rima buccale.
Dissolvenza...


Questo sogno mi ha portato molti pensieri.
Innanzitutto, ho pensato alla storia di Dr. Strangelove (in Italiano, il dott. Stranamore) divenuto cult negli anni Sessanta grazie al film cult di Stanley Kubrick con la magistrale interpretazione di Peter Sellers, il cui sottotitolo faceva "Come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la Bomba"(la sceneggiatura fu ispirata dal romanzo di Peter George, Red Alert, del 1958, meno fortunato), cui fece da contrappunto proprio in quegli anni il magistrale poema del poeta americano beat (underground) Gregory Corso ("Bomb"), i  cui versi, proprio per esorcizzare lo spettro della bomba atomica, sono scritti in modo tale da configurare nel loro sviluppo verticale in un foglio piegato a fisarmonica innumerevoli volte il temuto fungo atomico (AAVV, a cura di Fernanda Pivano, Poesia degli ultimi americani, Feltrinelli Le Comete, 1964).
 
Come succede nel caso del film di Stanley Kubrick e nella poesia di Corso, alla fine, nel rapporto con un manufatto ostile (l'epitome del Male, si potrebbe dire), non resta altro da fare che smettere di preoccuparsi e di odiarlo, semplicemente accettandolo e facendolo rientrare tra le cose che fanno parte del nostro ambito esperienziale, sino al punto da amarlo, paradossalmente (se si odia la bomba allora si devono odiare tutti gli altri manufatti costruiti dall'Uomo).
La bomba è dentro di noi, alla fine, sembrano indicare i versi di Corso, e non possiamo che amarla come parte della nostra natura.
E, in definitiva, è anche così nei confronti della pandemia attuale: Coronavirus (la "bomba" virale se pensiamo alle foto "esplose" del virus con tutte quelle punte minacciose che servono da aggancio con la superficie cellulare) e Covid-19, in questi dieci mesi, abbiamo finito con l'introiettarli in noi, cosicchè essi sono entrati a far parte del nostro immaginario individuale e collettivo, assieme a tutti gli oggetti di scena che vi sono correlati, come ad esempio i ventilatori polmonari per le terapie intensive, ma soprattutto le mascherine ed altri dispositivi di protezione individuali che, dell'evento pandemico, rappresentano - in forma di gadget - l'esperienza più universalmente accessibile da parte di tutti.
Mi è anche venuto in mente un libro letto parecchi anni fa. Si tratta di un saggio il cui Autore (professore universitario di tutt'altra disciplina), dopo aver tentato invano di smettere di fumare e basandosi in ciò su tutti quelli che si elencano solitamente tra gli aspetti negativi e pericolosi per la salute del tabagismo, ha deciso di fare una vera e propria rivoluzione copernicana, facendo il seguente ragionamento: "Forse se riuscirò ad enumerare tutte le ragioni per le quali mi piace fumare, alla fine - avendo più consapevolezza dei meccanismi della mia addiction - smetterò".
Da questo tentativo (un vero è proprio brain storming colto) è nato il suo libro che però in exergo non dice se il suo autore abbia, alla fine della sua poderosa compilazione, effettivamente smesso di fumare.
Ma anche qua viene fuori l'argomentazione discussa prima. Se una cosa non la puoi sconfiggere solo perchè la vedi come l'incarnazione del male, allora non ti resta che riconoscere che è dentro di te, amarla e forse soltanto così, depotenziarla.
Per quanto riguarda l'utilizzo delle mascherine che, in tempi di Covid assieme alle regole del distanziamento, rappresenta l'aspetto più emblematico e palese della pandemia in corso, potremmo dire - e qui sconfiniamo un po' nella narrazione ironica - una quantità di belle cose.
Proviamo ad elencarle.
E' diventato possibile sbadigliare in pubblico senza doversi preoccupare di coprirsi la bocca con la mano..
Con la mascherina correttamente indossata, si può eruttare in pubblico in piena libertà (silenziosamente si intende, ma i maleducati anche fragorosamente) senza timore che le proprie esalazioni gastriche raggiungano il nostro prossimo.
Si è sicuramente distolti dall'infilarsi in pubblico le dita nel naso per scavare gallerie ed estrarre minerali pregiati. Si potrebbe anche dire che coloro i quali tengono il naso fuori dalla mascherina sono degli impenitenti scavatori. In fondo, cos'è il tampone se non una forma estrema di scaccolamento, se vogliamo metterla così? Ma, negli scavatori che indossino correttamente la mascherina le attività di scavo giornaliere sono drasticamente ridotte.
Del pari, in tutte le situazioni pubbliche, si èprotetti dalportarsi le mani alla bocca nelcaso dei morsicatori e masticatori compulsivi di unghie.
L'uso della mascherina impedisce anche a coloro che ne hanno l'abitudine di masticarsi la punta dei capelli e, dunque, è un'ottimo strumento di prevenzione del tricobezoar.
L'uso della mascherina protegge il prossimo da coloro che soffrono di "fiatella", ovverossia di alito pesante, oppure per usare il termine scientifico, di "alitosi" di cui erano affetti - secondo documentate fonti - diversi fascinosi attori hollywoddiani, come ad esempio Clark Gable.
La mascherina nasconde forme sgraziate di naso, bocca e mento, mentre mette in risalto in maniera netta e decisa gli occhi, rendendoli profondi e pieni di fascino.
E poi si potrebbe anche dire: "Volti coperti, liberi pensieri...".

Rimane tuttavia il fatto che, quando cammino per strada e incrocio tutte quelle persone, uomini e donne, con la mascherina sul volto, a volte sono preso da una sorta di vertigine e da una sensazione di estraniamento,come se fossi piombato all'improvviso nel cuore di un pianeta alieno. Una sensazione tantomaggiore se mi trovo a confrontarmi con qualcuno che indossapesanti e grandi occhialoni scuri da sole.


Stranger things...

Volti coperti liberi pensieri

 

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14 dicembre 2020 1 14 /12 /dicembre /2020 20:15
Italia in zona rossa per le prossime festività di Natale

Mentre ci accingiamo a superare il giro di boa di metà dicembre, arrivano notizie confortanti dal Pianeta Covid.
Ieri, Gino Strada, intervistato da Lucia Annunziata, ha detto: «Sono preoccupato per quello che potrà succedere a gennaio o febbraio quando si vedranno le conseguenze degli atteggiamenti avuti durante il periodo di Natale. Vedo un Paese superficiale perché si dimentica che ogni giorno abbiamo centinaia di morti. Questo non viene considerato con il dovuto rispetto e la dovuta attenzione». E poi ha aggiunto: «Non ne usciremo prima di 2-3 anni, la responsabilità di ognuno è fondamentale». Entrando nel tema della vaccinazione anti-Covid che inizierà per fine dicembre in tutti i paesi UE simultaneamente, Strada ha anche precisato - dietro specifica di Lucia Annunziata - che, in un primo tempo, il vaccino ridurrà soltanto il numero delle morti e che, nel frattempo, il virus continuerà a circolare.
In sostanza, non c'è da attendersi risultati miracolosi dal vaccino, mentre il mantenimento dei contagi al di sotto della soglia critica dipenderà esclusivamente dalla capacità dei singoli di assumersi le proprie responsabilità, attuando le misure-base, cioè il corretto uso della mascherina, evitando in qualsiasi modo le situazioni di sovraffollamento.
L'avvio delle operazioni vaccinali, addirittura pria dell'inizio del nuovo anno, a dispetto di ciò che alcuni superficialmente ritengono, non potrà essere dunque il segnale per un indiscriminato "Liberi tutti" e un invito a fare ciò che si vuole come si vuole.
L'altra notizia di cui ho sentito nei notiziari, ma in stretta correlazione con il discorso della responsabilità individuale, è che a livelli governativi si parla di nuovo di rendere l'Italia tutta zona rossa, a causa del fatto che in questa anticipazione del periodo festivo che ci attende si sono verificate situazione di sovraffollamento e di troppo gente in giro e nei negozi per lo shopping natalizio senza riguardo delle misure anti contagio.
Io mi chiedo se per un anno non sia possibile rinunciare al natale consumistico che a volte finisce con il diventare una corsa coatta all'acquisto di doni.
Proviamo per una volta a starcene a casa, provando a sperimentare in modo inedito il Natale nel nostro cuore, piuttosto che attraverso il potlach dei doni.

Alcuni media, scherzando sui colori con i quali vengono indicati gradi crescenti di diffusione del virus e, quindi, di restrizioni, hanno scritto che ci aspetta un "Natale Rosso" e ci sono quelli che storcono il muso in attesa del prossimo DPCM che dovrà limitare la mobilità dei cittadini in corrispondenza del prossimo e ormai imminente periodo delle festività.

E dire qualsiasi cosa, opporsi, brontolare o protestare vivacemente sino alla bagarre più accesa è indubbiamente un segno di scarso rispetto nei confronti delle centinaia di morti giornalieri che vengono registrati giornalmente e che continueranno ad esserci nei prossimi giorni, ed anche verso gli oltre 250 medici (oltre a tutti agli altri operatori sanitari) sinora morti di contagio per avere adempiuto il loro dovere.

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13 dicembre 2020 7 13 /12 /dicembre /2020 13:54
Taccheggio (foto tratta dal web)

Ci sono dei negozi dove quando, appena entri, hai la netta sensazione di essere un ospite sgradito, oppure - chiunque tu sia - di essere considerato un potenziale ladro.
Ci sono posti nei quali il commesso ti si appiccica addosso, tanto da sentirne il fiato sul collo,  per spiare qualsiasi tua mossa sospetta, come intascare un libro o farsi scivolare nelle pieghe del vestito o nella borsa un giocattolino, un cosmetico, una boccetta di dopobarba e quant'altro.
Trovo questi posti insopportabili e li cancello immediatamente dalla mia lista delle preferenze.
E' vero che il taccheggio è una realtà indiscutibile: non bisogna peccare di buonismo, dicendo che non c'è.
Ma è anche vero che si tratta di un'attività più frequente nei grandi magazzini e nei centri commerciali, piuttosto che nei piccoli negozi a gestione familiare o quasi.
Nei posti di quel tipo, d'altra parte, vengono messi in opera accurati sistemi di sorveglianza, il più delle volte, con guardie addette alla sicurezza discretamente vestite in borghese, oltre ai sistemi di videosorveglianza.
Nei piccoli negozi che detesto, invece, proprio in quelli dove uno si aspetterebbe un'accoglienza calorosa, vengono messe in opera azioni rozze e villane, partendo dal presupposto fallace che ogni cliente  sia anche un potenziale ladro e che quindi debba essere trattato da sorvegliato speciale.
E così sicuramente, in un civile consesso, non va; c'è qualcosa di sbagliato e di patologico in un atteggiamento che è anche un vero e proprio orientamento paranoico nei confronti della realtà.
Qui, l'avventore viene letteralmente perseguitato e si rimane letteralmente basiti, quando si scopre che l'esercizio commerciale in questione è anche fornito di un ridondante sistema di videosorveglianza.
Ma, tant'è, dal punto di vista dei gestori, evidentemente, la sicurezza non è mai troppa.
Se uno cerca di difendere la propria dignità vilipesa, opponendosi alla vessatoria richiesta, ne discendono le intimidazioni e le offese, fioccano gli inviti (rozzi il più delle volte) a lasciare alla cassa borse, sporte, involucri, zaini e quant'altro.
"Queste sono le nostre regole", dicono, "Se non le piacciono, se ne vada altrove".
Un libero ed onesto cittadino si sente allora offeso da questo atteggiamento.
Replica, si incazza, si infuria. Ma niente, quelli sono irremovibili e arrivano addirittura ad affermare che il loro cliente (ora nei panni di antagonista) li stia offendendo.
Mondo matto, davvero!
All'avventore, qualora non abbia altre alternative) non resta da fare altro che calare la testa, accettando la regola implacabile della casa, oppure andarsene.
Se accetta, alla fine delle sue operazioni di scelta degli articoli e di acquisto, potrà richiedere indietro i suoi beni e tutto ciò che in quanto "contenitore" idoneo ad accogliere la refurtiva lo bollava come potenziale ladro. E, nelriavere indietro le proprie cose, il vessato cliente potrebbe accuratamente(e platealmente) ispezionare le proprie borse e sacchetti per verificare che non manchi proprio nulla, giusto per rendere pan per focaccia (magra consolazione davvero!).
Credo che la perdita di fiducia nei confronti del nostro prossimo sia, in definitiva, una grande ed irrimediabile sconfitta

 

Nello scrivere questa nota, mi sono ispirato ad un'esperienza realmente vissuta, in un negozio di articoli per la casa, di cui non farò il nome, ma dove non ritornerò per certo mai più.

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9 dicembre 2020 3 09 /12 /dicembre /2020 08:37
Il grande Black a Capo Zafferano (Foto di Maureen L. Simpson)

Sto facendo una passeggiata lungo la stretta strada che porta sino al faro di Capo Zafferano.
E' il ritorno ad uno dei miei posti del cuore, dopo tanto, tanto, tempo.
Ho al guinzaglio il grosso cane nero che mi ha regalato - per così dire - il Coronavirus e il Tempo di Covid: un nuovo arrivato affamato e solo, quando lo trovai, il quale si èaffiancato alla cagnetta Flash,anch'essa trovatella, ma sin da quando era cucciola di poche settimane.
Questo cagnone è enorme, tutto nero (ed è per questo che l'ho battezzato - forse con poca fantasia, ma con efficacia - Black) e, a chi lo vede per la prima volta, può indubbiamente, incutere qualche timore, anche perchè - senza essere consapevole della sua stazza - si muove con irruenza. Quanto a dimensioni, è indubbiamente ilpiù grande tra i cani che io abbia mai avuto.
E, poi, è possente.
Sono già arrivato al Faro e, dopo aver indugiato a guardare i gabbiani in volo trascinati dal vento, sto già tornando indietro.
Ha anche cominciato a piovere.
Cadono grosse gocce rade, ma ancora il diluvio non si scatena.
Avanzano verso di me, intente ad imbacuccarsi, due escursioniste, probabilmente straniere.
Quando siamo vicini, ad una decina di metri l'uno dall'altro, forse, noto che le due hanno una qualche incertezza nel loro incedere e che rompono il passo, prima regolare, per quanto rilassato.
Io ho la "celata" calata dal volto, ed anche loro (celata, alias mascherina: perchè viene da pensare ai guerrieri antichi che quando si preparavano alla battaglia, cioè allo scontro ravvicinato si calavano la celata sul volto).
Mi fanno dei cenni, quasi a chiedermi se possono passare.
Io mi discosto il più possibile (per quanto la via sia piuttosto stretta): ho inteso, infatti, che sono intimorite dal fatto che io non abbia il volto coperto.
Ma loro continuano a farmi cenni: poi, infine, comprendo.
In realtà, mi stanno chiedendo se possono passare impunemente, visto che ho con me quel grosso cagnone nero e che,pur al guoinzaglio, avanza impetuosamente.
Colto il messaggio, dico loro: "Tranquille, tranquille! E' buonissimo! Non avete da temere alcun male!".
Poi aggiungo: "E' che avevo capito che aveste paura di transitarmi vicino, visto che sia voi che io abbiamo il volto scoperte. Pensavo che aveste paura del Covid. Invece, si tratta solo solo di una banale paura davanti ad un cane sconosciuto!"
Sgombratoil campo dal fraintendimento, proprio mentre ci incrociamo, scoppiamo in una grassa risata condivisa. E per fortuna che, una volta tanto, il Coronavirus porta a fare grasse risate!
E poi ognuno per la sua strada.
Tempo di Covid, tempo di malintesi: e si perdono di vista le banali paure quotidiane che punteggiano la nostra vita.

Larga è la foglia, stretta la via. Dite la vostra che ho detto la mia...

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6 dicembre 2020 7 06 /12 /dicembre /2020 08:55
Gli spazi della prossemica

La pandemia sta influenzando profondamente, rimodulandole, le regole prossemiche.
La "prossemica", come molti sapranno,è la scienza (tra psicologia e sociologia, rientrante anzi per l'esattezza nell'ambito della semeiologia) che studia le modalità di distanziamento delle persone tra loro, quando sono impegnate in un'interazione comunicativa. Il posizionamento del proprio corpo nello spazio rientra, d'altra parte, a tutti gli effetti nell'ambito della comunicazione non verbale
C'è un'ampia gamma di combinazioni, in questo processo.
Ciascuno di noi ha una distanza ottimale alla quale collocarsi quando è in relazione con un'altra persona, una distanza precisa e misurabile. E quindi ciascuno cerca appunto di collocarsi sempre in una posizione tale da poter garantire quella distanza. Ciò comporta che in alcuni casi si verifichi da parte di un altro l'invasione del proprio spazio "intimo" senza una volontà deliberata, ma semplicemente perché la definizione di "spazio intimo" da parte di questo non collima con quella che ne dà il proprio interlocutore.
Il più delle volte, quindi, si crea tra persone diverse una danza di avvicinamenti-allontanamenti, visto che non semprele due diverse distanze ottimali individuali  collimano.
Ci sono quelli che sentono l'esigenza di essere in stretta prossimità del proprio interlocutore sino al punto di quasi toccarlo materialmente. Ci sono quelli che non possono interloquire se non toccano e brancicano il corpo del proprio interlocutore.
I fattori che regolano la distanza interindividuale sono di vario genere: etnici, sociali, culturali e infine psicologici individuali.
Alla lunga, a meno che non prevalgano rigidi protocolli sociali, la distanza inter-individuale è il frutto di una continua negoziazione e ri-negoziazione implicita.
In tempo di epidemie e di pandemia si aggiungono altre regole (che dovrebbero prendere il sopravvento) che regolino in maniera rigida il distanziamento inter-individuale e che, in qualche misura, lo standardizzino. Una di quelle basilari è che le uniche interazione "fisiche" mantegano gli interlocutori (sconosciuti e non conviventi) nello spazio "sociale", senza nemmeno un'incursione in quello "personale", per non parlare di quello "intimo".
Proprio per questo, in tempi di Covid risulta particolarmente irritante il caso di interlocutori  che, nel parlare con noi, vengono troppo a ridosso e ci parlano addosso: ma, in questo caso, diciamocelo francamente, non si tratta di un dispregio delle regole anti-contagio, ma bensì del manifestarsi in questi soggetti della necessità profondamente insita nella sua personalità di collocarsi ad una distanza ottimale per lui/lei.
L'altro giorno guardavo alcuni che sul marciapiedi davanti ad una scuola parlavano tra loro in attesa dei propri figli. Erano tutti a distanza e, a volte, considerando il rumore di sfondo del traffico, facevano fatica a sentirsi e dovevano ripetere più volte le stesse frasi oppure gridarsi l'uno con l'altro. Ho immediatamente immaginato una situazione in cui per parlare più agevolmente tutti quanti si fossero muniti di cornetti acustici e di piccoli megafoni.
Ho sorriso tra me e me.
A volte l'ironia ci salva la vita e rende possibile il procedere con maggiore leggerezza in tempi grami e tristanzuoli.

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4 dicembre 2020 5 04 /12 /dicembre /2020 07:30
Gustave Dorè

Uscito ai primi di dicembre 2020 il nuovo DPCM con indicazioni minuziose circa il modo in cui dovremo passare le feste prossime venture.
Nulla da dire, visto che ci sono di mezzo i negazionisti caparbi e quelli che per principio si oppongono, gli arroganti, gli ignoranti e via discorrendo.
Ma c'è anche da dire che se non ci fosse il divieto anche le persone più istruite (almeno molte di esse) correrebbero a far festa, si darebbero alla pazza gioia, andrebbero ad intasare le piste di sci e i resort natalizi, incuranti delle misure anti Covid tuttora necessarie.
E questo perché? Forse perché per molti è più semplice essere etero-determinati, e avere davanti uno stato che impone regole e divieti, anziché percorrere la strada più difficile (ma sicuramente più gratificante, alla lunga) dell'autodeterminazione e dell'autodisciplina.
Non parliamo poi dell'assenza quasi completa del senso della comunità, molto forte invece  in altre nazioni europee e qui soppiantato da forme di individualismo sfrenato che cercano sempre - ed in ogni modo - di affiorare caparbiamente.
Senza l'autodeterminazione e l'autodisciplina, alla lunga regole e divieti sono destinati a fallire, poiché la protezione che garantiscono presenta pur sempre dei punti di debolezza (non si può mai pensare a tutte, tutte, le evenienze).
Basta pensare alla fiaba della Bella addormentata nel bosco. Qui, il Re, per proteggere la figlia dalla maledizione della fata che non era stata invitata alla festa di battesimo, bandisce dal reame tutti i fusi per evitare che la figlia possa pungersi con quello avvelenato: ma non c'è niente da fare. In una stanza remota del castello, una vecchina che non ha saputo nulla dei divieti statuiti negli editti reali continua a filare la lana  imperturbata. Ed è là che, inevitabilmente, va a finire la giovane principessa che, secondo copione, tocca il fuso e cade vittima dell'incantesimo (che avrebbe dovuto portare alla sua morte, senonché le fate-madrine erano riuscite a introdurre il correttivo di un sonno permanente finché non fosse arrivato un principe a baciare la bella addormentata)
Per esempio, il DPCM appena varato prende in considerazione il periodo di feste tra Natale e Capodanno, ma ha ignorato il lungo ponte tra il 5 e l'8 dicembre, nel corso del quale - e soprattutto alla vigilia dell'Immacolata - vi è la forte consuetudine di festeggiare, con banchetti e giocatine serali che, di solito, vedono l'aggregazione di decine e decine di persone. Cosa accadrà? Che, forse, in previsione delle restrizioni successive tutti si scateneranno, per dar libero corso alle proprie vocazioni festaiole? Chi potà porre rimedio a ciò?
Ecco quindi che, con regole e restrizioni, non si possono prevedere proprio tutte le evenienze e gli scenari possibili.
Ed ecco che, qui, dovrebbero prendere campo il senso di responsabilità dei singoli cittadini e della loro capacità di autodeterminazione, mettendo entrambe le qualità al servizio della comunità.
Ma è proprio ciò di cui molti di noi fanno difetto. E' qui che noi italiani siamo particolarmente carenti per un'atavico smarrimento del senso della civitas e della custodia del bene comune.

Il riporre una speranza salvifica nel vaccino di imminente distribuzione è pure fuorviante, perchè - in ogni caso - saranno i comportamenti dei singoli individui a fare la differenza.

E, invece, ancora una volta si mette l'accento su un'ipotetica "salvezza" che, ancora una volta viene dall'esterno, ma non dal nostro interno.
 

E quindi staremo a vedere.

Intanto, possiamo solo immaginare il prossimo transito dal 2020 al 2021 con'immagine di Giano bifronte, alla quale - su entrambe le facce, quella che guarda al passato e quella che guarda al futuro, una mascherina.

Giano Bifronte


Magari qualcuno bravo con un programma di grafica nel computer potrebbe manipolare appropriatamente quest'immagine.
Nel frattempo, possiamo solo avvalerci di uno sforzo di fantasia...

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2 dicembre 2020 3 02 /12 /dicembre /2020 06:54
foto di Eleonora Belitende, da rosalioblog

E siamo a dicembre
...
Un inizio davvero moscio
Mi sento spossato,
ciò nondimeno pronto a tirare la carretta
Come sempre,
con i miei costanti andirivieni e
i miei lavoretti campagnoli

In fondo, tirare la carretta
è qualcosa che contraddistingue
la nostra vicenda umana
(fatta salva, forse,
l'isola felice dell'infanzia)
giorno per giorno, sino alla fine
Oggi però è meglio,
mi sento più in forze
E, intanto, si dibatte accanitamente
sul "natalino" che ci attende
Che stupidate!

Stamane il cielo era grigio,
con nuvole incombenti
gonfie di pioggia
Ma i primi raggi di sole
si sono infiltrati tra di esse
e, sulla città affaccendata,
si è disteso un magnifico arcobaleno

iridescente


(foto di Eleonora Belitende, da rosalioblog)

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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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