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24 febbraio 2019 7 24 /02 /febbraio /2019 09:14
Foto di Maurizio Crispi

Il sabato è un giorno statico
Niente accade
C’è silenzio attorno
Manca il traffico dei giorni di scuola e di coloro che si recano al lavoro
Tutto si svolge quietamente o pigramente
Anche il vento tace
I gabbiani non si alzano in volo
I gatti randagi tacciono e aspettano le gattare
Al mattino presto,
radi passanti con espressioni felici
si recano al mercatino bio
con i suoi gazebo gialli, ancora in fase di allestimento
Ho sognato parecchio la notte
ma quei sogni che credevo di ricordare così vividi
sono svaniti
Ne ricordo soltanto un frammento
In un luogo aperto tra gli alberi c’era un gruppo di donne che si apprestavano alla loro attività di fitness
Ma prima di iniziare dovevano sgombrare lo spazio prescelto da cumuli di neve e di aghi di pino ed erano lì che lavoravano vocianti ed eccitate
Anche io mi davo da fare con un grosso badile con cui sollevavo una grossa pietra squadrata di tufo, assieme a neve e a pacciame.
Mentre ero intento nello sforzo (ma non sovrumano, piuttosto di ordinaria amministrazione) uno che si trovava a passare dalla strada mi apostrofò: “Attento, ragazzino. Potresti farti male!
Io lo guardai con aria interrogativa e, assieme, irritato, per questa gratuita intromissione nelle mie faccende e soprattutto indisposto per via dell’epiteto “ragazzino”.
Quello, quasi a giustificazione (e notai che sotto lo scollo del soprabito si scorgeva un colletto bianco da prete), disse con aria benevola: “Sai, io ho più di cinquant’anni” e nel mentre sorrideva, mostrandomi dei grossi dentoni chiazzati di nero, come se fosse un abituale masticatore di noci di betel.
Passai al contrattacco, immediatamente. E gli ho detto con forza: “Guarda un po’ che io ne ho quasi settanta, di anni. E non sei certo a dovermi venire a dire cosa io debba fare o non fare!
E così finisce il frammento che ho potuto ricordare
Ho camminato di buona lena anche questa mattina e per strada ho raccolto un “patatone”: e alcuni si chiederanno cosa sarà mai il "patatone", ma non voglio dirlo questa volta. La raccota del patatone si inserisce a buon diritto nel capitolo che riguarda le mie attività di "raccoglitore di pietre".
Ma ho anche trovato un berrettino di lana in perfette condizioni
Ho visto venirmi incontro un’alba radiosa dai molti colori, palme svettanti ed alberi ancora scheletriti per via dell’inverno (anche se cominciano a vedersi le prime gemme) e foglie secche per terra.
Chissà quali altre sorprese riserverà il mio sabato nel villaggio

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23 febbraio 2019 6 23 /02 /febbraio /2019 08:57
Scopello (TP), 10 febbraio 2019, Foto di Maurizio Crispi

Anche se non ho mai abitato o villeggiato lì, Scopello è uno dei miei luoghi preferiti /e oltre alla bellezza intrinseca del piccolo borgo e della tonnara sottostante con i suoi meravigliosi faraglioni, Scopello significa anche - e soprattutto - Zingaro), sin da quando un anno o due dopo la famosa marcia pacifica  del 18 maggio 1980 che, con oltre tremila partecipanti, contribui a salvare questo territorio dalla speculazione selvaggia, intrapresi un percorso a piedi da Castellamare del Golfo sino a Trapani, con l'intento di seguire minuziosamente il contorno costiero. Fu così che mi trovai a passare per la prima volta dalla Riserva dello Zingaro con lo zaino in spalla, fornito di una tenda leggera e di sacco a pelo. Per limitare il peso del bagaglio avevo portato con me solo due libri, un saggio in Inglese (ora non mi ricordo il titolo, ma lo potrei recuperare facilmente guardando tra i miei libri) sul tema dell'antropologia della morte e del morire (era un periodo in cui a distanza di circa dieci anni dalla scomparsa traumatica di mio padre la morte e il morire erano per me oggetto di un approfondimento continuo, attraverso letture sul tema e riflessioni) e Don Chisciotte della Mancia (in un'edizione poco ingombrante). Camminavo, mi fermavo, leggevo, prendendo il sole, nuotavo, e poi ancora lo stesso. Fu una marcia indolente, soprattutto nell'attraversamento dello Zingaro dove mi posi l'obiettivo di scendere in tutte le spiaggette. sicchè per arrivare sul versante di San Vito impiegai circa due giorni: ma l'obiettivo era quello di vivere il viaggio a piedi, non di raggiungere la destinazione finale nel tempo più breve. Pernottai anche all'interno della neonata Riserva, utilizzando uno dei casali ancora aperti e aperti alle necessità logistiche dei visitatori.
Quella fu davvero una magica avventura. Anche il tratto costiero successivo mi portò dei bei doni. Ero solo con me stesso e con le mie letture. Avevo bisogno di un periodo di decompressione dopo un viaggio appena concluso nel quale con altri tre compagni di viaggio  (assortimento non riuscito) avevo percorso circa 13.000 km in auto, partendo dalla Sicilia e ritornandovi attraverso il Nord Africa, un vero e proprio tour de force punteggiato da litigi, incomprensioni e piccoli incidenti (come ad esempio il furto subito di tutte le pellicole già esposte).
In poco meno di una settimana fui a Trapani come mi ero ripromesso e da lì, per concludere degnamente l'avventura traghettai per Levanzo.
Già in precedenza tuttavia, prima ancora della famosa Marcia, avevo raggiunto lo Zingaro, ma in gommone: con una Teresa di cui aspiravo ad essere "fidanzato"), la sorella e il fidanzato di lei: arrivo dal mare, dunque, e pernottamento in una casa di Uzzo che era di proprietà della famiglia di quest'ultimo. Anche questa fu un'avventura magica.
Dopo la mia  solitaria marcia a piedi, ritornai diverse volte allo Zingaro: sarebbe veramente lungo enumerare tutte le volte che vi feci ritorno, da solo o in compagnia:  ma posso citare il periodo in cui stetti da solo a Scopello per una settimana e, ogni giorno, affrontavo una corsa a piedi, avanti e indietro per la riserva dello Zingaro e subito dopo, facevo un analogo percorso di cabotaggio costiero in canoa.
Ci sono andato di recentissimo lo scorso 10 febbraio 2019), non per iniziativa mia, accettando la proposta di partecipare alla gita: dopo un'assenza di circa dieci anni.
Perché questa prolungata assenza? Uno dei motivi è che,  da un certo momento in poi, non fu più possibile portare il cane al seguito (anche tenendolo al guinzaglio) e occorreva lasciarlo in gabbiotti appositamente attrezzati.
Ma, soprattutto, a partire dal 2010 (anno della morte di mia madre) e, ancor di più, dopo cinque anni  con la morte di mio fratello, ho progressivamente ristretto le cose che mi sentivo disposto a fare outdoor e in cui avventurarmi. Sono diventato molto più statico, a meno che non si trattasse di situazioni che potevo (e posso) documentare fotograficamente (come le gare di corsa e gli eventi sportivi).
Mi sono rinchiuso per così dire "nella mia stanza", utilizzando come interfaccia nel mio rapporto con il mondo la macchina fotografica oppure la connessione internet, dove pubblicare le mie foto oppure divulgare i miei articoli (e i libri , come dirò in seguito).
Ecco lo stato dell'arte: affronto malvolentieri l'idea di uscire di casa e di andare a fare brevi escursioni, anche le mie corse o camminate sono diventate faccende da compiere negli isolati attorno a casa. Tra le mie mete preferite ho persino abolito Mondello che, prima, era un luogo cult con il quale sentivo la necessità di essere in contatto pressoché quotidianamente.
E se vado in luoghi che furono teatro delle mie avventure ed esplorazioni trascorse vengo sommerso dal ricordo e dalla rievocazione di quei tempi.
Questo mi piace, ma - nello stesso tempo - mi dispiace.
Come se fosse diventato più importante il ricordo che non vivere nell'hic et nunc.
Poi va a finire che godo egualmente delle occasioni che mi si presentano: mi rammarico, tuttavia, che non nascano mai da una mia iniziativa, al prezzo di dover sormontare una grandissima inerzia certamente noiosa (me ne rendo conto) per chi mi circonda e, soprattutto, quando mi ritrovo a sperimentare cose che ho fatto nelle mie - per così dire - vite precedenti, il momento presente si trasforma in un ponte verso ere passate ed ecco che, attraverso questo rimuginare, si affaccia la nostalgia, non tanto per l'irraggiungibilità di ciò che non è mai stato sperimentato e che è rimasto per sempre nel limbo delle possibilità, quanto piuttosto per il fatto che ciò che si è sperimentato in quella forma rimane unico ed irripetibile. Forse perchè nelle età più giovani della vita esiste sempre, al nostro interno, qualcosa che permea le nostre percezioni, una scintilla o un fuoco (a volte) che hanno a che vedere con la speranza e con la certezza che si hanno a disposizione serbatoi di tempo illimitato. Forse per questo motivo sono poco esplorativo nei confronti dei nuovi panorami musicali che nascono e tramontano sempre più velocemente: non accetto questa musica e ritorno con nostalgia a quella che segnò i miei anni giovanili. Una volta uno mi disse: "Non posso più ascoltare la musica degli anni Sessanta e Settanta. Se lo faccio sono preso da una fortissima nostalgia e sento come se un tradimento imperdonabile fosse stato perpretato. E allora preferisco non ascoltarla più, anche se non c'è stato più niente di più bello quanto quelle note e quelle canzoni".
E' come se il tempo presente, nel confronto con il passato, perdesse "luccicanza", mentre tutto ciò che è avvenuto nel passato finisce con l'attenere ad una sorta di età dell'oro che, al confronto con l'età del ferro del presente, finisce con l'assumere un assoluto predominio.
Oggi, forse per questo motivo, leggo più che mai, di tutto: i libri sono una porta d'accesso infinita ad altri mondi, ad altri luoghi, alle vite di altre persone. I libri sono lo strumento che mi consente di viaggiare stanto nel chiuso del perimetro delle mura della mia stanza. Una volta da giovane, pur avendo una vita movimentato, solevo dire della mia stanza di studio, dove passavo anche ore del tempo libero, che in essa avevo tutto ciò che mi serviva: i libri e la musica e che avrei potuto passarvi ore e ore senza sentire l'esigenza di null'altro.
E questo è quanto.

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9 febbraio 2019 6 09 /02 /febbraio /2019 10:16

Grazie a mio figlio Francesco che mi ha diretto ho fatto un'esperienza attoriale. Chi l'avrebbe mai detto?
Nessun merito da parte mia ma solo di mio figlio, che mi ha diretto egregiamente, spiegandomi ogni volta in maniera coinvolgente ciò che dovevo fare e quali stati d'animo dovevo provare ad esprimere.
Devo ammettere che quando mio figlio mi fece leggere lo script dal titolo "Addio alle stelle" e mi disse che avrei dovuto essere il suo personaggio adulto rimasi un po' perplesso.
Non avevo mai fatto prima una simile esperienza. Anche leggendo la sceneggiatra, mi ero sentito un po' confuso nel vedere l'elencazione e la descrizione dei diversi momenti in cui si sarebbe dovuta articolare la narrazione.
Per Francesco era un must che si dovesse realizzare in campagna da noi (ad Altavilla)
Pur con delle forti remore, gli dissi di sì.
 Ci lanciammo nell'impresa tra Natale e i primi dell'anno: devo dire che mi sono lasciato coinvolgere e che mi sono anche divertito, soprattutto quando si verificavano i classici svarioni (come gli errori nella sequenza gestuale, lo sguardo in camera, o l'andatura troppo svelta o troppo lenta), con quelle tipiche riprese da backstage che a volte si possono vedere mentre scorrono i titoli di coda dei film.
Per fortuna non era previsto il parlato.

Nel vedere il prodotto finale montato e con la colonna sonora (tra l'altro Francesco ha scelto di usare Sugaree, uno dei miei brani preferiti dei mitici Grateful Dead) mi sono anche commosso per ciò che il corto è riuscito a esprimere.
E non posso esimermi dal dire di aver provato anche una punta di autocompiacimento narcisistico: ma nel film, non sono più me stesso, perchè sono trasformato dall'occhio del regista
In Addio alle stelle c'è qualcosa di profondo, soprattutto nella proposta narrativa (che fa da filo conduttore) della commistione tra passato e futuro, mentre il presente non è altro che un attimo fuggente in cui alcuni oggetti carichi di magia possono fare da ponte tra età diverse della vita, con tutto il carico di nostalgia che il contatto con il proprio passato può comportare.

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30 gennaio 2019 3 30 /01 /gennaio /2019 08:34

Giorni vuoti
la casa vuota
una sepoltura improvvisata
in mezzo ai cipressi messi a dimora anni prima
per onorare un altro amico a quattro zampe
pietre su pietre
terra alla terra
una piccola lapide
la ciotola con i biscottini preferiti
e una pallina per i giochi
Frida è rimasta lì in campagna
Negli ultimi tempi,
quando andavamo,
poi voleva rimanere
Se ne stava immobile vicino alla casa
a guardarmi
Ero costretto a trascinarla in auto
Era come se quello fosse stato da sempre stato il suo posto designato
e ora e là
cotenta, io voglio immaginare,
perché sta riposando in pace
mai io andrò sempre a trovarla
come non smetterò mai di chiamarla
Frida! Frida!
Andiamo, è tempo di andare!

Ma per una volta, in verità, è stata lei a dirmi,
senza parole,
E’ tempo di andare!
per ricordarmi che il tempo dei commiati
arriva sempre, inesorabile,
per tutti
quando solo ombre saremo

 

Il posto di Frida (foto di Maurizio Crispi)
Il posto dove ora giace in pace. Soffia il vento. Stormiscono le fronde e si vede in lontananza il mare. E' proprio un luogo di pace. Ma qui tornerò a lavorare ancora per sistemare meglio questa sepoltura improvvisato. Forse, porrò anche una piccola lastra di marmo con su inciso il nome di Frida e l'arco della sua vita. Forse, vicino alla piccola lapide, metterò ad ardere una piccola fiammella di cera. Con Gabriel, verremo di sicuro a portare dei fiorellini per salutarla ancora e ancora...
Ombre in cammino (foto di Maurizio Crispi)

 

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11 gennaio 2019 5 11 /01 /gennaio /2019 06:56

Nubi plumbee
gravano sulla città al risveglio
pioggia gelida e raffiche di vento
ombrelli che si schiantano
monnezza alla deriva nelle pozze di acqua piovana
foglie secche e oggetti di plastica sparsi
lungo i marciapiedi
quasi fossero stati lanciati ad arte
da netturbini burloni o forse dispettosi
gatti morti, abbandonati da giorni,
si guardano attorno con occhi ciechi,
le cornee opacate e il pelo arruffato
Poi, dopo tanto travaglio e tormento,
si affaccia il sole e scampoli di cielo si aprono nell’azzurro

 

Scampoli di cielo (foto di Maurizio Crispi)

 

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2 gennaio 2019 3 02 /01 /gennaio /2019 06:49

E’ il tempo di Giano

Sulla soglia di due diversi giorni
il dio dalle due facce, con una guarda al passato trascorso
e con l’altra punta sornione verso il futuro
Contempla il passato che è stato il futuro di prima
e osserva ciò che ancora non è,
il futuro che scorrerà presto all'indietro
inghiottito dal gorgo del tempo

Il presente è solo illusione
C’è e dopo un istante non c’è più
E’ l’attimo in cui il futuro
si trasforma in passato
Fine-inizio, inizio-fine
ogni cosa che inizia è già finita
l’eterno dualismo che ritorna

E così viviamo stretti nell'illusione
di padroneggiare qualcosa che non c’è
ed è sempre inafferrabile

Il festeggiamento al passaggio di turno di ogni anno
è solo rito vacuo,
mera attività di rassicurazione
Si butta via il vecchio e si saluta al nuovo
che deve ancora arrivare
senza pensare che, in fondo,
è cosa che facciamo tutti i santi giorni
nelle nostre vite senza presente
senza riflettere che a Giano,
il dio delle soglie,
dobbiamo sempre tener conto
quando iniziamo qualcosa,
quando  una cosa la finiamo

Solo Giano è nell'attimo presente
noi siamo protesi nello sforzo immane
di trattenere il presente e di farlo durare,
una fatica impossibile,
come trattenere tra le dita granelli di sabbia
che sfuggono via da tutte le parti e volano nel vento

Luminarie e scoppi,
ciccioli e mortaretti,
baldoria e auguri
fanno parte della messinscena
della nostra fragile mortalità e ignoranza,
che trovano compenso in adrenalinica sovreccitazione

Giano sorride sempre imperscrutabile
ed anche Ganesh suo compare danzante
che, forse, mi è ancora più simpatico

Giano Bifronte

 

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29 dicembre 2018 6 29 /12 /dicembre /2018 07:28

Cammino a piedi lungo le strade vuote del primo mattino
Trovo oggetti
A volte incrocio fatine con i capelli turchini
Inseguo pensieri
Catturo volatili emozioni
cangianti come le nuvole
Sorrido,
mi aggrondo,
mi incupisco
Navigo a vista nel grande mare dei ricordi
Scruto il futuro sempre incerto ed enigmatico
Il cielo talvolta è muto
talvolta si apre in un sorriso di limpido azzurro

 

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26 dicembre 2018 3 26 /12 /dicembre /2018 07:01

Una vigilia con l’esplosione del Krakatoa seguita dall’onda

La terra ha tremato attorno all’Etna
e il vulcano si è risvegliato con pioggia di cenere e sabbia
E poi la terra ha tremato ancora
La gente ha banchettato alla vigilia,
ed anche il girono dopo
(ignara o avendo subito dimenticato)
e si sono scambiati i doni forsennati
Spreco, potlach
Il cibo residuo da tavole pesantemente imbandite
è stato buttato

Altri, intanto, molti, troppi, muoiono di fame
e non hanno di che coprirsi
Altri ancora affogano  in mare,
naufraghi negletti senza accoglienza
Per loro triste natività
Senza gioia né speranza  

Poco importa di quelle cose orrende che accadono lontano
Ciò che importa è il crudele senso di sicurezza  
attorno e nell'immediata prossimità

Si festeggia, si levano calici
Scoppi di mortaretti, insensati
Ma cosa si celebra poi?
Forse tutta questa finta gioia  
é per dimenticare l’impermanenza

 

Al risveglio il cielo è grigio,
chiuso da na cappa plumbeau

 

E cadono lacrime di pioggia
lievi

Il Natale non abita più qui (foto di Maurizio Crispi)

 

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19 dicembre 2018 3 19 /12 /dicembre /2018 07:21

C'è un incendio che si sta formando
Eppure non faccio nulla per spegnerlo
Mi sposto da un angolo all'altro di una casa che non conosco, in cerca
quando ho finalmente recuperato un secchio pieno
lo svuoto sulle fiamme guizzanti, ma senza convinzione
come se del fuoco che arde non mi importasse nulla
ignizione che si tramuto in agnizione,
anzi lo guardo come se fosse parte del mio Io più profondo
Intanto, se alzo lo sguardo, vedo la volta del cielo nero,
e il firrmamento di stelle trapuntate,
alcune pulsanti
Barbaglio di braci che arriva a me
dopo aver viaggiato nello spazio cosmico per milioni di anni luce
e quelle stelle che pulsano così brillanti forse non esistono più,
le loro fornaci si sono estinte
o sono implose
o si sono trasformate in un freddo ammasso di rocce morte
Eppure portano a me un messaggio di luce
Ed è allora ben poca cosa, in confronto all'enormità dell'Universo,
il tappeto di fiammelle guizzanti ai miei piedi

Il tempo delle fiamme del desiderio si è estinto da tempo
come quelle stelle ormai morte di cui ancora vedo la luce accattivante

E poi, dopo gli ultimi fuochi, rimarrà soltanto una luce nera ed insondabile

Il fuoco delle stelle

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2 dicembre 2018 7 02 /12 /dicembre /2018 10:53

Mi capita sovente di sognare di un appartamento segreto.
Un posto che sembra essere quasi un rifugio, al quale soltanto io ho l'accesso.
Si trova ubicato in un grande palazzo, nell'intercapedine tra due altri appartmenti: ed in comunicazione con entrambi attraverso porte a scomparsa, occultate ad arte, che soltanto io posso aprire.
E' un appartamento attrezzato del minimo necessario, ma sostanzialmente di aspetto monacale: benchè sia segreto ed invisibile è dotato di finestre che si aprono all'esterno e che ne consentono aereazione e una buona illuminazione con la luce del giorno.
Dall'appartamento si accede ad un'enorme terrazza che occupa l'intera superficie dell'edificio.
Di fatto, questa terrazza è un enorme giardino pensile dove crescono piante da fiori e anche alberi che nel corso del tempo sono diventati enormi e ramificati sino a formare una vasta foresta incolta.
Non ho mai avuto tempo di curarla nelle mie fugaci visite, poichè c'è sempre qualche evento imprevisto che mi distoglie dal curarmi del mio giardino.
Ogni tanto, nei miei sogni, mi aggiro nei meandri di qesta piccola foresta, sorprendendomi ogni volta nello scoprire che nuovi virgulti sono cresciuti, fino a formare un fitto sottobosco e che alberetti prima piccoli sono diventati enormi e fronzuti.
Ogni tanto mi affaccio alla ringhiera e vedo dei bambini che nei cortili sottostanti giocano e si rincorrono, ma nessuno di loro si accorge mai di me che li osservo dall'alto. E' come se da questo rifuggio segreto nessuno mi potesse vedere e, d'altra parte, è impossibile qualsiasi comunicazione a voce, in considerazione dell'altezza.
Qualche volta nei sogni, sono all'esterno dell'appartamento, e mi soffermo a trastullarmi con l'idea che posso entrarci qando voglio, passando in rassegna le diverse stanze che lo compongono: trattandosi di una cosa che sento solo ed esclusivamente mia non ha davvero importanza entrarci, perchè so che sono l'unico a possedere le chiavi di questo piccolo regno nascosto.
Altre volte, invece, mi aggiro al suo interno, ma sempre senza particolarmente soffermarmi in una stanza o nell'altra: ma i sogni non mi dicono mai cosa faccio quando sono al suo interno. In effetti, le stanze sono spoglie, come in attesa di essere occupate.
Le porte d'accesso sono nascoste e soltanto io ne conosco il segreto: mi sorprendo a volte che questo appartamento possa esistere ignorato da tutti.
A volte mi chiedo come ciò sia possibile: a volte, mi rispondo dicendo che l'appartamento si trova in un'intercapedine di cui nessuno conosce l'esistenza e in cui io, per qualche bizzarria della sorta, mi sono imbattuto. Altre volte, contagiato dalle mie letture di fantascienza, mi dico che si tratta piuttosto di una porta verso un altro mondo che, tuttavia, rimane in un rapporto di stretta contiguità con quello da cui provengo. Ma questo pensiero è di per sé inquietante, poichè a volte mi trovo a pensare che le porte d'accesso possano chiudersi definitivamente anche per me, proprio quando sono al suo interno. O anche - con un pensiero più ardito - penso che possa essere una camera per il teletrasporto di cui ignoro il meccanismo di funzionamento.
Sì, sembra essere decisamente una dimora da vivere in solitudine, quasi fosse la dimora di un eremita che ha fatto il voto del silenzio, ma quando sono lì dentro o sulla sua soglia, non mi sembra mai che mi manchi qualcosa di essenziale. E dire che, nel corso delle mie visite, non ho mai visto al suo interno, alcun libro, o cd. C'è sì uno spazzolino da denti nel bagno che presenta tracce d'uso.
L'altro giorno, per la prima volta, ho sognato che Gabriel era con me dentro quell'appartamento segreto. Un po' giocavamo assieme, un po' Gabriel faceva qualcosa per cui io lo rimproveravo. Malgrado questi piccoli screzi, avevo la netta sensazione che io e lui stavamo bene assieme, come quando ci ritroviamo a giocare assieme.
Quest'ultimo sogno, a differenza degli altri simili, era molto lungo: mi dava un una percezione soggettiva di interminabilità.
Mi svegliavo e ripiombavo nel sonno per sognare lo stesso scenario, oppure - mi sono poi detto - i risvegli non erano reali e facevano pure parte di quel sogno. Non saprei.
Ma, ad un certo punto, mi sono angosciato: ho pensato di essere intrappolato lì dentro una volta per tutte e di non poterne uscire più: come se il paradiso segreto stesse per trasformarsi in una prigione dalla quale non ci sarebbe più stata una fuga possibile.
Una sorta di concamerazione segreta della mia mente, nella quale sarei rimasto bloccato per sempre.
Un luogo, dal quale non potrei più essere recuperato, come se un dio che gioca con l'Universo potesse decretare: "Quelle porte che erano per aperte per te, ora saranno chiuse per sempre e tu non potrai mai fare ritorno".
E, a questo punto di quest'ultimo sogno, mi sono risvegliato in preda ad una profonda ed inesprimibile angoscia.


 

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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