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20 dicembre 2019 5 20 /12 /dicembre /2019 11:15

In navigazione
Verso dove?
E' una crociera costiera a Napoli e dintorni
ed è tutto diverso, però
La montagna si erge minacciosa,
scavata in profondi anfratti
aggettanti sul mare
le case dovunque, arrampicate sulla roccia
come un gregge di stambecchi,
ognuna in bilico su di una base minuscola
Lo stato delle strade pessimo
Un reticolo di viuzze tortuose e in salita
Penso: cosa accadrebbe se il vulcano incombente
si risvegliasse all'improvviso?
E se la terra si spaccase e dalle fratture
cominciassero a sgorgare lava, lapilli e ceneri ardenti?
Come fare ad evacuare la popolazione?
Come fare a far giungere i primi soccorsi

 

Eppure, tutto è di una bellezza selvaggia, quasi irreale
Posso osservare i minimi dettagli della città caotica
che si stagliano con prepotenza sullo scenario naturale,

due mondi contigui, eppure profondamente scissi
 

Luna a spicchio

Poi, mi ritrovo a camminare su di una strada di notte
Una luna mezza mangiata domina il cielo
Non riconosco la strada,
eppure so di averla percorsa miliardi di volte
Tutto mi è nuovo
il paesaggio scorre lento e ipnotico
L’asfalto si srotola sotto le ruote
il vento romba nelle mie orecchie
e le raffiche a tratti scuotono la mia macchina
che sembra trasformarsi in un fuscello
La mia traiettoria oscilla pericolosamente

 

 

La mia mente è addormentata
ma una parte di essa lavora in pilota automatico,
per quanto precario ed incerto
Dove sono?
Dove sto andando?
Vorrei mettermi a dormire,
risucchiato in un sonno profondo e ristoratore

 

E la luna smangiata continua a navigare nel cielo
impassibile

 

Palermo, 17 novembre 2019

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16 dicembre 2019 1 16 /12 /dicembre /2019 06:57

Sento di aver l'assoluto bisogno di un limone.
Sono per strada, a torso nudo e con un paio di pantaloni sbuffanti, bianchi, con il cavallo basso, come si usa in oriente (mi manca il termine specifico per nominarli correttamente).

Sono anche a piedi scalzi, come se fossi un cultore dellamarcia a piedi scalzi oppure un penitente.
Non so dove mi trovo, né dove vado.
Vado avanti, cammino e cammino, e sento crescere dentro di me il desiderio di un buon limone succoso,  quando - ad un tratto - vedo un grande cancello che si apre su di un giardino lussureggiante, pieno all'inverosimile di alberi da frutto.

Il cancello è spalancato: quasi un invito ad addentrarsi all'interno: cosa che faccio immediatamente, senza esitazione alcuna.
E cosa vedono i miei occhi? Ma proprio un albero di limone, da cui rami pende un unico frutto voluminoso con la scorza verde-gialla. Sembra perfetto, anche se si presenta parzialmente scorciato, come se qualcuno avesse sentito la necessità di scorzette della buccia per farsi un Martini, oppure - che so - un’acqua canarino, con la famosa ricetta della nonna per curare il mal di pancia e l’acidità di stomaco, tanto per dire.
E’ proprio quello di cui ho bisogno: grosso e succoso.
Non c’è nessuno in vista e dalla grande casa, immersa nella verzura, non si scorgono segni di vita.
Mi avvicino alla pianta e colgo il frutto, con decisione: sto per andarmene, ma scorgo un’ombra dietro il vetro di una delle grandi vetrate panoramiche.
Capisco di essere stato scoperto e, anziché darmela a gambe levate, mi prostro per terra con la faccia nella polvere e le braccia protese davanti a me con il limone stretto tra le dita come in offerta.
Una postura penitenziale, è la mia, quasi fosse al cospetto di un terribile Dio punitore.
Recito come un mantra che ero lì di passaggio, che non sono un ladro e che avevo sentito l’improvvisa necessità di dissetarmi con quel limone.
Penso che il dichiarare con molta semplicità ciò che avevo fatto potrà valermi il perdono e persino il dono del limone.
Si avvicina un bambino e si ferma davanti alle mie mani distese in avanti, quasi sfiorandole con la punta dei suoi piedi pure nudi. Di lui, del bambino, posso vedere solo i piedi: non oso guardare in alto.
Mi osserva a lungo, poi si china, afferra il limone e torna nella casa.
Io rimango disteso nella polvere per qualche istante.
Poi mi rimetto in piedi con grande fatica, perché mi sento tutto rattrappito e me ne vado a passi stanchi, ripensando a quel limone che non avevo potuto gustare.
L'ho potuto contemplare, soppesare nella mano e sentirne l'aroma.
E poi mi è stato giustamente sottratto poichè era un frutto rubato, non meritato.

Ho solo potuto sperimentare una versione inedita ed istantanea del supplizio di Tantalo.
E sono di nuovo sulla strada, con la nostalgia di quel frutto appena colto che non ho potuto gustare.


Palermo, 4 dicembre 2019

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13 dicembre 2019 5 13 /12 /dicembre /2019 07:10
Acquario di Milano (foto di Maurizio Crispi)

1
Sonno profondo
Risalgo in superficie
come da un’immersione oltre i 40 metri
... ma come è profondo il mare
oblio
oblio
oblio
oblivion
Cra Cra Cra
Il vento soffia e gli infissi tremano
Cra Cra Cra
Tonfi e tuoni
Pioggia a raffiche
I corvi volteggiano nel cielo grigio
e poi atterrano sulle alte antenne svettanti
contendendosi il posto di osservazione più elevato
Il cielo, malgrado l’albeggiare,
si fa più scuro
alberi dalla chioma verde-nera
lussureggiante
tremano nelle raffiche
Sono lucido
eppure come in attesa di un risveglio
che tarda ad arrivare
Sono uno che aspetta Godot

Come è profondo il mare...


2

Foto di Maurizio Crispi


Un rombo lontano come di tuono
rumori di pioggia battente
il vento ulula
e dita gelide penetrano dalle fessure degli infissi
Casa silente, addormentata
Via Neera
Via Momigliano,
dove io stesso ho vissuto una vita addietro,
proprio a due passi da qui
Un periodo lontano
Torvo
Torno
Torto
Poi, torno
Allora, con tutta la vita davanti,
pensavo di fare molte cose
Ma le ho poi fatte?
Sono riuscito in un mio progetto?
Ne avevo uno?
O sono soltanto stato guidato dalle circostanze?
i sono periodi
di cui ricordo poco o niente del tutto
Opacità totale
Come se avessi attraversato il tempo della  vita
a tratti immerso in una distesa di fitta nebbia
E poi: chi mi racconterà?
Essere raccontati:
è la costante preoccupazione di alcuni
Io, tra questi
L’alternativa tra essere ricordati o dimenticati,
cancellati
Ed ecco ancora i corvi che gracchiano
Cra Cra Cra
I libri onnipresenti
Li mangerò, forse: prima o poi
Un caffè che sa di bruciato
Fogli sparsi
Una penna per stilare osservazioni e pensieri
Di primo mattino, mentre tutti dormono
In attesa, come sempre
Ma ciò che attendo e che nemmeno io so
non arriverà
La porta sta per chiudersi
Non una promessa, ma una certezza
Cra cra cra

 

(Milano, novembre 2019)

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11 novembre 2019 1 11 /11 /novembre /2019 06:01

Questa notte ho fatto un sogno in cui compariva mio figlio Francesco.
Ero in campagna a fare, come al solito, dei lavoretti.
Avevo impastato il cemento ed mi ero inerpicato lungo un pendio scosceso con una caldarella piena di impasto.
Ho fatto ciò che dovevo fare e sono ritornato per riempire di nuovo la caldarella.
E dove avevo lasciato l’impasto c’era Francesco che si era messo a lavorare anche lui con quel cemento: un attimo prima ero da solo ed ecco che adesso c’era mio figlio.
O almeno ci aveva tentato, seppure con grande zelo.
Infatti, l’impasto era praticamente finito: lui aveva fatto un lavoro a largo raggio, mettendo il cemento dovunque, ma non in maniera sostanziale ed efficace per legare veramente in modo permanente le pietre.
Francesco mi guardava e mi sorrideva.
Non era il Francesco adulto di oggi, ma il Francesco bambino, quando aveva cinque o sei anni.
Da un lato ero contento che, così, senza preavviso, fosse venuto e mi avesse aiutato, ma dall’altro irritato perché quell’impasto di cemento era stato praticamente sprecato.
Ma non diedi a vedere la mia irritazione. Sarebbe stato un peccato sciupare con il mio stupido perfezionismo un momento che era di per sé molto bello.
E quindi sorridevo a mia volt, ricambiando il suo sguardo di contentezza.
Dopo, raccattavo quel poco cemento ancora morbido che era rimasto e cercavo di perfzionare il lavoro che avevo sviluppato Francesco, ma con scarso successo, perchè come è noto è fatica sprecata costruire su di un muro che è nato storto.
Poi il sogno si protraeva con molti altri eventi che si sono persi nell’oblio (9 novembre 2019)

Una volta, in effetti, Francesco è venuto in campagna con me e mi ha aiutato a preparare il cemento. Gli avevo parlato di questi lavoretti che facevo ed era stato molto interessato. Dopo aver preparato l'impasto, gli ho assegnato un lavoro relativamente semplice per impararare a maneggiare la cazzuola e farsi l’occhio.
Fui davvero contento quella volta. Tanti anni prima, quando aveva da poco finito il Liceo, Francesco venne in campagna con il suo amico e, ambedue, mi hanno aiutato a trasportare delle pietre "manische" da un punto ad un altro, più vicino alla casa, dove stavo innalzando un muretto a secco. Quel lavoro non ebbe durata lunga, perchè dopo appena mezzora entrambi si stancarono e si ritirarono in casa a riposare.
Peccato che questa esperienza del cemento non si sia ripetuta più.
In tempi recenti, siamo andati con Gabriel ad Altavilla e, per passare il tempo, anche con lui ho preparato il cemento: poi l’abbiamo utilizzato per fare un lavoretto molto semplice in cui non occorreva eccessiva perizia per disporre il cemento. Gabriel di quel lavoro fatto assieme è stato davvero molto contento.

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1 novembre 2019 5 01 /11 /novembre /2019 07:02
Arriva l'ora legale...

Quando avviene, oggi, il vero cambio di stagione?
Non certo nelle date stabilite dal calendario come abbiamo imparato a scuola, quando ancora esistevano quattro stagioni che si avvicendavano, con una successione di cambiamenti ben definiti e riconoscibili.
Oggi, tutto questo appartiene al passato, come al passato appartiene quasi del tutto il cambio stagionale degli armadi che, in ogni casa, si usava fare (bagaglio indimenticabile dei ricordi di infanzia di molti di noi, quando si rimettevano fuori per farle arieggiare indumenti ed effetti letterecci odorosi di naftalina).
Quando si ha la certezza, invece, che è cambiata la stagione e che l’inverno si avvicina inesorabile?
Io credo che questo avvenga, quando si spostano le lancette di un’ora indietro, in corrispondenza dell’ultimo fine settimana di ottobre (che quest’anno è caduto nella notte tra il 26 e il 27).
Tutti i dibattiti che si accendono in questa circostanza (come nel caso della transizione "primaverile" dall'ora solare allora legale) sull’ora in più di sonno o in meno (argomento che viene sfoderato puntualmente sfoderato con imbarazzante monotonia nei notiziari pubblici sui media) sono cazzate, in realtà: quelli che dibattono su questo aspetto così superficiale, sono ciechi di fronte ad un aspetto ben più profondo che plasma le nostre vite.
Il cambio di ora sì che fa la differenza, soprattutto per quanto riguarda ricadute psicologiche ben più ampie e consistenti: come dice il Donald Duck della vignetta, per avere il magro vantaggio di un po’ più di luce più, presto la mattina c’è lo svantaggio di giornate che molto presto affondano nell’oscurità e nel buio della notte.
Con tutto il carico di tristezza e a volte di depressione che ciò comporta.
E’ qui che, a prescindere dalle temperature e dagli eventi climatici comincia il lungo inverno, anche se ancora a sera l’aria è pervasa - dalle nostre parti - del profumo irrefrenabile e dolce dei gelsomini: non un lungo inverno climatico, ma il lungo inverno dell’anima.
E si piomba nella tristezza (almeno, a me capita, senza alcun dubbio), sapendo che per avere di nuovo delle giornate lunghe e piene di luce occorrerà attendere il giro dell’anno e il ritorno dell’ora legale, quando tutti saremo di un anno più vecchi.
E’ così che l’ora legale, assieme al cambiamento climatico, ha preso a scandire le nostre vite non più con una circolarità a quattro fasi, ma con una morfologia fondamentalmente bifasica, tutta giocata con l’eterno conflitto tra luce e tenebre.

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20 ottobre 2019 7 20 /10 /ottobre /2019 09:08
Alberi stroncati a Monte Pellegrino (Foto di Maurizio Crispi)

(Aprile 2019) Dopo molto tempo di sedentarietà e di brevissime uscite, anche a causa di un ginocchio traballante, un giorno mi son deciso e sono partito di prima mattina per fare una passeggiata da casa sino al Santuario di Santa Rosalia, zaino in spalla. Ed è stata anche la prima passeggiata di una certa lunghezza che mi sono deciso a fare dopo la morte di Frida, compagna fedele di corse e passeggiate, a gennaio.
E ce l'ho fatta, camminando di buona lena (secondo le mie possibilità) in 1h40' circa, percorrendo la Scala Vecchia e facendo anche alcuni tornanti della strada più moderna.
Questa passeggiata è stata per me fonte di grande gioia.
Innanzitutto, perché ho potuto dimostrare a me stesso che ce la potevo fare, malgrado gli acciacchi e la disabitudine al movimento e al tarlo della sedentarietà. E, in secondo luogo, perché ho potuto vivere il gusto dell'avventura di "casa mia": la sensazione cioè di aver a portata di mano il vasto mondo senza dover compiere grandi spostamenti per raggiungerlo, assieme a quella sensazione - altrettanto impareggiabile - dell'essere da solo nel silenzio e nella natura.
Ho avuto il piacere di constatare che tante cose sono rimaste identiche, mentre altre sono cambiate. Ho notato come dopo il devastante incendio di alcune estati fa, alcuni passaggi prima ombreggiati da grandi pini siano adesso del tutto spogli e desolati, non solo lungo le prime rampe della Scala Vecchia, ma anche lungo il suo tratto finale.
Qui, addirittura, sembra di vedere le vestigia di un'antica foresta pietrificata con tronchi calcinati dal fuoco che sono rimasti in piedi, mentre altri schiantati dal fuoco sono rimasti per terra come giganti uccisi che nessuno ha più rimosso.
Mi chiedo, considerando che Monte Pellegrino è una Riserva naturale orientata (la cui gestione è affidata al gruppo Rangers d'Italia) a chi dovrebbe spettare il compito di far pulizia delle macerie che il fuoco ha lasciato a terra e di mettere a dimora nuovi alberi per far in modo che i fianchi della montagna tornino ad essere coperti da un bosco.
Inoltre, un tempo, in diversi punti della montagna c'erano dei vaccari che qui portavano le mucche al pascolo e quindi molti tratti di terreno scoperto erano tenuti puliti dalle erbe infestanti in questo modo.
Adesso, essendo divenuto il Monte territorio della Riserva queste pratiche sono state escluse oppure sono cadute in disuso (considerando anche che oggi nessuno vuole più fare questi lavori), levando però un importante volano per il mantenimento della pulizia dei terreni, elemento primario - d'altra parte - per una più efficace protezione dagli incendi. Mi chiedo se gli ambientalisti nel proclamare il rispetto totale di determinati ambienti non pecchino di una forma di ottuso fondamentalismo, determinando come effetto paradossale di una pratica che vuole essere protezionistica e di tutela a condizioni di abbandono che poi sfociano (laddove arrivino degli incendi accidentali o, peggio, dolosi) in devastazioni e perdita delle caratteristiche che per l'appunto si intendevano preservare.

 

Ex-voto dedicati a Santa Rosalia (Foto di Maurizio Crispi)

L'arrivo al Santuario è stato come sempre emozionante. Quando sono entrato nella cappella-grotta sono stato subito contagiato dalla intrinseca forza del luogo, dalla sua sobrietà e dalla sua permanenza, immutata, nel tempo. Se si visita la grotta, e si legge prima la descrizione che ne fa Goethe (che salì qui nel corso del suo viaggio in Sicilia, parte del Grand Tour che egli compi in Italia), si può avere l'impressione che il tempo sia rimasto da allora fermo ed immutato.
Altrettanto bella è la prosecuzione della passeggiata verso il belvedere (un chilometro più in là) dove è stata eretta su di un plinto di cemento e marmo una grande statua di una santa Rosalia ieratica che fronteggia il mare e il lontano orizzonte. Questo è un luogo dove i fidanzati vengono a giurarsi eterno amore e dove, oltre alle loro scritte su fogli di cartone o di plastica, legano i propri lucchetti, come pegno della durata dell'amore, alla maniera di quanto è descritto in "Tre Metri sopra il Cielo", caso eclatante della finzione che entra d'impeto, in un gioco di emulazione e di specchi, nella vita reale (con la conseguente cascata di imitatori ed emuli a partire dai lucchetti legati a quintali sui lampioni di Ponte Milvio a Roma.
Il belvedere è un posto davvero magico perché si ha la sensazione di essere esattamente a metà tra la terra e il cielo e in vista del perfetto cerchio dell'orizzonte là dove mare e cielo si confondono in un una caligine blu, mentre barche a vela e bastimenti solcano le acque. Una visione d'incanto e evocativa de L'Infinito di Leopardi.

Santa Rosalia, statuetta in una cappella votiva a mezza via della Scala Vecchia di Monte Pellegrino (foto di Maurizio Crispi)

Quando mi allenavo seriamente con la corsa, salivo a Monte Pellegrino almeno una volta alla settimana, se non due. Qui, alla piccola cappella votiva dedicata a Santa Rosalia, alla metà circa della prima serie di rampe (le più dure, quanto a pendenza) sostavo sempre per un paio di minuti in meditazione. E raccomandavo alla Santa le persone che mi erano più care. Non pratico assiduamente la religione, eppure ci sono delle cose in cui credo fermamente. E d'altra parte i luoghi di culto dedicati ai santi diventano spesso dei luoghi di preghiera trasversali a molte religioni.
Forse non molti sanno che per molti dello Sri Lanka e di Mauritius il cammino per salire sino sino alla Grotta di Santa Rosalia è un percorso devozionale molto frequentato. Ogni domenica mattina, su e giù per la Scala vecchia c'è una vera e propria processione.
Anche questa volta, dopo tanti anni, mi sono fermato davanti alla piccola cappella a meditare, a dedicare pensieri alle persone che mi sono care e a quelle che non ci sono più, e a osservare gli ex voto.
Dopo questa sosta rigeneratrice sono ripartito di buona lena, lasciandomi alle spalle la parte più dura della Scala Vecchia.

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2 ottobre 2019 3 02 /10 /ottobre /2019 09:20

Pioggia lenta

Nel silenzio del primo mattino

La città è vuota

Dicono che unghie, peli e capelli

continuano a crescere per un po'

dopo la morte

Come se lo slancio elementare di alcune cellule

tardasse a comprendere il segnale della fine

L'inerzia della vita

Che vuole continuare

Prima del disfacimento

Oppure il segno della ciclicità

e del ritorno di ogni cosa

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4 settembre 2019 3 04 /09 /settembre /2019 08:40

Un uomo e una donna
in piedi
sullo sfondo di una piana spoglia
si accostano, come riconoscendosi all'improvviso,
e s'avvinghiano in un appassionato abbraccio,

Ed ecco che si baciano a lungo
in un tempo eterno
in cui sembrano fondersi l'uno nell'altro

Accanto a loro
sta una figura immobile
avvolta sino ai piedi
in un lungo saio grigiastro
la testa coperta da un ampio cappuccio
e il volto in ombra
Parrebbe una statua di sale
minacciosa

Ha piovuto

Nell'aria si diffonde un intenso odore
di terra bagnata
di foglie secche,
nello sfondo olfattivo
anche un lieve sentore ammoniacale

Questa è la storia,
un infinito ritorno

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27 agosto 2019 2 27 /08 /agosto /2019 05:47

Ogni tanto tra me e me mi lamento del fatto che non riesco a ricordarmi dei sogni che si sono succeduti durante la notte (come è ben noto, si sogna sempre. il sognare è parte integrante dell'architettura del sonno), se non per piccoli frammenti e vaghe impressioni.
altre volte, invece arrivano a pioggia e il loro ricordo è vivido e lussureggiante.
In questi casi mi affretto sempre a trascriverli, perchè so bene che - in poco tempo - di essi non rimarrà alcuna traccia nella mia memoria.
Quando mi capita di rileggerli a distanza di tempo, ne rimango sorpreso, al punto da chiedermi: "
Sono stato io il sognatore, oppure qualcun altro?".
Questa è davvero una buona domanda: "
Chi è davvero il sognatore dei sogni che sogniamo?".
Come anche questa: "
I sogni sono un prodotto della nostra mente, oppure ci arrivano da qualche parte?".
Una volta lessi un racconto di science fiction, in cui uno scienzato cercava di scoprire l'origine delle barzelette, a partire dallo studio di alcune ricorrenze tematiche e faceva ciò con l'aiuto di un potente computer (potrei anche sbagliare su alcuni dettagli, perchè il racconto l'ho letto tanto tempo fa). Alla fine giungeva la risposta, incredibile: le barzelette erano il prodotto di una mente aliena che le inculcava in noi umani per studiare le nostre reazioni ad esse, come se fossimo delle cavie di laboratorio in una grande bolla protetta in cui essi alieni conducono il loro esperimento (l'intero pianeta). Nel momento in cui questa verità veniva divulgata, il genere umano intero perdeva la capacità di ridere per le barzelette  e i motti di spirito, poichè gli alieni avevano abbandonato il loro terreno di sperimentazione, cioè noi umani.
Insomma, con questa divagazione sono andato lontano.

Ma torniamo ai sogni: questa volta in rapida sequenza, a distanza di pochi giorni, ne ho ricordato due. Li ho messi assieme, perchè assieme liho trascritti.
Sono di soggetto diverso e spaziano in tempi e in luoghi diversi (anche se èovvio che nel mondo onirico il tempo e le coordinate spaziali hanno parametri diversi).
Di contenuto tanto diverso che mi iviene da dire: "
Dall'Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno", oppure "Dagli Appennini alle Ande".
Mi sono divertito a trascriverli, anche perchè nel processo di elaborazione secondaria sono riemersi (o emersi) molti dettagli che erano rimasti sotto traccia.

 

Il primo
Sono in un luogo di campeggio-avventura: sembrerebbe quello oggi viene chiamato un Parco-avventura.
C'è un rifugio rustico al termine del percorso e, per raggiungerlo, occorre seguire un corso d'acqua largo e vorticoso
Io cammino lungo la sponda, ma qualcuno mi dice che bisogna camminare nell'acqua gelida, proprio al centro del corso d'acqua dov'è tesa in senso longitudinale alla corrente una cima a cui si deve stare attaccati per non essere trascinati via dall'impeto dell'acqua che scorre.
Vedo che molti vanno a guado immersi, a volte, sino alle spalle.
Mi dicono anche che, se non si procede in questo modo, non si verrà ammessi all'ostello
Ma io non me do per inteso e cammino lungo la riva.
E, infine, mi ritrovo nel rifugio-ostello:dove sono stato accolto malgrado la mia disobbedienza.
C'è un grande stanzone dove siamo tutti alloggiati.
Ci sono molte difficoltà.
Io ho con me un grande orso (e non si tratta di un generico orso archetipico, ma di un vero orso bruno, il grizzly nordmaericano) e dei cani esuberanti.
L'orso mi ubbidisce, ma non ho idea di come possa reagire, davanti a persone che non conosce e che possano manifestare nei suoi confronti reazioni di timore o compiere gesti avventati.
I cani sono due.
E bisogna fare in modo che essi, giocando, non vadano a disturbare l'orso
Di conseguenza, colloco l'orso, tutto impacchettato in una grossa catena.in una buca nel terreno che funge da tana.
I due cani li lego pure a guinzaglio corto in due posti diversi e ben lontani dall'orso, per levare loro ogni tentazione dal lanciarsi in approcci ludici all'orso..

Ci sono molti attorno a me, viventi e defunti: è come se in questo rifugio si fosse creata, per imperscrutabili ragioni, una stratificazione di viventi e di morti, una folla plurigenerazionale. Ma nessuno di loro lo riconosco con certezza.
Nella mia mente febbricitante sorgono le rappresentazioni dei pericoli da evitare.
Per certo, i cani che non devono interferire con l'orso. L'orso per quanto avvinto in catene potrebbe sbranarli.
Gli umani, altrettanto, non devono avvicinarsi all'orso
Ci sono percorsi e traiettorie possibili da tenere sotto controllo
Potrebbe succedere di tutto e io devo impedire che qualcuno possa farsi del male.

Il passaggio della notte è dunque laborioso a causa delle mie incessant ipreoccupazioni relative all'orso in catene e all'esuberanza dei due cani. Rimango praticamente insonne.
Al mattino, uno dei due cani si è trasformato: con mia sorpresa, constato che da piccolo che era è diventato di grossa taglia, enorme: alano fuori misura, insomma una specie di cavallo.
Mi domando quanti chili di carne dovrò dargli ogni giorno per mantenerlo.

Per alimentare l'orso, penso, non dovrebbero esserci problemi perchè potrei quanto meno fornirlo regolarmente di marmellata di arance (si sa che la marmellata di arance è il cibo preferito del Paddington Bear) e di vasetti di miele (l'ambita e sempre agognata preda di Winnie The Pooh).

 

Due notti dopo è arrivato il secondo sogno
Qui sostenevo di nuovo gli esami di maturità
Avremmo dovuto essere esaminati a piccoli gruppi in una stanza chiusa, senza testimoni o auditori
Durante l'attesa mi chiedevo come avrei fatto a superare la prova, visto che non avevo studiato e che, addirittura, non conoscevo quali fossero le materie d'esame.
Allo sconforto subentrava la fiducia nella mia capacità di arrangiarmi e di improvvisare, pilotando la discussione verso territori a me noti.
Entravo nella stanza con un manipolo di esaminandi, e alcuni di essi erano miei vecchi compagni di liceo.
La situazione assumeva una connotazione vagamente orientale, niente tavolii e sedie, ma soltanto tatami sui quali accovacciarsi o assumere una postura semidistesa.
Gli arredi erano essenziali (a parte i tatami) e tutto d'un insostenibile bianco.
Uno degli esaminandi parlava in tedesco e io, volenteroso, traducevo le sue parole all'esaminatore che non aveva capito una mazza.
Anzi , le parole tradotte mi servivano da trampolino di lancio per citare un libro letto di recente dal titolo "Er ist wieder da" (Lui è tornato) e da qui mi lanciavo in una prolissa recensione del libro e del film che ne è stato tratto.
Osservavo, però, che l'attenzione degli esaminatori andava scemando mentre io parlavo.
Sinchè, ad un certo punto, girando la testa, mi rendevo conto che alle mie spalle era stata imbadita una tavola con coppe di cristallo scintillanti e con ogni sorta di pietanze invitanti disposte in grandi guantiere, per non parlare di alzatine piene di frutti di ogni genere.
L'esame era finito, dunque, e così tutti quanti esaminatori ed esaminati ci accingiamo ad un lussureggiante banchetto, abbandonandoci ad una lieta atmosfera agapicarsazione agapica e a conversazioni leggere, inframmezzate da rumori di mandibole in funzione e schiocchi di lingua.

 

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19 agosto 2019 1 19 /08 /agosto /2019 17:36
Il dormiente, foto di Maurizio Crispi
Il dormiente

Mi pervade un senso di estraneità e spaesamento
A volte più forte che mai: e allora mi sento veramente senza una patria
E quanto più mi sento radicato,
tanto più sono sradicato da ogni luogo
Forse perchè il posto dove mi sento più radicato
è una roccaforte isolata situato nel mio intimo
il ritiro ultimo dove rifugiarsi
Ce la metto tutta,
ma i miei sforzi sono vani
rimango estraniato

Questa notte ho fatto un sogno
Ero in un posto che, ad occhio e croce,
assomigliava alla casa di Altavilla e al terreno circostante
Dovevo ricevere la fornitura di acqua per l'irrigazione
Avevo aperto i rubinetti e i miei sensi erano all'erta
L'acqua con grande scroscio cominciava ad arrivare e a riempire i serbatoi
Ma, all'improvviso, qualcosa andava storto
altissimi zampilli cominciavano a schizzare verso su dalle giunzioni dei tubi
a grandissima altezza

Succede di solito, perchè la pressione dell'acqua è forte,
ma stavolta si trattava di qualcosa di anomalo,
diuna forza quasi apocalittico
E, infatti, all'improvviso, grosse pietre
cominciavano a venire fuori dai muri della casa
e dalle pareti della vasca di raccolta,
la malta che le teneva uniti liquefatta (era questa l'impressione)
Tutto veniva portato via come da un maremoto,
un'onda di Tsunami,
ma solo la seconda parte, quella micidiale del risucchio
provocato dal ritirarsi delle acque che hanno profanato la terra

Mi ritrovavo sconsolato a guardare il disastro
Laddove c'era la casa
ora c'erano soltanto mucchi di pietre traballanti,
enormi buchi nei muri
o meglio dei loro frammenti rimasti in piedi in equilibrio precario
Ma non fuggivo via
Mi vedevo anzi mentre mentre mi davo da fare a preparare il cemento
e, senza nessun criterio, mettevo cazzuolate qua e là
per rabberciare i buchi
per tenere assieme i massi pencolanti,
per rimediare in qualche modo
Capivo tuttavia
che tutto questo mio agitarmi era assolutamente inutile
Una sinecura
Eppure, iterativamente,
continuavo a riempire caldarelle e buttavo l'impasto di cemento qua e là,
a casaccio
quasi fosse soltanto un'azione rituale,
un'apotropaismo per scongiurare mali peggiori
di cui l'evento di cui ero stato vittima e testimone
era soltanto l'annuncio ominoso
E, alla fine, c'era vicino a me mio fratello
nella sua carrozzina
Lo mettevo a suo agio con il tavolo davanti
e con il giornale ben dispiegato, come facevamo un tempo
La sua presenza era rassicurante e benevola

E qui il sogno finiva

This must be the place

 

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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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