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25 ottobre 2013 5 25 /10 /ottobre /2013 20:14

Passaggi. In fuga verso la fine del Millennio (13° capitolo). Ultimo atto. Ritornando dalla terra dei morti

 

Fine del viaggio e Ultimo atto


Come un cuneo 
si insinua freddo nel cuore 
il vento teso che soffia da terra 
raffiche violente 
increspano la superficie grigia del mare 
sin dentro il porto 

Navi attraccate alle banchine oscillano sotto le raffiche 
e sforzano l'aggancio delle gomene alle bitte 

navi nel dondolio incessante 
e nel gioco di distanziamento dalla pietra del molo 
vogliose di prendere il vento 
e volgersi verso il mare aperto 
andando gloriose all'avventura 
con i loro ventri capaci pieni di mercanzie e di genti 
protese verso orizzonti lontani

la superficie del mare è grigia e dura 
percorsa da tese onde nervose

Sretan put! 
Buon viaggio!

Una donna solitaria ripiegata su una bitta 
come avvinta da un grande dolore
osserva la nave ormeggiata 
lontano all'estremità del molo 
il suo sguardo si gira poi lento verso l'orizzonte
e si perde in un sogno indecifrabile
di nostalgia e rimpianti

Il ponte della nave è ora deserto 
quasi immerso nel buio d'un interminabile vuoto

I gabbiani 
resi inquieti dal vento che annuncia tempesta 
volteggiano alti emettendo grida strazianti

Mi sposto lungo la tolda levigata 
verso il punto della nave
più vicino al mare aperto
guardo anch'io verso l'orizzonte lontano 
deformato dalla sua lieve incurvatura
su cui sembrano convergere corridoi di vento 
tatuati sulla superficie marina
da strie d'acqua 
di continuo mutevoli
in corsa, sospinte dalle raffiche

Sembra che la nave sia vuota
una nave fantasma con il suo carico di anime perse 
ma forse i passeggeri in attesa di partire 
intimoriti dal vento e dalle intemperie 
se ne stanno rintanati al coperto 
nei ponti confortevoli
e vagabondano 
tra negozi di bordo bar self service & restaurant

Vago solitario 
alla ricerca di una sfuggita di emergenza
prigioniero del tempo 
e derubato del mio orologio interiore 
mi dibatto,
impigliato in maglie temporali 
a volte 
troppo dilatate in intervalli infiniti 
che impongono l'esperienza del vuoto,
a volte 
troppo strette e compresse 
così da impedire il respiro

Questa notte 
in silenzio salirò sul ponte 
ancora una volta
lasciando la sacca 
con i miei scarni averi di viaggiatore solitario 
giù in cabina 
e dall'alto della nave 
sospinta in avanti dai motori possenti
spiccherò un balzo 
verso il freddo abbraccio del mare 

voglio sfuggire alla morsa del tempo 
alla malinconia della lontananza e del rifiuto 
a quel cuneo freddo confitto nel cuore 
e all'amaro sapore della sconfitta 
impastato in bocca. 

(Il ricordo di un viaggio a Sarajevo alla fine della guerra civile - Primavera 1998)

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Published by Maurizio Crispi (Testo e foto) - in Passaggi. In fuga verso la fine del Millennio
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27 settembre 2013 5 27 /09 /settembre /2013 08:31

Passaggi. In fuga verso la fine del Millennio (11° capitolo). Attraverso la città abbandonataHo sempre avuto una predilezione per le candele che ardono nelle chiese. Ogni volta che mi trovavo (e che mi trovo) ad entrare in una qualsiasi chiesa, se soltanto c'è la possibilità di farlo, mi piace di accendere una o più candele e, mentre lo faccio, rivolgere dei pensieri alle persone cui voglio bene.

Mi piace pensare che, con la luce della candela, questi pensieri possano risplendere ed accendersi di calore e che, nello stesso tempo, assieme alla colonna di calore e al fumo generati dalla fiamma che arde, possano ascendere verso l'alto.
Mi ritrovai a scrivere questo "passaggio" forse nel 1998, come sedimento di un'esperienza di vagabondaggio in una città assolata in cui mi trovavo in transito.

 

Vagabondando senza meta - in preda al mio smarrimento - mi sono affacciato su di un altro grande spiazzale, circondato su ogni lato da imponenti edifici antichi dominati da un campanile solido e robusto svettante verso il cielo.

Attraversando la piazza sotto il sole ardente - non un'anima viva attorno a me, nemmeno un furtivo passante - osservo intimidito grandi tralicci di alluminio e acciaio che, risplendenti sotto il sole, dominano il grande spazio e parzialmente occludono la vista degli edifici.

Tutt’intorno tracce di passaggi e di attività repentinamente interrotte, stracci smessi, un paio di scarpe da tennis sudicie abbandonate fiaschi di vino vuoti rovesciati, alcuni frantumati: tutto ha l'aria di un bivacco all'improvviso disertato.
Anche qui un silenzio innaturale grava su ogni cosa.
Inquieto tendo l'orecchio quando sento risuonare con una sonorità strana i miei stessi passi sul basolato di pietre squadrate .

E, completato questo attraversamento - penoso perché mi sembra di non arrivare mai dall'altra parte del grande spiazzo -, mi ritrovo davanti all’immenso portale di legno della chiesa antica che occupa quasi un intero lato della piazza e mi dirigo verso di esso - come spinto dall'esigenza improvvisa di frescura e di rifugio, all'interno di uno spazio delimitato, e forse anche dal desiderio di potere trovare fuori dal deserto in cui sono stato immerso un altro mio simile dentro uno spazio sacrale, anche soltanto una figura lontana china su di un inginocchiatoio e assorta in preghiera.

Penetrato nella penombra fresca ed ombrosa della navata racchiusa sotto una volta a ogive altissima e stretta, mentre i miei passi riecheggiano secchi sulle pietre liscie della pavimentazione, mi soffermo a osservare le commessure tra una lastra e l'altra e la grana della pietra lucente e levigata da migliaia di passi che si sono succeduti prima dei miei nel corso dei secoli.
Qua e là, interconnesse alla pavimentazione, grandi lastre tombali scolpite a bassorilievo ricordano eroi principi e grandi prelati del passato dalle fattezze stilizzate ed ieratiche e, ora, anch'esse levigate e ammorbidite dal passaggio continuo di piedi devoti.

Minuscole isole di luci tremolanti ai piedi dei grandi pilastri svettanti attirano il mio sguardo.

Lucignoli elettrici - una concessione alla febbre di modernità - che si accendono pigiando un piccolo pulsante dopo avere inserito in una stretta fessura l'offerta minima prevista. oppure - più in linea con la tradizione - lunghi ceri sottili che, dopo averle prelevate, dal ripostiglio sottostante si dispongono sulle apposite rastrelliere incrostate di scolature di cera stratificate nel corso degli anni.

Penso che, anche questa volta, dovrei accendere le candele.

Questo - ricordo - è un rito da ripetersi sempre eguale ogni volta che penetro negli spazi ombrosi e freschi delle grandi chiese antiche.

Allora ne sfilo tre - una alla volta, con attenzione, per non fare cadere le altre ammassate nello scomparto - controllo che lo stoppino sia ben teso e le accendo con cura tenendole inclinate e accostandole alla fiammella di una già accesa che brucia solitaria infitta nella rastrelliera, perché quasi tutti gli altri offerenti hanno optato per i lucignoli elettrici.

Mentre accendo la fiammella, indugio a pensare alle persone che mi sono più care, il bimbo, la madre, la donna.

Accendo queste candele per loro, perché - con la fiamma che arde e il suo calore - si levi in alto nel cielo un pensiero, per buon augurio, perché a nessuno di loro succeda nulla di male, nessuna avversità.
Osservando le fiammelle delle tre candele che prendono vigore e ascendono verso l’alto, faccio scivolare nella fessura delle offerte il mio obolo, anche se forse nessuno più verrà a ritirarlo.

Dopo l’emozione forte delle fiamme accese per portare al cielo il loro messaggio di luce e di calore, finisco per sorridere di me e di questa mia debolezza.

Poi mi allontano un poco e di nuovo l’emozione che sento urgere dentro di me mi spinge a fermarmi a contemplare da lontano l'isola di luce che adesso sembra un po' più grande e più calda.
Nel far questo mi lascio cadere su di una delle lunghe panche di legno scuro e levigato e rimango assorto nella frescura e nel silenzio.

Rimango in attesa, prima di riprendere il cammino, augurandomi che almeno un mio desiderio sia esaudito.

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31 dicembre 2012 1 31 /12 /dicembre /2012 06:56
orologi_00.jpg
Scrissi questo pezzo diaristico, ricordando le sensazioni di un particolare momento durante un viaggio in Bretagna. Correva l'anno 1993. E mi ero spostato sino a Saint Malo, città possente di fortificazioni, antico covo di pirati e avvolta da un'aura romantica. Ero andato lì per partecipare ad una gara sportiva (Giochi mondiali della Medicina dove mi ero iscritto per correre una Mezza). Durante i giorni precedenti e successivi girovagavo con l'autoa nolo da un posto all'altro, sia sulla costa sia verso l'interno, facendo delle puntate anche verso la vicino Normandia.
quattro dopo mezzanotteFu una vacanza molto bella e malinconica. Mi ero sposato da poco e di lì a qualche mese sarebbe nato mio figlio Francesco.
Qui, racconto le mie impressioni forti nell'arrivare e nell'entrare in un imprabile Grill lungo una strada di transito per rifocillarmi.
Questo autogrill era un luogo davvero strano (o, come appresi subito dopo il mio ritorno, studiando alcuni scritti di Foucault un "non luogo"), imprabile per alcune sue caratterstiche, deserto per altro - senza la minima traccia di avventori. Per quel che mi riguarda, avrebbe potuto essere benissimo uno scenario da cui Stephen King avrebbe potuto trarre ispirazione per qualcuno dei suoi inquitanti racconti. Adesso, a posteriori, farei un'associazione con il suo romanzo breve "I Langolieri" (contenuto nell'antologia di romanzi brevi "Quattro dopo Mezzanotte") che al tempo di quel viaggio non avevo ancora letto.
Allo svincolo di una lunga strada deserta

nel lucore smorto dell'imbrunire

emerge un'isola di luci smaglianti

 

LA via si era snodata dritta e monotona sotto la pioggia,

dopo la visita all’antico villaggio

niente più che un coagulo di edifici sbilenchi e irregolari

fatti di pietre squadrate e tetti spioventi di lastre d'ardesia

abitato da fantasmi

Strade silenti

percorse soltanto da pochi viandanti sperduti,

le mura  attorno trasudanti ricordi di tempi lontani

e evocanti presenze inquiete

ruine di grandi fortificazioni

assediate da alberi fronzuti

 

MI chiedo dove sono andati a finire gli uomini

in questo inquieto crepuscolo dell’anima

 

Inoltrandomi nella landa desolata

segnata da punti di riferimento evanescenti

ricorrenti sempre eguali

così da darmi l'impressione di passare più volte dallo stesso luogo

vincolato ad un'eterna ricorsività

avevo viaggiato per ore nelle brume della sera

avvoltolato nello spessore di un piovasco improvviso

inondato dagli spruzzi di acqua e fango del passaggio violento

                                                            [di autotreni dispotici

 

ED ecco sorgere inaspettata davanti a me

l'insegna luminosa brillante di colori

di un luogo di sosta

 

Chronogrill c'è scritto a caratteri cubitali

 

 

Sollievo all'idea di entrare in un luogo

che penso caldo e accogliente -un riparo?-

e forse anche lo struggimento

- dopo il silenzio e la solitudine interiori

intrecciata con  una colonna sonora

fatta soltanto di stridori meccanici -

di poter vedere  di nuovo un volto  umano

condividerne la vicinanza

scambiare una frase

per sentire  così il suono della voce mia e di altri

 

 

Penetro nell'edificio

incerto

a passi esitanti

ma un interno finto mi accoglie

tavoli vuoti

sedie forse mai occupate

e tutto è in perfetto ordine

per ricevere  folle di avventori                                                                                                                                           

                    comitive vocianti

                     viaggiatori solitari

                     coppie in cerca di evasione

                     pendolari in moto perpetuo

                     reietti migranti verso i miraggi delle città

                     o fuggitivi dalle metropoli

 

 

Scorie di rabbia lievitano leggere

la nostalgia che sale piano

mentre le note tristi

di Chimes of freedom

e la canzone dei Bee Gees

- sempre la stessa, Saturday night's fever

messe a girare in continuazione

si diffondono dagli altoparlanti

cose del tempo andato sprofondate nell'oblio

ricompaiono all'improvviso

emergendo dalle nebbie evanescenti della memoria

sono sommerso

da un'ondata di rimpianto

dalla penosa consapevolezza dell'esilio

e dal desiderio del ritorno

 

UN'onda di marea che di colpo mi travolge

senza che io possa accorgermi di quanto accade

prima che la freccia del tempo si ripieghi su sé stessa

 

ma poi niente veramente accade

 

 

E rimango seduto alla tavola

decorosamente coperta da una tovaglia rosa

ben apparecchiata secondo le regole

mentre  una ragazza robusta  

- pure vestita di rosa  fiocco nei capelli incluso-

materializzata dal nulla

mi si fa vicino

taciturna 

eppure nell’esibizione  imperiosa di matita e taccuino

vogliosa di raccogliere un’ordinazione

 

l'autogrill è sempre deserto 

e dal mio arrivo non altri avventori ne hanno varcato la soglia

forse nessuno lo ha mai fatto

 

 Che questo autogrill

 sia soltanto una finzione per quelli come me

 che viaggiano senza mai fermarsi

 spinti da una voglia febbricitante

 ma condannati al silenzio e all'oblio?

 

 

LA musica  va di continuo,  soffusa

e non sovrasta il ticchettio regolare che invade la sala

divisa in molteplici loculi da ordinati tramezzi

per separare gli invisibili commensali

e assicurare a ciascuno la propria legittima  privacy

 

 

IL  ticchettio pervasivo e onnipresente

si origina da tanti cronometri appesi alle pareti

molteplici cronometri,

alcuni eguali

altri in  esemplari unici  e di foggia strana 

ma ciascuno regolato sul tempo di un differente luogo della terra

per ricordare agli avventori che il tempo lineare scorre inesorabile

dovunque

e che bisogna andare sempre avanti

e mai fermarsi a meditare sul passato

o a cogliere l'istante

 

Andare veloci e vincere il tempo

 

alle pareti le foto di campioni 

con indosso  tute da space-rider

che sfrecciano eroici su cocchi e cavalcature meccaniche

dipinti a vivaci colori

sfidando il tempo

 

ALLA ragazza vestita di rosa

che mi osserva con aria interrogativa

taccuino e penna in mano

lancio  un'ordinazione a caso

senza parlare

soltanto indicando con il dito

sulla lista che mi ha offerto poco prima

 

Rimango in attesa

quieto e silente

 

imprigionato in un'ansa temporale

comprendo adesso che questo luogo

l' autogrill-chronogrill

è chiuso in un tempo ricorsivo

i cronometri che battono il tempo lineare

sono soltanto illusione

 

NON ci sono eventi da misurare

non mi può accadere più nulla che abbia una durata

non c'è più differenza apprezzabile tra l'andare e lo stare

 

il principio è la fine di tutto

e la strada mi attende

vuota                   

ma soltanto per condurmi

ad un altro chronogrill

ad altri luoghi sempre eguali

in serie infinita

 

i cancelli cronometrici

sono ora chiusi

davanti e dietro di me

senza rimedio

 

legato a questo certezza

stancamente mi alzo ed  mi trascino fuori dal chronogrill 

le chiavi dell'auto pronte in mano

 

SULLA soglia

prima di essere ingoiato ancora una volta

dalla strada che  va avanti all’infinito 

gli ultimi lampi del giorno che muore

mi  balzano addosso

attraverso gli ampi squarci della coltre di nubi

lontano all'orizzonte

 

 

 

 

the_persistence_of_memory_1931_salvador_dali-1.jpg

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22 dicembre 2012 6 22 /12 /dicembre /2012 18:34

Natività - Presepe 2012 del Maestro Giuseppe Bennardo, Palermo - Foto di Maurizio CrispiQuella che segue è la trascrizione (ovviamente rielaborata) di un sogno fatto nell'ottobre 2011 (in calce allo scritto è riportata la data: 20 ottobre 2011, per l'esattezza). Era l'anno del crollo delle Twin Towers, ma nello stesso tempo si avvicinava il Natale.
Il sogno mi ha proposto una singolare combinazione dei due temi: quello del crollo e della distruzione mixato con quello della rinascita e del riscatto, mescolati tra loro in un inno alla solidarietà, alla condivisione, alla multietnicità e alla "normalizzazione" delle diversità.
In qualche modo un sogno che mi ha parlato di morte e di rinascita. Di caduta e di discesa agli inferi e di risalita al mondo della luce.
Mi sembra appropriato recuperarlo e postarlo qui, proprio all'avvicinarsi di un nuovo Natale, poco più di dieci anni dopo.
Anche se, nel frattempo, il mondo è fuggito in avanti e il bagaglio di speranze si è assottigliato in modo preoccupante, come anche sembra essersi logorato il sogno di una fratellanza e di un'Ecumene universale.

 

Ho fatto un sogno qualche giorno fa.

Quando mi sono risvegliato ero ancora sotto il suo effetto e persistevano nella mia mente alcune immagini sparse che continuavano ad agire dentro di me con una forte inerzia suggestiva.

Ero come incantato dalla forza e dalla limpidezza di alcuni dei frammenti onirici sopravissuti che sembravano essere dotati d'una notevole forza eidetica e che mi apparivano quasi allo stato di pure immagini.

Ho provato a ricostruire la successione di eventi di questo mio scenario onirico, non senza ovviamente un effetto di rielaborazione e d’inclusione di inserti puramente associativi e alieni dalla tessitura originaria del materiale del sogno.

Quello che segue è il risultato del mio tentativo di rielaborazione.

La scena iniziale è quella di una grande migrazione, un viaggio verso una meta oscura intrapreso con una compagnia molto eterogenea…

 

Sono immerso in un’immensa comitiva viaggiatori: da giorni andiamo avanti, spostandoci a piedi e su mezzi di fortuna.

Non so come sia accaduto di trovarci tutti assieme.

La compagnia è instabile: alcuni compaiono all’improvviso, altri si eclissano altrettanto velocemente. Ho la sensazione che, nel complesso, la comitiva abbia la tendenza ad accrescersi di continuo e che, poco per volta, si stia trasformando in moltitudine.

Sono colpito dal fatto che ci siano tante facce e tanti personaggi noti attorno a me a condividere le fatiche del viaggio: di molti non riesco ad indovinare l’identità per quanto io mi sforzi di pescare nella mia memoria i nomi da accoppiare a quei volti; dell’identità di altri, invece, sono quasi certo; potrei metterci la mano sul fuoco.

Torreggia tra gli altri Boris Karloff, nella sua interpretazione di Frankenstein; poco distante da lui c’è Bela Lugosi, e, tra le tante teste che si accalcano in questa comitiva sempre più numerosa, possono riconoscere Ed Wood, ma nella versione che ne ha dato Tim Burton, cioè mascherato da mostro dello spazio; un po’ più discosti intravedo anche Biancaneve e i Sette Nani, ma sì … là vicino Bambi si muove a scatti, timido e nervoso ad un tempo, e poi guardando meglio, perché è quasi completamente coperto dai corpi che si accalcano su di lui, scorgo ET che cerca di attirare l’attenzione ripetendo di continuo: ET … telefono … casa…; ora vedo anche Pocahontas, Davy Crockett e i Magnifici Sette capeggiati da Yul Brunner … e, più in là, Barbie e Ken, e i minacciosi Action Men… e forse anche Silver Surfer con tutta la sua combriccola…

Non mi voglio dilungare troppo, ma penso che abbiate capito di quale compagnia si tratti.

Procediamo lentamente e a fatica: ognuno cerca di aiutare i più lenti in questa grande migrazione…

Alla fine del viaggio (o meglio, là dove ci sembra di essere giunti alla fine del viaggio) siamo ai piedi di un gigantesco edificio svettante verso l’alto: è così alto da bucare i cumuli che si asserragliano in cielo di un bianco abbacinante e con l’orlo rosato; nella sua imponenza si staglia con nettezza cristallina e perfetta su d'uno sfondo di un profondo blu.

Il grattacielo altissimo e di solida fattura, è dominato in alto da una guglia che si va facendo più esile e svettante man mano che sale; è rivestito di marmo pregiato di una calda tonalità dorata che vibra alla luce del sole; attorno alla sua fabbrica, vi è un immenso porticato circolare sostenuto da una doppia fila di colonne alternativamente ioniche e doriche.

Mentre ci ritroviamo tutti ammassati sotto questo porticato, io osservo che, a poco a poco, tanti altri convergono nella nostra direzione.

I più lontani mi appaiono soltanto come facce indistinte, chiazze chiare in risalto sul corpo più scuro della massa di folla.

Aspettiamo tutti, consapevoli che da un momento all’altro dovrà verificarsi un evento, quale che sia.

All’improvviso, rivoli d’acqua cominciano a scorrere tra i nostri piedi, rivoli che si fanno sempre più impetuosi, assumendo una foga torrentizia; sino ad un certo punto, sento di potere fronteggiare la forza dell’acqua, ma poi, quando non ho più modo di resistere al suo impeto, per un attimo mi avvinghio ad una ringhiera di ferro che poi cede rovinosamente.

Mentre il mondo comincia a girarmi attorno in turbinio d’acqua, di spuma e di grosse bolle d’aria, in un attimo perdo tutti i punti di riferimento.

Mi ritrovo, annaspando e respirando a fatica in una corrente viva che mi trascina con sé nei meandri della terra.

Infatti, l’enorme massa d’acqua ci trascina tutti quanti dentro un tunnel scavato nella roccia. La moltitudine di prima scompaginata dall’arrivo della grande onda si è scomposta in una miriade di destini individuali, ognuno dei quali traccia in solitudine una propria traiettoria.

Io procedo nei gorghi e nei risucchi attaccato ad un’asse di legno, quasi una tavola da surf improvvisata, che per buona sorte mi è piombata di sopra e a cui mi sono aggrappato in uno spasimo di disperazione.

Alla fine di questo procedere a velocità vertiginosa finisco espulso come un proiettile in uno grande spazio vuoto, immerso in una profonda penombra senza echi: il dead end del nostro viaggio è, a quanto sembra, un’immensa caverna del sottosuolo, stillante di umidità.

Siamo all’asciutto adesso… l’acqua è stata, quasi per intero, riassorbita in sottili passaggi che portano ad altre cavità ancora più abissali nel più profondo della Terra cava.

S’intravedono, nella semioscurità, ombre confuse che si rialzano goffamente e si tastano il corpo alla ricerca di punti dolenti.

Ci risolleviamo, sistemandoci alla meno peggio.

Da vari punti si originano piccoli gemiti, voci sommesse e richiami sparsi.

Poi niente più, solo silenzio.

Poi, dopo il silenzio, scalpiccio di piedi.

I piedi, muovendosi quasi automaticamente svincolati dalle singole volontà, ci portano di nuovo gli uni verso gli altri e, man mano che ci assiepiamo di nuovo, io ho modo di osservare ancora una volta la stessa variegatura di volti noti e meno noti; a questo punto della storia non ci parliamo, perché non ce n’è più bisogno di parole dette: siamo tutti in comunicazione, come se tutti fossimo parte di una stessa mente.

Sappiamo di avere un’unica via d’uscita ed è quella da cui siamo venuti trasportati dalla forza delle acque; non ci sono alternative praticabili.

Un tacito assenso ci accomuna; adesso conosciamo anche il motivo del nostro essere stati assieme prima e sappiamo qual è il nostro compito adesso; un mormorio di preghiera e di costernazione attonita si leva da tutti noi abitanti del sottosuolo: dobbiamo intraprendere, da pellegrini un viaggio a ritroso, percorrendo il mondo sotterraneo, attraverso cui siamo stati trascinati, per riemergere alla luce nel bel mezzo del terreno sconvolto di Ground zero.

Lì, siamo attesi per adorare il nuovo Messia, appena nato tra le macerie di downmanhattan.

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9 dicembre 2012 7 09 /12 /dicembre /2012 14:11

blue-moon-spettacolo-lap-table-palp-dance-sconto72-2962-Wde.jpgDevo la narrazione che segue ad un racconto che mi è stato fatto, nel corso della mia pratica professionale. Il racconto è stato ovviamente modificato ed ampliato con il risultato di alcune ricerche sul web, lasciando dei riferimenti appena impliciti alla narrazione orale che ebbi modo di ascoltare e che volli registrare e trascrivere in questa forma  e con delle intersezioni di pura fantasia, per esprimere una condizione di profonda solitudine.

 

(Anonimo) Un vicolo buio e sporco, rivestito da  un manto di blocchetti di porfido ormai sconnessi, sacchi della spazzatura  ammassati da tempo, gatti che li esplorano alla ricerca di cibo raffermo. Sono tornato in questa via dopo anni quando nelle mie peregrinazioni solitarie andavo alla ricerca di cinema a luci rosse e in questa via ce n’era uno molto appartato, quasi dignitoso, con la sua aria di cinema d’essai decaduto.

Nel buio del vicolo che ora assume contorni vagamente familiari,  si staglia nettamente un  androne illuminato fiocamente da una lampadina blu  e, in questo androne,  si riconosce a stento l’ingresso del locale pubblicizzato da una piccola insegna luminosa posta all’angolo della strada. Blue Moon  dice l’insegna. Una trista figura indugia all’ingresso e guarda immota e impassibile verso il vicolo deserto e la sua desolazione.

Appena entrato mi accoglie un androne  del tutto spoglio, all’infuori di un modestissimo cartello scritto con pennarelli colorati che dice

 

 “Oggi, palp dance”

 

con l'aggiunta dei nomi fantasiosi delle dancer che si esibiranno. Uno squalliodo allestimento, senza nemmeno un corredo di foto o di locandine come è d’uso  per presentare gli spettacoli di varietà. Mi chiedo cosa sia la palp dance, se in questa parola non sia contenuto un ammiccamento allusivo alla lap dance che in questi ultimi tempi ha cominciato ad andare così di moda dalle nostre parti.

Ripide scale  che si dipartono dall’androne così vuoto portano  alla zona della cassa dove un’arcigna virago incassa il denaro con aria di disapprovazione e stacca i biglietti,  consegnando ad ogni spettatore un unico biglietto, formula fissa - film più spettacolo-  senza  possibilità di scelta.

La  piccola sala è in penombra, affollata,  quasi  tutte le poltrone abbastanza ampie ma prive di braccioli sono occupate, un pubblico esclusivamente maschile in attesa,  i soprabiti ripiegati e inspiegabilmente collocati  dietro la schiena.

Ogni tanto  il pennello di luce di un faretto spazza la sala e crea effetti cromatici cangianti, di luminescenze rosse giallo-dorate, iridiscenti.

Un inserviente - o forse il gestore della sala - ha appena collocato al centro del palcoscenico una poltrona sdrucita, identica a quelle dove sono seduti gli spettatori in attesa.

C’è un traffico intenso da e per le toilette. Uomini entrano nei gabinetti,  si trattengono per un poco  e poi ne riescono:  a volte al movimento di uno fa da immediato contraltare il movimento di un altro, con improvvise accensione di frenesia.

E’ appena finito lo spettacolo precedente  e viene propinato agli spettatori, il film porno in programma per la serata. Un film senza nè onore nè gloria:  cinematografia porno americana anni ‘60 a budget ridotto, dal titolo grottesco: Tetton club; tutte scene girate in squallidi interni di motel americani da poco prezzo, con pornostar  semisconosciute, le solite donne californiane fornite di tette abbondanti e tornite e di grandi culi invitanti;  si è succeduta sullo schermo la girandola delle solite combinazioni,  scene di pompini, sborrate in faccia, inculate e quant’altro, ma l’audio era pessimo e così pure la luminosità dello schermo; l’impressione generale che ne derivava, per me, ma forse non per gli altri spettatori, era di cupezza e di claustrofobia;  insomma, niente di che, da quando ci si è fatto l’occhio ai torridi pornofilm in video degli anni ‘90.  Ma indubbiamente questo film era destinato ad essere solo un intermezzo preparatorio dello spettacolo che fra poco dovrà cominciare, una specie di pillola per attivare negli spettatori lo stato mentale appropriato e una  trama di fantasie.  In ogni caso, il sottofondo in sala durante la proiezione del film era intessuto da un rincorrersi  di sospiri, commenti rochi fatti di parole pronunciate a mezza bocca, ma inaudibili, e lo scalpiccio di piedi a sottolineare il traffico verso le toelette, teatro  di probabili  frettolosi congiungimenti omo nel riserbo degli squallidi gabinetti.

blue-moon-spettacolo-lap-table-palp-dance-sconto72-copia-1.jpgMa adesso sono tutti in trepida  mormorante  attesa dell’inizio dello spettacolo, quello vero: secondo un approssimativo neologismo si tratta di una “palp show/dance” nel corso della quale si susseguiranno appunto tre palp dancer  dai nomi accativanti: Monik, Anita Dark  e Anita Blond, nomi d’arte indubbiamente, nomi ricorrenti nel cast d’attori di alcuni recenti film porno, lanciati dal grande circo del porno di Riccardo Schicchi: le due Anite in questione, per esempio, hanno preso parte al famoso recente Rocco e le Storie Tese sembra strano che in un locale così d’accatto, ormai visibilmente in declino, vi siano delle pornostar che probabilmente hanno ancora mercato nel panorama del video porno;  ma, si sa, il sistema del porno è vorace e ha di continuo bisogno di volti culi e tette nuovi da esibire e quindi - salvo che in alcuni rari casi in cui solo un carisma personale salva dal logoramento inevitabile -  si è velocemente gettati sulla sponda e scartati a produzioni di secondo piano e  costretti ad accettare, per questioni di pura sopravvivenza,  ruoli non certamente esaltanti;  quando si è in declino -  sul viale del tramonto - non ci si può più consentire il lusso di  essere schizzinosi; persino il “grande” John Holmes, il re del porno- the king of porn, come lo  soprannominavano -  ovvero Mr Trentacentimetri, alla fine  della sua vita quando ormai non era più  chiamato ad essere presente sui set porno più prestigiosi,  pur di sbarcare il lunario, si trovò costretto ad accettare persino di prender parte ad un film gay con veri gay, lui che - esplicitamente etero - aveva sempre rifiutato di scendere a simili compromessi.

Durante l’attesa tutti prendono posto; sembra che le scomode poltrone nelle prime file siano particolarmente: c’è un’enfasi particolare nel  modo in cui tutti si collocano gli impermeabili dietro la schiena.

Perchè?

Mi sembra un comportamento insolito rispetto a quanto faccia  usualmente lo spettatore di un film.

Io sono l’unico a  tenere il mio soprabito ripiegato sulle ginocchia.

Finalmente lo spettacolo ha inizio, preceduto dal roboante annuncio  del gestore di sala: Ecco a voi Monik!

Entra Monik una bionda forse di ascendenza tedesca [in realtà: ungherese], abbastanza bella, alta e longilinea  che indossa un abito nero lungo sino ai piedi  dotato di vertiginose spaccature laterali che, ad ogni movimento, lasciano vedere  le coscie sino all’inguine. Monik  non si sofferma molto sul palcoscenico, ma sin da subito comincia a volteggiare tra il pubblico passando da una persona all’altra e da una fila di poltrone all’altra, non soltanto muovendosi nei corridoi centrali, ma infilandosi negli spazi più ristretti tra le file. Questi passaggi ovviamente attivano immediatamente gli spettatori e mani si allungano ogni volta per toccare tutto ciò che possono. La dancer si ferma vicino a ciascuno degli spettatori e da ciascuno si fa palpare, da ciascuno si fa mettere la mano/le mani sotto l’abito, a diretto contatto delle coscie e del culo. Le mani, a volte contemporaneamente le mani di due-tre spettatori, che si protendono lussuriosamente verso di lei, nel buio  sembrando animate di vita propria, formano dei grovigli e si muovono avide su tutte le superficie disponibili. Quando il contatto di una mano si fa troppo invasivo, Monik allontana la mano con un gesto sdegnoso  oppure si allontana, spostandosi verso un altro punto della sala:  non c’è nessuno che venga trascurato e la cosa sorprendente è che tutti gli altri spettatori aspettano pazientemente il proprio turno, a volte nemmeno si girano a guardare ciò che sta avvenendo alle loro spalle, tanto sanno  per certo che prima o poi l’oggetto dei loro desideri verrà o ritornerà vicino a loro.

Sembra che tra gli spettatori viga una sorta di tacito codice etico condiviso: rispettare poche semplici regole e non lasciarsi andare a tocchi di mano non leciti. Quindi i trasgressori sono soltanto pochi e in ogni caso si tratta di mancanze blande che probabilmente fanno  comunque parte del gioco.

Man mano che questa pantomima va avanti MoniK   si va liberando di tutti gli indumenti finchè non rimane con un succinto tanga, di cui finisce di liberarsi, sempre continuando  i suoi giri  tra  gli spettatori che, attizzati dalle  nudità di MoniK  adesso moltiplicano toccamenti  e palpazioni in relazione al moltiplicarsi delle superfici di pelle disponibili e delle zone appetibili dal punto di vista erotico.

Di tanto in tanto, MoniK sale sul palcoscenico per distendersi  supina sulle nude tavole con le coscie divaricate all’inverosimile per mostrare a tutti la fica depilata e per strusciarsela  con la mano  per esplorarsi la fica con le dita, allargando le grandi labra per far vedere l’interno inumidito e per far capire quanto anche lei sia eccitata da questo gioco. A volte, durante queste sequenze, dopo essersi succhiato l’indice e averlo inumidito di saliva se lo infila nella fica e comincia a farlo scorrere  in  un movimento lubrico di su e giù, ansimando in sintonia con il movimento e mostrandosi lubrica e dopo aver fatto ciò si rinfila vogliosa in bocca il dito, adesso intriso dei succhi dell’eccitazione

Poi dopo avere mostrato ancora una volta la fica ritorna a volteggiare tra il pubblico.

Nei suoi passaggi, anch’io la tocco più volte: la sua pelle  è levigata, il suo corpo sembra avere  una consistenza dura e muscolosa;  al tatto, si apprezza una sensazione di umido; tutto il movimento che sta facendo ha attivato la traspirazione, e non ci sono segni che abbia freddo.

Il suo seno è tondo  e  morbido.

Ogni tanto Monik poggia il culo sulle ginocchia di uno degli spettatori o si adagia sul suo grembo e, mentre quello le palpa i seni, comincia a muovere i fianchi con un lento movimento circolare, come se stesse scopando. Adesso capisco perchè tutti si erano predisposti per non avere nessun ingombro sulle gambe!

Ancora una volta tutti aspettano diligentemente il proprio turno, ciascuno desiderando i silenzio di essere prescelto per qualche momenmto di illusoria intimità.

E’ silenzio in sala, ma un signore in prima fila, che sembra un habituè del locale,  fa l’animatore e la claque ad intervalli irregolari; nei momenti clou delle effusioni  di Monik  dice enfatico: Brava, Monik!.

E tutti applaudono, ma senza convinzione, perchè ciascuno è proteso a potere essere visitato direttamente da MoniK in persona.

Subito dopo è la volta di Anita DarK, anche lei bionda ma più esile di MoniK anche se con un grosso seno, tutta vestita di bianco, con  un abito pieno di  frangie svolazzanti.

Anita DarK  si presenta da subita più lubrica di MoniK.

Più frequentemente nel corso dei suoi volteggi si struscia contro gli spettatori, o addirittura si mette a cavalcioni   delle loro ginocchia mimando un coito frenetico  con un movimento di galoppo frenetico, facendosi palpare con una ostentata voluttà oppure si china  su di loro portando la bocca all’altezza della patta dei pantaloni  come se avidamente volesse impossessarsi del loro membro per un veloce pompino. Ma poi va subito via, prima che nell’individuo prescelto l’eccitazione possa montare al di là del punto consentito. E ricomincia a volteggiare, anche lei progressivamente liberandosi dei suoi indumenti, esibendosi di continuo in sequenze di movimenti e di gesti lascivi  ed iperbolici. Invita uno degli spettatori a salire sul palcoscenico e lo fa  accomodare  sulla poltrona azzurra identica  a quelle della sala: si fa leccare il  seno nudo, poi volgendo le spalle - e il culo- agli spettatori in sala  si china in avanti a porta la sua faccia a contatto con  la  patta dello spettatore e intanto fa vedere a tutti la  fica depilata che si accarezza ripetutamente con un dito. Quando il tipo prescelto mostra di volere andare oltre, immediatamente  lo redarguisce e lo rimette al suo posto, dileggiandolo.       Si gira verso il pubblico e, dopo essersi accovacciata,  comincia a fare movimenti frenetici di su e giù, come se stesse cavalcando, impalata su di  un grosso cazzo proteso.

Il  solito animatore della serata dalla sua postazione  in prima fila ripetutamente incita il pubblico ad applaudire e ad esprimere la sua ammirazione: “Brava Anita! - grida con voce stentorea - Via, un applauso  per ANITA  DARK!”, ottenendo con la sua abnegazione salve di applausi, se non addirittura ovazioni.

Più volte l’Anita, come del resto Monik prima di lei si distende sul dorso aprendo  le gambe e mostrando  la fica che allarga con la mano per infilarci con ostentazione di voluttà il dito bagnato di saliva, che a lungo ha leccato e  succhiato nella bocca.

Poi, rimanendo sempre sdraiata sul dorso, afferra una candela, l’accende e  comincia a leccarne l’estremità  per poi infilarsela nella fica cosicchè alla fine rimane con la candela accesa infitta nella vulva mentre il pubblico applaude con grande entusiasmo.

Dopo questa performance, Anita prende  a girare ancora una volta per la sala tenendo la candela accesa  in mano e lasciandosi scolare la cera calda sul  seno, sulle cosce, sul ventre e contemporaneamente lasciandosi palpeggiare ancora una volta dagli spettatori. Man mano che Anita va avanti in questo suo giro, il seno, il torace, l'addome e l'attaccatura delle gambe appaiono sempre più cosparsi  di chiazze bianche di cera solidificata sulla pelle che evocano il  bagno di sperma finale in  un film porno-hard.

Dopo un grande applauso finale, anche  Anita Dark si eclissa tra le quinte. So dal programma della serata che, dopo una breve pausa, sarà la volta di Anità Blond,  per la cui performance viene predisposta sul palcoscenico una grande sagoma  di cartapesta, foggiata in  forma di mano ripiegata  a coppa. 

Ma, a questo punto, ho pensato che non c’era  nient’altro di nuovo da vedere,  mi sentivo - malgrado tutto stanco e annoiato  - e   così ho preferito abbandonare il locale e  immergermi nei viottoli maleodoranti  della città antica  per  riprendere i miei percorsi di erranza  solitaria e per  ricominciare a desiderare.

Sono uscito nel freddo della sera nel vicolo buio e desolato, i cumuli di spazzatura ammassati accanto a cassonetti stracolmi,  sorvegliati da un gatto attento e mi sono avviato senza fretta lasciandomi  alle spalle, senza più girarmi indietro,  l’insegna triste del locale a  luci rosse.

Presto, attraverso il dedalo di vicoli e di vie deserte illuminate da chiazze di luce smorta, mi sono immerso nella vita artificiale della metropoli, nel flusso inarrestabile di luci rutilanti e di passanti  casualmente aggregati in grappoli.

E, in solitudine, ho continuato a camminare a lungo  di nuovo desiderando di desiderare e poi desiderando di essere in altri  luoghi e di percorrere altre strade ancora.




Il locale Blue Moon è realmente esistente: si trova a Roma nel quartiere Esquilino (Via dei Quattro Cantoni) ed è nato come cinema a luci rosse per convertirsi successivamente in sala per spettacolini a luci rosse, dove frequentemente si esibivano stelle e stelline del cinema porno, molte delle quali a suo tempo lanciate da Riccardo Schicchi e appartenenti a quella che è stata definita la sua "scuderia", fortemente implementata con le pornodive dell'Est. All'inizio, gli spettacoli del Blue Moon andavano a ritmo continuo (ma senza le matinée), con l'alternanza di proiezioni di film porno e di esibizioni del vivo, con biglietto d'ingresso, pari a quello di una sala cinematografica. Oggi, il Blue Moon continua l asua fiorente attività, ma - in sintonia con i tempi - il costo del biglietto d'ingresso è lievitato, mentre il palinsesto è statoscremato dalla proiezione del film porno.

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Official website

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23 novembre 2012 5 23 /11 /novembre /2012 07:42

Bambole rotte, in una bottega di cianfrusaglie di Roma - Foto di Maurizio Crispi

 

Ricordo di una volta in cui mi ritrovai a vagare all'interno di una dimora lussuosa, un'abitazione ampia ed elegante, ristrutturata di recente con grande dispendio e profusione di mezzi. 

Non appena arrivato, senza porre tempo in mezzo, i miei ospiti mi trascinarono in giro a visitarla, stanza per stanza, senza tralasciare alcun angolo, nemmeno i bagni e le dispense. 
Si vedeva chiaramente che morivano dalla voglia di farlo e io li lasciai fare senza opporre resistenza.
Le stanze che si susseguivano l'una all'altra in interminabile ricorsività venivano a costituire un insieme davvero incredibile.
Una casa-museo di bambole dove tutto appariva in perfetto ordine e non un singolo oggetto era fuori posto 
La casa non pareva aver mai avuto il carattere di una dimora - le caratteristiche funzionali di un luogo fatto per le persone.
Invece, al contrario, man mano che andavo avanti e venivo assalito dal pesante impatto degli effetti scenografici museali della dimora e dal trionfo in essa dell'inanimato e dell'inorganico, mi sentivo sempre più sconcertato e in preda ad un effetto sostanzialmente malsano e di estraniamento.
Scivolando indietro nel tempo e cercando di scandagliare la memoria, sono due gli aspetti che allora - come adesso - mi colpivano di più.
Ogni cosa era collocata al suo posto, in un ordine certamente innaturale, un ordine troppo perfetto, finto, posticcio; e mancavano le tracce visibili dei suoi abitatori (le solite banali tracce: effetti personali sparsi qua e là, soprattutto negli ambienti di uso più quotidiano, libri in evidenza, giornali o riviste, indumenti abbandonati sulla spalliera di una sedia, un paio di scarpe, le ciabatte appena dissimulate sotto un comodino, una vestaglia, in altri termini di tutto ciò che rimandi ad una dimensione di sana trasandatezza).
Tutto appariva perfetto, in un'immobilità cimiteriale, mentre tutto ciò che non rispondeva a requisiti estetici o scenografici era stato evidentemente e scientemente collocato fuori dalla vista degli abitatori della casa e dei suoi occasionali visitatori, probabilmente custodito dentro ripostigli reconditi, all'interno di armadi, cassetti e scansie. 
Persino l’impatto olfattivo era asettico: dalle mura, dai mobili, dagli arredi accurati non trasudavano tracce di vita, né odori particolari che in qualche modo si potessero dire prodotti dall'interno della casa. 
Questa casa, dunque, si definiva per essere una casa senza odori, come ho appreso più tardi, nel tentativo di allargare le mie cognizioni su questo sistema di vita, un vero e proprio eco-sistema fondato su rigide regole di invisibilità delle sue presenze umane che appariva così rarefatto ed artificiale perfino successivamente, nella pur grande cucina, dotata di tutti i comfort, dove tuttavia non si cucinava mai e dove evidentemente non si consumava mai alcun pasto. 
Analogamente, i normali canali di scambio con l'esterno apparivano da tempo aboliti e quindi erano come sospese tutte le possibili interfacce tra questo spazio interno e il mondo di fuori.
Per questo motivo, le finestre erano tutte accuratamente sigillate: una volta entrati non ci si poteva più affacciare all'esterno per prendere una boccata dell'aria di fuori profumata di buone essenze resinose del bosco vicino. 
Una sottile ansia claustrofobica mi ha pervaso, quando ho cominciato a rendermi conto della programmatica preclusione rispetto a qualsiasi libero contatto con l’esterno, resa ancora più costrittiva dall'ospitalità avvolgente e aggressiva dei padroni di casa che mi impediva qualsiasi movimento autonomo.
Naturalmente, in questa scelta claustrale non vi era in apparenza alcuna motivazione fobica, ma soltanto il desiderio razionalizzante e quindi apparentemente giustificato di poter facilitare al massimo l'azione dell'impianto di aria condizionata regolata in modo da mantenere l'atmosfera interna quasi gelida e di poter proteggere gli abitatori inanimati - le bambole- dall'invasione della polvere di fuori e di ogni genere di microorganismi letali - batteri, funghi, muffe - che potessero attaccarle, danneggiandone l’integrità..
Ma l'altro elemento caratterizzante di quest’abitazione era appunto questo: dappertutto erano collocate, in ogni angolo libero, sugli armadi, sulle scaffalature, disposte come persone di piccola statura su divani e sedie, bambole, a decine, forse a centinaia, di diverse dimensioni, disposte isolatamente, oppure a grappoli, in file compatte, in gruppi folti, tutte immobili, a guardarti fissamente con i loro splendidi occhioni spalancati, abbigliate con abiti di epoche e di foggia diverse, fatti di autentici tessuti antichi, broccati, sete, un intero popolo collocato a celebrare una sorta di apoteosi della bambola.
L'effetto risultante di questo insieme e la marcata mancanza di tracce di vita era proprio raggelante, anche se nello stesso tempo questa esposizione/sfilata/collezione non poteva non suscitare un senso di meraviglia in me o in qualsiasi altro occasionale visitatore per quanto rozzo conoscitore di bambole e della loro storia. 
Vedere questa profusione di bambole mi ha trasmesso la sensazione di una realtà pietrificata, immobile, dalla quale erano banditi segni di vita (che potessero rimandare al disordine delle emozioni): le bambole erano collocate in posture immobili, alcune apparentemente naturali, magari fintamente intente ad attività quotidiane, con gli occhi eternamente aperti e fissi in avanti, a meno di pensare che, nottetempo, qualcuno non si aggiri furtivo per la casa inabitata per chiudere loro gli occhi e consentire finalmente ad esse una sorta di riposo, predisponendole al sonno.
Adesso, alla luce di queste osservazioni, mi pare di capire in una certa misura, per quanto in modo puramente esteriore, la storia del giovane Bill, invisibile abitante della casa, che  - improvvisamente ed inspiegabilmente (come sempre accade in questi casi, agli occhi dei parenti coinvolti) - è entrato in una crisi psicotica, con delle venature depressive che lo hanno portato a tentativi di suicidio, e che poi si è chiuso definitivamente in questa dimora nell'abbraccio protettivo e premuroso dei genitori, iniziando a vivere in un suo mondo chiuso e apparentemente privo di emozioni.
Così dopo il giro turistico della casa con annessi e connessi, ci siamo ritrovati ad attendere - di fatto segregati da un’offerta di ospitalità rigida e soffocante - nel salotto delle casa delle bambole per tre o quattro ore - e non siamo riusciti a capire il perché di questa attesa così lunga - a quanto pare i programmi sono diversi da quelli che ci erano stati prospettati - seduti su sedie dagli alti schienali rigidi - scomodissime per le persone, forse comode per bambole di grande formato e di manichini - e in compagnia naturalmente delle bambole che accomodate da ogni parte su divanetti e poltrone, come persone ci guardano fissamente con occhi di vetro e di smalto.
Tra i presenti si è accesa ed è andata avanti a lungo - con toni convenientemente smorzati - una conversazione, che a tratti ha assunto - soprattutto da parte di alcuni - lo stile e il timbro infuocato della predica religiosa - ora non ricordo più bene a proposito di quale argomento.
E così abbiamo atteso per ore e ore, come pietrificati, immobili, congelati, ibernati nel flusso di aria condizionata che andava a tutto volume, sorseggiando un the freddo con ghiaccio che accresceva il disagio di questa atmosfera gelida e la sensazione sgradevole di essere osservati dall’occhio insonne del popolo delle bambole.
Poi alla fine, a fatica ci siamo congedati e siamo tornati a casa, correndo lungo la highway, ma quelle bambole sono rimaste a lungo a inquietare e ad ingombrare i miei pensieri.

Questo capitolo è la rielaborazione del ricordo di una visita a certi lontani parenti americani, in occasione di uno dei miei ultimi viaggi a New York (nel novembre del 1994, in un Estate indiana inoslitamente calda). La padrona di casa si occupava (penso che se ne occupi anche adesso, anche se non ne ho più notizie del restauro di bambole antiche, aveva un negozio pieno di bambole di tutti i generi, ma la casa dove vivenao (lei, il martio e il figlio Bill) non era poi tanto dissimile da quel negozio.
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Published by Maurizio Crispi (Testo e foto) - in Passaggi. In fuga verso la fine del Millennio
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6 novembre 2012 2 06 /11 /novembre /2012 00:32

Angelo cimiteriale - Foto di Maurizio CrispiE' passato anche per quest'anno "el dia de los muertos"...

Forse, proprio nella prossimità di questa ricorrenza, è opportuno lanciare il 5° capitolo di "Passaggi. In fuga verso la fine del Millennio".
In questa ripartizione di "Passaggi" ho voluto rievocare a ritroso (andando dall'evento più recente a quello cronologicamente più antico) tre momenti forti ed intensi della mia vita, connessi a delle morti e in particolare alle atmosfere cimiteriali che a tali eventi furono collegati.

Parto dalla rievocazione del giorno in cui con la mamma (e forse c'era anche mio fratello), assieme ad altri rappresentati della famiglia Crispi, andammo per presenziare (come è prescritto) alla cosiddetta "revisione", cioè a quell'operazione triste e dolente che si fa quando - trascorsi almeno 25 anni dall'ultima inumazione in quella particolare sepoltura -  si procede ad un operazione in cui ciò che resta delle sepolture più antiche viene raccolto in piccole cassette, in modo tale da poter recuperare nuovi spazi nelle tombe di famiglia.
Segue il ricordo della inumazione di un grande uomo - per me di grande importanza - strappato prematuramente ai suoi affetti e ad una vita intellettuale molto ricca ed intensa.
Era stato il mio psicoanalista ed anche il mio maestro: e, a lui sono legato da un debito di gratitudine profonda, poiché l'analisi personale che avviai con lui (che poi si trasformò in un percorso didattico) mi aiutò ad uscire fuori da una perniciosa impasse nella mia vita. Nei miei pensieri lo considero tuttora una figura assimilabile a quella di un padre - e, forse, ancora di più. Per vicissitudini di vita e a causa dei miei turbolenti percorsi esistenziali, fatti di interruzioni repentne, di ripartenze, di cambi di rotta e di incostanze non ebbi più dei contatti significativi con lui. Morì prematuramente, in un momento della mia vita in cui avrei voluto riaprire un discorso proprio con lui che, anni prima, mi aveva aiutato e guidato. Le iniziali del suo nome e cognome, curiosamente, erano identiche a quelle di mio padre e di mio figlio, quasi a suggellare così un forte legame interiore.

L'essere presente al rituale dell'inumazione subito dopo la sua morte e il sentire dentro di me un grande vuoto, per parole che non avrebbero più potute essere dette, mi ricondussero naturalmente a rievocare il giorno dolente e triste in cui ci trovammo ad accompagnare mio padre al cimitero ed anche in questo caso si trattò di una morte prematura e traumatica per i modi in cui avvenne.
E questo è appunto il terzo mometo di questo capitolo di "Passaggi", essendo in fondo la matrice di tutte le morti che in seguito nella mia vita in maniera diversa e con differente impatto emozionale mi hanno toccato.

 

 


 

CIMITERI

 

I

La revisione

 

         

Turno esumazione - Foto di Maurizio CrispiCi  ritroviamo  assiepati in una folla piccola  ed intima  nel cimitero antico, per un operazione mesta ed inevitabile, che non può essere rimandata e che si  è resa necessaria in occasione di una nuova morte, per far posto all’estinto che si aggiunge  alla lunga  teoria  dei morti della famiglia.          

E’ la  triste operazione dello spurgo -  così si dice, a quanto pare - quell'operazione che è necessario compiere dopo  venticinque anni dalla sepoltura precedente per guadagnare nuovo spazio, quando non vi è più alcun posto libero, nella stessa sepoltura.

E  sono sempre i vivi rimasti (tutti gli "aventi diritto") che devono officiare il triste rito e darne testimonianza.

 

 

Antico cimitero  

scalinate sconnesse ad ampi  gradoni 

si inerpicano sul fianco della montagna 

fiancheggiate dal  bosso e dal  cipresso 

lapidi di pietra antica marezzate dal muschio e dal lichene 

spezzate dai vandali di passagio

lastre tombali antiche  

muri cadenti  incrinati  

invasi  da fasci di erba selvaggia

sollevati dalle radici possenti dei cipressi

cresciuti a dismisura

sino ad apparire  nobili e  vetusti di vita plurisecolare

ai piedi della chiesa   anch'essa antica  

una  sobria sepoltura 

coperta  da una lastra   di semplice pietra

color grigio-ardesia

spezzata lungo una delle diagonali

poche parole sobrie incise  sulla  dura superficie 

 

Una piccola folla si addensa su di uno dei terrazzamenti

abiti scuri

occhiali da sole a  coprire volti pallidi e facce  cupe

 

All’interno della fascia di  folla assiepata 

altri  figure in  tuta  blu da operaio

si affannano  nel loro tristo ufficio,

ma senza  alcuno  slancio empatico

solo con la fredda determinazione e  il cinismo 

di chi  esegue un compito prezzolato

 

La  lastra  scheggiata  

senza alcun contrassegno

spoglia

solo  i  nomi incisi  tempo prima

e ora semicancellati dalle intemperie e dal  muschio

viene scalzata dal suo alloggiamento

con leve d' acciaio  brunito

e quindi messa da  parte,

letteralmente buttata in un angolo

non c’ è  pietà nei gesti  dei lavoranti

di nuovo soltanto il cinico  distacco

di chi si esercita in un compito dovuto

 

Con l'ausilio di corde spesse

tirano fuori uno dopo l'altra

le  bare   consunte custodite  per   decenni

nel  buio   della  tomba

 

Il  legno infradicito  cade a pezzi

il rivestimento di zinco ridotto ad una sottile sfoglia

quasi trasparente

si polverizza al tocco della mano

 

Mucchietti di abiti scoloriti  

ormai poco più che stracci informi

cadono fuori

da  ciò che resta dei feretri

 

S'intravedono  cose che l’occhio

non vorrebbe vedere

ossa

forse una testa  scheletrita

i presenti guardano, ma sono concentrati

a mantenere  sulla scena  che scorre

inesorabile davanti a loro

un’attenzione periferica

per evitare di dovere

cogliere appieno
la violenza di questa riesumazione

e della seconda sepoltura  che ad essa seguirà

 

Poi tutti i resti vengono raccolti

in piccole cassette  metalliche

una per ciascuno dei corpi

che sino a venticinque anni prima 

erano stati  collocati nella sepoltura

piccole cassette che dopo essere state sigillate

vengono di nuovo calate nella parte più profonda della tomba

ed ecco che, alla fine, è  stato fatto  spazio

al  nuovo morto di famiglia

in attesa di sepoltura in una stanza spoglia

 

Uno dei lavoranti si avvicina al gruppetto  spaurito  

che con la  sua presenza ha  reso testimonianza

della correttezza dell’operazione

e consegnano ad uno  degli astanti  una manciata di monetine

rinvenute  all’interno di una delle casse  da morto

 

Dopo pochi istanti di raccoglimento

alla piccola folla sperduta

sotto il cielo azzurro  e lambita dalll’ombra lunga   dei cipressi

non resta che disperdersi

ciascuno diretto  verso una meta diversa

stranito

 

 

II

Muore un giusto

 

Lapidi e loculi - Foto di Maurizio CrispiQualche tempo prima, una morte improvvisa ci ha portato  in folla ad assieparci attorno al luogo prescelto per la sepoltura nello stesso cimitero aggrappato a gradoni sul fianco scosceso di un monte e la città e il mare distesi ai suoi piedi. 

Arrivando alla spicciolata nel freddo e umido giorno invernale gravato da una cortina di nere nubi basse nel cielo, ci siamo ritrovati  prima all’interno della cappella spoglia seduti sparsi sui semplici banchi di legno per la celebrazione del rito funebre e poi, dopo ci siamo spostati  all’aperto  per la cerimonia della  sepoltura.

Il luogo designato si trovava  all’ombra del muro perimetrale della chiesa antica ( quella che prima ci aveva accolto al suo interno umido e ombroso)  che - dall’alto della sua posizione -  dominando  per intero il piccolo cimitero - la parte antica e quella più moderna realizzata con criteri prosaici - spazia sulla città lontana immersa nella  caligine.

Così ci  siamo affollati  in uno spazio la cui pavimentazione è interamente costituita da antiche lapidi e lastre tombali..

All’occhio di un osservatore esterno dovevamo apparire  come una folla mesta e dolente   raccolta  per  piangere la scomparsa prematura di un uomo giusto e forte, il padre di tanti di noi, ed onorarlo.

E mentre eravamo là in attesa  apparentemente tutti raccolti, ma in realtà ciascuno isolato dagli altri, alcuni piangevano  silenziosamente,  altri sentivano il bisogno di esternare il proprio dolore, facendo con voce spezzata un ultimo tributo di parole e di affetto.

E’ così che le persone migliori, quelle più disinteressate ed oneste se ne vanno,  lasciando alle proprie spalle figli che, di rado, riescono ad essere alla loro altezza dolore, prostrazione e che, quando l'eco del dolore si é ammorbidito e spento, andando in lenta dissolvenza, trovano spazio ed energie per il dispiegarsi di lotte intestine, di gelosie ed invidie meschine, spinti dalla salvaguardia di interessi individuali e dalla bramosia del potere.

Quest’uomo - pur morto -  ingaggia  la sua ultima battaglia contro la morte che lo ha ghermito, rifiutando di lasciarsi scivolare dentro la stretta imboccatura della sua sepoltura, scendendo così sotto  terra e  costrigendo il personale addetto a lunghi  laboriosi tentativi  prima di riuscire nell’arduo compito.
Qualcuno, in modo consolatorio, di fronte a questo indugiare, ricorda la storia del mitico guerriero cinese  che  risultò essere più forte perfino della morte.
Così ci raffiguriamo quest’uomo mentre se ne va, quest’uomo di grandissima levatura morale, quest’uomo che a molti di noi ha infuso forza vitale,  determinazione,  ma anche capacità di  sopportazione di fronte alle difficoltà della vita e che ha ascoltato alcuni di noi nei momenti  più bui delle nostre vite.

 

 

III
L'inumazione

   
Loculi - Foto di Maurizio CrispiRiandando indietro negli anni, ho ricordato del tempo in cui mio padre venne sepolto.
Questo ricordo prende l’avvio dall’immagine di una folla mesta che attornia  lo stesso  spiazzale all’interno del cimitero, antico teatro della triste riesumazione avvenuta quasi un quarto di secolo dopo.
L’immagine del cimitero come emerge nel ricordo  di questo evento ormai antico è la pù vivida e dettagliata ed è adesso quasi libera­torio soffermarmi nella sua ripetizione e nella visualizzazione di elementi che, anzichè rimandare all’inquietudine della morte, sembra possano darmi soltanto sensazioni di pace e di tranquillità.
Un cimitero fatto di tombe scavate direttamente nel suolo roccioso e chiuse semplicemente da una lastra di pietra.
Tutt’attorno allo spiazzale, rivestito da una vetusta pavimen­tazione parzialmente sconnessa e quasi interamente costituita  da vecchie lastre sepolcrali  alcune delle quali non più riaperte da decenni con le incisioni e le scritture ultime in parte cancellate e rese del tutto illeggi­bili  dalla crescita di  chiazze di muschio e di  licheni, si ergono prepotenti cappelle  sepolcrali rivestite di marmi pregiati, ma  tutte  immerse come sono nella ricca vegetazione di cespugli di bosso e di alti cipressi vetusti  instillano soltanto  pensieri di solennità e di quiete.
Un giorno,  da piccolo, durante una sosta in una delle nostre interminabili passeggiate in bici,  fui condotto in questo luogo da mio padre.
Con lui alla guida, entrammo all’interno del re­cinto ombreggiato da piante già allora secolari e salimmo le  scale sconnesse proprio sino a questo spiazzale e lui,  dopo averla identificata con una certà difficoltà perchè da tempo non ci veniva in visita, mostrandomi la lastra tombale con inciso il nome di un antenato mi disse: “E’ qui che io verrò a riposare. E’ bello sapere che  potrò stare in questo luogo”.
Sono passati gli anni  e, appena un anno dopo la morte del nonno, forse troppo presto rispetto alle sue ottimistiche previsioni, adesso sta toccando proprio a lui,  a mio padre, en­trare qui nel suo riposo eterno,  esattamente nel luogo che aveva espresso nei suoi desideri.
Mi diceva sempre che sarebbe morto in tarda età come il nonno Francesco prima di lui o come suo padre, perchè gli uomini della sua stirpe avevano sempre mostrato di essere longevi.
E noi che lo abbiamo accompagnato qui senza più averlo visto da vivo dopo la sua ultima partenza e senza più poterlo vedere da morto, perchè il suo corpo martoriato ci è stato consegnato già chiuso nella sua cassa,  siamo  tutti  raccolti con il cuore dolente per darci conforto con la cerimonia che statuisce il suo ultimo viaggio.
Ma ecco che - per quanto ciò sia concepibile - la terra, la fossa spalancata,  im­provvisamente non  vogliono accoglierlo.
Invano, i necrofori si affannano a cercare di far scivolare il feretro all’interno della stretta trincea scavata la prima volta  nel secolo scorso, se non prima.
Siamo tutti in attesa trepida: con sofferenza osserviamo il susseguirsi delle diverse manovre che dovrebbero  consentire lo svincolo delle parti più sporgenti della cassa da morto.
Ma non c’è niente da fare.
Gli sforzi esibiti dagli  operai  non portano  proprio a nulla.
All’improvviso, senza alcun preannuncio,  i tentativi  vengono sospesi.
lapidi - Foto di Maurizio CrispiRimaniamo tutti in  attesa nei nostri abiti scuri o neri, con gli occhiali da sole a nascondere gli occhi prosciugati, sotto il sole  cocente  di una calda giornata  di  inizio Maggio, immersi in un mesto silenzio, interrotto soltanto dallo stormire delle foglie  mosse dalla brezza sottile  e da lievi frulli d’ali.
Vengono a dirci, dopo essersi consultati sul da farsi, che  l’inumazione dovrà essere posticipata,  per consentire l’esecuzione delle opere murarie necessarie per l’allargamento della parte in­terna della sepoltura.
E per far questo occorre tempo.
Con tristezza,  alcuni di noi si caricano il feretro sulle spalle e percorrendo all’inverso le ripide scale  dai gradini con alzate tutte diseguali, facciamo ritorno ad un’angusto locale in prossimità della  chiesa - la camera mortuaria - e qui su una stretta tavola di marmo  lo collochiamo,  coprendolo poi con i cuscini e le corone di fiori che con il loro  profuno greve e dolciastro sembrano an­ticipare in qualche modo il processo della morte e della decom­posizione.
Con infinita tristezza ci dipartiamo.
In questa piccola stanza in cui mio padre dovrà rimanere per qualche giorno, non sarà possibile alcuna veglia e nemmeno una visita.
C’è una sensazione di incompiuto in questo,  poiché il rito è rimasto  come sospeso  e  monco.
Trascorsi  alcuni  giorni,  siamo  di nuovo tutti riuniti  sullo stesso spiazzale,
a riprendere il discorso sospeso e a portare a termine il rito incompiuto.
Il feretro viene prelevato dalla sua dimora temporanea dopo essere stato liberato dei  fiori di cui è stato circondato  che, adesso vizzi, emanano un  dolore forte e pesante  di di terra umida e di foglie morte.
Di nuovo, si provvede al trasporto del feretro con attenzione e riguardo quasi a compensare l’atteggiamento sbrigativo e prosaico - quasi irriverente  - dei necrofori  che, abbigliati nei loro rozzi abiti da lavoro, mostrano di essere lì per sbrigare un lavoro per loro sol­tanto ingrato e noioso,  reso ancora più fastidioso dal sole caldo della  giornata quasi estiva.
Croci cimiteriali - Foto di Maurizio CrispiLa divaricazione estrema tra la mestizia  dei dolenti  - il dolore è un greve fardello da assumere e da portare sulle proprie spalle soprattutto quando arriva così improvviso - e non aiuta certo il cinismo dei lavoratori della morte che non hanno mai avuto, dietro le callosità mentali acquisite nel corso degli anni, le compostezze, i pudori e le deli­catezze  dei gestori delle  funeral home degli Americani.
Là, necrofori, imbalsamatori, addetti al maquillàge post-mortem,  sepultori, esperti in cremazioni  e quant’altro,sono un popolo di autentici professionisti, con tanto di licenza e di autorizza­zioni,  pieni di tatto e di premure (tutte, ovviamente, a pagamento), im­pegnati nella messa in scena del rituale della morte in modi che possano servire da consolazione ai vivi, ma anche da apparato potente di negazione del dolore, attraverso innumerevoli di infingimento e abbellimento, come ebbi modo di constatare, quando mi recai a New York in occasione della dipartita del marito di una mia zia.
Questa volta le operazioni procedono fluidamente e senza intoppi. Appare evidente che le opere murarie necessarie sono state fatte con perizia e  non c’è - come la prima volta - alcun tentativo grottesco di inserire nella cavità predisposta il feretro,  per poi constatare che qualche imprevista sporgenza ostacola la sua discesa e con il seguito di tutti i conse­guenti sforzi di superare l’ostacolo, imprimendo a detto feretro varie incli­nazioni, il tutto condito con i  commenti prosaici e irriverenti degli operai o con le loro imprecazioni appena dissimulate.

Quindi, una per una,  vengono compiute tutte le suc­cessive operazioni necessarie mentre la  piccola folla in bianco-nero - noi -   si dispone in cerchio compunto e muto.
Si levano i suoni materici del raschio della cazzuola sulla parete della caldarella per raccogliere l’ultima  manciata di impasto di  malta,  il clingore più argenteo di una vanga che batte contro una lastra tombale, qualche singhiozzo, un naso soffiato ed improvvisa­mente  liberato dall’intasamento di lacrime non piante e intanto - nello sfondo - la brezza imperturbabile fa stormire le fronde dei cipressi che da ogni parte circondano lo spiazzo in cui ha luogo l’ultimo atto di questa cerimonia funebre.

Infine, quando tutte le chiusure  sono state sigillate con la malta e la lastra antica  lineata da una lunga incrinatura e an­nerita dal tempo viene ricollocata al suo posto, alcuni vasi di piante appena verdeggianti vengono collocati ai piedi della sepoltura.
Non posso fare  a meno di osservare - ancora adesso penso a questo det­taglio con conforto -  che  il feretro è stato collocato in modo che  la testa sia orientata verso la chiesa posta un po’ più in alto quasi che in questo modo  -  come negli antichi cimi­teri  cresciuti attorno alle chiese - venisse assicurato alla parte più nobile del corpo un contatto  ideale  con il luogo sacro.
Qualcuno ha portato un mazzo di fiori  freschi e li colloca sulla lastra sbrecciata alla fine della cerimonia,  mentre altri fiori vengono posti in modesti vasi  di alluminio dipinto.
Poi,  a piccoli gruppi,  la folla si disperde e ognuno se ne va smar­rito per la propria strada,  esili figurette  che si stagliano scure nella luce abbacinante del sole di mezzogiorno.


 

 

Le foto sono di Maurizio Crispi e sono state fatte nel piccolo e raccolto cimitero adiacente alla antica Pieve della Marinasca (La Spezia)

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Published by Maurizio Crispi (Testo e foto) - in Passaggi. In fuga verso la fine del Millennio
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6 marzo 2012 2 06 /03 /marzo /2012 11:14

(Passaggi. In fuga verso la fine del Millennio. Cap. 4°) Lo scenario è un minuscolo villaggio: poche case  appena, disseminate lungo  due strade che si incrociano ad angolo retto e attorno ad una chiesa madre. 

Lungo il corso principale, nel caldo appiccicoso  del primo meriggio, non si vede in giro  una sola anima,  nemmeno un disgraziato cane randagio spelacchiato e sbilenco.

Solo un viandante incede  a fatica, barcollando sotto il peso di fardelli ingombranti.

Ogni pochi passi si ferma per riposare  e per scambiare di mano una pesante valigia.

Di tanto in tanto durante soste che si fanno più frequenti, si deterge il sudore  che imperla il suo cranio rasato a grosse gocce che,  altrimenti,  scivolerebbero  sulla fronte, sul viso e dentro gli occhi, facendoglieli bruciare.

Ogni volta fa scorrere  il palmo  della mano  sulla superficie luccicante  sotto i raggi del sole e, poi, con un gesto secco scuote la mano, facendo schizzare lontano  il bagnato che ha così raccolto.

L’uomo è solo, immerso nel silenzio.

Da come  si guarda attorno  si capisce bene  che da tempo  non ha avuto nessuno con cui parlare.

Il suo sguardo è opaco, ripiegato all’indentro.

Si sente attorno a lui  un’aura spessa  e solida di tristezza.

Non si  capisce bene verso quale luogo questo viandante così solo ed appesantito stia andando, né da dove venga.

E poi, così anacronisticamente a piedi, mentre poche macchine  rade  sfrecciano veloci accanto a lui rombando e facendolo oscillare  e barcollare  ad ogni passo, mentre cerca di mantenere l’equilibrio  compromesso dallo spostamento d’aria sulla base instabile ed incerta del ciglio eroso del nastro d’asfalto.

Improvvisamente, passando sotto un rustico porticato attraversato dai raggi obliqui del sole pomeridiano qualcosa attrae la sua attenzione: una vetrina spoglia  illuminata in pieno  e resa ancora più squallida  dalla totale assenza di decorazioni.

Soltanto la sua superficie interna è rivestita da grandi fogli di carta  scolorita  le cui giunzioni sono  rabberciate alla meglio da dozzinale tela adesiva.

All’esterno, sulla superficie nuda di vetro - ed è questo che attrae l’attenzione del viandante - campeggia un unico cartiglio realizzato  artigianalmente con strisce di nastro adesivo rosso, le lettere spigolose di dimensioni  irregolari.

"CRISPI’S BAR" recita la dicitura, mentre sullo sfondo appare il riflesso  dell’immagine del viandante, il volto stanco e sudato, gli abiti stazzonati a causa del lungo camminare.

Il viandante  appare sorpreso, esitante; il suo sguardo improvvisamente si ravviva come percorso da una scintilla; un passato lontano che sembra riemergere da una breccia  repentinamente aperta. Dopo questo guizzo, rimane a lungo a guardare perplesso,  come chiedendosi se vi sia  un significato profondo in questa scritta e  nel suo  esistere  proprio in questo luogo.

Forse, si chiede se dopo aver camminato tanto a lungo abbia un senso ritrovarsi  ad  un punto di partenza in un luogo che, riportandolo  alla memoria del nome e a un dolore sepolto  profondamente e  apparentemente dimenticato,  sembra volerlo sbeffeggiare.

Ma dopo un attimo di esitazione il viandante si scrolla le spalle e riprende il suo cammino, lo  sguardo di nuovo grigio e opaco.

Di nuovo, riprende ad andare  avanti verso una meta indecifrabile senza più girarsi indietro,   lasciandosi  dietro questa traccia,  sicuro  che anche questa flebile e casuale testimonianza  del suo passato in cui si è casualmente imbattuto per un disegno del destino scivolerà presto nell’oblio.

La reminiscenza, che era stata sul punto di affiorare, viene di nuovo inghiottita dalle sabbie del tempo.

Mentre incede con il suo passo lento e appesantito,  le spalle incurvate, allontanandosi per sempre da questo strano luogo, il viandante,  è certo del fatto che - anche se  circostanze imponderabili  dovessero portarlo  a passare di nuovo per questa strada - pur a distanza di pochi giorni appena -  nessuna traccia  troverebbe di questa scritta che è stata  determinata dalla  musica del caso  a suo beneficio soltanto, soltanto per lui, per lui unico passante tra i tanti   che si fossero ritrovati a transitare lungo quella strada. 

Il suo occhio non  scorgerebbe più nulla,  nessun rimando alla sua personale biografia, ma soltanto il nome anonimo di un locale  tra tanti altri, diversi eppure assolutamente simili.

E,  inutilmente, il suo occhio ricercherebbe  con inquietudine questa scritta o la persistenza d’una sua traccia. 

In lui rimarrebbe solo l’inquietudine di memorie sempre piu' labili ed evanescenti.

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Published by (Maurizio Crispi) Frammenti e Pensieri Sparsi - in Passaggi. In fuga verso la fine del Millennio
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23 febbraio 2012 4 23 /02 /febbraio /2012 11:39

(Da NuoveDissonanze. Il Contemporaneo nella Cultura) Tanti anni fa mi ritrovai a fare un viaggio nella ex-Jugoslavia, poco dopo la fine della guerra civile. Andavo con un gruppo di runner per partecipare ad una Mezza Maratona per la Pace che si sarebbe svolta a Sarajevo.

Viaggiammo su di un autobus scortati dalle Forze di Pace e passammo dalla costa dalmata (territorio ex-croato) alla Bosnia-Erzegovina. 

 Vedere persino nelle campagne i caseggiati distrutti o incendiati a macchia di leopardo, poiché la follia dell’odio razziale e religioso aveva colpito il vicino di casa, lasciando indenni gli edifici immediatamente accanto, abitati da “amici” dello stesso colore, fede o etnia, fu un’esperienza davvero straziante. Poi, camminando a bassa velocità, perchè le strade erano in uno stato pessimo, arrivammo a Mostar e qui facemmo una sosta un po’ più prolungata per sgranchirci le gambe.

Mostar era stata una città bellissima, celebre per le sue moschee e soprattutto per un antichissimo ponte di pietra a dorso d’asino, dalla cui sommità i ragazzi del luogo – come ad Acapulco – si tuffavano intrepidamente nel fiume sottostante per raccattare qualche spicciolo dai turisti meravigliati da tanto ardire.

Io ebbi la fortuna di vederla in un viaggio precedente, molti anni prima di questo passaggio.

Era una città di pace, quando la vidi, bella, ma piena di squisita bellezza e dignità.

Quando arrivai vidi subito che le moschee erano state distrutte dai bombardamenti e che il ponte era, del pari, crollato e provvisoriamente sositituito poco a valle da una struttura metallica.

Questa mia seconda visita alla città di Mostar fu sofferta: avevo bisogno di silenzio e solitudine, per potere ricordare come questo luogo era stato e per potere assorbire il dolore di cui tutto, persino le pietre, era impregnato (la morte, la distruzione e il sangue versato, come pure l'odio, lasciano nei luoghi una traccia profonda ed ineliminabile) e, così, mi allontanai dai miei compagni piu' ciarlieri e chiassosi per addentrarmi in una zona ex-residenziale al di là del fiume, attraversandolo su quel ponte allestito in fretta e furia (ma con il carattere di "definitivo" che spesso possiedono le cose provvisorie, laddove non ci sono le risorse e la serenità, per pensare a forme di ricostruzione che siano estetiche) e ritrovandomi in una zona abitazioni comuni, palazzine a schiera a uno-due piani, ridotte a scheletri, fantasmi dalle orbite vuote.

Senso di oppressione, grande tristezza e dolore, stati d’animo accresciuti dal fatto che, appena sceso dal pullman mi ero reso conto di essere preda dei primi sintomi di una qualche forma di dissenteria, che mi causava atroci coliche addominali.

Quello che segue è il risultato della stesura delle prime ed intense emozioni che provai in quella circostanza, con delle escursioni nel terreno della memoria e del sogno.

 

(Capitolo Terzo. Molti giorni dopo: un viaggio nella terra dei morti) Lungo una  strada desolata case sventrate mi guardano con  occhiaie vuote, attraverso una fitta cortina di alberi schiantati dalle granate e ricresciuti, nel corso delle nuove primavere dopo la guerra, in disordine con nuovi gettiti venuti  rigogliosamente fuori dalla loro base.

Buona parte della carreggiata adesso è invasa dalle fronde  di questi alberi ricresciuti in fretta e senza più alcuna cura,  come grandi cespugli  incolti, e  anche le case sventrate sono state in parte invase da piante selvatiche, da rampicanti e cespugli spinosi,  emissari di una natura offesa dallo scempio  e desiderosa di ristabilire  il suo primato. 

Dalle cupe frescure  delle case devastate, su di uno sfondo solenne di  silenzio disabitato si levano i fruscii  inquieti   di invisibili presenze e  l'insistente ticchettio dell'acqua trasudante  dalle pareti o il sibilo di getti sottili  emessi dalle tubazioni sopravvissute, ma non più a tenuta  e messe a nudo come fasci di vene  arterie e nervi in un corpo martoriato.  A parte questi  esili rumori, che evocano   desolazione e morte, e lo stormire delle fronde agitate dal vento  non si sente alcun altro suono.

 

È un odore  variegato quello che si diffonde dall'interno delle case disabitate: un sentore di panni ammuffiti e di tappezzerie marcite, mescolato a quello di feci e di urine vecchie e a quello  più dolciastro della  putrefazione ormai giunta al suo termine. 

La via  deserta  è  percorsa di tanto in tanto soltanto da grandi veicoli militari, preceduti e  accompagnati per la durata del loro passaggio da un rombo meccanico assordante, mentre con la loro massa solida di suoni e di ferraglie  si aprono un varco tra le fronde degli alberi cresciute a dismisura.

Lontano, agli angoli delle strade,  sagome minacciose di uomini in armi e tute mimetiche, di guardia. 

Vado avanti, le gambe pesanti, un passo dopo l'altro, la mente invasa da un dolore sordo, che mi fa sentire sempre più contorto e ripiegato su me stesso, i visceri aggrovigliati  in nodi  indissolubili di  paura e di sconforto.

Mentre procedo sull'asfalto più volte spezzato e bucato dalle granate, ogni tanto i miei piedi urtano - con un improvviso incespicamento - resti di manufatti umani, e in questi reperti si  percepiscono tracce di un abbandono radicale e precipitoso. A volte, invece, si sente inaspettato il limpido tintinnio metallico di bossoli ormai arrugginiti e pieni di terra che rotolano lontano, o di frammenti di acciaio forgiati dal caso in forme bizzarre dai margini frastagliati e taglienti, le schegge delle granate che diffondendosi attorno come fiori malefici hanno disseminato morte e distruzione, artigliando il terreno e tutto ciò che trovavano al loro passaggio. 

 

Raccolgo alcuni di questi reperti di archeologia della guerra, osservandoli con attenzione, e li soppeso in mano, saggiandone l’affilatezza dei bordi con i polpastrelli. Mi chiedo quante vite abbiano reciso. Eppure adesso appaiono inerti e privi di qualsiasi forza dirompente e di energia distruttiva.

Vado ancora avanti smarrito e mi affaccio sull'alta riva di un fiume che corre incassato tra  alte pareti rocciose non più attraversato da alcun ponte.

Disseminate lungo il suo corso, scorgo minuscole figure lontane adagiate sul greto di piccole spiagge di ghiaia  che si sono formate nei punti in cui la corrente verde smeraldo si rallenta  formando piccole insenature tranquille.

Ma non si odono voci né suoni di vita.

Il cielo azzurro cobalto  incombe sulla conca  circondata da  monti sassosi  e brulli al cui fondo è  acquattata la città.

Anche il cielo non è percorso da alcuna creatura vivente.

Lunghe strade diritte fiancheggiate da muri  imbiancati senza finestre  e battute dal sole implacabile di mezzogiorno. 

Piccoli caffè all'aperto, segno di una qualche rinascita e del ritorno ad una vita normale, con pochi tavoli disposti in ordine, ma nessun avventore seduto e apparentemente in attesa di improbabili clienti.

Tutto sembra sospeso in un tempo immobile.

Più avanti, percorrendo una strada stretta mi trovo a seguire una processione di alcune decine di persone, in gramaglie - le facce chiuse ed aggrondate.

Anche su di loro grava il silenzio.

Procedono affiancati, per quanto lo permetta la larghezza della via, cupi e con la testa china, preceduti da un pope barbuto che, con entrambe le mani, regge alta davanti a sé una croce.

Una folla di facce assiepate, facce chiuse scolpite in un dolore immutabile, impenetrabili.

Ognuno è solo, anche se la solitudine di ciascuno pare lenita dalla stretta vicinanza dei corpi  avvinti quasi in una intimità di branco.

Nessuno parla.

Nessun gesto di solidarietà.

Mi aggrego ai quaresimanti, pensando tra me e me che i miei occasionali compagni di strada siano impegnati in un corteo funebre, anche se non c'è  alcun feretro in vista.

Vorrei parlare, assetato come sono di sentire un suono di parole, il suono familiare di parole casuali dette ad alta voce; vorrei chiedere notizie su ciò che è accaduto in questa landa  e informazioni sulla strada che ancora mi attende, perché tutt'a un tratto mi sento preda di un profondo smarrimento, e ho l'improvvisa, folgorante consapevolezza di essere  lontano da casa e da ogni luogo che mi sia familiare.

Mi trattengo tuttavia dall'aprire bocca, perché capisco di essere straniero tra stranieri e che i miei occasionali compagni di strada non comprenderebbero le mie parole o pronuncerebbero parole che io a mia volta non potrei comprendere, pur nell'ipotesi che siano disponibili ad entrare in un qualsiasi rapporto di comunicazione con me.

 

Il tempo scorre e il corteo continua ad incedere lentamente lungo la strada imboccando traverse e diramazioni tutte eguali, mentre altri pure vestiti in gramaglie si vanno via via aggiungendo al corteo, sempre senza parlare.

E, alla fine, raccolti in processione ci affacciamo ai margini di un grande spiazzale declinante, ricoperto a perdita d’occhio di tumuli erbosi e di altri più recenti - con la terra che li riveste ancora spoglia - ognuno sovrastato da croci oppure da lapidi e stele sormontate da una mezzaluna, fittamente assiepate: alcune delle lapidi sono in marmo ancora fresco del lavoro del cavapietre altre in pietra rozzamente sgrezzata e infine quelle più povere e costruite frettolosamente o forse in mancanza  di materiali più idonei resi introvabili dall’economia di guerra ancora vigente appena abbozzate e fatte quindi con semplici tavole di legno soltanto sgrossate; la maggior parte dei tumuli più recenti sono stati adornati con piante di rose  direttamente piantate nella terra della sepoltura  e lì cresciute con vigore selvaggio. 

Davanti a me si stendono centinaia e centinaia di tumuli allineati, a perdita d’occhio che parlano di una tragedia consumata in fretta in questa paese lontano.

Mi chino ad osservare le scritture ultime, scarne ed essenziali, incise sulle lapidi  e sulle croci; e, in tutte quelle che sono nel raggio della mia vista, leggo  la registrazione di date di morte pressoché identiche per tutti: sono le sepolture di quelli che sono morti dunque nello stesso arco di tempo, giovani e meno giovani  tutti portatori di vite che sono state bruscamente interrotte, tutte nelle stesse contingenze di una guerra insensata e crudele.

Mentre il corteo continuava a procedere fino a perdersi nel mare di croci e mezzalune, di lapidi e degli altri contrassegni funerari, non posso fare altro che fermarmi ad guardare, smarrito, lo scenario che mi si para davanti, in preda ad un dolore  ancora più intenso: un desolante cimitero che reca i segni dell'abbandono e dell'incuria, pur intrinsecamente mescolati con quelli di un'intensa, frenetica, attività di costruzione frettolosa di nuove sepolture sino a tempi recenti. 

Quest’ultima visione mi ha portato a pensare all’atmosfera della Sinagoga Pinkas nel ghetto ebraico di Praga, ai suoi locali spogli e solenni, all’atmosfera  di  dolente raccoglimento percepibile mentre i visitatori in flusso continuo sfilano lungo le mura dove,  sono stati scritti  fittamente sino ad occupare tutte le  superficie, migliaia e migliaia di nomi, i nomi di sessantasettemila e più persone, tutti gli ebrei del ghetto di Praga internati dai Nazisti nei campi di concentramento, prima a Terezin e poi in altri campi, e che da questi luoghi tristi non fecero più ritorno, chi morto di stenti, di fame e di freddo, chi invece passato per il camino, chi morto per essere stato privato con l’estrema crudeltà degli aguzzini del suo patrimonio unico ed irripetibile di umanità.

Incedendo lentamente all’interno della sinagoga, pieno di dolore e con un nodo in gola, osservavo che i nomi di ciascun capofamiglia spiccavano in rosso, mentre in nero erano trascritti i nomi di tutti gli altri componenti di ciascun nucleo familiare disperso e distrutto, uomini donne bambini bambine falciati prematuramente dalla violenza  insensata e crudele di altri uomini.

Ho indugiato a leggere qualche nome, immaginando che tra i due estremi della data di nascita e della data di morte di ciascuno ci sono eventi umani unici ed irripetibili e che tutta l’umanità di cui ognuno di questi singoli individui si era trovato ad essere testimone, nel bene e nel male è stata cancellata, travolta dalla barbarie, bruciata.

Il mio cuore si è gonfiato di dolore ed io mi sono sentito travolgere dalla vergogna e dall’orrore.

 

Maurizio Crispi © riproduzione riservata

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21 febbraio 2012 2 21 /02 /febbraio /2012 11:25

(Passaggi. In fuga verso la fine del Millennio. Cap. 2° - Ombre) - Mentre continuavo ad andare, barcollando dalla fatica, nella mia mente febbricitante si sono accese le visioni.

Mi aggiravo nel dedalo buio di strade squallide di una città deserta e sprofondata in un silenzio innaturale:  se questo è  possibile immaginarlo, ­ era il silenzio d’una città ferma e morta in cui nulla, nessun macchinario,  sia più funzionante e in cui nemmeno la corrente elettrica corra più nei fili.

Nel mio cammino incerto, reso esitante di fronte a questa totale mancanza di segni di vita, nelle  mie orecchie c’era soltanto il rimbombo dei miei passi e il loro eco riverberato ossessivamente,mille e mille volte, alle pareti degli alti edifici spogli che fiancheggiavano le strade, le finestre prive di infisse a fissarmi come orbite vuote.

E,  improvvisamente, vidi che alle porte delle case si affacciavano e venivano fuori - lenti e in profondo  silenzio - uomini e donne, prima alla spicciolata, poi sempre più numerosi; e,ancora, benché la moltitudine crescesse a vista d’occhio, continuavo a non udire nessun rumore di passi quasi stessi assistendo alla marcia d’un esercito di ombre chiamate a raccolta per qualche imperscrutabile disegno.

Ciascuno di questi spettrali viandanti portava sulle braccia tese ieraticamente davanti a sé un fardello. Guardando meglio, il fagotto informe era un bambino: e tutte le età erano rappresentate, neonati, bimbi più grandicelli, ragazzini alle soglie dell'adolescenza. Dall’aspetto e dalle posture che questi fardelli mantenevano, era come se  gli esserini fossero del tutto morti anche se ancora non irrigiditi, perché nella traslazione a cui i loro corpi erano sottoposti vedevo chiaramente il ciondolio delle teste innaturalmente  reclinate e l'oscillazione di gambe e braccia cascanti verso il basso e molli come le membra di fantocci disarticolati.

Gli uomini e le donne con i loro fardelli andavano confluendo in gruppi sempre più numerosi a costituire una dolente processione - ­dolente per me che osservavo sbigottito - e procedevano in silenzio, senza dare mostra di alcuna fatica. 

E ricordai allora la mia fatica - e il mio dolore - nel trasportare verso il luogo della sua sepoltura un mio cane morto quando era ancora caldo, ma senza più tono muscolare, prima del sopravvento del rigor mortis: era tutto cedevole come un sacco pieno di materiale incoerente, tanto che era difficile tenerlo assieme compatto ed era come se sfuggisse da ogni parte e i miei sforzi nel tenerlo raccolto tra le braccia si moltiplicavano e mi rendevano esausto. 

Ma, nello stesso tempo, sempre senza produrre  alcun suono e con espressioni assenti, gli occhi persi nel vuoto, quegli uomini-ombra mi passavano accanto come automi impegnati con distacco in un compito ordinato da padroni invisibili. Sembravano non notarmi affatto,  nulla facevano  per scansarmi ed ero io che ogni volta dovevo spostarmi dalla traiettoria di questo loro movimento cieco ma sicuro, anche se immaginavo che il loro moto, avendo la qualità immateriale dell’allucinazione e del miraggio, avrebbe potuto attraversare  il mio corpo e la mia sostanza; ma forse, riflettevo io stesso ero privo di qualsiasi sostanza e non ero che ombra tra le ombre .

Contemplavo stupefatto la  moltitudine che si andava assiepando in tutti gli spazi  disponibili che si stendevano all’interno del mio campo visivo, negli  anfratti delle strade e nello slargo  più aperto della piazza dove tutte le  vie confluivano: centinaia e centinaia di  uomini e donne che continuamente rigurgitati  dai ventri  delle  case si andavano ammassando  in una folla sempre più fitta.

La folla in marcia  si  andava gonfiando  come la marea che risale impetuosa la bocca di un fiume, una moltitudine in cammino (trasognata e silente e privata pure di qualsiasi  suono  - brusio,  sporadici colpi di tosse, scalpiccio di piedi)  che, sotto la spinta esercitata da  tutti i nuovi sopraggiunti, debordava nelle strade laterali.

E, così, ognuno andava avanti con il suo carico,  indifferente e ignaro degli altri.

Poi, dopo un poco di questo andazzo, riuscivo a  vedere soltanto  migliaia e migliaia di teste brulicanti rivestire con un tappeto vivo e palpitante le strade delle città e tutte scorrere senza fretta nella stessa direzione con un flusso costante e uniforme, ognuno senza più anima, con il proprio bambino morto teso davanti a sé come ad offrirlo in un ultimo sacrificio collettivo, l'olocausto dell'anima.

Ancora,  ho visto miriadi di uomini e di donne, chiusi nella solitudine dei loro loculi, che - lontano dallo sguardo degli altri ( ma chi può più interessarsi del prossimo? ) -  con  rasoi affilati cominciavano a radersi lentamente  per una cerimonia di purificazione o per ritornare per pochi attimi ad essere di nuovo come bambini.

Dopo essersi interamente cosparsi di  schiuma da barba o di semplice saponata,  con  rasoi affilati asportavano  con cura i capelli le sopracciglia  i peli delle ascelle i peli pubici e poi anche quelli  di tutte le altri parti del corpo.  E poi, dopo aver portato a termine questa operazione, saggiavano con un lento passaggio della mano, sia a pelo che contropelo, il risultato ottenuto, verificavano se al tatto si apprezzava una sufficiente levigatezza delle superfici appena rasate. E quando invece il movimento contropelo evidenziava ancora qualche residua rasposità, allora si soffermavano a far passare ancora una volta il rasoio, vincendo il tremito della mano.

L’operazione della rasatura  è sintona con l’ usanza di certi culti iniziatici secondo la quale è  prescritto che gli officianti siano puri nel corpo e che questa purezza si possa raggiungere  liberando  il corpo dall’ingombro  di ogni pelo e di ogni capello  - peli e capelli essendo espressione di impurità. E il raggiungimento dell’obiettivo di  purificazione corporea  serve a sottolineare il raggiungimento di una condizione di purezza dello spirito che nel corpo è ospitato.

Dopo il completamento dell'operazione della rasatura, che  è  quindi un  rito di purificazione, uomini&donne rimanevano in silenzio a contemplare il risultato specchiandosi a lungo - per ore - di faccia di profilo di tre quarti, accostando il  proprio volto allo specchio appannandolo con il respiro e quasi incollandovi sopra gli occhi per esaminare scrupolosamente ogni centimetro della propria pelle nuda alla ricerca di quei pochi peli ancora sopravvissuti; con specchietti mobili forniti di manico direzionabile  esaminavano con cura gli angoli più riposti della loro pelle,  intervenendo con  un tocco del rasoio qua e là per perfezionare il risultato raggiunto;  e, infine,  ormai glabri come bambini appena nati, con la pelle liscia e pulita, andavano a distendersi su una stuoia sul pavimento nudo al centro della loro stanza spoglia, al buio, e per ore rimanevano rannicchiati in posizione fetale, immobili, in attesa di far crescere dentro di sé  la determinazione a sacrificarsi per mettere alla prova un  proprio sogno di immortalità, cospargendosi di benzina e dandosi fuoco come i bonzi o come Jan Palach, il martire di Praga; e mentre, nell’evolversi di questo sogno, il loro corpo ardeva come una torcia,  gli uomini e le donne  ponendosi come osservatori di se stessi in  punto altro, guardavano la propria anima levarsi in forma di nebbia colorata assieme  al fumo e ai vapori dal corpo immobile,  che - ormai prossimo a carbonizzarsi  - si  spacca e si raggrinzisce tra fiamme giallo-arancione, silente,   senza  che  si levino grida di lacerante dolore, e ascendere verso l’alto, come la fenice dei miti che sempre rinasce dalle proprie ceneri.

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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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