Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
25 agosto 2021 3 25 /08 /agosto /2021 07:08

Ecco cosa ho sognato l'altra notte.

Partecipavo ad un consesso di colleghi dell'azienda sanitaria e comunicavo che dovevo prendere un giorno di congedo straordinario per andare a presentare una richiesta di congedo straordinario per la partecipazione ad un corso di aggiornamento.
Farraginoso e assurdo.
Quindi, mi occorrevano: un giorno di congedo straordinario per presentare la domanda, più tre giorni di congedo straordinario per la partecipazione alcorso.
In tutto quattro giorni consecutivi.
La mia comunicazione suscitava un coro umanime di proteste.
"Crispi, sei sempre il solito!"
Mi sono svegliato stranito.
Un sogno decisamente bizzarro ed insolito.
Svegliandomi ho googlato "Maurizio Crispi psichiatra".
Poca roba, qualche riferimento a libri e a note biografiche correlate.
Il mio nome compariva anche in un elenco pubblico dell'Azienda sanitaria, al tempo in cui in ero ancora in servizio, con le indicazioni dei compensi attribuiti ai dirigenti medici.
Nel sogno compariva il mio primario del tempo, LV: era con lui che discutevo di questa mia richiesta di congedo straordinario, mentre ci spostavamo in auto da qualche parte.

_______________________________________

A Lampedusa, in occasione della prima edizione delle "Settimane psichiatriche lampedusane" (forse 1989)

Il sogno mi ha portato a ricordare una questione che riguarda il mio rapporto con il tempo, quando iniziai a lavorare presso l'Unità sanitaria locale, vincolato ad un orario di servizio.

Del lavoro avevo avuto sino a prima una concezione libertaria e dinamica. I miei modelli erano stati papà e mamma.

Papà era sempre in movimento per via del lavoro, si spostava, viaggiava, non sembrava avesse il vincolo del posto fisso, della stanza e della scrivania. Il suo vero studio professionale, quello in cui si raccoglieva a scrivere era a casa. La mamma insegnava: ovviamente, aveva il vincolo della presenza e dell'orario da rispettare. Ma la sua aveva tutta l'aria di essere una missione nobile e disinteressata. Non l'ho mai sentita lamentarsi di qualcosa. Era sempre gioiosa di fare quello che faceva.

Anche per papà, il lavoro collimava con una forte passione che sentiva dentro di sè. La sua missione era creare cultura e diffonderla attraverso la pagina scritta. Quindi eventuali vincoli, la necessità di fare turni, sbarcare il lunario, assicurare una presenza, erodere il suo tempo libero non erano cose che lo preoccupassero più di tanto.

Per entrambi, per mamma e papà, vi era una forte coincidenza tra identità, senso del Sé e attività professionale. Ed anche una forte coincidenza tra tempo per Sé e tempo lavorativo. Ma d'altronde, entrambi nati nel 1918, appartengono tutti e due alla "vecchia guardia" di quelle persone fortemente vincolate ad una etica professionale e assolutamente non scolfitta dalla Cultura del narcisimo (descritta da Chiristopher Lasch nel suo fondamentale saggio), imperante in Europa a partire dalla fine degli anni Settanta ed espressione della società affluente e del benessere.

Quando entrai in servizio, con un incarico temporaneo, nella USL (a quel tempo la 61), come esperienze lavorative avevo al mio attivo soltanto il breve periodo nell'esercito come sottotenente medico di complemento (e quel periodo lo avevo vissuto come una vacanza ed anche come una moratoria rispetto ai futuri impegni professionali) e i tirocini ospedalieri. Mi ero abituato ad un regime di grande libertà e di duttilità del mio tempo.

Quindi, quando presi servizio in USL fu un vero trauma psichico dovermi confrontare con un orario di lavoro rigido e con una serie di altre limitazioni, come ad esempio quella discendente dal dover chiedere un permesso a qualcuno in carica per andare in ferie e per assentarmi per giustificati motivi.

Sentii questo, in particolare, come un vero e proprio "furto del tempo", a cui dovevo inevitabilmente soggiacere in cambio di uno stipendio.

Questa sgradevole sensazione rimase per tutto il tempo che fui in servizio presso la USL e poi la ASL, con tutte le vicissitudini correlate. Mi sentivo limitato, in qualche modo, impossibilitato a volare libero.

E ciò, benchè mi sentissi realizzato, perchè facevo esattamente ciò che mi piaceva fare. E in questo mi sentivo, ovviamente, un fortunato.

Tuttavia trovai degli escamotage, come quello di architettare molti modi diversi per sottrarmi all'impegno temporale continuativo.

E, quindi, tutte le volte che era possibile andavo a donare il sangue (il che comportava l'intera giornata libera dal lavoro), oppure sceglievo spesso di partecipare a convegni, congressi, seminari, corsi di aggiornamento, proprio in virtù del fatto di poter usufruire dei relativi giorni di congedo straordinario, Ecco dove mi pare di ritrovare la radice del sogno raccontato sopra. Anche i giorni di ferie preferivo utilizzarli in modo spezzettato, così da avere molteplici possibilità di "fuga", anxzichè essere costretto ad un unico blocco continuativo di vacanze (che anch'esso pesava come una costrizione), tipo "ferie aziendali".

Insomma, ogni scusa era buona. Ma naturalmente compensavo questa necessità escapista con la mia dedizione al lavoro, con la passione che vi immettevo, almeno sino quando non rimasi fortemente deluso dall'organizzazione istituzionale: una disillusione che attenuò il mio slancio, di molto.

Ciò che mi fiaccava, soprattutto, era il fatto di dovermi barcamenare continuamente a gestire il rapporto con persone (colleghi) mediocri e con altri che, invece, asservivano la loro presenza in servizio ad una spietata lotta per il potere, con l'uso di mezzi il più delle volte sleali per avere la meglio e il sopravvento.

Fui contento quando maturarono per me i parametri per poter andare in pensione: soltanto allora sentii di essere ritornato ad essere il padrone del mio tempo (ma sempre in modo relativo perchè i vincoli e i lacciuoli che la vita ci pone davanti sono molteplici) e capitano della mia nave. 

 

Condividi post
Repost0
21 agosto 2021 6 21 /08 /agosto /2021 18:36
Orologi

Ho scritto di recente un what's app a mio figlio:
Qualche volta vorrei averti più vicino
Ma, d’altronde, non si può chiedere
all’arciere di tenere la freccia
che ha scoccato vicino a sè
Per sua natura la freccia
deve volare lontano

Mi sono addormentato di colpo

Quando mi sono svegliato,
potevo sentire da un'altra stanza
una musica cupa e ripetitiva,
some ominous music playing

Mi alzavo e vagavo per la grande casa vuota,
sempre con quella colonna sonora

Guardavo uno dei tanti orologi
appesi ai muri

E segnavano tutti dieci minuti alle dieci
Fuori era tutto buio
Quindi, era ancora notte
Poi, dopo aver placato l’arsura
che sentivo in bocca
con un grande bicchiere d’acqua fredda,
me tornai a letto e mi riaddormentai,
sprofondando in un sonno inquieto

E di nuovo mi svegliavo
tutto sudato stavolta,
oppresso dalla stessa musica ominosa
di prima e la bocca asciutta, allappata,
con la lingua che sembrava diventata di carta abrasiva

Di nuovo mi alzavo
dal letto che era diventato
come quello di Procruste
e giravo per la maledetta casa vuota
Andavo in bagno
bevevo a canna questa volta
per trarre sollievo

Guardavo l’ora
e il cuore mi balzava in petto
Gli orologi segnavano tutti
dieci minuti alle nove
Wow, pensavo con un senso di meraviglia,
Il tempo ha preso a scorrere all'indietro!

Di nuovo, mi addormentavo
E mi svegliavo
E guardavo l’ora
Ed erano dieci minuti alle otto di sera
con l’ultimo chiarore del giorno
che trapelava attraverso i vetri delle finestre chiuse
Ed ero ancora più meravigliato
per via di questa marcia all’indietro del tempo

Il vettore del tempo si è invertito!
mi ritrovai a pensare
Forse la freccia che ho scoccato
tanti anni fa
ritornerà da me

Ma non so se è veramente questo che vorrei

Mi sono riaddormentato ancora una volta
curioso di sapere se, al prossimo risveglio,
le lancette degli orologi avrebbero ticchettato
ancora all’indietro
Toc-tic
Toc-tic
Toc-tic

Ma, se la freccia che ho scoccato dovesse tornare a me,
anch'io dopo un altro po’ di tempo all'indietro,
dovrei sparire,

per tornare dentro l'utero di mia madre,
per poi diventare cellula appena fecondata
e poi definitivamente dissolvermi
quando le due cellule originarie
che si erano unite per darmi vita
tornassero a separarsi

La freccia deve volare libera,
non ci si può aspettare che ritorni indietro
o augurarsi che rimanga ferma,
come nel paradosso di Zenone

 

In ciò che ho scritto ci sono degli evidenti riferimenti letterari, ovviamente. In primo luogo c'è il riferimento a quella parte del poea di Hikmet in cui si parla dei figli e poi ovviamente, assieme al rimando ai paradossi di Zenone l'Eleatico, cè una citazione di uno dei capovalori di P. H.Dick che è Counterclock World, in cui si immagina un futuro distopico in cui il tempo ha preso a scorrere all'indietro, permenando in modo radicale le vite di tutti gli uomini che procedono letteralmente all'indietro, incluse tutte le funzioni fisiologiche (per esempio, ilcibo non viene più mangiato, ma viene "restituito", per dirne una.

Ma una cosa posso dire. Una volta, che un orologio cominciasse a correre all'indietro, è una cosa che mi è veramente capitata. Nella stanza in cui usavo ricevere i pazienti, tenevo su di un tavolinetto mobile accanto alla mia poltrona un piccolo orologio da tavolo a batteria, con il consueto quadrante e le lancette. Mi faceva comodo perchè ogni tanto senza dover girare la testa potevo controllare l'ora. Una volta nel pieno di una seduta mi accorsi, con grande meraviglia, che le lancette avevano preso a camminare all'indietro. Dovetti controllare due o tre volte prima di dovere accettare che era inconfutabile: le lancetta dei secondi (quella il cui movimento era più evidente) andava all'indietro e così pure quella dei minuti.

Mi chiesi, con una certa inquietudine, se non si trattasse di un fenomeno paranormale. Naturalmente pensai anche che, all'origine dell'anomalia potessero esservi delle cause naturali spiegabili, ma erano fuori dalla mia conoscenza. Provai perfino a togliere la batteria stilo e a rimetterla: per ocnstatare che il movimento delle lancette continuava imperturbato all'indietro.

Comunque, lo strano fenomeno continuò a verificarsi per giorni e giorni. Poi, da un momento all'altro, cessò e l'orologio riprese a segnare l'ora in maniera normale. Capitò un a seconda volta che le lancette di quell'orologio riprendessero a camminare all'indietro.

Condividi post
Repost0
3 agosto 2021 2 03 /08 /agosto /2021 13:35

Una nota di diario che riemerge dalle brume del tempo
Tutto ritorna

Quello che ho scritto quasi vent'anni fa è valido tuttora.
Almeno, così a me pare.

Il mito della caverna secondo Platone (La Repubblica, libro settimo)

 

In una vasta sala nel sottosuolo,
illuminata da lampade al neon,
la fredda luce che spiove dall'alto
bagna i volti
di una folla di reclusi
immobili sulle sedie,
disposte in file simmetriche,
rendendoli tutti simili a sagome senza spessore

Un flusso costante di aria fredda,
gelida,
fuoriesce
dai bocchettoni dell'impianto di condizionamento
creando l'acuto disagio
tipico d'una prigione disegnata
apposta per far star male
i coatti che la abitano

Fuori,
all'esterno, si scatena
un temporale
con pioggia battente
e rombo di tuoni,
ma nulla di questo
sommovimento naturale
trapela dentro il bunker sotterraneo
a turbare l'artificioso cerimoniale
cui uno stuolo
di uomini e donne
reclusi
è sottoposto

La cerimonia è officiata
da uomini vestiti in grigio e in nero
che si susseguono
con le orazioni
il volto grigio ed impassibile,
sorrisi finti,
portatori di maschere,
a cui preme il potere
e che, per questo, hanno venduto
l'anima loro e il tempo

Con sguardi gelidi,
il viso senza mimica,
controllano il gregge di reclusi
seduti obbedienti
ai loro piedi,
pensando di poterne essere
guardiani e padroni

Non c'è gioia nei loro occhi

Sono occhi spenti e morti,
il desiderio sfrenato di potere
li ha da tempo essiccati

Anch'io
recluso
(spero solo temporaneamente)
nello stesso bunker
pur sottoposto alla pressione
delle tristi ossessioni
degli uomini grigi
con lo sguardo morto,
mi sento libero
in spirito

La mia mente vagabonda
anela
soltanto
a possedere
una manciata di polvere di stelle

(Palermo, il 15.10.2003)

 

Condividi post
Repost0
21 luglio 2021 3 21 /07 /luglio /2021 18:11
Ritratti di famiglia (foto di Maurizio Crispi)

Sono nella casa di via Lombardia
tutto è a soqquadro, sottosopra, gli arredi spostati,
alcuni addirittura rimossi,

i quadri tutti levati dalle pareti e accatastati alla rinfusa

Idem le foto di famiglia

Ed anche alcuni ritratti

Il disordine è orribile,
così pure il senso di abbandono

Scendono i vicini del piano di sopra
e guardano incuriositi la baraonda,
le porte sono aperte eanche il pianerottolo
è invaso da oggetti di casa

io sto cercando di rimettere un po' d'ordine nel caos
e nella stanza adibita a studio
cerco di ricollocare i quadri alle pareti

Un inane tentativo, vista la portata dello scompiglio

I vicini mi chiedono di mostrare loro un'immagine di mio padre

Preso così di sorpresa,
vorrei mostrare loro un disegno a pastello
un ritratto di mio padre
realizzato da un suo compagno di sorte
negli anni di prigionia

Mi è sempre piaciuto molto
un leggero cartocino in formato
si direbbe oggi A4

Le tinte dei pastelli nel tempo
si sono un po' sbiadite,
malgrado laprotezione fornita dal vetro

Tanto mi piaceva
che dopo la morte di papà
lo feci mettere in cornice

Sollecitato dall'interesse dei vicini,
lo cerco per un bel po', senza trovarlo

E dopo aver molto scartabellato
eccolo lì ad occhieggiare
da sotto una pila di altri quadri e libri,

Lo prendo per mostrarlo ai miei visitatori
quasi con un grido di soddisfazione,
esultante

Guardo anch'io il disegno
ma non è quello che ricordavo e ritenevo di aver trovato
Sono preso da un senso di spaesamento

Questo che ho sotto gli occhi è appena un abbozzo informe
potrebbe essere qualsiasi cosa

Propongo loro altri fogli sciolti
ma tutti si presentano identici,

o meglio, sono tutti abbozzi lievemente diversi,
ma in nessuno mi pare di vere emergere
le familiari fattezze di mio padre da giovane

I vicini se ne vanno

Malgrado il disordine
le stanze hanno ora un aspetto migliore
ed anche appaiono più luminose e spaziose

Appoggiati al muro,
vedo una serie di dispositivi nuovi
per l'illuminazione e diversi lampadari,
una griglia metallica quadrata
di dimensioni smisurate
per ospitare un impianto di lampade a led
che presumo dovrà essere issata
per coprire l'intera superficie del soffitto di una stanza

Non ne so niente
Chi sta facendo tutto questo?
Un po' il pensiero che qualcuno stia cambiando
lampadari e applique
per sostituirli con qualcosa di più moderno
mi irrita profondamente
ed anche mi lascia un po' sgomento

(dissolvenza)


Piano Aci (Altavilla Milicia), il 21 luglio 2021

 

Condividi post
Repost0
14 luglio 2021 3 14 /07 /luglio /2021 09:44
Torre Salsa - Foto di Maurizio Crispi, 2016

Sono andato a Mondello, dopo molto tempo
Ho parcheggiato l'auto in una stretta strada laterale, rispetto a quella che percorre il lungomare e poi mi sono avviato a piedi verso il rinomato club nautico di cui sono tuttora socio (avendo addirittura conquistato il titolo di "benemerito" che spetta ai soci dopo cinquant'anni continuativi di affiliazione!).
Ed è lì che arrivavo dopo una lunga, piacevole, camminata.
Devo dire che, dalla morte di mamma (avvenuta nel 2010) non vado quasi più a Mondello.
E' come se non potessi andarci, come se qualcosa mi trattenesse dall'interno, frantumando anche le migliori intenzioni. Rimando, dilaziono: percorrere quegli otto chilometri di strada da casa mia sino a Mondello diventa spesso una fatica proibitiva, impensabile.
Non amo la folla, non voglio confrontarmi con le difficoltà di parcheggio, ma anche andarci a piedi o in bici  hanno il sapore di un'impresa superiore alle mie forze.
E sì che un tempo ci andavo quotidianamente, talvolta anche due volte al giorno,poichè spesso - anche d'inverno - era meta di escursioni serali con amici e fidanzate.
Oggi, invece no.
Mondello per me rimane ormai come un luogo della memoria, forse anche del sogno, ma non più posto di fruizione diretta ed immediata.
E comunque, nel mio sogno, ero là ed era proprio al circolo dove arrivavo. Entravo nell'area di pertinenza del club dal mare, cioè seguendo la spiaggia, quella via d'accesso che un tempo era difesa dal burbero Pietrino, soprattutto nel pieno della stagione estiva, quando tanti non soci (dunque "estranei", "foresti") ambivano ad arrivare al moletto del circolo per cimentarsi in fantasiosi e schiamazzanti tuffi.
Ma questa volta non c'era il Pietrino a fare la guardia (Pietrino, del resto, dopo anni di fedele servizio è morto molti, molti anni fa). Tuttavia mi veniva incontro uno del personale (che non conosco del tutto: tutti quanti, infatti, con il rinnovamento dello staff e l'immissione di leve giovani nella compagine, sono divenuti degli sconosciuti per me, come del resto io lo sono per loro).
E quel giovane zelante mi diceva che, visto che eravamo in tempi di Covid, occorreva prenotare l'accesso, visto che il numero dei soci che potevano essere contemporaneamente presenti era contingentato.
Inoltre - aggiungeva - occorreva esibire  il Green Pass dal quale risultasse che uno era "covidato o vaccinato", o - ancora - in alternativa acquistare per ogni singolo accesso un kit per l'esecuzione rapida del tampone direttamente dalla saliva. E lui, era appunto il Covid Manager della struttura [seguendo il link, puoi leggere il post relativo su questo stesso blog] , tenuto a conservare tutte le documentazioni e ad accertarsi che, in condizioni di socialità, tutto avvenga in regola e pienamente rispettoso della lettera delle norme vigenti.
Intanto, mentre il Covid Manager blaterava, osservavo che, nello spazio antistante la sede nautica, erano state disposte in file ordinate delle poltroncine bianche di plastica, opportunamente distanziate, e che i soci erano tutti seduti lì, senza fare nulla (s ene stavano a prendere il sole, forse).
Mi rendevo conto che, essendo quelle le regole e le condizioni di utilizzo delle strutture del circolo, per me non voleva la pena soffermarsi  (che noia! Che costrizione!)e mi allontanavo, ripercorrendo i miei passi. L'inserviente, tuttavia, mi inseguiva zelante e mi consegnava il kit per l'autosomministrazione del tampone rapido.  
Io dicevo: "No, grazie, non lo voglio!"
Ma quello insisteva, con un misto di servilità e di prevaricazione.
Ed io finivo con l'accettarlo.
Mi ritrovavo in seguito in un capannone adiacente e su un piano di appoggio improvvisato esaminavo il kit per capire quale fosse la procedura da seguire.
Dopodiché eseguivo secondo le istruzioni.
Risultavo negativo.
Però pensavo: "Ma che idiozia! Mi sono dimenticato di essere già vaccinato! E per giunta anche con le due rituali somministrazioni di Astrazeneca!".
Ma, in effetti, non avevo con me il Green Pass [già, devo ancora scaricarlo, seguendo le istruzioni contenute nell'SMS che mi è arrivato nel telefono un paio di giorni dopo la seconda dose].
E, quindi, autosomministrarmi il tampone poteva anche avere un senso.
Ma il fatto vero era che non avevo nessuna voglia di passare una giornata al circolo seduto su una di quelle orribile poltroncine di plastica bianche. Mi sembrava una cosa triste, stare in mezzo a tutte quelle persone che parevano imbalsamate.
Pensavo che era il caso di riprendere la via del ritorno.
E riuscivo a salire al volo un bus per ritornare al luogo dove avevo lasciato l'auto.
Viaggiavo a lungo sul mezzo di trasporto pubblico, calzando correttamente la mascherina.
Scendevo alla fermata di Piazza Leoni.
Ma qui, in un'improvvisa folgorazione, mi rendevo conto che l'auto era parcheggiata a Mondello nella viuzza.
C***o! - esclamavo, battendomi il palmo della mano sulla fronte.
Che fare?!
Forse riprendere un bus in direzione inversa.
Oppure chiedere un passaggio, ma non ad un monopattino: quei monopattini li odio!
Mi stavo predisponendo a ciò, quando passava un'auto che, subito dopo avermi superato, si fermava con gran stridore di freni.
Dentro - non alla guida, però - c'era il mio amico di lungo corso, G.
E mi davano un passaggio, forse per via dell'intercessione di G..
Ripartivamo, senza dirci una sola parola, e l'auto prendeva velocità: all'improvviso, una rondine con la sua livrea bianco-nera si schiantava sul parabrezza sul quale rimanevano tracce organiche, forse anche chiazze di sangue, mentre l'armaluzzu era scivolato via chi sa dove.
Ma nessun danno all'auto. Il materiale del parabrezza aveva resistito fieramente all'impatto, senza nemmeno incrinarsi.
Poi di nuovo - e l'auto andava ad una velocità sostenuta - un'altra rondine, intercettata in una delle sue pazze traiettorie, sbatteva sull'auto.
Un forte schianto, di nuovo tracce organiche sporcavano il parabrezza, che questa volta era lievemente incrinato, con una raggiera di piccole crepe radiali rispetto al punto dell'impatto.
Il guidatore prorompeva in una pazza risata, dopo aver esalato un forte grido di giubilo, mentre i suoi occhi si dilatavano al punto da apparire pronti a schizzare fuori dalle orbite: e accelerava ancora di più: sembrava ai miei occhi che avesse quasi goduto in modo adrenalinico di questi due crash e che desiderasse che se ne verificassero altri, la bramosia di altre prede, di altre vittime, di altri schianti.
Il suo sguardo allucinato, il modo in cui stringeva il volante sino a farsi diventare bianche le nocche delle mani, denunciavano in lui una forte attivazione, un'insana eccitazione.
Una follia, davvero.
Mi preoccupavo ("Ma in quali mani mi sono messo?" - pensavo) e mi chiedevo se, alla fine, saremmo riusciti ad arrivare sani e salvi.

(Dissolvenza)

 

14 luglio 2021

 

 

Condividi post
Repost0
9 luglio 2021 5 09 /07 /luglio /2021 06:36
Un viaggio per mare (foto di Maurizio Crispi, 2012)

Ancora una volta ho sognato
Questa volta è stato un sogno di avventura

Ero in un piccolo porto
piccolo, ma davvero piccolo
eppure al suo interno ci stava ormeggiata una nave gigantesca
dalla chiglia d'argento
Non era assicurata bene alle bitte
tanto che si spostava in continuazione, mettendo a repentaglio la sua fiancata
quella aderente al molo,
ma anche venendo a urtare con il bulbo di prora sul cemento e le grosse pietre squadrate,
Vedevo anche la mia auto anfibia pure ormeggiata alla banchina
e mi preoccupavo dei danni che ne avrebbe potuto ricevere

a causa del continuooscillare dell'enorme bastimento
Mi soprendevo anche nel constatare che la mia auto fosse divenuta un mezzo anfibio

Mi chiedevo come e quando questa trasformazione fosse avvenuta
E chi ero io, d'altra parte?
Non è che mi fossi trasformato io stesso in qualcosa di diverso
senza averne acuna consapevolezza?
Parlavo con qualcuno, forse il comandante della nave
o forse la massima autorità portuale presente al momento
Esponevo il problema,
quello dei movimenti fuori controllo del cargo
Poi mi tuffavo (con gioia)
e mi accorgevo che il livello del mare si era abbassato di molto
lasciando emergere gli scogli sommersi
con tutta loro fiorente vegetazione
l'acqua era limpida e trasparente
si vedevano i pesci numerosi e di specie diverse
navigare pigramente alla ricerca di cibo,
A completare il quadro, mi accorgevo anche di una piccola foca che inscenava uno spettacolo di immersioni, emersioni ed evoluzioni a beneficio dei molti bambini che, con grida di gioia, si tuffavano e nuotavano spensierati mentre la fochina volteggiava acrobaticamente in mezzo a loro
Il comandante (di qualsiasi cosa fosse al comando) mi portava in giro e andavamo, lasciandoci il problema alle spalle, compreso quello dell'abbassamento di livello dell'acqua, che presto avrebbe portato la grossa nave ad incagliarsi.
Soprattutto teneva a farmi visitare una struttura in cemento armato: una specie di bunker con delle strette feritoie; e mi spiegava che si trattava di un nido per mitragliatrici pesanti, costruito al tempo della guerra per difendere il porto dalle incursioni nemiche.

Dissolvenza

 

(Palermo, il 9 luglio 2021)

Condividi post
Repost0
4 luglio 2021 7 04 /07 /luglio /2021 07:39
Il cratere Silvestri sull'Etna (fonte internet)

Cammino per una via
e vedo, seduto al tavolo di un bar, all'aperto,
il mio amico di vecchia data e compagno di scuola da sempre,
Augusto
E' seduto in compagnia d'uno psicologo,
anche lui una mia vecchia conoscenza,
ma degli anni lavorativi che mi son lasciato alle spalle,
una presenza grifagna ed inquietante,
costui è da anni che non lo vedo,
con mio beneficio
Vorrei evitare l'incontro, ma lui mi scorge incedere
e già si alza dalla sedia per salutarmi,
sempre con quella sua aria arcigna
e un po' da menagramo paranoico e sospettoso del mondo intero
Augusto, invece, rimane seduto,
tranquillo e sereno
Saluto, obtorto collo, anche il Grifagno,
e la mia attenzione si rivolge all'Augusto
Mi chiedo cosa ci faccia quest'ultimo
in una simile, improbabile, compagnia
Parliamo del più meno
mi dico stupito di averlo incontrato,
non pensavo che sarebbe tornato a Palermo a breve tempo
Lo invito a pranzare da me, sempre che non debba ripartire subito
Lui accetta con entusiasmo ed io son contento,

Così leviamo l'incomodo e ci lasciamo il Grifagno alle spalle,
di colpo cancellato dalla scena
come un personaggio scomodo in un romanzo d'appendice
,

Con il mio amico, siamo a casa mia e dovremmo appunto pranzare
ma il tavolo è mobile,
non riusciamo a trovargli un'adeguata collocazione
che renda confortevole il nostro desinare
Il desco rimane sempre tutto sbilenco ed asimmetrico
rispetto alle linee della stanza,
(odio le asimmetrie negli arredi
vorrei vedere solo linee dritte,
tendo ad applicare sempre dei correttivi
le linee sbilenche, in genere, mi danno fastidio
come quando mi ritrovo a guardare una foto
in cui la linea dell'orizzonte sia inclinata)
Anche se a fatica, io e il mio amico Augusto
riusciamo a pranzare, comunque
e a fare un po' di conversazione

Poi la scena si sposta in una scuola d'infanzia
In un locale ampio e luminoso, ci sono i bimbi, le animatrici e le maestre,
molto movimento e tanto colore,
luce ed aria che entrano a fiotti da ampi finestroni
e che, con la colonna sonora di grida gioiose e di risate,
danno un senso di libertà
fuori si intravede un paesaggio selvaggio e montagnoso
e, in particolare una montagna brulla di aspre rocce marroni,
che domina una fitta foresta tropicale
I bambini giocano in vari modi
ma la loro attenzione è focalizzata
su di un tavolo magico, a scomparsa:
nel senso che chiunque vi salga, dopo un attimo, scompare
come inghiottito dallo stesso tavolo
che dunque appare essere
uno strumento di scena del grande escapista Houdini
In realtà, sul piano del tavolo, vi è una botola
che da accesso al pianale d'un montacarichi
che porta al piano di sotto
(come nel caso del collegamento tra il piano delle cucine e la tavola dei banchetti
nella nostra Palazzina Cinese di Palermo)
Una delle maestre con molta riluttanza si presta al gioco
sale sul tavolo e, dopo un attimo,
PLUFF! ... semplicemente scompare
tra i gridolini di gioia e di sorpresa dei bimbi assiepati attorno

Io per un po' guardo il gioco e sorrido tra me e me
poi lancio un'occhiata fuori dal finestrone
e mi accorgo con sgomento che la montagna impervia
svettante sulla fitta vegetazione
sta eruttando una colonna di fumo nero ribollente,
alla cui base, si vedono baluginare inquietanti bagliori rossastri
mentre lapilli fumanti prendono a solcare il cielo

Grido un allarme:
"C'è un eruzione in corso! Dobbiamo metterci in salvo il più presto possibile!".
ma il mio avviso concitato passa inascoltato, nessun si muove
Tutti rimangono come incollati nelle loro posizioni,
e continuano imperterriti nei loro giochi,
indifferenti a tutto il resto
Io penso che saremo presto travolti
da una terribile colata lavica
oppure da una pioggia nera di cenere e lapilli
e che non avremo scampo
Ma sì, in fondo cosa importa.
E' il nostro momento, probabilmente...

Sono preoccupato
Improvvisamente,
vedo un tremestio nella fitta vegetazione
che separa la fabbrica della scuola dalla montagna che sta esplodendo,
come se un gigante si facesse strada a forza nella foresta,
tutto abbattendo davanti a sé
Strabuzzo gli occhi, il cuore in gola, a mille,
e capisco, in un'attonita folgorazione,
che il rimescolio, accompagnato da inquietanti schianti,
altro non è che la tumultuosa avanzata di pietre, roccia e lava
verso di noi

Grido ancora e, sbracciandomi, sollecito tutti a mettersi in salvo
ma non ho idea se ce la potremo mai fare
ad uscire incolumi da quest'incubo

[Dissolvenza]

 

Palermo, il 4 luglio 2021

 

Condividi post
Repost0
29 giugno 2021 2 29 /06 /giugno /2021 06:43
Villa Piccolo di Calanovella - Foto di Maurizio Crispi - 2011

Sogno che devo andare ad una festa
In realtà, c'è un programma molto elaborato, io devo accompagnare qualcuno da qualche parte. E mi offro di farlo, così, al passaggio - o al ritorno, ora non so - potrò passare dal luogo dove si svolge questo evento festaiolo. Cosa che è, poi, il mio obiettivo primario.
E adesso sono lì. Noto che c'è molta confusione. Ma, del resto, che festa sarebbe senza confusione?

E' che, dall'inizio della pandemia, all'atmosfera delle feste mi sono disabituato. Anche se si potrebbe dire pure  - e forse questo è  più credibile - che, in generale, l'atmosfera delle feste non mi è mai piaciuta.

Andando in giro, noto che c'è una grande polla d'acqua fresca, abbastanza grande per starci tutti seduti dentro o immergercisi dentro totalmente, se ci si corica, lasciando fuori soltantaìo la testa.

C'è un punto, però, in cui la polla si approfonda maggiormente, ci sono spruzzi e correnti di bollicine, come se fosse una gigantesca iacuzzi.

Ci sono molti dentro la vasca, altri se ne stanno fuori, chi seduto sul bordo, chi in piedi, a formare piccoli capanelli e gruppi di leziosa conversazione..
Uomini e donne.
Tutti in costume adamitico, con naturalezza e senza alcun pudore.
Donne dai seni opulenti, altre con la fica depilata, alcune con il piercing sull'ombelico e sulle grandi labbra.
Mi immergo voluttuosamente nella vasca e scendo giù in apnea.
C'è un corpo femminile accanto al mio e mi sposto fino ad avere - sempre sott'acqua le mia labbra a contatto con la sua fica, che - per quanto in apnea -  comincioa leccare: la sensazione che ne traggo è dolcissima. Indugio a lungo, girando attorno alle sue labbra, poi penetrando in profondità.
Pur immerso nella 'acqua riesco ad avvertire la fragranza e il sapore di quel frutto che sono sublimi: si tratta per me di qualcosa da tempo dimenticata. Ed è come ritornare a casa.
Continuo a leccare e a succhiare incurante del fatto di essere a corto di respiro. Anzi, l'essere in una condizione di leggere asfissia rende ancora più sublime questo momento che vorrei prolungare all'infinito.
Resisto sinchè posso ma poi riemergo a prendere una boccata d'aria e quindi di nuovo giù.
Ma questa volta la fica che mi si presenta è quella di una donna diversa: è una fica depilata e fglabra, ed anche questa prendo a leccarla con rinnovato vigore e volutà, abbeverandomi dei suoi succhi.
Poi, di colpo, devo smettere. La realtà mi chiama, con le sue incombenze.
Adiòs

Adiós muchachos, compañeros de mi vida!

... e dissolvenza.

(22 giugno 2021)

Condividi post
Repost0
2 giugno 2021 3 02 /06 /giugno /2021 16:29
Otto ore di Capraia (forse 2003)

Ho sognato che correvo una maratona
Ed era la Maratona di New York
Riconoscevo alcuni luoghi dai quali ero già passato innumerevoli volte, in precedenti occasioni.
Era la Maratona della Grande Mela, ma nello stesso tempo non lo era. Familiare e, nello stesso tempo, estranea e sconosciuta.
Correvo e correvo e correvo.
Ad un certo punto sentivo che le gambe mi si facevano pesanti.
Era da molto che non correvo una maratona.
Eppure, per quanto rattrappito e piegato su me stesso riuscivo ad andare avanti.
Al passaggio da un posto di ristoro, mi porgevano un sacchetto di carta pieno di vettovaglie.
Ci frugavo dentro e trovavo un succo di frutta in tetrapak ed anche una formella di cacio che sembrava molto appetitosa.
Un podista rimasto senza rifornimento mi si affiancava ed allungava la sua mano rapace dentro il mio sacchetto, tentando di arraffare la formagella.
Io lo stoppavo con un moto di stizza.
"Smettila!" gli dicevo.
Un vero e proprio parassita.
Quello mi guardava e rideva.
Allungava di nuovo la mano e metteva dentro il mio sacchetto la sua spazzatura.
"Ma sei proprio un puzzone!" così lo interpellavo, riesumando un modo di re di mia madre, quando io facevo una qualche monelleria.
Correvo a piedi nudi.
Sentivo sotto le piante dei piedi le asperità dell'asfalto, ma di questo intimamente gioivo.
Mi sentivo come l'uomo chiamato cavallo del film, costretto a correre nudo e scalzo per salvarsi la vita.
Nel mentre arrivavo ad un nuovo posto di ristoro.
Qui c'erano dei nebulizzatori d'acqua per rinfrancare i podisti dalla calura, ma anche - a parte - degli spessi tappeti di ghiaccio triturato,  in modo tale da consentire ai piedi infiammati dei podisti di trarne beneficio e lenimento.
Io rifuggivo dall'acqua nebulizzata ed invece passavo dal tappeto di ghiaccio, che a me risultava altamente "balsamico", visto che stavo correndo scalzo.
Dovevo affrontare una lunga salita ed ero sopraffatto da onde di sconforto, perché il mio corpo reagiva a fatica e mi sentivo tutto un fascio di dolore e intorpidito.
Eppure, andavo avanti a passetti piccoli, uno dietro all'altro, testa china e occhi rivolti a terra, come un asino bendato costretto a far girare la macina.
Ad un altro posto di ristoro mi davano una carrozzella a ruote per disabili, di foggia antica: schienale alto, grandi ruote posteriori, ruote anteriori pure piuttosto grandi, una larga predella per poggiare i piedi.
Mi ci si sedevo per avere un po' di conforto.
Nel frattempo la strada cominciava ad avere una certa pendenza a me favorevole e con il carrozzino acquistavo velocità per un largo stradone di cui non si vedeva la fine.
E di nuovo quel podista stizzoso di prima me lo ritrovavo sulla predella delmio mezzo di fortuna.
Se ne stava dritto in piedi come un fuso, i capelli scompigliati dal vento della corsa. Mi guardava e rideva beffardo.
"Scendi, scendi!" gli gridavo "Ma sei proprio un bel tipo! Approfittatore!"
La carrozzina prendeva velocità sempre di più e cercavo di frenare afferrando gli anelli delle ruote per contrastare la loro vorticosa rotazione
Ma senza molto successo, in verità: ad una leggera curva non riuscivo a mantenere in assetto la carrozzina e mi ribaltavo, ma senza danni, per fortuna.
Riprendevo a correre rinfrancato e mi sembrava di intravedere i ponti di Harlem.
Cominciavo a pensare, con molta concretezza: "Ce l'ho fatta! Fra poco entrerò a Central Park".
Central Park era una metà ormai vicina, non più irraggiungibile, come mi ero sentito qualche chilometro prima. E si accresceva l'effetto narcotizzante delle due ali di folla incitante.
Dopo tanti anni di non partecipazione alla Maratona di New York stavo per farcela di nuovo!
Anticipando la gioia dell'arrivo mi mettevo a piangere, squassato dall'emozione. Calde lacrime copiose scendevano sulle mie guance,
aggiungendosi al sudore che già impregnava la mia T-shirt

Lacrime sudore e sangue
Lacrime sudore e sangue
ma anche gioia ed emozione

Condividi post
Repost0
28 maggio 2021 5 28 /05 /maggio /2021 16:22
Locale predisposto per una riunione condominiale , marzo 2021 (foto di Maurizio Crispi)

Ho sognato
Camminavo
Camminavo in una valle arida e desolata, piena di polveri e di miasmi: più che un luogo disegnato dalla natura, pareva una infossatura, simile ad una vallata - o meglio un avvallamento - che interrompeva la piatta distesa di un'infinita distesa di rifiuti solidi, interpunta da pozze di liquami fetidi e maleolenti, scintillanti sotto i raggi di un sole implacabile e fumanti.
Dopo aver compiuto questa lunga traversata, mi ritrovavo in una camera che mi risultava familiare nell'aspetto, ma in rovina, polverosa e puzzolente, con l'aria pesante, poiché le finestre erano state per lungo tempo rinserrate.
Uno che era stato mio silenzioso compagno di viaggio si muoveva in giro per aprire le finestre e per cercare di rendere l'aria più respirabile. Nello scostare i pesanti tendaggi i cui colori e disegni originali erano soltanto un'ombra, del tutto stinti ormai, questi si sbriciolavano e cadevano a pezzi. E ciò accresceva la sensazione di disperazione e di mancanza di speranza.
Il mio silenzioso compagno di viaggio, addirittura, per arieggiare meglio levava gli infissi della finestra e li appoggiava al muro.
Ma non c'era niente da fare, quella non era più casa: era solo una stamberga, un catoio degradato: nulla di ciò che era stata un tempo poteva essere salvato. Nulla poteva tornare a rivivere come prima.

[stacco]

In un momento successivo, mi ritrovavo in un hub vaccinale.
Tutt'attorno stesso spettacolo di desolazione di prima, come se fossi nel bel mezzo di una città devastata da una catastrofe o da un evento apocalittico di inimmaginabili proporzioni.
E dovevo fare due cose urgenti.
Ricevevo dal mio medico curante una serie di schede e di vaccini: zaino in spalla, dovevo andare in giro a fare delle vaccinazioni domiciliari.
L'altro motivo per cui mi ritrovavo nel centro vaccinale era che io stesso dovevo sottopormi alla vaccinazione di richiamo.
Mi presentavo allo sportellino blindato e dicevo, parlando attraverso una stretta fessura, che ero lì per questo.
Dall'interno, l'addetto alla reception mi chiedeva il documento attestante la precedente somministrazione e le schede già compilate.
Mi accorgevo con imbarazzo e fastidio che non avevo nulla con me.
Andavo a rovistare nel mio zaino che avevo lasciato da parte. Guardavo dovunque, tasche e tasconi compresi nella mia meticolosa ricerca, e niente! Non avevo con me nessuno dei documenti richiesti.
Tornavo allo sportello e, pieno di frustrazione, riferivo all'impiegato della mia ricerca infruttuosa.
Lui a questo punto mi chiedeva se avessi il codice che mi era stato attribuito, al momento della prima vaccinazione, come fosse il numero che veniva impresso, in forma di tatuaggio, sulla superficie anteriore dell'avambraccio dei deportati nei campi di concentramento.
E, sì, tornavo a rovistare nello zaino e vi trovavo un talloncino autoadesivo, con un codice a barre e sotto di esso, anche un codice numerico.
Mostravo il talloncino all'impiegato che a questo punto annuì: "Vediamo cosa posso fare!" per poi andarsene, ciabattando abbuttato, in un'altra stanza, probabilmente a rovistare in uno schedario.
Wow! L'Uomo dell'Hub ha detto yes!, pensavo tra me e me, sollevato e giulivo.
Rimanevo in attesa, ma - nello stesso tempo - respiravo di sollievo, perché così avrei potuto completare la mia vaccinazione e svolgere la mia attività di vaccinatore itinerante, senza che le dosi di vaccino che mi erano state affidate andassero a male.

Inaugurazione dell'Hub vaccinale di Cinecittà (da internet)

 


Dissolvenza

Chi sa perchè si parla di "Hub" vaccinali, e non di "centri" vaccinali? Cosa è mai questa anglofonia ridicola da parte di persone - come siamo mediamente noi italiani - che per lo più non hanno molta propensione a parlare le lingue straniere? E invece abbiamo espressioni come hub vaccinale, oppure road map delle vaccinazioni e altre espressione che invadono i comunicati e che diventano come un'epidemia. Già l'infodemia è anche questo. L'uso a tempesta di determinate parole, senza in alcun modo chiedersi il perchè e il per come. Come, ad esempio, l'altro tormentone che à la "bomba d'acqua" per indicare un piovasco improvviso e violento.

Molti non sanno che "hub" può avere questi significati, limitandosi a ripetere pappagalescamente la parola:

  1. In una rete informatica, dispositivo che collega i vari clienti al server, raccogliendo i cavi provenienti dai diversi computer.
  2. Aeroporto internazionale di transito, cui fanno capo numerose rotte aeree e che raccoglie la maggior parte del traffico di un dato paese.

La parola "hub" peraltro entra in alcune parole composte come, ad esempio, "wheel hub" che è l'espressione equivalente in Inglese del nostro termine "mozzo della ruota".
L'immagine del mozzo della ruota estende i possibili significati della parola "hub", al di là dei riferimenti informatici, poichè starebbe ad indicare il punto in cui tutti i raggi convergono: e dunque potrebbe diventare illuogo di convergenza di attività di vario tipo, un nodo, un punto focale.
Per noi che siamo Italiani, tuttavia a ben vedere, la semplice parola "centro" per dire "Centro vaccinale" rimane molto più azzeccata e pertinente.

Condividi post
Repost0

Mi Presento

  • : Frammenti e pensieri sparsi
  • : Una raccolta di recensioni cinematografiche, di approfondimenti sulle letture fatte, note diaristiche e sogni, reportage e viaggi
  • Contatti

Profilo

  • Frammenti e Pensieri Sparsi

Testo Libero

Ricerca

Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


frammenti-e-pensieri-sparsi.over-blog.it-Google pagerank and Worth