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14 maggio 2017 7 14 /05 /maggio /2017 09:31

Hedith de la Héronnière. Dal vulcano al caos. Diario siciliano, L'Ippocampo, 2013Assolutamente da leggere il denso volumetto della scrittirice francese, di antiche origini normanne, Edith de la Héronnière, Dal Vulcano al caos. Diario siciliano (L'Ippocampo, 2013): è indubbiamente indirizzato a chi ama la Sicilia (o vorrebbe amarla di più, dopo il primo colpo di fulmine) e vuole conoscerla più a fondo. Una conoscenza non banale che, tuttavia, non potrà mai giungere al nucleo più intimo e profondo di essa, perché la possibilità di un'esplorazione davvero definitiva rimane pur sempre elusiva. Come più volte mostra l'autrice, la Sicilia si concede e si nega allo stesso tempo.
La pagine della saggista sono diario spirituale di viaggio intenso e vibrante, un viaggio dentro la sua interiorità in primo luogo, poiché il confronto con i luoghi della Sicilia fa da catalizzatore nell'attivare vibrazioni interiori. I luoghi e il loro scorrere sono un pretesto in realtà, come accade in tutti i viaggi che non sono semplicemente fatti con motivazioni di turismo vacanziero usa e getta e che siano un mix assolutamente imprevedibile di solitudine e di incontri con altre solitudini.
Ma é anche un'Indagine filosofica sul senso ultimo del viaggio, in compagnia di una folla di letterati che hanno preceduto l'autrice (letterati stranieri in viaggio in queste terre), ma anche autori della Sicilianità, come Pirandello, Leonardo Sciascia, Gesualdo Bufalino o la vivente Maria Attanasio, ma anche di pittori, come Nicolas de Stael, un cui quadro di ispirazione siciliana, arrichisce la copertina, oltre che di una serie di altri anonimi eppure indimenticabili personaggi, di cui il suo viaggiare è gremito.
Ed è, infine, viaggio sprituale, poichè la ragione del suo primo viaggio è in occasione della morte in terra in terra di Sicilia di un suo amico, mentre il sencondo viaggio a distanza di un anno è per recarsi in dolente visita alla sepoltura dello stesso, per verificare se la lapide sia stata alla fine predisposta e collocata secondo le sue ultime volontà.
E' uno di quei libri che bisognerebbe portare sempre con sé negli spostamenti in Sicilia, da leggere e da meditare di continuo.

Per me é stata una lettura che ho davvero amato, come mi era capitato nell'immersione in un precedente volume della stessa Autrice che, in esso dal titolo "La Ballata dei Pellegrini", racconta di un suo pellegrinaggio a Santiago de Compostela.

(dalle soglie del testo) "Perché la Sicilia? Nel suo nome vedo un verde tenero, semplice, che ricopre il suolo con una grande carezza piena di consolazione. Vedo anche del nero: un richiamo verso la terra e le viscere del mondo".
Con Édith de la Héronnière, il viaggio si fa racconto e le parole servono a rintracciare il senso della propria esistenza, come se alcuni luoghi avessero un potere taumaturgico.
"Dal vulcano al caos" evoca il rapporto addolorato e passionale della scrittrice normanna con la Sicilia, sulle tracce spirituali dell'amico scomparso, il grande fotografo
Arturo Patten.

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29 aprile 2017 6 29 /04 /aprile /2017 07:51

Giulio Querini, Sotto il Cielo del Madagascar, Fazi Editore, 2015Sotto il cielo del Madagascar, scritto da Giulio Querini (Fazi Editore, collana Le Strade, 2015) é un romanzo che ho ritrovato a casa di recente nel coso di una riorgaanizzazione di alcuni dei miei libri e che ho letto con interesse, non ricordando assolutamente (nemmeno la più pallida idea) cosa mi avesse spinto, a suo tempo, ad acquistare questo volume.
Forse, fu l'ambientazione esotica (e il desiderio di fare in qualche misura un viaggio in Madagascar), o forse fu l'immagine di copertina con quegli alberi che sembrano un po' sculture a carpire la mia attenzione e la mia curiosità.
E' la storia di Padre Saverio, gesuita, che si reca missionario in Madagascar con l'obiettivo di portare il Verbo ed evangelizzare le persone che gli verranno affidate. Ma, giunto a destinazione, si rende conto di trovarsi a confronto con una cultura impenetrabile e che ciò che lui potrà dire o fare saranno del tutto irrilevanti rispetto agli effettivi bisogni della gente e al modo locale di vedere le cose e affrontare la vita.
L'incontro con una giovane malgascia, Anita, lo destabilizza ulteriormente rispetto alle sue convinzioni di partenza, quelle che sono nate dall'incontro tra una "vocazione" e uno specifico "indottrinamento".
Tra l'altro, rimane perdente nel confronto con il "Maestro", una figura di "guru" e di "santone" dalla predicazione enigmatica e ineffabile, di cui molti dei Malgasci che incontra sono seguaci e che sembra possedere il dono dell'ubiquità.
Padre Saverio, come segno evidente d'una resa totale che pervade la sua mente, come il suo corpo, si ammala di malaria e deperisce rapidamente, con la sensazione di avere totalmente fallito nella sua missione e di aver anche mancato i suoi obiettivi esistenziali.
Ma ciò nonostante rifiuta di fare ritorno per farsi curare e così muore in una terra lontana le cui verità e i cui misteri gli sono rimasti del tutto preclusi.
Il romanzo, fondato su esperienze di vita dell'Autore medesimo, che ha insegnato in varie Università del Madagascar, a parte il taglio fideistico (per quanto problematizzante), contiene una riflessione più generale sul fatto che gli Occidentali che intervengono nei paesi dell'Africa pensando di portare la luce della civiltà, in realtà mancano clamorosamente il loro bersaglio, poiché costruiscono luoghi di culto e palazzi che rimarranno sostanzialmente lontani dalle vere esigenze della popolazione di paesi che hanno soltanto la necessità di essere facilitati nel trovare una propria via che, non necessariamente, coincide con la visione europacentrica del mondo profondamente intrisa di "occidentalismo" (secondo lo sguardo altro) che, dietro maschere e orpelli, vuole soltanto indottrinare per dominare e sottomettere, creando falsi bisogni, sostanzialmente vuoti.

(dal risguardo di copertina) I rocciosi altipiani, le lussureggianti foreste, le strade piene di colori e brulicanti di vita del Madagascar sono lo scenario di una tormentata storia di amore, fede e passione.
Padre Saverio, gesuita, oltre a essere impegnato nell’evangelizzazione dei poveri, insegna economia all’università di Antananarivo.
Ingenuo ed entusiasta, sia come prete che come economista deve ben presto fare i conti con un groviglio di ostilità e incomprensioni. Trasferito a Tuléar, una remota cittadina del Sud che l’isolamento ha preservato dai vizi dell’incombente modernità, subisce il fascino dell’ambiente esotico e della profonda religiosità della popolazione.
Nel colorato mercato della cittadina, Saverio incontra una giovane malgascia, Anita, venditrice di mandarini: la sua primitiva innocenza seduce il gesuita, che non riesce tuttavia a comprendere i motivi che la rendono succube di un misterioso Maestro – un moderno sciamano – abile nell’incantare i suoi proseliti con guarigioni e miracoli.
La ricerca dell’ineffabile Maestro diviene per padre Saverio un’ossessione: i tentativi di svelare la sua vera identità e le ragioni del suo travolgente proselitismo si concluderanno con uno scontro dall’esito imprevedibile. Giulio Querini, con uno stile nitido ed essenziale, ci racconta una storia con l’esperienza di chi ha contemplato per decenni le sfumature del cielo del Madagascar.
Sull'autore. Giulio Querini, professore ordinario di economia all’Università di Roma La Sapienza, autore di numerosi saggi economici, ha insegnato economia politica in varie università del Madagascar. Per Fazi ha pubblicato nel 2004 il romanzo L’isola e il vento.

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7 aprile 2017 5 07 /04 /aprile /2017 11:36
La Grotta di Carburangeli. Un sito di grande interesse e accuratamente gestito

Il 2 aprile 2017, siamo andati in visita in un sito, ubicato nell'area di Villagrazia di Carini (comune di Carini), scovato da Maureen. Si è trattato della visita ad una grotta orizzontale di cui ignoravo del tutto l'esistenza: e sono grato a Maureen per questa sua idea che mi ha dato l'opportunità di fare il turista, per così dire, dietro l'angolo di casa.
L'appuntamento é stato fissato in anticipo, poiché per via della necessità di mantenere il più possibile inalterata la temperatura della grotta sono fissate delle quote di visitatori giornalieri.
La giornata si era annunciata piovosa, ma l'escursione è stata confermata (d'altra parte si sarebbe svolta, per la maggior del tempo, al riparo).
Grotta Carburangeli (Carini)La grotta è situata all'interno di una Riserva naturale integrale dedicata (istituita nel 1995), denominata appunto "Grotta di Carburangeli" che si trova in corrispondenza di un rilievo roccioso che, emerso dal mare in epoca antichissima, si trova adesso ad alcune centinaia di metri da esso in linea d'aria, e situato ad appena 22 metri slm.
La Grotta, interessante sotto il triplice aspetto paleologico, paleontologico e biologico, fu sede di scavi paleontologici compiuti dal Gaetano Giorgio Gemmellaro (Catania, 24 febbraio 1832 – Palermo, 16 marzo 1904, è stato un geologo, paleontologo e politico italiano; fu senatore del Regno d'Italia nella XVIII legislatura) e molti dei fossili ritrovati in quella campagna di scavo sono ora raccolti tra le collezioni del Museo a lui intitolato (sito a Palermo in corso Tukory), museo che fornisce una ricca testimonianza della presenza di specie animali, ora considerate esclusivamente africane (come l'ippopotamo, l'elefante etc.).
Il sito della Riserva Grotta Carburangeli si presenta con un Centro di Accoglienza, che offre al visitatore interessanti pannelli esplicativi e dove il personale addetto (è Lega Ambiente che ne ha la gestione) racconta gli elementi salienti delle grotte, della loro importanza come deposito di reperti paleontologici e come testimonianza di micro-ambiente che può ospitare forme di vitas (come ad esempio i pipistrelli). Il tutto, presentato con un linguaggio facilmente accessibile ai bambini. Questa iniziativa peraltro fa parte di una serie promossa da Lega Ambiente in cui Palermo (sia dentro le porte sia fuori porta) viene presentata ai bambini.
Il terreno circostante, attorno al Centro di Accoglienza (costruito con un'apprezzabile scelta ecologica in forma di discreta struttura in legno, con struttura portante metallica, ma assolutamente confortevole e funzionale, per lo svolgimento dei preamboli introdutti e per la visione di filmati al termine della visita in grotta), mentre il percorso che va da questa struttura ricettiva all'ingresso della Grotta è stato piantumato con specie vegetali tipiche che, oltre a rappresentare un'esempio di crescita di macchia mediterranea, a crescita avanzata potranno fare da barriera rispetto ad una serie di edifici abitativi non lontani.
L'imboccatura prinicipale (attuale) della Grotta Carburangeli (foto di Maurizio Crispi)La visita alla grotta, a sviluppo prevalentemente orizzontale, è suggestiva: e si tratta di una grotta in via di "estinzione", nel senso che le concrezioni calcaree la stanno progressivamente chiudendo; inoltre, la parte visitabile dal pubblico é relativamente limitata. Nei meandri più profondi non si può accedere per la visita (il personale addetto lo fa per ispezioni periodiche) vista la ristrettezza dei passaggi- Ci si ferma dunque a ridosso di una grata che impedisce il passaggio al di là.
Ciò nonostante - malgrado la sua brevità in termini lineari - la suggestione della visita è forte con i suoi elementi costitutivi quali la necessità di indossare gli appositi elmetti da speleologo con torcia frontale, l'osservazione delle gocce di acqua che si vanno formando e che rappresentano il primum movens nella formazione delle concrezioni calcaree, il silenzio, la temperatura costante, non possono non far pensare a "Il Viaggio al Centro della Terra", il romanzo must della letteratura di viaggio e di avventurra che ha fortemente alimentato la fantasia degli adolescenti di un tempo ormai lontano.
Si ha la netta sensazione di penetrare in un un mondo "altro" e dotato di una sua vita propria che segue ritmi diversi da quelli del mondo esterno.
Ci sente esploratori delle viscere della Terra e si ha la sensazione di viaggiare indietro nel tempo sino al tempo in cui penetrare in profondità nei meandri della montagna, al di là della rassicurante imboccatura di quelle caverne dove i primi uomini trovavano rifugio, aveva un valore sacrale e poteva rappresentare una sfida. E, infatti, in queste profondità ctonie risiedevano i Morti, ma avevano dimora alcuni dei (come nel caso della mitologia greca e latina, Efesto-Vulcano), dei che presiedevano anche all'estrazione e alla lavorazione dei metalli: e gli Uomini che apresero questi arti dovevano soggiacere a precisi rituali per poter compiere la loro opera che attingeva in qualche misura alle misteriose forze ctonie.
La zona vivibile delle caverne abitate all'alba dell'Umanità era, di fatto, una zona intermedia tra i pericoli esterni (le belve, i nemici naturali, le intemperie) e quelle minacce oscure che i primi uomini, immersi in un'interpretazione del cosmo di tipo animistico, temevano di veder emergere dai meandri profondi della stessa grotta: quindi i fuochi, tenuti costantemente accesi e la luce e il calore che ne promanavano avevano una funzione protettiva contro questo duplice ordine di pericoli: quelli provenienti dal di fuori e quelli che, invece, avrebbero potuto risalire dal profondo.
Non a caso nelle aree della grotta più distanti dall'entrata, in questa sorta di zona-cuscinetto, venivano collocate le necropoli, i luoghi di sepoltura, dove i morti avrebbero avuto una funzione di guardiani dei passaggi più riposti. E qui, nella parte più riposta della Grotta sono state rinvenute delle zone adibite a ppunto a sepoltura: a testimonianza di questo uso della grotta, in corrispondenza di quella che oggi è l'imboccatura prinicipale è stata identificata una pittura rupestre che, secondo una delle interpretazioni, avrebbe avuto appunto una funzione rituale contro questo tipo di pericolo.
Il sito è davvero ben gestito dalla Lega d'Ambiente, con l'intendimento di fare sempre meglio ed ampliare l'offerta, non solo ai visitatori occasionali, ma anche alle scolaresche.

Tutte le foto che corredano il post sono di Maurizio Crispi
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1 gennaio 2017 7 01 /01 /gennaio /2017 18:45
South Africa Trip 2016. Una gita a Hartbeespoort Dam (Jaunt to Hartbeespoort Dam). Sud Africa e nuvole...
South Africa Trip 2016. Una gita a Hartbeespoort Dam (Jaunt to Hartbeespoort Dam). Sud Africa e nuvole...
South Africa Trip 2016. Una gita a Hartbeespoort Dam (Jaunt to Hartbeespoort Dam). Sud Africa e nuvole...
South Africa Trip 2016. Una gita a Hartbeespoort Dam (Jaunt to Hartbeespoort Dam). Sud Africa e nuvole...
South Africa Trip 2016. Una gita a Hartbeespoort Dam (Jaunt to Hartbeespoort Dam). Sud Africa e nuvole...
South Africa Trip 2016. Una gita a Hartbeespoort Dam (Jaunt to Hartbeespoort Dam). Sud Africa e nuvole...
South Africa Trip 2016. Una gita a Hartbeespoort Dam (Jaunt to Hartbeespoort Dam). Sud Africa e nuvole...
South Africa Trip 2016. Una gita a Hartbeespoort Dam (Jaunt to Hartbeespoort Dam). Sud Africa e nuvole...
South Africa Trip 2016. Una gita a Hartbeespoort Dam (Jaunt to Hartbeespoort Dam). Sud Africa e nuvole...
South Africa Trip 2016. Una gita a Hartbeespoort Dam (Jaunt to Hartbeespoort Dam). Sud Africa e nuvole...
South Africa Trip 2016. Una gita a Hartbeespoort Dam (Jaunt to Hartbeespoort Dam). Sud Africa e nuvole...
South Africa Trip 2016. Una gita a Hartbeespoort Dam (Jaunt to Hartbeespoort Dam). Sud Africa e nuvole...
South Africa Trip 2016. Una gita a Hartbeespoort Dam (Jaunt to Hartbeespoort Dam). Sud Africa e nuvole...
South Africa Trip 2016. Una gita a Hartbeespoort Dam (Jaunt to Hartbeespoort Dam). Sud Africa e nuvole...

(Maurizio Crispi) Nel corso del nostro viaggio in Sudafrica, il 30 dicembre 2016 è stata la volta di una gita alla diga (e relativo lago artificiale) detta Hartbeespoort Dam, ubicata nella North West Province, subito al di là del confine con il Gauteng, cittadina che oggi è divenuta un rinomato posto - oltre che di residenzialità stagionale - di attrazione turistica sia per gli sport lacustri ed acquatici in genere (yachting, vela, canoa e simili), sia per le escursioni in pallone, sia per il trekking sia per la pesca.
Ma èanche rinomata perchè ormai da anni, vi si svolge un'ultramaratona, la "Old Mutual OM Die Dam Ultramarathon"  la cui 27^edizione si svolgerà il prossimo 18 marzo 2017 (sabato) , sulla distanza di 50 km, e con la possibilità - per i meno allenati - di cimentarsi nella distanza di 21 km (ma anche sulla distanza di 10 km), con in più una "Fun Run" di 5 km.
Completamente trasformata da come la ricordano Maureen, Belinda e Margie che qui venivano sovente in gita.
cieli in Sudafrica...Tutto é cambiato: sole le montagne, la diga e il lago sono rimasti identici...
Superata la zona come sempre trafficatissima tra Pretoria e Johannesburg, il paesaggio dell'altopiano s'è aperto in una sequenza di cieli vastissimi, resi ancora più ampi e maestosi dalle presenza di cortine di cumuli flottanti che, estendendosi a perdita d'ochio, fanno pensare alla canzone di Jannacci "Messico e Nuvole"...
La strada procede con ondulazioni continue sino ad arrivare in vista di una piccola catena montuosa i cui picchi hanno la cima piatta, a tavoliere e la sommità di nuda roccia.
Sono appunto le montagne che delimitano il lago, ricavato proprio nel punto in cui le acque del fiume si addentravano con numerose cascate in un gola scoscesa per scendere più a valle.
La zona si anima all'improvviso, le auto sono incolonnate e noi non possiamo sottrarci a queste strettoie... Per passare dall'altra parte della gola, bisogna costeggiare il lago artificale e poi passare dentro uno stretto tunnel curvilineo e sulla sommità della diga.
Nel tunnel e sula diga,vista la ristrettezza del passaggio il traffico è a direzioni alterne...
E quindi le attese tra una ripresa e l'altra della marcia a singhiozzo sono lunghissime.
Approfittano della situazione frotte di venditori improvvisati che vogliono piazzare di tutto, dai cappelli agli occhiali da sole, dalle cinture a fantasiose confezioni di bicchieri da birra, per non parlare di quelli che propongono la vendita di sacchi di legna da ardere, di frutta, oppure di enormi animali e uccelli di legno scolpito o di ferro battuto.
Per evitare di essere assaliti da queste generose offerte bisogna tenere i finestrini ben chiusi.
Lungo le centinaia di metri prima della galleria sono disposti numerosi locali multietnici, persino un posto di ristorazione presumibilmente italiano, a giudicare dalla scritta "panini":
il passaggio sulla diga è bello, poiché ci si offre una vista superba sulla gola selvaggia- e verdeggiante di una fitta crescita di alberi e di arbusti - dove rumoreggiano numerose cascate che convogliano l'acqua di scolmo proveniente dal lago.
Ma purtroppo non ci può fermare a fare delle foto...
Le macchine dietro pressano: ci si deve accontentare di foto scattate al volo...
Dall'altro lato della diga il paesaggio è più selvaggio: evidentemente, un tempo doveva essere sede di numerose fattorie di allevatori e agricoltori, oggi trasformate in holiday resort, in B&B, in ristoranti, oppure in luoghi dove - considerando la vastità del territorio- ci sono animali selvaggi della savana negli spazi aperti.
Lo ShangololoSosta in un ristorante "fancy", dove dopo avere aspettato "to be seated", ce ne andiamo perché ci pare un po' troppo per adulti e sostanzialmente poco "friendly" nei confronti dei piccini, avvistando uno shongololo che attraversa pigramente il viottolo che ci riporta al parcheggio dove abbiamo lasciato l'auto.
Ripieghiamo su di una pizzeria che si sembra attraente, perchè è anche una piccola distilleria di birra: e, in effetti, accanto alle birre tradizionale, vengono offerte nel menù delle birre di produzione locali aromatizzate con aromi diversi come limone, fragola e altri che adesso non ricordo.
La pizza è risultata buona, ma chiaramente è un'altra cosa: non è la pizza italiana. Ma se si parte dal presupposto che è un'altra cosa la si può gustare come una gradita pietanza.
E di nuovo in auto per il ritorno.
Stessa trafila dell'andata, ma questa volta più veloce, perché siamo fuori dalla peak hour.
Ci lasciamo alle spalle le montagne e ci addentriamo di nuovo nella vastità della pianura incoronata da nubi che fanno da quinte di un immenso scenario.
Lungo il bordo della strada sono parcheggiate delle auto della polizia: è successo un incidente devastante e le carcasse di due auto letteralmentesfracellate sono poca distanza l'una dall'altra.
Poi, più avanti,scendendo verso Johannesburg uno dei cartelli stradali di segnalazione di pericolo, ci avverte "Hijack Hotspot" (""Alto rischio di rapina") per circa tre chilometri: a quanto pare, questo tratto di strada che procede in una gola piuttosto stretta è un luogo ideale per  la messa in esecuzione di possibili rapine: E' di prammatica controllare che tutti gli sportelli siano bloccati dall'interno,
E di nuovo la vastità della distesa dell'altopiano e dei cieli sovrastanti, mentre su questa immensità si stagliano figurette, esili e scure, che camminano (da dove vengono? Dove vanno?) o che ristanno accovacciati o seduti in coni d'ombra. Delle donne camminano proteggendosi la testa dal sole con degli ombrellini. Sporadicamente altri seduti lungo la strada mettono in vendita ortaggi e frutta.
E, infine, rientriamo dopo tutta questa dose di vastità e di infinito, ma vista dal chiuso dell'auto, alla sicurezza dell'Estate con le sue torrette di di guardia e con le sue guardie armate.

La diga di Hartbeersport Dam(da Wikipedia) Hartbeespoort Dam (also known as Harties) is an arch type dam situated in the North West Province of South Africa. It lies in a valley to the south of the Magaliesberg mountain range and north of the Witwatersberg mountain range, about 35 kilometers west of Pretoria. The name of the dam means "pass of the hartebeest" (a species of antelope) in Afrikaans. This "poort" in the Magaliesberg was a popular spot for hunters, where they cornered and shot the hartebeest.
The dam was originally designed for irrigation, which is currently its primary use, as well as for domestic and industrial use.
The dam has suffered from a hypertrophic state since the early 1970s. Mismanagement of waste water treatment from urban zones within the Hartbeespoort Dam catchment area is largely to blame, having distorted the food web with over 280 tons of phosphate and nitrate deposits.
In 1906, the government ordered a public inquiry into the feasibility of building an irrigation dam in the Hartbeespoort of the Magaliesberg. The engineer of the Department of Irrigation that led the inquiry, submitted a favourable report to the government and the Hartebeestpoort Act. 32 of 1914 was accepted by Parliament. As early as 1909 there were test holes drilled at the bottom of the river to determine whether the rock formation was suitable for building such a huge dam. The size of the catchment area was calculated, the water flow was measured and estimates made of the potential irrigable land. Downstream claims to the existing water stream were established. The topography of the riverbank and rock formations were examined to evaluate the viability of the poort for the construction project.

The construction of the dam officially started in August 1916. Initially work was delayed pending a court judgement with General Hendrik Schoeman and a certain Mr. Marshevin about the expropriation of their properties. The dispute was later resolved but discontent remained after a hastily passed law to facilitate the expropriation. In his book "Agter die Magalies", Bertus de Beer argues that the government acted in a heavy-handed manner to resolve a number of issues surrounding the construction of the dam. Mother Nature caused further delays due to flooding. In 1914 and again in 1918, huge amounts of construction wood washed down the river and were never recovered. During 1915, the wall of the Geldenhuysdam further up the river broke and the flooding of the site also caused a delay.

The disruption caused by the First World War, and the complications brought on by the Rebellion of a group of Afrikaners, brought further delays to the building. Then the first company was liquidated due to financial losses resulting from the floods and delays. In 1921 a second company took on the project and appointed an engineer, F. W. Scott, who tackled the project with renewed energy. In April 1923, after all the setbacks and political upheaval, the project was completed. In September of that same year the road over the wall of the Dam and through the tunnel was opened to traffic. The dam first overflowed in March 1925.

The dam was built on the farm Hartebeestpoort, once owned by the Boer General Hendrik Schoeman (1840–1901). The farm and adjacent land were acquired by the State, mainly through the facilitation of his son, Johan Schoeman (1887–1967), around 1912. The completion of the dam made the agricultural land north of the Magaliesberg much more valuable, especially land close to canals and the Krokodil River. As a result, various farms of the Bakwena people of the Tswana ethnic group who lived in the area for many generations were appropriated or lost by various means and white farmers were settled in their place.

The town of Hartbeespoort is situated close to the dam wall and the villages of Kosmos, Melodie, Ifafi, Meerhof and The Coves, Pecanwood, Westlake and several other Estates can be found alongside its banks. the town of Schoemansville was named after General Hendrik Schoeman, owner of the land during the 19th century.

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31 dicembre 2016 6 31 /12 /dicembre /2016 04:52
South Africa Trip 2016. Johannesburg. Le mie impressioni. Una città in declino?
South Africa Trip 2016. Johannesburg. Le mie impressioni. Una città in declino?
South Africa Trip 2016. Johannesburg. Le mie impressioni. Una città in declino?
South Africa Trip 2016. Johannesburg. Le mie impressioni. Una città in declino?
South Africa Trip 2016. Johannesburg. Le mie impressioni. Una città in declino?
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South Africa Trip 2016. Johannesburg. Le mie impressioni. Una città in declino?
South Africa Trip 2016. Johannesburg. Le mie impressioni. Una città in declino?
South Africa Trip 2016. Johannesburg. Le mie impressioni. Una città in declino?
South Africa Trip 2016. Johannesburg. Le mie impressioni. Una città in declino?

(Maurizio Crispi) Johannesburg è una città del Repubblica Sudafricana, capoluogo della provincia di Gauteng. È la città più popolosa del Sudafrica e la terza più popolosa dell'Africa subsahariana dopo Lagos (Nigeria) e Kinshasa (Repubblica Democratica del Congo).
La sua popolazione, se si considerano anche i sobborghi, amministrati da altre municipalità, raggiunge gli 8 milioni.
Johannesburg si trova su di un altopiano sterminato, attorno ai 200o metri sul livello del mare, con un clima prevalentemente continentale. Il suo territorio è collinare e, spostandosi da un lato all'altro di essa, bisogna fare su e giù per dolci pendii.

nelle vie di Joburg (Maboneng)Viene anche informalmente chiamata Joburg, Jozi e eGoli; quest'ultimo nome, che significa "luogo d'oro" in zulu, può essere riferita all'attività mineraria nella zona o alla ricchezza economica della città.
Si  badi bene che Johannesburg non è la capitale del Sudafrica. Le capitali dello stato sono tre: Pretoria (amministrativa), Città del Capo (legislativa) e Bloemfontein (giudiziaria). Johannesburg deve il suo sviluppo relativamente recente alla cosidetta "Corsadell'oro" (Goldrush) che attirò in quest'area migliaia di persone alla ricerca del loro sogno di ricchezza.
Sino alla fine dell'apartheid, Johannesburg è stata una città prevalentemente bianca, dal momento che tutta la popolazione nera era confinata nelle township, in pratica delle immense baraccopoli, di cui Soweto era  (ed  è) la più vasta.
Una città, che pur tagliata fuori dal resto del mondo per via dell'Apartheid e delle scelte di controllo operate dai governanti di quel periodo (a partire dal 1948) era considerata una città quasi "europea": aveva i cinema, i teatri, le scuole e le università tutte finalizzate ad addestrare la borghesia bianca ad un futuro lavorativo.
Adesso, invece appare come una città in declino: mentre alcune parti di essa sono ancora accettabili, o si sta lavorando per una loro ripresa sotto il profilo delle attività culturali; altre sono nettamente in declino, invase dalla sporcizia, da cumuli di spazzatura, dalla miseria, e sotto gli effetti di un'incuria ormai di lungo corso.
Nel centro della città, in quella che un tempo era la zona degli affari e delle attività commerciali, si addensano centinaia se non migliaia di black people che vivono di espedienti.
Si vede chiaramente che molte di queste strade sono letteralmente abitate da senzatetto: e ciò si deduce dalla presenza, qua e là, dalla presenza di giacigli disposti lungo i muri e lasciati dai loro utilizzatori durante le ore del giorno, e dal fatto che alcuni procedono spingendo ingombranti carrelli della spesa, carichi delle loro povere masserizie di una vita.
Uno spettacolo che fa stringere il cuore.
Non è un caso che Johannesburg sia una delle città del mondo con il maggior tasso di criminalità.
La città, come dicevo, è in declino: prima della fine dell'apartheid era un dominio dei bianchi e i neri vi entravano soltanto se provvisti di pass per recarsi nei rispettivi luoghi di lavoro (come sancito dalle cosiddette "Pass Laws"): al riguardo, era stata istituita una disciplina rigidissima. Se trovato privo di pass, ad un Nero potevano succedere delle cose orribili, senza nessuna garanzia di qualsivoglia diritto civile.
Oggi, ovviamente (ed è giusto che sia così) vi è una totale libertà di movimento.
Ma accanto a questa conquista, decretata dalla fine dell'apartheid, non è stato dato ai black people alcuno strumento con cui utilizzare la tanto attesa libertà, nè tantomeno alcuno strumento di crescita; e quello che si vede - detto molto semplicisticamente - è il risultato.
I Bianchi che continuano a detenere le leve del potere economico a poco a poco hanno preso ad abbandonare la città e, quindi, se da un lato abbandonando i quartieri più prestigiosi della residenzialità, si sono trasferiti nei più sicuri "estate", irti di misure di sorveglianze, di muri perimetrali come di fortezza, di recinzioni elettrificate, di barriere da superare all'ingresso dopo essere stati identificati tra gli aventi diritto all'ingresso,di minacciose torrette  di  guardia che, ahimè, mi ricordano la sagoma inconfondibile delle torri di guardia dei campi di concentramento, e di personale di sorveglianza nero (questo è un bel paradosso), dotato di pistole e manganelli (con la minaccia scritta su appositi cartelli che - in caso di infrazione - c'è da attendersi una risposta armata), dall'altro lato anche i centri operativi delle più prestigiose ditte e i poli amministrativi si sono trasferiti nelle periferie in luoghi relativamente più sicuri e sicuramente più facilmente raggiungibili da funzionari e dipendenti che abitano negli estate decentrati.
Maboneng: una via deserta...Nessuno  si muove a piedi, se non i Neri che sono votati fondamentalmente a queste due attività: camminare verse mete indecifrabili o aspettare,o dormire al bordo della strada (dal momento che quelli impegnati in attività lavorative, sempre al servizio dei Bianchi rappresentano comunque una minoranza), oppure ancora a vendere paccottiglia lungo le strade e ai crocevia, oppure a proporsi come lavavetro.
Nel cuore di Johannesburg si possono vedere enormi edifici,prima adibiti ad uffici, del tutto abbandonati, saracinesche chiuse dei locali aggettanti sulla strada, finestre vuote, a volte con i vetri rotti, nei piani alti, si vedono dovunque cartelli che annunciano "locali in affitto", ma senza grandi speranze. Altrove, invece, l estrade sono desolatamente vuote di passanti e percorse soltanto da veicoli a motore. Con poche eccezioni, qui a Johannesburg, ma anche in gran parte del Sudfarica contemporaneo, non si può essere "flaneur" opasseggiatori oziosi,in stile europeo. Si tratta di un tipo di attività che i Sudafricani bianchi si precludono,poichè la considerano irta di pericoli: e, in effetti, nei luoghi frequentati dai black people -comeho potuto constatare di persona - ci si si sente a disagio, come fuori posto. Sintomo del fatto che siamo di fronte a due nazioni separate e divergenti, almeno per il momento.
Se i bianchi abbandonano, al contrario, si vedono proliferare piccole attività commerciali, gestite da Neri, più intraprendenti, oppure colorati mercatini all'aperto che attirano folle vocianti vestite di vivaci colori: laddove prima regnava l'ordine asettico e disciplinato voluto dall'Apartheid, adesso si assiste ad una progressiva "africanizzazione" delle vie più centrali di Joburg.
Se la situazione é questa, tuttavia (per fortuna) ci sono delle zone della città che si sta cercando di fare rivivere come è appunto il quartiere di Maboneng, oggi noto come "Maboneng Precinct": dove si addensano locali di intrattenimento come ad esempio il "Pata Pata", luogo di ristorazione e musica live, oppure gallerie d'arte e altre attività, tutte all'insegna dell'integrazione e dell'incontro.
E, qui, come nella zona che circonda il New Market Theatre, è possibile vedere bianchi che passeggiano tranquilli e che si soffermano ad osservare opere d'arte esposte a cielo aperte, ma è anche possibile vedere dei gruppi misti immersi in conversazione: e questo è proprio il segno deil cambiamento dei tempi.

Per approfondire su Johannesburg, vai alla voce relativa su Wikipedia (En.).:

Maboneng(Dal sito web dedicato) Maboneng Precinct. With its beginnings in art, Maboneng has evolved into a collaborative hub of culture, business and lifestyle that entices curiosity, encourages exploration and promotes a sense of urban togetherness. Maboneng is a destination on the eastern side of the city's business district offering retail stores, entertainment venues and restaurants mixed with residential, office and industrial spaces that appeal to a wide variety of people and businesses.
A creative take on history, architecture, art and nature, as well as a place for people to proudly call home, Maboneng is the epicenter of the Joburg inner-city renaissance.
Submerse yourself in a place alive with vibrant culture, entrepreneurial spirit and a strong sense of community. Live, create and collaborate in a secure neighbourhood with a vision and future unrivalled among the urban set.The brainchild of property development group, Propertuity, Maboneng has a humble beginning at Fox Street’s Arts on Main. A core focus on the arts evolved into expanding boundaries, and incorporating new developments like the Work & Art Building and Maboneng’s flagship accommodation and hotel development, Hallmark House. From fine restaurants and entertainment venues, retail stores and art galleries, to The Bioscope, South Africa's only independent cinema, Maboneng is a neighbourhood
celebrated through art, with its finger firmly on the pulse of big business. Office and light industrial space is being utilised by companies looking to expand their footprint in the city and surrounds.
The vision for Maboneng is to evolve the precinct, revolutionising a significant portion of Joburg’s inner city and incorporating business, housing and creative spaces to be used by people from all walks of life. Community projects like Trim Park—a community physical training facility, and Common Ground—Maboneng’s public park has resulted in an organic development of a tightly knit community—simply by residents, visitors and businesses interacting and engaging with the available public space and each other.
Maboneng’s continued success has resulted in its being echoed in other regions in the country. Rivertown, Maboneng’s partner precinct in Durban, KwaZulu-Natal, is continuing the community and business development aspects for which it is globally known; and is proof there is a thirst for integrated inner-city community living in other South African urban areas.
http://www.mabonengprecinct.com/
Maboneng Precinct è su Facebook

 

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29 dicembre 2016 4 29 /12 /dicembre /2016 07:05
Una giornata a Capo Zafferano, luogo della nostalgia e della memoria
Una giornata a Capo Zafferano, luogo della nostalgia e della memoria
Una giornata a Capo Zafferano, luogo della nostalgia e della memoria
Una giornata a Capo Zafferano, luogo della nostalgia e della memoria
Una giornata a Capo Zafferano, luogo della nostalgia e della memoria
Una giornata a Capo Zafferano, luogo della nostalgia e della memoria
Una giornata a Capo Zafferano, luogo della nostalgia e della memoria

(Maurizio Crispi) Domenica 27 novembre, rifuggendo dalla consueta routine fotografica delle solite e sempre eguali gare podistiche locali, mi sono ritrovato a trascorrere quasi un'intera  giornata  a  Capo Zafferano: malgrado la pioggi a violenta della notte, una giornata di caldo e sole, che mi hanno spinto a scendere a mare, benchè avessi delle faccende da sbrigare.
Daprima, mi sono soffermato sulla spiaggetta del "Lido del carabiniere", del tutto deserto: ma poi ho  - sentendo il desiderio di muovermi in un'atmosfera che prefigurava il ritorno all'estate, ma senza il caos e la baraonda dei gitanti al mare ho deciso di affrontare una passeggiata verso il Faro, dove non andavo da circa un secolo.
La cappella di Capo ZafferanoMentre mi ero avviato da poco, bypassando il tratto iniziale della stradella che era stato allagato dalla pioggia recente (non volevo bagnarmi i piedi: e qui confesserò che non possiedo quella voluttà in ciò che è tipica del provetto trailer) dalla scogliera, ho intravisto Roberto Magnisi che portava in passeggiata il cane di famiglia (lui e Lara li avevo poco prima inconttrati sulla strada asfaltata al termine della loro corsa di allenamento e avevamo scambiato quattro chiacchiere (ma non di corsa, tengo a precisare: con loro si può sempre parlare di tante cose diverse).
Quindi, con questo reiterato nuovo incontro, entrambi in compagnia dei rispettivi cagnoli, abbiamo deciso di proseguire assieme la passeggiata. Gli racconto alcune delle mie memorie del periodo in cui ogni anno a partire da qualche anno dopo la morte di mio padre venivamo qui in villeggiatura: e gli racconto delle mie frequenti escursioni al Faro oppure sino alla cima della montagna, seguendo una vecchia mulattiera militare che a zig zag facendo dei gomiti strettissimi si inerpicava sino alla cima.
Arrivati alla cappella, aggettante sul mare, in una posizione stupenda, ci siamo fermati sul piccolo belvedere delimitato da una ringhiera di ferro battuto a contemplare il paesaggio.
Il nostro sguardo si  è disteso con facilità verso l'orizzonte che pareva infinitamente lontano e dilatato: Il mare e il cielo sono tanto azzurri da far male agli occhi.
Una barca a motore fende la superficie d'acqua tranquilla non turbata da una bava di vento, lasciando al suo passaggio una traccia di spuma bianca che persiste a lungo come una cicatrice.
La piccola cappella è stata intonacata di recente di bianco, un bianco, anch'esso accecante nel sole, che si può vedere soltanto in alcune isole della Grecia.
Il nostro sguardo si è volto alla montagna e ho detto a Roberto che mi sono sempre chiesto se da qui, salendo sulla scarpata, vi fosse un possibile passaggio verso l'altro versante
E Roberto mi ha preso di contropiede, dicendomi all'istante: "Andiamo a vedere!". E così eccoci ad inerpicarci sulla parete del monte, una pendio piuttosto scosceso, praticabile ma ripido e accidentato, pieno di massi, di fitti cespugli di disi, di arbusti troppo cresciuti e dai rami pungenti, di buche inaspettate..
Malgrado le difficoltà, abbiamo continuato ad ascendere, passo dopo passo e al nostro sguardo si è andata aprendo a vastità immensa dell'orizzonte.
Mentre noi sgobbavamo i cani si divertivano e ci precedevano ansimando con allegrezza, talvolta imboccando percorsi per loro non agevoli e facendo retromarcia per imboccare una strada più percorribile.
Sul monte...Ma poi, alla fine, Roberto ha avvistato (per tempo, per fortuna) un nido di vespe e qualche sentinella alata in perlustrazione: la discesa è stata precipitosa.
Rudely interrupted! Ma ho il sospetto, guardando la conformazione del monte, che arrivati al ciglio della scarpata, dove si poteva immaginare un possibile punto di aggiramento (ma senza averne la certezza) ci saremmo trovati ad un muro di roccia invalicabile. Ma è pur vero anche che le cose bisogna anche andare a vederle, per convicersene di persona. Ed annche: tentar non nuoce...
La nostra impresa è così rimasta a metà: il suo compimento sarà per una prossima volta. Con la montagna rimane un conto aperto...
Ma è stato bello provarci.
Dopo questa mezza impresa, ma contenti per aver raccolto il cimento, io e Roberto ci siamo congedati per riprendere ognuno la sua strada, lui per casa, io per la spiaggetta dove ho potuto godere un meritato riposo, crogiolandomi al sole.
Al ritorno al villino, mi è rimasto da fare il lavoro che avevo soltanto dilazionato.
Quando ho finito con i miei doveri contadineschi, sono ripartito per Palermo, ricevendo in  premio lungo la via del ritorno alcune straordinarie vedute del Golfo di Palermo all'imbrinere, sovrastato da possenti coltri di nubi che si coloravano del tramonto, dal punto di osservazione privilegiato che è il borgo marinaro de L'Aspra
Capo Zafferano è per me un luogo dei ricordi: per me, tuttavia, i ricordi non sono d'infanzia,  ma un po' più recenti, perchè abbiamo cominciato a passare le estati a Capo Zafferano  (oggi, nella toponomastica, Contrada Urio) attorno al 1975 e poi abbiamo mantenuto questa consuetudine sino al 2004 circa, quando la mamma non si è più sentita di stare per giorni interi sola con mio fratello... visto che io potevo andarci solo nei fine settimana (e non sempre).
Ma ora quei tempi si sono rinverditi, per fare vivere la casa ho cominciato ad accogliere (ancora occasionalmente) degli ospiti e, quindi, per i check-in e per i check-out sono costretto ad andarci di continuo, oltre che lavorarci attivamente per tenere tutto in ordine.
In ogni caso, per me questa casa (e i luoghi che la circondano) sono un posto della nostalgia, poichè il periodo più intenso della sua frequentazione per me è stato quello collocabile  in quella terra di nessuno tra la fine degli studi universitari e l'inizio di una vera ed intensa attività lavorativa, in procinto di attraversare quella conradiana "linea d'ombra", tra l'adolescenza spensierata e l'adultità con la prime e dolorose assunzioni di responsabilità...

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12 novembre 2016 6 12 /11 /novembre /2016 11:26
(foto di Maurizio Crispi)

(foto di Maurizio Crispi)

(Maurizio Crispi) Forse, in questi tempi moderni in cui viviamo - nei paesi occidentali almeno - nell'era dell'acqua corrente nelle case - tendiamo a considerare l'acqua (sia potabile sia corrente) come un'acquisizione scontata e quasi non ci accorgiamo più delle fontane, delle fontanelle e dei fontanili che un tempo punteggiavano i percorsi in campagna e che si ponevano come importanti "segnalibri" il territorio urbano.
Le fontane nelle cittadine e nelle città avevano un'importante funzione - così come i lavatoi pubblici di cui è ancora possibile le tracce in alcuni contesti (vedi ad esempio i lavatoi medievali di Cefalù) - sia per quanto riguardava l'approvvigiamento idrico per gli usi domestici sia per l'igiene personale, sia sul posto sia attraverso appositi collegamenti con i bagni pubblici.
L'acqua nell'antichità è stata sempre un patrimonio comune ed inviolabile. Ed era precisa dovere dei potenti, dei governanti e degli amministratori fare sempre in modo che il popolo avesse a disposizione l'acqua.

La Fontana di Palazzo Adriano, in Piazza Umberto I (foto di Maurizio Crispi)Anche nelle campagne l'acqua era libera e i percorsi seguiti dai contadini e dai pastori erano punteggiati di bevai e fontanili, spesso costruiti laddove vi fossero delle sorgive natuali le cui acque venivano poi convogliate e irregimentati per provvedere alle necessità - anche irrigue - di parti più consistenti del territorio.
Anche in questi casi, nulla era dovuto: ognuno prendeva ciò che gli serviva in modi "sostenibili", nè c'era alcuno che chiedesse balzelli e tasse sull'acqua, salvo che ciò non incidesse nella resa di "servizi" specifici, come era - ad esempio - nel caso delle cosiddette "torri d'acqua" di cui a Palermo esistono ancora numerosi pregevoli esemplari (e che sembrano non interessare più nessuno, mentre potrebbero essere valorizzati per la fruizione turistica o per la fruizione scolastica).
L'acqua apparteneva a quelle cose che nei paesi nordici attenevano ai cosidetti "commons" )ovvero i "beni comuni", sanciti sin dal Medievo), cioè a quelle parti di territorio "comuni" da cui ciascun cittadino attingeva ciò che gli serviva, come legna da ardere, piante commestibili, piccola cacciagione.

In più, nelle città - a partire dal Rinascimento - si prese la consuetudine di abbinare all'erogazione dell'acqua anche il gusto del Bello e la magnificenza filantropica degli aristocratici che, in un certo senso, donavano al Popolo, la magia delle acque: e nacquero così le grandi fontane scenografiche rinascimentali e di epoca successiva, così come i palazzi dei nobili e dei potenti erano dotati - ad arricchire le facciate che davano sulla pubblica strada - delle cosiddette "panche di via", grandi e artistiche panchine di pietra dove i viandanti e i servitori in attesa di chiamata potessero riposare o persino dormire.
Non dobbiamo dimenticare inoltre che le fontane, oltre ad una funzione pratica (erogazione dell'acqua per le più svariate esigenze), a quella scenografica ed estetica, ne avevano una decisamente ludica che era quella di consentire ai viandanti e al popolo di rinfrescarsi e di bagnarsi nei giorni di maggiore canicola. E così, nell'assolvere a questa funzione ludica, le fontane diventano anche luogo di socializzazione e di sollazzo.
Tutto questo erano le fontane.
Adesso nelle pubbliche fontane è proibito bagnarsi; l'acqua che scorre dai cannelli non è più potabile, perchè non è più acqua corrente "a perdere", ma riciclata di continuo.
Le fontanelle di acque pubbliche - non ve ne siete accorti? - stanno progressivamente scomparendo, perchè l'acqua erogata nelle case deve essere pagata e così diventa quasi obrobrioso, per chi chiede per la fornitura dell'acqua quello che è una sorta di "pizzo" legale, che ci siano punti di erogazione di acqua pubblica.
In relazione a queste considerazione voglio parlare di una fontana che mi sta molto a cuore.

La fontana di Palazzo Adriano (dettaglio) in Piazza Umberto I (foto di Maurizio Crispi)Si tratta della fontana di piazza Umberto I di Palazzo Adriano, resa celebre dal film di Tornatore "Nuovo Cinema Paradiso": é una fontana civica risalente al 1608 e che riporta sulle lapidi commemorative che la abbelliscono il nome degli amministratori che la fecero costruire.
A realizzare la fontana, dalla caratteristica forma ottagonale, furono i chiusesi Nicolò Gagliano e Vito Termini (1607) e il burgitano Vito Lo Domino (1684), che scolpì, in gusto barocco, un vaso con pigna.
Il bacino ottagonale della fontana è sempre pieno di acqua chiara e pulita, mentre sui due lati contrapposti si ergono due spallette ad edicola dalle quali sul lato esterno due cannelli di ottone sormontati ciascuno da una testa scultorea emettono due costanti getti di acqua potabile, sempre freschissima. L'acqua che fuoriesce da ciasxuna coppia di cannelli di ottone cade in un piccolo bacino muschioso e, poi, attraverso un passaggio tra le pietre scorre verso il bacino centrale: questi due transiti muschiosi sono abbelliti ed ingentiliti da crescite spontanee di capelvenere i cui cespi trovano qui un loro habitat ideale.
Ancora oggi la fontana della Piazza principale di Palazzo Adriano è una fontana vissuta e perfettamente integrata nel tessuto sociale della cittadina. Si trova quasi al centro della Piazza e rappresenta il punto d'incrocio dei percorsi che i cittadini affrontano nell'attraversare la piazza: è cosa comune vedere che, al passaggio, le persone si fermano per dissetarsi.
Ricordo che per mio padre quest'acqua che sgorgava dalla fontana era un mito, l'epitome della buona ed incontaminata acqua da bere. E mio padre, appena arrivato a Palazzo, nelle occasioni in cui andavamo d'estate a trovare i nonni che erano in villeggiatura lì nei mesi estivi, domiciliati in quella stessa casa che fu la casa d'infanzia del nostro avo, lo statista Francesco Crispi, andava a farsi grandi bevute da quella fontana e, con indomabile entusiasmo, spingeva anche a me a dissetarmi con quell'acqua as dir poco miracolosa.

Questa Fontana ha avuto il suo grande successo su scala mondiale con il film di Tornatore che utilizzò proprio la Piazza Umberto I per creare il cinema fulcro della sua storia, ma è anche al centro di una gara podistica che ormai da 9 anni si svolge a Palazzo Adriano e su e giù per i circostanti Monti Sicani (Trail dei Monti Sicani, promosso da ASD SportAction).
La Fontana di Palazzo Adriano in Piazza Umberto I (foto di Maurizio Crispi)In questa circostanza la Fontana è davvero - e naturalmente - al centro dell'attenzione, poiche il gonfiabile che segna il punto di partenza e la linea dell'arrivo si trova collocato proprio a pochi metri da essa.
Quindi è assolutamente naturale e logico che gli atleti al termine della loro fatica si dirigano alla fontana per rinfrescarsi ponendo la testa sotto i due getti d'acqua paralleli e per dissetarsi.
La fontana è democratica: il suo beneficio, quella miracolosa acqua fresca e chiara, non lo nega a nessuno. Tutti, davvero tutti, possono trarne profitto: la fontana è un'amica, sempre presente e disponibile a qualsiasi ora del giorno e della notte a dispensare il suo dono a vecchi e a giovani; in questo senso è anche senza tempo.
E quando la gara si è fatta nella stagione calda la fontana era lì con il suo provvido bacino d'acqua: gli atleti stanchi e accaldati allora si sedevano sul muretto e mettevano piedi e gambe a mollo per lenire i garretti stanchi.
Sì, in questa gara, il posto di ristoro finale c'è - come di prammatica - e gli atleti ci si fermano pure, ma la fontana con il suo dono è incomparabilmente più gradita ed è anche il luogo della socializzazione tra gli atleti a fine gara.
E le scene che si possono vedere tutt'attorno alla fontana sono una bella semplificazione della magia dell'acqua fresca, fluente di continuo e chioccolante: una magia che, al giorno d'oggi, abbiamo perso.
Chi costruisce ancora fontane come questa? Non fontane solo per l'estetica, intendo, ma fontane che possano essere fruite, con le quali si possa interagire.
Le fontane che creano socializzazione tra le persone e che elargiscono doni sono una delle cose che cominciano ad entrare nel territorio della nostalgia e del ricordo, salvo alcune felici eccezioni.
E il senso della perdita di qualcosa di prezioso lo si sente ancora di più se si ha modo di indugiare a lungo nei pressi di una fontana pubblica come è quella di Palazzo Adriano.

La magia dell'acqua pubblica e la fontana della piazza di Palazzo Adriano
La magia dell'acqua pubblica e la fontana della piazza di Palazzo Adriano
La magia dell'acqua pubblica e la fontana della piazza di Palazzo Adriano
La magia dell'acqua pubblica e la fontana della piazza di Palazzo Adriano
La magia dell'acqua pubblica e la fontana della piazza di Palazzo Adriano
La magia dell'acqua pubblica e la fontana della piazza di Palazzo Adriano
La magia dell'acqua pubblica e la fontana della piazza di Palazzo Adriano
La magia dell'acqua pubblica e la fontana della piazza di Palazzo Adriano
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5 novembre 2016 6 05 /11 /novembre /2016 08:36
La tratta ferroviaria Filaga-Prizzi-Palazzo Adriano, tra i racconti di mio padre e i miei ricordi infantili

Delle conquiste tecnologiche del passato, poi divenute obsolete, a volte rimangono tracce più o meno consistenti che vengono a confluire nel vasto tessuto della cosiddetta archelologia industriale.
Così è per buona parte di vecchie tratte ferroviarie, istituite prima della massiccia diffusdione del trasporto su gomma e che collegano capillarmente gli angoli più reconditi del territorio. Si trattava il più delle volte di treni a scartamento ridotto servito da motrici a vapore.
Quei vecchi trenini che andavano avanti e indietro lungo tortuose linee ferrioviarie spesso scavate nelle montagne di territori impervii ebbero una funzione sociale non indifferente sia nel favorire gli spostamenti dei lavoratroi pendolari dai luoghi di residenza a qeulli di lavoro, soprattutto laddove mancavano mezzi di trasporto alternativi sia nel fare uscire dall'isolamento borghi contatdini e minerari totalmente persi all'interno di contrade impervie e dimenticate.
Successivamente, con lo sviluppo del trasporto su gomma, molte di queste linee furono dismesse e smantellate.

La galleria della tratta ferroviaria Filaga-Prizzi-Palazzo Adriano, subito prima di Palazzo AdrianoE così si procedette ciecamente in nome del progresso senza tener conto del fatto che queste strutture così com'erano, oppure con lievi modifiche soltanto, avrebbero potuto diventare altro: musei a cielo aperto, che possano racontare dei primi passi del trasporto dell'era dell'industria, ecoparchi, percorsi ciclabili o idonei per l'escursionismo a piedi, etc etc.
Sino a pochi anni decenni fa era ancora virtualmente possibile raggiungere quasi ogni piega del difiicile territorio montano dell'Italia, continentale ed insulare, per mezzo di questi tronchi ferroviari a scartamento ridotto. Non è di molti anni fa una cronaca di viagio di Rumiz in cui si racconta di un avventuroso viaggio in lungo e in largo in Italia soltanto utilizzando le linee ferroviaria secondarie ancora esistenti (Paolo Rumiz, L'Italia in seconda classe, Feltrinelli, 2009)..
Così accadde per molte delle linee interne siciliane che furono letteralmente cancellate con un colpo di spugna e di cui tuttavia rimangono ancora tracce significative che occoorrerebbe recuperare in modo sistematico, prima che il Tempo, severo scultore, e la sua compagna Entropia ne cancellino le tracce.

Vive in me, intensamente, grazie ai racconti di mio padre la tratta ferroviaria Filaga-Palazzo Adriano.

(Da Wikipedia) La Ferrovia Lercara–Filaga–Magazzolo con la diramazione Filaga–Palazzo Adriano, era una ferrovia a scartamento ridotto della Sicilia, delle Ferrovie dello Stato e, in considerazione delle pendenzeda superare, esercita con varie tratte a cremagliera, istituita con a funzione di collegare la Stazione di Lercara Bassa, sulla ferrovia Palermo-Agrigento, con i vari paesi all'interno delle provincie di Palermo e Agrigento.
Storia. La ferrovia venne progettata allo scopo di permettere il trasporto del minerale e lo spostamento dei minatori pendolari che, dalle varie località di resdienza, si dovevano recare al lavoro nelle varie miniere di zolfo disseminate nel territorio dei comuni circostanti del bacino di Lercara Friddi e di Cianciana.
Fu però in ritardo e fu solo nel 1912 che ebbe inizio la costruzione, in economia e a scartamento ridotto come nel resto delle linee interne siciliane, a cura delle Ferrovie dello Stato.
Allo scopo di venire incontro alle richieste degli abitanti della cospicua cittadina di Prizzi e del vicino Palazzo Adriano venne costruito anche un breve tronco che si diramava dalla stazione di Filaga, denominata di conseguenza Bivio Filaga, che richiese la costruzione del più lungo tratto a cremagliera, di circa 5 chilometri.
I lavori di costruzione terminarono soltanto nel 1924 con l'attivazione del tratto centrale tra Bivona e Alessandria della Rocca che realizzò il congiungimento con la linea costiera Castelvetrano–Porto Empedocle. Per il servizio sulla linea vennero adoperate le locomotive a vapore del gruppo R.370 atte al servizio sulle linee a cremagliera.
Non venne mai previsto l'impiego di automotrici.
Il D.M. 16 gennaio 1959, n. 3041 dispose la chiusura all'esercizio dell'intera linea, diramata compresa e, di conseguenza, il servizio ferroviario venne soppresso il 5 ottobre 1959 ma venne mantenuto per qualche tempo il servizio viaggiatori da Cianciana a Magazzolo con materiale rotabile proveniente dalla linea Castelvetrano - Porto Empedocle - Agrigento C.le, per permettere agli agricoltori di raggiungere i campi coltivati in una situazione di totale assenza di viabilità stradale alla data della soppressione del tronco.

Linea ferroviaria Filaga-Prizzi-Palazzo Adriano. Per il servizio sulla linea vennero adoperate le locomotive a vapore del gruppo R.370 atte al servizio sulle linee a cremagliera.La linea venne infine definitavamente soppressa con decreto del Presidente della Repubblica l'11 dicembre del 1961. Venne istituito un autoservizio sostitutivo delle Ferrovie dello Stato sulle relazioni Lercara Bassa-Cianciana e Filaga-Palazzo Adriano, con un costo di esercizio annuo stabilito in 23,74 milioni di lire.
Caratteristiche. La ferrovia aveva origine dal piazzale della Stazione di Lercara Bassa della linea ferroviaria Palermo–Agrigento, che all'inizio aveva il nome di stazione di Lercara e lo cambiò in Lercara Bassa proprio dopo l'entrata in funzione della linea e quindi della stazione vera e propria di Lercara Friddi che venne denominata Lercara Alta. La linea correva inizialmente affiancata alla ferrovia a scartamento ordinario Palermo–Agrigento, poi curvava ad ovest e prendeva quota mediante il tratto a cremagliera, del tipo Strub, con ascesa del 75 per mille, che permetteva una velocità massima di 12 km/h .
La linea era armata con rotaie da 27 kg/m montate su traversine di legno distanti 0,82 m l'una dall'altra. Tale tipo di costruzione, molto in economia, permetteva solo basse velocità di linea non superiori a 30 km/h per i treni a vapore e a 45 km/h per automotrice nei tratti ad aderenza naturale.
Nei tratti a cremagliera questa, del tipo Strub da 44 kg/m, era montata al centro del binario fissata alle stesse traversine montate a distanza inferiore. I tratti a cremagliera erano 10 in tutto per complessivi 21 km e permettevano alla linea di inerpicarsi fino a quote di quasi 900 m di altezza s.l.m.
La circolazione dei treni venne regolata con il sistema economico a Dirigenza Unica con due sedi: a Lercara Alta per la sezione Lercara Bassa–Palazzo Adriano e a Magazzolo per la sezione Filaga-Magazzolo. Non venne mai fatto alcun ammodernamento degli impianti fino alla chiusura.

 

Oggi, per quello che ho visto, del tratto Filaga-Prizzi-Palazzo Adriano, rimane ancora la massicciata e le frequenti gallerie scavate nel cuore della montagne. Ho sentito che alcuni tratti della massicciata dalle parti di Filaga siano state trasformate in fungaie...

Mio padre mi raccontò spesso che, da giovane, per aggiungere i suoi quando d'estate andavano a villeggiare a Palazzo Adriano, prendeva proprio quella ferrovia, viaggiando prima sino a Lercara. Erano quei racconti densi di in qualche maniera di spirito pionieristico e di avventura: quel trenino rappresentava per mio padre uno dei miti della sua gioventù ed era in qualche modo anche la rappresentazione del progresso e della modernità. Grazi a quei racconti, potevo immaginare quel treno tirato dalla vecchia locomotiva a vapore che si inerpicava sbuffando e lasciando dietro di sé nuvole di fumo grasso e nero e poi mi lasciavo andare ad immaginare quando il convoglio si tuffava in quelle gallerie al cui interno ancora oggi si può passeggiare. Palazzo Adriano, prima di entrare nell'ultima galleria del tratto ferroviario Filaga-Prizzi-Palazzo AdrianoDel percorso ferroviario rimane soltanto una massicciata nuda (che è divenuta uno sterrato), ma da piccolino io ci ho sicuramente camminato quando ancora c'era non ancora rotaie e traversine. Ma già allora il treno non c'era più o era in via di estinzione: su quella massicciata ci ho passeggiato accompagnato da papà o forse anche dalla zia Mariannù, quando durante un'estate andai assieme a lei a stare a casa dei nonni per un periodo di una decina di giorno. E siccome avevo meno di dieci anni - direi tra 5 e 8 è anche possibile che, assieme alla zia, si sia fatto assieme il tratto ferroviario sino a Prizzi e ritorno, perchè in quel periodo la Ferrovia era ancora in uso. Lo posso soltanto intuire, ma non ho di questo alcun ricordo certo. So certamente che quel trenino a possedere un tocco di funzionalità e di eleganza d'antan in più era fornito in corrispondenza dell'ultimo vagone di un terrazino posteriore, che consentiva a chi voleva di viaggiare all'aperto.
Solo che via del fumo nero di fuliggine e della polvere all'arrivo era obbligo lavarsi radicalmente, perché si era coperti di fuliggine.
Nell'incertezza del ricordo (di quella permanenza a Palazzo i ricordi che rimangono più vividi sono quello della volta che dopo essere stato lavato, pettinato e profumato dalla zia, tutto lindo e pulito com'ero ricaddi maldestramente dentro la tinozza dove avevo appena finito di fare il bagno e poi quello della lunga attesa dei miei che mi venissero a riprendere) voglio pensare che su quel trenino ci ho viaggiato anche io, così come aveva fatto mio padre nella sua gioventù.

Certo, sarebbe bello, se le amministrazioni comunali di Palazzo Adriano e di Prizzi, in vista di una valorizzazione turistica dei loro luoghi decidessero di avviare degli interventi per recuperare quello che rimane ancora agibile di questa tratta ferroviaria, allestendo - ad esempio - un percorso attrezzato con piccole aree di sosta che possa essere fruito da turisti in Mountai Bike oppure da camminatori/escursionisti o addirittura proponendo per il tramite di qualche Associazione che si occupi della gestione degli aspetti organizzativi di trekking che consentano di spostarsi a piedi da Palazzo Adriano a Lercara, ma anche istituendo in uno degli edifici di servizio della tratta ferroviaria ancora esistenti  un piccolo allestimento museale che illustri ai visitatori la storia di questa "piccola" ferrovia e che ne mantega la memoria.
Sarebbe un'iniziativa che avrebbe certamente riscontro presso i turisti nord-europei di un certo tipo, sempre alla ricerca di itinerari sportivo-naturalistici, per non parlare poi della possibilità di organizzare eventi sportivi non competitivi che si propongono di collegare in un'unica camminata corsa i tre comuni interessati.

 

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28 ottobre 2016 5 28 /10 /ottobre /2016 23:58
(foto di Maurizio Crispi)

(foto di Maurizio Crispi)

Montagna Longa è un luogo di memorie, per me, indubbiamente e per tutti coloro che nell'olocausto dell'aereo che vi si è schiantato hanno perso la vita in un solo momento.
Poco prima dell'incidente fatale, mio padre mi parlò di un libro che aveva letto e che gli era rimasto fortemente impresso: si trattava di "Il Ponte di San Luis Rey", scritto dal romanziere e drammaturgo statunitense Thornton Wilder (1927).
Questa in breve la storia che vi è narrata.
Il Ponte di San Luis Rey (Thornton Wlder, Mondadori)Nel 1714 il ponte di San Luis Rey, che per oltre un secolo era stato la più importante via di collegamento per gli abitanti di Lima e Cuzco e per i viandanti che si spostavano dall'una all'altra città, in Perù, crolla improvvisamente, causando la morte di cinque persone.
Fra' Ginepro, un frate che si accingeva ad attraversarlo, dopo aver assistito all'accaduto, sconvolto dalla tragedia, inizia a porsi delle domande di carattere religioso e morale: chi erano quei cinque e perché si trovarono proprio lì?
Cercando di risalire alle cause del crollo del ponte, la curiosità porta Fra' Ginepro a ricostruire le vite dei cinque deceduti nel tragico evento: nel tentativo di capire se avessero qualcosa in comune?
Sulla scorta dell'indagine, nacque un problema morale su cui si pronunciò anche la Chiesa, chiamando in causa la Provvidenza e suscitando altri interrogativi: si era trattato d'una tragedia o di una punizione divina, che ha fatto incrociare i destini dei cinque nel medesimo luogo alla medesima ora? Il Signore ha voluto punire così i malvagi oppure, operando in tal modo, ha volutamente chiamato a sé anche gli innocenti?
I quesiti, posti sull'eterna condizione umana e sulla morte, sulla misteriosa complicità di caso e destino, rimarranno inevasi.
Indro Montanelli, che a questo romanzo si ispirò nella scrittura di "Qui non riposano", consigliava agli aspiranti giornalisti di leggerlo e di trarne ispirazione, in quanto esempio di «alta tecnica narrativa, valevole per tutti gli scrittori, compresi i romanzieri»; ed anche «uno dei pochi veri capolavori di questo secolo, per ricostruire le varie vicende umane che avevano condotto tutti quei viaggiatori, sconosciuti l'uno all'altro, a trovarsi su quel ponte al momento della catastrofe».
Non so come mio padre fosse arrivato a questo testo: ma forse - voglio pensare - proprio seguendo quegli strani percorsi di lettura che fanno coloro che che amano i libri, in cui ciascun libro letto ne chiama altri aprendo percorsi imprevisti e tortuosi (in nuce questo modus operandi in cui si combinano assieme le voglie e le curiosità dei lettori con l'intrinseco potere dei libri è l'origine e il senso dell'infinita Biblioteca di Babele borgesiana).
Me ne aveva parlato, sì. Forse mi aveva dato anche quel libricino, perché lo leggessi. Ci sperava sempre che io seguissi i suoi suggerimenti e le sue suggestioni e, instancabilmente, seminava germi di cultura, cercando di darmi una veduta ad ampio raggio del mondo e molti vertici di osservazione per aiutarmi a guardare nella complessità.
Ma io, sul momento, lo avevo messo da parte, perché allora rivendicavo la mia autonomia di scelte (o almeno cercavo di salvare le apparenze, per mia pace, poiché non si poteva sfuggire alle suggestioni che promanavano da lui).
E quindi, dopo il fatto, quel libro lo ripresi in mano, e da allora l'ho tenuto quasi sempre vicino a me, tra i libri che mi sono più cari e che devono stare sul comodino sempre pronti ad essere aperti, sfogliati, letti anche a caso, captando una frase qua e là.
Non posso non essere influenzato da quelle pagine, quando rifletto sull'incidente di Punta Raisi o su altri analoghi.
Perché quelle persone si trovarono assieme?
Perché alcuni per pura casualità rimasero esclusi, mentre altri - sempre per pura casualità - furono inclusi all'ultimo momento?
Quale disegno imperscrutabile rimase dietro quel mosaico di vite? Qale necessità determinò il tragico destino delle 115 vittime?
E cosa pensarono, cosa sentirono nel momento dell'impatto, se ebbero il tempo di sentire o pensare qualcosa, prima della cacofonia dei rumori dello schianto, delle esplosioni e del ruggito delle fiamme (tutte cose che ho sempre immaginato)?
E perché tutto questo accadde?
Qual'è la verità nascosta dietro la frettolosa rimozione dei detriti e la dismissione delle salme, dopo i dovuti riconoscimenti (laddove questi furono possibili) senza nessun esame autoptico (al di fuori della perizia necroscopica sui due piloti)?
Dopo circa due anni venne posta sul monte (ma non esattamente sul luogo dell'impatto) una grande croce metallica per ricordare le vittime e l'equipaggio. Sui due fianchi della parte ascendente della croce sono riportati in ordine alfabetico i nomi delle vittime (con la data di nascita accanto): un totale di 113 compresi i componenti dell'equipaggio. A vederli riposare sulla vasta superficie della croce quei nomi spogli non sembrano tanti. Ma furono tanti: a volerli recitare uno per uno passa un bel di tempo... e 113 è ben più di un terzo delle vittime accertate del terremoto del Belice.
La croce avrebbe dovuto essere illuminata: infatti venne eretta già con un suo impianto di fari. Ma l'Alitalia (o l'amministrazone aeroportuale( si oppose strenuamente sostenendo che quella croce accesa di luce avrebbe "turbato" la buona pace dei passeggeri degli aerei di linea in avvicinamento e attivato in essi stati d'ansia, gettando discredito sulla sicurezza dell'aeroporto palermitano e avrebbe per sempre ricordato quell'incidente a discredito della sicurezza dell'aereoporto
La croce, sorta su terreno demaniale per volontà della diocesi di Carini (molto attivo in questa realizzazione fu Monsignor Pappalardo allora e per molti anni parroco), fu eretta 42 anni fa e oggi è in condizioni di degrado preoccupante, con estesi danni causati dagli elementi atmosferici e dalla ruggine. E sicuramente andrebbe ripresa.
Occorrerebbero anche interventi di ripristino della recinzione, in alcuni tratti crollata.
Ma soprattutto sarebbe bello pensare ad interventi che ne consentissero la fruizione anche durante tutto l'anno e non soltanto in occasione della ricorrenza dell'anniversario della tragedia.
Migliorando l'attuale strada di accesso, molto impervia soprattutto nell'ultimo tratto, o aprendone una nuova che salga da Cinisi sfruttando il fatto che il pendio della montagna è ben più dolce, si potrebbe pensare ad un progetto di riqualificazione della vasta area attorno alla Croce, facendone un vero e proprio "Parco della rimembranza" dedicato a tutte le vittime, ma anche a tutti coloro che vogliano stare in un luogo che favorisca la meditazione e la riflessione sulle cose ultime.
Un parco arricchito di altri alberi, oltre ai numerosi cipressi già messi a dimora, ed essenze arboree adatte alla location, inserendo (o almeno tentandoci) qualche Ulivo, che ha la forte valenza simbolica della permanenza e dell'attaccamento tenace alla Madre Terra, la cui planimetria possa essere disegnata da percorsi delimitati da siepi di bosso, e punteggiati da piccoli cippi che facciano da supporto a citazioni letterarie adatte alla riflessione, ma anche da pannelli esplicativi che raccontino a futura memoria - l'incidente con il corredo - su supporti resistenti alle intemperie -  delle poche immagini d'archivio disponibili (perché anche questo fa pensare alla superficialità investigativa e alla quasi non esistenza di una documentazione fotografica realizzata con tecniche analitiche nelle ore successive all'incidente).
A me personalmente piacerebbe sapere - e mi darebbe conforto - che esiste un parco così fatto, tale da resistere all'usura del tempo e farne un luogo del Ricordo che possa essere tramandato alle future generazioni e continuare anche quando tutti coloro che furono toccati direttamente dalla tragedia non saranno più: una location che sia di pace e di meditazione in quanto nodo cruciale di transito e di passaggio di tante anime verso qualche luogo altro che sicuramente - non so come, non so dove - esiste: e proprio, perchè è stato luogo di transito di tante anime, rimane come luogo di pace immensa ma anche di forte - fortissima energia - che si avverte nell'aria che vibra e nel soffio del vento e nella grandiosità del paesaggio che si stende ai piedi del monte brullo e sassoso, monte di roccia aspra e impervia che affiora dovunque, a creare un contrasto ferrigno con la morbidezza e la solennità dei cipressi che punteggiano il sito attorno alla croce-reliquia.
Io vi salii, a Montagna Longa, una prima volta a luglio, dopo appena due mesi dall'incidente. Allora la strada aperta dalla Forestale ai tempi della messa in posa della Croce non esisteva (o forse semplicemente non ero a conoscenza della sua esistenza) e quindi io feci l'ascesa dal lato di Cinisi, sotto il sole feroce della stagione.
Salendo da questa parte si ha subito la visione del luogo d'impatto che avvenne, secondo le ricostruzioni poco prima (dopo, se consideriamo il senso di marcia dell'aereo) il punto sommitale.
La croce di Montagna Longa (foto di Maurizio Crispi)E, lì dove oggi si può vedere su di una roccia promnente sulle altre, verde di muschio, una piccola lapide di marmo dedicata ad Angela Fais e, accanto, un'altra che ricorda una delle hostess, quando io arrivai, era tutto annerito dal fuoco che aveva divampato con il kerosene residuo versato dai serbatoi, e il terreno era disseminato di piccoli detriti di plastica, alluminio, metallo, tutto irriconoscibile.
Solo le parti dell'aereo rimasta intatte erano state velocemente rimosse, quasi a cancellare ogni traccia, prima che qualcuno potesse pensare di approfondire le dinamiche.
Sperimentai allora un senso di grande desolazione, con il rombo del vento (che pensavo eterno) nelle orecchie.
E quyando vi sono risalito lo scorso 5 maggio 2016, in occasione della commemorazione che si celebra di anno in anno, mi hanno assalito le stesse sensazioni, l'emergere della memoria è stato netto ed inconfondibile: Montagna Longa è per me non solo un luogo fisico, ma anche un luogo della mente, saldamente stabilito nel mio deposito di ricordi.
Forse in seguito quando misero a dimora la croce ci saliì.
Ma di quell'ascesa ho rimosso quasi tutto. Ci sono delle sensazioni vaghe depositate: un moto di paura a vedere il precipizio a lato della strada, l'abisso pronto a ghermirti. E poi la sensazione tattile della mano che indugiava sulle scritte dei nomi in rilievo, quasi che per me fosse più importante leggere quei nomi come se fossero stati scritti in Braille.
In quest'ultima ascesa che ho compiuto tali sensazioni si sono rafforzate, sono venute fuori con maggiore prepotenza.
Quindi, almeno un'altra volta in passato devo esserci salito, anche se non riesco in alcun modo a circostanziare e a rivedere quell'ascensione "ombra" nei dettagli.
O forse l'ho solamente sognato di esserci salito...
Misteri dei meccanismi mentali che presiedono alla memoria e alla conservazione dei ricordi!

Le foto sono di Maurizio Crispi
Le foto sono di Maurizio Crispi
Le foto sono di Maurizio Crispi
Le foto sono di Maurizio Crispi

Le foto sono di Maurizio Crispi

(Fonte: dal Gruppo Facebook "Montagna Longa, 115 vittime: un disastro aereo dimenticato") SICILIA (Palermo) - E' il 5 maggio 1972. Una data difficile da dimenticare. Un aeromobile DC 8 dell'Alitalia, il volo AZ 112 Roma - Palermo si schianta sul costone della Montagnalonga, fra Cinisi e Carini, a circa 5 miglia nautiche a Sud dell'aeroporto di Punta Raisi. Muoiono 115 persone lasciando 98 orfani e 50 vedove. Tra le vittime i corpi di un giudice, di due giornalisti, di un paio di militari e di qualcuno che si pensò fosse dei servizi segreti. Qualche altro non fu mai identificato. Rimarrà negli archivi della memoria come la più grave tragedia nella storia dell'aviazione civile italiana.

A guidare l'aereo ci sono piloti di lunga e provata esperienza di volo. Roberto Bartoli e Bruno Dini. Con loro il motorista Gioacchino Di Fiore, anch'egli con il brevetto di 3° grado che lo aveva abilitato al pilotaggio di grossi aerei.

L'aeromobile, con a bordo 108 passeggeri e 7 membri dell'equipaggio, alle ore 21,46 decolla dalla pista di Fiumicino. Intorno alle ore 22,25 è sulla verticale dell'aeroporto palermitano a 5.000 piedi ed il bollettino meteorologico di Palermo Punta Raisi segna «calma di vento, visibilità 5 Km.».

Su Montagnalonga, dopo 3 processi e un'istanza di riesame, respinta nell'ottobre 2001 dal giudice di Catania Peroni Ronchet, se non si vuole prendere per buona la "verità" emersa nelle Aule di Giustizia, risultata a dir poco improbabile, non ci sono ancora verità e responsabilità.

L'8 maggio 1972, in una nota di agenzia della Reuter affiorò l'ipotesi della bomba, ma le indagini e le istruttorie che si susseguirono la scartarono del tutto.

Nonostante, all'indomani del grave evento, circolasse diffusamente in ambito giornalistico la notizia che si trattava di un atto stragísta e non di incidente di manovra, calò un improvviso silenzio, seguito da affrettate e incalzanti smentite.

Le famiglie Fais, Salatiello e la moglie e i familiari di Bartoli, costituitisi parti civili, nell'immediatezza dei disastro, contro i responsabili aeroportuali dell'epoca, i funzionari dell'Alitalia, dei Ministeri della Difesa e dei Trasporti, costrinsero la magistratura catanese a chiamare in giudizio quest'ultimi, i quali furono in seguito tutti assolti.

L'ipotesi di una bomba a bordo, subito scartata, fu invece raccolta dal rappresentante dei piloti Anpac nella prima commissione di indagine.

Il 27 giugno 1972, a 15 giomi dalla firma dei decreto di incarico dell'allora ministro Oscar Luigi Scalfaro, il colonnello Francesco Lino aveva già concluso per l'errore umano, nonostante il comandante Ferretti, membro della commissione d'inchiesta ministeriale, a nome dei piloti Anpac, avanzasse il sospetto di una esplosione nella carlinga.

La commissione, in base alle norme che regolano i rapporti tra Alitalia e Ministero dei Trasporti, avrebbe dovuto prevedere una composizione di 13 membri, di cui 3 appartenenti all'Anpac Ma il colonnello Lino la limitò a 11, escludendo, quindi, due piloti.

Sui piloti si rovesciarono accuse di inesperienza e tasso alcolico elevato. Sul Bartoli si riversarono accuse di distrazione, in particolare «evidenziatasi nel corso della giornata, a causa di annebbiamento cerebrale dovuto a droga o alcool». Versíone infamante, poi smontata dalla perizia dei prof. Ideale Dei Carpio. dirigente dell'Istituto di Medicina Legale di Palermo.
tratto da http://montagna-longa.noblogs.org/

Nel sito http://www.montagnalonga.it/ (da cui è tratta la foto) è tutto minuziosamente documentato anche con raccapriccianti filmati dei telegiornali dell'epoca.

Mi sono avvicinata a questa triste pagina, interessata dal fatto che tra le vittime ci fosse Cestmir Vicpaleck di anni 24, figlio dell'omonimo calciatore e allenatore di Juventus e Palermo e cugino (coetaneo) dell'allenatore Zdenek Zeman.

Ma le vittime non hanno nome, sono vittime e basta e come tali gridano giustizia

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25 ottobre 2016 2 25 /10 /ottobre /2016 08:28

Un paese al Crocevia. Storia di Bolognetta (Santo Lombino, 2016)Mercoledì, 9 novembre 2016, alle ore 17.00 al Cinema Rouge et Noir, Piazza Verdi n. 8, Palermo,verrà presentato il volume di Santo Lombino, "Un Paese al Crocevia. Storia di Bolognetta", Istituto Poligrafico Europeo (Collana Le Opinioni), cui l’Autore - bolognettese egli stesso - ha dedicato un po' della sua vita negli ultimi anni: il libro si pone come un lungo e appassionante viaggio dell’Autore nella storia del suo paese e nelle storie dei suoi compaesani, con il supporto di lunghe ricerche archivistiche, atti notarili e varie fonti storiche e con molta umiltò nello spirito di uno che si definisce "storico a piedi scalzi" e "cacciatore di memorie"...

Introdurrà Gian Mauro Costa, scrittore e giornalista. Seguiranno gli interventi di Amelia Crisantino, storica - collaboratrice di Repubblica Palermo, Giuseppe Barbera e Vincenzo Guarrasi dell'Università degli Studi di Palermo

L’evento si concluderà con una degustazione di vini a cura della ditta Tenute Rinaldi, che insiste ovviamente sul territorio di Bolognetta.

Il volume è arricchito da una prefazione di Manoela Patti che riportiamo qui di seguito.

Le storie locali, se indagate con rigore metodologico oltre che con passione, possono offrire al lettore narrazioni che vanno ben oltre il resoconto erudito di fatti e vicende succedutisi in un piccolo centro periferico durante un tempo più o meno lungo.
È questo il caso della plurisecolare storia di Bolognetta – Santa Maria di Ogliastro all’atto della fondazione nel XVI secolo – indagata nelle pagine che seguono da Santo Lombino, bolognettese egli stesso. La storia del piccolo Comune, importante snodo viario tra la costa e l’interno dell’isola, distante da Palermo soltanto «una giornata di viaggio», è infatti nella sua ricostruzione la storia di una comunità di cui il lettore scorgerà il farsi sempre nel continuo intreccio con gli eventi della storia nazionale.
Il feudo originario, già connotato dal fondaco di Ogliastro, fu acquistato da Marco Mancino dalla potente famiglia aristocratica dei Beccadelli-Bologna. Con costoro, il nuovo signore, forse un ricco mercante esponente dell’ampia comunità di genovesi approdati in Sicilia, s’impegna a nominare Bolognetta la “città nuova” che stava per fondare in quel territorio, così da legarne l’identità a quella dei nobili Bologna. Tuttavia, ciò avverrà solo nel 1882. Forse, come ci spiega l’autore, per ragioni che hanno a che vedere più con la memoria del cruento episodio che vede coinvolti gli ogliastresi nei tumultuosi eventi palermitani del settembre del 1866 – la cosiddetta rivolta del “Sette e Mezzo”, che a Bolognetta vide tra l’altro la folla insorta scagliarsi con incredibile violenza contro i carabinieri della locale stazione –, che con la memoria dei fondatori.  Seguendo il filo rosso della costruzione di un’identità collettiva, legata ora alle famiglie aristocratiche che in età moderna trassero le proprie fortune da Bolognetta, ora ai “civili”, e al popolo minuto, fatto per lo più di contadini e braccianti, che tra XIX e XX secolo si fecero attori principali della storia di Ogliastro-Bolognetta, Lombino conduce dunque il lettore attraverso i secoli.
E se il cardine della narrazione resta sempre Bolognetta, quest’ultima rappresenta spesso il punto di partenza per seguire nel più vasto contesto globale le vicende dei suoi abitanti. Attraverso fonti archivistiche, memorie e fonti orali, l’autore – già curatore della riedizione de La spartenza, diario del bolognettese, illetterato, Tommaso Bordonaro, nato nel 1909 ed emigrato nel secondo dopoguerra, pubblicato da Einaudi per la prima volta nel 1991 – ricostruisce così nessi e relazioni tra eventi piccoli e grandi; tra attori e gruppi; tra comunità e territorio. Individua nelle più importanti cesure epocali che hanno segnato la storia italiana – il Risorgimento, la Prima guerra mondiale, il fascismo, il secondo dopoguerra e la complessa transizione verso la Repubblica, tra le altre – passaggi cruciali anche per la storia del piccolo centro agricolo siciliano. Attraverso la lente della microanalisi ne osserva e ne descrive il riflesso locale, e l’intreccio che ne consegue, evidenziando rotture e trasformazioni. In questo modo, eventi quali le insurrezioni antiborboniche ottocentesche, l’epopea della Grande Emigrazione verso l’America o delle lotte contadine per la terra nel secondo dopoguerra, sono riletti da una prospettiva che riconnette centro e periferia.
Mentre memorie condivise e racconti popolari, finalmente indagati alla luce delle fonti archivistiche, offrono narrazioni nuove nella loro complessità. Il racconto della Seconda guerra mondiale intreccia così, per esempio, le vicende del fronte interno, con il paese che accoglie centinaia di “sfollati” dalla vicina Palermo martoriata dai bombardamenti alleati, a quelle dei soldati bolognettesi che la guerra la vivono sul fronte.
È il caso di Carmelo Prudenza, contadino di Bolognetta catturato dagli inglesi sul fronte nord africano nel gennaio 1941, la cui storia, affidata ad alcuni quaderni di memorie e successivamente pubblicata, Lombino recupera alla memoria collettiva. Costruito su una molteplicità di fonti archivistiche – atti notarili, riveli, liste degli eleggibili, inchieste parlamentari, fonti poliziesche, documenti contabili, atti pubblici, corrispondenze private, testimonianze orali, memorie – il volume svela un mondo articolato ed eterogeneo. E una comunità fatta di nobili e popolani, ceti medi e notabili, donne e fanciulli, conservatori e rivoluzionari, contadini e proprietari, mafiosi e uomini dello Stato, rivive nelle pagine del libro. In particolare, attraverso l’attento esame dei riveli per l’età moderna e delle liste degli eleggibili per gli anni della complessa trasformazione dall’Antico regime all’età contemporanea, Lombino ricostruisce il formarsi della classe dirigente paesana.
Già in tarda età moderna assistiamo così all’emergere di un nuovo ceto di possidenti e burgesi, di cui possiamo conoscere proprietà e redditi, mestieri e professioni, strategie matrimoniali ed alleanze, odi ed amicizie. Ma sembrano essere soprattutto le liste degli eleggibili, compilate a partire dalla riforma amministrativa promulgata dal governo borbonico nel 1817, ad offrire una chiave di lettura straordinariamente efficace per decifrare il cruciale passaggio dalla modernità alla contemporaneità, svelandone le profonde contraddizioni, nell’insolubile intreccio tra vecchio e nuovo che a lungo caratterizza l’esercizio del potere politico-amministrativo. Incrociando l’analisi delle liste a quella dei dati anagrafici, Santo Lombino indaga il ruolo politico-economico di matrimoni e parentele, individuando i gruppi familiari più influenti, dei quali segue i percorsi sino all'età contemporanea, confermando peraltro il ruolo cruciale della famiglia nella costruzione e tenuta delle alleanze anche in età postunitaria, e perlomeno sino al periodo liberale. Di un certo rilievo appare l’alto grado di conflittualità della vita municipale, che in più di una occasione trasforma, soprattutto nei decenni postunitari, il gioco locale dei “partiti” in violento conflitto per il potere.
L’intreccio del potere politico-amministrativo col potere mafioso – elemento che peraltro Bolognetta condivide con buona parte dei centri della Sicilia centro-occidentale – e la conseguente capacità di gruppi e fazioni di erogare violenza, finiscono per influenzare abbastanza i destini della comunità. Emblematico in tal senso, appare l’omicidio del consigliere comunale ed ex sindaco Giorgio Verdura che, scrive Lombino, «estraneo alle due fazioni in lotta in paese ed allineato su posizioni filo-governative», nel 1879 viene assassinato, vittima della lotta per la conquista della leadership paesana. Tra i mandanti la questura individua i membri di alcune delle famiglie-fazioni locali, e tra di essi il sindaco in carica, notabile ed esponente di uno dei più noti “partiti” di Ogliastro. Eppure, la storia del paese in età contemporanea non deve essere letta soltanto in chiave criminale. Come evidenzia l’autore, Bolognetta condivise con i numerosi centri agricoli della provincia palermitana uno sviluppo economico e sociale legato ad una più generale fase di modernizzazione nazionale, che interessò com'è noto tutta la Sicilia, oltre che al rapporto con il territorio e con la vicina città di Palermo. Seppure con le specificità e, talora, i limiti legati al contesto locale, a segnare le trasformazioni economiche e sociali del paese intervennero insomma le profonde trasformazioni della storia. Nel volume, Lombino le segue sino all'età repubblicana.
Dall’ascesa del ceto notabilare in età postunitaria e liberale, all’avvento del fascismo,sino alla brusca rottura dovuta alsecondo conflitto mondiale e al crollo del regime, il lettore scorgerà mutamentisociali, economici e politici;scorgerà i percorsi, non sempre lineari, di alleanze e fazioni di fronte al mutare del rapporto tra centro e periferia nelle diverse fasi della storia nazionale.
Seguiremo i bolognettesi nella transizione dal fascismo alla Repubblica, attraverso il precoce dopoguerra siciliano iniziato con lo sbarco angloamericano del 1943. Assisteremo, anche a Bolognetta, alla lotta dei ceti popolari per trovare uno spazio nella nuova Italia repubblicana, soprattutto grazie all’eccezionale  occasione rappresentata dal movimento per la Riforma agraria, e alla conseguente mobilitazione contadina guidata dal Partito comunista. Tuttavia, il ricomporsi di vecchie alleanze o la nascita di nuove intorno agli esponenti locali del partito di governo, consegnerà l’amministrazione di Bolognetta alla DC per almeno un quarantennio. Ai contadini, ancora una volta, non resterà che emigrare.
Con la nuova spartenza verso l’Europa e l’Italia settentrionale di centinaia di bolognettesi, tra anni ’50 e anni ’60 del Novecento e con la morte nel 1962 dell’ultimo erede della dinastia dei grandi proprietari Monachelli, che dall’età moderna aveva legato a sé le fortune di Bolognetta, termina il lungo viaggio di Santo Lombino nella storia del suo paese e nelle storie dei suoi compaesani.

Manoela Patti (Prefazione al volume di Santo Lombino)

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Published by Frammenti e Pensieri Sparsi (redazione, con la citazione estesa della prefazione di Manoela patti al volume) - in Eventi - arte - cultura e spettacoli Parliamo di libri Luoghi
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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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