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18 febbraio 2016 4 18 /02 /febbraio /2016 08:43
Nel nuovo romanzo di Gaia De Pascale, la vita e le opere di Antonia Pozzi, ragazza imperdonabile, poetessa e fotografa
Nel nuovo romanzo di Gaia De Pascale, la vita e le opere di Antonia Pozzi, ragazza imperdonabile, poetessa e fotografa
Nel nuovo romanzo di Gaia De Pascale, la vita e le opere di Antonia Pozzi, ragazza imperdonabile, poetessa e fotografa

Dopo diversi libri sulla filosofia del viaggiare lento, sulla "filosofia della corsa" (Correre é una filosofia. Perchè si corre") e dopo la precedente biografia-intervista a Marco Olmo (Il corridore. Una vita riscattata dallo sport), grande interprete della corsa in natura sulle lunghissime distanze, Gaia De Pascale con Come le vene vivono del sangue. Vita imperdonabile di Antonia Pozzi (Ponte alle Grazie, 2016), ci regala una interessante biografia "in soggettiva" (dunque, in forma di romanzo) su di un personaggio controverso dell'Universo letterario italiano della prima meta del Novecento e scomparsa dopo una breve, intensa, vita sempre controcorrente e all'insegna dell'esplorazione anti-conformista.
Tuttavia qualcosa, in me, non ha mai smesso di dare l'impressione di essere in procinto di cedere, come se una crepa fosse sempre sul punto di aprirsi per i movimenti tellurici della mia anima. Ma era la troppa vita, quella che forzava le pareti, fino a venare la crosta esterna nella quale tutti, intorno a me, hanno sempre cercato di stringermi.
Molto è già stato detto su Antonia Pozzi, ragazza "imperdonabile" che, nonostante la sua breve vita, ha lasciato più di trecento poesie, numerose lettere, pagine di diari e circa tremila fotografie, e la cui figura è oggetto di una straordinaria riscoperta di pubblico e di critica.
Molto è già stato detto su di lei, accurati studi critici e biografici ne hanno già messo in evidenza poetica e vita. Eppure, c'e sempre, quando si parla di lei, l'impressione di qualcosa di incompiuto. Come se la "troppa vita" che le scorreva nel sangue non si sia mai voluta lasciare decifrare fino in fondo. Come se ci fosse sempre troppo da dire e nello stesso tempo un'urgenza di silenzio avesse costantemente percorso lei e le persone che le stavano accanto.
Per raccontare questa figura complessa, profonda e a tratti enigmatica, che ha attraversato gli anni Trenta con intelligenza e passione, sofferenza e determinazione, Gaia De Pascale ha scelto la via del romanzo.
Il libro dà la parola alla stessa Antonia, scavando nell'animo della protagonista e restituendo le persone, i luoghi e le atmosfere di un tempo cruciale sotto ogni punto di vista per la storia del nostro Paese. In bilico tra realtà e finzione, "Come le vene vivono del sangue" usa il verosimile come unico mezzo possibile per accedere al fondo segreto dell'esistenza di Antonia Pozzi, e rende omaggio a una figura femminile che ha saputo attraversare con la stessa profondità tanto la vita quanto la morte.
Eppure c’è sempre, quando si parla di Antonia Pozzi, l’impressione di qualcosa di incompiuto. Come se la “troppa vita” che le scorreva nel sangue non si sia mai lasciata decifrare fino in fondo.
Dice Gaia De Pascale: "Antonia Pozzi ha lasciato molte tracce del suo passaggio: poesie, lettere, diari, fotografie. Il fatto che alcuni di questi materiali siano andati perduti, talvolta per precisa volontà della famiglia, è lo specchio concreto e tangibile di un dato di fatto: non si può conoscere la verità della vita, tanto meno quella degli altri. Si può solo procedere a tentoni, amalgamare il vero e il verosimile, entrare negli spazi vuoti lasciati dalle parole sperando, in uno scatto di empatia, di riuscire a cogliere un barlume della realtà. Per questo ritengo necessario raccontare la vita di Antonia come se fosse un romanzo. Perché a volte la finzione è l’unica via per andare oltre le apparenze, i fraintendimenti, e ricomporre il puzzle di personalità poliedriche in cui fatti, intenzioni e volontà sono stati scossi da continui scarti.
Tessendo la trama delle parole di Antonia Pozzi, ricostruendo la cronologia degli eventi salienti della sua vita, riempiendo i vuoti con cose che non sono state, ma avrebbero potuto essere, mi propongo di restituire il ritratto di una donna e del suo tempo – per come io l’ho vissuto, quasi un secolo dopo. E per come io l’ho sentito, romanzesco e sfuggente, più vero del vero".

Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – Milano, 3 dicembre 1938) è stata una poetessa italiana. Figlia di Roberto, importante avvocato milanese, e della contessa Lina Cavagna Sangiuliani, nipote di Tommaso Grossi,[1] Antonia scrive le prime poesie ancora adolescente. Studia nel liceo classico Manzoni di Milano, dove vive con il suo professore di latino e greco, Antonio Maria Cervi, una relazione che, a causa dei pesanti ostacoli frapposti dalla famiglia Pozzi, verrà interrotta da Cervi nel 1933. Forse a causa di questa grave ingerenza nella sua sfera affettiva, parlando di sé quell'anno scrive: «e tu sei entrata / nella strada del morire».
Nel 1930 si iscrive alla facoltà di filologia dell'Università statale di Milano, frequentando coetanei quali Vittorio Sereni, suo amico fraterno, Enzo Paci, Luciano Anceschi, Remo Cantoni, e segue le lezioni del germanista Vincenzo Errante e del docente di estetica Antonio Banfi, forse il più aperto e moderno docente universitario italiano del tempo, col quale si laurea nel 1935 discutendo una tesi su Gustave Flaubert.
Tiene un diario e scrive lettere che manifestano i suoi tanti interessi culturali, coltiva la fotografia, ama le lunghe escursioni in bicicletta, progetta un romanzo storico sulla Lombardia, studia il tedesco, il francese e l'inglese, viaggia, pur brevemente, oltre che in Italia, in Francia, Austria, Germania e Inghilterra, ma il suo luogo prediletto è la settecentesca villa di famiglia, a Pasturo, ai piedi delle Grigne, nella provincia di Lecco, dove si trova la sua biblioteca e dove studia, scrive e cerca sollievo nel contatto con la natura solitaria e severa della montagna. Di questi luoghi si trovano descrizioni, sfondi ed echi espliciti nelle sue poesie; mai invece descrizioni degli eleganti ambienti milanesi, che pure conosceva bene.
La grande italianista Maria Corti, che la conobbe all'università, disse che «il suo spirito faceva pensare a quelle piante di montagna che possono espandersi solo ai margini dei crepacci, sull'orlo degli abissi. Era un'ipersensibile, dalla dolce angoscia creativa, ma insieme una donna dal carattere forte e con una bella intelligenza filosofica; fu forse preda innocente di una paranoica censura paterna su vita e poesie. Senza dubbio fu in crisi con il chiuso ambiente religioso familiare. La terra lombarda amatissima, la natura di piante e fiumi la consolava certo più dei suoi simili».
Avvertiva certamente il cupo clima politico italiano ed europeo: le leggi razziali del 1938 colpirono alcuni dei suoi amici più cari: «Forse l'età delle parole è finita per sempre», scrisse quell'anno a Sereni.
A soli ventisei anni si tolse la vita. Nel suo biglietto di addio ai genitori scrisse di «disperazione mortale». Si uccise mediante barbiturici in una sera di dicembre del 1938, nel prato antistante l'Abbazia di Chiaravalle. La famiglia negò la circostanza «scandalosa» del suicidio, attribuendo la morte a polmonite; il suo testamento fu distrutto dal padre, che manipolò anche le sue poesie, scritte su quaderni e allora ancora tutte inedite.
È sepolta nel piccolo cimitero di Pasturo: il monumento funebre, un Cristo in bronzo, è opera dello scultore Giannino Castiglioni.
C'è un sito web dedicato alla poetessa e alle sue opere (www.antoniapozzi.it).

Nel nuovo romanzo di Gaia De Pascale, la vita e le opere di Antonia Pozzi, ragazza imperdonabile, poetessa e fotografa
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Un romanzo dalla scrittura diramata e tutta scheggiata da punte di luce, con la grazia di una Katherine Mansfield o di una Alice Munro

Giuseppe Conte

Nel nuovo romanzo di Gaia De Pascale, la vita e le opere di Antonia Pozzi, ragazza imperdonabile, poetessa e fotografa
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18 febbraio 2016 4 18 /02 /febbraio /2016 07:49
Masanobu Fukuoka. Non far niente é il miglior metodo agricolo
Masanobu Fukuoka. Non far niente é il miglior metodo agricolo
Masanobu Fukuoka. Non far niente é il miglior metodo agricolo

Masanobu Fukuoka (福岡正信 Fukuoka Masanobu?) (2 febbraio 1913 – 16 agosto 2008) è stato un botanico e filosofo giapponese, pioniere della agricoltura naturale o del non fare, autore di "La rivoluzione del filo di paglia" e "The Natural Way of Farming".

"L'umanità non sa assolutamente nulla. Nessuna cosa ha valore in se stessa e ogni azione è inutile, senza senso".
Dopo aver formulato questo pensiero, all'età di 25 anni, Masanobu Fukuoka, decise di mettere in pratica la sua intuizione. Si dedicò alla coltivazione dei cereali, evitando il più possibile di interferire nel delicato equilibrio della natura con le comuni pratiche agricole. Così, mentre nell'agricoltura tradizionale si sperimentano nuove tecniche chiedendosi: "Se si provasse questo o se si provasse quest'altro?" Fukuoka sperimenta ponendosi la domanda: " e se si provasse a non fare questo o a non fare quest'altro?".
Alla fine arrivò alla conclusione che sono davvero poche le pratiche agricole veramente necessarie, fondando la sua agricoltura del non fare sull'applicazione di 4 regole fondamentali: nessuna lavorazione, nessun concime chimico, nessun diserbo, nessuna dipendenza dai prodotti chimici.
Prese ad utilizzare i fili di paglia per pacciamare in modo naturale, scoprendo un nuovo (e vecchio) modo di essere contadini e di rapportarsi con la natura e con il cibo, imparando altresì a riconoscere il cibo naturale, sano e saporito che l'agricoltura moderna non può ottenere.
Con il suo percorso verso un'agricoltura naturale Fukuoka introdusse a un modo diverso di rapportarsi con le stagioni e con il tempo di vita e si rese conto che la rivoluzione da lui intravista e sperimentata non poteva prescindere dal comportamento dei consumatori. "I consumatori generalmente danno per scontato di non avere nulla a che fare con chi provoca l'inquinamento agricolo", eppure "La disponibilità del consumatore a pagare alti prezzi per alimenti prodotti fuori stagione ha contribuito all'intensificarsi di metodi artificiali di coltivazione e di uso di sostanze chimiche... e i soldi non sono il solo prezzo pagato per permettersi una simile concessione".

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8 gennaio 2016 5 08 /01 /gennaio /2016 07:27
Quando è cominciato davvero tutto. Un racconto-riflessione di Salvatore Sulsenti

Il brano che segue, scritto dal mio amico e corrispondente FB Salvatore Sulsenti, è una piccola storia che è anche una meta-storia, poichè contien una riflessione sugli "inizi".
Salvatore nel suo scritto non ci dice esattamente di cosa si tratta: solo chi lo conosce e che lo segue comprende a cosa si riferisce.

Ma il fatto che abbia lasciato il testo così indefinito ci aiuta a dargli un significato più universale.

L'inizio non è mai semplice: un inizio è periglioso, poiché implica oltrepassare una soglia, da un lato della quale c'è il mondo da cui veniamo, mentre oltre si distende un universo ancora sconosciuto.

Superare soglie nella propria vita è qualcosa di creativo e di stimolante poichè ogni volta che ciò accade ci si confronta con qualcosa di nuovo e il nostro ingegno (e le nostre forze non solo mentali, ma anche fisiche, verranno messe alla prova.

Essere sulla soglia e superarla dà improvvisamente nuovo significato alla nostra vita.
I Romani antichi avevano un Dio che proteggeva le soglie e che, per questo era anche un Dio degli Inizio: Giano Bifronte, poichè nella sua classica rappresentazione aveva due volti, ciascuno dei quali guardava un lato della soglia.

E, nell'universo induista, c'è il Dio Ganesh, il Dio-Elefante che, danzando, creò il mondo.

E Ganesh è, per questo il Dio degli inizio, ma anche il Dio della creatività.

Le nostre azioni, le decisioni che pigliamo, le nostre scelte sono sovente multideterminate, con l'incidenza di fattori interni ed esterni, che spesso concorrono in un mix unico ed irripetibile, ma spesso per i punti di svolta più fondamentali e repentini, occorrono dei piccoli trigger.

E Salvatore con il suo racconto ce ne dà un esempio.

 

Luglio 2013. Telefonata Di Daniela P. mi passa un’amica: Anna.
Da questo momento molte cose cambieranno nella mia vita.
Daniela è una pittrice e ci siamo ritrovati su Facebook qualche tempo addietro. Solita trafila: post, commenti, foto pubblicate, richiesta di amicizia, conversazione stringata sulla chat ed immancabile scambio di contatti telefonici.
Telefono io e telefona lei, ci sentiamo e risentiamo ed ognuno di noi racconta qualcosa all’altro. Essendo io un artigiano dell’arte (anzi solo un uomo che fa qualcosa e che spera piaccia agli altri), confrontarmi con una pittrice conosciuta mi lusinga.
Il telefono presto non basta ed occorrerebbe passare oltre.
Non succede se non nel luglio del 2014, ma questo è un evento trascurabile.
Il passare del tempo e la distanza, io in Sicilia e lei in Lombardia, non aiutano.
Le telefonate vanno avanti ed anche le confidenze ma comprendiamo di essere molto distanti e come persone e come “artisti”.
Continuano le conversazioni, a dire il vero sempre meno frequenti, fin quando l’abitudine di Daniela di passarmi al telefono amiche mai sentite prima, mi portò a conoscere Anna.
Anna è l’antitesi di Daniela. Anna è pratica, affabile e solare e soprattutto è come la vedi. Daniela è un’esteta, si allontana dalla vita di tutti i giorni, ama se stessa ed il suo tacco 12. Le mie conversazioni continuano con Anna, ci si conosce e ci si apprezza come persone.
Lei moglie e madre di due belle ragazze, io artigiano dell’arte. Più conosco Anna più mi allontano da Daniela.
Restano le conversazioni telefoniche ma cambiano le cose.
Anna è una donna che lavora ed anche una casalinga, una moglie ed un’atleta. Corre, cammina, si arrampica.
Daniela vuol farsi sempre “vedere” ad Anna basta esserci.
Da qui comincia veramente tutto.

Ma qual'è l'inizio di cui parla Salvatore?
Ai fini del senso generale del suo scritto è irrilevante, per soddisfare i più curiosi, riporterò di seguito una piccola citazione (sue testuali parole), legate al momento attuale e a qualcosa che è appunto scaturito da quel cambiamento.

...da qualche giorno sono pervaso da uno stato di nervosismo pre maratona. Credo sia normale ma sto somatizzando l'evento.
Ho dei dolori, ma forse sono solo dei fastidi, in tutto l'addome.

Salvatore Sulsenti

Quando è cominciato davvero tutto. Un racconto-riflessione di Salvatore Sulsenti
Quando è cominciato davvero tutto. Un racconto-riflessione di Salvatore Sulsenti
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7 settembre 2015 1 07 /09 /settembre /2015 06:23
Leona Johansson e la nuova frontiera verde del Porno

(Maurizio Crispi) Scartabellando nei motori di ricerca di Internet ed incrociando tra loro parole, per ottenere risultat iinediti, ci si può imbattere a volte in sorprese inattese, come è stata la scoperta della norvegese Leona Johansson e della sua tribù di seguaci e devoti (tribù che, in pochi mesi, ha raggiunto il numero di oltre 1000 adepti), con i loro slanci sessuali che vengono etichettati a volte come una forma di "Tantric Tree Hugging"
Si tratta dei cultori del cosiddetto "porno-ambientalismo", i cui cultori praticano una sessualità libera, facendosi riprendere in contesti naturali e con il fine di ottenere come risultato energetico finale un maggior benessere dell'ambiente, lanciandosi in attività di sesso in open spaces naturalistici che, debitamente registrati e immessi nella rete, assumono le caratteristiche di una "danza della pioggia tantrica".
I due ideatori dell'iniziativa, Leona Johansson e il suo partner Tom Hol Ellingsen, facendo base a Berlino, hanno creato, a questo scopo, un proprio sito web - wwwfuckforforest.com - che va al di là della classificazione come semplice sito porno, in cui portano avanti queste tematiche ambientalistiche, con un connubbio stretto tra rappresentazione pornografia e mission ambientalista.

Nelle foto e nei video che nel loro sito web sono contenuti (e offerti alla fruizione del pubblico senza insidiose richieste commerciali) trapelano in modo abbastanza chiara gli elementi della loro filosofia e il loro approccio eco-ambientalista: come vi è stato - e vi è - un movimento di "eco-terroristi" che si propongono di salvaguardare l'ambiente con azioni di stampo terroristico, così loro si pongono - con la stessa filosofia - come "porno-ambientalisti".

Si tratta di riprese prive dei consueti stilemi della pornografia, anche di quella più recente, cioè del tipo "performativo" e da "entertainment", con il consueto repertorio di artifici retorici e di esacerbazione dell'atto essuale e dei suoi dettagli o variazioni.
Ci sono riprese nel bel mezzo di scenari naturali di bellezza incontaminata, ma anche di altri che si suppone siano degradati a causa dell'inquinamento o di guerre devastanti che hanno decretato la fine delle foreste, tronchi abbattuti, decorticati, cadenti e traballanti.

Ci sono - equidistanti - scenari di vita (naturale) rigogliosa e scenari di morte cupi e opprimenti.

Ci sono anche altre riprese in cui l'atto sessuale avviene su di un palco, nelcontesto di un concerto rock, quasi che lacopula avesse un ruolo principe nella liturgia musicale e servisse a sprigionare una sublime energia, facendosi da tramite e da catalizzatore delle energie individuali attivate dalla musica.

In tutti i contesti esaminati, sembrerebbe quasi che da quei corpi copulanti, essenziali e primitivi, senza eccesso di muscolazioni da palestra trasudanti ormoni e di altre concessioni agli estetismi contemporaei, quali - ad esempio - importanti abbronzature UV, seni siliconati. Forse ancor di più proprio i corpi dei performer appaiono mingherlini e denutriti, con delle capigliature acconciate con i dreadlock, sembrerebbe che dalle loro figure si sprigioni un'energia primordiale che s'irradia tutt'attorno sino a creare quasi un'aura misticheggiante: i copulanti si presentano - in definitiva - come dei moderni porno-sciamani, per i quali il culmine dell'orgasmo coincide con l'estasi trasformativa.

Leona Johansson, il suo partner Tommy Hol Ellingsen e i loro seguaci ed emuli appaiono come la sacerdotessa e i diaconi di un rito pagano che garantisce - con quel surplus di energia che da essi si sprigiona - il mantenimento della natura e che serve - nello stesso tempo - ad esorcizzare la sua perdita, ma forse anche ad attivare il suo ripristino.

Quello della rappresentazione pornografica è proprio un lungo viaggio: dalle prime immagini carpite attraverso il buco della serratura si è passati al porno-chic degli anni '80 e '90, per andare poi alle rappresentazioni performative con uno sconvolgimento della netta divisione tra chi osserva e chi agisce e con la tendenza ad muoversi verso la messa in scena dell'estremo con virtuosimi, eccessi e acrobazie, tendenti a sorprendere lo spettatore, ammicando a lui nello stesso tempo con lo sguardo in camera (vedi a titolo di esemplicazione le considerazioni di Clarissa Smith in suo breve saggio), sino alla porno-guerrilla e al porno-ambientalismo di cui si parla in questo post.
E sicuramente il viaggio rappresentativo attraverso l'Eros (che - come punto di inizio nell'era moderna - potrebbe avere forse il celebre dipinto di Gustave Courbet, detto L'Origine du Monde) non é ancora finito.
Ciò che colpisce di questa recente evoluzione è la quasi-sacralità della rappresentzione erotica che, in parte, si connette al movimento naturista tedesco degnli anni Venti del Novecento (poi soppresso dal Nazismo), ma anche alle tematiche tantriche (e alla connessa sacralità del Lingam e dello Yoni), ma anche a talune eresie medievali sorte nell'ambito del cattolicesimo, come quella dei Catari o dei suoi postumi tardivi - come la fu la Comunità Adamita dei "Fratelli del lIbero Spirito" che - si dice - siano state alla base dell'intera rappresentazione nel Trittico "Il Giardino delle Delizie" di Hieronymus Bosch, come suggerisce Wilhelm Fraenger, nel suo approfondito ed insuperabile studio "Il Regno Millenario di Hieronymus Bosch" (Guanda, 1980).

Grazie e Leona Johansson e a Tommy Hol Ellingsen, la rappresentazione pornografica tende a diventare una vera e propria religione della mente e una liturgia per la salvaguardia dell'ambiente.
 

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4 gennaio 2015 7 04 /01 /gennaio /2015 22:27

Giovanni Palatucci, Giusto tra le Nazioni. Palermo lo ricorda in una via urbana che è tuttavia un perenne monnezzaio

Giovanni Palatucci (Montella, 31 maggio 1909 – Dachau, 10 febbraio 1945) è stato un poliziotto italiano, vice-commissario aggiunto di Pubblica Sicurezza.

Inizialmente addetto all'ufficio stranieri dal 12 novembre 1937 e poi reggente della Questura di Fiume sino al 13 settembre 1944, quando fu arrestato dalle SS e internato il 22 ottobre successivo nel campo di concentramento di Dachau con il numero 117826, dove morì di stenti il 10 febbraio 1945, 78 giorni prima della liberazione del campo.

Nel 1952 lo zio vescovo Giuseppe Maria Palatucci raccontò che il nipote durante la sua permanenza a Fiume aveva salvato «numerosissimi israeliti». Da allora Giovanni Palatucci è salito agli onori sia in Israele (dove è stato Giusto tra le nazioni dal 1990), sia presso la Chiesa cattolica (per la quale è Servo di Dio dal 2004), sia presso la Repubblica Italiana (per la quale è Medaglia d'oro al merito civile dal 1995).

Per questo motivo, alcuni presero a chiamarlo come lo "Schindler" italiano.

Nel 2013, tuttavia, il Centro Primo Levi ha avanzato alcuni dubbi sulla corretta ricostruzione storica delle vicende legate alla figura di Palatucci.

A causa di queste "ombre" Giovanni Palatucci da "Giusto tra le Nazioni" per aver salvato più di cinquemila ebrei e Servo di Dio per la Chiesa di Roma venne quasi  - ed ingiustamente - equiparato ad un fanatico collaboratore dei nazisti.

Fu uno strano destino questo di Giovanni Palatucci, che malgrado la sua "cancellazione" Medaglia d'oro al merito civile per la Repubblica italiana e Servo di Dio per la Chiesa cattolica, rimane al centro di pesanti accuse nel corso del 2013.

Dove sta la verità? Giovanni Palatucci fu veramente un instancabile salvatore di perseguitati o accompagnava le sue vittime nei campi di concentramento?
La sua storia, a lungo dimenticata, è stata costruita "a tavolino" dal Vaticano e dallo Stato italiano per ricostruirsi, come è stato detto, "una verginità"?

Alcune cose nella sua vicenda non tornano.

Ma anche alcune tesi accusatorie non sono precise e chiare, anzi. Tra i numerosi saggi e teti biografici scritti su di lui quello di Nazareno Giusti, dal titolo Giovanni Palatucci. Una vita da riscoprire (Tra le Righe dei Libri, 2014) ha tentato di far chiarezza su questa complicata e scottante vicenda, resettando tutto e ripartendo da zero. E per far ciò è andato a ricercare le persone che hanno "incontrato" la figura del poliziotto italiano.

A seguito di questa ricerca la figura di Palatucci è stata rimossa da una esposizione al Museo dell'Olocausto di Washington e lo Yad Vashem e il Vaticano hanno iniziato a esaminare la nuova documentazione emersa.

Giovanni Palatucci, Giusto tra le Nazioni. Palermo lo ricorda in una via urbana che è tuttavia un perenne monnezzaioA lui sono state intitolate delle vie in numerose città italiane, come ad esempio a Palermo, dove nella parte alta di via Principe di Paternò una traversa porta il suo nome: ma purtroppo si tratta di una via cittadina che non gli rende alcun onore,trattandosi di una strada di mero collegamento, senza abitazioni o edifici commerciali, fiancheggiata da squallidi muri (residuo di vecchie divisioni di proprietà terriere), solitamente ingombra di rifiuti di ogni genere e ignobilmente maleodorante, una sorta di discarica a cielo aperto.

E' una contraddizione palese il fatto che la memoria di un "Giusto tra le Nazioni" debba essere affidata ad una strada che è di fatto un lercio monnezzaio.

E ciò non fa decoro all'amministrazione comunale di Palermo che ha voluto onorare la memoria di questo oggi discusso personaggio, ma che di fatto ha condannarla ad essere costamente degradata ed oltraggiata dal pattume che, senza alcun controllo, vi viene abbandonato. 
Un esempio tipico del fatto che spesso le cose vengono fatte per la forma, per stare al passo con i tempi e le tendenze, ma quasi mai nel rispetto della sostanza.

Malgrado le ombre che si sono affacciate sul ricordo di Giovanni Palatucci, non bisogna dimenticare che, come fatto incontrovertibile, egli sia stato uno dei morti di Dachau.

E ciò dovrebbe bastare ad onorarne la memoria. 


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23 dicembre 2014 2 23 /12 /dicembre /2014 11:40

L'incontro tra il piccolo Gabriel e Mr Fauja Singh, runner ultracentenerio

 

Gabriel together with Mr Fauja Singh, aged 103, the oldest marathon runner in the world: the youngest and the oldest together...
Mi ha dato i brividi vederli vicino e pensare alla differenza di età tra i due. Gabriel di appena un anno e mezzo (il suo secondo compleanno cadrà il prossimo 28 giugno 2015) e Mister Fauja Singh 103 anni di sette anni più grande di mio padre se quest'ultimo fosse ancora vivo (nel 2014 avrebbe compiuto 96 anni).
Mr Fauja Singh per tutta la durata della manifestazione From Dawn to Dusk Ultra, tenutasi a Ilford (Redbridge, Essex) lo scorso 21 dicembre 2014, cui ha partecipato come leader della comunità sportiva "Sikhs in the Citiy" e come loro coach e guida ogni volta che ci incontrava lungo il circuito sorrideva a Gabriel e quasi si commuoveva.
Eh sì! Mr Fauja Singh dovpo aver dato il via ai runner, si è messo in moto anche lui e , tenendo un'andatura compassata e regolare, ha percorso diversi giri del circuito. Camminava con grande compostezza e sembrava che meditasse. Ha cominciato a camminare vestito impeccabilmente e pieno di dignità, l'esile corpo dritto come un giunco, fragile eppure elastico al tempo stesso: soltanto dopo ha indossato degli abiti più propriamente sportivi, ma anche con questi ha mantenuto un suo naturale piglio ieratico, accentuato dal turbante, dalla lunga barba e dai folti baffi bianchi, come è usanza portare tra i Sikh.
Quando ha finito di fare i suoi giri ha voluto che facessi una foto di lui assieme a Gabriel.
Alla fine della sua performance (ancora di tutto rispetto; ma consideriamo anche che egli ha vinto il titolo del mondo come podista centenario a concludere entro il tempo massimo una maratona e credo che ciò sia accaduto a Toronto), ha voluto essere fotografato assieme a Gabriel.
Dopo la foto ha fatto una benedizione per Babacino in conformità con la sua fede religiosa. 
E' stato un incontro memorabile e commovente.
Non ho potuto non pensare a come sarebbe stato l'incontro tra mio padre quasi centenario e Gabriel, se lui fosse stato vivo qaundo Gabriel è venuto al mondo.
Ma anche l'incontro tra lui e Franci.
La vita è piena di cose che rimangono sospese, mai accadute.

Eppure si verificano incontri inattesi in cui simbolicamente le cose mai accadute accadono egualmente.

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22 luglio 2014 2 22 /07 /luglio /2014 23:00

L'eccentrico di Tarling Street

 

(Maurizio Crispi) Di fronte alla palazzina dove abitiamo noi nell'Est End c'è un gruppo di case "governative" che fanno angolo con Sutton Street: due lunghi edifici a quattro piani suddivisi in appartamenti, a cui si accede mediante dei ballatoi esterni.
Tra i due edifici si apre un lungo ed ampio cortile che, in passato era aperto, ma che poi - per motivi di sicurezza - è stato chiuso con delle cancellate che sono state disposte in modo da lasciare due spazi esterni adibiti a posteggio auto per posti macchina correlati con gli appartamenti.
Si tratta - mi dice Maureen - di case costruite a spese del Borough (Tower Hamlets) e assegnate a famiglie indigenti prive di un reddito (epperò sono anche dotate di posto macchina!).
Ogni tanto accadono delle turbolenze e accorrono i mezzi della polizia a sedare le cose e a riportare l'ordine.
Per esempio, è capitato proprio pochi giorni fa e c'è stato un via via di sirene sino a tarda notte..
Proprio di fronte a noi, dove si apre lo slargo che fa da posteggio, nei pomeriggi assolati - con le spalle contro l'inferriata - si piazza un uomo e si mette semi-sdraiato come se fosse adagiato in un triclinio alla mensa di Trimalcione.
Cosa fa?
Forse smaltisce la sbornia o semplicemente beve in un luogo che per lui è confortevole.
Qualche volta, a riprova di ciò, ho visto una lattina di birra posata accanto a lui.
La sua presenza se non proprio abituale, nel senso di essere giornaliera, è frequente.
Tanto che all'inizio ho pensato che fosse un boozer di quelli che si vedono nella zona: volti ricorrenti e frequenti stati di deliquio alcoolico. Ma quelli sono decisamente degradati e hanno un po' l'aspetto da barbone. Questo tipo invece sembra essere abbastanza in ordine per quanto riguarda il suo abbigliamento: niente di che, ma pulito.
Qualche giorno fa, l'ho colto nel momento in cui abbandonava la sua postazione dopo una lunga sosta tardo-pomeridiana (è questa la fascia oraria che predilige): l'ho seguito con lo sguardo e ho visto che, superati i cancelli del condominio, si infilava nella tromba delle scale per riemergere al secondo piano della palazzina di fronte.
L'eccentrico di Tarling StreetEd è  entrato in uno degli appartamenti.
Quindi, è un abitante del condominio, ma anomalo, poichè i resdenti sono prevalentemente Asiatici e Musulmani, mentre questo tipo sembra essere alquanto indo-europeo, se non proprio cockney.
Quindi le sue soste - ho pensato - possono essere interpretate come una sosta dovuta per smaltire l'eccesso di alcool prima del rientro a casa e in famiglia, come quelli che, tornando a casa, bevono avidamente l'ultimo sorso dalla lattina che hanno portato in mano e buttano il vuoto subito davanti al cancello di casa.
Ma questa spiegazione di per sè potrebbe essere banale o riduttiva.
Qualche volta, infatti, sempre semisdraiaito, è intento in conversazione con qualche passante, come se fosse integrato nel contesto, tal'altra se ne sta rincattucciato - sempre in quel preciso punto - a leggersi il quotidiano. Sembra che quest'angoletto sia divenuto per lui un'appendice di casa: forse, ha una famiglia numerosa e lo spazio a casa è ridotto, oppure forse ha una moglie rompicoglioni oppure nulla di tutto questo. Semplicemente, gli piace stare lì ad osservare il mondo da questo insolito vertice di osservazione, forse vede delle cose che dalla propsettiva abituale non potrebe vedere, forse pensa ai fatti suoi.

Forse è uno desideroso di stare all'aria aperta, oppure è semplicemente un eccentrico di Tarling Street.
Mi chiedo cosa accadrebbe se cominciassi ad occupare il suo posto, portandomi un libro da leggere.
Quasi quasi tenterei l'esperimento, per capire come reagisce.
Sarebbe un modo per imbastire un vero e proprio laboratorio da strada per un mini-studio sociologico.
Ma so che non lo farò mai...

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19 marzo 2014 3 19 /03 /marzo /2014 11:34

William Lyttle, l'uomo talpa di Hackney (London)(Maurizio Crispi) Ho scoperto casualmente, leggendo il saggio di Peter Ackroyd su "I sotterannei di Londra" (Neri Pozza, Collana Il Cammello Battriano, 2014, pp. 81-82) dell'esistenza di un personaggio ai limiti del romanzesco, vissuto a Londra nel Borgo londinese di Hackney (London Borough of Hackney, East London) e morto appena pochi anni fa (nel 2011).

Una vita - quella di William Lyttle - vissuta all'insegna della testimonianza di quali potenti attrattive possa avere il mondo ctonio.
Ingegnere civile elettronico nella vita lavorativa, l'"uomo-talpa" (the Mole Man, come ebbe a definirsi lui stesso) ha speso circa 40 anni della sua vita a scavare una ragnatela di tunnel sotto la sua casa.
La sua attività "segreta" e sotterranea è andata avanti senza che nessuno si accorgesse mai di nulla.
Del resto, almeno all'inizio, scavava sotto la sua proprietà.

Ma quando alcuni dei tunnel cominciarono ad estendersi al di là del suo terreno e a penetrare sotto i marciapiedi, si cominciò ad avvertire qualcosa di anomalo, con improvvisi cedimenti e la comparsa di buche nei marciapiedi delle due vie che facevano angolo proprio in corrispondenza della sua casa.

Ciò accadde nel 2001, ma - a quanto pare - le attività di scavo ripresero, e nuove segnalazioni giunsero nel 2006, quando ad un sopraluogo delle autorità competenti i "lavori" di Lyttle vennero definitivamente interrotte.

I Vigili del Fuoco, chiamati sul posto dai cittadini allarmati, constatarono l'esistenza di ampie cavità (alcune del diametro di 8 metri e della lunghezza anche di 20) che, partendo dal perimetro dela costruzione, si allontavano a raggiera verso i marciapiedi e il manto stradale.

Si constatò anche che le cavità sotterranee erano ricolme di ogni sorta di detriti, carcasse d'auto e apparecchi televisivi in disuso, ma anche che la casa era semi-collassata, perchè privata di parte delle sue fondamenta.
In conseguenza di ciò, Lyttle venne evacuato dalla sua dimora, giudicata in pericolo consistente di crollo, ed ospitato a spese dell municipalità in un alloggio provvisorio, finchè non ebbe l'occasione di trasferirisi in un altra casa, non più in un semplice albergo.

Interrogato da un giornalista sui motivi di questa sua attività, rispose candidamente che voleva costruire ricavare sottoterra una cantina per i vini, ma molti ebbero a constatare che letteralmente "s'illuminava" quando parlava dei sui pluri-decennali scavi.


William Lyttle, l'uomo talpa di Hackney (London)Benchè William Lyttle avesse chiesto esplicitamente di lasciare pervii i suoi camminamenti sotterranei e, nei suoi ultimi anni, avesse intrapreso una battaglia in tal senso, si ritenne più sicuro chiudere tutto con cemento, per evitare ulteriori cedimenti e crolli.
Adesso, dopo la morte di Lyttle, la sua casa ridotta ad un rudere è stata messa in vendita.
I suoi eredi hanno cercato in tutti i modi di liberarsene facendola abbattere, ma ciò non è stato possibile poichè incide
in un'area londinese sottoposta a vincoli ed essendo essa stessa vincolata in quanto dimora di interesse storico. Il ricavato della vendita verrà usato anche per far fronte alle spese consistenti che, a causa degli scavi di Lyttle, l'Amministrazione comunale ha dovuto sostenere e per le quali si aspetta un risarcimento.
Si cercherà, quindi, di venderla in un'asta pubblica: ma a quanto pare, sembra che, proprio a causa della "celebrità" che questo edificio ha raggiunto, il prezzo base potrà essere fissato ad un considerevole valore, benchè l'edificio in sé sia semi-distrutto e in grave stato di deterioramento.
Si parla di una cifra fissata tra 325.000 e 500.000 sterline, ma il valore di una casa di quelle dimensioni in quella stessa zona, ma in buone condizioni di uso, può raggiungere anche 1.100.000 sterline.


Dalla vicenda di William Lyttle verrà ricavato un film e quello che segue è un trailer di anticipazione (pre-produzione) del progetto che cercherà di dare risposte ai numerosi quesiti rimasti senza risposta sulla personalità di William Lyttle. Era un folle paranoide che, seguendo le sue  inclinazioni, ha in sostanza distrutto una proprietà del valore di 1.100.00 sterline? O, più semplicemente, fu un vecchio eccentrico e misantropo, portato a vivere in solitudine e a distanziarsi dalla vita degli altri? Secondo alcune testimonianze, raccolte dopo la sua scomparsa, tuttavia, era una persona colta, che amava l'arte e le buone letture, ma che nel tempo libero indulgeva anche nella scrittura. Oltre ad essere una persona caritatevole che, in varie circostanze, fornì aiuti materiali agli homeless.
Appare decisamente rilevante ciò che di lui scrive, per quanto molto succintamente Peter Ackroyd, lasciando trapelare che in fondo Lyttle, nel suo piccolo spazio privato, possa avere avuto l'attitudine del genio oppure che avesse declinato, con la sua ossessione di scavare sottoterra, un vero e proprio progetto artistico, senza alcuna intenzionalità. Probabilmente non c'era nessun altro scopo, nessun progetto, nessun obiettivo da raggiungere - se non questa inconsapevole motivazione e ricerca - nel suo scavare, come del resto sono la maggior parte delle attività umane.
E, alla luce di questa ipotesi, si comprende anche il motivo per cui egli avesse intrapreso una battaglia per mantenere aperte le sue gallerie: voleva, in fondo, che si preservasse la sua "opera d'arte".

 

 

Da Peter Ackroyd, "I sotterranei di Londra", cap. ( "Gli uomini talpa"). "In tempi più recenti William Lyttle ha scavato una rete di gallerie sotto la sua proprietà, a Hackney. Ci lavorava di nascosto già da più di quarant'anni, quando fu scoperto, nel 2003 a causa delle segnalazioni dei vicini che non riuscivano a spiegarsi i cedimenti nel terreno. Un giorno l'intera strada rimase senza luce, perchè il signor Lyttle aveva danneggiato senza volerlo un cavo da 450 volt. Le gallerie partivano tutte da casa sua e si diramvano in ogni direzione, formando una sorta di ragnatela sottoterra, tuttavia il significato e lo scopo dell'impresa rimangono oscuri. 'Si deve poter parlare di cunicoli senza farsi prendere dal panico disse l'uomo ai giornalisti. Ma questo è precisamente l'atteggiamento di chi ama abitare i sotterranei: il brivido dell'ignoto. Lo stesso soprannome che si era dato, 'uomo-talpa', indica il timore inconscio della metamorfosi. Da questa angoscia deriva la figura del Minotauro, metà uomo e metà toro, con tutto il suo regno degli Inferi.
Un articolo afferma che il signore Lyttle "s'illuminava' parlando di stanze sotterranee e passaggi segreti, ma è difficile capire l'origine di tal efascinazione: Potrebbe essere il piacere di nascondersi, come nel caso del quinto Duca di Portland, il tentativo di sfuggire alle offese del mondo.O una fantasia di potere, nel senso che la forza si nutre di mistero. Prima della pensione il signor Lyttle era un ingegnere elettronico, custode, di fatto, dei segreti di un potere invisibile. La fantasia dei sotterranei può rappresentare la paura di essere scoperti e il dono dell'invisibilità.
Quando gli fu chiesto se si considerava un inventore, Lyttle rispose che 'é bello inventare cose inutili'. Una risposta geniale che coglie a pieno la gratuità di buona parte del fare umano.Ha un fine in se stessa, un fascino affine a quello della creazione artistica, quest'ossessione: l'atto di scavare nella terra. Lyttle non cercava 'segreti', né 'tesori nascosti' nel mondo sotterraneo, si proponeva semplicemente di creare nuovi spazi, un'attitudine profondamente radicata nell'uomo. Si stava scavando una tana (ib., pp. 81-82.

 

Digging tunnels under the city is just like any other hobby.
William Lyttle, also known as the mole man of Hackney, dug a series of tunnels under his property on the corner of Mortimer Road and Stamford Road, in De Beauvoir Town in North London.
In 2001, his tunnelling caused a 8 ft (2.4 m) hole to appear in the pavement on Stamford Road.
Reports that the tunnelling had started again in 2006 were confirmed when Hackney Council found a web of tunnels and caverns, some 8 m (26 ft) deep, spreading up to 20 m in every direction from his house.


Well, at least that's the kind of information you could find on the newspapers which talked about the case back in 2006. Lyttle is often described as an old eccentric who basically destroyed a house worth £1,000,000, not very talkative with his neighbors, a bit schizophrenic some would say.
Some others who had the opportunity to know him before he passed away would say differently. It appears that William Lyttle was also an art lover, a writer at his lost hours, a man who would regularly help the homeless through various charities and non for profit organizations. 

Pre production trailer. Filmed in London, Paris & Brussels.
Footage from "Le squelette joyeux" by Auguste&Louis Lumière 
Audio from the book "The red rose Empire" by Iain Sinclair; ITN report; "Mole" by Barry Booth.

"The mole man of Hackney" is a project produced by The Gentlemen's Club.

 

 

(Dailymail online) William Lyttle became known as the 'Mole Man' after digging a labyrinth of tunnels underneath his London home.
Now, the late William Lyttle's house is up for sale. Despite not having a roof and being a structural death trap the home in London's Hackney carries a guide price of £500,000.
Mr Lyttle, a retired civil engineer who died aged 79 last year, spent 40 years tunnelling a 60 foot-long path of tunnels under his house.
Hackney Council discovered his tunnelling activities in 2006. They also discovered skiploads of junk, including the wrecks of four Renault 4 cars, a boat, scrap metal, old baths, fridges and dozens of TV sets.
He was evicted when the house almost collapsed due to the network of passages underneath. He was then put up in a hotel for three years, at a cost to the taxpayer £45,000, before being re-housed in a nearby council-owned property.
Towards the end of his life, Mr Lyttle battled to keep his mole tunnels preserved, but after his death council workers filled in the tunnels with concrete for safety reasons.
They are now trying to claw back an unpaid bill of £350,000 from Mr Lyttle's estate. Police originally had trouble tracing Mr Lyttle's family, who are thought to be from Ireland.
Sgt Taff Williams said Mr Lyttle was 'not poor' and had been a 'wealthy man'.
Despite slapping a number of notices on the building the council refused permission to demolish it due to the street's status as a conservation area
'From documents and bank statements I've seen, let's just say his finances were a lot better than most people's,' he said.
After unsuccessfully fighting for the right to demolish the entire structure Mr Lyttle's surviving family now want to wash their hands of the property by selling it on the open market, through a local estate agent.
The council refused permission to demolish the building due to the street's status as a conservation area.
According to the house value website www.zoopla.co.uk a comparable refurbished four bedroom detached home in this fashionable part of London could be worth over £1million.


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23 ottobre 2012 2 23 /10 /ottobre /2012 08:55

L'agriturismo Tempo addietro mi è capitato di scrivere una recensione del libro scritto da Michelle Ferrari (al secolo Cristina Ricci), dal titolo "Volevo essere Moana" in cui l'autrice racconta in modo schietto e coinvolgent, il percorso che la portò ad essere porno-attrice, un percorso del quale la molla principale fu il suo piacere nel vivere intense esperienze di sessualità, in cui il sesso - senza alcun moralismo - si faceva con molta naturalezza trasgressivo ed anche lievemente esibizionista, fino a portarla a girare dei film porno in senso stretto.

Scrivendo del suo libro, mi venne naturale parlare anche del libro scritto dalla madre, Alba Latella: un romanzo erotico dal titolo "Ho trovato il punto G nel cuore".

La particolarità dei due romanzi è che furono pubblicati in contemporanea da una casa editrice "major", quale è la Casa editrice Mondadori e che uscirono nelle librerie -con grande battàge ppubblicitario - esattamente nello stesso giorno.La cosa ebbe molta risonanza nei media che dedicarono ai due libri e alle loro autrici molto spazio.

La recensione, pubblicata 1l 18 maggio 2012 nel mio blog, ebbe - e continua ad avere - molto successo: a distanza di molti mesi dal suo lancio in rete, è tuttora una delle pagine più aperte negli ultimi 30 giorni.

Dalla recensione - in accordo con quanto era stato diffuso nei diversi qrticoli in quotidiani e periodi cartacei al tempo dell'uscita dei due volumi - si apprende che Michelle Ferrari si era ritirata dal porno e che gestiva adesso assieme alla madre un'agriturismo nei pressi di La Spezia: "Nell'Isola che non c'è" è il suo nome.

E' stato così che, trovandomi da quelle parti, ho deciso di andare  a fermarmi proprio in quell'agriturismo.

olevo essere Moana di Michelle FerrariSono un incorreggibile curioso: se parlo o scrivo di qualcosa, se appena mi è possibile - o prima o dopo - voglio conoscere di persona, farmi un'idea di prima mano.

Cosa che, peraltro, contraddistingue qualsiasi attività giornalistica.

E' stata una decisone di cui non mi pento affatto.

Lì, in effetti, ho trascorso dei giorni piuttosto piacevoli.

Durante le ore di luce facevo delle passeggiate (proprio nei pressi si trova la bella e antica Pieve di Marinasca, interessante esempio di Gotico Cistercense, facilmente raggiungibile a piedi) e, poi, con l'auto mi avventuravo verso il territorio delle Cinque Terre, a portata di mano con percorsi agevoli di pochi chilometri soltanto.

La sera rimanevo a cena nell'agriturismo.

Per me, questa permanenza è stata l'occasione di alcune chiacchierate con Alba Latella, soprattutto al mattino durante il tempo della colazione, e con Michelle (Cristina) ad ora di cena.
Cristina infatti era presente in agriturismo soprattutto a quell'orario, per aiutare la madre nella gestione della cena.

Tra una portata e l'altra, ma anche dopo cena, assieme agli altri ospiti, c'è stato il tempo di lunghe discussioni leggere sugli argomenti più vari e molto -  innocente - divertimento.

Dal vivo, Michelle è una donna schietta e simpatica...

Non fa un mistero delle sue passate esperienze di porno-attrice e nemmeno dei suoi progetti per il futuro nello stesso ambito.
Michelle - a mio modo di vedere - è l'icona vivente del porno "normalizzato", a cui - a suo tempo - aprì la strada - in modo qausi epocale - il film di Rocco Siffredi, Rocco e le storie tese, che vide la partecipazione sul set nientemeno che di Elio e le Storie Tese, che - portati di default ad essere autoironici e dissacranti, semplicemente interpretavano se stessi, ne loro ruolo di musicisti interagenti in vario modo (e in quadretti a volte davvero dissacranti) con Rocco e gli altri figuranti.

A riprova di quanto le scelte di Michelle siano "normalizzate" e armoniche con altri aspetti della sua esistenza, in un angolo della sala della pranzo dell'agriturismo fanno bella mostra di sè i due volumi, scritti rispettivamente da madre e figlia.
E sulla parete sovrastante campeggiano i ritagli degli articoli che, pubblicati a suo tempo, commentavano l'uscita in contemporanea dei due volumi con tanto di foto di madre e figlia che, nell'occasione della presentazione ufficiale dei due volumi, per le foto di rito sfoggiarono la stessa acconciatura dei capelli e comparivano assieme a Trilly, l'amata cagnetta di Michelle.

Così come mi aveva colpito positivamente il suo memoir erotico, anche dal vivo Michelle mi ha fatto molta simpatia.

Abbiamo parlato di tante cose diverse e, molto naturalmente, anche delle sue esperienze nel porno...

Uno si immagina che un'attrice del porno sia chi sa che.

Invece, lei mi è apparsa una ragazza tutta acqua e sapone, molto desiderabile, con un seno strepitoso, ma non ostentato, e che si comporta (ma soprattutto parla e ragiona) in maniera "normale"... una donna come tante altre che, pur consaevole di sé, ogni tanto sfodera un'espressione maliziosa che evoca altri scenari. Ma si tratta soltanto di un lampo, un breve sprazzo che nulla a che vedere con gli assetti di scena e con il trucco spinto delle sue foto "ufficiali" (erotiche o porno che siano) che hanno portato molto a paragonarla - in questo ruolo - alla versione a luci rosse della Hunziker.

 

 

Michelle Ferrari (dalla pagina FB di Michelle Ferrari)Proprio in questi giorni Michelle (Cristina) ha deciso di rilanciarsi nel mondo del porno e, a questo scopo, ha aperto una sua pagina su FB, attivando nello stesso tempo un suo nuovo sito web (per molte sue sezioni ancora in costruzione), ma si sta impegnando anche in un progetto di produzione in proprio - assieme ad una sua amica Giada Davinci - di un film porno con volti nuovi e con criteri diversi, rispetto al porno in stile gonzo che, con la forte impronta data da Rocco Siffredi (e con l'arrivo delle ragazze dell'Est), è divenuto imperante negli ultimi tempi.

A questo scopo, Michelle si sta impegnando assieme all'amica in un'attività di casting per reperire appunto dei volti nuovi, che siano quelli di figuranti non professionisti.

 

Sul progetto del film e sul porno-casting vedi l'articolo comparso il 22 ottobre 2012, su Edizioni Oggi notizie nel web: "Michelle Ferrari cerca nuovi pornodivi. Casting a Firenze"

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15 novembre 2011 2 15 /11 /novembre /2011 01:11

madame-curie-google-7-novembre-2011.jpg

 

(Fonte: Profilo di Teresa Ferro, FB) Oggi, 7 novembre, tocca a Marie Curie, ricercatrice che ha lasciato un segno indelebile nella comunità scientifica, campeggiare sul logo Google.

Il Doodle del colosso di Mountain View è dedicato a lei.

Maria Skłodowska, poi rimasta nota come Marie Curie o Madame Curie è stata la donna che ha avuto l’onore di essere il primo professore donna in Francia. Per lei, il soprannome di crocerossina radiologica, molto attiva sui campi di battaglia durante i conflitti della prima guerra mondiale. Per lei, riconoscimenti importanti: su tutti il Nobel per la fisica e per la chimica. Nonostante questo riuscì ad essere una madre e una moglie modello.

Ma la sua vita fu anche caratterizzata da un vero e proprio scandalo mediatico.

Marie Curie è giustamente considerata una delle figure più importanti della scienza del '900. I suoi studi si concentrarono sulla radioattività, e furono molto importanti. Un personaggio che è riuscito a entrare nell’immaginario collettivo, al punto da meritare anche una menzione in una canzone dei Kraftwerk, vale a dire Radioactivity, del 1975.

curie.jpgLe scoperte scientifiche di Marie Curie riguardano principalmente la scoperta e l’isolamento di due elementi della Tavola Periodica: il Radio e il Polonio. Ma si impegnò anche molto come “radiologa” sui campi di battaglia della prima guerra mondiale.

Si servì di avveniristiche unità mobili grazie alle quali riusciva ad effettuare delle vere e proprie diagnosi per i soldati feriti che per quei tempi costituivano un risultato straordinario. 

Una figura amata e apprezzata a trecentosessanta gradi? Non proprio, perchè c’è anche chi la ritiene responsabile di aver fatto da precursore - involontariamente, è ovvio - a tutto ciò che oggi si ricollega all’atomo come accezione negativa: le bombe atomiche, le centrali nucleari e la medicina nucleare. Effetti collaterali della sua ricerca, di cui certo lei non ha alcuna responsabilità.

Come detto, per lei il più alto riconoscimento arrivò con il Premio Nobel per la fisica nel 1903 e con  quello per la chimica nel 1911. Due riconoscimenti che ebbero una duplice valenza, perchè fecero di lei la prima donna ad aver vinto più di un premio Nobel. Non solo: tuttora è anche l’unico scienziato ad aver vinto il premio in due categorie differenti. Solo Linus Pauling, premio Nobel per la Chimica e per la Pace, ha avuto un onore simile.

Queste le motivazioni per i suoi premi: «In riconoscimento dei servizi straordinari che essi hanno reso nella loro ricerca sui fenomeni radioattivi» e «In riconoscimento dei suoi servizi all’avanzamento della chimica tramite la scoperta del radio e del polonio, dall’isolamento del radio e dallo studio della natura e dei componenti di questo notevole elemento».

marie curie 03Le indagini effettuate mediante l'ausilio dei raggi X, nate più di un secolo fa, sono attualmente ritenute le più salde e semplici tra le tecniche diagnostiche per immagini, ideali per la visualizzazione e lo studio di ossa e polmoni, di cui riescono a fornire immagini chiare e precise, meno nitide invece se si analizzano tutti gli altri organi.

Le radiografie utilizzano i raggi X, ossia radiazioni ionizzanti, di certo non benefiche per l’organismo umano: di fatto esistono dei limiti di esposizione, imposti dalla legge, sia per chi si sottopone all’esame sia per i medici che intraprendono la professione, sono invece del tutto da evitare per bambini e donne incinte.

Come già detto Marie Curie non si dedicò soltanto alla sua carriera e ai suoi studi. Probabilmente il suo valore come donna è anche amplificato dal fatto che unitamente ai suoi straordinari risultati raggiunti nel campo scientifico è anche riuscita a restare una moglie e una donna fedele e impegnata. Una donna che ha raggiunto una completa realizzazione sia nel campo professionale e privato, a conferma di come le due cose si possano conciliare senza problemi. Certo,  in questo ha probabilmente influito il fatto che accanto a sé ha potuto contare su un marito che lavorava nel suo stesso campo e con il quale ha potuto condividere studi e vita privata.

Quello tra loro fu un incontro che, certamente, ha contribuito alla sua carriera personale, garantendo nello stesso tempo la sicurezza d'una vita privata che procedeva in maniera parallela e serena.

marie-pierre-curieUn esempio anche per molte donne di oggi, che spesso non riescono a conciliare le due cose e che a volte temono di dover scegliere tra la realizzazione professionale e quella personale.

Marie Curie ha dimostrato al mondo di essere una donna che ha saputo fare entrambe le cose, e che ancora oggi costituisce un punto di riferimento per tutto il mondo femminile.

Le radiazioni sono problemi con i quali dobbiamo confrontarci, conseguenze delle scoperte scientifiche che spesso si rivoltano contro lo stesso uomo.

 Pierre Curie, marito di Marie, scrive in un documento del 1901 all’Accademia di Francia: “Dopo l’esposizione ai raggi (del Radio) la pelle è diventata rossa…; ha l’aspetto di una bruciatura, ma poco dolorosa. Dopo alcuni giorni l’area rossa senza che si sia allargata è diventata più rossa; al ventesimo giorno le croste che si erano formate sono cadute ed hanno lasciato una ferita profonda…; la guarigione dell’epidermide è iniziata il quarantaduesimo giorno”.

Marie Curie portava “Un paio di centigrammi della sostanza in un tubo sigillato ed ha avuto delle ustioni simili…; una esposizione di meno di mezz’ora… ha comportato una macchia rossa per quindici giorni, che per guarire ha messo oltre quindici giorni”.

Come detto,  i suoi studi, sia pure indirettamente, hanno portato a conseguenze anche nel mondo di oggi.

 

Certo Marie Curie, con i suoi studi, non avrebbe mai immaginato che saremmo arrivati a conseguenze come la bomba atomica oppure le centrali nucleari (e relativi disastri), e nelle sue intenzioni non c’era affatto il pensiero che i suoi studi avrebbero potuto condurre a sviluppi tecnologici pericolosi per l'individuo e per il mondo intero.

Tutto ciò che è avvenuto in seguito non ha niente a che vedere con i suoi meriti, e non toglie nulla alla straordinaria importanza del suo lavoro e alle sue capacità.

Marie Curie resta un punto di riferimento per la comunità scientifica e come detto un punto di riferimento per tutte le donne.

Google nel giorno del 144° anniversario della sua nascita ha deciso di omaggiarla con un logo che consente al grande pubblico del motore di ricerca più famoso al mondo di riscoprire un personaggio che a suo modo ha contribuito alla nostra storia moderna.

Un'iniziativa apprezzabile che conferma l’attenzione dei loghi di Google nei confronti di personaggi celebri ma anche meno celebri e ciò nondimeno meritevoli di attenzione.

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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