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23 febbraio 2021 2 23 /02 /febbraio /2021 06:33
Moby Dick

Ho letto (ma prima ancora sentito in radio) la notizia che, a causa dell'erosione, una parte di terreno dove era allocato un cimitero da qualche parte in Italia è franata in mare...
E' accaduto a Camogli, in Liguria. E naturalmente la magistratura ha aperto un'inchiesta, poichè molti degli abitanti di Camogli e fruitori del cimitero hanno da tempo e ripetutamente segnalato a chi di dovere (benchè, a quanto pare, infruttuosamente) la comparsa di vaste fenditure nell'area del cimitero prospiciente sul mare.
Ecco la notizia (reperibile su internet):


Una porzione del cimitero di Camogli (Genova) è franato in mare. Diverse bare sono finite in acqua. Residenti e amministratori della località turistica della riviera ligure di levante hanno osservato increduli la scena dalla costa.
Il crollo sarebbe stato provocato dall’erosione della falesia sotto all’area cimiteriale, aggravata con ogni probabilità dalle violente mareggiate che hanno colpito la Liguria negli ultimi anni. Tino Revello, assessore ai Lavori Pubblici del comune di Camogli, ha spiegato all’ANSA che la zona era sotto osservazione da tempo ed erano in corso lavori per il consolidamento della falesia rocciosa sotto al cimitero: “l’area era stata anche transennata perché negli ultimi giorni si erano uditi strani scricchiolii”. Tuttavia un simile crollo non era prevedibile, afferma il sindaco di Camogli Francesco Olivari. “Vicino all’area del crollo - ha spiegato il sindaco - sono in corso lavoro di consolidamento della falesia. Da una prima analisi, ma solo domani potremo fare esami più accurati, emerge che è stato un crollo difficilmente prevedibile e contenibile. Sulla cima di questa falesia c’erano una serie di loculi che sono precipitati”.


E, così, molte delle bare, improvvisamente strappate al loro riposo sotterraneo, hanno preso il largo tra i flutti procellosi.
E' un'immagine drammatica, ma forse al tempo stesso romantica, questa di centinaia di bare che hanno preso il largo e  che fa pensare con immediatezza a Queequeg, il fiociniere polinesiano che, pensando che sia giunta la sua ora, cioè il tempo per morire, si fa costruire dal carpentiere di bordo una bara che comincia ad usare per dormirci.  Ma poi decide di venire e la bara non è più necessaria per fini sepolcrali.
Con l'affondamento del Pequod la bara vuota e ormai non più reclamata dal suo committente (che è morto in mare per via di uno degli attacchi della Balena Bianca) e inservibile quindi per una futura sepoltura in terra sarà una vera e propria scialuppa di salvezza (a lifebuoy) per il narratore Ismaele.
E quindi, pur nella drammaticità dell'evento, non ho potuto non rappresentarmi queste  bare che, dopo una forzata immobilità, prendono il largo alla volta dei sette mari.
Sicuramente verranno recuperate: ma io sono contento di pensare che siano lì a compiere questo insperato viaggio verso i confini del mondo.

Questa narrazione ci dice che, in questi tempi di Covid, con tutte le restrizioni imposte da una condizione di necessità, con le solide reti di solitudini intessute attorno a noi, persino i morti non ne possono più di lock down e che vogliono intraprendere un viaggio avventuroso verso l'ignoto.

C'è sempre la possibilità di dare letture diverse di uno stesso evento. E ciò che può sembrare una sciagura, una iattura, un disastro può tramutarsi in una narrazione di tipo diverso che ne sottolinei maggiormente la qualità di punto di svolta, di evento fondante per un nuovo corso delle cose.

Prima di chiudere questa riflessione, provo ancora a immaginare queste bare naviganti, nell'ipotesi che alcune di esse siano sfuggite ai tentativi di recuperi (mi ritrovo quasi a fare tifo per loro) e mi viene da pensare alle sepolture in mare degli antichi Vichinghi, popolo di conquistatori e di navigatori,  quando una nave attrezzata di tutto punto veniva abbandondata alla deriva con la salma dell'estinto perchè egli potesse avere nell'ultimo viaggio, che lo avrebbe condotto nell'ignoto e nel cuore del mistero, tutto ciò che gli serviva e che potesse continuare nell'altra vita ciò che aveva fatto in questa vita terrena.

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22 febbraio 2021 1 22 /02 /febbraio /2021 09:13
Selfie (Imperia, 2012)- foto di Maurizio Crispi

Osservare le vecchie foto o frammenti di video mi dà una sensazione di estraniamento.
Sono io, eppure non sono io, sono quello di un tempo antico.
Quelle immagini, statiche o in movimento, sono frammenti di un tempo trascorso e perso: fonti visive si potrebbe anche dire, testimonianze che riemergono come reperti fossili.
Si guardano [io le guardo così, quanto meno] con la sensazione straniante di osservare non visto la vita di un altro con le sue stramberie, le sue idisioncrasie, i suoi tic.
Eppure mi rendo anche conto, a volte con fastidio,  che quelle cose mi appartengono, come anche (in certe immagini piuttosto infelici) quell'aria di tronfia sicumera, quel modo di parlare e quella mimica e quella gestualità.
Sono tutte cose che mi appartengono, mie, eppure le respingo.
Io nel frattempo sono andato avanti e ho lasciato indietro interi pezzi di me: un insieme di cose sepolte nelle brume di un passato remoto.
Andare a guardare dentro un PC non usato da tempo e scovare vecchie gallerie fotografiche, per alcuni versi, è come entrare nella camera funeraria di una sepoltura ancestrale. C'è l'alto rischio di scatenare fantasmi e di suscitare sventure, come nel caso della maledizione di Tutankhamon che fece seguito all'apertura di quella sepoltura rimasta chiusa per millenni.

 

 

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10 febbraio 2021 3 10 /02 /febbraio /2021 16:47
Il Piccolo Principe sul suo asteroide

Lasciamo tracce, tracce dovunque.
Dovunque passiamo, dovunque siamo stati, come se la nostra vita e i luoghi del nostro passaggio fossero le scene di un crimine.
Lasciamo dovunque qualcosa, così come da ogni dove portiamo con noi qualcosa di nuovo o qualcosa di cui ignoriamo consapevolmente l'esistenza, ma che è diventato parte integrante del nostro bagaglio di esperienze e dei nostri gusti o preferenze.
Una sorta di "scambio colombiano" della psiche.
A causa di ciò, siamo esseri stratificati.
E siamo noi le nostre stesse fonti storiografiche.
Siamo noi a scrivere la storia, ad intesserla, giorno dopo giorno, a farla e a disfarla. Il passato nella memoria non è immutabile, scolpito una volta per sempre, ma è plastico, una materia duttile che viene di volta in volta rimodellata.
Pezzi: siamo fatti di tanti pezzi, come dice la canzone di De Gregori.
Pezzi che si mettono assieme in un tutto unico ed originale.
Qualcuno ci ricorderà, qualcun altro no. Ma quei ricordi saranno tutti diversi, poiché a ciascun altra persona nel mondo abbiamo dato modo di accedere ad una parte diversa del nostro essere, una diversa sfaccettatura.
Ed ieri ho ricevuto la triste della dipartita del signor Giacomo Minutella, nostro portiere da una vita, sino a pochi anni fa, quando il sopraggiungere degli acciacchi non gli ha più consentito di tenere la postazione. Solo allora, aveva receduto, costretto dalle circostanze e dall'evidenza di una limitazione fisica non più negoziabile.

 

Candela che arde

Il signor Giacomo, nato nel 1935, è stato sempre una persona laboriosa e industriosa, pilastro della sua famiglia (e lo era stato anche prima di sposarsi, poiché rimasto orfano anzitempo, da primogenito era diventato anzitempo capofamiglia), ma anche pilastro del nostro condominio, sempre pronto a provvedere in molteplici modi e ad essere d'aiuto: non ha mai tradito le sue radici paesane e campagnole ed è sempre stato un valente giardiniere. Ho appreso da lui molte cose, sotto questo profilo. Nello stesso tempo, con la sua scelta di venire in città a lavorare da portinaio, ha consentito ai suoi figli di compiere dei percorsi di istruzione superiore e di trovare una loro via professionale. Encomiabile davvero.
Qui, in via Lombardia 4, lo ricorderemo sempre perché è stato un pezzo importante nella vita di tutti noi condomini e della mia famiglia, in particolare. La mamma sapeva che poteva sempre contare su di lui, se lei avesse avuto aiuto per mio fratello per un'improvvisa emergenza, come più volte si è verificato nel corso del tempo.
Se n'è andato non per Covid, occorre dire: anche se in questi tempi di pandemia è difficile ricordarsi che si continua a morire per altre cause.
Ieri, esalando l'ultimo respiro al termine del suo percorso longevo e operoso, ha raggiunto la moglie Antonietta e adesso può riposare in pace nel ricordo dei figli e dei nipoti, ma anche di tutti coloro che l'hanno conosciuto.
Ieri camminavo per la via: ed ero uscito con i miei cani a passeggio più tardi del solito orario antelucano.
Mi piace camminare nel buio che precede il primo mattino, quando per strada non c'è nessuno: solo qualche ombra distante che posso facilmente schivare.
Ma l'altra mattina ho fatto tardi: ero dispiaciuto perché c'era, a mio avviso, troppa gente per strada ed era rovinata così la magia della città vuota, buia e silente.
Più ancora che dispiaciuto, infastidito devo dire.
Vedere gente che si affrettava al lavoro o genitori che accompagnavano i propri bimbi a scuola, interi gruppi di persone che incrociavano la mia traiettoria.
Mi sono sentito disturbato da questi incontri ravvicinati, con un pizzico, forse, di reazione fobica.
Cercavo di creare con il mio passo una traiettoria divergente. Ma non sempre mi è stato possibile.
Ho benedetto il momento in cui sono rientrato a casa.
Mi chiedo se questa mia reazione non faccia parte della "sindrome della capanna" di cui tanti parlano come post-effetto di questi tempi di Covid.
Siamo a quasi un anno dall'avvio delle prime ristrettezze dovute all'esordio della pandemia in Italia. Ma già esattamente un anno fa l'epidemia era nel pieno a Whuan in Cina.
Un intero anno della nostra vita segnato dalla pandemia: quando ne usciremo?
Intanto, in Italia, mentre ci si avvia al viraggio al giallo nella maggior parte delle regioni, vengono avviate delle micro-zone rosse per contenere i primi focolai di varianti.
Detesto questa incertezza, eppure nello stesso mi rendo conto che la costante incertezza e il permanere delle difficoltà in qualche modo oscuro, mi sollecitano: quanto meno si tratta di uno stato d'animo che attiva dentro di me l'introspezione.
Intanto, si procede verso il megarimpasto del governo che sarà presieduto da Mario Draghi, galantuomo e competentissimo, pronto a sorridere (quando è senza mascherina), ma con lo sguardo di ghiaccio.
Alla fine, sciolte le riserve e le opposizioni tutti sono saliti sullo stesso carro...
Ed anche qui staremo a vedere...
Qui gatta ci cova, dicono alcuni...

Cu issu
cu issu
cu issu e senza issu

La citazione di prima era parte di una storia che mi raccontava mio padre, a proposito dello sgangherato esercito borbonico, o almeno di alcune sue formazioni costituite da illetterati poverelli che venivano dalle campagne e privi di una qualsiasi forma di istruzione. per insegnar loro a marciare - mi raccontava mio padre - sulla gamba destra o sinistra adesso non ricordo gli istruttori tracciavano un segno con il gesso (issu) o appiccicavano dell'erba, in modo tale che fosse alle reclute facile distinguere la destra dalla sinistra, poiché spiegare a voce sarebbe stato molto più complicato e l'esito non sarebbe stato certo.
Ed ancora,  qui gatta ci cova: ci si ritrova con la prospettiva di un governo istituzionale (che, per la verità, potrebbe essere parzialmente tecnico, con dei decisori "tecnici collocati nei posti più cruciali) in cui eccellenze ed escrescenze (si veda il libro "I cazzari del virus. Diario della pandemia tra eroi e chiacchieroni" con una raccolta dei pezzi di  Andrea Scanzi su Il Fatto Quotidiano) saranno combinate in vari modi. Quelle escrescenze che ci tormentano e di cui sarà sempre oltremodo difficile, se non impossibile liberarsi. E, a volte, purtroppo sono proprio le escrescenze a prendere il sopravvento, quasi fossero una muffa maligna che colonizza ogni cosa, soffocandone la vitalità.
Nella letteratura sugli zombi, in una delle più recenti saghe (quella di Manel Loureiro, ovvero "Apocalisse Z") vi si dice che gli zombie non sono eterni, ma che - ad un certo punto - la loro condizione non più vita viene soffocata dalle muffe che, dopo un po', cominciano ad allignare su di loro e al loro interno.
Oggi, sono stato al funerale del signor Giacomo.
In chiesa eravamo tutti con l'opportuno distanziamento e in mascherina, senza potersi toccare e abbracciare: è stta per mela prima volta in assoluta di una messa in suffraggio in tempi di Covid. Ed è anche dolente constatare che in un'occasione del genere, mesta ovviamente, ci si ritrovi con persone che non si vedono da una vita e e che, almeno per molto altro tempo, si continuerà a non incontrare in normali circostanze.

 

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17 gennaio 2021 7 17 /01 /gennaio /2021 20:18
Foto di Maurizio Crispi

Ho visto il profilo di isole lontane e mai trovate

Ho visto gabbiani alzarsi in volo e veleggiare nel vento

Ho visto pesanti nubi grigio-nere addensarsi

e grosse gocce di pioggia sporca cadere

E le stelle punteggiare il velo nero della notte

Non rimane nulla fuorché il respiro

Breayhing

Breathing

Breathing

 

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11 gennaio 2021 1 11 /01 /gennaio /2021 06:26
Foto di Maurizio Crispi

C'è una guerra: una spedizione navale è in partenza per riconquistare l'isola non lontana che è stata invasa dai nemici.
E vedo sfilare le navi da guerra, una appresso all'altra, in formazione.
Ma, nello stesso tempo, scorgo delle navi nemiche che, in lunga fila, stanno arrivando verso la terraferma.
Si prepara un grande scontro, definitivo.
Queste navi - mi ritrovo a pensare - non sono certo espressione degli armamenti più moderni: sembrano piuttosto una flottiglia messa assieme alla buona, con i navigli più disparati e in diverso stato d'uso. Una specie di armata brancaleone del mare, insomma.
O anche, passando ai toni dell'epopea, mi pare di vedere la flottiglia delle più disparate - a vela o a motore - imbarcazioni civili che partirono dalle coste di Albione per salvare l'armata inglese chiusa nella sacca di Dunkerque.
Vengo incaricato di raggiungere un grande cargo ormeggiato a poca distanza della costa, privo di tutto le sovrastrutture.
L'uomo al comando mi spiega che quel cargo, ormai ridotto ad un guscio vuoto, è utilizzato come deposito per scorte di acqua potabile e di carburante che saranno preziosi per l'esito della guerra in atto.
Il mio compito è di raggiungerlo con una piccola imbarcazione e di presidiarlo, soprattutto per evitare che, mollati gli ormeggi, se ne vada alla deriva sino ad incagliarsi o ad affondare.
Sugli ordini non si discute.
Quando arrivo non c'è nessuno a bordo.
Nessuna traccia di vita.
Preso atto di ciò, mi addormento e mi risveglio, dopo un lungo sonno, per scoprire che sono trascorsi ben undici giorni.
Non ho memoria di nulla. Non so bene cosa sia successo nel frattempo.
La guerra a quanto pare è finita: infatti, il cargo ora è ormeggiato quietamente ad un lungo molo.
Vorrei mettere qualcosa sotto i denti perchè avverto i morsi della fame dopo tanti giorni di letargo.
Ma ci sono solo delle merendine industriali.
Dopo, scendo dalla nave e comincio a costruire un muro a secco con delle grosse pietre.
Per quanto mi sforzi continuo a non ricordare nulla del mio passato.
Il passato è passato, pensiamo al futuro adesso - mi dico.

Ho camminato per le strade
Negozi chiusi e smantellati.
Vetrine vuote.
Saracinesche perennemente abbassate, con cumuli di rifiuti spinti dal vento davanti.
Cartelli di vendesi o di affittasi oppure di cessione dell'esercizio commerciale.
Passanti in maschera.
Cani in maschera.
Anche i gatti con la maschera, ma loro indossano anche un respiratore da palombaro.
E' questa la guerra, forse.
La guerra contro un nemico invisibile e dai molti volti.
Ci siamo cascati.
A forza di smantellare il pianeta siamo arrivati al punto di non ritorno.
E se - a dispetto dei facili ottimismi - il virus diventasse sempre più letale, attraverso successive mutazioni?
Stiamocene a casa a coltivare il nostro piccolo orticello.
Prendiamo un libro e leggiamo.
Oppure dormiamo.
Facciamo come il dormiglione di Woody Allen oppure come quel Rip Van Winkle (la nota creazione letteraria di Washington Irving) che, dopo essersi addormentato, si risvegliò ben vent'anni dopo, avendo saltato a pie' pari la rivoluzione americana e i primi anni della nuova repubblica.

 

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30 dicembre 2020 3 30 /12 /dicembre /2020 12:07
La mamma e io (Archivio fotografico famiglia Crispi)

I morti, quelli che non ci sono più o che, semplicemente, sono rimasti indietro da qualche parte.
A volte penso che essi, in qualche modo, rimangano vicino a noi, che ci guardino
Ombre, anime, spiriti, non so.
Altre volte, più razionalmente, penso che siano costrutti nella nostra mente e che semplicemente essi siano con noi solo perchè li pensiamo e ne serbiamo il ricordo.
E che, quando noi saremo morti a nostra volta, essi semplicemente svaniranno con noi.
Pensandoli, comunque, o percendone la presenza accanto a noi come angeli custodi, noi a volte interpretiamo, costruendo una pararealtà, talvolta è come se proprio - anche se in maniera benigna - delirassimo.
Una volta mi è successo questo. Ero nella stanza che era stata la stanza da letto mia e di mio fratello e poi sua soltanto. Era inverno.
Qualche tempo dopo la morte di mio fratello (lui morì a giugno), ogni volta che ci entravo, sentivo un soffio d'aria fredda che mi colpiva e che aleggiava attorno a me. E ciò capitò per diversi giorni di seguito. Era qualcosa di perturbante: sembrava che attorno a me spirasse un alito freddo.
Mi ritrovai a pensare più volte: "Ecco, è mio fratello, è qui accanto a me e ogni volta che entro nella sua stanza egli si fa sentire, per dirmi che lui c'è qui con me".
In realtà, come scoprii poi, la finestra, il cui fermo non funzionava alla perfezione, per un colpo di vento si era aperta rimanendo non vista (nascosta com'era dietro la tenda tirata) e quel soffio era dovuto al refolo d'aria che passava attraverso il varco.
Ci sforziamo di mantenere vivi i morti, come quando facciamo la contabilità della loro età,  al trascorrere di ogni anno, e tenendo conto scrupoloso di tutte le ricorrenze che li riguardano, festeggiandoli privatamente anche. E ciò a prescindere dalle ritualità del giorno dei Morti.
Mio padre e mia madre, nati entrambi nel 1918, avrebbero oggi 102 anni, mentre mio fratello, nato nel 1947, ne aavrebbe compiuti oggi 73, due più di me.
A volte parliamo con loro, i nostri estinti. Ricordo che mia madre, nei momenti di sconforto, soprattutto negli ultimi anni, chiamava spesso la sua mamma: "Mamma!". E ciò mi colpiva molto, soprattutto per l'intensità delle sue invocazioni. Come se volesse dire: "Mamma, dove sei? Ti vorrei qui vicino a me! Aiutami!".
Ma la cosa più forte è che spesso, rispetto a loro, ci sentiamo dei sopravvissuti.
Ci sentiamo come se li avessimo lasciati indietro, rispetto a noi, le cui vite, invece, sono procedute in avanti.
Per esempio, mio padre è morto quando aveva compiuto appena 54 anni.
Io ho atteso, nel volgere degli anni, di arrivare a quella stessa età, pensando che quello sarebbe stato un fatidico giro di boa nella mia esistenza. E quando, senza traumi e senza incidenti, ho superato il mio cinquantaquattresimo anno, ho cominciato a dirmi: "Ecco, ora sono diventato più vecchio di papà!". Lui è rimasto indietro, ed io, sopravvissuto, sono andato avanti, raggiungendo tappe dell'esistenza che a lui sono state precluse, dal caso e dalla necessità. E naturalmente io posso solo ricordarlo come cristallizzato nel tempo con l'aspetto che aveva nel giorno della sua morte. 
E così è stato, quando ho raggiunto e superato l'età di mio fratello, che mi ha lasciato molto più di recente.
Sì, siamo dei sopravvissuti ed è per questo che non possiamo non guardare di continuo ai nostri morti.
Essi sono sempre con noi.

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2 febbraio 2020 7 02 /02 /febbraio /2020 06:04

Tutto ha inizio da un appuntamento in un luogo solitario, in natura.
Mi vedo con questa donna che non incontro da tanto tempo.
Abbracci appassionati, baci.
Il desiderio che monta.
Rapimento ed estasi.
Saliamo in auto per spostarci in un posto più riparato dove dare corso al nostro bruciante desiderio.
La strada scende verso un paesaggio costiero di bellezza ineguagliabile
Rapidi e frequenti tornanti e, ad ogni tornante, il mare scintillante si fa più vicino.
Viaggio speditamente per bruciare il tempo.
Una guida che non è la mia solita.
Ad ogni curva, taglio per mantenere velocità e assetto.
Poi ad un nuovo tornante, quando sono lì per impostare la traiettoria, all'improvviso il volante si blocca e non risponde più al mio tocco.
L'auto prosegue dritta perla sua traiettoria in un inebriante salto nel blu.
Il senso di impotenza è sopravanzato dalla meraviglia.

Dissolvenza

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31 gennaio 2020 5 31 /01 /gennaio /2020 11:56

Un giorno Gabriel mi ha chiesto: Papà, ma tu quando muori?
Sono un po' basito. Farfuglio qualcosa, poi gli dico: Spero non subito...
Replica di Gabriel: Domani? Dopodomani?
Io: Non so... Ma di certo vorrei il più tardi possibile!
Gabriel: Allora, tu morirai tra un milione di anni!

Tutto è connesso. Mi sono ricordato di un frammento di dialogo tra mia madre ultranovantenne e la signora Maria, da oltre 30 anni impiegata presso di noi come governante. 

Mi racconta la signora Maria che un giorno, quando già si era improvvisamente indebolita, la mamma le disse: Eh, Maria! Presto partirò per un lungo viaggio. E, dopo una pausa, aggiunse: E mi devi promettere che quando io sarò partita ti prenderai cura dei miei figli. La signora Maria, per sdrammatizzare, le disse: Ma, signora Irene, un viaggio per dove? Dove se ne vuole andare?

E la mamma replicò: Sarà un viaggio verso un paese molto, molto, lontano.
Ma non aggiunse altro. Fu una dellepoche volte in cui parlò della sua fine. Altre volte ci diceva, quando si rendeva conto che la sua efficienza si andava incrinando (soprattutto nell'essere di supporto a mio fratello) ci diceva che avrebbe essere portata al Polo Nord ed essere lasciata ad addormentarsi fuori nel freddo e al buio, come un tempo usavano fare gli Inuit (Eschimesi) anziani che, quando si rendevano conto che stavano per diventare decrepiti ed incapaci di avere un ruolo attivo nella vita del gruppo familiare, si allontanavano a piedi trai i ghiacci della Groenlandia, dove poi aspettavano la morte4 per assideramento. Aveva letto tanto prima il Romanzo "Il paese delle Ombre lunghe" (deldimenticato, oggi, Hans Ruesch) che io le avevo passato e neera rimasta molto colpita.

Mia mamma, Irene Salatiello Crispi

C'era molta serenità in questi suoi discorsi, una serenità che nulla aveva a che vedere con la sicurezza di ciò che ci attende nell'Aldilà che la Fede cristiana fornisce circa la promessa di una vita eterna. Non entrava mai nel merito del "dopo", anche se sono convinto che la mamma, pur nella laicità della sua visione, avesse comunque la percezione che sarebbe entrata nel "Mistero" (un mistero insondabile, per la verità) e, in questo processo di transizione, non chiedeva mai aiuto a nessuno, confidando esclusivamente in se stessa, così come aveva fatto nella sua vita operosa affrontando tutte le piccole e grandi battaglie quotidiane.

E la notte seguente ho sognato.  
Mi ritrovavo a tentare di estirpare una tenace pianta grassa. Sembrava fosse viva e le sue radici, grosse come arti, si spingevano dentro la terra avviticchiandosi ad altri tronchi vicini.

Con la sua resistenza, manifestava una forte volontà di sopravvivenza.
Poi, quando con uno sforzo estremo riuscivo ad eradicarla, la pianta divelta prendeva a muovere il moncone delle radici come fruste, divincolandosi dalla mia presa. E avevo la sensazione che stesse diventando con questo moto minacciosa, capace di sopraffarmi: una vaga ma crescente sensazione di pericolo, quasi fossi alle prese con una belva.
E questo frenetico movimento continuava fino a che non recidevo quelle grosse radici pulsanti con una forbice da giardinaggio, incontrando una resistenza all'azione delle lame non di certo lignea ma come di carne viva.

 

Oliver Sacks, Gratitudine, Adelphi

Il giorno dopo, al risveglio, ho afferrato da un piccolo cumulo di libri non ancora letti “Gratitudine” di Oliver Sacks e nel giro di poche ore soltanto, grazie alla sua esilità, l’ho letto.
Il piccolo volume raccoglie quattro scritti autobiografici di Sacks composti nel periodo che decorre dal compimento dei suoi ottant'anni, evento seguito quasi immediatamente da quello infausto dell'identificazione di una grossa metastasi epatica di un melanoma all’occhio di cui aveva sofferto anni prima, alla morte.
Si tratta di pagine che disegnano sentieri già da lui già percorsi ma che hanno allo stesso tempo la valenza un commiato dalla vita e di un rapido, intenso, bilancio del suo percorso vitale, in cui ciò che domina, più che la nostalgia per ciò che egli si accinge a lasciare, è il sentimento di gratitudine per ciò che egli ha potuto fare, per le tracce che è riuscito ad imprimere e, soprattutto, per ciò che ha ricevuto dagli altri. Tutte cose per le quali provare un sentimento di gratitudine che, in nessun modo, potrà essere offuscato dal rammarico di fronte alla vita che fugge via.
Sacks scrive dalla vetta dei suoi ottant'anni: è un’età che ancora non mi appartiene e che non so se raggiungerò; in ogni caso. le sue parole mi hanno offerto fecondi spunti di riflessione.

 

Oliver Sacks

Oliver Sacks, nato a Londra in una famiglia di fisici e scienziati - il più giovane di quattro fratelli di una coppia ebrea -, è stato neurologo e scrittore.
In Gran Bretagna frequenta il Queen's College a Oxford dove consegue Bachelor of Arts nel 1954 in fisiologia e biologia. Presso la stessa università, nel 1958, intraprendendo un Master of Arts, ottiene una laurea in medicina e chirurgia, che gli permette di esercitare la professione di medico.
Lascia l’Inghilterra per trasferirsi prima in Canada e poi negli Stati Uniti nel 1965. Professore di Neurologia clinica presso l’Albert Einstein College of Medicine e di Neurologia alla New York University School of Medicine ha iniziato la sua attività di divulgazione scientifica descrivendo le sue esperienze neurologiche con i pazienti negli anni Settanta e pubblicando anche su The New Yorker e The New York Review of Books articoli di carattere medico- scientifico. Il suo libro più conosciuto è Risvegli, dal quale è stato tratto il film con Robin Williams e Robert De Niro, e a cui sono seguiti i racconti altrettanto noti di altri suoi casi clinici Su una gamba sola e L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello. Tra gli altri suoi libri L’isola dei senza colore, Emicrania, Un antropologo su Marte, Allucinazioni, editi in Italia da Adelphi. Feltrinelli ha pubblicato Diario di Oaxaca nel 2004.
Oliver Sacks è morto a New York il 30 agosto 2015.
"La fortuna mi ha abbandonato" aveva scritto in una lettera a febbraio sul New York Times annunciando il cancro al fegato "Ora spetta a me decidere come vivere i mesi che mi restano. Devo vivere nel modo più ricco, profondo e produttivo che posso".
Tra le sue ultime dichiarazioni:
"E ora, in questo frangente, in cui la morte non è più un concetto astratto, ma una presenza — una presenza fin troppo vicina e a cui non puoi dire di no — mi sto di nuovo circondando, come feci quando ero ragazzo, di metalli e minerali, piccoli emblemi di eternità."
"Qualche settimana fa, in campagna, lontano dalle luci della città, ho visto il cielo intero «spolverato di stelle» (per dirla con Milton); un cielo come questo, pensavo, si può vedere solo su altipiani elevati e desertici, come quello di Atacama in Cile. Questo splendore celeste mi ha fatto improvvisamente capire quanto poco tempo, quanta poca vita, mi siano rimasti. La mia percezione della bellezza del paradiso, dell’eternità, era per me inseparabilmente mescolata con un senso di transitorietà — e di morte. Ho detto ai miei amici, Kate e Allen: «Mi piacerebbe vedere di nuovo un cielo come questo mentre muoio». «Ti porteremo fuori con la sedia a rotelle», mi hanno risposto."

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11 gennaio 2020 6 11 /01 /gennaio /2020 06:55

Alla vigilia, a letto presto
Sono scivolato in un sonno letargico,
dopo qualche decina di pagine lette
Pochi risvegli, sonno profondo
Ad ogni riemersione ero sorpreso dal silenzio profondo che mi circondava.
Niente botti e tonfi
Anche le luci del cortile interno, solitamente accese,
erano spente e quindi, senza il loro riverbero,
anche l’oscurità dentro la stanza era profonda
Ad ogni risveglio ero piacevolmente colpito dal tepore delle coltri
E per nulla al mondo avrei voluto scambiare questo posto con un altro
My place, oh yes
Poi, in un momento della notte,
forse già verso l’alba,
ho sognato mio fratello

 

Ero con lui lo spingevo nella sua carrozzina
Lo lasciavo da qualche parte - ad un convegno forse -
dove la sua presenza era richiesta
Dopo un po', tornavo a prenderlo per portarlo a casa
Our place, oh yes

 

Ma poi le posizioni si invertivano
ed ero io ad occupare il suo posto nella carrozzina
Lui non c’era più
Ed io, stando nella sedia a ruote,
come fosse la mia piccola casa
spingevo davanti a me,
con grande perizia,
un grande tavolo
Per far che? Non so.

 

Mi son svegliato
sentendomi pervaso dalla sensazione d'una gran pace interiore

 

Ho ripreso la giornata dove si era interrotta il giorno prima
Come se nulla fosse, rimanendo fermo alle mie abitudini e ai rituali
Colazione, qualche lettura, abluzioni
Uscita con la canuzza
E poi ad Alta Fé

 

 

Tutto qui, il mio piccolo Natale del 2019

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20 dicembre 2019 5 20 /12 /dicembre /2019 11:15

In navigazione
Verso dove?
E' una crociera costiera a Napoli e dintorni
ed è tutto diverso, però
La montagna si erge minacciosa,
scavata in profondi anfratti
aggettanti sul mare
le case dovunque, arrampicate sulla roccia
come un gregge di stambecchi,
ognuna in bilico su di una base minuscola
Lo stato delle strade pessimo
Un reticolo di viuzze tortuose e in salita
Penso: cosa accadrebbe se il vulcano incombente
si risvegliasse all'improvviso?
E se la terra si spaccase e dalle fratture
cominciassero a sgorgare lava, lapilli e ceneri ardenti?
Come fare ad evacuare la popolazione?
Come fare a far giungere i primi soccorsi

 

Eppure, tutto è di una bellezza selvaggia, quasi irreale
Posso osservare i minimi dettagli della città caotica
che si stagliano con prepotenza sullo scenario naturale,

due mondi contigui, eppure profondamente scissi
 

Luna a spicchio

Poi, mi ritrovo a camminare su di una strada di notte
Una luna mezza mangiata domina il cielo
Non riconosco la strada,
eppure so di averla percorsa miliardi di volte
Tutto mi è nuovo
il paesaggio scorre lento e ipnotico
L’asfalto si srotola sotto le ruote
il vento romba nelle mie orecchie
e le raffiche a tratti scuotono la mia macchina
che sembra trasformarsi in un fuscello
La mia traiettoria oscilla pericolosamente

 

 

La mia mente è addormentata
ma una parte di essa lavora in pilota automatico,
per quanto precario ed incerto
Dove sono?
Dove sto andando?
Vorrei mettermi a dormire,
risucchiato in un sonno profondo e ristoratore

 

E la luna smangiata continua a navigare nel cielo
impassibile

 

Palermo, 17 novembre 2019

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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