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26 marzo 2021 5 26 /03 /marzo /2021 12:28
Luca Ricolfi, La notte delle ninfee, La Nave di Teseo, 2020

Nel panorama variegato dei numerosi saggi sinora usciti sulla Pandemia nella quale siamo tutt'ora impantanati (e forse solo ora cominciamo a vedere la luce alla fine del tunnel) spicca particolarmente per il suo vigore espositivo La notte delle ninfee. Come si malgoverna un'epidemia, saggio di Luca Ricolfi (uscito in libreria a gennaio 2021 per i tipi di La Nave di Teseo): non a caso, Luca Ricolfi, in quanto persona che parla fuori dai luoghi comiuni e che espone le sue idee non sulla base di opinioni, ma di fatti comprovati e supportati dalla scienza statistica, è considerato una delle "Cassandre" italiane nel generale appiattimento determinato dalla retorica governativa a proposito del fatto che con le misure intraprese "stesse andando tutto bene" (ed era "eretico" chi si discostava anche di poco da questa verità).
Ricolfi sostiene, con l'ausilio delle leggi della statistica, che le scelte governative sono state lente ed impacciate, che non hanno rispettato una tempistica rigorosa, che sono state contraddistinte da temporeggiamenti e ritardi, laddove sarebbero serviti interventi ben radicali di quelli che sono stati varati.
A partire dalla metafora iniziale, quella appunto dello stagno infestato dalle ninfee (cui si ispira il titolo del libro) e del modello matematico che ne deriva, mostra gli errori che sono stati fatti e come si sarebbero potuti evitare. E' molto interessante, ad esempio, il raffronto tra quello che è accaduto in Italia e quanto si è verificato in Germania al tempo della prima fase della pandemia (con pochi morti in confronto al numero degli infetti, rilevati). Ricolfi sostiene che, da un lato, la strategia iniziale avrebbe dovuto essere quella di fare molti, moltissimi, tamponi, mentre all'inizio - a parte l'anomalia, da alcune parti contestata, di Vo' Euganeo e della Regione Veneto - i tamponi sui soggetti asintomatici erano sistematicamente scoraggiati.
L'altro indicatore importante - sempre secondo Ricolfi - da tenere sotto controllo è il numero dei morti giornalieri: quando le vittime crescono a dismisura i giochi sono già stati fatti, in altri termini.
Alla luce delle statistiche e dei grafici comparativi con quanto è accaduto altrove, Ricolfi sostiene che il lockdown "duro" subito sarebbe stato la migliore ricetta, proprio per evitare successive derive incontrollabili.
E, secondo il suo ragionamento, anche una settimana di anticipo su certi provvedimenti, può fare una profonda differenza.
Per molti motivi, le misure più efficaci sono quelle - secondo il nostro autore - che attenuano il senso di paura delle persone: più che la semplice riapertura di alcune attività, sono proprio queste quelle che inducono la gente e a consumare di più. Quindi: efficace tracciamento, molti tamponi, attenzione sanitaria elevata e capacità di trattamento potenziata il più possibile, oltre a miglioramento e potenziamento del sistema dei trasporti, per evitare il sovraaffollamento.
Quando Ricolfi scrive e dà alle stampe il suo volume, siamo alle soglie di Dicembre: e l'autore commenta amaramente che ben poco il Governo ha fatto per creare le premesse per una risposta veramente efficace oppure per anticipare il più possibile le misure di lockdown.  Quando l'ha fatto , anche in autunno, i buoi erano già usciti dalle stalle, per così dire, e i morti erano già aumentati a dismisura.
Al contrario, il governo ha posto una fiducia quasi salvifica nell'arrivo dei vaccini, mentre ben di più avrebbe potuto fare se avesse agito con maggiore efficacia prima: Ricolfi parla di diverse decine di migliaia di morti in meno, se si fossero prese le decisioni giuste.
Aggiungo io, e mi trovo sulla stessa linea di Ricolfi, che in Italia ha purtroppo dominato la retorica, mentre la burocrazia ci ha messo costantemente lo zampino, assieme all'incapacità di creare un'unitaria strategia, fondata su coerenza operativa e su una piena sintonia tra governo centrale e Regioni.
Insomma, il saggio di Ricolfi è da leggere per chiarirsi le idee, abbandonando idee preconcette o "di regime" su di un tema su cui i media procedono utilizzando solo luoghi conuni e formule trite e ritrite.

(soglie del testo) L'autore vi spiega anche in questo libro perché i nostro Natale poteva essere diverso: si tratta di un indagine basata su dati rigorosi che smaschera gli errori italiani nella gestione dell'epidemia.
“Come andranno le cose? L’ottimismo della volontà mi fa sperare che, finalmente, si cambierà strada, e si guarderà con più attenzione al modello dei paesi che hanno avuto successo nella lotta al virus. Ma il pessimismo della ragione mi avverte: l’attesa messianica del vaccino avvolgerà tutto e tutti, quasi niente cambierà davvero, nessuno sarà chiamato a rispondere delle sue azioni. Né ora né mai”.
Luca Ricolfi, dal suo osservatorio della Fondazione Hume, fin dallo scorso febbraio sta studiando i dati relativi alla pandemia e alla sua gestione. Analisi non circoscritta alla sola Italia, bensì allargata sempre all’insieme delle società avanzate, a partire dai paesi europei. Sulla base dei dati – che sono il faro della sua attività – raccolti in questo libro in modo sintetico, ordinato e leggibilissimo, Ricolfi smaschera gli errori italiani nella gestione della pandemia e le conseguenti bugie, volte a nasconderli, di governanti, politici e amministratori.
E giunge a conclusioni che in pochi hanno avuto finora l’attenzione di cogliere:
(1) la seconda ondata era evitabile, tanto è vero che più di un terzo delle società avanzate l’ha evitata;
(2) le omissioni, i ritardi e le incertezze dei governanti ci sono costati decine di migliaia di morti, e decine di miliardi di PIL;
(3) se non facciamo subito quel che avremmo dovuto fare da tempo, altre ondate saranno inevitabili, e il disastro economico completo e difficilmente reversibile.

 

Luca Ricolfi

Lontano da ogni ideologia e fuori dalla assurda dicotomia tra negazionisti e rigoristi, fra aperturisti e paladini dei lockdown, Ricolfi ci dimostra che la tragedia che ci ha colpito avrebbe meritato ben altra gestione, che era possibile farlo e che altrove è stato fatto.

 

L'autore. Luca Ricolfi  (Torino, 1950), sociologo, docente di Analisi dei dati presso l’Università di Torino. Ha fondato la rivista di analisi elettorale “Polena” e l’Osservatorio del Nord Ovest. Attualmente è Presidente e responsabile scientifico della Fondazione David Hume. Fra i suoi libri: Perché siamo antipatici? (2005), Tempo scaduto. Il contratto con gli italiani alla prova dei fatti (2006), Illusioni italiche (2010), Il sacco del Nord (2012), La sfida. Come destra e sinistra possono governare l’Italia (2013), L’enigma della crescita (2014, 2020), Sinistra e popolo (2017), La società signorile di massa (2019, La nave di Teseo).

 

 

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18 marzo 2021 4 18 /03 /marzo /2021 07:23
Le Parche nella rappresentazione di Fussli

Ho la mia età, su questo non c'è alcun dubbio.

Ma non ci penso, solitamente.

Interiormente mi sento ancora giovane.

Ma soprattutto invincibile e invulnerabile.

Mi sento in condizione di tirare la carretta da solo, con persone e parafernalia a bordo.

E ci sono anche i cani di cui occuparmi.

Nessuno che mi sostituisce e nessuno che mi possa sostituire.

Vado avanti, giorno dopo giorno.

Eppure ci sono eventi che capitano all'improvviso e che mi fanno ricredere.

Allora, in questi casi, mi sento in preda all'angoscia.

Penso al domani, ad un momento in cui non potrò farcela da solo, ma anche a quando non potrò più sbrigare le diverse faccende che gravano sulle mie spalle.

Se fossi inabilitato,  chi andrà a fare la spesa per me? Chi si occuperà di Gabriel, mentre mia moglie lavora? Chi farà passeggiare i cani?

Penso in queste circostanze a scenari terribili e cupi, specie in questi tempi di Covid.

Ieri mi sono azzoppato a causa di un improvviso strattone di Black che è un grosso bestione dotato di una forza micidiale: mi sono trovato sbilanciato in avanti e mi si è stirato il polpaccio. La conseguenza una contrattura dolorosa. Mi sono ritrovato zoppicante e parzialmente inabilitato per più di un giorno. Ma superata la fase acuta lo sono tuttora.

Nello stesso tempo, nella classe di Gabriel un bimbo, suo compagno, è risultato positivo al test. Conseguenza: tutta la classe in DAD per almeno 14 giorni, ma nello stesso tutti quelli della classe sono a rischio di contagio così come i loro familiari stretti.

Sabato, cioè a fine settimana, andremo tutti a fare il tampone rapido al Drive-in della Fiera del Mediterraneo.

Ma sapere questo non è sufficiente, poiché anche la minaccia incombente - per quanto lontana - di poter essere positivo al test oppure di cominciare all'improvviso a presentare i sintomi del Covid, hanno provocato in me una prorompente angoscia.

La mia ipocondria di base fa il resto e apre scenari mentali davvero inquietanti e insostenibili.

Come se fossi sull'orlo della fossa e nella necessità di dovere cominciare a congedarmi da tutto e da tutti.

E non si è mai pronti a questo.

E intanto, uno dei meccanismi che ci consente di mantenerci fluttuanti nell'incertezza è il pensare che certe cose ancora in sospeso si potranno fare dopo, più tardi, ...later...
Anche se poi non è così, perchè la dura realtà é che, prima o poi, arriva l'improvvisa cesura, quando le Parche tagliano definitivamente il filo della tua vita. E a quel punto non ci sono contrattazioni possibili. Non c'è più tempo...

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16 marzo 2021 2 16 /03 /marzo /2021 09:52
Capitozzatura radicale (foto di Maurizio Crispi)

Poco più di un mese addietro i Ficus Magnoloides del giardino d'ingresso al mio condominio sono stati sottoposti ad una potatura selvaggia. che li ha lasciati allo stato di poco più che nudi scheletri arborei.
La stessa sorta è toccata dopo qualche giorno ad un possente esemplare di Eucaliptus sito in un giardinetto privato all'angolo tra via Lombardia e via Principe di Paternò, sempre a Palermo.
Una sorte ancora più impietosa è toccata dopo una buriana di vento che ne aveva fatto crollare un grosso ramo ad un secolare Ficus Magnoloides della vicina Villa Sperlinga. Anche qui i potatori anziché limitarsi a rimuovere le parti ammalorate della piante per metterla in sicurezza hanno optato per la potatura radicale che ha lasciato sul terreno soltanto un immenso mozzicone di tronco, vestigia della possanza di prima.
Questi che ho riferito sono soltanto degli esempi che riporto qui perché li ho potuti constatare di persona, ma - ahimé - sono soltanto alcuni casi di una lista purtroppo infinita, testimonianza di una pratica diffusa (soprattutto dalle nostre parti, ma non solo) che, se esprime fondamentalmente ignoranza ed imperizia, nasconde anche la volontà di fare le cose sbrigativamente, investendo poco in ore lavorative spese e professionalità/competenze impiegate nella manutenzione del nostro patrimonio arboreo: occorre tenere presente che anche le piante di alto fusto ricadenti nei terreni privati, quando abbiano superato una certa altezza ed età, sono sottoposte alla Tutela dei Beni ambientali.

Quindi, quanto osserviamo, è l'effetto deletero e nefasto di una malpractice che fonda i suoi pilastri su ignoranza, su incompetenza, su faciloneria e sbrigatività e, non ultimo, su scelte spesso fondate su malafede e sulla volontà di abbattere i costi di manutenzione di piante secolari.
Questo tipo di potatura è nota con il termine di "capitozzatura" che tanto evoca la pratica della pena capitale per taglio della testa (almeno questo è il tipo di suggestione che io ricavo quando sento parlare di questo termine e della relativa pratica).
In effetti gli alberi capitozzati in modo radicale - per non dire selvaggio - sembrano più che altro degli scheletri, tristissimi a vedersi, ma chi ha operato si esprime con l'ipocrisia di aver fatto degli interventi di messa in sicurezza - questo il dichiarato formalmente - che in realtà nascondono l'intento implicito - il piano segreto - di far fuori quell'albero o molti alberi in un colpo solo che, per motivi vari, "danno fastidio".
Alcuni dicono che se la capitozzatura debba proprio essere fatta essa debba essere "gentile", cioè mirata ad eliminare soltanto i rami pericolanti e non superante il 30% della chioma arborea. Interventi più radicali rischiano di ledere la stabilità della pianta e la sua ricrescita, tanto più che sulle ampie superficie lasciate dai tagli si impiantano colonie di funghi che possono ulteriormente compromettere la salute della creatura. Inoltre, tagli tanto radicali eliminano del tutto l'ombra e la frescura che gli alberi possono fornire e di conseguenza alterano in modo irreversibile il microclima che regna sotto di essi, oltre che eliminare in un colpo solo tutta la fauna di volatili che nell'intrico dei rami ha stabilito dimora.
Stringe il cuore vedere gli alberi mutilati in siffatta maniera.
Il più delle volte, simili interventi, soprattutto in ambito cittadino vengono effettuati tra l'altro come delle vere e proprio azioni blitz di kommando e, spesso, non è facile identificare i responsabili o i mandanti dell'azione deturpante. Questo è il potere dei moderni strumenti di taglio del legno vivente e quindi l'apoteosi delle motoseghe a catena più moderne che stanno agli alberi come il Kalashnikov sta alle persone che, dalle sue scariche, vengono falciate.
Quando si parla di ambiente e della sua protezione bisognerebbe cominciare a guardarsi attorno e osservare quali azioni di malgoverno nei suoi confronti vengono perpetrate nel nostro più vicino territorio e la militanzaambientalista andrebbe esercitata prima ancora qui che non nei confronti di una lontana foresta amazzonica di cui sappiamo soltanto in astratto. Forse, soltanto se ci occupassimo di ciò che accade vicino a noi, all'interno del nostro orizzonte esperienziale, potremmo con maggiore efficacia ed autorevolezza lottare anche per la salvezza della foresta amazzonica, in altri termini avvalendoci della forza della militanza maturata sul campo. Mutilare un albero, in modo tale che potrebbe non riprendersi più e pertanto morire, concettualmente non è molto distante dalle pratiche di disboscamento selvaggio e dalla deforestazione totale praticata altrove per conquistare nuove terre all'agricoltura (possibilmente in monocoltura e dunque ulteriormente devastante per l'ambiente).

(da wikipedia) La capitozzatura, definita anche taglio a capitozzo, è una tecnica di potatura che consiste nel taglio dei rami sopra il punto di intersezione con il tronco o altro ramo principale, in modo che rimanga solo quest'ultimo o una parte della chioma, dopo una rimozione molto ampia, dal 50 al 100%. È una pratica che riceve aspre critiche.
La capitozzatura permette di potare un albero in circa mezz'ora e con personale poco qualificato, mentre una potatura più attenta può richiedere 2-3 ore per albero.
Con l'eliminazione della chioma, l'albero attiva le gemme latenti sottostanti[1], che determinano la crescita di nuovi germogli attorno al taglio. Soprattutto nelle piante ad alto fusto, questo richiede un enorme sforzo produttivo, oltre ad alterare la forma naturale dell'albero e la sua estetica, può creare futuri problemi alla stabilità della pianta con eventuali rischi di rotture, e indurre un probabile aumento dei costi a medio e lungo termine delle opere di arboricoltura. In particolare gli ampi tagli sono un facile punto di ingresso nell'albero per i funghi agenti della carie. I responsabili delle alterazioni del legno appartengono fondamentalmente ai generi Stereum, Ganoderma, Phellinus. Questi funghi degradano la lignina e la cellulosa, provocando la disorganizzazione e il disfacimento dei tessuti di sostegno, con conseguente formazione di cavità. La pianta perde resistenza ed elasticità, divenendo soggetta a crolli improvvisi.
È pratica arboricola molto criticata e deprecata, perché dannosa agli alberi, anche quando praticata su piante ornamentali.
Possibili e valutabili eccezioni si riferiscono alla coltivazione di piante dalla ridotta durata, alla pratica della frutticoltura e della viticoltura, agli innesti ed alle tecniche del bonsai. Nell'olivo si ricorre alla capitozzatura in caso di gravi danni per gelate o carie. Discussa è invece l'utilità della capitozzatura della vite nel caso di lotta alla flavescenza dorata o per il mal dell'esca della vite.

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9 marzo 2021 2 09 /03 /marzo /2021 08:38
Mascherina FFp2

I bambini sono sorprendenti.  Davvero. Stanno crescendo nel bel mezzo di una pandemia e si adattano molto meglio di noi adulti.
Ieri mio figlio mi ha sorpreso, indicando con il suo acronimo esatto la mascherina che in quel momento stavo usando (una ffp2) e poi dicendomi: "Papà, questa mascherina l'hai usata per troppo tempo e adesso la devi cambiare". Ha precisato anche il limite temporale oltre il quale questa tipo di mascherina non si dovrebbe usare più perché la sua efficacia è scaduta.
Io gli ho detto che la uso solo per poche decine di minuti alla volta e che, quindi, il tempo d'uso probabilmente si può allungare per un po'. Ma lui ha insistito e mi ha detto: "Papà, guarda la devi cambiare. Ecco che te ne do una delle mie! E' mi ha porto una mascherina chirurgica intonsa. Mi è sembrato molto tenero, ma anche anni luce davanti a me.
Non ho potuto sottrarmi alle sue sollecitazioni.
E' così: i bambini si adattano ed alcune cose che ancora a noi adulti sembrano essere eccezionali e a cui fatichiamo ad adattarci per loro sono diventate la normalità.
Intanto, prospera e cresce il club dei vaccinati. Quando vado a prendere mio figlio a scuola, ci sono gruppetti di genitori che parlano tra loro.
Talvolta mi unisco alla chiacchiera, talaltra mi tengo in disparte.
E questo accade soprattutto quando mi rendo conto oggetto della conversazione è il vaccino che hanno fatto, degli effetti collaterali che hanno sperimentato alla prima o alla seconda somministrazione, sintomi e sensazioni. Insomma, la rava e la fava del vaccino. Un'apoteosi delle proprie esperienze vaccinali.
Sembra quasi di sentire delle persone che parlano del rito di iniziazione che hanno affrontato per entrare a far parte di un club molto esclusivo di privilegiati: e, al momento il mondo è diviso in due, i vaccinati e gli esclusi, in certo qual modo. O forse dovrei dire in tre categorie, perché vi sono anche coloro che si sono infettati e che sono guariti (sui quali dovrebbe essere fatta un'indagine sistematica sul titolo anticorpale) e dei guariti (questi sì che possono considerarsi dei preziosi testimonial: eppure, come si noterà, sono ben pochi tra quelli che sono stati ricoverati in terapia intensiva e che ne sono usciti magari dopo ricoveri prolungati e pieni di tormento, disposti a raccontare della propria esperienza tra la vita e la morte. I racconti di queste persone, sì, mi intesserebbe davvero poterli ascoltare.
Di solito, quando vanno avanti questi discorsi, mi tengo in disparte: sento di non avere granché da dire.
Intanto ieri è stata una data davvero storica: è stata superata in Italia la soglia dei 100.000 morti per Covid, ogni singolo morto una tragedia.
E' come se fosse scomparsa l'intera popolazione di una città italiana, come Ancona, Udine, Piacenza o Bolzano... tanto per rendere l'idea. E' come se fosse scomparsa l'intera popolazione di una città italiana, come Ancona, Udine, Piacenza o Bolzano... tanto per rendere l'idea.

Nessun uomo è un'isola




Nessun uomo è un’isola
Completo in se stesso
Ogni uomo è parte della terra
Una parte del tutto
Se una zolla è portata via dal mare
L’Europa risulta essere più piccola
Come se fosse un promontorio
Come se fosse una proprietà di amici tuoi
Come se fosse tua
La morte di ciascun uomo mi sminuisce
Perché faccio parte del genere umano
E perciò non chiederti
Per chi suoni la campana
Suona per te

Traduzione di Ermanno Tassi

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6 marzo 2021 6 06 /03 /marzo /2021 09:19
Monopattini Helbiz

Molti avranno notato che Palermo è stata invasa da un poderoso numero di monopattini elettrici. Qui e là si trova un monopattino parcheggiato: sono molti i curiosi che si avvicinano per capire di cosa si tratti. Su alcuni ci sono anche dei cartelli con delle leggende che spiegano le caratteristiche base dell'iniziativa.
Curiosando nel web ho scoperto che il Comune di Palermo per promuovere la mobilità sostenibile (seguendo a ruota altre amministrazioni comunali) abbia autorizzato quattro diverse società all'attivazione del servizio di monopattino sharing, ciascuna società per un totale di quattrocento monopattini.
Le prime quattro società già autorizzate all'attivazione del servizio di monopattino sharing sono Bird Rides, Bit Mobility, Helbiz e Link Your City - Italia. E le notizie reperibili sul web dicono che sono 1600 i monopattini elettrici che già nei prossimi giorni saranno disponibili per il noleggio in città, 400 per ciascuna delle società autorizzate.
Le autorizzazioni allo svolgimento del "servizio con monopattini a propulsione prevalentemente elettrica", sono state rilasciate dal servizio Mobilità urbana del Comune (con determinazioni n. 2003/2004/2005 del 23 febbraio 2021) e seguono l'avviso pubblicato a ottobre scorso cui avevano risposto 10 società, per un totale di almeno 4 mila mezzi disponibili a fronte della possibilità di una flotta cittadina totale di seimila monopattini
I primi che ho visto comparire nelle vie di Palermo sono quelli della Helbiz che li ha seminati in giro, in punti strategici, promuovendo tra l'altro (previa registrazione,è ovvio) 100 minuti di utilizzo gratuito.
E questi monopattini sono davvero dovunque abbandonati nei luoghi più impensati sui marciapiedi: non si capisce bene se per fare promozione o perché gli utilizzatori li abbandonano dove prima capita (probabilmente ambedue le cose).
Sembra che questi trabbicoli siano protetti da eventuali furti, poiché si attivano soltanto con un app scaricabile su smart phone e dopo aver dato il proprio numero di carta di credito. Inoltre sono dotati di un GPS che ne consente costantemente la tracciabilità. Eppure si trovano dei commenti nel web secondo i quali alcuni monopattini a Napoli sarebbero stati oggetto di tentativi di furto nemmeno 24 ore dopo l'attivazione del servizio.
E qui dico lamia: a me personalmente i monopattini elettrici, come anche le monoruote giroscopiche non piacciono granché (la mia antipatia si estende ovviamente anche alle bici con pedalata assistita, ma con minore impeto). Questi dispositivi costringono gli utenti ad una forzata immobilità, e avendo ruote molte piccole ed essendo utilizzati sull'asfalto o su marciapiedi notoriamente dissestati, sono soggetti a sobbalzi e a incidenti vari, sino al ribaltamento del malaccorto guidatore.
In più, sono silenziosi e dunque rappresentano un pericolo sia per altri mezzi motorizzati sia per i pedoni: considerando anche il modo per lo più spregiudicato con cui vengono utilizzati.
I loro utilizzatori sono, a mio avviso, un po' ridicoli, specie in questi tempi di Covid. Non utuilizzano il casco protettivo (la maggior parte di essi) e indossano tutti la mascherina. Chi sa perchè questa mascherina, in fondo alla guida del mezzo non ce ne sarebbe bisogno: forse la mettono soltanto perchè fa tendenza ed è trendy.
Lo sapete cosa mi sembrano questi qua, a dirla francamente? Ecco lo dico: delle mummie ambulanti, davvero un'immagine molto appropriata in tempi di Covid. Una città, anzi molte grandi città italiane, sono invase da uno stuolo di mummie ambulanti/svolazzanti in un silenzio tombale.

Ci sarebbe da sorridere, quasi, ma io sarei portato a piangere.

E va bene: anche questi monopattini elettrici ce li ha portati il Covid. E non possiamo lamentarcene, visto che la loro diffusione (che prosegue ormai ad un ritmo esponenziale, come la pandemia) serve a facilitare la mobilità sostenibile e a favorire l'economia (ma questa senza ipocrisie è la ragione principale: o, in altri termini, detto in modo più crudo, sono gli affari a guidare le danze). E, secondo me, dire che si tratta di una scelta tesa a favorire la mobilità sostenibile è semplicemente un'ipocrisia.
Che vengano prima costruite delle vere e autentiche piste ciclabili e che si promuova l'utilizzo delle bici tradizionali che rappresentano il vero sistema di locomozione ecologico, sostenibile ed eco-friendly. A volte devo dire che ci troviamo davanti a certe scelete decise inulateralmente da chi governa, scelte più o eno scellerate che siamo costretti a subire.
Ma è così che va il mondo. Chi pensa che non sia sia così è solo un povero illuso.

Queste alcune delle note esplicative che si trovano sul sito web di Helbiz.
Helbiz offre un servizio di sharing per eBike e monopattini elettrici. In Italia è attivo all'interno di diverse città: Milano, Torino, Verona, Cesena, Roma e Bari con altre che arriveranno in futuro: tra queste ci saranno Bergamo, Bologna, Firenze, Monza, Parma, Pisa ed ora anche a Palermo.
Tutto si gestisce da una comoda applicazione gratuita per dispositivi iOS ed Android. La prima cosa da fare è registrarsi per creare un account personale. E' possibile utilizzare un proprio indirizzo email oppure i profili Facebook, Apple e Google. Terminata la registrazione sarà richiesto di inserire un numero di cellulare su cui sarà inviato un codice di verifica da utilizzare per concludere e validare l'iscrizione. Il servizio richiede di caricare anche una copia della propria carta di identità. Bisognerà poi inserire la forma di pagamento preferita come la carta di credito

Helbiz evidenzia che utilizza il GPS dello smartphone non solo per mostrare con precisione i veicoli che si trovano nelle vicinanze ma pure per tracciare il percorso del viaggio ai fini di garantire sicurezza e affidabilità del servizio. Dall'app sarà possibile, in ogni momento, cancellare l'account. Gli utenti possono utilizzare un solo veicolo per account su cui si deve viaggiare esclusivamente da soli. Il casco non è obbligatorio ma Helbiz ne consiglia sempre l'uso.

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2 marzo 2021 2 02 /03 /marzo /2021 06:49
Alessandro Baricco, Quel che stavamo cercando

Vagabondando con lo sguardo sui banchi di esposizione della libreria che frequento ho scorto un libro di Alessandro Baricco, indubbiamente da poco uscito. Si tratta di uno smilzo volume con il titolo "Quel che stavamo cercando" (Feltrinelli, 2021).

Incuriosito l'ho preso e l'ho sfogliato per scoprire che vi si parlava di Pandemia e di Coronavirus: le soglie del testo ridotto al minimo, motivo per il quale per capire di cosa si si trattasse occorreva subito addentrarsi nel testo.

Brevi pensieri alcuni di poche righe soltanto, altri estesi nello spazio di una pagine. In tutto 33 frammenti di pensieri (e di riflessioni), ispirati alla situazione attuale. Subito l'ho fatto mio e l'ho letto velocemente.
Si potrebbe dire che Baricco abbia voluto tracciare una possibile "metafisica" della pandemia.
Nell'evolversi delle sue riflessioni e nel suo frequente ritornare a punti già trattati ma esaminati sotto angolature differenti, la pandemia travalica la realtà ed entra nell'immaginario collettivo come vero e proprio "mostro mitologico" secondo un meccanismo costruttivista.
La pandemia sarebbe dunque una sorta di iper-costrutto oppure anche un "costrutto dei costrutti".
Nei suoi incisivi frammenti Baricco offre degli spunti quasi di meditazione ed afferma anche che siamo noi stessi, gli "Umani", ad aver creato le premesse della pandemia intesa come mostro archetipico e pervasivo, essendoci posti nella posizione di avere voluto il suo arrivo e il suo insediarsi nella nostra vita (la pandemia, dunque, "come ciò che stavamo cercando").
"...bisognerebbe dunque provare a pensare la pandemia come a una creatura mitica. Molto più complessa di un semplice evento sanitario, rappresenta piuttosto una costruzione collettiva in cui diversi saperi e svariate ignoranze hanno spinto nella stessa direzione. (...) ... tutto ha lavorato per generare non un virus ma una creatura mitica che dall'incipit di un virus si è impossessata di ogni attenzione, e di tutte le vite del mondo. Prima e più velocemente della pandemia é quella figura mitica che ha contagiato l'intero mondo. Quella è la vera pandemia: riguarda l'immaginario collettivo prima che i corpi degli individui" (ib, frammento 14, corsivo nel testo).
Interessante lettura, soprattutto perché in modo piuttosto ardito fornisce degli spunti di riflessione, e su alcuni dei frammenti (da annotarsi) converrà ritornare di quando in quando. In qualche misura lo sforzo elaborativo di Baricco consente di gettare una luce di comprensione, del resto sul fenomeno dilagante, già segnalato da molti, della cosiddetta "infodemia" e consente di comprendere perchè - a differenza di quanto sia accaduto con la pandemia influenzale del 1918-19 - in tempo di Covid si sia sia avuta in parallelo con l'evolversi del contagio virale un'impennata nelle pubblicazioni divulgative di tipo sociologico o nell'ambito della narrativa che hanno aggiunto pezzi a questa baricchiana "creatura mitica", intesa come - parasfrasando Baricco - "figura" in cui la comunità dei viventi contemporanei ha organizzato il materiale caotico delle proprie paure, convinzioni, memorie o sogni (ib., frammento 2)
Si legge velocemente (e così ho fatto io), ed è un libro che rimane e da collocare tra i top ten di quelli sinora pubblicati in tempo di Covid.
Si potrà essere d'accordo o no con queste tesi (ed alcuni Baricco non piace per la sua magniloquenza: io stesso non lo colloco tra i miei preferiti), ma questo approccio intellettuale e visionario al problema pandemico è interessante, quantomeno. Qualcosa c'è. A me, personalmente, è piaciuto.

 

 

 

(Nota di presentazione del volume nel sito della casa editrice) Un libro intimo e audace per provare a capire, a leggere il caos, a inventariare i mostri mai visti, a dare nomi a fenomeni mai vissuti. Bisognerebbe provare a comprendere la Pandemia come creatura mitica. Le creature mitiche sono prodotti artificiali con cui gli umani pronunciano a se stessi qualcosa di urgente e vitale. Sono figure in cui una comunità di viventi organizza il materiale caotico delle proprie paure, convinzioni, memorie o sogni.
Ormai sappiamo che la pandemia di coronavirus è molto più di un'emergenza sanitaria. È come se sorgesse dall'universo delle paure che da tempo ormai detta la nostra agenda per soppiantarle tutte, e riscriverle. E se attraverso il mito gli umani generano il mondo, come ci insegna l'Iliade, allora la pandemia è una figura mitica, una costruzione collettiva. Che non significa che sia irreale o fantastica, anzi: si può dire che quasi tutte le scelte, di ogni tipo, fatte dagli umani negli ultimi cinquant'anni ne abbiano creato le condizioni. Così Alessandro Baricco prova a pensare la pandemia, in queste pagine lievi e dense, e ci invita, mentre salutiamo i morti, curiamo i malati e distanziamo i sani, mentre lo sguardo è fisso sul virus e i suoi movimenti, a chiudere gli occhi e metterci in ascolto di tutto il resto – come un rumore di fondo. Ci troveremo un misto di paura e audacia, di propensione al cambiamento e nostalgia per il passato, di dolcezza e cinismo, di meraviglia e orrore. Non perdiamo allora l'occasione per guardare dentro lo choc, per leggerci i movimenti che l'hanno generato e che ci definiscono come comunità. Se avremo il coraggio di affrontare la partita, una partita che ci aspettava da tempo, potremmo trovarci alcune sorprese, potremmo scoprire che questo deragliamento del corpo, personale e collettivo, è destinato a condurci in territori inesplorati, e che «chi ha amato, saprà».

 

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26 febbraio 2021 5 26 /02 /febbraio /2021 07:01

Ambarabà ciccì coccò
tre civette sul comò
che facevano l'amore
con la figlia del dottore;
il dottore si ammalò
ambarabà ciccì coccò!


 

Il convitato di pietra

Che dire?
Siamo davanti ad una - del resto più volte annunciata - recrudescenza dell'epidemia.
Altro che piegare la curva con le vaccinazioni (che peraltro vanno a rilento e con numerosi intoppi)!
Santa illusione - quella di flettere la curva - nella quale i più ingenui si sono cullati al punto da tralasciare le misure prudenziali anti-contagio. Alcuni dei vaccinati professano: "C'è chi può e chi non può. Io può, senza la mascherina".
E adesso entrano in gioco massicciamente le variabili delle varianti, varianti su varianti, varianti più temibili (sia per la rapidità della diffusione, sia - in alcuni casi - per via della letalità dell'infezione.
Su di esse tanto si è parlato, ma considerandole un pericolo che riguardava l'"altrove", dal momento che all'inizio pareva che si fossero sviluppate in luoghi lontani, "che non ci riguardavano", secondo un meccanismo psicologico che ho preso in considerazione in un'altra riflessione.
E' lo stesso errore epistemologico nel quale i più erano incorsi al tempo della prima diffusione del Coronavirus.
Avevamo l'acqua dentro e non ce n'eravamo accorti.
Adesso, dopo che i buoi sono fuggiti è inutile (o pressoché) chiudere le porte delle stalle.
Penso nuovamente a scenari drammatici, come mi era capitato di fare più volte circa un anno fa al primo arrivo del Coronavirus in Italia e con il primo lockdown, quello duro.
La mia fantasia fertile fa voli pindarici verso scenari drammatici che vedono il virus trionfante ed un'umanità sconfitta e languente.
Penso a tutto ciò come la vendetta di una Gaia offesa e umiliata. Penso al discorso forte e carico di emozioni di Greta Thumberg davanti al consesso delle Nazioni Unite.
Che i virus (e questo Corona in particolare) siano gli anticorpi con cui Gaia sta sferrando un massiccio attacco contro l'Uomo suo distruttore? E di sicuro Gaia di questo tipo di anticorpi ne ha pronti molti altri, pronti allo spillover se ancora la Terra verrà selvaggiamente stuprata.
Essere aggrediti da questi anticorpi sarebbe indubbiamente (é) la nostra giusta punizione, se così fosse. Mai abbastanza, forse, per la tracotanza e la hubrys degli Uomini che si ritengono signori dell'Universo e che vogliono trattare la Terra che ci è stata donata e nella quale dovremmo vivere in armonia con disumanità e con attitudini rapaci.
Intanto stiamo a vedere.
Vorrei che tutti capissero che il problema non è soltanto la lotta contro questo virus, perchè altri ne verranno (e anche più letali), ma piuttosto è quello una radicale analisi dei nostri modelli di vita che partono proprio da un'impietosa revisione del nostro atteggiamento predatorio nei confronti del pianeta.
Se non si prende atto di ciò, siamo già sconfitti in partenza. Il cambio di paradigma: passare dall'arroganza all'umiltà. Smetterla con quella hubrys che ci fa dire di continuo frasi scellerate. La stesso slogan "Pieghiamo la curva" è parte di questo atteggiamento interiore.

Dobbiamo cessare di essere miopi e di limitarci a guardare la punta del nostro naso. Prima lo faremo e meglio sarà. E intanto aspettare e sperare, imparando a convivere con il nostro attuale convitato di pietra.

 

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23 febbraio 2021 2 23 /02 /febbraio /2021 06:33
Moby Dick

Ho letto (ma prima ancora sentito in radio) la notizia che, a causa dell'erosione, una parte di terreno dove era allocato un cimitero da qualche parte in Italia è franata in mare...
E' accaduto a Camogli, in Liguria. E naturalmente la magistratura ha aperto un'inchiesta, poichè molti degli abitanti di Camogli e fruitori del cimitero hanno da tempo e ripetutamente segnalato a chi di dovere (benchè, a quanto pare, infruttuosamente) la comparsa di vaste fenditure nell'area del cimitero prospiciente sul mare.
Ecco la notizia (reperibile su internet):


Una porzione del cimitero di Camogli (Genova) è franato in mare. Diverse bare sono finite in acqua. Residenti e amministratori della località turistica della riviera ligure di levante hanno osservato increduli la scena dalla costa.
Il crollo sarebbe stato provocato dall’erosione della falesia sotto all’area cimiteriale, aggravata con ogni probabilità dalle violente mareggiate che hanno colpito la Liguria negli ultimi anni. Tino Revello, assessore ai Lavori Pubblici del comune di Camogli, ha spiegato all’ANSA che la zona era sotto osservazione da tempo ed erano in corso lavori per il consolidamento della falesia rocciosa sotto al cimitero: “l’area era stata anche transennata perché negli ultimi giorni si erano uditi strani scricchiolii”. Tuttavia un simile crollo non era prevedibile, afferma il sindaco di Camogli Francesco Olivari. “Vicino all’area del crollo - ha spiegato il sindaco - sono in corso lavoro di consolidamento della falesia. Da una prima analisi, ma solo domani potremo fare esami più accurati, emerge che è stato un crollo difficilmente prevedibile e contenibile. Sulla cima di questa falesia c’erano una serie di loculi che sono precipitati”.


E, così, molte delle bare, improvvisamente strappate al loro riposo sotterraneo, hanno preso il largo tra i flutti procellosi.
E' un'immagine drammatica, ma forse al tempo stesso romantica, questa di centinaia di bare che hanno preso il largo e  che fa pensare con immediatezza a Queequeg, il fiociniere polinesiano che, pensando che sia giunta la sua ora, cioè il tempo per morire, si fa costruire dal carpentiere di bordo una bara che comincia ad usare per dormirci.  Ma poi decide di venire e la bara non è più necessaria per fini sepolcrali.
Con l'affondamento del Pequod la bara vuota e ormai non più reclamata dal suo committente (che è morto in mare per via di uno degli attacchi della Balena Bianca) e inservibile quindi per una futura sepoltura in terra sarà una vera e propria scialuppa di salvezza (a lifebuoy) per il narratore Ismaele.
E quindi, pur nella drammaticità dell'evento, non ho potuto non rappresentarmi queste  bare che, dopo una forzata immobilità, prendono il largo alla volta dei sette mari.
Sicuramente verranno recuperate: ma io sono contento di pensare che siano lì a compiere questo insperato viaggio verso i confini del mondo.

Questa narrazione ci dice che, in questi tempi di Covid, con tutte le restrizioni imposte da una condizione di necessità, con le solide reti di solitudini intessute attorno a noi, persino i morti non ne possono più di lock down e che vogliono intraprendere un viaggio avventuroso verso l'ignoto.

C'è sempre la possibilità di dare letture diverse di uno stesso evento. E ciò che può sembrare una sciagura, una iattura, un disastro può tramutarsi in una narrazione di tipo diverso che ne sottolinei maggiormente la qualità di punto di svolta, di evento fondante per un nuovo corso delle cose.

Prima di chiudere questa riflessione, provo ancora a immaginare queste bare naviganti, nell'ipotesi che alcune di esse siano sfuggite ai tentativi di recuperi (mi ritrovo quasi a fare tifo per loro) e mi viene da pensare alle sepolture in mare degli antichi Vichinghi, popolo di conquistatori e di navigatori,  quando una nave attrezzata di tutto punto veniva abbandondata alla deriva con la salma dell'estinto perchè egli potesse avere nell'ultimo viaggio, che lo avrebbe condotto nell'ignoto e nel cuore del mistero, tutto ciò che gli serviva e che potesse continuare nell'altra vita ciò che aveva fatto in questa vita terrena.

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22 febbraio 2021 1 22 /02 /febbraio /2021 09:13
Selfie (Imperia, 2012)- foto di Maurizio Crispi

Osservare le vecchie foto o frammenti di video mi dà una sensazione di estraniamento.
Sono io, eppure non sono io, sono quello di un tempo antico.
Quelle immagini, statiche o in movimento, sono frammenti di un tempo trascorso e perso: fonti visive si potrebbe anche dire, testimonianze che riemergono come reperti fossili.
Si guardano [io le guardo così, quanto meno] con la sensazione straniante di osservare non visto la vita di un altro con le sue stramberie, le sue idisioncrasie, i suoi tic.
Eppure mi rendo anche conto, a volte con fastidio,  che quelle cose mi appartengono, come anche (in certe immagini piuttosto infelici) quell'aria di tronfia sicumera, quel modo di parlare e quella mimica e quella gestualità.
Sono tutte cose che mi appartengono, mie, eppure le respingo.
Io nel frattempo sono andato avanti e ho lasciato indietro interi pezzi di me: un insieme di cose sepolte nelle brume di un passato remoto.
Andare a guardare dentro un PC non usato da tempo e scovare vecchie gallerie fotografiche, per alcuni versi, è come entrare nella camera funeraria di una sepoltura ancestrale. C'è l'alto rischio di scatenare fantasmi e di suscitare sventure, come nel caso della maledizione di Tutankhamon che fece seguito all'apertura di quella sepoltura rimasta chiusa per millenni.

 

 

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19 febbraio 2021 5 19 /02 /febbraio /2021 11:36
Vaccinazioni Covid

Siamo quasi all'anniversario del primo caso di infezione da nuovo Coronavirus in Italia.
In un lampo, Carnevale è arrivato ed è passato e quasi non se n'è accorto nessuno.
Anche San Valentino è arrivato e se n'è andato senza grande sfarzo.
No mascherate (ma già la mask la indossiamo sempre e comunque, talvolta anche colorata e fantasiosa -di quelle che si possono anche comprare nei i negozi cinesi - e quindi non si è sentita la mancanza di altri mascheramenti), no party, non feste: anche se qualcuno ancora si assembra, infrangendo o sottovalutando le regole (basta aggirarsi nei dintorni di via Mazzini, uno dei luoghi clou della movida palermitana, attorno alle cinque del pomeriggio, per rendersene conto).
Da lunedì 15 febbraio, siamo entrati in zona gialla: bar e ristoranti prono nuovamente con la possibilità di consumare ai tavoli, dentro o davanti, ma soltanto sino alle 18.00.
Riapertura di musei e mostre: una timida riapertura alla cultura tanto desiderata e sospirata.
Le vaccinazioni procedono non ad un gran ritmo, ma procedono.
L'obiettivo adesso - ho sentito dire alla radio - è di arrivare alle 300.000 somministrazioni al giorno, in una corsa contro il tempo, mentre si diffondono sempre di più le temute varianti che potrebbero mettere in discussione l'efficacia dell'ambita meta dell'immunità di gregge.
A proposito delle vaccinazioni, vorrei esprimere il mio pensiero.

Per quanto concerne l'atteggiamento delle persone nei confronti dei nuovi vaccini contro il Sars-Cov-2 ritengo che si possano individuare fondamentalmente tre categorie umane:

  1. quelli che accettano incondizionatamente il vaccino e che non vedono l'ora di vaccinarsi, giungendo al punto di stiracchiare le regole delle priorità per accedere il prima possibile alla prima somministrazione.
  2. quelli che sono "tiepidi" semplicemente e che non ambiscono a mettersi in prima fila oppure quelli che  sono in una forma più articolata vaccino-scettici.  In questo gruppo ci sono quelli che sono disposti ad aspettare e che non vedono nessuna urgenza nell'essere vaccinati il prima possibile, ma che sono anche coloro che, quando verrà il loro turno, non esiteranno a sottoporsi ad esso.
  3. E, ovviamente, quelli che possiamo collocare in un terzo gruppo, minoritario (ma nemmeno poi tanto) che è rappresentato dai negazionisti, dai fieri oppositori di tutte le pratiche vaccinali in genere, dai fondamentalisti "no-vax", dai complottisti etc etc. Tutti costoro faranno di tutto per non vaccinarsi, anche nel caso in cui occupino un impiego pubblico per il quale la vaccinazione è adesso è richiesta come prerequisito per il mantenimento dell'impiego. E rappresenteranno costoro lo zoccolo duro degli oppositori alle buone pratiche vaccinali.

Io, personalmente, con molta serenità mi colloco nel gruppo di mezzo.

E qui una parola va spesa su questo fenomeno meramente antropologico, che sta creando un solco tra vaccinati e non vaccinati.
Ho l'impressione che i vaccinati, specie quelli che hanno ricevuto entrambe le somministrazioni, si sentono (ed è percepibile in maniera netta da ciò che dicono quando parlano del vaccino che hanno ricevuto) come una "casta" di eletti che, per effetto di una sorta di "comunione", hanno ricevuto - quasi fosse un dono mitizzato - quell'immunità che ora consente a loro di sentirsi al disopra di ogni male e di ogni pericolo.
Qualche giorno fa è venuta fuori nelle agenzie il commento ad una circolare esplicativa da parte dell'Istituto Superiore alla Sanità, credo. In questa si dice che coloro che hanno completato il ciclo vaccinale, laddove tra i loro contatti risultino essere persone che si sono infettate devono in ogni caso affrontare la quarantena ed effettuare al termine del periodo prescritto il tampone di verifica. In detta comunicazione si precisa che la vaccinazione anti-Covid protegge dalla malattia, ma non dall'infezione.
Anche i vaccinati pertanto possono infettarsi e possono diffondere il contagio.  Quindi, per lo stesso motivo, non sono esentati dall'uso della mascherina e dalle pratiche di distanziamento.
E - aggiungo io - a scapito di quello che vorrebbe il senso comune ed una sorta di wishful thinking la vaccinazione non si traduce in una sorta di "immunità" rispetto alla necessaria adozione di misure precauzionali di "attenuamento" e di mitizzata invulnerabilità.
Sostanzialmente, dunque, nel dettato dei comportamenti preacauzionali non cambia nulla e, per ancora molto tempo, non cambierà nulla.
Ho cercato di parlare di questo con alcuni dei vaccinati di mia conoscenza (molti sono medici) e costoro si sono indispettiti o addirittura adirati, quasi che - toccando questo argomento - io intendessi mettere in discussione proprio questa non razionale "mitizzazione" del vaccino ricevuto, con delle attribuite caratteristiche (dunque qualità connotative) di presidio "redentore" dall'afflizione cui siamo tutti condannati in tempi di Covid.
E, peraltro, la loro reazione mi ha dato l'impressione che il mio voler discuter di questa tema fosse stato nella loro interpretazione un modo per esternare una mia forma di invidia (se non malevolenza) nei confronti del loro status di "vaccinati".
Come a dire: "di cosa parli visto che tu non sei vaccinato?". Oppure: "Cosa ti rode per doverci rovinare la festa?".
Insomma, toccando l'argomento, è come se avessi frantumato il loro bel giocattolo nuovo.
Insomma, magari sto esagerando, però l'esagerazione e l'estremizzazione servono ad elaborare modelli e possibili gestalt.
Io sono sempre me stesso: da non vaccinato o da vaccinato per me non cambia nulla: anzi, da non vaccinato non ho alcuna posizione da difendere... e posso pertanto esprimere liberamente il mio pensiero.

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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