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30 ottobre 2019 3 30 /10 /ottobre /2019 09:51
Chris Kraus, I Love Dick, Neri Pozza, 2017

Afferma René Girard, nel suo testo Geometrie del desiderio (Raffaello Cortina, 2012) che in tutte le relazioni amorose, incluse quelle "letterarie", vige il principio secondo cui,in maniera occulta o esplicita, debba esserci la presenza di un terzo, il cui esserci serve ad alimentare la passione amorosa e tutti i movimenti interiori su cui si fonda la relazione.

Il testo di Chris Kraus, I Love Dick (traduzione dall'inglese americano di Maria Nadotti), pubblicato da Neri Pozza (Collana Bloom), nel 2017, è una valida semplificazione di questo assunto ed  è anche - per molte ragioni - come scrive Joan Hawkins nella postfazione si presenta - se lo si volesse etichettare in qualche modo - come una fiction "teoretica", nel senso che in contesto epistolare-diaristico una triangolazione amorosa evolve rapidamente - senza aver visto prima qualsivoglia "consumazione" - verso una dimensione cerebrale ed una condivisione intellettuale, piuttosto che fisica.

Chris Kraus, filmmaker sperimentale e sposata da anni con l’intellettuale Silvère Lotringer, nel corso di una serata assieme Dick, critico culturale inglese, crede di innamorarsi di lui, sulla base di poche parole e sguardi scambiati (e la prepotente sensazione di una nascente complicità). Nasce quindi nei giorni seguenti, senza che ci sia stato alcun approccio fisico, un fitto scambio epistolare, quasi febbrile, con Dick: molte delle lettere non saranno mai spedite.

Lo scambio epistolare è pienamente condiviso con Silvère che è anche autore di alcune delle lettere indirizzate a Dick.

Si crea dunque un triangolo amoroso, in larga parte del tutto mentale (da qui la definizione di "fiction teoretica"), mentre Chris continua a cercare di suscitare una qualche attenzione da parte di Dick. Questo coinvolgimento emozionale, ma anche intellettuale, nei confronti di un terzo, conduce Chris e Silvère a riprendere dei contatti sessuali, ormai interrotti da anni, ma in un successivo momento alla loro separazione definitiva, per quanto poi il loro rapporto continui in modi diversi.

Nella realtà vissuta, ci saranno soltanto due o tre incontri tra Chris e Dick, tutti caratterizzati da una fondamentale ritrosia da parte di Dick che non apprezza l'irruenza di Chris e cerca di prenderne le distanze.

La dimensione epistolare si trasforma dunque in una dimensione diaristica, in cui Chris si rivolge continuamente a Dick, assunto a suo interlocutore ideale, per raccontargli dei suoi viaggi, del suo lavoro, dei suoi ricordi intellettuali, dei suoi pensieri e riflessioni sul mondo artistico che frequenta, sulla sua arte.

Il rapporto tra Dick e Silvère prosegue e si rafforza, prendendo le forme di una collaborazione culturale, da cui Chris invece è esclusa. Per Chris, dunque, Dick è un catalizzatore di emozioni, di riflessioni e di idee. Dick, in realtà, non è interessato per nulla a le, anzi al contrario trova l'esuberanza di Chris eccessiva e fuor di luogo. Tra le righe - ecome sembra suggerire il finale - si è portati a pensare che l'invaghimento di Chris abbia funzionato piuttosto per l'attivazione e il consolidarsi di una relazione tra Dick e Silvére, su di un piano intellettuale e collaborativo, dunque di stampo omosociale, benché non direttamente agita sul piano omosessuale.

Si può sicuramente affermare che il modello di relazione a tre offerto da Chris Kraus nella sua opera si ponga ad un estremo di un ampio spettro di relazioni amorose traingolari, al cui estremo opposto si collocano quelle in cui due partner di un stesso sesso dividono una relazione amorosa con un terzo partner di sesso opposto, con diverse possibili configurazioni. dalla condivisione di uno stesso spazio di vita e momenti di relazioni sessuali duali differenziate alla non condivisione di spazi di vita comuni e relazioni sessuali a tre, prevalenti ma non esclusive (con una coppia che nella sua costituzione è dominante rispetto all'altra), per arrivare infine a situazioni in cui la scelta di un parner terzo solo esclusivamente nell'ambito della sessualità avviene solo occasionalmente e in contesti specifici (quelle che vengono definite situazioni "trasgressive", idioma più recente rispetto all’espressione di sapore ottocentesco quale era la cosiddetta “licenziosità libertina”) e in cui la presenza di un partner terzo ed intercambiabile sovente in situazioni promiscue ha la funzione di rinsaldare la relazione e la complicità all'interno di una coppia, attivando il desiderio.

Parlando di queste diverse configurazioni gli esempi nella letteratura e nella cinematografia sono molteplici, a partire da quello che si può considerare un classico del genere e che è il romanzo Jules e Jim di Pierre Roché (e il film che ne è stato tratto, considerato uno dei capolavori di Jean-Luc Godard), ma possiamo anche fare riferimento al bel film basato sulla vita reale, Il Professore Marston e Wonder Woman (che offre un esempio di convivenza a tre tra il professore Stanton, il creatore del personaggio femminile dei fumetti Wonder Woman due donne, in sfida alle convenzioni dell'epoca). E la lista degli esempi letterari e cinematografici potrebbe allungarsi notevolemente, sino al recentissimo film dello spagnolo Gaspar Noé, Love.

In queste relazioni a tre, ovviamente, esiste anche una forte componente omofila che lega tra loro intensamente i due partner dello stesso sesso, più facilmente esplicitata tra donne  (nella combinazione 2W+1M) che non tra gli uomini nel caso della configurazione 2M+1W.

Si tratta di situazioni che spesso dai benpensanti re dal perbenismo ottuso sono state bollate come licenziose, peccaminose, frutto del vizio, perverse, ma che in realtà rappresentano una sfida ad un modo di essere e di amare totalmente diverso da ciò che recitano le convenienze e le ristrettezze morali. E, in parte, ancora oggi, questi comportamenti sono oggetto di riprovazione sociale.

Il quesito che viene lanciato sul tappeto è infatti questo: "Perchè mai un uomo non dovrebbe poter amare contemporaneamente due donne? O una donna due uomini?”.

Una situazione a tre che, se agita concretamente con tutti i necessari adattamenti, è sicuramente ben più coraggiosa di squallide situazioni in cui un terzo partner esiste, ma sta nell'ombra di una relazione extraconiugale che deve rimanere segreta alla consapevolezza sociale.
La liberazione sessuale vera passa attraverso l'abolizione di tutte le segretezze, dalla libera esplicitazione delle proprie attrazioni e desideri e dalla condivisione inclusiva con il proprio partner.

Gay Talese, La donna d'altri, Rizzoli

Si veda a questo riguardo il magnifico racconto  sulla nascita negli Stati Uniti di questo tipo di movimento di liberazione sessuale che uno dei massimi rappresentanti del new journalism Gay Talese ha fatto nel suo La donna d’altri (The Neighbor’s Wfe),partendo in larga parte da materiale osservativo da lui personalmente raccolto, originariamente pubblicato nel 1980  e riedito nel 2012 (BUR Rizzoli) con una nota di aggiornamento su persone e luoghi da parte dello stesso talese che per scrivere questo libro si "infiltrò" negli ambienti scambisti del tempo e che per qualche tempo si prestò anche - per raccogliere materiale osservativo di prima mano - ad esercitare le funzioni di direttore di un salone per massaggi. Ecco cosa scrive Talese, in particolar modo, nel descrivere l'atmosfera della Associazione scambista e di libero amore, chiamata Sandstone Retreat che lui si trovò personalmente a frequentare e a osservare "in modo partecipato", come si ritrava a dichiarare nella sua postfazione al volume:

A volte il salotto di Sandstone poteva sembrare un circolo letterario, ma il piano inferiore restava un luogo destinato ai piaceri, con spettacoli e musiche che molti visitatori non si sarebbero mai immaginati di sperimentare sotto un unico tetto, nel corso di un'unica serata.
Dopo aver sceso la scala coperta da un tappeto rosso, gli ospiti entravano in un ampio localein penombra: il caminetto illuminava i cuscini sparsi sul pavimento, dove stavano sdraiaiti uomini e donne di cui si scorgevano silo i volti in ombra, le membra intrecciate,i seni prosperosi, le dita che afferravano, le natichein movimento, le schiene sudate, le spalle, i capezzoli, gli ombelichi, i lunghi capelli biondi sui cuscini, le grosse braccia che stringevanofianchi morbidi e candidi, la testa di una donna che andava su e giùsopra un pene in erezione.Sospiri, lamenti estatici, i risucchi delle carni che si accoppiavano, risa, mormorii, la musica trasmessa dall'impianto stereo, lo scricchiolio della legna nel camino.
(ib., p. 408).
E più avanti, Talese continua enunciando l'assalto senso-percettivo a cui veniva sottopostoun'ospite di Sandstone apppena giunto e ancora alle prime armi:
...donne a cavalcioni di uomini, coppie sdraiate fianco a fianco, donne con le gambe sopra le spalle del partner, un uomo nella posizione del missionario con i gomiti affondati nei cuscini rivestiti di madras e il sudore che gli colava dal membro barbuto. Accanto una donna tratteneva il fiato e ansimava, mentre l'uomo dentro di lei godeva
; un'altra rispondeva a quei suoni arcuando la schienae aumentando il ritmo per lasciarsi andare all'orgasmo (...)
In  un angolo della sala illuminata da luci cangianti proiettate sulle pareti, si scorgevano le sagome di alcune persone nude che stavano ballando. In un altro angolo una donna unta di oli stava supina su di un tavolo, mentre cinque persone la accarezzavano e massaggiavano ogni parte del suo corpo. Un uomo muscoloso stava in punta dei piedi davanti al tavolo e si sporgeva verso le sue cosce divaricate per leccarle i genitali.
(ib., p.409)

Insomma, quella che viene descritta da Talese è una situazione di sesso orgiastico, in cui il piacere è accresciuto da stimolazioni sensoriali multiple, quasi sinestesiche, e per usare le parole di Talese, "...un potente afrodisiaco audiovisivo, un 'tableau vivant' degno di Hieronymus Bosch": il naturale punto di arrivo e inizio nello stesso tempo di enormi sviluppi "libertini", a partire dalla liberazione della relazione di coppia dai vincoli rigidi postoi dalla morale borghese. Tutto ha inizio - se si legge la storia dei diversi personaggi che convergono verso la creazione di un luogo come il Sandstone Retreat - dall'introduzione nel rapporto di coppia codificato di un terzo, non più soltanto nell'immaginazione ma nella realtà.
Il finale di Love Dick che, appunto, si innesta in questo filone che attiene ad una triangolazione amorosa per così dire "sincronica" e non più suggellata dalla segretezza in cui viene mantenuto il "terzo", escluso dal rapporto formale di una coppia qualsivoglia, è suggellato da una delle pochissime azioni esplicite di Dick, che invia due lettere una a Silvère e l'altra a Chris: ma quella destinata a Chris è soltanto una miserevole fotocopia della lettera scritta per Silvère. Questo fatto, assieme alla constatazione che la prima lettera d'amore per Dick è stata scritta da Silvère e non da Chris fa dire alla postfatrice che "...nel classico triangolo girardiano, le donne funzionino funzionano come tramite per una relazione omosociale tra uomini..." e dunque sembrerebbe proprio che, alla fine di tutto, in tutta questa storia venga celebrato il trionfo di una relazione amicale tra Dick e Silvère, da cui alla fine Chris viene ad essere totalmente emarginata (p. 290).

 

(Risguardo di copertina) Filmmaker sperimentale di trentanove anni, Chris è sposata con Sylvère, docente universitario di cinquantasei anni. Appassionata d’arte di cattiva qualità, che secondo lei rende molto piú attivo chi la osserva, Chris, diversamente da Sylvère, non si esprime in un linguaggio teorico. È abituata perciò ad attenersi a un perfetto silenzio quando Sylvère si avventura nei suoi discorsi sulla teoria critica postmoderna.

Non facendo piú sesso, i due però non evitano affatto di parlare. Praticano anzi una rigorosa «decostruzione» a modo loro. In altre parole, si raccontano tutto.

Dopo aver trascorso l’intero anno sabbatico di Sylvère in un cottage sperduto tra le montagne a un’ora e mezza da Los Angeles, una sera i due cenano in un sushi bar di Pasadena con Dick, critico culturale inglese e buon conoscente di Sylvère. Durante la cena, mentre i due uomini discettano sulle ultime tendenze del postmoderno, Chris si accorge che Dick cerca di continuo il suo sguardo, e non può fare a meno di sentirsi eccitata da quell’inaspettata attenzione. Eccitazione che si accresce quando, dopo aver raggiunto casa di Dick nel deserto di Antelope Valley, per trascorrervi la notte ed evitare così di avventurarsi sulle strade innevate, Chris si rende conto che l’inglese flirta apertamente con lei. Lo sogna perciò tutta la notte. Ma la mattina dopo, quando si sveglia sul divano letto offerto dal loro generoso ospite, Dick non c’è piú.

Quella scomparsa le sembra il perfetto compimento di un’intensa storia non vissuta, anzi, come confessa a Sylvère, di una «Scopata Concettuale». Una volta tornati nel cottage, Sylvère – per un gioco perverso o forse perché per la prima volta dall’estate scorsa Chris gli appare animata e viva – le suggerisce di scrivere a Dick e di esprimergli i suoi sentimenti.

Pubblicato per la prima volta nel 1997 e tornato prepotentemente a far parlare di sé, I love Dick è un romanzo di culto considerato «uno dei piú importanti libri femministi degli ultimi due decenni» (Observer) oltre che «un formidabile romanzo di idee» (New Statesman).

 

Hanno detto di I Love Dick

«Questo è il libro piú importante sugli uomini e sulle donne che l’ultimo secolo ci ha lasciato» (Guardian)

«I Love Dick è uno dei più importanti libri mai scritti sull’essere donna» (Observer Magazine)

«Uno dei piú esplosivi, rivelatori, laceranti e insoliti memoir mai portati sulla pagina» (Rick Moody)

«Per anni, prima di leggerlo, ho continuato a sentir parlare di I love Dick. Sono in ritardo di due decenni, ma ho capito subito di avere tra le mani un testo incandescente» (Leslie Jamison, New Yorker)

 

Chris Kraus

L'autrice. Chris Kraus, di origini neozelandesi, è nata a New York nel 1955 e ha trascorso la sua giovinezza tra il Connecticut e la Nuova Zelanda.

Si laurea alla Victoria University of Wellington in Nuova Zelanda e, tornata a New York, completa i suoi studi di recitazione con Ruth Maleczech e di teoria economica con Arthur Felderbaum.

Kraus ha realizzato film e video arte e messo in scena spettacoli e rappresentazioni in diversi città. Alla fine degli anni ’70 era membro di The Artist Project, un’impresa di servizio pubblico finanziata dalla città e compresa da pittori, poeti, scrittori, cineasti e ballerini. Il suo lavoro come artista di performance e video ha satireggiato la politica di genere della scena Downtown e ha favorito i tropo letterari, fondendo tecniche teatrali con Dada, critica letteraria, attivismo sociale e performance. Kraus è ebrea e affronta molti aspetti spirituali e sociali dell’ebraismo nelle sue opere. Dice che i suoi genitori hanno frequentato la chiesa cristiana e non le hanno detto che la sua famiglia fosse ebrea fino a quando non si è trasferita a Manhattan, forse per proteggerla dall’antisemitismo.

Esordisce nella narrativa nel 1997 con il romanzo I love Dick che diviene vent'anni dopo una Serie TV con protagonista Kevin Bacon[4]. Ha continuato a girare film fino alla metà degli anni ’90. A partire dal 2006 era sposata con Sylvère Lotringer, un ebreo che é soppravvisuto all’Olocausto da bambino; hanno divorziato nel 2016. Alcune delle sue opere sono basate sul suo matrimonio e sul suo ex marito.

Insegna cinema alla European Graduate School a Saas-Fee[5].

A I Love Dick si èispirata una serie televisiva.
 

Quello che segue è un racconto di fantasia liberamente ispirato a I Love Dick e alle tematiche che vi sono connesse e che sono state toccate nelle mie riflessioni.

Senza perdere la tenerezza


Mi trovavo in un resort vacanziero naturista un'estate di un paio d'anni addietro ed ero andato, come facevo solitamente da una certa ora del pomeriggio, a passareun po' di tempo in la grande piscina naturista con annesso hammam dove praticare lo scambismo che, a differenza di altri luoghi similari, è misto, cioè aperto alle coppie e ai singoli.
Mentre ero a bordo piscina, separata da me solo da una sdraio vuota, c'era una tipa affascinante dalla pelle bianco-lattea e capelli corvini, seno piccolo, ma sodo, intenta a leggere con interesse un libro, che era "I Love Dick": proprio, prendendo spunto da questa sua lettura abbiamo avviato una conversazione, io ne ho riconosciuto la copertina e, in effetti, ricordavo di averlo a casa, senza tuttavia averlo già letto.
Abbiamo parlato del più e del meno e lei con la sua pelle eburnea e un grande cappellaccio di paglia a tesa larga che continua a tenere su, benché fosse all’ombra, era realmente fantastica, anche per la sua variegata cultura. Veniva voglia, lì su die piedi, di toccarla e di stringerla.

Non ho avuto la presenza di spirito di domandarle se fosse qui solo per il naturismo oppure anche per le gioie dello scambismo, se fosse in altri termini – per usare il termine inglese – una swinger. La domanda rimase inespressa.

Poco dopo è arrivato il suo compagno e hanno consumato assieme un gelato; quindi, indolentemente se ne sono andati, per imbucarsi nell’hammam. Guardandoli in piedi, ho notato quanto entrambi fossero alti e longilineii, lei sinuosa e morbida nei movimenti, dotata di una grazia quasi felina. Una coppia davvero bene assortita, ho pensato.

Li ho seguiti, quasi immediatamente, spinto da un’irressistibile puslsione e da un forte rimescolio nei lombi.

E li ho trovati lì, in uno degli anfratti dell'hammam dove era messo a disposizione un grande sommier che può accogliere diversi scopatori contemporaneamente oppure situazioni tipo gang bang (per coloro che non conoscono il gergo, si intenda “ammucchiata”): si sviluppava un happening a tre, con la donna di prima messa carponi che veniva scopata da dietro da uno in piedi, mentre davanti a lei stava il suo partner che godeva delle sue effusioni orali.

A prenderla da dietro, sempre con l'autorizzazione partner, si susseguivano diversi uomini. Avrei voluto scoparla anche io: era ancora presto e non c'era ancora molta ressa.

Avrei potuto (e avrei voluto), ma non ero ancora pronto poiché subito prima una tipa mi aveva afferrato il pene, in ginocchio davanti a me, mi aveva donato un pompino, il primo della giornata, ed ero appena venuto. Un minimo di tempo per ricaricarsi ci vuole, per quanto veloci si possa essere nel recupero...

Per quanto desiderassi quella scopata non riuscivo a farlo venire duro e quindi giocoforza mi sono tenuto in disparte, fuori da quel gioco in cui avrei voluto buttarmi a capofitto.

Sono rimasto a guardare, tuttavia, perchè la situazione mi pareva assolutamente intrigante e, come ho già detto, lei mi piaceva da morire.

Più tardi, nell'arco della giornata ho visto quella coppia diverse volte aggirarsi nei diversi spazi dell'hammam. I due erano entrambi alti e longilinei: a causa di ciò non li si poteva non notare.

Lei mi pareva nella sua nudità un'elegante gazzella, ma insieme dotata di una grazia felina: insomma, al tempo stesso, preda e predatore.

Più tardi, mentre mi ero adagiato su uno dei grandi cuscini a tirare il fiato, dopo una travolgente scopata, ecco arrivare i due che si mettono comodi proprio accanto a me: elettrizzato ho allungato la mano e ho preso ad accarezzare la pelle serica della donna e le sue lunghe cosce di gazzella.

E' bastato un attimo e ci siamo avvinghiati: ho cominciato a baciarla nella bocca, mentre il compagno di lei in ginocchio sul divano ci guardava.

Baci e carezze e lei con grande tenerezza, a tratti oscillante verso la passione, mi accarezzava la schiena o me la strisciava con la punta delle unghie, provocandomi brividi di intenso piacere..

Poi, gliel'ho infilato dentro, dopo aver indossato il preservativo di rito, e ha avuto inizio una lunga e impareggiabile scopata, non violenta ed energica, ma dolce e lenta. E lei intanto tenendo le cosce ben divaricate continuava a cingermi e a carezzarmi con le sue lunghe mani la schiena, mandandomi in visibilio.

E intanto ci baciavano con passione.

E lei gemeva di piacere.

Il compagno, accanto a lei, all'altezza delle nostre teste, intanto si masturbava e se lo faceva venire duro.

Poi, in una pausa del lungo bacio per prendere fiato, lui le ha infilato il cazzo in bocca e se lo è fatto succhiare, mentre io continuavo a scoparla con tutta la dolcezza possibile. Anche il pompino che lei somministrava al suo partner era dolce ed appassionato allo stesso tempo, senza strattoni, fatto in modo da protrarre il piacere il più a lungo possibile, come piace a me. Quindi il guardarla mentre succhiava il cazzo del suo compagno era fonte per me di ulteriore piacere.

Poi, alla fine, con un lungo gemito sono venuto e ho sfilato il cazzo dalla sua vagina.

Ma sono rimasto disteso accanto a lei a carezzarla e a baciarla nella bocca, mentre il compagno prendeva a scoparla, tenendola sempre distesa di schiena.

E anche questa seconda scopata è durata a lungo. Lei  è venuta più volte, con lunghi gemiti, non rumorosi e plateali. Anche il compagno è venuto.

Dopo, appagati, siamo rimasti distesi a lungo con lei al centro, dispensandole carezze e baci, sino a che eccitati di nuovo ed entrambi con il cazzo duro abbiamo ricominciato ma questa volta a posizioni invertite.

E' stata la migliore scopata scambista a tre della mia vita.

Non ci siamo presentati, come si usa fare in questi luoghi della trasgressione, nemmeno tanto per sapere il nome di ciascuno.

Eppure, anche se nel più totale anonimato, si è trattato di una lunga parentesi di sesso, decisamente memorabile, eccitante, ma anche piena di tenerezza.

Quando è finita e ci siamo lasciati, sapendo che questa cosa sarebbe rimasta confinata all'hic et nunc, c'era dentro di me un pizzico di nostalgia.

E raccontandola - così come sto facendo adesso - mi viene voglia di ripetere  quell'esperienza, intensa e forte come un'ubriacatura. Anzi di più. E il cazzo mi viene duro e lubrificato, pronto di nuovo.

Ho più volte pensato e ripensato a questa avventura, ripercorrendola avanti e indietro nei suoi dettagli, e devo dire che la mia riflessione di fondo è che con questo tipo di esperienza - se solo si ha il coraggio di abbandonare le convenzioni -ci si si immerge in un vero giardino delle delizie e dopo non è tanto facile ritornare ad un registro "normale" di relazioni sessuali. E rimane nello sfondo una forte nostalgia anche se non tutti gli incontri con swinger e scambisti vari possono fregiarsi di questa sublime combinazione di carnalità ee tenerezza.

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11 marzo 2019 1 11 /03 /marzo /2019 06:22

Tempo addietro, avendo raccolto una ghianda ai piedi di una quercia possente, provai a farla germogliare. La curai, ottenni il germoglio e quindi quel piccolo e tenero germoglio lo misi in vaso. Anche se hai seguito questa procedura altre volte, quando ti riesce di nuovo, provi sempre un senso di grande meraviglia: è come vivere in prima persona la storia meravigliosa, raccontata da Jean Giono a proposito di Elzéard Bouffier, ovvero dell'uomo che piantava gli alberi.
Molto tempo prima avevo fatto la stessa cosa con una ghianda di leccio e l'operazione era andata a buon fine.
Anche questa volta si sviluppò una piantina e, dopo, un anno circa, quando la stagione fu favorevole, la misi a dimora.

Il virglto tuttavia non sopportò la stagione calda e si essiccò, con mio grande dispiacere. E me ne dimenticai.

Dopo circa un anno, passato l'inverno, ecco all'improvviso spuntare dalla terra, un germoglio tenero di foglie: era quella piantina che, rimasta quiescente sottoterra, adesso si risvegliava e riprendeva la crescita della sua parte aerea.

Ancora oggi va crescendo lentamente, ma ad ogni stagione che passa acquista maggiore vigore.

L'altra notte ho fatto un sogno che la riguardava.

Foto di maurizio Crispi. La piccola quercia tenace

Era di fronte a questa pianta e ne osservavo le gemme turgide pronte a dar vita ad un nuovo sviluppo fogliare e pensavo all'improvviso di averla piantata troppo vicino alla casa e ad alcuni ulivi. "Quando questa quercia - pensavo nel sogno - sarà diventata grande e fronzuta, darà fastidio agli ulivi e metterà a repentaglio la casa stessa".

E, allora, sempre muovendomi nel sogno, la recidevo con un paio di cesoie. Di lì a poco la pianta si riformava, quasi per miracolo.

E io la tagliavo ancora.

E lei ricresceva.

Io tagliavo.

E lei ricresceva.

In un loop infinito. Una specie di braccio di ferro tra me e lei.

Mi diceva: "E' inutile che mi tagli. E' questo il posto che tu hai scelto per me. Ed è questo il posto dove continuerò a crescere. Tu mi hai fatto nascere e tu non potrai mai più levarmi la vita".

E il sogno finiva qui.


Ci sono certe piante arboree che sono davvero eterne. come gli ulivi o i carrubbi. Anche se la parte aerea di queste piante viene devastata da una catastrofe, da un evento atmferisco imprevisto o dalla mano dell'uomo, esse risorgono dalle ceppaie che spesso sono molto pià vaste della parte fuori dalla superficie. E la quercia appartiene appunto a questa categoria di piante.
 

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2 ottobre 2018 2 02 /10 /ottobre /2018 08:43
(foto di Maurizio Crispi)

(foto di Maurizio Crispi)

Alcuni anni fa scrissi per un periodico freepress, diretto da Valentina Gebbia, un articolo sulle Magnolie, nel quale in particolare raccontavo dell'Albero-orecchio, cioè di una grande magnolia nei pressi del luogo in cui abito a Palermo, sul cui tronco appare in rilievo un enorme orecchio. Si tratta proprio di un orecchio: non occorre molto sforzo di fantasia per individuarlo. E' lì ed è palese, indiscutibile.
L'Albero-orecchio è sempre lì, eterno, immutabile e per questa sua natura fa pensare agli Ent-Alberi dell'universo di Tolkien: le magnolie, del resto, hanno in sè questa caratteristica che le fa apparire un archetipo dell'eternità, alberi in continua espansione e crescita, grazie alle loro radici pensili che, protendendosi dall'alto e raggiungendo il suolo in un n movimento geocentrico, si trasformano rapidamente in nuovi tronchi.
Le magnolie attivano fortemente la fantasia.


E ancora di più questo straordinario Albero-orecchio.
L'Albero-orecchio è stato tema di costanti narrazioni con mio figlio Francesco, quando ci passavamo accanto e lo osservavamo.
Ed è tornato ad essere di altre narrazioni con mio figlio Gabriel.
La narrazione che segue è stata la più recente che ho voluto proporre qui, poichè per il momento non riesco a trovare il file dell'articolo originario che non è mai stato diffuso online.

 

L'Albero-orecchio con Gabriel (foto di Maurizio Crispi)

Tanto tempo fa un uomo si è fermato ai piedi di questa magnolia ed è rimasto fermo a lungo a pensare, ammirato dalla bellezza dell'albero e dalla sua densa e fresca ombra, dalle sue radici pensili e dalle radici enormi che fuoriuscivano dal terreno rivelandosi come le sinuose creste ossee di qualche dinosauro che lotta per liberarsi dalla terra in cui è sepolto..
L'albero, rapito dalle buone vibrazioni di questo passante, preso dalla meraviglia e da un empito di benevolenza, ha cominciato a protendere le sue radici aeree verso costui.
L'uomo, in contemplazione estatica, non si è mosso e le radici hanno preso a crescere e ad inglobarlo nel legno.
L'uomo nel giro di poco si è fatto uomo-radice ed infine albero.
L'unico segno distintivo del suo essere stato uomo è l'orecchio che è rimasto a sporgere verso l'esterno, quasi a suggellare il suo desiderio di poter rimanere in contatto con il mondo, benché ormai nella forma e nella sostanza di un albero.
L'albero-orecchio (che contiene dentro di sé quell'uomo) vuole ascoltare le storie di chi passa accanto a lui.
Grazie alla trasfusione dell'umanità di quel passante nella materia vivente e silenziosa di cui sono fatte le piante quella magnolia è divenuta un essere sociale e vuole ascoltare le storie del mondo.
Ecco perchè, quando ci si trova a passare vcicino a quel grande orecchie conviene bisbigliare delle storie: le storie di ciò che si è visto, di ciò che si è sentito dire, anche semplicemente delle storie fantastiche inventate di sana pianta oppure anche attingendo al repertorio di storie fiabesche e di avventure. Io per conto mio amo raccontargli le storie di Sinbad il marinaio e quella di Ali Baba e i quaranta ladroni.
E ogni tanto gli racconto anche la storia di quell'uomo che, tanto avendo ammirato quella possente Magnolia, è divenuto uomo-radice.
Giusto nel caso che l'uomo-radice avesse perso memoria delle sue origini.
Se tu, passante, quando ti trovi a sfiorare quel gigantesco orecchio, gli sussurrerai delle storie, l'albero poi sarà benevolo con te e le sue radici di rispetteranno...
Potrai allontanartene tranquillamente, senza esserne avviluppato.
Ma la scelta è tua, in fondo.
Potresti desiderare, in fondo, di diventare anche tu Albero-radice.

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8 gennaio 2016 5 08 /01 /gennaio /2016 07:27
Quando è cominciato davvero tutto. Un racconto-riflessione di Salvatore Sulsenti

Il brano che segue, scritto dal mio amico e corrispondente FB Salvatore Sulsenti, è una piccola storia che è anche una meta-storia, poichè contien una riflessione sugli "inizi".
Salvatore nel suo scritto non ci dice esattamente di cosa si tratta: solo chi lo conosce e che lo segue comprende a cosa si riferisce.

Ma il fatto che abbia lasciato il testo così indefinito ci aiuta a dargli un significato più universale.

L'inizio non è mai semplice: un inizio è periglioso, poiché implica oltrepassare una soglia, da un lato della quale c'è il mondo da cui veniamo, mentre oltre si distende un universo ancora sconosciuto.

Superare soglie nella propria vita è qualcosa di creativo e di stimolante poichè ogni volta che ciò accade ci si confronta con qualcosa di nuovo e il nostro ingegno (e le nostre forze non solo mentali, ma anche fisiche, verranno messe alla prova.

Essere sulla soglia e superarla dà improvvisamente nuovo significato alla nostra vita.
I Romani antichi avevano un Dio che proteggeva le soglie e che, per questo era anche un Dio degli Inizio: Giano Bifronte, poichè nella sua classica rappresentazione aveva due volti, ciascuno dei quali guardava un lato della soglia.

E, nell'universo induista, c'è il Dio Ganesh, il Dio-Elefante che, danzando, creò il mondo.

E Ganesh è, per questo il Dio degli inizio, ma anche il Dio della creatività.

Le nostre azioni, le decisioni che pigliamo, le nostre scelte sono sovente multideterminate, con l'incidenza di fattori interni ed esterni, che spesso concorrono in un mix unico ed irripetibile, ma spesso per i punti di svolta più fondamentali e repentini, occorrono dei piccoli trigger.

E Salvatore con il suo racconto ce ne dà un esempio.

 

Luglio 2013. Telefonata Di Daniela P. mi passa un’amica: Anna.
Da questo momento molte cose cambieranno nella mia vita.
Daniela è una pittrice e ci siamo ritrovati su Facebook qualche tempo addietro. Solita trafila: post, commenti, foto pubblicate, richiesta di amicizia, conversazione stringata sulla chat ed immancabile scambio di contatti telefonici.
Telefono io e telefona lei, ci sentiamo e risentiamo ed ognuno di noi racconta qualcosa all’altro. Essendo io un artigiano dell’arte (anzi solo un uomo che fa qualcosa e che spera piaccia agli altri), confrontarmi con una pittrice conosciuta mi lusinga.
Il telefono presto non basta ed occorrerebbe passare oltre.
Non succede se non nel luglio del 2014, ma questo è un evento trascurabile.
Il passare del tempo e la distanza, io in Sicilia e lei in Lombardia, non aiutano.
Le telefonate vanno avanti ed anche le confidenze ma comprendiamo di essere molto distanti e come persone e come “artisti”.
Continuano le conversazioni, a dire il vero sempre meno frequenti, fin quando l’abitudine di Daniela di passarmi al telefono amiche mai sentite prima, mi portò a conoscere Anna.
Anna è l’antitesi di Daniela. Anna è pratica, affabile e solare e soprattutto è come la vedi. Daniela è un’esteta, si allontana dalla vita di tutti i giorni, ama se stessa ed il suo tacco 12. Le mie conversazioni continuano con Anna, ci si conosce e ci si apprezza come persone.
Lei moglie e madre di due belle ragazze, io artigiano dell’arte. Più conosco Anna più mi allontano da Daniela.
Restano le conversazioni telefoniche ma cambiano le cose.
Anna è una donna che lavora ed anche una casalinga, una moglie ed un’atleta. Corre, cammina, si arrampica.
Daniela vuol farsi sempre “vedere” ad Anna basta esserci.
Da qui comincia veramente tutto.

Ma qual'è l'inizio di cui parla Salvatore?
Ai fini del senso generale del suo scritto è irrilevante, per soddisfare i più curiosi, riporterò di seguito una piccola citazione (sue testuali parole), legate al momento attuale e a qualcosa che è appunto scaturito da quel cambiamento.

...da qualche giorno sono pervaso da uno stato di nervosismo pre maratona. Credo sia normale ma sto somatizzando l'evento.
Ho dei dolori, ma forse sono solo dei fastidi, in tutto l'addome.

Salvatore Sulsenti

Quando è cominciato davvero tutto. Un racconto-riflessione di Salvatore Sulsenti
Quando è cominciato davvero tutto. Un racconto-riflessione di Salvatore Sulsenti

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28 novembre 2015 6 28 /11 /novembre /2015 06:14
Qualcosa che ho da dire al gentil sesso: Se uno é grasso non serve deriderlo
Qualcosa che ho da dire al gentil sesso: Se uno é grasso non serve deriderlo
Qualcosa che ho da dire al gentil sesso: Se uno é grasso non serve deriderlo

Un mio caro amico nel social era - sino ad alcuni anni fortemente sovrappeso -; poi ha avuto un improvvisa "illuminazione" sulla sua (per così dire) via di Damasco e ha deciso - per una concomitanza di eventi significativi di cominciare a perdere peso e di riportarsi ad una condizione di normalità ponderale e soprattutto di forma fisica tale da consentirgli delle perfomance (senza strafare, ovviamente) sempre più soddisfacenti.
Ad esempio, è paradigmatico il caso dell'odontotecnico lombardo Renzo Barbugian che ancora nel 2003 fumava e pesava 98 chili e che con gradazione (ma con autorevolezza) si è messo sulla retta via, smettendo di fumare, iniziando ad alimentarsi in una maniera corretta e soprattutto a fare sport in una maniera sempre più coinvolgente, sino a diventare un brillante maratoneta e ultramaratoneta amatoriale (uno, per intenderci, dalle prestazioni nella fascia medio-alta.
Oppure, possiamo qui citare il caso di quello che adesso è considerato uno dei top britanicci della maratona e dell'ultramaratona e che pure è partito da una condizione di obesità e di tabagismo.

I punti di svolta nella vita sono molti ed inimmaginabili: bisogna saper cogliere l'occasione, quando si verifica una concomitanza di eventi che portano alla ineludibile " contemplazione" di una propria condizione psicofisica precaria, insoddisfacente, fonte di danni o di malattie, tale da far insorgere il desiderio di un cambiamento e di una trasformazione (che innanzitutto nasce dall'interno e dall'attivarsi di una disciplina per il corpo e per la mente).
Il siciliano Salvatore Sulsenti sta scrivendo - con il suo percorso di vita - una storia analoga a quella dei personaggi citati prima.
Quello che segue è la storia di episodio che gli capitò "diverso tempo fa e soprattutto molti chili fa" (forse quando venne a trovarsi all'apice del suo sovrappeso).
E l'episodio (titolato dal'autore - nella sua stesura originale, "Qualcosa che ho da dire alle donne") ha sicuramente ha avuto un qualche peso nell'attivarsi di una "contemplazione" della sua condizione, processo in cui - spassionatamente - il soggetto comincia a mettere sui due piatti della bilancia, da un lato vantaggi, benefici (primari e secondari) e costi della propria condizione e dall'altro desideri, aspirazioni, progetti futuri e strade precluse.
Solo dalla più impietosa "contemplazione" può scaturire un autentico desiderio di cambiamento e di trasformazione.
E il progetto di vita di Salvatore Sulsenti é adesso quello di portare a termine la celebrata 100 km del Passatore, camminando.

(Salvatore Sulsenti) Diverso tempo e. soprattutto diversi chili fa, quando per dirla chiara pesavo kg.146,5 conobbi una ragazza che faceva l’infermiera: si chiamava Susanna, almeno credo di ricordare fosse questo il nome. Ci vedemmo al mare per il nostro primo appuntamento. Lei occhi azzurrissimi ed una certa opulenza che apprezzai subito. Frizzante chiacchierata, caffè di rito al bar, cosa faccio nella vita, interessante fare l’infermiera...
Dopo un po’ capivo che la conversazione era in stallo e quasi senza accorgercene ci avvicinammo all’auto di lei ed evitammo così altri imbarazzanti silenzi.
Lei mi dice salutandomi: “Salvatore, sei un uomo interessante e mi piace la tua compagnia ma sei enorme, e-n-o-r-m-e”.
L'e-n-o-r-m-e fu ripetuto enfaticamente due volte, quasi nel caso che il concetto non mi fosse stato chiaro. 
Non aveva tutti i torti, ma trovai la cosa alquanto offensiva.
Se un uomo con cui esci o ti vedi per la prima volta non è chi credevi, non serve offenderlo. Comunque, l’infermiera Susanna, pensando di rimediare, mi disse ancora: “Però restiamo amici...”.
Nonostante fossi attratto da questa donna, dopo un secondo di riflessione le risposi: “Io potrò dimagrire e non essere più e-n-o-r-m-e, ma non potrò mai essere amico di una donna come te”. Se una persona con cui ci accompagniamo non ci è gradita non serve deriderlo, non serve umiliarlo.
Un uomo obeso a volte è solo goloso e/o vorace, a volte è malato, a volte è debole, a volte è solo, a volte è tutto questo insieme: un uomo che nel cibo trova quelle gratificazioni che la vita gli nega.
E se un uomo è anche insicuro e magari timido trova in un panino, magari due o tre, un rifugio. Di George Clooney io non ho l’età, non ho il fisico, non ho la carriera, non ho il fascino, non ho il denaro. Di George Clooney non ho nulla, neanche la moto.
Ma di Salvatore ho tutto. Per mia natura faccio poco per mostrami meglio, o comunque diverso, da quello che sono. Se sfoglio qualunque rivista di moda, costume, gossip o altro trovo modelle e modelli in assoluta forma e dalla fisicità scultorea. Ed io? Non sarò mica un extraterrestre? Con i miei rotolini sono più assimilabile all’omino Michelin che ad un modello di Dolce&Gabbana. Beh. Che faccio? Cosa posso fare per conquistarvi? Dimagrire?
Certo è la cosa che sto facendo, ma non per una donna.
Solo per mio piacere personale e consapevolezza conquistata.
Essere me stesso è l’unica cosa che realmente possa fare.
Ringrazio le donne che mi hanno amato o hanno creduto di amarmi, che mi hanno sopportato, che mi hanno fatto sentire importante e che mai mi hanno messo in imbarazzo, nonostante il mio peso.
Grazie di tutto anche se la vita ci ha separati. Che fossi obeso o meno non importava.
Torno a pensare a tutte quelle donne che mi rimettono al mondo con un solo sorriso ed un semplice saluto. Grazie a quelle donne che come madri, sorelle, mogli, compagne sono vicine ad uomini che non confesseranno mai d’invidiare Clooney ma che darebbero la vita per la loro donna.
Ho subito diversi interventi chirurgici e durante le mie degenze in ospedale ho visto donne prodigarsi per i loro uomini con tanta dedizione ed amore.
Ho visto donne dormire, o tentare di farlo, su una sedia per giorni e giorni senza mai chiedere nulla a nessuno se non di dedicarsi al loro uomo.
Grazie a queste donne.

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21 novembre 2015 6 21 /11 /novembre /2015 07:06
Merde di cane
Merde di cane

L’altro giorno, mentre camminavo lungo un marciapiedi vicino casa in un tratto fiancheggiato da molti negozi, ho visto ad una ventina di metri da me, uno - anzianotto - fare all'improvviso uno strano movimento sghembo, seguito da un passetto laterale, a causa del quale pareva che dovesse capitombolare a terra, ma il tizio - all'ultimo momento - s’è ripreso, ritornando padrone d’un traballante e precario equilibrio.

Ho pensato che avesse inciampato in un’asperità del terreno. Sopraggiungendo, tuttavia, ho dovuto constatare che era scivolato sulla classica buccia di banana. Solo che la buccia di banana, nella fattispecie, era una bella merda di cane, molliccia e sfatta, di quelle peggiori in simili frangenti, perché se ci metti il piede di sopra, specie se calzi scarpe con la suola liscia (di cuoio e quant’altro) tendi immediatamente a scivolare, come se sul terreno ci fossero olio o sapone.

Il signore, di suo mingherlino e alquanto instabile sulle gambe, si è fermato, imprecando contro i famigerati padroni di cani che lasciano che i loro amici a quattro zampe defechino in libertà sui marciapiedi, senza curarsi di rimuovere il malfatto.

Sono stato ben contento che con me non ci fosse il mio cagnolone Frida, perché immediatamente avrebbe rivolto la sua ira contro di me, vittima del tutto innocente, dal momento che io sono costantemente intento a togliere via le tracce delle diuturne cacate del mio cane.

Quindi, ritrovandomi a camminare da padrone di cane in incognito, non ho potuto non rallegrarmi, mentre il malcapitato passava dalle imprecazioni (che rimanevano in sottofondo come cupo brontolio) ai tentativi di rimuovere lo sterco molliccio e nauseabondo dalla sua calzatura.

Mi è venuto spontaneo pensare con sommo divertimento alla famosa canzone di Elio e le Storie Tese che tratta appunto di questo imbarazzante e disgustoso tema e e, giusto superando il “pulitore” ho ridacchiato e intanto solo con il movimento delle labbra ho detto “Merda di Cane”. E forse quello mi ha letto il labiale e mi ha scoccato un’occhiataccia, probabilmente augurandosi in cuor suo che un’intera vagonata di cacca di cane mi si abbattesse sulla testa: per una sorta di meritato contrappasso, una nemesi fortemente desiderata per superare la frustrazione dell’onta subita.

Io non ci posso fare niente: trovo che certe cose siano intrinsecamente comiche. Ricordo una scena simile al tempo in cui ero piccolo.

Avevo accompagnato papà e mamma in un vecchio magazzino fatiscente per scegliere dei mobili antichi di cui allora a Palermo vi era un fiorente mercato.

Il capannone era infestato da gatti e si sentiva molto forte l’odore dolciastro del loro piscio. Mio padre sfortunatamente (nella semioscurità era difficile vedere dove si mettevano i piedi) posò una scarpa sulle gattesche deiezioni (particolarmente abbondanti data l’incuria del luogo), imbrattandosela tutta.

Allora il venditore, imbarazzato e molto servile, disse: “Non si preoccupi, ci penso io, dottore!”.

Scomparve nei misteriosi ed oscuri meandri del suo magazzino e, dopo un po’ comparve con una vecchia scopa, lercia come non mai, e con quella si mise a spazzolare la disastrata calzatura di mio padre, rimuovendo il grosso della merda, ma spalmando il resto, cioè la parte più molla e appiccicaticcia, con grande disgusto ed irritazione di mio padre, la cui dignità offesa gridava vendetta. Noi che conoscevamo bene la sua permalosità (tipica delle sue radici Crispi-Orestano), leggevamo preoccupati nel suo volto i segni d’una incipiente manifestazione di ira, anche se poi lo scoppio temuto non si verifico e prevalse il buon senso anche se non il senso dello humour).

Ancora a distanza di tempo, in famiglia, noi rievocavamo spesso quest’episodio (che era divenuto parte di quel bagaglio delle nostre classiche “storie del focolare”) e sempre ci facevamo quattro risate, ma mio padre - se presente - immancabilmente si offendeva e, a volte, lasciava la nostra compagnia per ritirarsi adombrato e adirato nel suo studio, mentre noi continuavamo imperterriti a sghignazzare. E anche l’allontanarsi di papà e la sua incapacità di sorridere dell’accaduto,guardandolo con quel distacco che solo l’ironia può consentire, insomma, erano parte del divertimento.

 

Intramontabile pezzo di Elio e le Storie Tese, "Cani e Padroni di cani".

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26 ottobre 2014 7 26 /10 /ottobre /2014 18:44

Il Trattamento Ridarelli reloaded(Maurizio Crispi) Tempo addietro (2009, anno di cali dell'umore e di sensazioni di disfacimento sulle cui cause non starò ad annoiarvi) scrissi nel mio aggiornamento di status su Facebook (cosa che facevo sovente e adesso non più) un commento lapidario e, per puro caso, a causa d'uno slittamento inconsulto del mouse, mi ci sono ritrovato.
Eccone il testo: Maurizio Crispi ha appena messo il piede in una merda di cane, sfatta per di più. Trattamento Ridarelli al 100% con in più la colonna sonora di Elio e le storie tese. C'è da aspettarsi una botta di fortuna nelle prossime 48 ore...
Ogni tanto è puro piacere fare - anche attraverso un social network, un tuffo nel passato, in una casuale notazione, in una foto inserita sulla base di un'emozione di un movimento dell'anima in statu nascendi.

 

Ma, tornando al fatto di cui si parla, é impossibile che una cosa del genere capiti qui in UK, persino nell'East End che è appena un pelino meno pulito di altre parti di Londra.
Voglio specificare, per chi non lo sapesse cos'è il trattamento Ridarelli...
I più volenterosi potrebbero leggere il piccolo libro di Roddy Doyle, "Il trattamento Ridarelli" (Salani, 2001), giustappunto, una lettura lampo - roba di 30 minuti di applicazione... Molto divertente da leggere ad alta voce ai bimbi...
Per i pigri do qui di seguito una veloce sintesi della short story...
Il signor Mack fa un lavoro davvero interessante: l’assaggiatore di biscotti. Ma una mattina, sulla strada per la fabbrica dei biscotti, lo aspetta un destino davvero ingrato…il trattamento Ridarelli.
Il Trattamento Ridarelli reloadedA chi tocca ”il trattamento Ridarelli”? Agli adulti che sono cattivi con i bambini, che raccontano loro cose che non sono vere, che mangiano l’ultima fetta di pizza senza offrirla agli altri.
In che cosa consiste? Nel trovare sulla propria strada… una cacca di cane… messa lì apposta dai Ridarelli!
Ma chi sono i Ridarelli? I Ridarelli si prendono cura dei bambini.
Li seguono dappertutto per poter sempre essere vicini ai bambini.
Sono piccoli e pelosi e cambiano colore come i camaleonti… per questo nessuno li ha mai visti!
E cosi gli adulti si beccano il trattamento finchè non la smettono di trattare male i bambini…
 

 

La storia è gustossisima... lieve, divertente... e, sinceramente la consiglio a tutti...
Anche per riflettere che quando mettiamo un piede nella cacca di un cane, forse ce lo siamo meritato...
Magari, non abbiamo maltrattato un bambino, ma per certo siamo stati poco gentili con il nostro prossimo...

In ogni caso le qualità esilaranti della storia si comprendono meglio se si pensa che Roddy Doyle é britannico e che per i Britoni è davvero impensabile mettere per errore o distrazione il piede in una merda di cane, ameno che non si debba mettere in campo un sortilegio oppure una sorta di punizione divina.

 

 

 


 

 

 

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19 agosto 2013 1 19 /08 /agosto /2013 05:06

Le pecorelle di Tarling StreetNel nostro sottotetto abita un bel gregge di pecorelle.
Nel sottotetto? chiederete stupiti.
Sì, esattamente!
E cosa fanno?
Semplice! Stanno sempre nel sottotetto.
Di giorno dormono e si muovono di notte.
Infatti, se la notte ti svegli ed ascolti attentamente, potrai sentire lo scalpiccio dei loro passi, mentre vanno al pascolo.
Su, nel sottotetto, c'è una grande abbondanza di pascoli. L'erba che vi cresce è succulenta, ma è tutta bianca perchè non vede mai la luce.
Per questo stesso motivo, le pecorelle sono di un bianco candido, di un bianco che non è quello solito delle pecorelle che vedi all'aperte: queste sono di un bel colore bianco candido, come la neve oppure come quelle che vedi nelle illustrazioni dei libri di fiabe.
Ma le pecorelle che vivono nel sottotetto, sempre perchè stanno sempre al buio, non hanno una vista molto sviluppata: sono semicieche e sopperiscono con uno sviluppatissimo senso dell'olfatto.
E, infatti, proprio per questo sono molto disturbati dalle caprette tibetane che invece vivono, assieme agli stambecchi proprio sultetto della casa di Tarling Street. Stanno sul tetto, perchè - come tute le capre - puzzano da morire e gli altri abitanti dell'edificio si lamenterebbero della puzza.
Anche le pecorelle sono molto disturbate dal forte afrore delle caprette e, infatti, preferiscono non mischiarsi a loro. Del resto, non ce ne sarebbe alcun motivo,perchè le caprette si nutrono della fine erbetta che cresce negli interstizi tra le tegole, di muschi e di licheni che prosperano soprattutto d'inverno.
Le pecorelle del sottotetto a causa della forma degli spazi che hanno disposizione sono anche un po' spigolose e sbilenche. Alcune - quelle che stanno proprio dove il tetto fa angolo - hanno le zampe di ciascun lato di altezza diseguale, altre invece hanno il dorso puntuto e rettilineo così possono incastrarsi alla perfezione nella parte sommitale del tetto.
Sia come sia, sono molto simpatiche e cordiali, per quanto timide.
Parlano ed ascoltano soltanto il loro pastore che poi sarei io.
Ma tutto ciò avviene per il tramite del vegliardo del gregge che è un grande montone (o montonessa? - non si sa bene), con un grande paio di corna ritorte e che, a differenza di tutte le altre pecorelle, è nero come la notte.
Di giorno dormono, le nostre pecorelle, e di notte pascolano: conducono una vita molto ordinata e semplice...
Ogni tanto, soprattutto di giorno e specie quando fuori fa un grande caldo ed il sole batte forte infuocando le tegole, si dispongono a ruota e ogni ruota è fatta di almeno venti di loro.
Ma almeno una volta, nel corso della notte, scendono giù nel nostro appartamento, attraverso un passaggio segreto che solo pochi conoscono e in una fila ordinata entrano nel bagno di casa e vi si affollano dentro, ma sempre con molto ordine e piene di cortesia l'una con l'altra. Fanno la coda per poter fare un bel bagnetto caldo nella vasca da bagno della nostra casa e dopo sono tutte fresche e rilassate e, soprattutto, rilassate.
Nel controsoffitto vivono anche tante papere di cui le pecorelle sono molto - e teneramente - amiche e, infatti, le portano con sé, quando viene il momento di fare il bagnetto quotidiano-notturno.
Nel sottotetto di tutte le altre case di Tarling Street abitano altre tribù di pecorelle: le diverse tribù non si sono mai incontrate personalmente, ma ogni tribù sa dell'esistenza delle altre.
Prima - lo sapevaano solo sulla base di un semplice intuito pecorellesco,  ma adesso - senza ombra di dubbio - ne hanno avuto la riprova attraverso il web e soprattutto con  Sheepbook di cui le nostre pecorelle sono divenute fanatiche utilizzatrici, poiché hanno improvvisamente avuto la vertigine di apprendere che non sono sole al mondo.
Dopo aver scoperto che  questa semplice (eppure profonda) verità, vorrebbero consociarsi con le altre tribù di Tarling Street e, infatti, sono in fase avanzata le trattative per creare "The Great Sheep Union of Tarling Street", con l'avvio di incontri e di scambi culturali.
Le nostre pecorelle hanno ricevuto anche delle vaghe informazioni sull'esistenza di altri gruppi operosi di consorelle che vivono nei sottotetti di Sutton Street e sono particolarmente interessate a quelle stanziali nel Dockside Hotel.
Ma del resto del mondo non sanno dire nulla, all'infuori di ciò che ogni tanto il loro pastore rivela loro.

Certo è che non sono particolarmente interessate a conoscere le pecorelle che vivono nei sottotetti del "Royal Borough of Kensigton and Chelsea": non saprebbero che farsene di pecore che vivono una vita da dignitari e che sono alquanto superbotte e con la puzzetta sotto il naso, benché si nutrano poi di bucce di banane ed arancia e non certamente della succulenta erbetta bianca (senza clorofilla) che cresce in abbondanza nei sottotetti di Tarling Street. E in questo senso le privilegiate sono proprio loro, senza ombra di dubbio.


In ogni caso, le pecorelle sono molto felici: il momento più bello della loro giornata è quello del bagnetto.
Se qualcuno dovesse chieder loro, risponderebbero di certo proprio in questo modo.

Ma, di norma, sonon molto timide e non parlano mai con gli estranei.
Poi, se ne stanno tutto il tempo nel sottotetto a mangiare (di notte) e a uminare e a dormire (durante il giorno). La loro è una vita decisamente semplice e non certo complicata come la nostra.


Soltanto noi che abitiamo al numero 81 di tarling Street abbiamo il privilegio di avere anche le caprette tibetane e gli stambecchi sul tetto del nostro edificio.

E, mi raccomando, non ditelo a nessuno: è un segreto!

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23 aprile 2013 2 23 /04 /aprile /2013 12:00

Magnolie e carnotauriSpesso quando mio figlio era piccolo, a partire da piccoli eventi o da banali osservazioni nella realtà che ci circondava, gli raccontavo una piccola storia.
A volte la storia, a partire da un piccolo incipit assumeva il carattere di un dialogo e quindi si sviluppava secondo direzioni inattese.
Eravamo sempre molto interessati alle grandi magnolie che contornano possenti la strada che intereseca via Lombardia e che si chiama appunto "Viale delle magnolie", un tempo viale d'accesso ad una villa patrizia oggi scomparsa perchè inghiottita dal cemento dell'espansione urbanistica nord di Palermo.
Sulle magnolie con quelle radici pensili che uno facilmente poteva immaginare come tentacolari e voraci c'erano sempre molte storie da raccontare.
Queste storie spesso le trascrivevo quando erano ancora fresche nella mia mente e a volte le spedivo per lettera a Franceschino, sperando che qualcuno gliele leggesse o che a distanza di tempo se le ritrovasse come un piccolo lascito della memoria.
Magnolie e carnotauriMa, purtroppo, la maggior parte degli scritti - a lui trasmessi per posta - sono scomparsi in occasione di una "purga", motivata dall'esigenza di un generale rinnovamento della stanza di Franci, decretata da sua madre; e molte di quelle cose "da sbarazzare" mi sono state recapitate al mio domicilio, perchè io decidessi se conservarle o buttarle (perchè obsolete).
Ecco, io credo che in questo campo niente possa veramente andare incontro ad obsolescenza.
Tutto può rimanere molto vivo e palpitante, come espressione della volontà di preservare la memoria dei nostri anni passati e come strumento di una possibile (e umanamente desiderabile) proiezione nel futuro.
Stranamente, è venuto fuori che una storia è sopravvissuta alla purga omnia.
Franci mi ha rivelato di avere trovato un foglio in formato A4, ripiegato in quattro, come se fosse stato contenuto dentro una normale busta da lettera.
Franci mi ha portato il foglio per farmici dare un'occhiata, visto che io non riuscivo più a ritrovare il file da nessuna parte.
Ed ecco qua il piccolo dialogo daltitolo "Magnolie e Carnotauri", datato 9 giugno 2003.

 

 

 

 

 


 

Magnolie e carnotauri

Magnolie e carnotauriCi sono dei graffi sull'asfalto, delle profonde ed irregolari incisioni che sembrano essere state fatte da artigli giganteschi.

Cosa sono questi segni, papà?

Da qui sono passati i terribili carnotauri e questi sono i segni lasciati dalle loro  unghie. Vengono di notte, quando nessuno li può vedere, entrano nel giardino di questa casa e stanno a spiare cosa accade, sbirciando dalle finestre del terzo piano.


Perchè si mettono a guardare proprio attraverso le finestre del terzo piano, papà?


Perchè i carotauri sono troppo alti per guardare attraverso le finestre del primo o del secondo piano. Per farlo dovrebbero metttersi sdraiatia pancia sotto e non starebbero comodi.


E le magnolie, cosa fanno le magnolie?


Le magnolie sorvegliano la strada. Stanno lì con le loro radici pensili, pronte a bloccare i carnotauri che si avvicinano troppo alla nostra via.

L'albero orecchio all'angolo del viale delle magnolie, con il suo gigantesco orecchio fa da sentinella. E non appena si accorge dei passi pesaanti dei carnotauri in avvcinamento (che fanno così: Tum! TUM TUM!) mette sull'avviso tutte le altre magnolie che predispongono le loro radici come lazi per catturarli ed avvilupparli. Ma questa faccenda dei carnotauri che vengono di notte non la sa nessuni. E su di essa bisogna assolutamente mantenere il segreto. Se no, le magnolie non ci proteggeranno più dalle incursioni degli intrusi.

 

 

 


 

Magnolie e carnotauri

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20 marzo 2013 3 20 /03 /marzo /2013 01:59

S'arrifriddò 'a cucuzzeddaStiamo camminando con mio figlio attorno alle 23.00 del 18 marzo (ieri), fa freddino, umido più che altro, dopo una giornata sciroccosa.
Mentre passiamo dalle parti di Torre Sperlinga vediamo uno che cammina.o un po' barcollando e parlando tra sé e sé ad alta voce.
in sostanza, detto in termini non tecnici, è uno un po' picchiatello e, se non è un picchiatello, è rincoglionito.
Da lontano ci guarda e dice: "S'arrifriddò 'a cucuzzedda".
Io lo guardo, perché ho l'impressione che ci voglia dire qualcosa e lui, avvicinandosi di qualche metro, ripete la stessa frase "S'arrifriddò 'a cucuzzedda"..., rimanendo in attesa di un'interlocuzione per questa cosa tanto importante che ci aveva comunicato: che del resto è pronunxiata come un assoluto, un vaticinio, un qualcosa di irrevocabile e defintivo già accaduto e non più modificabile.
Dopo la seconda ripetizione, segue un silenzio, gravido di sottintesi... di fronte alla fatidica e arcana significatività del suo dire.
"Vabbé, è proprio fuori di testa!"... è la nostra conclusione: un non detto in realtà, ma basta lo sguardo eloquente che ci scambiamo.
E lo lasciamo andare per la sua strada senza più dare importanza al suo fraseggiare.

Ma cosa voleva dire l'omettino? 
Forse che gli si era raffreddata la testa, visto che lui era senza cappello e aveva la testa contornata da una abbondante massa di capelli bianchi, alquanto stopposi e, probabilmente, da molto tempo non lavati...
Io, invece, avevo un berrettino di lana ben calzato sulla cucuzza, mentre Franci, per ripararsi il capo - ovverossia la sua cucuzza - si era messo il cappuccio della bomber.
Forse, il tizio voleva dirci che, siccome avevamo entrambi il capo coperto, era perché a noi, s'era raffreddata la cucuzza, ovvero la "cucuzzedda".
Vallo a capire...
Una tipica comunicazione trasversale ed enigmatica di uno in una condizione quanto meno al limite, per non dire di più.

"S'arrifriddò 'a cucuzzedda"

La frase mi è piaciuta e, indubbiamente, me la ricorderò.
E al signore, un po' picchiatello, ma sostanzialmente innocuo, che con tanta enfasi l'ha pronunciata, non posso che dire grazie, per avermi regalato questa piccola chicca destinata a rimanere memorabile.

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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