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8 settembre 2016 4 08 /09 /settembre /2016 08:50
Far morire di paura per prevenire. Strategia efficace, oppure no?

Sono già entrate in uso le nuove norme per la prevenzione del tabagismo. Tra i provvedimenti, figura anche l'introduzione di immagini "paurose" che accompagnino le scritte già in vigore da tempo che, ora vengono aumentate di dimensioni e reiterate più volte, laddove lo spazio lo consente.
In più, nel nuovo pacchetto di provvedimenti, verrà presto interrotta la produzione di sigarette in pacchetti da 10, allo scopo di scoraggiare i più giovani dall'acquistarle in format a loro più accessibili economicamente.
Ieri sono andato dal tabaccaio ad acquistare il mio approvvigionamento di tabacco per sigarette e ho trovato, appunto, questa novità. A me è toccato di trovarmi di fronte ad una foto a colori con la piccola bara bianca della misura adatta ad accogliere un neonato e davanti ad essa, posta su di un catafalco, una coppia aggrondata in dolente contemplazione, quei genitori che avevano continuato a fumare durante la gravidanza del loro pargolo. Accanto all'immagine la didascalia recita: "Il fumo può uccidere il bimbo nel grembo materno". Il tutto caratterizzato da quella che si potrebbe indubbiamente definire una "ridondanza" comunicativa.


Prevenzione del tabagismo. Nuova campagnaQuesto tipo di prevenzione, fondata sul terrorismo psicologico, in realtà funziona ben poco nei confronti dei fumatori più incalliti che possono facilmente attivare un meccanismo di non-percezione selettiva nei confronti di messaggi scritti e visuali che, in qualche modo, vogliano indurli a riflettere sui rischi cui si espongono o cui espongono altri. O che, in alternativa, possono ripiegare verso i pacchetti da 10 (finché saranno sul mercato), nei quali non è impresso alcun messaggio preventivo.
E ha aggiunto che, in parallelo, si sta attivando un merchandising di articoli del costo di poche lire che hanno la funzione di occultare i messaggi (del tipo di mascherine opache autoadesive o di portasigarette (che in questo frangente tornerebbero ad essere pienamente di moda).
E allora tutto questo sforzo è destinato ad avere successo?
Forse, soltanto nei confronti di una piccola fascia di fumatori "veterani" che sono entrati - per mutuare un termine caro agli AA (Alcolisti Anonimi") - nella fase della "contemplazione" della propria dipendenza, nella quale in modo ancora conflittuale si cominciano a porre nei piatti della bilancia, vantaggi e svantaggi della propria dipendenza, piaceri e dispiaceri, etc etc.
In questo caso le immagini e le frasi di terrore potrebbero avere un qualche effetto, ma il paradosso è che potrebbero avere anche un effetto opposto nel senso di rafforzare i meccanismi di negazione.

Si può tuttavia immaginare che, almeno nei confronti d'una categoria di persone, il messaggio possa avere effetto e dovrebbe trattarsi di chi - soprattutto i più giovani - si accostano alle abitudini tabagiche per la prima volta, insomma si tratterebbe dei "neofiti": in questo caso, l'esposizione a immagini e a slogan potrebbe avere un effetto dissuasivo.

La strada maestra della prevenzione del tabagismo (come di altre abitudini nocive) rimane però pur sempre quella dell'educazione alla salute, con un intervento capillare e continuativo nelle scuole, che abbia come baricentro i principi del rispetto del proprio corpo e della ricerca costante di un benessere psicofisico. Un intervento che dovrebbe essere mantenuto e potenziato e che può dare i suoi effetti soprattutto nel lungo termine, specie se condotto in maniera tale da portare i più giovani a trovare delle proprie risorse di pensiero autonome e a un empowerment decisionale, quando si tratta di dire a chi ti offre una sigaretta per la prima volta: "Grazie, no!".
Intervento che, nel caso dei minorenni, dovrebbe essere accompagnato dal rispetto estensivo della proibizione della vendita del tabacco ai minori di 18 anni, e nei confronti di tutti da un incremento del costo dei prodotti a base di tabacco, strategia applicata estensivamente in altri paesi d'Europa con discreti risultati, a condizione che si tenga d'occhio in parallelo il mercato illegale.

Far morire di paura per prevenire. Strategia efficace, oppure no?
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9 luglio 2015 4 09 /07 /luglio /2015 02:10
Villa delle Ginestre: un polo sanitario e riabilitativo per i traumatizzati spinali che stenta a decollare nel pieno rispetto delle sue specificità. Lettera aperta delle Associazioni al Presidente Crocetta

Diverse associazioni siciliane (Coordinamento H Onlus, Associazione Siciliana Medullolesi Spinali, Associazione Azione Handicap - Onlus, Associazione Lesionati Midollari ALMI - Palermo Onlus, Comitato italiano paralimpico - Sezione Regionale Sicilia, ANGLAT - Sezione regionale Sicilia)  nel tempo hanno più volte sollecitato (almeno due anni) e nelle sedi opportune (soprattutto con i più diretti interlocutori istituzionali, ovvero ASP e Assessorato), le soluzioni alle problematiche relative ad una corretta gestione del presidio "Villa delle Ginestre" di Palermo che, a causa delle incertezze amministrative e dell'incapacità gestionale di coloro che dovrebbero assumersi la responsabilità diretta di decisioni specifiche, rimane una struttura senza definizione circa i suoi obiettivi e le sue priorità, divisa tra il suo essere confinata ad una semplice struttura riabilitativa con valenze generiche (un vero spreco rispetto alle sue potenzialità) e struttura specializzata per il trattamento efficace e a pieno campo del traumatizzato spinale (destinazione d'uso auspicabile).

Tutti i passi sinora intrapresi dalle suddete associazioni sono rimaste, purtroppo, senza ascolto e, comunque, non hanno avuto risposte soddisfacenti.

Da più di un anno, le associazioni firmatarie del documento allegato, hanno rincorso tutti gli organismi istituzionali preposti per ottenere un incontro, reiterando le relative richieste.
Stanche di questa indifferenza, e fortemente convinte che la salute dei medullolesi vada rivendicata come diritto e non come concessione con tutti i mezzi possibili, le Associazioni citate sopra hanno elaborato un documento unitario e, in mancanza di un’urgente convocazione da parte del Presidente della Regione siciliana, si sono autoconvocate per martedì 21 luglio 2015, alle ore 10,00, presso la sede della Presidenza della Regione siciliana per ottenere un incontro al fine di affrontare gli argomenti evidenziati.

La lettera aperta delle Associazioni su Villa delle Ginestre al Presidente Crocetta e l'autoconvocazione

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29 aprile 2015 3 29 /04 /aprile /2015 11:45
I Volti del Dolore di Hans Killian. Un tentativo di documentare il dolore al servizio dell'epistemologia medica

Hans Killian fu un medico tedesco, appassionato di arte e di fotografia.
Questa sua passione ebbe una singolare convergenza, quando egli decise di realizzare una serie di fotografie di pazienti in preda al dolore e sofferenti delle entità cliniche più disparate, in alcuni casi di malattie terminale.
Realizzò le foto per mezzo di primi piani, raramente indulse nella rappresentazione dell'intero corpo.
Siamo nei primi anni trenta del secolo scorso e Hans Killian si muoveva in un ambito in cui la Medicina si andava modernizzando e accoglieva nelle sue pratiche moderni mezzi di indagine.

Basti pensare al fatto che già con i primi dagherrotipi, gli anatomisti e i fisiologi presero a studiare gli effetti della stimolazione elettrrica su alcuni gruppi muscolari proprio per mezzo di tecniche fotografiche: ricordo che il trattato di Anatomia su cui studia da studente di Medicina (un classico: il Testut-Latarjet, ovvero il Trattato di Anatomia Umana scritto da Jean Léo Testut e da André Latarjet) vi era - nel capitolo che studiava i muscoli del volto - un corredo di immagini che mostravano gli effetti della stimolazione elettrica di singoli muscoli facciali. Ma possiamo anche ricordare gli studi fotografici di Eadweard Muybridge (considerato anche un precursore della cinematografia) che - mediante l'utilizzo di una serie di apparecchi fotografici in serie - riuscì ad ottenere interessantissime documentazioni del corpo umano in movimento, con le quali diede un prezioso contributo sia ai fisiologici che cercavano di pptenere una documentazione oggettiva di sequenze motorie, sia agli artisti che avevano bisogno di una rappresentazione dettagliata del gioco dei diversi gruppi muscoli implicati nele più diverse esecuzioni motorie.

E, quindi, anche le tecniche fotografiche iniziavano a fare il loro ingresso nelle più disparat ediscipline mediche, come strumento di indagine e di documentazione, anche perchè l'istantanea fotografica consentiva una veloce rappresentazione dello stato delle cose senza dover ricorrere a lunghe e complicate descrizioni verbali.

La pratica del medico e la tenuta della cartella clinica vennero così a semplificarsi e ad essere di più immediata consultazione.

Ma questo uso della fotografia - a detta di alcuni - esponeva al rischio dell'ossessione classificatoria e scopofila, in alcuni casi. mentre in altri casi rimandava a pratiche reclusorie, come fu il caso della foto segnaletica che veniva incluso all'inizio di una lungodegenza in Ospedale Pschiatrico, foto che periodicamente veniva aggiornata per documentare le trasformazioni - a volte massive - che sopraggiungevano nell'aspetto esteriore del paziente: una pratica spersonalizzante e da "istituzione totale", secondo le successive definizioni delle correnti anti-psichiatriche. La foto d'ingresso nelle istituzioni manicomiali venne assimilata alle foto "segnalatiche" e a quelle che venivano fatte ai detenuti al momento del loro ingresso in carcere, provenienti "dalla libertà", come venne ampiamente documentato in uno splendio saggio edito da Mazzotta e successivamente, nel 2003, riproposto da Bruno Mondadori (Ando Gilardi, Wanted. Storia, tecnica ed estetica della fotografia criminale, segnalatica e giudiziaria). 

Hans Killian, mise la sua passione per la fotografia al servizio delle arti mediche e volle documentare i "i volti del dolore".

A quale scopo? Cosa si aggiungeva a quello che il Medico poteva già constatare con i suoi occhi?

Probabilmente nulla.

E, in questo senso, in quei volti sofferenti mi sembra di ravvisare il tentativo di scorgere qualcosa che vada al di là della sofferenza, una scintilla di trascendenza forse: ma quei volti sono chiusi ed incupiti, sembra senza alcuna speranza.

E, quindi, in questa serie di foto che vennero poi pubblicate in volume nel 1932 (Facies Dolorosa) rimane soltanto un'impronta fortemente voyeuristica, ma fondamentalmente gratuita e priva di senso: anche se ai suoi tempi, questo lavoro venne considerato pionieristico e al servizio dell'epistemologia medica per documentare in modo oggettivo un'entità clinica sfuggente e, sino ad allora, confinata più che altro nel reame dei "sintomi" (soggettivi), più che in quello dei "segni" (aventi valore di incontrovertibile oggettività).

Uno dei motivi per cui lo sforzo documentaristico di Killian era destinato a fallire risiede nel fatto che è lo sguardo di chi fotografa a definire una certa cosa e a darne le coordinate interpretative: e dunque, nello sforzo di dcoumentare "oggettivamente" il dolore, egli ottenne quello di realizzare, attraverso i suoi molteplici esempi, una galleria di immagini delle proprie rappresentazioni del dolore nelle più diverse situazioni.

Ecco al riguardo cosa dice Marco Belpoliti in un bel saggio in cui ricorda Ando Gilardi e in cui, ovviamente, parla del significato epistemico delle fotografia segnalatica:

 

Il nostro problema davanti alla macchina fotografica che ci identifica è quello di dare un’immagine compiuta e veritiera di noi.
Tuttavia nessuno posto davanti alle “Gemelle Ellero” riuscirebbe a trasmettere all’obiettivo un senso di beatitudine.
E non solo per una ragione soggettiva, ma anche per una evidente ragione oggettiva: è lo sguardo che produce il criminale, lo sguardo classificatorio e punitivo della macchina che ci ritrae e, con feed-back, il nostro stesso sguardo spaventato, iroso, depresso, angosciato. L’identità, premessa per l’identificazione, è un oggetto che dipende da molte variabili, tra cui anche la realtà esterna; l’identità con una retroazione produce realtà, e questo è un paradosso con cui la fotografia ha iniziato a partire dai ritratti criminali a fare drammaticamente i conti.

Marco Belpoliti, Ando Gilardi. Wanted!

I Volti del Dolore di Hans Killian. Un tentativo di documentare il dolore al servizio dell'epistemologia medicaI Volti del Dolore di Hans Killian. Un tentativo di documentare il dolore al servizio dell'epistemologia medica
I Volti del Dolore di Hans Killian. Un tentativo di documentare il dolore al servizio dell'epistemologia medica

All’inizio del secolo scorso la medicina stava entrando nella sua età più matura e progredita; eppure, come abbiamo spesso notato (vedi ad esempio i metodi per aprire una bocca descritti in questo articolo), la pratica terapeutica mancava ancora della doverosa attenzione per il paziente e per la sua sofferenza.
Nei primi anni ’30 il Dr. Hans Killian, uno dei più conosciuti anestesiologi e chirurghi tedeschi, sentì che era tempo di cambiare l’attitudine dei medici nei confronti del dolore.
Secondo il Dr. Killian, non soltanto ne avrebbero beneficiato i pazienti in quanto esseri umani, con una propria dignità e sensibilità, ma perfino la pratica medica: riconoscere i sintomi della sofferenza, infatti, avrebbe dovuto essere parte integrante dell’anamnesi clinica.
Come esporre la questione in maniera scientifica e al tempo stesso incisiva?
Il Dr. Killian era appassionato di arte e fotografia, ma fino ad allora aveva tenuto ben separati i suoi interessi estetici dalla professione medica.
Il suo primo libro di fotografie, intitolato Farfalla, mostrava suggestive immagini delle farfalle che lui stesso allevava, e venne pubblicato sotto pseudonimo, per non mettere a repentaglio la “serietà” del suo status di chirurgo.
Questa volta, però, la posta in gioco era troppo alta per non rischiare.
Così il Dr. Killian decise di pubblicare a suo nome (anche a discapito della sua carriera) il progetto che più gli stava a cuore, e che avrebbe contribuito a cambiare il rapporto medico-paziente.

Il volto del dolore (bizarrobazaar)

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31 gennaio 2014 5 31 /01 /gennaio /2014 07:41

Perchè non ho fatto lo screening del carcinoma del retto-colon in Italia, ma nel Regno UnitoCome tutti sanno, nei paesi europei vine praticata abbastanza uniformemente una campagna di prevenzione del carcinoma del colon-retto, che viene attuata mediante uno screening sulla popolazione target, ovvero quella degli over-60 particolarmente esposti a tale patologia, mediante la ricerca del sangue occulto nelle feci.

All'inizio del 2013, a Palermo ho ricevuto a casa una lettera del Servizio sanitario italiano, nella quale mi si chiedeva di recarmi a ritirare il kit per l'esecuzione del test (seguiva l'elenco dei posti dove andare).
Misi quel foglio in mezzo alla mia agenda, dicendo a me stesso che appena possibile sarei andato (uno di quei tipici penseri che preludono al non fare e al lasciare cadere una cosa come lettera morta...).

 

La lettera diceva anche che, nel consegnarmi il kit, mi avrebbero spiegato dove andare a portare il "materiale" raccolto per l'esecuzione dell'indagine, preannunciandomi dunque altre seccature e perdite di tempo.

Arrivato in Gran Bretagna, per qualsiasi evenienza, mi sono registrato nel NHS, ovvero al britannico National Helath Service (cosa che si fa molto semplicemente, andando direttamente nell'ambulatorio del GP - ovvero il General Practionner che è l'equivalente del nostro Medico di Famiglia - più vicino alla propria residenza abituale).

A compimento della registrazione (per la quale, senza ulteriori intralci burocratici, è necessaria soltanto una prova empirica di residenza, come ad esempio un contratto di utenza registrato a proprio nome), dopo nemmeno una settimana ho ricevuto una lettera nella quale mi si comunicava che ero stato inserito nel programma di screening per la prevenzione del carcinoma retto-colon e bla-bla-bla, visto che appartenevo alla fascia di popolazione a rischio.


Ma, a diffferenza che in Italia, ho anche ricevuto un kit completo, con tutte le spiegazioni del caso - semplici e chiare - per effettuare la "raccolta", oltre ad una busta pre-affrancata per inoltrare il tutto all'Unità che avrebbe effettuato le indagini.

Anche qui, per vari motivi, ho ritardato, pur avendo la consapevolezza che, in qualsiasi momento avessi voluto, avrei potuto rispondere alla chiamata, senza nessun incomodo per me.

Preso atto del mio ricordo, mi hanno inviato una lettera sollecitandomi ad inoltrare i campioni delle mie feci (l'indagine viene fatta a campionatura su materiale fecale raccolto in tre diversi giorni), con la specificazione che se non l'avessi fatto, non avrei potuto usufruire dell'indagine di screening sino alla prossima tornata.

Perchè non ho fatto lo screening del carcinoma del retto-colon in Italia, ma nel Regno UnitoMi sono sentito in colpa di fronte a tanta sollecitudine e ho provveduto immediatamente...Vi rispamio i dettagli.

Ho messo il tutto nella busta pre-affrancata e ho spedito il plico, infilandolo dentro una delle solite cassette per lettere rosse a bombolone, tipiche del Regno Unito, anche se ormai sul viale del tramonto, poiché verrano progressivamente sostituite da altre, rispondenti ad uno stile più moderno.
E del resto, mi sentivo anche spinto a portare a termine la cosa, poiché - se non avessi completato la procedura - non avrei potuto mai chiudere un ciclo di osservazioni al riguardo, per poterne successivamente scrivere, raccontando della mia esperienza.

 

Nemmeno è passata una settimana e ho ricevuto la risposta sempre per lettera.
Tutto a posto, e arrivederci, anche se la lettera specifica - con molto pragmatismo -  che il responso dell'esame non può escludere al 100% un'incipiente patologia di quel distretto e che, in caso di sintomi inediti e persistenti, occorre rivolgersi immediatamente al proprio GP.

 

Una meraviglia!

Nessun incomodo per il cittadino, se non quello di leggere le istruzioni, come sempre chiare e dettagliate, rese più semplici con l'ausilio di semplici disegni, e il tutto scritto in ben 15 diverse lingue, tra le quali person l'Urdu (!!!).

Credo che in Italia tendiamo sempre a rimanere indietro di un passo, perchè non si realizza mai una vera semplificazione delle procedure e soprattutto non si fanno le cose mirando alla certezza del raggiungimento del proprio obiettivo e del vantaggio del cittadino: in ogni caso rimane sempre un margine di incomodo, che - ovviamente - riduce nettamente la compliance auspicata.

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2 luglio 2013 2 02 /07 /luglio /2013 10:53

Differenze. Ma un modo diverso è sempre possibile(Maurizio Crispi) Sono realmente stupito dalla cura e dalla dedizione che qui in Inghilterra vengono applicate alla maternità e all'inizio della vita dei bimbi.
In tutto ciò, vi è un'attenzione capillare, supportata da un'organizzazione molto strutturata, a tutto ciò che concerne i primi passi d'una nuova vita, con un estensivo supporto ai neo-genitori, sia alle mamme sia a papà.
In accordo con le linee UNICEF che riguardano la corretta nutrizione dei bimbi sin dai primi giorni di vita, uno sforzo attivo e molto sruttturato viene fatto per favorire l'allattamento al seno (sia nella forma diretta del Breastfeeding, sia nella forma "differita" del "Expressing Breast Milk"), con lo sviluppo di corsi pre-parto ad hoc, con un'attenta e specifica consulenza da parte delle ostetriche (midwives) per tutta la durata della gravidanza, durante la degenza ospedaliera post-parto e perfino a casa con l'ausilio di visite domiciliari programmate, ma anche con la possibilità di usufruire di possibilità informative molto varie, da quelle semplicemente cartacee (per mezzo di opuscoli semplici nel loro linguaggio eppure completi) e di siti web dedicati. Il tutto nella cornice del programma governativo "start4life".
Gli obiettivi sono quelli di garantire il più possibile una corretta nutrizione del bimbo sin dai prmi giorni di vita e, così facendo, di ottenere il risultato di un migliore stato di salute dei bambi, negli successivi, ma anche di evitare (o ridurre) il rischio di alcune malattie nella madre, assicurando anche una partecipazione del partner in tutte le procedure di nutrizioni, sin dai primi passi, con la finalità di uno sviluppo familiare armonioso. E in questo direzione va anche, ovviamente, la previsione di 15 giorni di permesso retribuito del padre, rispetto alla sua attività lavorativa (paternity leave).
Vi è un'attenzione inusitata in questo campo, rispetto agli standard italiani (e, probabilmente, anche a quelli di altre nazioni della UE) in cui la buona volontà dei singoli operatori non manca, le idee valide ci sono, ma purtroppo senza il valido supporto di un'organizzazione e d'una programmazione a lungo termine.

Mentre sono qui a Londra e osservo tutto questo , mi sento un po' straniato e su di un altro pianeta, se soltanto faccio riferimento a ciò che accade in Italia e a come ricordo l'esperienza dei primi giorni di mio figlio Francesco.
Differenze. Ma un modo diverso è sempre possibileEppure, sarebbe sufficiente molto poco per mettersi in linea: perchè nel pianetà Italia le buone volontà ci sono, le professionalità di eccellenza pure. Basterebbe utilizzare queste risorse verso un progetto di comune utilità, chiaro, senza bizantinismi e senza protagonismi, in cui tutti possano operare al meglio in una cornice strutturata e funzionale, con il supporto di una programmazione di ampio respiro che preveda senza burocratismi inutili degli obiettivi intermedi "reali".
Certo, per poter andare verso un cambiamento significativo, occorrerebbe fare passi da gigante, perchè è chiaro che la Gran Bretagna nell'assistenza sanitaria al cittadino è avanti anni luce rispetto a noi, se si guarda soltanto al modo in cui è strutturato il sistema di prima linea dei Medici di Famiglia (General Practioner).
Eppure, io credo, che un mondo diverso potrebbe essere possibile anche per noi, se invece di sciorinare un'intutile e vuota inventiva (come capita sovente in svariati campi e oltremodo preoccupante, se è messa in atto da parte di gente che legifera senza realmente conoscere la materia su cui interviene) si imparasse a guardare al modello positivo di altre nazioni.

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31 maggio 2013 5 31 /05 /maggio /2013 10:47

Pianeta Salute in Italia. Approssimazione e politica delle vetrina impediscono uno sviluppo al passo con gli standard europei

 

 

E' noto che in Italia siamo indietro su molte cose che riguardano il senso civico e i servizi ai cittadini.
E, nel campo della sanità, benchè capaci di esprimere vette di eccellenza sotto il profilo scientifica, non siamo quasi mai capaci di tradurre includere la professionalità di alcuni in una cornice appropriata che io definerei di "civiltà del servizio" e che poi è proprio l'elemento che contribuisce a incrementare la cosiddetta "qualità percepita".
In altri casi, tuttavia, ci mancano proprio dei contenuti: e allora abbiamo delle "forme" che però rimangano prive di contenuti validi che abbinino assieme qualità, efficienza ed efficacia.
Ho avuto modo di vedere un ospedale pubblico inglese, uno dei più grandi Londra, parte del Barts and London NHS Health Trust.
Non sto a descrivere nei dettagli.
Ma, tra quello che ho visto, tutto di più: in sostanza, rispetto a quello che si vede in Italia, anche nelle realtà più evolute, siamo sempre in un'altra galassia, in un altro ordine di grandezza.
Quello che si vede nella realtà londinese da me visitata, è:
Massima efficienza, massima professionalità, massima pulizia, massimo ordine, discrezione, riservatezza, tutela della privacy.
E poi, professionalità e attenzione.
Centralità dell'utente e del servizio.
Modernità delle apparecchiature e dei servizi resi.
Minimi tempi di attesa per qualsiasi prestazione debba essere erogata.
Gentilezza.

E non dico di più, perchè non voglio infierire sul sistema sanitario italiano che ho ben conosciuto, operandoci dall'interno.
E, ciò nonostante, in questo ospedale londinese - alla fine - ti danno anche un questionario di gradimento, perchè gli amministratori di una simile struttura super-efficiente ritengono che ci possano essere ancora dei margini di miglioramento e che questi margini possano dipendenre dal consiglio e dalle segnalazioni dei citttadini-utenti.

Da Italiano, ho la sensazione di essere su di un altro pianeta, sinceramente!
E, al tempo stesso, mi sento un po' vergognato.
Mi chiedo: è mai possibile che noi siamo in grado di produrre solo cose che hanno sempre del disordine intrinsecamente incluso nella loro struttura oppure tali da essere approssimative, sempre sul filo dell'inefficienza e della mancanza di professionalità?
E ciò, aaccade malgrado il fatto che ci siano dei professionisti bravissimi che ce la mettono tutto per rendere ai cittadini un buon servizio.
Diciamo pure che il nostro è un pianeta in cui si sentono inevitabilmente il peso schiacciante di carenze derivanti dal fatto che in Italia la politica si infiltra dovunque, riuscendo a controllare ogni cosa, tramite gli amministratori e i dirigenti di più alto grado tutti di nomina politica.

E' chiaro che, procedendo in questa direzione, il sano ed efficace pragmatismo anglosassone diventa inapplicabile e che la ricerca della buona qualità dei servizi finisca con il diventare una farsa con piena mortificazione di quegli operatori che vorreebero essere operosi, volenterosi e al servizio dei cittadini, dal momento che gli amministratori sono preoccupati di sviluppare azioni utili più che altro alla "politica della vetrina" e certamente non estendibili al di là del loro breve mandato,
Ed è chiaro che in questo modo anche le eccellenze vengono mortificate e sminuite.
E' facile capire perchè alcuni dei nostri migliori se ne vadano altrove, dove professionalità e capacità sono valorizzate e comprese e dove queste qualità si possono estrinsecare al meglio.

 

 

Pianeta Salute in Italia. Approssimazione e politica delle vetrina impediscono uno sviluppo al passo con gli standard europei

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14 febbraio 2012 2 14 /02 /febbraio /2012 21:31

Andrew_howe_con_Kinder_Bueno.jpgSempre di più, la pubblicità è l'anima di tutto ed è la cornice in cui maturano scelte e preferenze.

Si vedono spesso degli spot pubblicitari ben confezionati ed accattivanti che, a tutti i costi, devono indurre il consumatore a preferire quel prodotto e non un altro. Spesso, per andar dritti allo scopo ci si avvale di testimonial prestigiosi: uomini dello spettacolo (si vedano gli spot con George Clooney, per fare un esempio) o sportivi di vertice. In entrambi i casi questi personaggi vengono scelti per il loro carisma e per il fatto che il consumatore vedendo che tali personaggi prediligono il prodotto pubblicizzato si sentiranno spinti con forza ad operare la stessa scelta, specie se il messaggio convogliato dal testimonial eccelso ne ribadisce la bontà, l'efficacia e la forza.

A tal proposito sono rimasto esterefatto nel vedere un nuovo spot pubblicitario dei Kinder Bueno in TV.
L'ambientazione è un panificio la cui vetrina espositiva (il banco di vendita) è piena  zeppa di pani do ogni tipo e forma e di un'altrettanto grande varietà di dolci da forno.
Ci sarebbe solo da superare l'imbarazzo della scelta per fare una sana e robusta merenda.
Dopo una prima carrellata sull'esuberanza dei prodotti in vendita, l'occhio delle videocamera si sposta dietro  al bancone, davanti al quale ora ci sono due giovani, - due clienti - un uomo e una donna. Non ricordo se l'uomo sia Howe che è stato testimonial pubblicitario del Kinder Bueno in una precedente campagna.
Lei vuole palesemente fare merenda e non sa cosa scegliere. Appare esitante e capricciosa.
La videocamera alterna le riprese in dettaglio dei tanti prodotti esposti con quelle del volto di lei che sembra essere sempre più corrucciato e scontento (con il suggerimento più ch esplicito che non trova ciò che preferisce, nulla che veramente la tenti), sino a che viene intercettato un vassoietto sul quale sono posati degli inconfondibili Kinder Bueno, nei loro artificialissimi incarti di plastica, con rapida ed istantanea zoomata in avanti.
A questo punto, la videocamera intercetta, assieme, in un campo più lungo- grazie all'uso del grandangolo - i Kinder Bueno e il volto della ragazza che , nell'avvistare il celestiale prodotto (che sembra essere lì, solo per lei, per soddisfare il suo desiderio, s'accende all'improvviso di entusiasmo e di voglia quasi sensuale.
Il gioco è fatto.
Una voce fuori campo commenta sul potere nutritivo del prodotto e sulla sua bontà per il palato.
Nella scena successiva si vede la ragazza che, con lussuria, rompe l'incarto e addenta il Bueno, beandosi e, visibilmente, andando in sollucchero.
I meravigliosi prodotti da forno rimangono abbandonati e negletti.
Mi sembra che questa sia una pubblicità davvero menzognera e manipolativa delle giovani menti a cui è in primo luogo indirizzata.
I dolci da forno sono incomparabilmente più buoni e molto meno impestati da sostanze chimiche, da coloranti, dolcificanti e conservanti vari.
Sono nutrienti e sono buoni.
Altrettanto si può dire del pane che oltre ad essere una sana integrazione dei nostri pasti, da solo - specie se appena sfornato, o fatto rinvenire in forno o nel tostapane, può essere mangiato da solo, oppure condito con il miele, con la marmellata, con la nutella, oppure con l'olio e un po' di sale, o anche con un velo di burro e una spolverata di zucchero cristallino.

In confronto al Kinder Bueno, ma anche rispetto ai dolci da pasticceria -  più sofisticati - dolci da forno sono abbastanza economici. Non parliamo poi del pane schietto che, garantendo un ottimo rapporto qualità/potere nutritivo/prezzo, rappresenta probabilmente la miglior merenda di sempre (e, forse, in assoluto, la più sana.
 Che razza di messaggio si trasmette ai più piccoli che sono facili a bersi tutte le menzogne che vengono sparate del medium televisivo?
Verso quale mondo andiamo, lasciando che le nostre menti vengano inquinate da un simile obbrobrio?
Insomma, secondo me, questo spot pubblicitario è da censurare, come menzognero e mistificatorio. Non credo che, nella realtà, uno sportivo di vertice come Andrew Howe si alimenti con questo tipo di prodotto che è tutto, fuorchè naturale e sano. Anche in questo campo, probabilmente, continua a valere il detto ippocratico "Il meno è il meglio"...
Anche se, sicuramente, lo spot in questione andrebbe premiato per il suo potere di mistificazione e di capacità di persuasione occulta.

IL che è davvero un paradosso: pessima pubblicità, ottima pubblicità.

Dipende dal punto di vista che si adotta nell'esaminarla.

 

kinderbueno.jpgKinder Bueno è il nome di una barretta di cioccolato prodotta dalla Kinder, linea dedicata al cioccolato della Ferrero. Si tratta di un wafer ripieno di crema alla nocciola e ricoperto di cioccolato al latte. Kinder è la parola tedesca che sta per "bambini" mentre Bueno è la parola spagnola che sta per "buono".
Nato in Germania, il Kinder Bueno fu lanciato sul mercato nel 1990 e venne presto reso disponibile in Brasile, Argentina, Colombia, Messico, Malesia, Singapore, Israele e Grecia da metà anni novanta. La distribuzione si allargò anche all'Italia, Spagna ed alla Francia nel 1999 ed al Canada, all'Australia ed al Regno Unito dal 2004. Il prodotto è anche reperibile in Croazia, Slovenia e Serbia. Abbastanza rara è la sua presenza negli Stati Uniti.
Varianti. Dal 20 agosto 2006 la Kinder ha lanciato sul mercato una variante del Kinder Bueno, il Kinder Bueno White, che è ricoperto di cioccolato bianco e ripieno di crema al latte; inizialmente era una versione limitata, che poi è stata venduta stabilmente.
Promozione. La promozione del prodotto è stata affidata in Europa ad alcuni campioni dello sport, utilizzando lo stesso format ma protagonisti diversi a seconda del paese di messa in onda della pubblicità televisiva. Fra gli altri si possono citare i giocatori di basket Boris Diaw e Tony Parker, il calciatore Didier Drogba e l'atleta Andrew Howe, per la campagna pubblicitaria mandata in onda in Italia.

 

Questo è il videclip della precedente campagna pubblicitaria: la ragazza sceglie Kinder Bueno, scartando altri prodotti più naturali e genuini. Andrew Howe, con il suo carisma di campione, conferma la giustezza della sua scelta (la scenetta è ambientata davanti ad un distributore automatico di merendine).

 

 

 


 
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24 maggio 2011 2 24 /05 /maggio /2011 18:15

aism logoIn occasione della Settimana nazionale sulla Sclerosi Multipla, la sezione provinciale di Palermo AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla) apre le sue porte alle persone con Sclerosi multipla, alle loro famiglie ed ai loro amici.

Il 28 maggio, a partire dalle 9.00 l'Aism di Palermo darà vita ad una giornata totalmente dedicata alle persone con SM presso i locali della propria sede ,in via Spinasanta 170.

La giornata si svolgerà secondo il seguente programma:

0re 9.00 - Incontro di informazione medico-scientifica con i referenti dei centri di riferimento della nostra Provincia con dibattito aperto.

Contemporaneamente, avrà luogo un'estemporanea di moda degli stilisti Gianni Leonardi e Laura La Venuta. Pittura del corpo di Fabio Pannizzo e Angelo Corrao, il tutto accompagnato dalla musica e dalla voce del maestro Antonella Infantino, grande soprano palermitano, del Conservatorio di Palermo.

Poi ancora, una mostra di merletti artigianali creati da una nostra volontaria, la signora Coronati che ha dedicato le sue opere al finanziamento dei servizi rivolti alle persone con sclerosi multipla della nostra città.

Inoltre, sarà possibile assistere alle dimostrazioni di trattamenti shiatsu degli operatori della Accademia siciliana Shiatsu

Il tutto si concluderà con un cocktail generosamente offerto da Ottica Ocularium Palermo.

Per info e contatti, Sezione Provinciale di Palermo AISM 091.6912030, al quale numero è oppurtuno dare la propria adesione.

  


L'AISM è l’unica organizzazione in Italia che interviene a 360 gradi sulla sclerosi multipla, per:

 

1. promuovere e finanziare la ricerca scientifica sulla malattia;

2. fornire servizi socio-sanitari alle persone con sclerosi multipla e alle loro famiglie;

3. rappresentare e affermare i diritti dei 54.000 italiani colpiti dalla malattia.

L’AISM è una ONLUS, Organizzazione Non Lucrativa di Utilità Sociale, che da 40 anni opera su tutto il territorio italiano. Dal 1998 è affiancata dalla FISM, Fondazione Italiana Sclerosi Multipla, anch’essa ONLUS, istituita per continuare a finanziare e promuovere la ricerca scientifica sulla malattia. È per questo che lavoriamo con l’obiettivo di avere un mondo libero dalla sclerosi multipla.

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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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