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24 gennaio 2017 2 24 /01 /gennaio /2017 10:03
A testa alta alla meta

La mamma un giorno mi disse...
In uno dei suoi ultimi giorni la Mamma mi chiese scusa.
"Scusa per cosa?" - le chiesi.
"Ti chiedo scusa - replicò - per tutte le volte che ti ho trascurato per occuparmi di più di tuo fratello, per tutte le volte che non ti ho ascoltato quando avresti voluto parlarmi...".
Io, conciliante, le dissi: "Ma no, mamma! Cosa dici! Non ti devi scusare di nulla. Hai fatto sempre il meglio e Salvatore ha sempre avuto più bisogno di me di cure e di attenzioni".
Dissi così, anche se in cuor mio sapevo - e so - che a causa di mio fratello portavo dentro di me di una grande ferita emozionale, che nel corso degli anni mi era stato possibile lenire, ma mai far guarire del tutto. Quanto volte ero entrato con entusiasmo a casa loro per raccontare una cosa bella che mi era appena accaduta e mi ero dovuto ritrarre accigliato e affranto, perchè erano occupati a fare qualcosa di importante: una delle tante cose di cui mio fratello si occupava con assoluta dedizione e in cui trascinava mia madre, sempre accanto a lui!
Ma alla mamma non dissi nulla, perchè non volevo che dovesse portare negli ultimi giorni il fardello del mio scontento e della mia delusione.
A questo punto la mamma continuò: "Con tuo padre abbiamo tentato diverse strade. All'inizio avevamo deciso che avremmo fatto soltato quello che potevamo fare tutti assieme.
Ma, man mano che Salvatore cresceva e aumentavano le difficoltà nel gestire la sua disabilità, ci siamo anche resi conto che avremmo dovuto escludere troppe cose e che, quindi, tu ne avresti sofferto, ne saresti stato troppo penalizzato. Quindi, abbiamo cominciato a decidere di fare delle cose appositamente misurate per te. Ed è così che è cominciato la stagione dei nostri viaggi assieme: Papà rimaneva a casa con Salvatore e noi due partivamo assieme, o viceversa
" (anche se le occasioni in cui sono partito con papà. io e lui da soli sono state rarissime, forse giusto un paio).
"Ma per il resto, dovevate avere le stesse cose - aggiunse - libri giornaletti, giochi, ognuno secondo le proprie preferenze, ma sempre in modo egualitario".

La mamma mi chiese scusa, quella volta: e forse sarei dovuto essere io a chiedere scusa per tutte le volte che, una volta cresciuto, ero fuggiro e mi ero appartato da loro, seguendo le mie vie.
Nino Salvaneschi, Breviario della Felicità, Corbaccio, 1940

Mettendo ordine nella stanza della mamma e riorganizzandola, ho trovato di recente proprio in uno scomparto del suo comodino due piccoli volumi: uno era un'edizione di Siddharta di Hermann Hesse, l'atro un esile libricino di Nino Salvaneschi, dal titolo "Breviario della Felicità" (Casa editrice Corbaccio, 1940). Quest'ultimo, in particolare, si presentava usurato da una lettura costante e assidua, alcuni passaggi segnati con tratti di matita.

Sfogliandolo, ho pensato che queto volumetto avesse potuto essere per la mamma una sorta di guida spirituale.
Le date sono importanti. Salvatore nacque nel 1947 e solo dopo qualche mese dalla nascità papà e mamma ebbero contezza del problema neurologico di mio fratello; forse la mamma possedeva già quel volume, oppure si trovo a comprarlo successivamente alla nascita di mio fratello, quando brancolava alla ricerca di un appiglio per potere sostenere il dolore di avere un figlio con una malattia (e la speranza di una cura - e di una possibile guarigione - animò a lungo entrambi i miei genitori che intrapresero viaggi alla volta di santuari dove agivano i luminari della neurologia di quel tempo e lunghe permanenze alla ricerca di un'impossibile cura).
Ho provato diverse volte ad immaginare lo stato d'animo dei miei genitori di fronte al deficit neurologico di mio fratello e alla constatazione che malgrado tutti i tentativi non ci sarebbe stata una cura possibile, considerando i miei di stati d'animo relativi a mio fratello (intrisi di dolore, di costernazione per l'impossibilità per lui di avere una vita normale e di desideri e sogni impossibili: spesso mi ritrovavo da solo chiuso in bagno (o in un altro luogo appartato di casa) a piangere per lui - sì, lo dico senza vergorgnamene - e riflettevo costantemente sul fatto che loro non s'erano mai piegati, nemmeno per un istante, affrontando tutte le difficoltà e la cattiva sorte a testa alta, come se - quasi in un rovesciamento paradossale del senso comune - avessero ricevuto un dono che li avrebbe indotti al cimento e a dare il meglio di se stessi, ad essere migliori.
Ambedue accettavano il loro fardello e non si sono mai piegati sotto il suo peso, mantenendo sempre un'attitudine positiva.
Mia madre, poi, sino all'ultimo.
Quando stavamo in una casa senza ascensore, sino ai miei 12 anni, quando si trattava di uscire, mio padre semplicemente si caricava mio fratello sulle spalle e lo portava giù sino all'auto: e non accettava l'aiuto di nessuno. Era suo quel fardello, non di altri. Ma c'era della gioia in quello che faceva, come se portare il fardello fosse un dono ricevuto e uno stimolo ad essere migliore, più forte.
Ma nello stesso tempo, i miei genitori mi hanno insegnato che in una situazione simile il fardello da portare con gioia e senza alcun senso di costrizione è di tutti, deve essere condiviso - e non può che essere così.

Nino Salvaneschi (1886-1968), giornalista di una certa fama nell'immediato dopoguerra, per alcuni scritti soprattutto quelli elaborati nel corso di una lunga malattia e quelli scaturiti dalla successiva esperienza di una cecità sopraggiunta, divenne - senza volerlo - un maestro spirituale a metà tra il cristianesimo e il buddhismo che cercava di insegnare la ricerca della felicità in mezzo alle difficoltà, ai tormenti, alla malattia.
E credo che la mamma abbia trovato in questo libretto di pensieri ed aforismi una guida e un supporto nei primi anni della costituzione della sua nuova famiglia e di vita di mio fratello, ma anche un aiuto per lenire il forte dolore di fronte alla consapevolezza ineludibile della malattia di mio fratello.
Voglio citare qui i paragrafi finali del libro; secondo molto significativi per comprendere a fondo la vita e le opere di mia madre:


"Credo che nella traversata della vita le sventure siano le isole alle quali temiamo di approdare; ma se vi siamo sospinti dal vento del destino e se sappiamo, nella nostra lieve sfortuna, vedere un pallido riflesso del dolore rigeneratore del mondo, le isole della sventura saranno le isole azzurre del nostro breve viaggio.
(...)
Forse la felicità è ancora un peccato d'orgoglio, ma chiunque tu sia, a qualunque punto della tua vita tu sia giunto, qualsiasi cosa costi, questo solo conviene rammentare: bisogna giungere a fronte alta alla propria meta
" (ib., p.110).

 

Credo che la mamma abbia sempre cercato di conformarsi a questo positivo orientamento, quello di volgere le sventure in piccole isole di azzurro e in approdi nei quali comunque si potea trovare la felicità, a testa alta, senza auto-commiserazioni.

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24 gennaio 2017 2 24 /01 /gennaio /2017 08:48
La Strada

Tutti muoiono,
prima o poi

Pietra su pietra,
sotto il sole
o sotto la pioggia,
si edificano muri;
armati di zappa e di piccone
si scavano fossi
per mettervi a dimora giovani alberi;
oppure si scrivono libri
o si tracciano oscuri scarabocchi

augurandosi che muri e alberi
libri e scarabocchi
sopravvivano all’oblio

Ho sognato di essere su di una lunga strada
distesa a perdita d’occhio

Camminavo e camminavo
senza sentire la fatica

Non sapevo quando il mio andare fosse iniziato
né dove avrebbe avuto termine
C’era soltanto quella strada infinita
tracciata attraverso una vasta pianura
di cui non potevo mai vedere la fine
irraggiungibile come l'orizzonte lontano
I giorni si succedevano ai giorni
e nulla cambiava

C’era solo il cammino
e la successione misurata dei miei passi,
mentre sospingevo innanzi un carrello della spesa
con tutti i miei averi dentro
e le ruote cigolanti

Da dove venivo?
Dove andavo?
Non so

Soltanto questo so:
che quella strada è la vita

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29 dicembre 2016 4 29 /12 /dicembre /2016 16:58
La vita clandestina dei sogni
La vita clandestina dei sogni
La vita clandestina dei sogni
La vita clandestina dei sogni
La vita clandestina dei sogni
La vita clandestina dei sogni
La vita clandestina dei sogni
La vita clandestina dei sogni

I sogni
come le nuvole
vanno e vengono

Ti visitano ogni notte,
ma non hai quasi mai una presa salda su di essi

Svaniscono come una lieve rugiada
evapora via al primo calore del sole
senza lasciare traccia
(e se questa rimane è effimera)
Persino quando li ricordi e li trascrivi,
a distanza di tempo
ti sembrano estranei al te e al tuo essere

Come se il tuo sognare
fosse quello di un'altra persona
con la quale non hai alcuna dimestichezza

E, quindi, c'è un'intera parte della nostra vita
- quella del sogno - che, salvo rare eccezioni,
rimane a noi totalmente preclusa

Nei sogni si dipana un'altra esistenza, parallela,
della quale soltanto di tanto in tanto
possiamo cogliere sprazzi meravigliosi e iridiscenti
Perchè tutto quello che accade nel sogno
è come un film proiettato sullo schermo della mente
che parla ogni, volta, di vicende
a cui guardiamo con curiosità,
raramente con spavento o con terrore

Il territorio del sogno è anche quello della nostalgia
e del desiderio

Forse anche per questo il contenuto dei sogni
deve sempre essere dimenticato
per rinnovarsi di continuo in molteplici forme,
poiché sia la nostalgia sia il desiderio
sono potenzialmente infiniti,
never ending,
e fanno da motore inesauribile
della nostra vita interiore e della nostra ricerca

I sogni sono la nostra Via Lattea
E, in essi, noi siamo i vagabondi delle stelle,
ma ci è precluso tracciarne una mappa

Disvelamento
Disvelamento

Disvelamento

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29 dicembre 2016 4 29 /12 /dicembre /2016 07:05
Una giornata a Capo Zafferano, luogo della nostalgia e della memoria
Una giornata a Capo Zafferano, luogo della nostalgia e della memoria
Una giornata a Capo Zafferano, luogo della nostalgia e della memoria
Una giornata a Capo Zafferano, luogo della nostalgia e della memoria
Una giornata a Capo Zafferano, luogo della nostalgia e della memoria
Una giornata a Capo Zafferano, luogo della nostalgia e della memoria
Una giornata a Capo Zafferano, luogo della nostalgia e della memoria

(Maurizio Crispi) Domenica 27 novembre, rifuggendo dalla consueta routine fotografica delle solite e sempre eguali gare podistiche locali, mi sono ritrovato a trascorrere quasi un'intera  giornata  a  Capo Zafferano: malgrado la pioggi a violenta della notte, una giornata di caldo e sole, che mi hanno spinto a scendere a mare, benchè avessi delle faccende da sbrigare.
Daprima, mi sono soffermato sulla spiaggetta del "Lido del carabiniere", del tutto deserto: ma poi ho  - sentendo il desiderio di muovermi in un'atmosfera che prefigurava il ritorno all'estate, ma senza il caos e la baraonda dei gitanti al mare ho deciso di affrontare una passeggiata verso il Faro, dove non andavo da circa un secolo.
La cappella di Capo ZafferanoMentre mi ero avviato da poco, bypassando il tratto iniziale della stradella che era stato allagato dalla pioggia recente (non volevo bagnarmi i piedi: e qui confesserò che non possiedo quella voluttà in ciò che è tipica del provetto trailer) dalla scogliera, ho intravisto Roberto Magnisi che portava in passeggiata il cane di famiglia (lui e Lara li avevo poco prima inconttrati sulla strada asfaltata al termine della loro corsa di allenamento e avevamo scambiato quattro chiacchiere (ma non di corsa, tengo a precisare: con loro si può sempre parlare di tante cose diverse).
Quindi, con questo reiterato nuovo incontro, entrambi in compagnia dei rispettivi cagnoli, abbiamo deciso di proseguire assieme la passeggiata. Gli racconto alcune delle mie memorie del periodo in cui ogni anno a partire da qualche anno dopo la morte di mio padre venivamo qui in villeggiatura: e gli racconto delle mie frequenti escursioni al Faro oppure sino alla cima della montagna, seguendo una vecchia mulattiera militare che a zig zag facendo dei gomiti strettissimi si inerpicava sino alla cima.
Arrivati alla cappella, aggettante sul mare, in una posizione stupenda, ci siamo fermati sul piccolo belvedere delimitato da una ringhiera di ferro battuto a contemplare il paesaggio.
Il nostro sguardo si  è disteso con facilità verso l'orizzonte che pareva infinitamente lontano e dilatato: Il mare e il cielo sono tanto azzurri da far male agli occhi.
Una barca a motore fende la superficie d'acqua tranquilla non turbata da una bava di vento, lasciando al suo passaggio una traccia di spuma bianca che persiste a lungo come una cicatrice.
La piccola cappella è stata intonacata di recente di bianco, un bianco, anch'esso accecante nel sole, che si può vedere soltanto in alcune isole della Grecia.
Il nostro sguardo si è volto alla montagna e ho detto a Roberto che mi sono sempre chiesto se da qui, salendo sulla scarpata, vi fosse un possibile passaggio verso l'altro versante
E Roberto mi ha preso di contropiede, dicendomi all'istante: "Andiamo a vedere!". E così eccoci ad inerpicarci sulla parete del monte, una pendio piuttosto scosceso, praticabile ma ripido e accidentato, pieno di massi, di fitti cespugli di disi, di arbusti troppo cresciuti e dai rami pungenti, di buche inaspettate..
Malgrado le difficoltà, abbiamo continuato ad ascendere, passo dopo passo e al nostro sguardo si è andata aprendo a vastità immensa dell'orizzonte.
Mentre noi sgobbavamo i cani si divertivano e ci precedevano ansimando con allegrezza, talvolta imboccando percorsi per loro non agevoli e facendo retromarcia per imboccare una strada più percorribile.
Sul monte...Ma poi, alla fine, Roberto ha avvistato (per tempo, per fortuna) un nido di vespe e qualche sentinella alata in perlustrazione: la discesa è stata precipitosa.
Rudely interrupted! Ma ho il sospetto, guardando la conformazione del monte, che arrivati al ciglio della scarpata, dove si poteva immaginare un possibile punto di aggiramento (ma senza averne la certezza) ci saremmo trovati ad un muro di roccia invalicabile. Ma è pur vero anche che le cose bisogna anche andare a vederle, per convicersene di persona. Ed annche: tentar non nuoce...
La nostra impresa è così rimasta a metà: il suo compimento sarà per una prossima volta. Con la montagna rimane un conto aperto...
Ma è stato bello provarci.
Dopo questa mezza impresa, ma contenti per aver raccolto il cimento, io e Roberto ci siamo congedati per riprendere ognuno la sua strada, lui per casa, io per la spiaggetta dove ho potuto godere un meritato riposo, crogiolandomi al sole.
Al ritorno al villino, mi è rimasto da fare il lavoro che avevo soltanto dilazionato.
Quando ho finito con i miei doveri contadineschi, sono ripartito per Palermo, ricevendo in  premio lungo la via del ritorno alcune straordinarie vedute del Golfo di Palermo all'imbrinere, sovrastato da possenti coltri di nubi che si coloravano del tramonto, dal punto di osservazione privilegiato che è il borgo marinaro de L'Aspra
Capo Zafferano è per me un luogo dei ricordi: per me, tuttavia, i ricordi non sono d'infanzia,  ma un po' più recenti, perchè abbiamo cominciato a passare le estati a Capo Zafferano  (oggi, nella toponomastica, Contrada Urio) attorno al 1975 e poi abbiamo mantenuto questa consuetudine sino al 2004 circa, quando la mamma non si è più sentita di stare per giorni interi sola con mio fratello... visto che io potevo andarci solo nei fine settimana (e non sempre).
Ma ora quei tempi si sono rinverditi, per fare vivere la casa ho cominciato ad accogliere (ancora occasionalmente) degli ospiti e, quindi, per i check-in e per i check-out sono costretto ad andarci di continuo, oltre che lavorarci attivamente per tenere tutto in ordine.
In ogni caso, per me questa casa (e i luoghi che la circondano) sono un posto della nostalgia, poichè il periodo più intenso della sua frequentazione per me è stato quello collocabile  in quella terra di nessuno tra la fine degli studi universitari e l'inizio di una vera ed intensa attività lavorativa, in procinto di attraversare quella conradiana "linea d'ombra", tra l'adolescenza spensierata e l'adultità con la prime e dolorose assunzioni di responsabilità...

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7 novembre 2016 1 07 /11 /novembre /2016 08:13
L'Assenza

Ieri, domenica, mi sono ritrovato ad andare a piedi sino in centro città.

A dire il vero, avrei voluto andarci in bici, ma scendendo nel sottoscala per recuperare la bici che spesso ripongo lì, più che altro per pigrizia, per non dovere a prire e chiudere la porta del box (ma ritenendo che lì possa stare in assoluta sicurezza), ho scoperto che mi era stata rubata. No bici! al suo posto, uno spazio vuoto e quella curiosa sensazione di straniamento, quando ti accorgi che un oggetto che sei abituato a vedere in un certo contesto, è assente.

Un ultima passeggiata con mio fratelloNiente bici, dunque. Che fare?

Di prendere l’auto non se ne parlava.

Non sopporto di usarla per andare in centro.

E allora? Mezzo pubblico? No, per me poco pratico. Figuriamoci: non so nemmeno dove si acquistano i biglietti del bus.

A piedi, allora, con i buoni, vecchi “cavalli di San Pietro”. E mi sono incamminato. Sia all’andata, sia al ritorno mi sono ritrovato a pensare a tutte le volte che, dopo la morte della mamma, con mio fratello Salvatore siamo andati in centro città per una semplice passeggiata o per vedere un film. Io nei panni dello spingitore.

Grande nostalgia... e senso di vuoto.

Ma anche: mancanza delle scarne ma essenziali conversazioni che andavano avanti tra noi durante lo spingimento. C’è da chiedersi a volte se un disabile che è sospinto da uno spingitore abituale nella sua carrozzina sia realmente ed incontrovertibilmente dipendente dal suo spingitore. O se, piuttosto, non sia vero il contrario che, cioè, sia lo spingitore ad essere dipendente da colui che spinge.
 

Questa tesi sarebbe avvalorata dalle forti sensazioni di “manque” che avverte lo spingitore nel momento in cui è privato dalle vicissitudini della vita del suo sospinto.
Si tratterebbe, forse, del concretizzarsi d’una condizione di co-dipendenza, come nel caso di uno che sia monco delle braccia e che prenda a portare sulle sue spalle, nella realizzazione di un sodalizio di mutuo aiuto, uno che essendo monco degli arti inferiori, abbia invece la piena funzionalità degli arti superiori.

Bisogna riadattarsi a non poter essere più spingitore.
Il rovesciamento è che, mentre io pensavo di fare qualcosa per mio fratello, impossibilitato dalla nascita a camminare, era lui in verità che faceva qualcosa per me. Come, ad esempio, in tutte le circostane in cui stavo con lui nel soggiorno a leggere e a dormicchiare in poltrona, nelle domeniche pomeriggio, per non lasciarlo da solo - pensavo - e per dargli compagnia. In verità - io credo - che fosee lui con la sua presenza silenziosa e non richiedente a darmi compagnia e a non farmi sentire da solo.

Misteri buffi e, assieme, tragici della vita.

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28 ottobre 2016 5 28 /10 /ottobre /2016 23:28
The Fall (La caduta)

Cadere
rovinare a terra
capitombolare
Male, male, male
Rialzarsi
reprimendo il dolore delle ammaccature,
un po' di sangue
una mano e un gomito sbucciati
ossa dolenti
Ma niente di rotto
Scampato pericolo
e riflessione sulla vulnerabilità

 

Comincio ad essere angustiato
per ciò che all'improvviso potrebbe capitare,
quando meno te lo aspetti
Chi si preoccuperà per me
se dovesse accadermi qualcosa di grave?
Chi verrà a cercarmi?
Chi proverà a chiedere come sto,
allarmandosi se non rispondo al telefono?
Potrei morire,
e nessuno per molte ore ne saprà nulla
In un posto isolato
oppure a casa
chiuso in una stanza
con la porta sbarrata

Un anziano scultore,
vecchio canottiere,
sino ad un'età avanzata,
soleva andare in mare per lunghe e lente vogate
ma prima di ogni uscita
diceva ai più giovani e prestanti vogatori
del circolo: "Picciotti, se abbatto mentre vogo,
riportatemi a terra
!"
E i giovani tra loro ridevano
di quella che ritenevano soltanto
una senile stravaganza

Ma, pur apprezzando la lungimiranza di qualcuno,
é pur vero che ognuno muore da solo

 

Ho rivisto Gran Torino
e il suo finale mi ha fatto commuovere
sino alle lacrime,
come la prima volta in cui l'ho visto
Adesso che sono più vicino
di molti passi ad una conclusione,
posso capire e sentire meglio
l'attesa della fine
intessuta di fili di speranza
Trasmettere qualcosa
di ciò che si è fatto
e porre il bastone del testimone
nelle mani di chi seguirà,
questo è ciò che conta
per poter dire serenamente
che non si è vissuti invano
e che l'esistere ha avuto un senso

 

E intanto la Terra
ha tremato ancora

Amunì!

The Fall (La caduta)
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27 ottobre 2016 4 27 /10 /ottobre /2016 08:33
(Autunno sul mare. Foto di Maurizio Crispi)

(Autunno sul mare. Foto di Maurizio Crispi)

Pioggia lieve,
poche gocce sparse
che cadono in silenzio

 

E il vento soffia caldo,
in folate impetuose

 

Appena un po' più forte
e sarei sollevato da terra
come un fuscello
o come Dorothy del Kansas
e trasportato via in un turbine di foglie d'autunno

 

Nuvole

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14 ottobre 2016 5 14 /10 /ottobre /2016 08:44
Ci sono notti

Ci sono notti insonni
piene di sussurri e di rumori striscianti
- le case, si sa, hanno una vita propria
e respirano, eruttano, producono borborigmi e gorgoglii -

Notti di erranza,
In cui la lettura non è di compagnia
e nemmeno la musica serve
né tantomeno affacciarsi a guardar le stelle
e la luna, se c'é

Si può stare soltanto con gli occhi sbarrati nel buio,
in attesa del sonno che non arriva

Si risvegliano paure ancestrali

 

E c'é l'ansia della fine
che è paura e desiderio
impastati assieme,
schiacciato dal senso di solitudine,
quella solitudine che si fa anche macigno
peso sul torace
ad impedire un respiro libero

In queste notti
é come essere naufrago su di un'sola deserta,
quando s'é persa ogni speranza
d'esser trovato
oppure di poter andar via,
avendo rinunciato persino al varo
di messaggi nella bottiglia

Sino a quando Morfeo non riprende il suo primato
(per fortuna)
sino alle prime luci

Ed è un nuovo giorno,
quando la luce riporta con sé
la fiammella della speranza

Le foto sono di Maurizio Crispi

Le foto sono di Maurizio Crispi

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11 ottobre 2016 2 11 /10 /ottobre /2016 09:38
E poi non ne rimase nessuno

Della mia famiglia storica sono rimasto da solo e, poi, come nella storia dei Dieci piccoli Indiani, non ne rimase nessuno...
Mi chiedo qhalche volta: Perchè io? Perchè è toccato a me rimanere da solo a portare il fardello delle memorie familiari?

La mamma IreneUna domanda a cui sono destinato a non avere risposta.
Se potessi parlare con mia madre, lo chiederei a lei e, forse lei, con la ua saggezza saprebbe darmi una risposta soddisfacente.
Se punto lo sguardo al passato vedo la mia famiglia storica di cui sono rimasto l'ultimo rappresentante.
Se lo volgo al futuro vedo che ci soo i miei due figli, Francesco e Gabriel.
Non so se loro vorranno prendere questo carico, portarlo con sé e tramandarlo.
Spero di sì, ma non posso dirlo con certezza. Se lo faranno, sarà una loro decisione e lo faranno perchè sentiranno di farlo. Non so se questo accadra. Forse sì, forse no..
Ed è per questo che, proprio adesso, mi sento l'ultimo sopravvissuto.
Quando sei un sopravissuto, pensi - piuttosto - a tutto quello che non c'è stato e avrebbe potuto essere, a tutte le parole non dette, ai silenzi e alle incompensioni che adesso vorresti potere risolvere, ma non hai più gli interlocutori per poterlo fare.

L'altro giorno - mi ritrovavo al cimitero di Sant'Orsola per un evento luttuoso, la morte di un caro amico - e dopo la messa funebre e l'ultimo saluto, sono andato a visitare la sepoltura dei miei cari.
Mi sono seduto sulla lastra tombale con i loro nomi scritti in lettere di bronzo e lì sono stato fumando una sigaretta in compagnia della mamma, di Tatà e di tutti gli altri che lì giacciono.

Salvatore nel giorno del suo 65° compleanno. Le altre due foto sono state scattate in occasione del 90* compleanno della mamma.

Salvatore nel giorno del suo 65° compleanno. Le altre due foto sono state scattate in occasione del 90* compleanno della mamma.

Dieci poveri negretti
se ne andarono a mangiar:
uno fece indigestione,
solo nove ne restar.
Nove poveri negretti
fino a notte alta vegliar:
uno cadde addormentato,
otto soli ne restar.
Otto poveri negretti
se ne vanno a passeggiar:
uno, ahimè, è rimasto indietro,
solo sette ne restar.
Sette poveri negretti
legna andarono a spaccar:
un di lor s'infranse a mezzo,
e sei soli ne restar.
I sei poveri negretti
giocan con un alvear:
da una vespa uno fu punto,
solo cinque ne restar.
Cinque poveri negretti
un giudizio han da sbrigar:
un lo ferma il tribunale,
quattro soli ne restar.
Quattro poveri negretti
salpan verso l'alto mar:
uno un granchio se lo prende,
e tre soli ne restar.
I tre poveri negretti
allo zoo vollero andar:
uno l'orso ne abbrancò,
e due soli ne restar.
I due poveri negretti
stanno al sole per un po':
un si fuse come cera
e uno solo ne restò.
Solo, il povero negretto
in un bosco se ne andò:
ad un pino si impiccò,
e nessuno ne restò.

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5 ottobre 2016 3 05 /10 /ottobre /2016 08:16
Un giorno della memoria familiare

(Maurizio Crispi) Il 4 ottobre è una data di ricorrenze per la mia famiglia.
Mio fratello Salvatore è nato il 4 ottobre e oggi avrebbe compiuto 69 anni.
Di papà si celebrava l'onomastico e, nello stesso tempo, dei nostri genitori l'anniversario di matrimonio.
E quindi, in questo 4 ottobre 2016, a tutti loro - anche se non ci sono più - vanno i miei più cari e commossi auguri.
In fondo, queste ricorrenze che rimangono vive nella mente e nel cuore servono a chi rimane per coltivare la memoria di chi non è più.
Ma, se lo sguardo e la memoria devono volgersi al passato per il giusto tributo a chi non è più e agli antenati che sono la nostra ragione di essere in questo mondo, bisogna nello stesso guardare al futuro e occuparsi dei vivi che sono quelli a cui un giorno passerà il testimone e che dovranno mantenere la memoria di noi.
E, quindi, in questo stesso giorno, è caduto l'onomastico di mio figlio Francesco... e ciò rappresenta la parte festosa della giornata per vvere la quale occorrerebbe non isolamento e solitudine, ma condivisione.
Le memorie hanno senso soltanto se possono essere condivise e trasmesse: altrimenti sono condannate a rimanere sterili e non produttive, soltanto una faticosa zavorra da portare sulle spalle.

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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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