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29 novembre 2022 2 29 /11 /novembre /2022 08:36
L'isola delle anime, 2019

La lettura di L'isola delle anime scritto da Johanna Holmström autrice finlandese di madre lingua svedese (nella traduzione di Valeria Gorla) e pubblicato da Neri Pozza, (2019) è stata lenta e laboriosa, a piccoli passi, un capitolo per volta,, ma meritevole di esser fatta. E direi anche istruttiva.
Ho finito di leggerlo qualche tempo fa, ma me ne sono ricordato perché ho fatto dei parallelismi con un romanzo che sto leggendo proprio in questi giorni che è "Il Ballo delle pazze"  della francese Victoria Mas (Edizioni e/o), che è ambientato nella Salpetrière, il grande manicomio parigino che fu lo scenario delle straordinarie teorie e performance ipnotiche del grande Jean-Martin Charcot.
In entrambi i romanzi (con personaggi fiction ma fondati su fatti veri, maggiormente quelli de "L'isola delle anime") si parla del grande internamento manicomiale e dei suoi effetti.
L'internamento manicomiale, per alcuni versi, sin dai primordi ha riguardato prevalentemente le donne, quelle che non si allineavano, quelle che mostravano interessi specifici ritenuti non adeguati alla condizione femminile, quelle che mostravano di voler percorrere vie diverse da quelle tracciate dagli uomini, ma anche le donne che si prostituivano e che davano, per così dire, spettacolo, per non parlare di quelle che si rendevano colpevoli di crimini, alcuni dei quali scaturivano anch'essi da una condizione femminile, vessata e condannata a non poter allungare mai lo sguardo oltre l'orizzonte visibile.
Qui . l'autrice ripercorre - a partire da documenti originali e da epistolari che sono entrati nella struttura di un saggio di una Jutta Ahalbeck-Rehn sulla storia dell'ospedale per malate di mente di Själö dal 1889 al 1944, nato in una sperduta isoletta della Finlandia, attraverso decenni, dalla fine dell'Ottocento (la narrazione parte nel 1891) sino alla chiusura della struttura.

Scrive l'autrice rivolgendosi alla Jutta, autrice di quel saggio: "Senza il tuo studio sulle donne di Själö questo libro non esisterebbe. Il tuo accurato lavoro d'archivio, il tuo incessante scavo e l'instancabile ricerca unite ad un atteggiamento di empatia nei confronti di ciò che hai trovato sono un esempio di quando la ricerca supera il confine della scienza pura e distaccata e si trasforma in conoscenza di ciò che significa essere persone. Grazie per il tuo magico testo. Grazie per aver trovato queste donne e averle affidate alle mie cure" (ib., p. 363, Ringraziamenti dell'autrice).

I personaggi tutti femminili (all'infuori del medico che negli anni ha in carico l'intero presidio e che decide della vita e della durata dell'internamento) che l'autrice tratteggia con delicatezza e verosimiglianza sono sia le degenti/pazienti/recluse sia il personale di sorveglianza e di "cura" tutto femminile. Siamo di fronte nell'un caso e nell'altro ad un unico dolente internamento, ad unica reclusione a vita.
La storia scorre al di fuori, le stagioni si succedono, ma sull'isola che è appunto "l'isola delle anime" del titolo nulla cambia, tutto si ripete immutabile secondo uno schema fisso e del mondo all'esterno, dei grandi accadimenti storici che vi si susseguono giungono soltanto deboli barbagli.
E' facile entrarvi ed essere internate (il più delle volte per decisione di altri), ma uscirne è una cosa complicatissima, praticamente irrealizzabile, salvo che non si verifichino alcune fortunate circostanze tali da sancire per alcune il ritorno nel mondo.


(Risguardi di copertina) Finlandia, 1891. Una notte, ai primi di ottobre, una barchetta scivola sull’acqua nera del fiume Aura. A bordo, Kristina, una giovane contadina, rema controcorrente per riportare a casa i suoi due bambini raggomitolati sul fondo dell’imbarcazione. Le mani dolenti e le labbra imperlate di sudore, rientra a casa stanchissima e si addormenta in fretta. Solo il giorno dopo arriva, terribile e impietosa, la consapevolezza del crimine commesso: durante il tragitto ha calato nell’acqua densa e scura i suoi due piccoli, come fossero zavorra di cui liberarsi. La giovane donna viene mandata su un’isoletta al limite estremo dell’arcipelago, dove si erge un edificio, un blocco in stile liberty con lo steccato che corre tutt’attorno e gli spessi muri di pietra che trasudano freddo. È Själö, un manicomio per donne ritenute incurabili. Un luogo di reclusione da cui in poche se ne vanno, dopo esservi entrate. Dopo quarant’anni l’edificio è ancora lì ad accogliere altre donne «incurabili»: Martha, Karin, Gretel e Olga. Sfilano davanti agli occhi di Sigrid, l’infermiera, la «nuova». I capelli cadono intorno ai piedi in lunghi festoni e poi vengono spazzati via, si apre la cartella clinica della paziente, ma non c’è alcuna cura, solo la custodia. Un giorno arriva Elli, una giovane donna che, con la sua imprevedibilità, porta scompiglio tra le mura di Själö. Nella casa di correzione dove era stata rinchiusa in seguito alla condanna per furti ripetuti, vagabondaggio, offesa al pudore, violenza, rapina, minacce e possesso di arma da taglio, aveva aggredito le altre detenute senza preavviso. Mordeva, hanno detto, e graffiava. L’infermiera Sigrid diventa il legame tra Kristina ed Elli, tra il vecchio e il nuovo. Ma, fuori dalle mura di Själö la guerra infuria in Europa e presto toccherà le coste dell’isola di Åbo.
Magnifico romanzo che muove da un luogo realmente esistito, L’isola delle anime è una commovente storia sul prezzo che le donne devono pagare per la loro libertà. Un inno alla solidarietà, all’amore e alla speranza.
Potente ed evocativo, un romanzo sulla follia, la colpa e la redenzione.

 

Hanno detto (quarta di copertina)
«Ecco come si scrive un vero romanzo. L'equilibrio tra luce e ombre rende L'isola delle anime un romanzo perfetto in tutti i suoi aspetti» - Svenska Dagbladet
«Questo è sicuramente uno dei romanzi da leggere quest'anno» - Vasabladet

 

Johanna Holmström

L'autrice. Johanna Holmström, è nata nel 1981 e cresciuta a Sibbo sulla costa meridionale della Finlandia di lingua svedese. Dal suo debutto a 22 anni, ha vinto il premio letterario Svenska Dagbladet e il premio letterario svedese YLE. Nel 2019 esce L'isola delle anime (Neri Pozza).

Sjalo - The Island of Souls

Sull'ospedale dell'isola di Sjalo è stato realizzato nel 2020 anche un documentario che, immersivo e onirico, esplora la storia e il presente dell’isola baltica Själö “l’isola delle anime”.
Nel 1619, il re Gustavo Adolfo, che trasformò la Svezia in un impero, ordinò la costruzione di un ospedale per i lebbrosi sull’isola. Negli anni successivi, gli anziani, i disabili e i malati incurabili finirono in questo ospedale che, sempre di più, divenne un posto per le donne con problemi mentali – quelle “senza lo spirito di Dio”, come citano i documenti dell’epoca. Nel 1755, l’ospedale fu definitivamente trasformato in un manicomio fino al 1962. Oggi l’ospedale ospita il Centro di ricerca ambientale dell’Università di Turku. In un’estetica sommessa e molto nordica, il regista lascia parlare il vuoto.

 

Il film lo si trova su Netflix

Victoria Mas, Il Ballo delle pazze, Edizioni e/o

Nel 2019, la casa editrice e/o ha pubblicato in traduzione Il ballo delle pazze di Victoria Mas, che in Francia - sempre in quell'anno era stato un vero "caso" letterario.

(Risguardo di copertina) Fine Ottocento. Nel famoso ospedale psichiatrico della Salpêtrière, diretto dall'illustre dottor Charcot (uno dei maestri di Freud), prende piede uno strano esperimento: un ballo in maschera dove la Parigi-bene può "incontrare" e vedere le pazienti del manicomio al suono dei valzer e delle polka. Parigi, 1885. A fine Ottocento l'ospedale della Salpêtrière è né più né meno che un manicomio femminile. Certo, le internate non sono più tenute in catene come nel Seicento, vengono chiamate "isteriche" e curate con l'ipnosi dall'illustre dottor Charcot, ma sono comunque strettamente sorvegliate, tagliate fuori da ogni contatto con l'esterno e sottoposte a esperimenti azzardati e impietosi. Alla Salpêtrière si entra e non si esce. In realtà buona parte delle cosiddette alienate sono donne scomode, rifiutate, che le loro famiglie abbandonano in ospedale per sbarazzarsene. Alla Salpêtrière si incontrano: Louise, adolescente figlia del popolo, finita lì in seguito a terribili vicissitudini che hanno sconvolto la sua giovane vita; Eugénie, signorina di buona famiglia allontanata dai suoi perché troppo bizzarra e anticonformista; Geneviève, la capoinfermiera rigida e severa, convinta della superiorità della scienza su tutto. E poi c'è Thérèse, la decana delle internate, molto più saggia che pazza, una specie di madre per le più giovani. Benché molto diverse, tutte hanno chiara una cosa: la loro sorte è stata decisa dagli uomini, dallo strapotere che gli uomini hanno sulle donne. A sconvolgere e trasformare la loro vita sarà il "ballo delle pazze", ossia il ballo mascherato che si tiene ogni anno alla Salpêtrière e a cui viene invitata la crème di Parigi. In quell'occasione, mascherarsi farà cadere le maschere...

 

Hanno detto

«Con questo ballo in cui le "pazze" sembrano le uniche in grado di sentire davvero Victoria Mas consegna al lettore un romanzo intenso e fiero, che obbliga a spostare i limiti tra normalità e follia e insieme a riconsiderare quanto caro, nel corso della storia, è stato il prezzo pagato dalle donne per essere legittimate a esistere» - Andrea Marcolongo, Tuttolibri

«La casa editrice E/O pubblica quello che è stato il caso letterario del 2019 in Francia, Il ballo delle pazze di Victoria Mas, giovane autrice dalla bellezza molto francese al suo esordio nel romanzo, dopo aver lavorato nella scrittura per il cinema» - Eleonora Barbieri, il Giornale

«Ciascuna delle protagoniste per sopravvivere, nel manicomio, si aggrappa alle proprie convinzioni, anche se sono verità dolorose e difficili da condividere. Ma nella serata surreale del ballo in maschera, quando follia e razionalità sembrano non avere più confini, tutto può diventare finalmente possibile» - Patrizia Violi, Corriere della Sera

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26 novembre 2022 6 26 /11 /novembre /2022 08:30
Philip Roth, Nemesi, Einaudi

Nemesi (Einaudi, Collana Supercoralli, 2011, nella traduzione di Norman Gobetti) è l'ultimo romanzo scritto e pubblicato da Philip Roth, dopo un percorso travagliato che vide (scrivo a braccio) ben 12 stesure, dopo un approfondito lavoro di documentazione. Dopo questo romanzo che ebbe un'accoglienza di critica e di pubblico piuttosto travagliata (come del resto molte delle opere di Roth), l'autore dichiarò che riteneva conclusa la sua esperienza di scrittore.
Mentre la II Guerra Mondiale volge al termine una epidemia di Polio imperversa nella città di Newark, con il suo carico devastante di bambini e adulti infettati, di morti e di esiti drammatici.
Bucky Cantor, insegnante di educazione fisica e istruttore al campo estivo di Newark è al centro della vicenda.
Si occupa dei ragazzini che gli sono affidati, gestendo con carisma il loro tempo, li istruisce nelle pratiche sportive.
L'epidemia comincia a colpire duro gli allievi del campo sportivo che gli è affidato e lui si sente sconfortato, non comprendendo come una simile tragedia possa abbattersi su ragazzini inermi ed innocenti, ed inveisce contro un dio che permette una simile cosa. Nello stesso tempo comincia a perdere fiducia e a provare paura per se stesso (non dimentichiamo che lo steso Presidente degli USA F. D. Roosevelt venne colpito dalla polio e ne guarì, pur con degli esiti, testimonianza vivente che la Polio non risparmiava nessuno).
Cantor, con un percorso tormentato, decide di accettare un ingaggio come istruttore al campo estivo delle Pocono Mountains dove già lavora la sua fidanzata Marcia (e decide di compiere un simile passo dopo un colloquio corroborante con il padre di lei, medico e rappresentante della razionalismo scientifico).
La seconda parte del breve romanzo si svolge in questo idillico scenario, dove Cantor, pur assillato dal senso di colpa per aver abbandonato i "suoi" ragazzi" trova subito un suo brillante inserimento e un suo seguito.
La vita nelle Pocono Mountains sembra idilliaca, senonché anche qui - a lacerare la quiete pastorale di un mondo apparentemente incontaminato - arriva la Polio, con violenza e drammaticità.
Cantor si convince di essere il responsabile di ciò, di essere stato lui l'inconsapevole untore, nel momento in cui - dopo il comparire dei primi casi nel campo estivo - lui stesso si ammala e inizia il suo percorso di recupero lento ed incompleto con esiti di paralisi che ne faranno un uomo del tutto diverso da quello che era stato e da quello che avrebbe potuto essere.
Cantor vivrà il resto della sua vita, immerso nel senso di colpa, in una vita a scartamento ridotto, rinunciando a qualunque scelta esistenziale gioiosa e alla speranza.
Ho trovato questo romanzo splendido, anche per la rappresentazione metafisica del tormento interiore di Cantor che finisce con l'apparire come un moderno Giobbe, vessato da un dio ingiusto e terrifico.
I fatti sono reali, anche se se sono dislocati in un anno in cui non vi fu alcuna epidemia di Polio, ma prendendo come riferimento l'anno in cui si svolge la vicenda, negli USA ve ne furono due (una antecedente ed una cronologicamente successiva) con effetti devastanti in termini di morti e di esiti in paralisi.
E' un libro che fa riflettere, indubbiamente. E credo che vada letto, specie in tempi post-pandemici.
Il romanzo è l'ultimo del terzo volume delle opere complete di Philip Roth, pubblicato nei Meridiani Mondadori, ed è corredato di un'ampia nota esplicativa (un vero e proprio saggio esegetico) che spiega molte cose del testo e lo fa comprendere anche nella sua profondità.

 

(Dal risguardo di copertina) Quasi fosse una discesa nel proprio sottosuolo, Philip Roth racconta la giovinezza a Newark: il vigore dei vent’anni e l’immediata disillusione arrivata con la guerra e la malattia. Lo fa come sempre senza compiangere né se stesso né gli altri, anzi facendo emergere con forza tutte le contraddizioni dell’epoca e i suoi violenti tumulti.
Al centro di "Nemesi" c'è un animatore di campo giochi vigoroso e solerte, Bucky Cantor, lanciatore di giavellotto e sollevatore di pesi ventitreenne che si dedica anima e corpo ai suoi ragazzi e vive con frustrazione l'esclusione dal teatro bellico a fianco dei suoi contemporanei a causa di un difetto della vista. Ponendo l'accento sui dilemmi che dilaniano Cantor e sulla realtà quotidiana cui l'animatore deve far fronte quando nell'estate del 1944 la polio comincia a falcidiare anche il suo campo giochi, Roth ci guida fra le più piccole sfaccettature di ogni emozione che una simile pestilenza può far scaturire: paura, panico, rabbia, confusione, sofferenza e dolore. Spostandosi fra le strade torride e maleodoranti di una Newark sotto assedio e l'immacolato campo estivo per ragazzi di Indian Hill, sulle vette delle Pocono Mountains - la cui "fresca aria montana era monda d'ogni sostanza inquinante" -, "Nemesi" mette in scena un uomo di polso e sani principi che, armato delle migliori intenzioni, combatte la sua guerra privata contro l'epidemia. Roth è di una tenera esattezza nel delineare ogni passaggio della discesa di Cantor verso la catastrofe, e non è meno esatto nel descrivere la condizione infantile.

 

Philip Roth

L'autore. Philip Roth (Newark 1933 - Manhattan 2018) è stato uno scrittore statunitense. Figlio di ebrei piccolo-borghesi rigorosamente osservanti, ha fatto oggetto della sua narrativa la condizione ebraica, proiettata nel contesto urbano dell’America dell’opulenza. I suoi personaggi appaiono vanamente tesi a liberarsi delle memorie etniche e familiari per immergersi nell’oblio dell’attualità americana: di qui la violenta carica comica, ironica o grottesca, che investe anche le loro angosce.
Dopo un primo, felice romanzo breve, Addio, Columbus (1959), e i meno incisivi Lasciarsi andare (1962) e Quando Lucy era buona (1967), Roth ha ottenuto la celebrità con Lamento di Portnoy (1969).
Dopo Il grande romanzo americano (1973, riedito in Italia da Einaudi nel 2014), attacco al mito del baseball, in Professore di desiderio (1978) e Lo scrittore fantasma (1979) Roth è tornato al tema dell’erotismo.
Con Pastorale americana (1997, con cui vince il Premio Pulitzer), Ho sposato un comunista (1998) e Il complotto contro l’America (2004), romanzi che hanno suscitato accesi dibattiti, Roth passa dall’allegoria alla cronaca letteraria della storia nazionale. L’animale morente (2001) – in cui torna Kepesh, protagonista di Professore di desiderio –, La macchia umana (2000, trasposto in film da Benton nel 2003) e Everyman (2007) sono riflessioni più intimiste che, attraverso l’osservazione del corpo e del suo implacabile deterioramento, svolgono la metafora dell’ineluttibilità del destino e dello scorrere rapido del tempo.
Tra i suoi ultimi libri: Il fantasma esce di scena (2007), Indignazione (2008), L'umiliazione (2009), La controvita (2010), Nemesi (2011), La mia vita di uomo (1974; nuova traduzione Einaudi 2011).
Lo stesso Einaudi (il suo editore di riferimento italiano) ha pubblicato anche I fatti. Autobiografia di un romanziere (2013).
Philip Roth è stato tra i favoriti per l'assegnazione del Nobel per la Letteratura.

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21 novembre 2022 1 21 /11 /novembre /2022 09:57
Stephen Leather, Debito di morte, Piemme


Debito di morte, scritto da Stephen Leather (The Bombmaker, nella traduzione di A. Collitto), pubblicato da Piemme è una lettura decisamente coinvolgente con una trama che non dà respiro.
E' il secondo romanzo di Stephen Leather che mi ritrovo a leggere. Il primo è stato "Il sotterraneo", l'opera che ha decretato il suo successo improvviso e travolgente, soprattutto nel mercato degli e-book e di Amazon Kindle.
Ci sono arrivato dopo aver visto un film "The Chinaman", tratto dal suo secondo, omonimo romanzo.
Alcuni dicono che Leather sia bravissimo nel raccontare trame di terrorismo al cardiopalmo, caratterizzate da un abilissimo montaggio, pari soltanto a Frederick Forsyth e a Robert Harris. E, in effetti, così mi è parso leggendo questo "Debito di morte", il cui titolo è in lingua originale - ben più calzante - "The Bombmaker".
La trama è semplice e complessa al tempo stesso. Andrea Hayes, felicemente sposata e mamma di una bambina Katie, si ritrova in una situazione disperata.
La figlioletta viene rapita, ma i rapitori - anziché chiedere un riscatto in denaro - le chiedono di collaborare con loro nella costruzione di un potente ordigno esplosivo nel cuore della City londinese.
Ma perchè accade ciò? Questo l'autore ce lo rivela sin dalle prime pagine, dopo qualche ora dal rapimento: Andrea ha alle sue spalle un passato tragico e scomodo che ha cercato di dimenticare, assumendo un nuovo nome e creandosi una famiglia; ed era stata nella sua precedente vita un'abile fabbricante di bombe.
Si attiva una corsa contro il tempo. 
In maniera del tutto fortuita, all'interno di un meccanismo che avrebbe dovuto essere perfetto ed inviolabile (quello del rapimento di Katie e del terribile dilemma cui viene sottoposta Andie), delle forze contrarie a quello che sembra un percorso segnato ed ineluttabile. 
Il romanzo è suddiviso in lunghi capitoli, ciascuno dei quali corrisponde ad un giorno per un totale di sette giorni. e, nell'arco temporale di ciascuna giornata, il lettore viene condotto in continui cambi di scenario, all'interno di un montaggio quasi cinematografico.
Scritto molto bene, la traduzione di Alfredo Colitto è - come sempre - accurata.
L'unico neo sono le numerose sigle e acronimi che per noi italiani sono, di primo acchito, difficilmente comprensibili, a meno di non fare ogni volta un'apposita ricerca su Google. Non avrebbero guastato delle piccole note redazionali in calce alla pagina.
Un'altra notazione può riguardare la tipologia di trama e lo stile narrativo: Questo romanzo lo si può collocare tra quelle prove narrative che sono estremamente contigue alla cinematografia odierna, soprattutto nel territorio vasto e variegato del genere definibile come action thriller. 
Quindi si tratta, a tutti gli effetti, di sceneggiature che, anziché prendere la via della rappresentazione per immagini, rimangono confinate nel territorio della pagina scritta.
Opere come questa si possono considerare "vera" letteratura? Non saprei. Ma sento di poter dire con certezza, anche per mia esperienza diretta, che queste letture sono un'efficacissima forma di intrattenimento. E noi sappiamo che la letteratura, nelle sue molteplici espressioni, deve anche saper essere "intrattenimento".


#actionnovel #thriller #narrativastraniera

 

(Risguardo di copertina) Dieci anni fa, Andrea Hayes era la migliore nel suo campo. Era giovane, era bella, era spietata. Costruiva bombe per conto dell'IRA: ordigni micidiali che seminavano morte e distruzione. Poi tutto è cambiato, i rimorsi e la paura hanno avuto il sopravvento. Andrea si è trasferita da Dublino a Londra, si è sposata, ha una figlia, è felice... Ma proprio quando tutto sembra dimenticato, il passato torna a bussare alla sua porta. Katie, la figlia adorata, viene rapita; e per riaverla Andrea dovrà sottostare al ricatto crudele di uomini che dimostrano di sapere davvero troppe cose di lei.

 

Stephen Leather

L’autore. Stephen Leather è uno scrittore britannico di romanzi thriller, le cui opere sono pubblicate dalla Hodder & Stoughton. Ha lavorato per programmi televisivi come London's Burning, The Knock, e la serie Murder in Mind della BBC.
Leather è uno degli autori più venduti su Amazon Kindle, ed è stato il secondo autore britannico più venduto a livello mondiale su Kindle nel 2011.
Quell'anno ha venduto 500.000 eBook, ed è stato nominato come una delle 100 persone più influenti nel mondo editoriale britannico dalla rivista The Bookseller.
I romanzi di Leather spesso trattano temi di criminalità, prigionia, il servizio militare e il terrorismo. In genere sono ambientati a Londra e nell'Estremo Oriente. All'inizio della sua carriera come scrittore, Leather scriveva thriller indipendenti, ma in seguito ha iniziato a sviluppare i suoi personaggi e le trame attraverso la serie, con generi leggermente diversi. Il personaggio principale di una serie, Dan “Spider” Shepherd è apparso in dieci dei thriller di Leather. Un'altra serie, "Jack Nightingale", parla di un ex negoziatore che diventa un investigatore privato.

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7 novembre 2022 1 07 /11 /novembre /2022 06:59
Sylvain Coher, Vincere a Roma

Quella contenuta nell'esile ma denso libricino scritto dal francese Sylvain Coher, dal titolo Vincere a Roma. L'indimenticabile impresa di Abebe Bikila (Vaincre à Rome, nella traduzione di Marco Lapenna), 66thand2nd, 2020, è una narrazione emozionante e paradigmatica che tutti dovrebbero leggere non soltanto gli sportivi e gli appassionati e praticanti di maratona. Sabato 10 settembre 1960 si celebrò, alla chiusura dei Giochi Olimpici di Roma (XVII Olimpiade moderna), la Maratona (che, a parte sporadiche eccezioni riguardante alcuni sport minori) solitamente è la gara che, da sempre, chiude i giochi, poiché dei Giochi Olimpici moderni voluti da De Coubertin è icona e ne incarna l'essenza eroica.

In quella circostanza si assistette ad un'impresa d'eccezione quando uno sconosciuto atleta africano, l'etiope Abebe Bikila, infrangendo tutte le previsioni, vinse quella gara, per di più correndo a piedi scalzi. Nessuno avrebbe potuto immaginare una cosa simile, che un umile pastore etiope (nelle sue origini) aggiudicasse al suo paese l'ambito oro olimpico, in una corsa che assunse grazie a lui un valore altamente simbolico, collocando Bikila tra i "miti" della maratona moderna e non solo (basti pensare alla figura di Dorando Pietri e, andando ancora più indietro all'emerodromo Fidippide, che morì per annunciare una vittoria, e alla cui impresa venne "inventata" la Maratona moderna).
Il racconto dell'impresa di Abebe è in soggettiva e il lettore s'immerge nel paesaggio della corsa che è, insieme, esterno ed interiore.
Abebe dialoga di continuo con la "Piccola Voce" che è il suo interlocutore interno ma anche con tanti personaggi della sua vita che vanno e vengono, entrando in scena e poi allontanandosi dal suo scenario mentale, per poi rientrarci: la moglie lontana, il suo allenatore che è il suo "piccolo padre", l'imperatore d'Etiopia che lui rappresenta: sì, perché la sua corsa umile che poi diventerà vittoriosa, sarà anche una benevola e non astiosa rivalsa (e, d'altra parte, Abebe fa parte della Guardia Imperiale): vincere a Roma sarà dunque per lui un modo per rendere un servigio alla sua nazione, sconfitta ed umiliata dagli Italiani nel lontano 1936. Ma nei suoi pensieri e nelle sue emozioni c'è anche Dio, al quale spesso si rivolge:
"Abbiamo profili tagliati per fendere l'aria, perchè sospesi nell'aria passiamo due terzi del tempo di una corsa: nella corsa come in cielo aspiriamo alla sospensione. Sospesi in eterno tra il ponte e l'acqua, in quell'intervallo impossibile troveremo il momento di rivolgerci alla misericordia di Dio. E' così." (p.41)
E poi: "Corro per fare guerra alla guerra e Dio si manifesta sempre a quelli che corrono: sentiamo la Sua fronte contro la schiena e Sue mani bollenti sotto le ascelle. E quando c'è lui a trainarci con la Sua mano possente ci accorgiamo di correre molto più veloce: è la prova assoluta della Sua presenza. La forza mentale non è come un'illuminazione, la forza mentale è dappertutto fin nei più piccoli dettagli, afferma la Piccola Voce." (p. 44)

 

Perché Abebe volle correre a piedi scalzi?  Alcuni vollero attribuire a questa sua decisione un valore dimostrativo, come se egli - rinunciando alle scarpette  - avesse voluto esprimere il suo orgoglio per le proprie origini di pastore degli altipiani e di tutti gli Etiopi come lui che, di umili origini, camminano e corrono scalzi. In realtà, molto prosaicamente, Abebe ci dice (nei suoi pensieri) che, pochi momenti prima dello start, se le leva perchè ritiene che siano troppo nuove e teme di potersi fare male, pregiudicando la sua corsa. In questa decisione sarà aiutato dall'avere - per via delle sue vicissitudini di vita - una suola callosa sotto i piedi, formatasi negli anni della sua giovinezza.

 

Abebe Bikila taglia il traguardo alla XVII Olimpiade di Roma

Il racconto si articola in brevi capitoli che vanno dal momento della partenza (il km zero) e che procedono di cinque chilometri in cinque chilometri, esattamente come fanno i podisti moderni quando vogliono ripercorrere le tappe della propria performance, più quegli ultimi due chilometri e le due centinaia di metri che, furono aggiunti alla distanza originaria in occasione dei Giochi Olimpici di Londra del 1908. In ciascun capitolo vi è il continuo contraltare tra la voce di un cronista lontano che, senza esserci, cerca di seguire l'evento in diretta e darne conto agli ascoltatori e quella silenziosa di Abebe che scorre come un fiume di libere associazioni oscillanti di continuo tra le esigenze di un capillare contatto con la realtà ed una condizione sognante. Tra le due voci, la voce quasi fastidiosa del radiocronista che nulla sembra comprendere e  quella narrante (che è rappresentata dallo stesso Abebe, impegnato nella corsa) si percepisce una distanza abissale tra chi il gesto sportivo lo vede solo dall'esterno e da chi lo vive con ogni fibra del suo corpo, con la propria mente pensante e con le proprie emozioni.
L'arrivo di Abebe sotto l'arco di Costantino fu così repentino che gli stessi addetti ai lavori, giudici di gara, giornalisti, fotografi e video-operatori, cronisti non capirono subito  che egli fosse arrivato in testa, anche perché- poco di tagliare la linea del traguardo -  venne sommerso da un nugolo di fotografi, impazienti di immortalarlo.
Appena al di là del traguardo, Abebe stupì tutto il mondo poiché cominciò subito a fare - come un soldato disciplinato - gli esercizi di allungamento, accompagnati da saltelli vari, lasciando immaginare che avesse ancora dentro di sè una grande riserva di energia a cui poteva dar libro sfogo con tale esuberanza.
Il mondo si commosse ed esultò: non solo era stato battuto il precedente primato olimpico, ma anche - soprattutto - la Maratona da allora non sarebbe più stata la stessa, perché con Bikila come pioniere si sarebbero fatta strada in questa disciplina gli Africani e, in essa, avrebbero stabilito un predominio quasi assoluto.
"...ogni passo è singolo, perché si produce una volta soltanto. Nell'enumerazione di tutti i passi si forma la storia della corsa, il suo sviluppo e la sua conclusione. Corriamo sul margine di un cerchio - senza soluzione di continuità. L'immensità del mondo è una burla smisurata, mantenere l'ordine resta il nostro principale intento: Mille maratone fanno il giro completo del pianeta." (p.77)

Abebe Bikila rimarrà per sempre nella storia, nella storia dello sport, nella storia della corsa di lunga durata e nell'immaginario collettivo, come colui che vinse una maratona correndo a piedi scalzi. Non a caso in un film di qualche anno successivo (il famoso "Il Maratoneta" di Johb Schlesinger, ispirato al romanzo omonimo di William Goldman) nella mente del protagonista (Dustin Hoffmann nel film) ricorrono di continuo, mentre corre, le immagini iconiche di quell'impresa epocale.

 

Abebe Bikila, poco dopo il sorpasso, attorno al quarantesimo chilometro

(Risguardo di copertina) Roma, sabato 10 settembre 1960, penultimo giorno dei Giochi olimpici e ultimo del calendario etiope. Sulla linea di partenza i corridori si scaldano in attesa del colpo di pistola che sancirà l'inizio della maratona. Tra loro un atleta sconosciuto, serio in volto e taciturno. È scalzo. Il suo nome è Abebe Bikila, caporale della guardia reale del negus. È lì per vincere, e vincerà. Due ore, quindici minuti e sedici secondi di corsa sui sampietrini della via Sacra, l'asfalto rovente della Colombo, il basolato di via Appia, accarezzando a piedi nudi il selciato della Città Eterna come fosse la terra dei suoi altopiani. «Vincere a Roma sarà come vincere mille volte» aveva detto l'imperatore Hailé Selassié, una rivalsa a ventiquattro anni dalla presa di Addis Abeba a opera delle truppe di Mussolini. E così Abebe corre, misura il ritmo delle falcate, risparmia il fiato, ascolta i muscoli che vibrano e mordono il freno in attesa dello sprint finale. Ad accompagnarlo la sagoma sfocata del grande Emil Zátopek e un uomo in carne e ossa, pettorale 185, misterioso contendente con cui percorrerà appaiato più di venticinque chilometri per poi staccarlo nel finale e andare da solo verso il trionfo. Un oro olimpico che incorona non soltanto Abebe ma l'intero continente africano in un'epoca in cui gli imperi coloniali si stanno sfaldando e si alza forte il grido dell'indipendenza. Accordando la sua prosa al passo instancabile del maratoneta, Sylvain Coher s'insinua nella mente di Bikila sotto forma di Piccola Voce e racconta dall'interno una delle imprese più memorabili nella storia dello sport: l'epopea del corridore scalzo, la nascita di una leggenda.

 

La targa commemorativa dell'impresas di Abebe Bikila, a Roma

Alcune notizie su Abebe (da wikipedia). Abebe Bikila partecipò altre due volte ai giochi olimpici, a Città del Messico (1964) dove vinse nuovamente l'Oro, migliorando il suo primato e a Tokyo (1968), dove tuttavia non si classificò però al traguardo. Oltre alle partecipazioni olimpiche conquistò l'oro di maratona in numerose competizioni internzionali di prestigio, anche in questo antesignano dei corridori kenioti che si affacciarono alla ribalta internazionale nei decenni successivi.
Nel 1969 Bikila, alla guida della sua auto nei pressi di Addis Abeba, ebbe un incidente, che lo lasciò paralizzato dalla vita in giù. Nonostante le cure e l'interesse internazionale, non riuscì più a camminare. Pur impossibilitato all'uso degli arti inferiori, non perse la forza di continuare a gareggiare: nel tiro con l'arco, nel tennis da tavolo e perfino in una gara di corsa di slitte (in Norvegia). Partecipò inoltre ai Giochi paralimpici di Heidelberg nel 1972 nel tiro con l'arco. Insomma, in questo percorso sfortunato, continuò ad applicare la filosofia del "un passo alla volta", facendo prova di resilienza e di determinazione.
Ma il suo destino era segnato: morì l'anno successivo, il 25 ottobre 1973, i 41 anni non acora compiuti, per un'emorragia cerebrale.

Sylvain Coher

L'autore. Sylvain Coher (1971) vive tra Parigi e Nantes. Dopo gli studi in Lettere moderne, ha lavorato come istruttore di vela, sorvegliante in un convitto, libraio, editore, muratore. Dal 2002 si dedica interamente alla scrittura. Tra le sue opere Carénage (2011), Nord-nord-ouest (2015), che gli è valso numerosi premi, e Trois cantates policières (2015). Durante i giorni trascorsi come borsista residente a Villa Medici tra il 2005 e il 2006 sono nate le prime pagine di Vincere a Roma.

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13 ottobre 2022 4 13 /10 /ottobre /2022 07:42
Soluzione finale di Andrea Novello e Giampaolo Zarini, Marsilio (foto Maurizio Crispi)

Soluzione finale, scritto a quattro mani da Andrea Novelli e Gianpaolo Zarini, pubblicato da Marsilio (collana Farfalle) nel 2005, é un romanzo interessante.
L'ho comprato molto tempo addietro e l'ho letto soltanto ora, trascinato da un improvviso impulso.

La trama si presenta avvincente sin dalle prime battute e si comprende subito di essere di fronte ad un medical thriller.
Le cose però, dopo un po', si complicano poiché la narrazione si sposta verso un baricentro complottista, di cui non dirò nulla per non togliere ai futuri lettori il piacere della scoperta.
L'avvio è davvero incalzante, sin dalle battute iniziali e viene voglia di andare avanti, bruciando le tappe. Poi, però la trama si avvolge su se stessa, perdendo di ritmo. Quelli che, a mio avviso, avrebbero dovuto essere i due personaggi principali - e cioè Sean McQuinlan e l'investigatrice Everett - vengono ridotti ad un ruolo marginale e di semplici comprimari, perdendo di fatto la loro funzione di "risolutori" e "salvatori".
Malgrado l'impennata finale in morti assassinati la narrazione perde di vigore e non vi è alcuna soluzione. Tutto rimane ambiguo e si evince chiaramente che i protagonisti hanno lottato contro i mulini a vento o contro un'Idra dalle molte teste. Quindi non viene fatta giustizia, se non in un modo molto sommario e parziale, non c'è un Bene che trionfa: ci sono solo perdenti, di fronte ad una ferrea volontà di complotto che prima o poi risorgerà per proporre altre scellerate soluzioni finali.
Infatti, la strategia della "soluzione finale" - così come era stata prospettata - si inabissa, senza scomparire, lasciando soltanto perdere ogni traccia di sé (e solo temporaneamente, si intuisce, in attesa di tempi migliori).
Il plot, dunque, alla fine risulta deludente, ma ciò nonostante il romanzo si legge egualmente con molto piacere sino all'ultima riga.

 

(Risguardo di copertina) New York, Downtown Hospital, ore 10,03. Il piccolo Ralph, ricoverato d'urgenza in ospedale, se n'è andato e tutti sembrano voler chiudere il suo fascicolo il più rapidamente possibile. Non ci sono dubbi: morte naturale. Ma per il pediatra Sean McQuillan non può essersi trattato solo di un caso, qualcosa non quadra nel referto ufficiale che è stato stilato. Ha visto con i suoi occhi quello che è successo: il bambino gli è morto tra le braccia a causa di un edema cerebrale. E Sean è certo che non può essersi trattato di una fatalità. Ma chi può avere voluto la morte di Ralph? Chi può aver tolto la vita a un innocente con fredda premeditazione? E per quale motivo? Perché i vertici dell'ospedale rifiutano di fare l'autopsia al povero Ralph Friedman?

 

Gli Autori. Andrea Novelli residente a Savona, da sempre scrive con Gianpaolo Zarini a quattro mani. Autori di romanzi e racconti, hanno esordito con il medical thriller Soluzione finale (Marsilio, 2005), che ha vinto il Premio Palazzo al Bosco 2003 di Firenze come migliore inedito. Sono usciti successivamente Per esclusione (Marsilio, 2008; Mondadori 2011), Il paziente zero (Marsilio, 2011), Acque torbide per l’investigatore Astengo (Fratelli Frilli Editore, 2012), oltre a diversi racconti pubblicati da Mondadori, Delos Book, Giulio Perrone Editore, Robin Edizioni, Chichilli, Elliot Edizioni. Per Feltrinelli pubblicano, nella collana digitale Zoom Filtri, il ciclo di Manticora (Damnatio, 2014; Morbus e Aeternitas, 2015).

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21 settembre 2022 3 21 /09 /settembre /2022 18:12
Paul Theroux, Luce accecante, Baldini & Castoldi

Il viaggio a volte può essere metafora per esprimere altro, e soprattutto finisce con il diventare un'avventura interiore dentro se stessi.
Il viaggio nello stesso tempo, quando una precedente esperienza è stata masticata e digerita, divenendo perfino - in alcuni casi oggetto di una narrazione bestselling - si trasforma in oggetto commercializzato, svuotato di qualsiasi valenza interiore. Quando ciò si verifica, occorre ricreare le condizioni per una "rinascita" e per una rifondazione del Sé.
Ed ancora, se il viaggio in un luogo non solo distante ed esotico, ma anche in un certo senso "esoterico" porta l'individuo a scoprire una vena visionaria e profetica, ecco che allora si verificano le premesse per un totale rivoluzionamento della precedente condizione di appiattimento e di schiaccianti sensazioni di inutilità. L'esperienza del viaggio, secondo queste premesse, diventa anche, il preambolo di un'esperienza sciamanica, assumendo che lo sciamano è colui che, con la facilitazione dell'uso di certe sostanze psicoattive che aprono la mente oppure attraverso l'immersione in una qualsivoglia malattia grave o nella follia ha compiuto un viaggio di andata verso i territori sconosciuti e spaventosi dell'impensabile e dell'indicibile e ne ha fatto ritorno, divenendo a pieno titolo colui che, avendo visto la natura profonda delle cose, può fregiarsi della qualifica di "psiconauta" e di guida di coloro che versano in analoghe difficoltà e che, per questo motivo, ha la facoltà di porsi come guida nei confronti di chi è sofferente, conducendolo senza edulcorazioni alla trama di verità delle cose.
Se poi a questi aspetti taumaturgici si aggiunge la cecità che è anche il dono di una visione al di là di Maya, cioè del velo ingannevole con cui la realtà si presenta, il gioco è fatto. Molti dei grandi profeti, molti aedi e poeti, molti sapienti e indovini (vedi ad esempio il caso del vecchio Tiresia) erano ciechi, privati della vista come senso: ma questa loro mancanza si tramutava nel dono della chiaroveggenza e del veder profetico, del poter vedere "oltre" le apparenze. Tutte queste riflessioni si traggono dalla lettura di uno dei romanzi di Paul Theroux, scrittore canadese-statunitense, autore sia di romanzi fiction sia di resoconti di viaggio (tra di questi possiamo ricordare un "ritorno in Patagonia" scritto assieme al grandissimo Bruce Chatwin, l'ultimo dei viaggiatori inglesi del Novecento).

Il protagonista di Luce Accecante (titolo originale inglese Blinding Light, nella traduzione di Fenisia Gianini Jacono), pubblicato da Baldini&Castoldi Dalai nel 2007, Slade Steadman, è stato l'autore di uno dei più popolari libri di viaggio del mondo.  Il suo libro che contiene la descrizione di un viaggio attorno al mondo senza passaporto, violando tutte le frontiere, con il racconto dettagliato di tutte le peripezie e degli stratagemmi messi in opera di volta in volta, è diventato un cult, generando una serie televisiva, nonché un merchandising che ha messo in commercio una linea di abbigliamento e di accessori da viaggi "avventurosi" sulle orme di Steadman (ma in realtà pseudo-avventurosi),  nonché un vero e proprio modello, ineliminabile e non ignorabile, per viaggiatori agiati, alla ricerca d'una parvenza di brivido rispetto alla vita ordinaria.
Da tempo Slade, annichilito dal suo stesso successo, non ha più nulla da dire al mondo, essendo divenuto vittima proprio di quel successo planetario, irrimediabilmente schiacciato e svuotato di ispirazione. Si è ritirato di fatto, in una lussuosa residenza nell'esclusiva Martha's Vineyard, vivendo dei proventi delle royalty che gli arrivano giorno dopo giorno.
Vorrebbe scrivere ancora, ma l'ispirazione lo ha abbandonato. 
Per recuperare verve creativa e per rimettersi in gioco rispetto alla piatta routine in cui si sente confinato, decide di intraprendere - assieme alla compagna Ava, dalla quale è in procinto di separarsi a causa della fine di ogni guizzo anche soltanto sessuale nella loro relazione - un viaggio avventuroso (per quanto edulcorato) nella più remota provincia orientale della giungla ecuadoregna (per ironia, un vero e proprio viaggio alla "Slade", circondato da viaggiatori che vestono il suo marchio e che pensano "Slade"). Al culmine di esso, l'incontro con gli sciamani del luogo - benché in un contesto di squallore per nulla idealizzante (tutto l'opposto della narrazione di Carlos Castaneda - si vedano "A scuola dello stregone" e i successivi volumi), e la sperimentazione di un preparato ottenuto da una rara erba allucinogena (una varietà di Datura), cambieranno la sua vita.
L'assunzione della droga, infatti, sin dall'inizio provoca in lui una cecità temporanea: mentre Slade è in questo stato sperimenta una condizione estatico-visionaria che gli permette di attingere ai suoi ricordi con particolare vividezza, ma nello stesso di vedere dentro le persone che lo circondano e che spiazza, mettendoli a nudo con foga impietosa e senza sconti per nessuno, con affermazioni dissacranti e disvelanti sulle loro intime debolezze e paure. Questa capacità di vedere dentro di sé e di leggere l'animo altrui, lo rimette in condizione di riprendere a scrivere nuove pagine, cosa che al suo ritorno fa con regolarità e costanza, assumendo giornalmente dosi della sua droga e vivendo in questa condizione di cecità ispirata e visionaria: Ava da cui era prima del viaggio in procinto di separarsi diventa la sua segretaria e scrivana.
Infatti, essendo chimicamente cieco per la maggior parte del tempo, in realtà più che scrivere il nuovo libro, lo va dettando giorno dopo giorno alla sua compagna, assieme alla quale recupera un'intesa sessuale con una potenza mai sperimentata prima, rimettendo in scena in versione fortemente erotiche sue esperienze fantasticate in epoche passate della sua vita. Di notte, Ava diventa la reincarnazione delle fantasie sessuali che ha evocato durante il giorno nello stato di cecità.
Steadman, durante questa fase, viene anche accolto con particolare deferenza nell'entourage esclusivo del Presidente degli Stati Uniti, dell'epoca (Clinton), impelagato in una rete di menzogne attorno ai noti atti sessuali compiuti con la stagista.
Alla fine, Steadman partorisce il suo nuovo libro che battezzerà "Il Libro delle Rivelazioni", di cui viene decretato immediatamente il successo enorme di critica e di pubblico, sulla scorta del quale egli parte per un giro di promozioni con tappe in alcune delle principali città degli Stati Uniti, mantenendo la menzogna della sua cecità (acquisita chimicamente, ma mai dichiarata in quanto tale): la sua versione ufficiale è che sia diventato cieco, ma che nella sua cecità egli abbia ricevuto il dono della visionarietà. La sua cecità è un bluff e parte del suo successo si fonda ora sul suo carisma visionario, poiché pur essendo cieco e incapace di vedere, in realtà vede in profondità con uno sguardo che trapassa tutti i segreti individuali, quelli più gelosamente custoditi. E, tra l'altro, con sprezzo utilizza questo enorme potere di vedere dietro le apparenze per ferire e dominare gli altri che lo circondando, pendendo dalle sue labbra, pronti ad essere fustigati ed umiliati dalle sue parole e dalle sue sentenze apodittiche.
Steadman è divenuto "colui che sa" e "colui che vede", proprio perché é cieco (chimicamente).
Ma, ad un certo punto, si ritrova cieco per davvero: quando ll tour promozionale è quasi agli sgoccioli, egli si accorge traumaticamente che la cecità persiste, anche quando gli effetti chimici della Datura dovrebbero essere cessati. E, a quel punto, si ritrova ad essere vulnerabile, sperimentando la fine di quella inebriante onnipotenza e, soprattutto, della sua protervia e del suo atteggiamento di fustigatore delle debolezze e delle menzogne altrui, egli stesso vittima della sua propria menzogna.
Dovrà intraprendere un percorso per ritornare indietro e per disfare gli effetti negativi del suo abuso, umiliandosi e ridimensionandosi.
Luce Accecante è un meta-romanzo sullo stallo esistenziale e sulla resurrezione di un autore in crisi creativa e d'identità, ma al prezzo d'una menzogna.
Il mio parere di lettore é che Steadman sia davvero insopportabile: forse per questo ho letto il romanzo a fatica, prendendomi numerose pause.
Ma è interessante: pienamente calzante con il tema della "La follia nell'arte", trattato in un recente volume.


(Dal risguardo di copertina) Il protagonista del libro è l'autore di uno dei più popolari libri di viaggio del mondo, ma per più di trent'anni ha lottato contro il suo stesso successo, alla ricerca di un equilibrio difficile da trovare. Un viaggio lungo un fiume di una remota provincia nell'est dell'Ecuador gli concede però la possibilità di incontrare quel che gli mancava e di sperimentare una droga miracolosa che induce temporanea cecità. Al suo rientro negli Stati Uniti, ringiovanito e pieno di idee, l'uomo riesce non solo a scrivere e ricordare ma anche, aiutato da una sovrannaturale capacità di premonizione, a vivere contemporaneamente in due dimensioni. Paul Theroux si confronta con i fantasmi dello scrittore (la paura della pagina bianca e il senso di inadeguatezza), e consegna al lettore un meta-romanzo sulla crisi e la resurrezione di un autore in crisi d'identità.

 

Paul Theroux

L'autore. Paul Theroux nasce a Medford, nel Massachusetts, nel 1941 è il terzogenito dei sette figli di Albert Eugene Theroux, un rappresentante di una ditta manifatturiera del cuoio franco-canadese, e di Anne Dittami, un'insegnante di grammatica statunitense di origini italiane. Consegue la laurea in scrittura creativa presso l'Università del Maine, per poi specializzarsi presso le Università di Syracuse e Urbino.

Ha pubblicato il suo primo romanzo, Waldo, nel 1967. Dopo aver terminato l'università ha vissuto 5 anni in Africa, luogo che ha ispirato i suoi successivi lavori: Fong and the Indians, Girls at play e Jungle lovers. Nel continente africano insegna e prende parte a missioni umanitarie.

Ha successivamente insegnato all'Università di Singapore prima di stabilirsi in Inghilterra.

Il suo romanzo più conosciuto è sicuramente The Great Railway Bazaar - by train through Asia, pubblicato nel 1975. Con The Mosquito Coast ha vinto il James Tait Black Memorial Prize per la narrativa nel 1981; dal romanzo, cinque anni dopo, è stato tratto l'omonimo film (con Harrison Ford).

In Italia i suoi libri sono stati pubblicati da Baldini Castoldi Dalai (Hotel Honolulu, Ultimo treno della Patagonia, O-Zone, Gallo di Ferro. In treno attraverso la Cina, Mosquito Coast, Ultimi giorni a Hong Kong, Dark Star Safari), Mondadori (Costa delle zanzare) e Frassinelli (Da costa a costa).

Ha collaborato altresì con settimanali e mensili, quali Playboy, Esquire e The Atlantic Monthly.

Paul Theroux si è sposato due volte: con Anne Castle dal 1967 al 1993 e successivamente con Sheila Donnelly (dal 18 novembre 1995). Attualmente vive alle Hawaii. Dal primo matrimonio ha avuto due figli Marcel Theroux e Louis Theroux, entrambi scrittori e presentatori televisivi, ed è lo zio dell'attore Justin Theroux.

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15 settembre 2022 4 15 /09 /settembre /2022 09:15
Peter Matthiesen, Il leopardo delle nevi, Mondadori, 1980

Il Leopardo delle nevi di Peter Matthiesen è diventato negli anni un libro culto, utilizzato da viaggiatore e da esploratori del versante tibetano dell'Himalaya.

Io lo comprai alla sua prima uscita in edizione italiana nel 1980 (in lingua originale era comparso appena due anni prima, nel 1978), ma lo misi da parte ripromettendomi di farlo in seguito. In quel periodo ero molto interessato a libri naturalistici e ne compravo più di quanti potessi leggerne, anche se - malgrado il titolo - Il Leopardo delle Nevi è libro naturalistico soltanto marginalmente, mentre è fondamentalmente un libro di viaggio e, se vogliamo, anche di formazione.

Tra il 2020 e il 2021 mi è capitato di leggere due, molto più recenti, resoconti di viaggio che ne parlavano: ma non solo in essi l'opera di Matthiesen veniva asetticamente citata. Bensì dei due viaggiatori, rispettivamente il nostro Paolo Cognetti e il francese Sylvain Tesson era stata un vero e proprio Badaeker lungo percorsi sostanzialmente sovrapponibili e fedele compagno di viaggio, letto durante i bivacchi notturni alla luce del fuoco o di una fioca lanterna e gelosamente trasportato nello zaino, al riparo delle intemperie.

Sono andato immediatamente a cercarlo tra i miei libri e, dopo qualche esitazione, in merito alla sua collocazione, con mio grande giubilo, l'ho trovato e ho subito cominciato a leggerlo. Lettura tardiva, ma ancora più prelibata dopo una tanto lunga stagionatura. I libri sono così: non è detto che, nel momento in cui li prendi, siano destinati ad un'immediata fruizione. Ed è un piacere ancora maggiore sapere che sono stati in uno degli scaffali di casa tua in fedele attesa, silenti, promananti una loro silenziosa energia. 

Comincia così:

Sul finire del settembre 1973 partii insieme a GS verso la Montagna di Cristallo, camminando in direzione ovest sotto l'Annapurna e nord lungo il fiume Kali Gandaki, poi di nuovo ad ovest e a nord attorno ai picchi Dhaulagiri e attraverso il Kajiroba, quattrocento chilometri o più, verso la Terra di Dolpo sull'altopiano del Tibet. GS è lo zoologo George Schaller (ib., Prologo, p. 11).

 

Prima di questa spedizione, George B. Schaller aveva già compiuto importanti osservazioni naturalistiche tra cui quelle relative al Gorilla di montagna dei Monti Virunga nel cuore della foresta tropicale africana (che io avevo già già letto a quel tempo - Cfr. L'anno del gorilla, De Donato, 1968) e lo scopo di questa sua spedizione era quella di osservare il bharal, o Pecora Azzurra dell'Himalaya, con l'intento di capire se questa specie fosse in realtà più capra che pecora. Un sottoprodotto di questa osservazione naturalistica avrebbe potuto essere l'individuazione di qualche esemplare di qualche rarissimo individuo del Leopardo delle Nevi (Panthera uncia), che - nel corso del XX secolo - era stato avvistato solo altre due volte (ed uno dei due avvistamenti era appannaggio dello stesso Schaller).

 

La spedizione di George Schaller, iniziata il 28 settembre 1973 da Pokhara, punto di partenza di tutte le spedizioni himalayane, e conclusasi nel dicembre successivo regalerà molteplici e dirimenti osservazioni sul Bharal, mentre sarà quasi fallimentare per quanto concerne gli avvistamenti del Leopardo delle Nevi che rimarrà una metà desiderata, ma sempre evanescente.

Poco dopo il rientro dei due esploratori a Katmandu, la Terra di Dolpo verrà chiusa ai visitatori stranieri a causa di disordini su base politica.


Matthiesen che farà da accompagnatore di Schaller per poi ripartire un po' prima di lui, sarà il cronista di questo viaggio con una profonda sensibilità che deriva dall'avere abbracciato lui stesso la fede buddhista e dall'essere dunque un praticante della meditazione profonda. E, quindi, di quest'avventura diventerà anche il cantore ispirato e profondo.

Il suo resoconto, infatti, supportato da appunti pressoché giornalieri, è - apparentemente - la narrazione di accadimenti, di fatti e di luoghi, ma è in realtà un viaggio interiore, nel profondo nell'animo.
Non può che essere così, dal momento che - man mano che la piccola spedizione con il suo seguito di guide e di portatori si allontana dalla civiltà occidentalizzata (con le sue brutture, con i resti di plastica e con i cumuli di immondizia) ed entra in lande sempre più remote, la vita materiale si va esemplificando sempre di più, lasciando spazio ampio agli scenari interiori.
Non può che essere così.
Matthiesen cerca la pace dell'anima, dal momento che è ancora fresca dentro di lui la ferita aperta dalla morte per cancro della moglie molto amata, anche lei buddista.
Il viaggio così, benché scandito dallo scorrere dei giorni del calendario, diventa un tempo sospeso e avventura di esplorazione interiore alla ricerca di pace e di equilibrio, pur nell'accettazione dell'impermanenza.

Le descrizioni dei luoghi, con le case che si fanno sempre più semplici ed essenziali, con i loro muri di preghiera, con le bandiere di preghiera che vibrano nel vento tutte sbrindellate, con i piccoli tempi e con  monasteri minuscoli, fatti di piccoli stanze, eppure pieni di inestimabili tesori della fede, con la sobrietà e la capacità di vivere con pochissimo (anche dal punto di vista alimentare), rimandano costantemente ad una dimensione del vivere profondamente mistica.

Il viaggio di Schaller e di Matthiesen si concluderà il 1° dicembre a Katmandu in attesa del volo che li riporterà alla civilizzazione e qui avviene la transizione dal Buddismo all'Induismo ben più affollato e rumoroso: in un luogo in cui le due culture e le due tradizioni religiose si confrontano e si mescolano. 
E' il tempo dei commiati e degli abbandoni. 
La fine del viaggio è accompagnata dalla nostalgia per i luoghi che si sono visti e che si stanno per abbondare forse per sempre, senza possibilità di ritorno, e forse anche per via dell'ombra rimasta evanescente di quel mitico leopardo delle nevi, appena una volta avvistato (forse), ma mai visto realmente.

Ma è questo che debbono essere i viaggi più veri e profondi (i viaggi dell'anima, in altri termini): non il tempo del compimento e dell'accumulo di trofei da portare via con sé, ma il tempo del non concluso e di ciò che rimane imperfetto, di ciò che non si potuto trovare, benché lo si sia cercato a lungo e con intensità.

Dunque, in questo, il resoconto di Matthiesen contiene degli insegnamenti profondi e vi si ritrovano le sue radici dell'essere libro di culto. 

 

Peter Matthiesen, Il Leopardo delle Nevi, BEAT, 2015

​Il Leopardo delle Nevi è attualmente disponibile in edizione BEAT (2015) e questo ne è il risguardo di copertina.

Nell'autunno del 1973 l'autore, in compagnia dello zoologo e naturalista George Schaller, percorse a piedi più di 250 miglia nel cuore della regione himalayana del Dolpo, l'ultimo baluardo rimasto dell'autentica civiltà tibetana. I due viaggiatori cercavano il leopardo delle nevi dell'Asia del nord, una creatura così poco avvistata da essere diventata quasi mitica. Pubblicato per la prima volta nel 1978, è il racconto di un viaggio avventuroso tra le gole profonde e le montagne del Tibet, ma è anche un racconto sulla vita e la morte, sul rapporto con la natura e sul senso dell'esistenza. Al viaggio e alla ricerca del mitico animale, si affianca un viaggio più significativo, quello alla ricerca dell'essenza della vita.

 

 

Peter Matthiesen

L'Autore. Peter Matthiessen, naturalista, esploratore, narratore, è nato a New York nel 1927 ed è morto a Sagaponack il 5 aprile 2014.
Negli anni Cinquanta è stato cofondatore della rivista letteraria statunitense Paris Review.
Le sue numerose spedizioni nelle aree più selvagge del mondo l’hanno condotto in Alaska, Asia, Australia, Oceania, Africa, Nuova Guinea e Nepal, memorabilmente descritti nei suoi libri: The Cloud Forest, Under the Mountain Wall, Blue Meridian, Killing Mr. Watson, At play in the Fields of the Lord, e, soprattutto, Il leopardo delle nevi.

 

 

 

 

Sono felice di averlo trovato tra i miei libri. Ero tassativamente sicuro di averlo. Sylvain Tesson nella sua scrittura-reportage sul leopardo delle nevi si è ispirato a questo classico che gli è stato compagno di viaggio nella sua spedizione alla ricerca della "pantera delle nevi", seguendo quasi lo stesso percorso di Matthiesen, come del resto racconta Cognetti in un altro libro diaristico ambientato negli stessi luoghi.
E la sua lettura mi ha aiutato ad immergermi nel ricordo del mio viaggio in Nepal nel lontano 1992 e del mini-trekking che mi ritrovai a fare lungo i pendii dell'Annapurna, assieme a due occasionali compagni di viaggi.

La Pantera delle Nevi di Sylvain Tesson, Sellerio

Sylvain Tesson, La pantera delle nevi (titolo originale: La panthère des neiges, nella traduzione di Roberta Ferrara), Sellerio (collana Il Contesto), 2020

(Risguardo di copertina) Nel 2018 Sylvain Tesson viene invitato dal fotografo naturalista Vincent Munier ad andare alla ricerca degli ultimi esemplari della pantera delle nevi. Questi animali magici e segreti, schivi ma altrettanto temuti, la cui caratteristica è la dissimulazione e l’occultamento, vivono in Tibet, sull’immenso altipiano del Qiangtang. In inverno le temperature sono glaciali, l’area è costantemente spazzata da forti venti e la neve non riesce mai ad attecchire. In volo verso la Cina Tesson conosce Marie, la compagna del fotografo, cineasta naturalista, e Léo, aiutante di campo e filosofo. Sono diventati una «banda dei quattro», insieme affrontano la strada e raggiungono paesaggi sempre più maestosi e deserti. La popolazione diminuisce, al suo posto la fauna sembra apparire dal nulla, al riparo dagli effetti nocivi della civiltà; greggi di antilopi, pecore blu, mandrie di yak, branchi di lupi, predati e predatori attraversano distese lunari e sconfinate, sembrano fagotti di lana, o macchie di inchiostro. A 5.000 metri di altitudine si apre il regno della pantera. In questo santuario naturale, totalmente inospitale per l’uomo, il felino ha trovato il modo di sopravvivere e di difendere la sua tranquillità. Per avvistarla bisogna organizzare degli appostamenti in cui restare immobili a volte per trenta ore consecutive, con la temperatura che staziona a decine di gradi sotto lo zero. La ricerca di questo animale mitico diviene per Sylvain Tesson il racconto di un’avventura straordinaria e la scoperta di uno spazio infinito di riflessione. Le conseguenze disastrose dell’intervento umano sulla natura, il destino di un mondo in cui le specie animali andranno a scemare fino a scomparire, l’annullamento del sé nella meditazione indotta dall’attesa spossante, la spiritualità che l’accompagna, il divenire invisibili nel flusso degli elementi che regala la fugacità della meraviglia. E poi la consapevolezza che la natura è popolata di presenze che ci guardano senza ostilità, ma tenendoci d’occhio: «gli animali sono i guardiani del giardino pubblico, dove l’uomo gioca col cerchio credendosi il re». Immergendosi totalmente nell’ambiente, trasformandosi in uno sguardo assoluto capace di vincere sul tempo, Tesson ha scritto il suo libro più coraggioso e importante.

Sylvain Tesson

(Quarta di copertina) Un’immersione totale nei maestosi paesaggi del Tibet, l’incontro con mondi incontaminati, un avvicinamento alla meditazione e un’iniziazione all’arte dell’attesa.

«Un canto d’ammirazione per la natura e il regno animale» - Bernard Pivot, Le Journal du Dimanche

L’autore. Scrittore, giornalista e grande viaggiatore Sylvain Tesson è nato nel 1972. Dopo un giro del mondo in bicicletta si appassiona all’Asia centrale, che visita frequentemente a partire dal 1997. Come autore esordisce nel 2004 con un racconto di viaggi, L’Axe du loup. Nel 2009 ha pubblicato con Gallimard Une vie à coucher dehorse. Nel 2011 è arrivato il grande successo di Nelle foreste siberiane (Sellerio 2012), che ha vinto il Premio Médicis 2011. Tra gli altri suoi libri

Paolo Cognetti, Senza mai arrivare in cima, Einaudi

Paolo Cognetti, Senza mai arrivare in cime. Viaggio in Himalaya, Einaudi , 2018.

Questo piccolo libro, prezioso, contiene  il resoconto del viaggio che Paolo Cognetti intraprese sul finire del suo quarantesimo anno, nel 2017, poco prima di superare il crinale della giovinezza.
Il libro di Paul Matthiesen più volte citato è stato, per Cognetti, un assiduo compagno di viaggio: una copia di questo "mitico" volume, infatti, ha viaggiato assiduamente con lui. Si potrebbe dire che il viaggio di Cognetti&Co., benché molto più compresso nel tempo, rispetto a quello di Matthiesen, sia stato un'avventura autenticamente "sulle tracce".
Il volume è corredato di splendidi disegni, da bozzetti realizzati durante il viaggio da uno dei suoi compagni di avventura, Nicola Magrinche si ritrova di frequente di frequente a dialogare con le sue tavole a dialogare con i testi di grandi autori.

«Alla fine ci sono andato davvero, in Himalaya. Non per scalare le cime, come sognavo da bambino, ma per esplorare le valli. (...) Ho camminato per 300 chilometri e superato 8 passi oltre i 5000 metri, senza raggiungere nessuna cima. Mi accompagnavano un libro di culto, un cane incontrato lungo la strada, alcuni amici: al ritorno mi sono rimasti gli amici»
 

(dal risguardo di copertina) Che cos'è l'andare in montagna senza la conquista della cima? Un atto di non violenza, un desiderio di comprensione, un girare intorno al senso del proprio camminare. Questo libro è un taccuino di viaggio, ma anche il racconto illustrato, caldo, dettagliato, di come vacillano le certezze col mal di montagna, di come si dialoga con un cane tibetano, di come il paesaggio diventa trama del corpo e dello spirito. Perché l'Himalaya non è una terra in cui addentrarsi alla leggera: è una montagna viva, abitata, usata, a volte subita, molto lontana dalla nostra. Per affrontarla serve una vera spedizione, con guide, portatori, muli, un campo da montare ogni sera e smontare ogni mattina, e soprattutto buoni compagni di viaggio. Se è vero che in montagna si cammina da soli anche quando si cammina con qualcuno, il senso di lontananza e di esplorazione rinsalda le amicizie. Le notti infinite in tenda con Nicola, l'assoluta magnificenza della montagna contemplata con Remigio, il sa­liscendi del cammino in alta quota, l'alterità dei luoghi e delle persone incontrate. Questo è il viaggio che Paolo Cognetti intraprende sul finire del suo quarantesimo anno, poco prima di superare il crinale della giovinezza. «Alla fine ci sono andato davvero, in Himalaya. Non per scalare le cime, come sognavo da bambino, ma per esplorare le valli. Volevo vedere se da qualche parte nel mondo esiste ancora una montagna integra, vederla coi miei occhi prima che scompaia. Sono partito dalle Alpi abbandonate e urbanizzate e sono finito nel più remoto angolo di Nepal, un piccolo Tibet che sopravvive all'ombra di quello grande e ormai perduto. Ho camminato per 300 chilometri e superato 8 passi oltre i 5000 metri, senza raggiungere nessuna cima. Mi accompagnavano un libro di culto, un cane incontrato lungo la strada, alcuni amici: al ritorno mi sono rimasti gli amici».

Hanno detto di questo libro

«"Senza mai arrivare in cima. Viaggio in Himalaya" ci riconsegna quei luoghi nello spirito di una esplorazione e di una immedesimazione autentiche in cui sono la natura e l’oltre a plasmare la psiche del viaggiatore che le contempla, ne subisce il fascino, finanche la forza invincibile» – Andrea Velardi, Il Messaggero

«Cognetti, tra pecore azzurre e leopardi invisibili, ha fatto un viaggio nell’aspra poesia della natura» – Paolo Mauri, la Repubblica

«Paolo Cognetti riprende il passo fisico e letterario – lento, costante, classico – col quale ci aveva lasciati» – Stefania Chiale, Sette – Corriere della Sera

 

 

La Pantera delle Nevi - film documentario

Fu un’apparizione religiosa. Oggi il ricordo di quella visione ha per me un carattere sacrale. Lei alzava la testa, annusava l’aria. [...] Viveva sotto il vello del mondo. Era coperta di rappresentazioni. La pantera, spirito delle nevi, si era vestita con la Terra.
Sei pronto a partire per un viaggio che ti cambierà per sempre? 
Tratto dal racconto diaristico di Sylvain Tesson 𝙇𝙖 𝙋𝙖𝙣𝙩𝙚𝙧𝙖 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙚 𝙉𝙚𝙫𝙞, il miglior documentario dei César 2022 e del Trento Film Festival 2022.
La voce narrante è quella di Cognetti: e così si chiude il cerchio.
Le musiche sono di Warren Ellis e di Nick Cave.
Nelle sale cinematografiche dal 20 ottobre. 

Questa la sinossi ufficiale:
Molto più di un documentario, La pantera delle nevi è un film filosofico, che segue il celebre fotografo naturalista Vincent Munier e il romanziere e avventuriero Sylvain Tesson nel cuore degli altopiani tibetani, tra valli inesplorate e impervie, dove vive una fauna rara e nascosta agli occhi dei più.
Per diverse settimane Vincent Munier e Sylvain Tesson esploreranno queste valli alla ricerca di animali unici, cercando di avvistare la pantera delle nevi, uno dei grandi felini più rari e difficili da avvicinare. Più i giorni passano e più i due protagonisti entrano in contatto con la disarmante bellezza dell’universo, domandandosi quale sia il senso di ciò che li aspetta a casa al loro ritorno e quindi il posto dell’essere umano nel mondo.
La stessa pantera delle nevi, sfuggente e maestosa, qui diventa il simbolo della natura incontaminata che non si interessa all’uomo, metafora di un mondo in pericolo che potremmo non essere più in grado di vedere nel giro di poche generazioni per le disastrose conseguenze degli interventi umani.

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6 settembre 2022 2 06 /09 /settembre /2022 20:50

Bellissimo! Mi è rimasto nel cuore questo ispettore stropicciato, disincantato e la sua storia tragica, disperata. Suggerisco di leggere prima almeno "La signora in verde" per poter entrare nella sua vita

Sandra Platania, amministratice del gruppo FB "Parliamo di libri, Parliamo di noi"

Arnaldur Indriðason, Le abitudini delle volpi, Guanda, 2013

Le abitudini delle volpi di Arnaldur Indriðason (nella traduzione di Silvia Cosimini), pubblicato da Guanda nel 2013, contiene il racconto di un caso non “ufficiale” dell’ispettore Erlendur Sveinsson.
Erlendur, durante na sa licenza dal lavoro, si è recato a passare alcuni giorni in una sperduta zona dell’Est della Finlandia dove prima egli stesso viveva con i genitori e il fratello più piccolo, sino alla tragedia che segnò in modo indelebile la sua vita.
Erlendur, in questa circostanza "di vacanza", è andato ad abitare proprio nel rudere della casa che un tempo era stata sua e dei genitori e qui si è installato precariamente, con tanto di sacco a pelo e lampada a gas, sobbarcandosi a molte scomodità, ma è ciò che desidera.
Erlendur - come sanno i fedeli lettori di Indriðason - è, da sempre, assillato dall’enigma della scomparsa del fratello più piccolo nel corso di una bufera di neve e di vento. E’ anche - da sempre - tormentato dalla consapevolezza di essere stato lui il sopravvissuto e, in qualche modo, anche colpevole del fatto che il fratellino si fosse accompagnato a lui e al padre per sua insistenza in quella che sembrava una banale uscita nella brughiera.
Questa tragedia ha segnato l’intera sua vita, tanto da indurlo ad interessarsi in modo quasi ossessivo ai casi di persone scomparse, ancor di più da quando si trovò ad intraprendere la carriera di poliziotto.
Mentre - durante questo non canonico periodo di ferie - si aggira nei luoghi della sua infanzia alla ricerca di qualche traccia del fratello scomparso (e sarà proprio qui che un cacciatore di volpi, tale Boas, che lui incontra nella brughiera, gli darà delle dritte, illuminandolo - per così dire - sulle "abitudini delle volpi"), si imbatte nel caso di una donna pure lei scomparsa misteriosamente nel corso di quella memorabile tempesta di neve nel lontano 1942 (proprio nelle stesse circostanze in cui si erano perse le tracce del fratellino di Erlendur, Bergur)
Come un segugio, Erlendur si mette sulle tracce di questa donna, Matildur, per disvelare il mistero della sua scomparsa, attivato da voci e dicerie che sente mormorare con molta riservatezza e circospezione da alcuni anziani abitanti del posto che va via via incontrando. E cerca di capire cosa sia veramente successo: così facendo, con la sua testardaggine, evoca i fantasmi del passato, sentendo che sia sua dovere morale portare luce in quel mistero. E nello stesso tempo arriverà ad una qualche conclusione circa la scomparso del fratello che, in un certo senso, potrà riposare in pace.
E’ un romanzo di grandi rimpianti e di grandi solitudini, ma anche di grandi inquietudini.
Indriðason, prima ancora che uno scrittore di storie "crime" è uno scrittore (ed anche cantore) a tutto tondo dello spirito dell’Islanda.
Di quando in quando prendo uno dei suoi romanzi, ancora non letti, che attendono nello scaffale a lui riservato (li ho tutti), e lo leggo, immergendomi di nuovo nelle atmosfere dell’Islanda che ho avuto modo di visitare e percorrere in due diverse occasioni.

 

(Dal risguardo di copertina) L’ispettore Erlendur è tornato nei luoghi della sua infanzia. Trascorrerà qualche tempo nel piccolo villaggio sulle rive di un fiordo dell’Islanda orientale, deciso ad affrontare una volta per tutte l’ossessione che lo perseguita fin da quando era bambino: la scomparsa del fratello minore Bergur durante una bufera di neve. Di notte, solo nel rudere abbandonato della sua casa, attende che l’oscurità, il gelo e il vento gli riportino i fantasmi della tragica esperienza che distrusse per sempre la sua famiglia; di giorno, vaga per i boschi e la brughiera alla disperata ricerca di indizi. E proprio qui si imbatte per caso in una vicenda per molti versi simile a quella di Bergur: la sparizione di una giovane donna, in una notte di tormenta, nel gennaio del 1942. Una storia non ancora dimenticata, ma che molti preferirebbero lasciare sepolta sotto decenni di segreti e sensi di colpa. Immerso in un paesaggio aspro, in cui una modernità disordinata e invadente si scontra con una natura ancora capace di sconvolgere, Erlendur si lascia trasportare in un’indagine al confine tra realtà e allucinazione, travolto da un’insaziabile sete di risposte che lo costringerà a scavare ostinatamente dentro ferite mai curate, a riportare in luce antiche suggestioni, a riesumare tormenti inconfessabili. «Ho già letto almeno cinque libri con protagonista il commissario Erlendur Sveinsson: sono ben scritti...» Andrea Camilleri «L’Islanda ha trovato il suo Mankell... Assolutamente nordico, un narratore che rappresenta un marchio di grande qualità. Erlendur è un personaggio meraviglioso.

 

Hanno detto:
«Erlendur, poliziotto disilluso che fa luce laddove l’Islanda pare immersa in una notte infinita. Insomma, un grande.» Anna
«Un autore da seguire e da amare. Uno scrittore di noir costruiti con intelligenza e capacità letterarie non comuni.» Il Giornale
«Indriðason si conferma abile a indagare passioni e sentimenti (anche i più morbosi) senza cedere al buonismo.» Corriere della Sera

 

Arnaldur Indridason

L'autore. Arnaldur Indriðason è uno scrittore islandese di romanzi polizieschi che hanno come protagonista il personaggio di Erlendur Sveinsson. Ha lavorato come giornalista indipendente e come critico cinematografico. Laureato in storia, ha scritto il suo primo romanzo nel 1997. Ha vinto numerosi premi fra i quali il Glasnyckeln e Gold Dagger. Tra i suoi romanzi pubblicati da Guanda: Sotto la città (2005), La signora in verde (2006), La voce (2008), Un corpo nel lago (2009), Un grande gelo (2010), Un caso archiviato (2010), Un doppio sospetto (2011), Cielo Nero (2012), Le abitudini delle volpi (2013), Sfida cruciale (2013), Le Notti di Reykjavík (2014), Una traccia nel buio (2015), Un delitto da dimenticare (2016), Il commesso viaggiatore (2017), La ragazza della nave (2018), Quel che sa la notte (2019) e I figli della polvere (2021).

Non puntava a vendicarsi. Non puntava a riempire le carceri di disgraziati. Puntava solo a scoprire la verità, caso per caso. Era l'unico principio che aveva seguito negli anni in polizia, trovare risposte alle domande che lo assillavano. Scoprire verità che si erano perdute, erano state dimenticate e non sarebbero mai state ritrovate.

Le abitudini delle volpi, p. 229

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18 agosto 2022 4 18 /08 /agosto /2022 07:53
Fernando Aramburu, Vita di un pidocchio chiamato Mattia, Salani, 2008

Fernando Aramburu è uno scrittore spagnuolo molto noto, forse uno dei più celebrati scrittori contemporanei in lingua spaguola, autore di molti romanzi, tra cui Patria
Pochi conosceranno forse di Aramburu un piccolo volume che contiene la storia di un redivivo Candido in forma di pidocchio: si tratta di Vita di un pidocchio chiamato Mattia (Vita de un piojo llamado Matia, nella traduzione di Elena Rolla, Salani Editore, 2008).
Qui, in questo breve libro, splendidamente illustrato da Raùl Arias, è contenuta la lunga breve vita di un pidocchio che si autonomina "Mattia", poiché Mattia è il nome del macchinista ferroviario sulla cui testa si schiude la sua lendine.
Mattia è un decisamente un personaggio degno di Voltaire - un Candido redivivo in forma di pidocchio - che passa indenne attraverso catastrofi e cataclismi per arrivare alla fine della sua vita nel folto giardino tranquillo della pellaccia di un cane, nei cui meandri si ritira a trascorrere la sua vita da pensionato.
Un pensionato che però ha tanto da raccontare.
Anche il mondo dei pidocchi sa essere terribile e può essere teatro di sopraffazioni e di tirannidi, ma anche di meravigliose avventure, scoperte ed esplorazioni. Ma, di capello in capello e di testa in testa, per quanto perigliose siano le sue vicissitudini, Mattia riesce sempre a sopravvivere.
E' notevole il cambio di prospettiva. poter capire come tutto cambia se le nostre dimensioni dovessero diventare a pochi millimetri soltanto: e, in questo senso, la bella favola di Mattia, mi ha fatto pensare alla storia perturbante (per me, quando la lessi) di Richard Matheson, Tre millimetri al giorno, che è la storia di un uomo che per ragioni misteriose comincia a perdere ogni giorno tre millimetri della sua storia (e il suo corpo si restringe di conseguenza), sino ad entrare nel piccolissimo e poi nell'infinitamente piccolo.
La vita del pidocchio Mattia è tutta contenuta in un libro breve, suddiviso in capitoletti di poche pagine, particolarmente adatto ad essere ad alta voce, in compagnia. E, se chi legge è bravo ad introdurre la necessaria drammatizzazione, il godimento è assicurato.
Non è un caso che l'epigrafe che introduce il testo sia una dedica che recita: "Dedico questa storia alle persone care su cui vivo", come a dire che Aramburu identificandosi con un pidocchio, come quello della storia voglia dire: in fondo noi uomini siamo tutti un po' pidocchi e, tra essi, ci sono quelli - come mattia - che sono capaci di raccontare una loro storia.

 

(Soglie del testo) Una storia per giovani dagli 8 agli 88 anni
Mattia nasce sulla testa di un capotreno, ma non vi rimane a lungo… di testa in testa, tra forfora, altri pidocchi bulletti, cappelli e armadi, tutta la vita di Mattia, dalla nascita fino alla tranquilla pensione su un cane
«Che schifo, c'è un pidocchio sulla mia testa!» Quante volte avremo detto o sentito questa frase? Ma allora perché un pidocchio non potrebbe dire: «Che schifo! C'è un uomo sotto i miei piedi»? E Mattia, nato sulla testa di un macchinista che (per fortuna!) si lava poco, deve fare i conti con tutti i pericoli che il luogo comporta: dagli spaventosi denti del pettine alle bollenti vampate di phon, dai lavori forzati nelle cave di forfora al rapporto con gli altri zampettanti coinquilini. Fino a che non decide di tentare la fuga… Una scoppiettante metafora della vita e dalla convivenza civile, vista con gli occhi di un piccolo pidocchio generoso che non si scoraggia davanti alle difficoltà. E ora, vi state grattando la testa?


«Fernando Aramburu è la punta di diamante degli autori spagnoli contemporanei» Expansión

 

L'Autore. Fernando Aramburu, nato a San Sebastián nel 1959, ha studiato Filologia ispanica all’Università di Saragozza e negli anni Novanta si è trasferito in Germania per insegnare spagnolo. Dal 2009 ha abbandonato la docenza per dedicarsi alla scrittura e alle collaborazioni giornalistiche. Ha pubblicato romanzi e raccolte di racconti, che sono stati tradotti in diverse lingue e hanno ottenuto numerosi riconoscimenti. Patria (Guanda, 2017), uscito in Spagna nel settembre 2016, ha avuto un successo eccezionale e un vastissimo consenso, conquistando – fra gli altri – il Premio de la Crítica 2017. In Italia ha pubblicato Vita di un pidocchio chiamato Mattia (Salani, 2008), I pesci dell'amarezza (La Nuova Frontiera, 2007), Il trombettista dell'utopia (La Nuova Frontiera, 2005), Anni lenti (Guanda, 2018), Mariluz e le sue strane avventure (Guanda, 2019) e I rondoni (Guanda, 2021).

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10 agosto 2022 3 10 /08 /agosto /2022 18:06
Joe Connelly, Pronto soccorso (Bringing Out the Dead), Marco Tropea Editore, 1999

Dal primo romanzo di Joe Connelly, Pronto soccorso (titolo originale: Bringing Out the Dead, nella traduzione di G. Guerzoni), pubblicato da Marco Tropea Editore (1998), è stato tratto il film di Martin Scorsese, interpretato da Nicholas Cage (uscito nelle sale cinematografiche USA nel 1999), con il titolo omonimo che, nella distribuzione italiana, è diventato "Al di là della vita".
Ho acquistato il romanzo subito dopo aver visto il film, quindi tra il 1999 e il 2000.
Ho cominciato immediatamente a leggerlo.
Troppo disperante.
Sono andato in pausa.
E' rimasto sul mio comodino sino al 2015, quando ho ripreso a leggerlo un capitolo alla volta
Con questo ritmo lento e rilassato sono riuscito a finirlo il 9 agosto 2022, giorno in cui ricorre il mio compleanno.
E sono contento di avere portato a termine questa lettura.
S'è trattato di un tempo spropositamene lungo per leggere una storia che si svolge tutta nell'arco di due notti e tre giorni, ma - in fondo - ne è valsa la pena e sono contento di non avere mollato.
I turni sull'ambulanza di di Frank Pierce, soccorritore, ma stanco del suo lavoro (si potrebbe dire che egli sia prossimo ad un burnout, con una continua oscillazione tra un polo di euforia maniacale quando riesce a salvare delle vite e uno di profonda disperazione e sconforto quando invece la sua missione salvifica fallisce), si rende conto che tutti quelli che soccorre a cui lui tiene (perché verso costoro si accende nei pochi attimi del primo soccorso un'empatia, una relazione positiva), muoiono, mentre quelli che vengono soccorsi poiché sono in condizioni critiche ma desiderano morire, rimangono in vita, oltre ogni limite ragionevole.
Il mondo notturno di Frank Pierce è allucinato e delirante, non si comprende mai cosa sia reale e cosa invece sia frutto di visioni di morti che ritornano e che lo ossessionano. Frank non ne ne può più di tutte queste morti  e di questi morti tenuti in vita artifialmente (dopo essere stati richiamati ad una pseudo-vita con procedure eroiche di rianimazione) e vorrebbe dimettersi, e più va avanti, come un coatto in un lavoro che non regge più, più si sente esaurito e consunto. E si chiede se tutto questo darsi da fare serva poi veramente a qualcosa; si pone anche il quesito se questi morenti desiderino veramente di essere richiamati alla vita o se piuttosto non vogliano altro che un gentile accompagnamento in un presunto Aldilà o verso il nulla, a seconda di cosa si creda a proposito delle cose ultime.
E' così che questa storia offre la possibilità di compiere una riflessione profonda sui temi del vivere e del morire, ma anche sull'aberrazione delle cure estreme (di mera sopravvivenza somatica) che vengono impartite ai comatosi. E sopratutto ci si sente portati ad interrogarsi sulle pratiche di una Medicina sempre più onnipotente e demiurgica che si arroga il diritto di riportare indietro dalla morte oppure di mantenere alcuni per un tempo indefinito in un limbo di non-vita, laddove in altri tempi e in assenza dei macchinari e delle sofisticherie tecnologiche odierne essi sarebbero stati lasciati andare. A volte la Cura vera e più profonda è nel lasciare andare, non nel trattenere.
Nel romanzo le vicissitudini di Frank Pierce (nel film impersonato da Nicholas Cage), paramedico dell'Emergency Medical Service a Manhattan, riflettono le esperienze reali dell'autore del romanzo, che ha lavorato a lungo - per dieci anni - come paramedico in un'unità di Pronto soccorso.

 

(Risguardo di copertina) Quando la notte anonima e paurosa scende sulla metropoli per Frank Pierce è ora di andare al lavoro: deve domare i demoni della malattia e della morte, accompagnare un'umanità impaurita e ferita verso la speranza della salvezza. O chiudere gli occhi ai disperati.
Da qualche anno Frank Pierce lavora nelle ambulanze del Pronto soccorso, e gli sembra il mestiere più bello del mondo. Vola per le strade di Hell's Kitchen [Hell's Kitchen (ovvero "la cucina dell'inferno") è un termine usato in lingua inglese per riferirsi a un sobborgo degradato, con riferimento all'omonimo quartiere di Manhattan. Il termine è anche il titolo di svariate opere artistiche e trasmissioni televisive], il quartiere più "malato" di New York, in compagnia di colleghi appassionati e generosi come lui, rispondendo alle chiamate difficili - attacchi cardiaci, accoltellamenti, sparatorie, collassi da overdose - con il coraggio e la forza di chi ha una missione da compiere.
Salvare vite umane è la sua droga, e giocare all'angelo della resurrezione la sua gioia più profonda. Del resto è stato un incidente stradale a portare tra le braccia di Frank il grande amore, come se il caos gli avesse imposto di rispettare la tradizione iniziata dai suoi genitori che si erano conosciuti e innamorati in una stanza d'ospedale.

 

Joe Connelly

Ma non tutti gli interventi si concludono con un successo e Frank, abituato com'è a godersi sino in fondo l'euforia di ogni salvataggio, non ha difese contro il dolore dei fallimenti. I fantasmi delle persone che nessun massaggio cardiaco ha potuto risvegliare dal lungo sonno cominciano ad essergli più presenti dei vivi. Come la piccola Rose, la ragazza dall'impermeabile giallo, che lui non è stato capace di salvare…

 

L'autore. Joe Connelly ha lavorato per quasi dieci anni come paramedico al St Clare's Hospital di New York, la città in cui è nato e dove al tempo dell'uscita del suo primo romanzo viveva insieme alla moglie. Ha scritto un secondo romanzo, mai tradotto in Italiano, dal titolo "Crumbtown" che non ha avuto successo quanto il primo e che è stato accusato diai critici di ricorrere agli stessi, abusati, cliché. Attualmente vive con la famiglia in una location nelle Adirondacks Mountains.
 

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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