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27 aprile 2017 4 27 /04 /aprile /2017 07:42

Paul Theroux, Nel cuore di Chicago, RizzoliNel cuore di Chicago (titolo originale: Chicago Loop, nella traduzione di di Gianni Pilone-Colombo), pubblicato da Rizzoli (nella collana che fu sicuramente di belle scelte, Mistral), nel 1991, è un interessante romanzo dell'eclettico Paul Theroux, sua opera non degli esordi e contenuta in numero di pagine, a differenza di numerose delle sue successive produzioni sia nell'ambito della narrativa (fiction) sia della nonfiction e, per di più, con un'ambientazione né "esotica", né di viaggio.
Come è noto, Theroux, personaggio dalla vita mobile e certamente non sedentaria, ha scritto anche degli straordinari diari di viaggio, frutto di sue esperienze avventurose, con una certa sintonia letteraria con il grandissimo ed ineguagliato viaggiatore-scrittore Bruce Chatwin, assieme al quale ha firmato un piccolo volume sulla Patagonia (pubblicato da Adelphi).
Le prime righe del risguardo di copertina sono piuttosto ingannevoli, in quanto portano il lettore che nel romanzo si sia alle prese con un serial killer.
Le cose stanno un po' diversamente, ma non mi prononcerò su di esse per timore di rovinare a qualcuno il piacere della lettura, anche se mi pare alquanto improbabile che qualcuno lo possa leggere, poiché è introvabile negli ordinari circuiti librari (ma ce n'è qualche copia disponibile sul mercato dell'usato nel web).
Si tratta piuttosto di un romanzo di colpa ed espiazione, con una tematica vagamente dostoijevskiana, condita da un'interessante incursione nel campo della doppia personalità, dell'identità di genere e del transgender, oltre che nella tematica degli "appuntamenti al buio" che, a quei tempi (prima dell'avvento della rete), venivano portati avanti per mezzo di inserzioni sulla carta stampata. Un po' uno psico-thriller, se vogliamo, in cui gli elementi noir e pertinenti ad una sessualità distorta fanno più che altro da contorno ad una vicenda essenzialmente psicologica: con una forte segno sull'effetto impriogionante di scelte ed ossessioni che si tramutano in prigione soffocante dalla quale si può uscire soltanto con scelte dirompenti. Non a caso il titolo dell'edizione originale inglese contiene il termine "loop" che se da un lato ha una valenza geografica poichè il "Chicagfo Loop" è il centro storico della zona finanziaria e degli affari di Chicago, dall'altro lato il "loop" è una sorta di anello ricorsivo in cui un individuo si ritrova catturato, costretto a ripetere sempre le stesse cose. 
Si legge con piacere, anche se la prosa di Theroux (ma questa è soltanto la mia opinione personale) non sempre é agevole ed accattivante.
Si tratta di un romanzo che è stato "trovato" a casa in un momento di riorganizzazione dei miei libri, giacente in uno scaffale dove lo avevo riposto al momento dell'acquisto, potrei dire "secoli addietro". Ma anche per lui è giunto il tempo di essere aperto e letto...

 

(dal risguardo di copertina) Un'afosa estate a Chicago, una catena di raccapriccianti assassinii, compiuti da un criminale spietato che sceglie le proprie vittime tra le donne giovani e nubili. E che riesce a a sfuggire abilmente alla polizia. Intanto, in un quartiere ricco della metropoli, Parker Jagoda, un affermato uomo d'affari, batte le strade oppresse dalla calura appagando un suo vizio segreto. Neppure la bellissima moglie, Barbara, sa sa quale tremenda ossessione si annidi dietro le piccole perversioni, da lei conosciute e assecondate, dell'uomo. Un'ossessione ai limiti della follia che esplode in un crescendo di colpi di scena fino a tramutarsi in devastante senso di colpa, preludio di un agghiacciante destino.

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1 gennaio 2017 7 01 /01 /gennaio /2017 15:46

Stephen King, Fine Turno (End of Watch), Sperling & Kupfe, 2016(Maurizio Crispi) Vado forse controcorrente se affermo che "Fine Turno" (End of Watch) di Stephen King (Sperling&Kupfer, 2016) mi è piaciuto, come mi sono piaciuti i due volumi precedenti della trilogia che ha come protagonista il detective in pensione Billy Hodges (e i suoi due comprimari) nel confronto/duello con il malvagio Brady Hartfield che, dalla sua stanza d'ospedale, riesce ad architettare un piano diabolico per portare a termine ciò che era rimasto incompiuto.
Stephen King "non" è uno scrittore di genere, per quanto alcuni lo vogliano inchiodare a questa etichetta. Nel corso del tempo "il re" si è cimentato in varie direzioni, esplorandone le potenzialità con risultati diversi, ovviamente, e non sempre condivisibili. Ma, come per tutti gli scrittori che abbiano il coraggio di non rimanere legati ad un unico stereotipo narrativo il giudizio d'un lettore attento deve tenere d'occhio l'opera narrativa nel suo complesso, con tutte le divagazioni, le sperimentazioni, i percorsi (compresi i vicoli ciechi) che l'Autore ha voluto seguire.
La trilogia di Hodges e dell'agenzia investigativa "Finders Keepers" va appunto collocata in questa luce. E, di volta in volta, le opere di Stephen King vanno lette facendo attenzione alle soglie del testo e alle epigrafi. Come Revival era dedicato ad alcuni dei maestri dell'Horror e sopra a tutti a H. P. Lovecraft, indiscusso pilastro del Gotico, la trilogia di Mr Mercedes trova i suoi ispiratori in alcuni scrittori del genere poliziesco e, in particolare, è dedicata nel suo incipit a Ed McBaine al poliziesco metropolitano.
Detto questo, ciò che più affascina nell'opera narrativa di King è la capacità affabulatoria che si distende in lunghi percorsi in cui i personaggi vengono magistralmente costruiti e fatti vivere.
Non a caso Stephen King si paragona sovente a Charles Dickens, gigante della letteratura del Novecento e non certo di genere.
Fine Turno, come i due romanzi che lo hanno preceduto si legge bene e appassiona, anche se non c'è suspense, dal momento che il montaggio degli eventi è predisposto dallo sguardo onnisciente del narratore.
Ma ciò che piace è il dispiegarsi della narrazione, appunto: ed è questa la qualità che fa di Stephen King un grande scrittore.

Stephen King, End of Watch, (Edizione UK)(dal risguardo di copertina) Dopo Mr. Mercedes e Chi perde paga, King ha scritto l'atteso capitolo conclusivo della sua trilogia poliziesca, nella quale l'autore, come ci ha ormai abituato, combina il suo impareggiabile senso della suspense con uno sguardo lucidissimo sulla fragilità umana.
In un gelido lunedì di gennaio, Bill Hodges si è alzato presto per andare dal medico. Il dolore lo assilla da un po' e ha deciso di sapere da dove viene. Ma evidentemente non è ancora arrivato il momento: mentre aspetta pazientemente il suo turno, infatti, Bill riceve la telefonata di un vecchio collega che chiede il suo aiuto, e quello della socia Holly Gibney. Ha pensato a loro perché l'apparente caso di omicidio-suicidio che si è trovato per le mani ha qualcosa di sconvolgente: le due vittime sono Martine Stover e sua madre. Martine era rimasta completamente paralizzata nel massacro della Mercedes del 2009. Il killer, Brady Hartsfield, sembra voler finire il lavoro iniziato sette anni prima dalla camera 217 dell'ospedale dove tutti pensavano che sopravvivesse in stato vegetativo. Mentre invece la diabolica mente dell'Assassino della Mercedes non solo è vigile, ma ha acquisito poteri inimmaginabili, tanto distruttivi da mettere in pericolo l'intera città. Ancora una volta, Bill Hodges e Holly Gibney devono trovare un modo per fermare il mostro dotato di forza sovrannaturale. E a Hodges non basteranno l'intelligenza e il cuore. In gioco, c'è la sua anima. Dopo "Mr. Mercedes" e "Chi perde paga", King ha scritto il capitolo conclusivo della sua trilogia poliziesca, nella quale l'autore, come ci ha ormai abituato, combina il suo senso della suspense con uno sguardo lucidissimo sulla fragilità umana.
Stephen KingDalla trilogia di Bill Hodges sarà tratta una miniserie TV diretta da Jack Bender.

Di Fine turno è stato detto:
«Per le legioni dei suoi fan, Fine turno, combinazione tutta kinghiana di horror e mystery, è il finale perfetto della trilogia di Bill Hodges» - Publishers Weekly
«Il re non delude» – Andrea Vitali, Il Venerdì di Repubblica
«Di uno scrittore come King, che è sulla cresta dell'onda da molti decenni, si potrebbe pensare che è a corto di idee. E invece eccolo servirci uno dei thriller più originali degli ultimi tempi: un libro spettacolare, emozionante, avvincente» - Library Journal
«King riesce ancora splendidamente a fare la sua magia.» - The Associated Press
«King è abilissimo nell'imbastire il suo nuovo romanzo horror, che tocca argomenti sensibili come quello della depressione e del suicidio» - Luca Crovi, il Giornale.it

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30 aprile 2016 6 30 /04 /aprile /2016 08:27
Giacomo Casanova in un ritratto di Alessandro Longhi (ritratto presunto)

Giacomo Casanova in un ritratto di Alessandro Longhi (ritratto presunto)

(Maurizio Crispi) American Casanova. Le nuove avventure del leggendario seduttore, curato da Maxim Jakubwoski (Mondadori, 2009) é un romanzo collettaneo, scritto a più mani, in cui ciascun aurtore si è assunto il compito di scriverne una parte capitolo di questa saga erotica di un Casanova redivivo, con una vicenda che si va sviluppando da un capitolo all'altro, per progressive aggiunzioni in una vera e propria sarabanda di avventure all'insegna dell'erotismo.
Per Casanova che si risveglia misteriosamente nella nostra epoca, il mondo è cambiato, ma - stranamente - altre sono rimaste identiche: e tra queste i rituali del sesso e dell'eros "modificati", alla luce dei gusti dilaganti nel XX secolo.

American Casanova. Le nuove avventure del leggendario seduttoreE dunque il nostro Giacomo Casanova si ritrova presto in un vortice di torbide avventure alla ricerca della - anch'essa - rediviva O (se ricordate la O di Histoire d'O), di cui presto si ritrova ad essere perdutamente innamorato, tanto da essere disposto a sobbarcarsi alle prove più estreme e severe, per trovarla e poi ritrovarla, traendone tuttavia da queste prove imprevisti piaceri.
Abbandonata presto Venezia sulle tracce di O, Casanova apporda negli Stati Uniti e qui, con l'aiuto di occasionali "maestri" che lo rendono edotto di usi e costumi del XX secolo (ma solo fino ad un certo punto, perchè egli potrà imparare soltanto attraverso l'esposizione diretta alle più diverse esperienze), inizia un carosello di viaggi che lo portano da New York alla California e quindi passando dalla Florida di nuovo in California e, infine, a New York, esplorando tutte le nuove frontiere del libertinismo sessuale, come il sesso di gruppo, il sadomaso, il bondage, il fetish e perfino una singolare esperienza di naked skydiving: e da libertino della sessualità da ogni esperienza Casanova trae piacere senza porsi alcun problema, né sperimentare sensi di colpa, inclusa l'estrinsecazione di una sua omosessalità latente.
Casanova e il suo membro ringiovanito, tornato a nuovi turgori, sono pronti ad affrontare tutte le nuove avventure che l'epoca contemporanea offre loro.
Da leggere per divertirsi, più che altro: alcune descrizioni di copule, improbabili accoppiamenti, situazioni estreme sono davvero ben fatte (e soprattutto ben scritte), con molto sadomaso e bondage che ne rappresentano l'apoteosi finali.
Casanova e O finiscono con il diventare in queste pagine due effettive icone pop di una estrema declinazione di una vita dedicata alla pansessualità.


(Dal risguardo di copertina) Venezia, 2005. Giacomo Casanova si sveglia in una stanza familiare. Il suo ultimo ricordo è di essere morto la notte prima, ma egli si ritrova giovane e, soprattutto, sessualmente al massimo della sua potenza. Si avventura quindi per le calli di una Venezia non poi così mutata, in cerca di una spiegazione a questa strana resurrezione. Le donne sono belle come sempre e il fascino di Casanova non ha perso smalto: in poco tempo riesce a sedurre Cristiana, cameriera in un bar, e con lei si getta in un'avventura ad alto tasso erotico.

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22 aprile 2016 5 22 /04 /aprile /2016 00:22
Dio benedica il Capitano Vere! Un film e un romanzo che sono rimasti vividamente impressi nella mia memoria

"La Storia di Billy Budd, gabbiere di parrocchetto" (romanzo postumo di Herman Melville), nell'edizione italiana per i tipi di Bompiani, con prefazione pregevole di Eugenio Montale, autore altresì della traduzione), è per me un libro importante per me, quasi cult.
Quando ero appena decenne mio padre mi portò a vedere il film in bianco nero che ne era stato tratto (1962), con Terence Stamp nella parte di Billy Budd e Peter Ustinov (peraltro anche regista del film) nei panni del Capitano Vere.
Il poster del film (1962), Billy Budd, diretto da Peter UstinovIo, pur piccolo, rimasi molto colpito dalla scena finale con l'impiccagione di Billy Budd che a me parve vittima di un'ingiustizia e assurto al ruolo di santo..
Quando tornammo a casa, papà prese dalla libreria la copia del romanzo e mi lesse ad alta voce la parte di uno dei capitoli finali in cui si raccontava lo stesso fatto, con il suo climax emozionale quando Billy Budd, prima dell'esecuzione comminata per il suo delitto (ma impropriamente nel flusso narrativo melvilliano, poichè il capitano vere prima di decidere ciò, avrebbe dovuto consultarsi con un Ammiraglio in rispetto delle regole vigenti) grida davanti a tutto all'equipaggio e agli ufficiali e sottufficiali schierati: "Dio benedica il capitano Vere".
Billy Budd é una sorta di presenza angelicata (che secondo alcuni interpreti del testo melvilliano rappresenta la forza della natura che, in quanto tale, non può integrarsi nel mondo degli uomini), piombato nel rude mondo della marineria militare britannica, gentile e affabile con tutti, benvoluto e capace, pronto ad accollarsi qualsiasi compito gli fosse richiesto tanto che il capitano Vere pensava di promuoverlo presto ad un rango superiore per sfruttare al meglio le sue capacità.
Benvoluto da tutti, fuorché dal cupo e luttuoso Maestro d'armi di fortuna John Claggart che prende ad angariarlo e a stargli addosso (si direbbe oggi a mobbizzarlo), fintantoché all'ennesima provocazione Billy Budd reagisce e lo colpisce, uccidendolo (un omicidio preterintenzionale, si direbbe oggi secondo il linguaggio giuridico), ma siccome tra l'equipaggio della nave da guerra serpeggiavano malumori che erano giunti all'orecchio degli ufficiali, Billy Budd per via di quel gesto, psicologicamente motivato, viene accusato non solo di insubordinazione e di omicidio, ma anche di tentativo di ammutinamento, come se il suo gesto fosse stato espressione di una rivolta che covava ancora senza aver avuto ancora palesi manifestazioni.
Una storia che Melville trasse da un libello che circolava ancora ai suoi tempi e che raccontava questo episodio "vero", in cui Billy Budd diveniva una sorta di Cristo redivivo che veniva impiccato per via dei peccati commessi da altri e che, tuttavia, perdonava il suo giustiziere e lo assolveva chiedendo per lui la benedizione di Dio.
Il film e quel libro da cui papà mi lesse il punto più alto, mi rimasero impresse ed ebbero per me un potente influsso formativo.
Questo volume di cui vedete la copertina è uno dei libri che mi sono più cari e di dà i brividi pensare che papà e mamma, pur con le loro magre risorse, in tempo di guerra continuavano a comprare e a leggere romanzi che poi costituirono il nucleo iniziale della loro biblioteca di narrativa.
E, attraverso questo piccolo episodio, non possa fare altro che ribadire quanto sia stata importante l'azione continua di mio padre nell'mpliare i miei orizzonti, nelforgiarmi lasciandomi però libero di seguire i miei percorsi e di ammpliare i miei orizzonti, facendomi sempre vedere qualcosa "al di là", con la grande lezione di vita che la curiosità e la voglia di sapere devono essere alla base di tutto il nostro operare.
Ed ecco di seguito il brano topico, quello che mio padre mi lesse al nostro ritorno a casa. E ricordo quella lettura vividamente, come fosse ieri, con le inflessioni di voce opportunamente modulate da papà per rendere bene tutto il pathos della scena.

 

Una volta, in alto mare, l'impiccagione di un marinaio era fatta generalmente sul pennone di trinchetto. Nel caso presente, per particolari motivi, era stato prescelto l'albero maestro. Assistito dal cappellano il prigioniero fu condotto sotto un pennone di quest'albero. Fu osservato allora, e commentato più tardi, che l'ottimo uomo in questa scena finale non perdette tempo nelle formalità di rito. Scambiò alcune parole col condannato, ma l'autentico Vangelo era piuttosto nell'aspetto e nelle maniere che nella sua lingua. Gli ultimi preparativi furono condotti innanzi rapidamente da due nostromi e l'esecuzione stava per compiersi. Billy era in piedi col viso rivolto a poppavia. Al momento estremo le sue sole parole, pronunciate senza alcun impedimento, furono queste: "Dio benedica il capitano Vere". Tali sillabe, così inattese da parte di un uomo che aveva il vergognoso laccio attorno al collo; questa benedizione di un convinto di fellonia mandata verso i posti d’onore e detta con l’accento melodiosodi un uccello che sta per spiccarsi dal ramo, ebbe un effetto formidabile, accresciuto anche dalla rara bellezza del giovane marinaio, fatta più spirituale dalle ultime e sì cocenti esperienze.
enza volere, come se la gente della nave fosse il veicolo di una corrente elettrica, con un sola vocedall’aalto e dal basso, un grido si levò: “Dio benedica il capitano Vere”. E in quell’istante Billy dovette essere in tutti i cuori come già era in tutti gli occhi. (p.182-183)

Herman Melville, La storia di Billy Budd, Bompiani, 1942

Il testomelvilliano è stato oggetto di una trasposizione in opera lirica (arrangiamento musicale su libretto di Edward Morgan Forster e Eric Crozier) da parte di Benjamin Britten.

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8 aprile 2016 5 08 /04 /aprile /2016 08:11
Il Cartello. Don Winslow narra con crudezza e brutalità le vicende del Narcotraffico Messico/USA e della "Guerra alla Droga"

(Maurizio Crispi) Le vicende narrate nel recente romanzo scritto da Don Winslow e ultimo ad essere stato tradotto in lingua italiana (Il Cartello, Einaudi, Stile Libero, 2015) s'innestano con un gap di alcuni anni su quelle de "Il Potere del Cane", che coronava una serie di romanzi sul narcotraffico al confine tra USA e Messico. Vi si riprende un filo che, in effetti, non era stato interrotto, a parte il fatto che l'agente Art Keller, dopo quelle vicende, si era ritirato a vivere in un monastero nel deserto, alla ricerca di pace. Ma Keller viene convinto a rientrare in servizio per lottare contro il potente Adan Barrera, signore del narcotraffico che ha posto - a quanto sembra - una taglia sulla sua testa. I due sono alla ricerca di una vendetta reciproca: entrambi sono stati responsabili di morti disumani. Anche chi lotta contro il narcotraffico finisce con il macchiarsi di eguali crimini brutali e violenti, nulla conta se questi vengono sono "provocati" nel corso di un gioco strategico e non eseguiti direttamente.
Il Cartello racconta appunto questo titanico scontro che coinvolge la maggior parte degli Stati messicani e gli Stati uniti, con le inevitabili connivenze in alto loco.
E le cose vanno avanti, sino ad una temporanea conclusione che, d'altra parte - come si può arguire facilmente - è soltanto punto d'inizio d'un nuovo acerrimo scontro, tutto giocato su equilibri strategici continuamente mutevoli, in cui di tanto in tanto dei pezzi saltano via o vengono sacrificati. Il romanzo che è stato equiparato alla "Guerra e Pace" del Narcotraffico, procede per oltre 1000 pagine, senza dare requie al lettore per la violenza e la brutalità di cui ogni singolo capitolo trasuda.
S'impara molto leggendo il fitto intreccio predisposto da Winslow (che - come per i romanzi precedenti - si è ultra-documentato): soprattutto sulle strategie che sono alla base dei due schieramenti apparentemente contrapposti ma - in realtà - sinergici nel mantenere lo status quo, tutto a favore delle grandi holding di fabbricanti di armi e di tecnologie da guerra. Colpisce anche l'inesistenza/pochezza delle forze istituzionali messicane o della loro collusione con l'una e l'altra parte: le decisioni vengono preso solo se si è alla ricerca di vantaggi oppure se si è intimoriti dalla minaccia di ritorsioni.
Sono soltanto pochi quelli che, in un simile scenario in cui un'intera nazione è abbondanata al potere dei narcotrafficanti, si oppongono o cercano di mantenersi aderenti alla propria coscienza morale: sono anzxi sempre di meno, poichè chi si poone o non rimane allineato vine brutalmente falciato.
Colpisce subito prima dell'esordio del romanzo un elenco fittissimo di ben due pagine con i nomi di tutti i giornalisti che sono stati uccisi o sono scomparsi durante l'arco di tempo in cui il romanzo stesso è stato scritto. E ad essi - e al loro coraggio - il romanzo é dedicato.

I romanzi di Don Winslow sono irresistibili: appena ne esce uno nuovo non posso fare a meno di correre in libreria e procurarmene una copia che leggo a spron battuto, infrangendo ordini di lettura e priorità preesistenti.
La"guerra alla droga" non è fatta per vincere, ma è fine a se stessa: il progetto sottinteso è che debba durare per sempre per alimentare i traffici (apparentemente leciti) di armi, movimentazione di captali da vertigine e per sostenere equibilibri politici e alleanze, in una movimentazione che di necessità deve essere continua.
In Medi e in Estremo Oriente ci sono gli scenari di guerra per portare la "democrazia", ma in realtà per sostenere gli interessi delle nazioni che vogliono accapararsi il controllo delle risorse, mentre nelle Americhe c'è la Guerra alla Droga che è pur sempre una guerra sostenuta da logiche occulte: una guerra fatta non per essere vinta, ma per durare, solo con qualche cambiamento di scenario e con la l'avvicendarsi di nuovi "nemici pubblici n°1".

Don Winslow(dalla quarta di copertina) A dieci anni da Il potere del cane torna, in tutta la sua potenza epica, la guerra sanguinaria al narcotraffico. E la sfida tra i cartelli messicani e il loro peggior nemico, l'agente della Dea Art Keller. Adán Barrera, capo del cartello della droga piú potente del mondo, è rinchiuso in un carcere di San Diego in isolamento. Art Keller, l'agente della Dea che lo ha arrestato dopo avergli ucciso il fratello e lo zio, vive nascosto in un monastero del New Mexico, dove fa l'apicoltore e cerca di dimenticare una vita di menzogne e false identità. Quando Barrera riesce a farsi trasferire in un carcere messicano e a riprendere le redini del cartello, la guerra della droga riparte con una brutalità senza precedenti. Anche Keller è costretto a tornare in azione immergendosi in un mondo nel quale onesti e corrotti, vittime e assassini, si trovano dall'una e dall'altra parte della frontiera.

L'autore. Don Winslow, ex investigatore privato, uomo di mille mestieri, è autore di undici romanzi, che lo hanno consacrato come nuovo maestro del noir. Einaudi Stile libero ha pubblicato finora L'inverno di Frankie Machine(ultima edizione «Super ET», 2009), diventato un vero e proprio caso letterario, Il potere del cane, La pattuglia dell'alba, La lingua del fuoco e, nel 2011, Le belve, da cui Oliver Stone ha tratto l'omonimo film. Nel 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscito I re del mondo, prequel de Le belve; nel 2013, Morte e vita di Bobby Z; nel 2014 Missing. New York, primo capitolo di una nuova serie poliziesca con protagonista il detective Frank Decker; nel 2015, Il cartello.

Hanno detto di questo romanzo:
«Il cartello è il Winslow migliore. Intenso, brutale, profondo. Atmosfera impressionante, trama magistrale. Una botta di metanfetamina pura» (James Ellroy)
«Don Winslow è un maestro e questo libro lo dimostra una volta di piú» (Michael Connelly)
«Se Il potere del cane era quasi perfetto. Il cartello è semplicemente straordinario» (Lee Child)
«Il cartello è un'opera monumentale
» (The New York Times)

Leggi i primi capitoli (asnteprima in .pdf)

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6 aprile 2016 3 06 /04 /aprile /2016 23:39
Figli con le Ali. Una mamma racconta la sua vita con la figlia portatrice della rara Sindrome di Angelman: "Mia figlia non è invisibile"

La Sindrome di Angelman è una rara sindrome su base genetica determinata da un difetto nella duplicazione cromosomica. E' stata descritta per la prima volta dal pediatra britannico Harry Angelman in tre bambini, suuoi pazienti.
Una mamma di Palermo (ex insegnante e ora impegnata attivamente nell'associazionismo), Fiorella Acampora, ha deciso di raccontare la storia della figlia Ester che ha 37 anni ed è affetta appunto da questa sindrome che nel suo caso venne diagnosticata solo dopo un percvorso difficile e tortuoso (e molte lotte), in un libro che ha voluto intitolare "Figli con le Ali".

Il suo racconto illustra le difficoltà che un genitore con figlio disabile deve affrontare nella gestione quotidiana e nell'organizzazione di vita e, nello stesso tempo vuole lanciare un appello contro l'invisibilità cui sono costretti figli disabili e genitori, spesso lasciati da soli ad affrontare queste sfide e costretti a contare sull'Associazionismo che nasce appunto per sopperire al disinteresse della società e delle istituzioni.
Il titolo del libro si ispira ai modi in cui Angelman ebbe l'intuizione che lo portò ad identificare la sindrome che prese poi il suo nome: ciò accade guardando il dipinto di un pittore rinascimentale che raffigurava un soggetto che aveva le stesse fattezze di quei bambini di cui egli si stava occupando.
Harry Angelman, visitando il Museo di Castelvecchio, si trovò di fronte alla tela di Giovanni Francesco Caroto, "Fanciullo con disegno" (noto anche come "Giovane con disegno di pupazzo") riscontrando - con sua sorpresa - nel ritratto del fanciullo varie somiglianze con quei suuoi piccoli pazienti che ridevano moltissimo ed avevano movimenti a scatti degli arti e del tronco.
Decise dunque a descrivere in letteratura medica i propri studi compiuti su tre ragazzi con il saggio "Puppet Children" (letteralmente “ragazzi burattino”), pubblicato nel 1965.
Solo dopo molti anni di ricerche si scoprì che nel mondo esistevano parecchi di questi pazienti, affetti da quella che venne da allora chiamata Sindrome di Angelman.

Qual'è il messaggio di base che emerge dal racconto coraggioso di Fiorella Acampora?
Questo: "Non perdere mai la speranza e lottare di continuo contro l'invisibilità".

Fiorella Acanfora, madre di Ester, 37 anni, nel libro "Figli con le ali" descrive la sindrome di Angelman spiegando cosa significa per una famiglia confrontarsi ogni giorno con la disabilità: "Il messaggio che cerco di dare è di non perdere mai la speranza" (fonte: superabile.it)

"Figli con le ali" è un libro che accende i riflettori sulla malattia rara chiamata Sindrome di Angelman, scritto da Fiorella Acanfora, mamma di Ester, che oggi ha 37 anni, per condividere con i lettori le difficoltà quotidiane che caratterizzano la vita di una famiglia di fronte alla disabilità.
Il libro è stato presentato nei giorni scorsi nella sede di Palermo di Libera presso "La bottega dei sapori e saperi della legalità".
Per l'occasione oltre alla stessa autrice sono intervenuti Giovanni Pagano, referente di Libera e la garante delle persone con disabilità Giovanna Gambino.

"Il libro - afferma Giovanna Gambino - è un contributo importante per coloro che vivono con un familiare con disabilità. La storia di Ester e della sua famiglia è un percorso di cambiamento attraverso le difficoltà: uno spaccato vivo di chi ogni giorno deve affrontare tutte le problematiche legate alla malattia che non sempre sono adeguatamente supportate dai servizi. Proprio per questo oggi occorre mettere insieme tutte le forze per garantire la qualità della vita a chi è disabile a partire dai servizi. Dobbiamo lavorare tutti per un avanzamento culturale a più livelli finalizzato a migliorare il sistema". "'Figli con le ali' è un libro di speranza in cui è molto forte la voglia di andare avanti nonostante tutto - continua la garante Gambino -. Abbiamo una famiglia che si è messa in gioco e si è rimodellata sulla base delle esigenze della figlia con disabilità. Sicuramente può considerasi un modello familiare di chi decide di non chiudersi con il suo problema ma di diventare un modello forte aperto alle relazioni umane e pronto a camminare e a crescere con gli altri".

"Mia figlia non è rara ma soprattutto non è unica e non è invisibile - sottolinea Fiorella Acanfora -. E' difficile riuscire a far capire e a trasmettere agli altri quello che vive una famiglia con una figlia con la sindrome di Angelman. Il testo vuole essere anche informativo sulla malattia. Il libro, prima della sua pubblicazione, ha avuto tre anni di gestazione perché dovevamo trovare chi sposasse questa causa e decidesse che l'intero ricavato fosse destinato a due organizzazioni: Futuro semplice onlus che è l'organizzazione che si occupa delle persone con disabilità intellettiva a Palermo e l'organizzazione nazionale sindrome di Angelman Or.S. A. che cura, invece, l'aspetto della ricerca".

"La malattia purtroppo in passato non era facilmente diagnosticabile. Soltanto dopo 26 anni, passando da un ospedale all'altro, sono riuscita ad avere finalmente la giusta diagnosi per mia figlia. Nonostante tutto, il messaggio che cerco di dare - continua Fiorella Acanfora - è quello di non perdere mai la speranza perché se ce l'ho fatta io con mia figlia che oggi ha 37 anni ce la possono fare anche tanti altri. Da parte mia il desiderio è anche quello che i lettori possano conoscere come meglio approcciarsi con chi ha questa malattia e con i suoi familiari senza lasciarsi travolgere dalle persone e dalle situazioni che non hanno i tempi e i modi dei nostri figli. E' inoltre anche un invito alle istituzioni perché possano avere sempre di più la giusta attenzione al mondo della disabilità".

L'autrice ha scelto di intitolare il libro "Figli con le ali", perché colui che ha scoperto questa malattia come patologia genetica rara negli '70 è il dottor Angelman.
Lo studioso in Italia ha scoperto che un dipinto del pittore Giovanni Caroto aveva le sembianze dei suoi piccoli pazienti e quindi si è reso conto che tutti questi ragazzi avevano erano accomunati da un'espressione molto allegra.
Angelman viene associato anche ad angeli e ad ali e infatti il simbolo della fondazione americana che studia la malattia è proprio un paio di ali.
Fiorella Acanfora è stata insegnante per 25 anni.
Dopo la nascita della figlia è stata costretta a lasciare l'insegnamento, senza diritto alla pensione.
Negli anni successivi ha fondato un'organizzazione di solidarietà familiare "Futuro semplice onlus" ed il Centro socio-educativo "La tartaruga" gestito dalla stessa associazione dove si sperimentano nuovi percorsi educativi per persone adulte con disabilità intellettiva.

 

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26 marzo 2016 6 26 /03 /marzo /2016 08:04
Un'ombra anche tu come me. Nel breve romanzo di Giancarlo Narciso doppio omaggio a Chandler e a Soriano

(Maurizio Crispi) Ho da poco finito di leggere "Un'ombra anche tu come me" di Giancarlo Narciso (PerdisaPop, collana Babelsuite, 2008). Mi è piaciuto parecchio e l'ho letto velocemente, totalmente assorbito, in parte durante una coda allo sportello in banca, tanto che non mi sono accorto di nulla quando hanno chiamato il mio turno.

In esso, mi è piaciuta la dimensione del viaggio esotico (da Bali verso le più estreme ed isolate isole dell'Indonesia, paradisi dei surfisti più estremi) e anche il fatto che non c'è un'unica verità ma molte diverse verità che si scontrano, entrando in conflitto, per ricombinarsi generando nuove configurazioni. Verità e maschere tra le quali si deve scegliere.
Mi sono chiesto se il protagonista, ingaggiato da Daniela per ricercare il "fratello" scomparso, sia il Rodolfo Capitani di Zanzare a Zanzibar (che ancora mi manca), di Singapore Sling e Incontro a Daunanda. Ho cercato di rintracciarne il nome, all'interno del testo, ma non l'ho trovato (qui mi è venuto in soccorso lo stesso autore che mi ha rammentato che, forse all'inizio, compare il suo nome, Jack ed è così che lo chiama la sua "committente").
In ogni caso anche se non è quel Rodolfo, gli è molto simile (o forse è simile a all'autore, di cui riflette le esperienze e i gusti, tra i quali l'amore sviscerato per Lombok e le più sperdute isole dell'Indonesia).
Da qui la sostanziale sensazione di identità...
E' stata una lettura veramente piacevole ed intrigante, con i diversi ingredienti ben mixati ed una elettrizzante sferzata finale e con un viraggio quasi chandleriano del personaggio principale...
Citerei come curiosità che il verso immediatamente precedente a quello che da il titolo al romanzo nella strofa in epigrafe è stato utilizzato dallo scrittore argentino Osvaldo Soriano per titolare un suo romanzo ("Un'ombra ben presto sarai"): un interessante e non voluto "gemellaggio" attraverso una soglia del testo strettamente imparentata.

"Quella donna era una maestra nell’arte di calpestarmi i nervi. Improvvisamente ebbi un vago presentimento di tifoni a prua, ma ormai ero in ballo e da tempo ho sviluppato una certa avversione a tornare indietro una volta mollati gli ormeggi. E poi, al diavolo, avevo accettato un lavoro che prometteva di farmi guadagnare in un mese quanto guadagno di solito in un anno e non ero disposto a rinunciare solo per via di qualche nuvola scura all’orizzonte. Che diavolo, vai per mare, devi essere disposto ad affrontare una tempesta".

(Dal risguardo di copertina) Daniela, donna attraente, appena passata la trentina, benestante, va in Indonesia alla ricerca del fratello. Jack, indebitato fino al collo accetta di aiutarla. Fra i due, circondati da sciami di zanzare e occhi malvagi che li spiano dal buio, si crea una intimità fatta di bugie e omissioni che metterà in pericolo lo scopo della missione, qualunque esso davvero sia.


Giancarlo NarcisoL'autore. Giancarlo Narciso, milanese, divide equamente il suo tempo fra Riva del Garda e l'isola di Lombok, in Indonesia. Fra gli altri, è autore della trilogia di Rodolfo Capitani, composta da Le zanzare di Zanzibar, Singapore Sling (vincitore premio Tedeschi 1998 e soggetto del film RAI Belgrado Sling) e Incontro a Daunanda (vincitore del prestigioso Premio Scerbanenco per il miglior noir italiano del 2006). Con lo pseudonimo di Jack Morisco è autore di una fortunata serie di romanzi di spionaggio pubblicati da Mondadori.

La casa editrice. Perdisa Pop. A un certo punto, il mondo ha cominciato a correre, e a sommergerci di storie, immagini e musiche. La novità è presto stata un'altra: a quelle storie, quelle immagini, quelle musiche, potevamo aggiungere le nostre. È ancora così, è sempre più così. I libri Perdisa Pop sono un universo in estensione.
Babele Suite. collana ideata da Luigi Bernardi, é fatta di gioielli editoriali, con autori affermati e giovani scrittori alle prese con l'arte della scrittura breve, piccoli grandi libri da leggere, regalare, collezionare.

 

Ed ecco cosa dice lo stesso Giancarlo narciso, agganciandosi ed ampliando la breve nota che ho scritto.
Una delle meraviglie di internet e dei social, quella di potere interfaccarsi direttamente con gli Autori.

 

 

 

Desolato per il ritardo nel rispondere, ma giuro che, per motivi che mi sfuggono, solo ora ho visto la notifica del tuo messaggio.
Rispondendo di getto:
Il riferimento a "Un 0mbra ya pronto seras" è ovviamente voluto e il motivo è che io sono un fan di Raymond Chandler (Singapore Sling è un dichiarato plagio de "Il lungo addio") e Soriano ha scritto "Triste, solitario e final", prendendo a prestito un passaggio proprio di quel romanzo e usando Philip Marlowe come personaggio. A quel punto ho dovuto rendere omaggio anche a Osvaldo.
Il personaggio di "Un ombra lo mismo que yo", Jack, scrittore squattrinato di romanzetti di spionaggio fa dichiaratamente il verso al suo autore (anch'io solevo rifugirami a Lombok per scrivere storie per Segretissimo Mondadori sotto lo pseudonimo di Jack Morisco), con qualche differenza (io nella Folgore non ci sono mai stato, non mi butterò mai con un paracadute da nulla più alto di un piano rialzato e non ho mai sparato con un'arma da fuoco) e il Rodolfo Capitani di "Le zanzare di Zanzibar", "Singapore Sling" e "Incontro a Daunanda" è un mio alter ego, con tutte le differenze che sussistono fa quanto uno è veramente, come si vede e cosa vorrebbe essere. Comunque il personaggio in "Un'ombra anche tu come me" si chiama appunto Jack, e mi sembra che così si presenti all'inizio e che così lo chiami Daniela.
Grazie per i complimenti che ricambio per aver colto in pieno lo spirito della novella.

Giancarlo Narciso

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23 marzo 2016 3 23 /03 /marzo /2016 01:28
Per tutto l'Oro del Mondo. Nel nuovo romanzo di Massimo Carlotto ritorna l'Alligatore, con una delle sue spregiudicate indagini

(Maurizio Crispi) Come dice il sottotitolo, "Per tutto l'oro del Mondo", ultimo romanzo di Massimo Carlotto (Edizioni E/O, Collana Noir, 2016), trova sviluppo un nuovo caso per l'Alligatore, ovvero per Marco Buratti, lo spregiudicato detective privato che agisce fuori dalle regole e senza licenza, con un passato burrascoso e con la capacità di muoversi agevolmente nel sottobosco criminale, principalmente veneto, fiancheggiato da due personaggi-aiutanti altrettanto spregiudicati e loschi, anche loro con un passato torbido e con delle conoscenze alqanto toste, Beniamino Rossini e Max la Memoria.

E' un nuovo caso per l'Alligatore, ma anche un ulteriore pezzo di vita di Marco Buratti e dei suoi due amici. Infatti, la vicenda prende l'avvio, pur senza un'immediata contiguità temporale, con la precedente avventura, La Banda degli Amanti (2015).
Anche qui, nella coda del romanzo, si accenna ad un ulteriore scontro con la raffinata mente criminale di Giorgio Pellegrino, principale "nemico" con cui confrontarsi in "La Banda degli Amanti". Che ciò sia preannuncio di un ulteriore capitolo della saga?

L'indagine "non autorizzata" questa volta conduce i lettori nell'intricato sottobosco (con le sue regole inderogabili) della criminalità che si muove nel mondo delle rapine "in villa", vittime i facoltosi residenti e del successivo riciclaggio dei preziosi sottratti.

In questa indagine tuttavia vi è un'anomalia, sulle cui tracce si mettono Marco Buratti&soci, in quanto il suo primum movens è una rapina a mano armata in una casa privata, terminata nel sangue e con una violenza inaudita e fuori dalle regole.

La vicenda è intricata e, benché il romanzo sia breve,occorre molta lucidità nel seguirla per raccapezzarsi tra i molti personaggi, alcuni dei quali hanno diverse facce e giocano sporco a diversi tavoli.

Nel frattempo, tra un'azione e l'altra, Marco persegue le sue passioni che sono il Calvados e il buon jazz: come esito di un'indagine commissionata da un marito geloso, si ritrova ad innamorarsi di Cora (la donna inizialmente oggetto della sua indagine) che cerca di compensare le sue insoddisfazioni di moglie, cantando jazz in un localino specializzato in questo genere di musica.

La storia, però, finisce e Marco Buratti, come sempre accade nella sua vita, con nostalgia dovrà passare oltre, in questo molto simile ad un personaggio chandleriano.

Stupisce e intriga in questo romanzo di Carlotto, come negli altri (specie quelli che hanno protagonista l'Alligatore) la profonda e documentata conoscenza del sottobosco criminale e delle sue molteplici sfaccettature che in ogni romanzo vengono trattate con un ìa competenza quasi monografica.

(dal risguardo di copertina) Una delle tante rapine nelle ville delle campagne del Nordest finisce in tragedia con un duplice e brutale omicidio. Nonostante gli sforzi, le indagini non portano a nulla. Due anni dopo Marco Buratti viene contattato per indagare sul crimine e scoprire i responsabili. Il suo cliente è giovane, il più giovane che gli sia mai capitato, ha appena dodici anni ed è il figlio di una delle vittime che lo ingaggia offrendogli venti centesimi di anticipo. Fin dall’inizio la verità appare sconvolgente e contorta, per certi versi inaccettabile. L’Alligatore e i suoi soci, Beniamino Rossini e Max La Memoria si ritrovano ben presto invischiati in una vicenda di oro e di vendetta che li obbliga a scontrarsi con bande di rapinatori e criminali insospettabili. Nulla è facile in questa inchiesta che si trasforma presto in una trappola infernale. Nessuno vuole pagare per i propri crimini, tutti vogliono arricchirsi mentre l’Alligatore e i suoi amici devono tutelare gli interessi del loro cliente.

Massimo Carlotto, con questo romanzo, affronta un tema scottante come quello delle rapine nelle ville, nervo scoperto di un intero territorio che spesso reagisce in maniera scomposta. Lo scrittore padovano propone un punto di vista inedito su dinamiche criminali e sociali che si intrecciano in spirali perverse.

Massimo CarlottoL'Autore. Massimo Carlotto è nato a Padova nel 1956. Scoperto dalla scrittrice e critica Grazia Cherchi, ha esordito nel 1995 con il romanzo Il fuggiasco, pubblicato dalle Edizioni E/O e vincitore del Premio del Giovedì 1996. Per la stessa casa editrice ha scritto: Arrivederci amore, ciao (secondo posto al Gran Premio della Letteratura Poliziesca in Francia 2003, finalista all’Edgar Allan Poe Award nella versione inglese pubblicata da Europa Editions nel 2006), La verità dell’Alligatore, Il mistero di Mangiabarche, Le irregolari, Nessuna cortesia all’uscita (Premio Dessì 1999 e menzione speciale della giuria Premio Scerbanenco 1999), Il corriere colombiano, Il maestro di nodi (Premio Scerbanenco 2003), Niente, più niente al mondo (Premio Girulà 2008), L’oscura immensità della morte, Nordest con Marco Videtta (Premio Selezione Bancarella 2006), La terra della mia anima (Premio Grinzane Noir 2007), Cristiani di Allah (2008), Perdas de Fogu con i Mama Sabot (Premio Noir Ecologista Jean-Claude Izzo 2009), L’amore del bandito (2010), Alla fine di un giorno noioso (2011), Il mondo non mi deve nulla (2014), la fiaba La via del pepe (2014) e il romanzo La banda degli amanti (2015).

Sempre per le Edizioni E/O cura la collezione Sabot/age.

Per Einaudi Stile Libero ha pubblicato Mi fido di te, scritto assieme a Francesco Abate, Respiro corto, Cocaina (con Gianrico Carofiglio e Giancarlo De Cataldo) e, con Marco Videtta, i quattro romanzi del ciclo Le Vendicatrici (Ksenia, Eva, Sara e Luz).

I suoi libri sono tradotti in molte lingue e ha vinto numerosi premi sia in Italia che all’estero. Massimo Carlotto è anche autore teatrale, sceneggiatore e collabora con quotidiani, riviste e musicisti.

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2 marzo 2016 3 02 /03 /marzo /2016 09:56
La lettrice (Bouquiner). In un piccolo volume tutte le ossessioni e la passioni di noi lettori impenitenti

La lettrice(Maurizio Crispi) Bouquiner, nel dizionario della lingua francese, è un verbo intransitivo che significa semplicemente "leggere libri", dalla parola "bouquin" che sta appunto per "libro".
E "Bouquiner" è il titolo originale del piccolo, delizioso, libro scritto da Annie François, maldestramente tradotto in Italiano con "La lettrice", titolo che fa perdere le tracce, delegandolo ad un riduttivo "femminile" dell'originale "leggere libri" o "andar per libri". Nell'edizione italiano, l'aver aggiunto al titolo il sottotitolo "Biografia di una passione" aggiusta un po' le cose, anche se rende inutilmente esplicito ciò che, implicitamente, è contenuto nell'unica parola "secca" del titolo francese.
Il libro breve - meno di duecento pagine - è fatto di brevi - e fulminanti - capitoli che trattano di tutti gli aspetti del leggere, soprattutto degli Inferni e dei Paradisi della lettura, dei piaceri e dei dispiaceri dei lettori e delle loro ossessioni.
Il libro, infatti, non dovrebbe essere mai ed esclusivamente visto in modo funzionalistico come vettore di contenuti che devono essere trasmessi (ed è questo il riduttivismo operato dai vari kindle e e-book), ma è - per i lettori più inveterati - oggetto di passione sfrenata, idolo, ricettore di desiderio incessante e bulimico.
Tutti i lettori appassionati sono infatti - chi più chi meno - bibliofili, bibliomani, appassionati di libri (o addirittura "malati" di libri) e, di necessità devono improvvisarsi bibliotecari per gestire un patrimonio librario in costante crescita, con volumi disposti in duplice o triplice fila negli scaffali, accastati in pile instabili negli più impensabili di casa, ammucchiati in provvisorie selezioni tra libri non letti e in attesa di lettura, tra libri già sedimentati nel tempo e con una loro collocazione definitiva e libri letti in attesa di sistemazione e/o archiviazione, oppure in costante movimento e riaccorpamento a seconda degli interessi del momento.
Se si è dei "lettori" e non semplicemente occasionali frequentatori del Libro oppure appartenenti alla schiera di quelli che pensano che qualsiasi supporto sia intercambiabile con il libro, purchè nei veicoli il contenuto, non si può non riconoscersi, dunque, nelle pagine della François, ci si diverte e ci si mette a confronto e si ha l'occasione di riflettere a fondo sulle proprie abitudini libresche, guardandosi in uno specchio amplificante, non sentendosi più soli e anzi ridendo bonariamente di se stessi.
Ciascun breve capitolo affronta un tema "caldo" per qualsiasi cultore dei libri, come ad esempio il fatto che il libro debba essere "proprio", oppure quegli accessi di acquisti librari di massa, oppure il detestare cordialmente i negozi di libri e tenersene a distanza per evitare di essere sopraffatti, o ancora il fatto che se si regala un libro non ci si può esimere dal comparne altri per sé e così via dicendo.
Si rimane, insomma, stupiti di vedere quante e quali siano le "pessime" - ma in definitiva adorabili - abitudini di noi impenitenti lettori.
(dal risguardo di copertina) Un piccolo libro per chi ama i libri, per chi, prima ancora del contenuto, ama l'oggetto in sé. Annie Francois analizza tutti i possibili piaceri - da quello tattile a quello olfattivo - nonché gli aspetti - la grana della carta, la copertina, il risvolto - legati al libro. Conosce, e alimenta, le manie del lettore "bulimico": il timore di sciuparlo, di prestarlo, di rovinarlo se preso in prestito; il rito lacerante della scelta dei libri da portare in vacanza, il dramma di doverne buttare alcuni per questioni di spazio. Scopriamo allora che altri, maneggiando e leggendo un libro, vivono emozioni simili alle nostre, che essere lettori ci dà un senso di appartenenza, ci fa sentire meno soli al mondo.

 

 

 

Annie François, La lettrice (titolo originale: Bouquiner), Guanda (collana: Prosa contemporanea), 2000. Il volume è stata ripubblicato da Tea in versione tascabile.

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18 febbraio 2016 4 18 /02 /febbraio /2016 08:43
Nel nuovo romanzo di Gaia De Pascale, la vita e le opere di Antonia Pozzi, ragazza imperdonabile, poetessa e fotografa
Nel nuovo romanzo di Gaia De Pascale, la vita e le opere di Antonia Pozzi, ragazza imperdonabile, poetessa e fotografa
Nel nuovo romanzo di Gaia De Pascale, la vita e le opere di Antonia Pozzi, ragazza imperdonabile, poetessa e fotografa

Dopo diversi libri sulla filosofia del viaggiare lento, sulla "filosofia della corsa" (Correre é una filosofia. Perchè si corre") e dopo la precedente biografia-intervista a Marco Olmo (Il corridore. Una vita riscattata dallo sport), grande interprete della corsa in natura sulle lunghissime distanze, Gaia De Pascale con Come le vene vivono del sangue. Vita imperdonabile di Antonia Pozzi (Ponte alle Grazie, 2016), ci regala una interessante biografia "in soggettiva" (dunque, in forma di romanzo) su di un personaggio controverso dell'Universo letterario italiano della prima meta del Novecento e scomparsa dopo una breve, intensa, vita sempre controcorrente e all'insegna dell'esplorazione anti-conformista.
Tuttavia qualcosa, in me, non ha mai smesso di dare l'impressione di essere in procinto di cedere, come se una crepa fosse sempre sul punto di aprirsi per i movimenti tellurici della mia anima. Ma era la troppa vita, quella che forzava le pareti, fino a venare la crosta esterna nella quale tutti, intorno a me, hanno sempre cercato di stringermi.
Molto è già stato detto su Antonia Pozzi, ragazza "imperdonabile" che, nonostante la sua breve vita, ha lasciato più di trecento poesie, numerose lettere, pagine di diari e circa tremila fotografie, e la cui figura è oggetto di una straordinaria riscoperta di pubblico e di critica.
Molto è già stato detto su di lei, accurati studi critici e biografici ne hanno già messo in evidenza poetica e vita. Eppure, c'e sempre, quando si parla di lei, l'impressione di qualcosa di incompiuto. Come se la "troppa vita" che le scorreva nel sangue non si sia mai voluta lasciare decifrare fino in fondo. Come se ci fosse sempre troppo da dire e nello stesso tempo un'urgenza di silenzio avesse costantemente percorso lei e le persone che le stavano accanto.
Per raccontare questa figura complessa, profonda e a tratti enigmatica, che ha attraversato gli anni Trenta con intelligenza e passione, sofferenza e determinazione, Gaia De Pascale ha scelto la via del romanzo.
Il libro dà la parola alla stessa Antonia, scavando nell'animo della protagonista e restituendo le persone, i luoghi e le atmosfere di un tempo cruciale sotto ogni punto di vista per la storia del nostro Paese. In bilico tra realtà e finzione, "Come le vene vivono del sangue" usa il verosimile come unico mezzo possibile per accedere al fondo segreto dell'esistenza di Antonia Pozzi, e rende omaggio a una figura femminile che ha saputo attraversare con la stessa profondità tanto la vita quanto la morte.
Eppure c’è sempre, quando si parla di Antonia Pozzi, l’impressione di qualcosa di incompiuto. Come se la “troppa vita” che le scorreva nel sangue non si sia mai lasciata decifrare fino in fondo.
Dice Gaia De Pascale: "Antonia Pozzi ha lasciato molte tracce del suo passaggio: poesie, lettere, diari, fotografie. Il fatto che alcuni di questi materiali siano andati perduti, talvolta per precisa volontà della famiglia, è lo specchio concreto e tangibile di un dato di fatto: non si può conoscere la verità della vita, tanto meno quella degli altri. Si può solo procedere a tentoni, amalgamare il vero e il verosimile, entrare negli spazi vuoti lasciati dalle parole sperando, in uno scatto di empatia, di riuscire a cogliere un barlume della realtà. Per questo ritengo necessario raccontare la vita di Antonia come se fosse un romanzo. Perché a volte la finzione è l’unica via per andare oltre le apparenze, i fraintendimenti, e ricomporre il puzzle di personalità poliedriche in cui fatti, intenzioni e volontà sono stati scossi da continui scarti.
Tessendo la trama delle parole di Antonia Pozzi, ricostruendo la cronologia degli eventi salienti della sua vita, riempiendo i vuoti con cose che non sono state, ma avrebbero potuto essere, mi propongo di restituire il ritratto di una donna e del suo tempo – per come io l’ho vissuto, quasi un secolo dopo. E per come io l’ho sentito, romanzesco e sfuggente, più vero del vero".

Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – Milano, 3 dicembre 1938) è stata una poetessa italiana. Figlia di Roberto, importante avvocato milanese, e della contessa Lina Cavagna Sangiuliani, nipote di Tommaso Grossi,[1] Antonia scrive le prime poesie ancora adolescente. Studia nel liceo classico Manzoni di Milano, dove vive con il suo professore di latino e greco, Antonio Maria Cervi, una relazione che, a causa dei pesanti ostacoli frapposti dalla famiglia Pozzi, verrà interrotta da Cervi nel 1933. Forse a causa di questa grave ingerenza nella sua sfera affettiva, parlando di sé quell'anno scrive: «e tu sei entrata / nella strada del morire».
Nel 1930 si iscrive alla facoltà di filologia dell'Università statale di Milano, frequentando coetanei quali Vittorio Sereni, suo amico fraterno, Enzo Paci, Luciano Anceschi, Remo Cantoni, e segue le lezioni del germanista Vincenzo Errante e del docente di estetica Antonio Banfi, forse il più aperto e moderno docente universitario italiano del tempo, col quale si laurea nel 1935 discutendo una tesi su Gustave Flaubert.
Tiene un diario e scrive lettere che manifestano i suoi tanti interessi culturali, coltiva la fotografia, ama le lunghe escursioni in bicicletta, progetta un romanzo storico sulla Lombardia, studia il tedesco, il francese e l'inglese, viaggia, pur brevemente, oltre che in Italia, in Francia, Austria, Germania e Inghilterra, ma il suo luogo prediletto è la settecentesca villa di famiglia, a Pasturo, ai piedi delle Grigne, nella provincia di Lecco, dove si trova la sua biblioteca e dove studia, scrive e cerca sollievo nel contatto con la natura solitaria e severa della montagna. Di questi luoghi si trovano descrizioni, sfondi ed echi espliciti nelle sue poesie; mai invece descrizioni degli eleganti ambienti milanesi, che pure conosceva bene.
La grande italianista Maria Corti, che la conobbe all'università, disse che «il suo spirito faceva pensare a quelle piante di montagna che possono espandersi solo ai margini dei crepacci, sull'orlo degli abissi. Era un'ipersensibile, dalla dolce angoscia creativa, ma insieme una donna dal carattere forte e con una bella intelligenza filosofica; fu forse preda innocente di una paranoica censura paterna su vita e poesie. Senza dubbio fu in crisi con il chiuso ambiente religioso familiare. La terra lombarda amatissima, la natura di piante e fiumi la consolava certo più dei suoi simili».
Avvertiva certamente il cupo clima politico italiano ed europeo: le leggi razziali del 1938 colpirono alcuni dei suoi amici più cari: «Forse l'età delle parole è finita per sempre», scrisse quell'anno a Sereni.
A soli ventisei anni si tolse la vita. Nel suo biglietto di addio ai genitori scrisse di «disperazione mortale». Si uccise mediante barbiturici in una sera di dicembre del 1938, nel prato antistante l'Abbazia di Chiaravalle. La famiglia negò la circostanza «scandalosa» del suicidio, attribuendo la morte a polmonite; il suo testamento fu distrutto dal padre, che manipolò anche le sue poesie, scritte su quaderni e allora ancora tutte inedite.
È sepolta nel piccolo cimitero di Pasturo: il monumento funebre, un Cristo in bronzo, è opera dello scultore Giannino Castiglioni.
C'è un sito web dedicato alla poetessa e alle sue opere (www.antoniapozzi.it).

Nel nuovo romanzo di Gaia De Pascale, la vita e le opere di Antonia Pozzi, ragazza imperdonabile, poetessa e fotografa
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Un romanzo dalla scrittura diramata e tutta scheggiata da punte di luce, con la grazia di una Katherine Mansfield o di una Alice Munro

Giuseppe Conte

Nel nuovo romanzo di Gaia De Pascale, la vita e le opere di Antonia Pozzi, ragazza imperdonabile, poetessa e fotografa
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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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