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25 marzo 2020 3 25 /03 /marzo /2020 18:44
Solleticare (foto tratta dal web)

Qualche giorno fa (ormai più di un mese addietro), Gabriel mi ha mostrato un punto della sua pelle particolarmente sensibile al solletico e mi ha chiesto: “Ma come mai io non riesco a farmi il solletico, toccandomi proprio lì?
Difficile a credersi considerando che questo punto, di pochi centimetri quadri, provoca in lui al minimo tocco scoppi di ilarità incontenibile, tanto più dirompente quanto più abbia cercato di trattenersi. A volte il gioco è anche questo: cercare di resistere il più possibile alla frenesia della risata.
Ho cercato di spiegargli una cosa non facile da dire in modo comprensibile e semplice: e, cioè, che l’essere solleticati dipende da una sollecitazione neuropsichica complessa e non è semplicemente l’effetto visibile di un riflesso neuro-motorio, in cui allo stimolo segue un’immediata risposta in termini di contrazione muscolare.
Si tratta invece di una sollecitazione complessa che coinvolge sicuramente, ai più diversi livelli il SNC, dalla corteccia cerebrale, ai nuclei della base e al sistema limbico e che, in larga parte, è efficace soltanto in un contesto “relazionale”: in altri termini, perché si reagisca all’azione solleticante, occorre che ci sia una relazione tra un “solleticatore” e un “solleticato”, anche laddove il solletico venga utilizzato come strumento per infliggere sofferenza (ricordiamoci della raffinata tortura cinese - conosciuta anche come "Tickle Torture" - del solletico ai piedi protratto che, in una dinamica non ludica, trasforma le afferenze sensoriali che solitamente determinano ilarità in sofferenza!).
Quindi, con il solletico siamo nel terreno degli eventi squisitamente relazionali, come sono - ad esempio - l’abbraccio, oppure il bacio. Uno dà qualcosa e l’altro la prende e manifesta questo suo prendere in modi diversi. Nel nostro caso il contatto avviato dal solleticatore è efficace nel determinare la risata del solleticato. E, se ci si fa caso, nell’azione del solleticare e dell’essere solleticati, entrambi i soggetti dell’azione si divertono da matti.  Naturalmente, trattandosi di una modalità relazionale, è l'intenzione di entrambi i partecipanti che definisce l'evento. Il confine tra dimensione ludica e abuso è estremamente sottile e ciò che conta è che il solleticatore non varchi mai quella soglia, mantenendo la relazione nell'ambito del gioco e del divertimento reciproco.
E quindi il solleticare e l’essere solleticati servono al tempo stesso per più scopi: l’apprendimento, la coesione sociale, la stimolazione della secrezione ormonale (probabilmente nell’ambito del sistema dopaminergico e serotoninergico) e l’attivazione di una dimensione ludica tra grandi e piccini, oppure tra pari d’età.
Fateci caso...
Da un certo punto di vista - e questo lo dico senza essere uno specialista del comportamento animale - l’azione del solleticare (con il suo corrispettivo dell’essere solleticati) potrebbe avere una forte valenza nel consolidamento dei rapporti tra gli individui di uno stesso gruppo umano (in questo caso, tra quelli appartenenti ad uno stesso gruppo familiare, oppure o ai due costituenti di una coppia), così come avviene tra le grandi scimmie antropomorfe con il comportamento reciproco (e a volte regolato da una gerarchia sociale) del grooming (ossia il rito dello spulciamento reciproco, osservato tra le scimmie antropomorfe). Non a caso, tra l'altro, proprio per sottolineare come un comportamento relazionale possa divenire abuso, la parola groomingha assunto in tempi recenti un nuovo - e minaccioso - significato per descrivere i comportamenti messi in atto in forma di azioni seduttive e di corteggiamenti vari dal potenziale abusatore nei confronti di soggetti vulnerabili e privi di difese strutturate. In questo caso, dietro la maschera ludica del solleticatore si nasconde il lupo cattivo e il predatore.
Tempo addietro un geniale psicoanalista britannico della scuola “di mezzo”, Adam Phillips, scrisse su questi temi un brillante libro di saggi che, ristampato nel 2011 da Ponte alle Grazie (prima edizione del 1993), merita sicuramente una rilettura o una lettura, perchè tratta temi tuttora fortemente attuali.

 

Adam Phillip, Sul bacio, sul solletico e sulla noia, Ponte alle Grazie

(dal risguardo di copertina dell’edizione di Ponte alle Grazie del volume di Adam Phillips) Raccontare storie e dissertare di argomenti psicoanalitici potrebbero sembrare attività distanti, forse inconciliabili. I libri di Adam Phillips dimostrano proprio il contrario: le teorie dei grandi analisti del passato si possono spiegare con i racconti dei pazienti e degli psichiatri, con le vicende dei personaggi che popolano le nostre nevrosi e che cerchiamo di ricostruire sul proverbiale lettino. Nei saggi raccolti in questo libro lo psicoanalista britannico affronta temi «seri», come la solitudine e la preoccupazione, e altri che, pur apparentemente «frivoli», non andrebbero per questo trascurati: altrettanti segnali del profondo, il solletico, la compostezza, la noia, il bacio vengono scandagliati da Phillips aggirando l’idea che l’analista abbia a che fare unicamente con i «pazienti». Il risultato è un’indagine anticonformista, dai risvolti spesso insospettabili e avvincenti, dove i fitti riferimenti al corpus freudiano e alle opere di Winnicott aiutano a chiarire, e mai a confondere. Anche sulla pagina scritta, la «terapia della parola» è tanto più potente ed efficace se lo psichiatra e il suo interlocutore si concedono lo spazio necessario per ascoltarsi e, soprattutto, scoprire le storie di cui sono autori e protagonisti.

 

Questa nota è stata originariamente pubblicata su Facebook il 20 febbraio 2020

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21 marzo 2020 6 21 /03 /marzo /2020 07:59
Palermo ai tempi del Coronavirus (foto di Maurizio Crispi)

Siamo a poco più di mese dall'arrivo del CoVid-19 in Italia, con il primo caso a Codogno e con l'identificazione della prima zona rossa.

Da quel momento, quello che ritenevamo impensabile è accaduto: e il Coronavirus ha cominciato a dilagare, sopratutto nelle Regioni del Nord.

L'impensabile: quello di cui finora avemo letto soltanto nei libri di fiction o nei film di scenari apocalittici cupi.

In Sicilia stiamo ancora vedendo ben poco... ma con i due successivi decreti del governo Conte che hanno determinato un giro di vite sulla libera mobilità delle persone il panorama è cambiato anche nel Sud, mentre - fatto salvi alcuni persistenti comportamenti irresponsabili - la paura ha cominciato a guadagnare terreno, grazie anche al martellamento H24 di notizie sul progredire dell'infezione che si susseguono come bollettini di guerra.

Le strade a Palermo già semivuote - se non vuote del tutto - in orari in cui usualmente sono caratterizzate da un traffico caotico, con gli ulteriori giri di vite si sono svuotate ulteriormente.

Il cielo è più limpido, però; l'aria meno inquinata. I volatili continuano indifferenti le loro attività. I gabbiani volteggiano alti nel cielo, stridono, scendono planando alla ricerca ddi cibo nei rifiuti abbandonati.

Tutti a casa, auspicabilmente. I radi passanti che si incrociano compiono manovre di evitamento e cercano di modificare la propria traiettoria, per evitare il contatto ravvicinato con i propri simili che vengono visti come potenziali appestati.

La città non è più nostra, ma un territorio desolato e ostile.

La sensazione è quella di essere prigionieri, in prigioni senza sbarre, attanagliati dalla paura, anche quando si cerca di rimanere ottimisti e minimizzare.

Ma sentendo le notizie delle morti, a centinaia, adesso, ogni giorno, viene davvero difficile minimizzare.

Ho sempre letto i libri di anticipazione catastrofisti e post-catastrofisti con interesse: tutte storie in cui l'Umanità si trova davanti ad un dilagante evento catastrofico e alle sue conseguenze, libri in cui con vividi tratti è rappresentata la fase della distruzione e del crollo totale dell'organizzazione societaria umana e poi quella della ricostruzione (laddove ciò sia possibile).

Grandioso,per esempio, "Il Giorno dei Trifidi" di John Wyndham, oppure "Io sono leggenda" di Richard Matheson (1954), ma al culmine di tutto porrei le prime 100 pagine - o giù di lì - del magistrale "L'ombra dello Scorpione" di Stephen King (The Stand, 1978), in cui si racconta di un epidemia simil-influenza sfuggita ad un laboratorio di armio biologiche e rapidamente diffusa a livello planetario.

Qui, la storia inizia con la morte di quasi tutta la popolazione dell'America settentrionale (e, presumibilmente, del mondo) in seguito alla dispersione di un'arma batteriologica sfuggita al controllo dell'uomo: un virus conosciuto con il nome formale di Progetto Azzurro (e in gergo come "Capitan Trips") mutazione letale dell'agente eziologico dell'influenza, caratterizzato da un tasso di infettività del 99,4% ed un tasso di mortalità per gli infetti del 100%. La prima sezione del libro, intitolata appunto "Capitan Trips", si svolge in un lasso di tempo di 19 giorni e racconta del quasi totale sterminio della specie umana ad opera del virus stesso. L'edizione completa del libro inizia con un prologo intitolato "Il cerchio si apre" che spiega come la super influenza sia sfuggita dal laboratorio in cui era stata creata (da wikipedia).


Viene delineato in questa narrazione uno scenario cupo e terribile che King utilizza ai fini dell'emergere di una spietata lotta tra il Bene e il Male (impersonato dal tristo personaggio Randall Flagg) che coinvolge i pochi sopravvissuti. Ma si può certamente dire che "Il Re" sia stato capace di predire un simile evento catastrofica con la forza narrativa che è il suo segno maggiore.

Lo scenario del Coronavirus in confronto è morbido, ma non meno terribile, visto che a seconda dei calcoli e delle stime si parla di una mortalità tra lo 0,6 e l'1% della popolazione, salvo che non vengano messe in atto contromisure efficaci (come l'isolamento degli individui e la riduzione marcata della liberà mobilità). Ma in ogni caso, si possono ipotizzare milioni di contagiati: e ancora non abbiamo visto niente. Poichè siamo appena all'inizio,non certamente alla fine.

Quello che è successo in Cina (estinzione dei nuovi casi) lascerebbe ben sperare: ma lì - anche se in ritardo - sono state messe in atto misure davvero drastiche ed eccezionali.

Così si avverte nella vita quotidiana, dopo poco più di un mese dallo sbarco del CoVid-19 in Italia?

Ci sente isolati e soli.

Ci si sente in pericolo, ovviamente.

Si è a repentaglio, sì. Uscendo, ci si espone, ma si espongono anche altri alla nostra presenza e chi è senza peccato (senza infezione) scagli la prima pietra.

Cosa fare? nessuno lo sa, se non lo stare a casa, mentre l'economia scricchiola sempre di più.

Si può immaginare di starsene tranquilli a leggere - chi ha il gusto della lettura - tutti quei libri che non si èancora mai avuto il tempo di leggere, oppure rileggere quelli che ci sono piaciuti di più.

Si può scrivere, come sto facendo io adesso, per convogliare pensieri ed emozioni.

Quelli che hanno il dono della fede possono pregare, naturalmente.

E poi non rimane altro da fare che meditare e riflettere, mentre una ridda di opinioni diverse si accavallano sui perchè e sui per come, sulla prevedibilità di ciò che sta accadendo, sulle eventuali - criminali - responsabilità, sul caso e sulla necessità e sul fatto che sicuramente, dopo, il mondo non sarà più lo stesso.

E qui mi fermo, per proseguire nei prossimi giorni con ulteriori aggiornamenti, quando mi sentirò di farlo.

 

Palermo, prima del Coronavirus (Foto di Maurizio Crispi)

(23 marzo 2020) Sono nella casetta in campagna. Ho sentito l'esigenza di ritirarmi qui anzichè fare avanti e indietro con la città, cosa che è diventata sempre più difficile ed aleatoria. Qui mi sento più libero, con la possibilità di entrare ed uscire all'aperto quando mi pare. Attorno non c'è nessuno: la casa è davvero molto isolata. Posso lavorare all'aperto quanto mi pare e occuparmi delle solite faccende: e questo dà una continuità al tempo di prima.

Sì, in effetti, questo è quello che sento: c'è un tempo di prima e un tempo di dopo: noi siamo in questo momento in una specie di terra di mezzo e ancora non sappiamo quando arriverà il tempo di dopo e come sarà.

Dormo come un ghiro: vado a letto presto e dormo più a lungo di quanto non accadesse nel tempo di prima.

Sogno tanto. Sogni a volte confusi e affastellati, a volte invece chiari e precisi.

Un tratto comune di questi sogni è che, in essi, incontro sempre una quantità di persone: vivo una vita sociale intensa e variegata sia con perfetti sconosciuti sia con persone che non vedo da tanto tempo.

E' come se i sogni mi garantissero una vita sociale, anche quella vita sociale fatta di contatti sporadici e di chiacchierate occasionali con le persone più disparate che si incontrano per strada, che adesso non posso più avere.

Qualche giorno fa, quando ancora ero a palermo, mi sono incrociato con una che portava a spasso il suo cane. Ed io il mio.

I due cani senza alcuna preoccupazione hanno voluto socializzare e mentre loro lo facevano dispiegando tutti i segni del loro linguaggio canino e gli inviti al gioco, io e la tizia - mantenendo la debita distanza - abbiamo chiacchierato del più e del meno. Niente di che, le solite informazioni che ci si scambiano tra padroni di cani quando si incontrano, solo qualche tangenziale riferimento alla situazione ma senza esserne oberati.

Poi, alla fine, ci siamo congedati ed io, andando via, le ho detto: "Grazie della piacevole conversazione!"

Di questi tempi, anche una banale conversazione si fa sempre più difficile anche tra persone che si incontrano occasionalmente, poichè - in linea generale - ciò che prevale è un atteggiamento di sospetto (come se tu, sconosciuto, fossi un potenziale untore-propagatore di virus), ma soprattutto una disastrosa perdita della leggerezza e del senso dell'ironia. Se si fa una battuta scherzosa, nel tentativo di alleggerire la tensione le persone ti guardano ottusamente, come se non capissero o non volessero capire.

Vorrei che, per qualche istante, i giornalisti non ci parlassero più nei notiziari dei calciatori che, in contravvenzione alle norme che valgono per i cittadini normali, vengono testati alla ricerca di un'eventuale positività anche quando non sono sintomatici. Vorrei che su queste notizie assolutamente irrilevanti si stendesse un velo di silenzio. Detto molto francamente dei calciatori non me ne frega nulla, se non in quanto esseri umani: che se stiano a casa e che vengano testati con il tampone soltanto se diventano sintomatici, come tutti.

Ecco, mi piacerebbe che in un ipotetico tempo di dopo, il Calcio professionistico venisse ad essere fortemente ridimensionato senza essere come il centro dell vita di tutti e che si possa ritornare a modelli di vita più semplici e più francescani.

E intanto arrivano notizie di terremoti, come quello che ha colpito Zagabria, fortunatamente, a quanto pare senza vittime.

In questo accavallarsi di notizie negative, è come se si potesse intravedere un preannuncio di Gaia (ricordate James Lovelock? Sì, penso di sì!) che si riscuote per cercare di ridurre l'eccessiva pressione e il tormento che il genere umano le infligge da decenni.

E per oggi è tutto.

 

Festa di carnevale a scuola (foto di Maurizio Crispi)

(24.03.2020) Un altro giorno è andato...

Vivo (viviamo) giorno per giorno, in attesa,

Siamo tutti locked down, a livello planetario.
Mi fa davvero antipatia questa parola: dopo che è stata usata da quel puzzolone di Boris Johnson (che, personalmente, non posso sopportare), tutti i giornalisti italiani, da bravi imitatori linguistici anglofili non fanno che usare questa parola: ma abbiamo molti altri termini italiani che si potrebbero usare per dire la stessa cosa...
E poi, questa parola mi fa pensare ad una drammatica sindrome neurologica che è la Locked-in Syndrome (anche nota come "Pseudocoma"), immortalata in un bellissimo film "Lo Scafandro e la farfalla". Chi l'ha visto ricorderà. Finiremo con l'essere tutti come degli zombie locked-in?

Ieri, sono passato dal piccolo supermercato di San Nicola l'Arena. Si entrava uno alla volta, ogni volta che all'interno "si liberava un posto". Uno entra e uno esce. ma qui sono tranquilli. Non c'è un eccessivo allarme. Tutti con la mascherina, alcuni anche i guanti usa e getta, di tutti i tipi.

Mentre aspetto il mio turno all'esterno, uno si affaccia al balconcino al primo piano sovrastante il supermarket. L'inferriata del balconcino è tutta tappezzata con una stoffa bianca (è un'usanza delle nostre parti, di vecchia data, pensata in origine per impedire a sguardi indiscreti di penetrare dal basso sotto le gonne delle donne di casa, ma di solito si utilizzano dei drappi vivacemente colorati). La stoffa bianca mi ha colpito e ha attivato la mia ironia, sicchè ho detto al tipo che con aspetto sonnacchioso guardava in basso verso la strada: "Anche il balcone si è messo la mascherina!" Ma la mia ironia non è stata colta (sigh, sigh). Il tizio ha soltanto bofonchiato qualche parola per dire che si era appena alzato dal letto, del resto dove avrebbe potuto andare? E così, fine dell'interazione.

Nei frangenti drammatici, l'ironia e l'auto-ironia (come anche la capacità di sorridere e di ridere) possono servire se non a cambiare la gravità delle cose a ridurne l'impatto emotivo... Ricordiamoci del film di Benigni "La vita è bella"...

Ho scoperto ieri sera che esisteva già un decreto dal governo pubblicato sulla gazzetta ufficiale che decretava a partire dal 30 gennaio lo stato di emergenza nazionale.

Questa, molto francamente mi era sfuggita, per difetto di informazione da parte mia probabilmente.

Anche stanotte ho fatto una quantità di sogni sempre pieni di persone e di incontri caleidoscopici, ma non avendoli appuntati al momento del risveglio notturno, li ho dimenticati del tutto.

Mi chiedo - e di questo si dibatte alla radio - potremo stare chiusi in casa (con misure via via più strette) per un altro mese oppure per due o tre o forse anche quattro mesi. E che ne sarà dell'istruzione dei nostri bambini?

E cosa dire dell'organizzazione della nostra società e del nostro assetto democratico?
Ancora una volta mi vengono in mente i molti romanzi catastrofisti che ho letto e che sono stati scritti dai loro autori per dare vita ad una sorta di test a tavolino per esercitarsi a pensare - e ad ipotizzare - il dopo catastrofe, quando in tempi veloci o lenti si verifica il crollo dell'organizzazione societaria.

E qui mi viene in mente uno straordinario romanzo di Philip K. Dick, La penultima verità, di cui magari parlerò un'altra volta.

Mentre scrivo queste parole, fuori piove ed è grigio, ma all'orizzonte intravedo il profilo lontano ed inconfondibile di Alicudi.

Ed intanto sento i gabbiani onnipresenti che stridono.

E so per certo che da qualche parte, fermi al riparo, ci sono l'upupa e la poiana, in attesa di riprendere i lori voli.

Anche le tortore, solitamente molto rumorose, oggi hanno spento il loro richiamo.

Voglio inserire qui di seguito la Favola del Colibrì che tanti commenti ha suscitato.

LA FAVOLA DEL COLIBRÍ
Un giorno nella foresta scoppiò un grande incendio. Di fronte all'avanzare delle fiamme, tutti gli animali scapparono
terrorizzati mentre il fuoco distruggeva ogni cosa senza pietà.
Leoni, zebre, elefanti, rinoceronti, gazzelle e tanti altri animali cercarono rifugio nelle acque del grande fiume, ma ormai l'incendio stava per arrivare anche lì.

 

Colibrì (fonte web)

Mentre tutti discutevano animatamente sul da farsi, un piccolissimo colibrì si tuffò nelle acque del fiume e, dopo aver preso nel becco una goccia d'acqua, incurante del gran caldo, la lasciò cadere sopra la foresta invasa dal fumo. Il fuoco non se ne accorse neppure e proseguì la sua corsa sospinto dal vento.
Il colibrì, però, non si perse d'animo e continuò a tuffarsi per raccogliere ogni volta una piccola goccia d'acqua che lasciava cadere sulle fiamme.
La cosa non passò inosservata e ad un certo punto il leone lo chiamò e gli chiese: "Cosa stai facendo?".
L'uccellino gli rispose: "Cerco di spegnere l'incendio!".
Il leone si mise a ridere: "Tu così piccolo pretendi di fermare le fiamme?" e assieme a tutti gli altri animali incominciò a prenderlo in giro. Ma l'uccellino, incurante delle risate e delle critiche, si gettò nuovamente nel fiume per raccogliere un'altra goccia d'acqua.
A quella vista un elefantino, che fino a quel momento era rimasto al riparo tra le zampe della madre, immerse la sua proboscide nel fiume e, dopo aver aspirato quanta più acqua possibile, la spruzzò su un cespuglio che stava ormai per essere divorato dal fuoco. Anche un giovane pellicano, lasciati i suoi genitori al centro del fiume, si riempì il grande becco d'acqua e, preso il volo, la lasciò cadere come una cascata su di un albero minacciato dalle fiamme.
Contagiati da quegli esempi, tutti i cuccioli d'animale si prodigarono insieme per spegnere l'incendio che ormai aveva raggiunto le rive del fiume. Dimenticando vecchi rancori e divisioni millenarie, il cucciolo del leone e dell'antilope, quello della scimmia e del leopardo, quello dell'aquila dal collo bianco e della lepre lottarono fianco a fianco per fermare la corsa del fuoco.
A quella vista gli adulti smisero di deriderli e, pieni di vergogna, incominciarono a dar manforte ai loro figli.
Con l'arrivo di forze fresche, bene organizzate dal re leone, quando le ombre della sera calarono sulla savana, l'incendio poteva dirsi ormai domato.
Sporchi e stanchi, ma salvi, tutti gli animali si radunarono per festeggiare insieme la vittoria sul fuoco.
Il leone chiamò il piccolo colibrì e gli disse: "Oggi abbiamo imparato che la cosa più importante non è essere grandi e forti ma pieni di coraggio e di generosità. Oggi tu ci hai insegnato che anche una goccia d'acqua può essere importante e che «insieme si può» spegnere un grande incendio. D'ora in poi tu diventerai il simbolo del nostro impegno acostruire un mondo migliore, dove ci sia posto per tutti, la violenza sia bandita, la parola guerra cancellata, la morte per fame solo un brutto ricordo".

Anche il balcone indossa la mascherina (San Nicola l'Arena, Trabia, PA) - Foto di Maurizio Crispi

Anche il balcone indossa la mascherina (San Nicola l'Arena, Trabia, PA) - Foto di Maurizio Crispi

Davanti ad una casa di riposo per anziani di Santa Flavia (Foto di Maurizio Crispi)

(25 marzo 2020) Si accavallano i provvedimentio e si va verso ulteriori giri di vite. Le vittime tornano a vrescere, anche si nota in alcune zone una deflessione della curva dei contagi. Nello stesso tempo si comincia ad ipotizzare che i contagiati possano essere molti di più (una cifra non quantificabile), a causa delfenomeno sommerso che non può essere monitarato, poichè allo stato attuale si fanno i tamponi solo ai contatti degli individui risultati sintomatici e testati.

Si parla di proseguire con le misure eccezionali sino al 31 luglio che è il termine previsto, allo stato attuale, per lo stato di emergenza nazionale decretato il 30 gennaio scorso.

I lavoratori del settore dei carburanti minacciano una serrata.

Cosa accadrà se dovessero andare in tilt internet e la telefonia mobile?

Non sono certo scenari allegri: se poi si amplia l'orizzonte dello sguardo al panorama internazionale c'è ancora meno da stare ottimisti. A New York, ad esempio, l'infezione dilaga rapidamente. In Europa, la Spagna è in corsa (si fa per dire) per raggiungere il primato delle vittime.

Per fortuna, non ho più sentito parlare di calciatori e il tormentone Olimpiadi è stato in qualche modo accantonato con la decisione ultima da parte del Comitato olimpico di rimandarle a tempi più allegri.

Concentriamoci su noi stessi, dunque.

Ritorniamo a noi e alle nostre piccole cose quotidiane.

Ma non è tanto semplice.

Io mi sento a disagio, per non dire inquieto.

Il mio senso dell'ironia e dell'autoironia, qui, oggi è miseramente fallito: ma spero soltanto per poco. Spero che il mio ottimismo potrà riprendere il sopravvento o almeno fare da elemento equilibratore.

Piove fitto questa mattina. E me ne sto confinato a casa.

La notte è stata agitata, con molti sogni che adesso non ricordo più., ma mi sono svegliato di frequente con lunghi periodi di veglia ansiosa.

Rimangono sempre i conforti della lettura e della scrittura.

Ci sono tre zone dichiarate rosse in Sicilia, una a Villafrati, non distante da Palermo, dove il contagio è stato portato da una donna avventata e imprudente che, tornata dal Nord Italia (con la fuga di massa concomitante al Decreto Conte sulla prima stretta) ha pensato bene di andare a salutare il nonno degente in una casa di riposo per anziani, con il risultato di 69 contagiati e di una vittima. Pensate un po'.

 


Ieri parlavo del romanzo di quel grande visionario che è stato Philip K. Dick, "La Penultima verità".
Perchè mi veniva in mente?

Il romanzo è piuttosto complesso e dirò soltanto la parte della trama che qui mi interessa per il suo impatto allegorico: in un mondo futuribile si è combattuta con armi nucleari devastanti la Terza Guerra Mondiale e i sopravvissuti si sono ritirati a vivere sottoterra in enormi formicai sotterranei.I dittatori della popolazione che se ne sta sottoterra, con lo scopo di mantenere ordine e disciplina nella cornice di una ferrea condizione di emergenza, fanno in modo che i cittadini del mondo sotterraneo continuino a credere che la guerra sia ancora in corso, mandando in onda nei notiziari finte riprese video, in modo tale da distoglierli dal desiderio di risalire alla superficie per ricostruire una società fondata sulle regole della democrazia.

Ognuno tragga da questa metafora le conclusioni che preferisce.

Io penso che in questo contesto che ci ritroviamo a vivere potrebbero verificarsi grandi rivolgimenti, senza che nessuno abbia modo di accorgersene.

Una cena frugale (foto di Maurizio Crispi)

(26.03.2020) ieri, dove mi trovo, come nel resto della Sicilia credo, ha piovuto fitto tutto il giorno. Bassa la temperatura percepita. Una pioggia necessaria all'agricoltura, ma tale da intristire.
Ma del resto si deve stare a casa: quindi, con la pioggia continua, c'è un ottimo motivo per stare dentro e ci si sente alleggeriti.

Dopo una lunga lotta, derivante dal fatto che mi ero incaponito a usare della legna tagliata di fresco, sono riuscito ad avviare la stufa e ho potuto godere dentro casa di un piacevole tepore, portando la temperatura interna sino alla meraviglia di 16°.

Poi nel corso della notte notte la pioggia è cessata ed è subentrato il vento, a raffiche.

Durante i miei risvegli, mi sembrava di essere su di un bastimento a vela, sballottato e scricchiolante.

Ho sognato vividamente e dei sogni di questa notte ricordo bene un frammento in cui io, in abiti talari bianchi e con una candida papalina sul capo, mi ritrovavo a ricevere Papa Francesco che arrivava con numerosi prelati al suo seguito. Ero alquanto imbarazzato alla sua presenza e mi sentivo goffo ed incapace di gestire adeguatamente il mio corpo in tali solenni circostanze. L'unico pensiero cosciente che mi attraversava la mente era che avrei dovuto levarmi quello zucchetto come se fosse un qualsiasi copricapo che uno alza dalla testa in segno di saluto oppure fare una riverenza e un baciamano. Ma rimanevo lì impalato come un ebete.

Che il sogno volesse dirmi che in questo frangente occorre rientrare nell'alveo consolatorio della fede? O che occorra lasciare entrare nel proprio cuore una figura salvifica e taumaturgica? Oppure ero io stesso che, nel sogno, mi facevo papa per guarire me stesso dalla paura?

Le notizie si accavallano, tutti dibattono.Sono tante le cose che si sentono dire, in testa a tutti le teorie complottiste. Certo è che - a sentire gli economisti - dalle ceneri del mondo percorso dal Coronavirus potrebbe nascere nuove configurazioni. Delrestoalcune delle grandi pestilenze nella storia dell'Umanità hanno cambiato letteralmente il corso della Storia.

Poi ci sono quelli che invocano l'arrivo di un vaccino efficace, costi quel costi (anche senza la necessaria sperimentazione, quindi come farmaco "eroico), altri che lo paventano.

Ci sono quelli che vorrebbero utilizzare farmaci di dubbia efficacia ancora e dai probabili effetti tossici (non ancora adeguatamente testati) da somministrare agli individui risultati infetti e/o ammalati.

Tutto e il contrario di tutto. E questo certamente non giova.

E' vero sicuramente che in questa situazione di dèbacle economica su scala mondiale ci saranno delle aziende che, se puntano sul cavallo giusto, si arricchiranno (vedi il caso dell'Avigan di cui tanto si discute adesso), come anche potranno trarne vantaggio i broker poichè - a seconda delle notizie circolanti - alcune azioni andranno giù e altre saliranno alle stelle (anche sulla base di fake news).

E questo è quanto.

Comincia un nuovo giorno e staremo a vedere.

Mi sono ricordato adesso (in realtà me lo sono ricordato mentre leggevo "Il velo dipinto" che ho finito ieri) che una volta, in Spagna, mi ritrovai nel bel mezzo di un'epidemia di colera.

Era il 1971 ed ero ancora studente di medicina. Allora non esistevano gli Erasmus, ma erano da poco stati avviati degli "scambi" tra studenti universitari. Avevo partecipato alle selezioni ed ero stato assegnato ad un piccolo ospedale spagnolo nella piccola cittadina di Palencia. Ero partito conla mia gloriosa 500 Fiat ed ero stato prima per oltre un mese in UK. Da lì mi spostai con un mio collega sino alla Spagna. Anche lui ci andava per lo stesso motivo, ma era destinato ad un'altra città. Quando arrivammo in prossimità della frontiera (eravamo in era pre-Schengen) avemmo (da una telefonata con i nostri familiari) la notizia dell'epidemia. Cercammo dunque un posto dove farci vaccinare (poichè era disponibile il vaccino) e ottenemmo la vaccinazione. Ci dissero che nei giorni successivi avremmo avuto qualche linea di febbre, ma che si sarebbe trattato di una normale reazione: "Quindi non preoccupatevi", aggiunsero. In realtà, questo ospedaletto a cui ero assegnato non era proprio a Palencia, ma in una cittadina limitrofa di cui non ricordo il nome: ricordo soltanto nei pressi della struttura sanitaria, un castello turrito cupo e tenebroso (che, tra l'altro, non era visitabile). Mi assegnarono una stanza spoglia, quasi monacale, con un lettino di metallo smaltato. niente alle pareti per allietare lo sguardo.

Nessuno si interessò a me, non mi venne dato alcun compito. Passai lì, i primi due giorni febbricitante, chiuso tra quelle quattro mura: i pasti me li portavano in camera. Mi sentivo come un recluso.

Quando stiedi meglio cominciai ad uscire per brevi passeggiate nei dintorrni. Dopo una settimana la mia resistenza si frantumò: decisi di andarmene e di partire per un tour attraverso la Spagna con una mia cugina  ed un un altro collega del nostro corso, anche loro profughi da analoghe situazioni. E quel viaggio fu memorabile.Ma questa è tutta un'altra storia.

 

Esercizio commerciale di Palermo che ha chiuso anzitempo per mancanza di clienti (Foto di Maurizio Crispi)

Il mio aggiornamento di oggi

(27.03.2020) Seguendo i notiziari e gli aggiornamenti si constata che le cose peggiorano a vista d'occhio nel dilagare dell'infezione da Covid-19. E' giusto tenersi informati, ovviamente.
Ma l'interesse ossessivo per gli ultimi notiziari non giova all'umore generale, questo è certo!
Vogliamo poter vedere degli spiragli, delle possibili aperture. Si gioisce, per esempio, se si osserva una lieve deflessione del numero dei nuovi casi registrati o dei morti. Ma è sollievo di poco conto poter constatare questo, perché poi i numeri riprendono a lievitare: ed in ogni caso bisogna tenere d'occhio il quadro globale,ciò che avviene nel mondo intero.
E siamo appena all'inizio.
Certo è che, leggendo con attenzione alcune fonti attendibili, che non sarà cosa breve. Alcuni parlano di tutto il 2020 e forse anche del 2021, con numeri molto alti di infetti e di morti nel mondo intero.
Ci sarà da preoccuparsi quando l'infezione prenderà piede in India, dove le misure di lockdown, già disposte peraltro, non potranno essere attuate, perché lì molta parte della popolazione non ha semplicemente una casa dove richiudersi.
In uno dei miei risvegli notturno riflettevo che bisogna cessare di desiderare spasmodicamente la fine di tutto questo, da un giorno all'altro, come per miracolo.
Quando si desidera spasmodicamente una cosa, sistematicamente il nostro desiderio rimane deluso.
Occorre smettere di desiderare e concentrarsi piuttosto sul momento presente.
La filosofia di vita degli Alcolisti Anonimi può tornarci utile.
Smettere di pensare al domani, concentrandoci unicamente all'oggi.
La nostra preoccupazione primaria è concentrare le nostre forze nell'oggi, non sono quelle fisiche, ma anche quelle mentali e spirituali.
Domani è un altro giorno, di là da venire. Domani si vedrà.
Quello che conta è transitare bene in ciascun giorno, senza chiedersi come sarà tra sei mesi e un anno. Questo ci aiuterà sicuramente a vivere meglio.
Ricordo che quando facevo le gare podistiche di 100 km, soprattutto all'inizio di quell'esperienza, scoprii che per essere resiliente, dovevo rinunciare a pensare al traguardo finale, concentrandomi piuttosto su quello - più pensabile - del successivo posto di ristoro a 5 km di distanza.
Questo atteggiamento mentale ti porta anche a concentrarti sul singolo passo che ti trovi a compiere, e così vai avanti, un passo dopo l'altro, sino a compiere i centomila passi dell'intera distanza (o giù di lì, un po' più o un po' meno, a seconda della velocità della tua traslazione nello spazio).
Mi ha anche colpito il fatto che dopo aver sognato due notti fa di incontrare il Papa, io stesso essendo vestito in abito talare, oggi Il Papa affacciandosi sul sagrato di una Piazza di San Pietro totalmente e surrealmente vuota impartirà una benedizione solenne Urbi et Orbi: e basta pensare in questo caso al potere dell'energia psichica messa in movimento dal fatto che decine di milioni di persone si ritroveranno a pregare contemporaneamente.
E, ritornando alla filosofia AA c'è da dire che questa consente anche a chi non è credente di affidarsi ad una forza superiore, un'Entità X che nei dodici punti AA mai viene nominata poiché ognuno deve costruirsela dentro di sé e con essa autonomamente dialogare, senza alcuna mediazione.
Il segreto degli AA è quello di una resa ad un potere superiore e l'accettazione della propria piccolezza, il che implica l'abbandono della hubrys che tanti danni fa a livello individuale e planetario.
Ieri ho anche ascoltato un'intervista ad Enzo Bianchi, il fondatore della comunità di Bose, che ha parlato a lungo del dramma delle centinaia e centinaia di persone che muoiono da sole senza il conforto dei propri familiari e senza il conforto dei riti della fede che aiutano il trapasso.
Dobbiamo riflettere a quei morti, nel momento in cui - come dicono le testimonianze - nelle cittadine del Nord le campane suonano a morto con una frequenza inaudita: come John Donne recita nel suo poema, quelle campane a morto ci riguardano, esse suonano anche per noi.

Intanto, si ridisegnano le mappe della prossemica. Ieri sono stato al piccolo supermercato dove mi servo abitualmente. E qui sono rimasto infastidito dal fatto che alcuni avventori (sempre ammessi all'interno in modo contingentato) mi venivano troppo vicini. Si instaurava tra me e costoro una specie di danza in cui io cercavo sempre di fare un passo indietro o di lato per mantenermi a distanza di sicurezza. Ho notato che un mio vecchio articolo sulla prossemica, pubblicato in questo blog, è stato all'improvviso attenzionato da molti lettori. aperto da molti lettori
Non è bello che ciò accada, ma tant'è.

Papà Francesco sul sagrato della Basilica di san Pietro, ill 27 marzo 2020 (fonte web)

(28 marzo 2020) Ieri ho avuto modo di scorrere un ottimo articolo di Raffaele Alberto Ventura su "La società iatrogena" che merita di essere letto e meditato. Il suo autore si dilunga sul fatto che questa pandemia sia l'autentica "tempesta perfetta" che nasce dall'incontro tra il piccolo virus Covid-19 e i meccanismi globalizzati del mondo del XXI secolo, quali rapidità dei trasporti, interconnessioni, delocalizzazioni, sovraffollamento etc.
In un certo senso - sostiene Ventura in modo documentato ed argomentando ampiamente - siamo noi stessi ad aver creato le condizioni necessarie per la diffusione del virus, in quanto è il nostro modo di vivere che ne facilità la diffusione su scala planetaria.
Mi è molto piaciuto che Ventura, nel contesto della sua dissertazione, abbia inserito un ampio riferimento a Ivan Illich e ad uno dei suoi testi più acclamati, "Nemesi Medica" che io ebbi modo di leggere quando ero ancora studente di medicina e che mi pose in una posizione utilmente critica nei confronti di certe prassi mediche super-tecnologiche.

Ciò che accade a noi oggi andrebbe, del resto, inquadrato in un contesto ben più ampio che è quello del progressivo ed inarrestabile degrado del nostro pianeta, a causa delle innumerevoli azioni di inquinamento e depredamento delle risorse, prima del tutto (o quasi) inconsapevoli, ma oggi sempre più condotte cinicamente sulla base della logica del profitto.

Questo libro è stato scritto dalla francese Fred Vargas, pseudonimo letterario di una ricercatrice in archeozoologia presso il Centro nazionale francese per le ricerche scientifiche e autrice di una serie di poziesca che ha come protagonista il commisssario Adamsberg.

Si tratta di un saggio che esamina in modo documentatissimo (alla faccia dei cosiddetti climato-scettici, guidati dai tracotanti Trump e Bolsonaro) le attuali condizioni di degrado inarrestabile delle condizioni climatiche e di esaurimento di alcune delle risorse chimiche fondamentali per il mantenimento della vita sul nostro pianeta. 
Il titolo del volume è "L'umanità in pericolo. Facciamo qualcosa subito" (Einaudi, 2020). non c'è davvero molto di che stare allegri.  Vi esorto a leggerlo, anche se di questi tempi, si tratta di lettura che non fa certamente sollevare il nostro umore.

Fred Vargas, L'umanità in pericolo. Facciamo qualcosa subito, Einaudi, 2020

(dal risguardo di copertina) Per anni, le élite politiche e finanziarie hanno nascosto la verità. Senza una drastica riduzione delle emissioni di CO2, entro il 2100 fino al 75% degli abitanti del pianeta potrebbe essere annientata da ondate di calore. Cambiare non è solo auspicabile, spiega Fred Vargas, ma necessario. Dobbiamo modificare la nostra dieta per incidere sempre meno sul cambiamento climatico; ridurre drasticamente la produzione di rifiuti e passare all’energia pulita. Lavorando insieme, riflettendo e immaginando soluzioni, l’umanità può ancora cambiare rotta e salvare sé stessa e il pianeta.

Se si colloca quanto sta accadendo con il Covid-19 in questo contesto, ci si renderà conto che siamo di fronte ad un tassello soltanto di una catastrofe di ben più ampie proporzioni e che ci stiamo avvicinando rapidamente al punto di non ritorno.

Ma non venitemi a che ciò che capita "sta semplicemente succedendo" e che noi lo subiamo come povere vittime innocenti. Non ci sono i quattro cavalieri dell'Apocalisse inviati da un dio irato a punirci, ma siamo noi stessi (in quanto uomini) i responsabili del disastro imminente.
A nostra discarica possiamo soltanto dire che noi siamo ostaggi delle lobby e di poteri occulti che manovrano soltanto per il proprio profitto: ma questa non è una giustificazione sufficiente, poichè noi - pur esecrandolo a parole - siamo i primi ad usufruire di tutti i vantaggi offerti da quel sistema di consumismo globale che sta rovinando il nostro pianeta e che ha creato le premesse per quanto sta accadendo con l'attuale pandemia. Sarebbe ora che quanto stia accadendo potesse essere colto come il segno per ridisegnare le mappe di un possibile sviluppo e di attivare nuove tecnologie, oppure affrontare coraggiosamente la necessità di tornare a condizioni di vita meno tecnologiche. Pensiamo, ad esempio, alla comunità degli Amish (che, pur con diverse variegatur,e continua a vivere come i primi pellegrini di più di due secoli addietro, rifiutando in maniera radical-fondamentalista qualsiasi nuova tecnologia).

Continuo ad essere assillato dalle narrazioni post-catastrofiste che ho assorbito nel corso degli anni: e si presentano segni indicativi del fatto che la realtà potrebbe superare i reami della fiction. Mi ha colpito sicuramente la notizia che un grande centro commerciale di Palermo (un grande Liddle, per l'esattezza) è stato preso d'assalto da "cittadini" che pretendevano di portarsi a casa i carrelli pieni senza pagare (accampando che non avevano più soldi per far fronte alle necessità quotidiane). Un singolo episodio che lascia presagire scenari cupi.
O anche la notizia altrettanto preoccupante del rialzo dei prezzi al dettaglio nel campo alimentari, con - in alcuni casi - ilraddoppio del costo di alcuni articoli. Per non parlare poi deelricarico astronomico praticato senza scrupoli su alcuni presidi anti-contagio, quali mascherine e guanti.
Fatti che sono intimamente correlati l'un con l'altro quasi due facce della stessa medaglia, poichè il rialzo predatorio dei prezzi (che in alcuni casi può ritornare ad accendere fantami del passato, come quello dei borsaneristi del tempo della II Guerra Mondiale) trova il suo correlato nei comportamenti altrettanto predatori di altri che ritengono di non potere più pagare simili prezzi inflazionati e che è venuto il momento di servirsi da soli (oppure perchè non ci sono più soldi per poter sopravvivere: basti pensare a tutti quelli che lavoravano nel'economia sommersa e che non potendo più giustificare i propri spostamenti sono costretti a stare a casa).
Di fronte a questi fenomeni si aprono due strade possibili: o il rinforzo delle misure di polizia che limiterebbe ulteriormente le libertà civili oppure l'attivazione di uno stato di guerriglia sociale.

Non è un caso che, negli Stati Uniti, dove l'allargarsi dell'epidemia procede ad un ritmo galoppante, ad essere presi d'assalto non sono stati i supermercati e i templi del consumismo commerciale, ma i negozi d'armi.

A fronte di tutto questo mi ha colpito la solenne immagine di papa Francesco che, al cospetto di una Piazza di San Pietro totalmente vuota ha impartito una solenne benedizione Urbi et Orbi, con indulgenza plenaria per tutti.
 

Pandemic gioco da tavolo

 

E intanto per esorcizzare la paura e il disagio ecco che è stato diffuso un gioco da tavolo che si chiama Pandemic e che serve ai giocatori costretti a casa ad esorcizzare la paura e a provare l'ebbrezza di tentare di sconfiggere con un lancio di dadi e con abili mosse il dilagare pandemico. Ma non è certo un gioco ciò che ci salverà.

 

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24 febbraio 2020 1 24 /02 /febbraio /2020 07:45
Foto di Vincenzo Marino

Siamo nel cortile di casa, io e mio fratello.
Lo sollevo per metterlo in auto, ma anziché seguire la solita routine che è quella di farlo sedere nel sedile anteriore, entro in macchina direttamente assieme a lui, al posto di guida. Così mi ritrovo con lui in grembo, mentre devo manovrare e guidare.
Non ci riesco bene, mi sento impacciato.
Dopo, siamo fuori dall'auto. Lui in carrozzina. Io spingo.
Spingo il trabiccolo con foga, animato da un’energia e da un vigore che non so da dove vengano: no, invece, lo so. E’ la stessa forza di quando lo spingevo nella sua carrozzina su e giù per il corridoio di casa, a folle velocità e con il rischio - molto concreto - di ribaltamento in curva (è capitato, sì, é capitato, sempre durante le assenze di mia madre).
In questo assetto, usciamo dal cortile a fare una corsa.
Ma a questo punto sono disorientato: non so dove siamo. Mi mancano i punti di riferimento abituali.
A prima vista mi sembra di essere in una grande città, con punti di interesse storico e architettonico.
Ma di certo non è Palermo.
Le mie gambe girano veloci.
La carrozzina prende velocità.
Scenari metropolitani continuamente cangianti ci sfilano davanti agli occhi.
La carrozzina di tanto in tanto sobbalza 
Tu-Tum. Tu-Tum
Da un certo punto in poi, la pavimentazione stradale è di grossi sampietrini.
Per evitare che una delle ruote anteriori si inceppi in una una sporgenza, prendo ad andare tenendole sollevate.
Viaggiamo alla grande.
Antichi monumenti, chiese, teatri, rovine, sfilano davanti ai nostri occhi in una fantasmagoria di forme e di colori.
Improvvisamente la strada si fa inclinata di lato e, quindi, ad un certo punto perdiamo stabilità e ci ribaltiamo di fianco. Mo fratello si abbatte, assieme alla carrozzina, e rimane rannicchiato per terra appoggiato in quella posizione, senza dire una parola o emettere un solo suono. Semplicemente in attesa.
Le ruote della carrozzina per un po’ continuano a girare vorticosamente, cigolando lievemente.
Poi si fermano.
Fine della corsa.
Ma non c’è ansia, né dolore.
Il senso della meraviglia mi pervade, ma anche la struggente sensazione di qualcosa che è irrimediabilmente finito e che mai più tornerà.

 

Vado in dissolvenza

(24 gennaio 2020)

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2 febbraio 2020 7 02 /02 /febbraio /2020 06:04

Tutto ha inizio da un appuntamento in un luogo solitario, in natura.
Mi vedo con questa donna che non incontro da tanto tempo.
Abbracci appassionati, baci.
Il desiderio che monta.
Rapimento ed estasi.
Saliamo in auto per spostarci in un posto più riparato dove dare corso al nostro bruciante desiderio.
La strada scende verso un paesaggio costiero di bellezza ineguagliabile
Rapidi e frequenti tornanti e, ad ogni tornante, il mare scintillante si fa più vicino.
Viaggio speditamente per bruciare il tempo.
Una guida che non è la mia solita.
Ad ogni curva, taglio per mantenere velocità e assetto.
Poi ad un nuovo tornante, quando sono lì per impostare la traiettoria, all'improvviso il volante si blocca e non risponde più al mio tocco.
L'auto prosegue dritta perla sua traiettoria in un inebriante salto nel blu.
Il senso di impotenza è sopravanzato dalla meraviglia.

Dissolvenza

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11 gennaio 2020 6 11 /01 /gennaio /2020 06:55

Alla vigilia, a letto presto
Sono scivolato in un sonno letargico,
dopo qualche decina di pagine lette
Pochi risvegli, sonno profondo
Ad ogni riemersione ero sorpreso dal silenzio profondo che mi circondava.
Niente botti e tonfi
Anche le luci del cortile interno, solitamente accese,
erano spente e quindi, senza il loro riverbero,
anche l’oscurità dentro la stanza era profonda
Ad ogni risveglio ero piacevolmente colpito dal tepore delle coltri
E per nulla al mondo avrei voluto scambiare questo posto con un altro
My place, oh yes
Poi, in un momento della notte,
forse già verso l’alba,
ho sognato mio fratello

 

Ero con lui lo spingevo nella sua carrozzina
Lo lasciavo da qualche parte - ad un convegno forse -
dove la sua presenza era richiesta
Dopo un po', tornavo a prenderlo per portarlo a casa
Our place, oh yes

 

Ma poi le posizioni si invertivano
ed ero io ad occupare il suo posto nella carrozzina
Lui non c’era più
Ed io, stando nella sedia a ruote,
come fosse la mia piccola casa
spingevo davanti a me,
con grande perizia,
un grande tavolo
Per far che? Non so.

 

Mi son svegliato
sentendomi pervaso dalla sensazione d'una gran pace interiore

 

Ho ripreso la giornata dove si era interrotta il giorno prima
Come se nulla fosse, rimanendo fermo alle mie abitudini e ai rituali
Colazione, qualche lettura, abluzioni
Uscita con la canuzza
E poi ad Alta Fé

 

 

Tutto qui, il mio piccolo Natale del 2019

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26 dicembre 2019 4 26 /12 /dicembre /2019 09:23
Peak Experience

 

 

 

 

 

1.
Ci distribuiscono dei moduli da compilare
Si tratta di banali moduli con i dati anagrafici, luogo e data di nascita,cose così.
Siamo in un centro di addestramento per ufficiali in congedo.
Quindi siamo tutti piuttosto attempati. Ingrigiti.
E stiamo tutti stretti in un aula scolastica come quelle delle scuole di tanti anni fa, i banchi di legni scomdi e con la seduta bassa.
Non c’è posto per le gambe.
Alla consegna dei moduli compilati debitamente veniamo congedati e ci viene detto di tornare di lì a qualche giorno.

 

2.
Sono a casa con mia madre e mio fratello. Seduti a tavola, conversiamo di cose banali, ma io sono contento perchè è da tanto tempo che non li vedo.
Ma sono a disagio. ho la sensazione di aver dimenticato qualcosa e non ho fatto nessun nodo al fazzoletto  come memento.
Improvvisamente il ricordo affiora alla memoria: devo tornare al centro di addestramento.
Mi congedo in fretta da mamma e Salvatore.
Loro mi sembrano aggrondati del fatto che io abbia tanta fretta di lasciarli.
Ma io insisto dicendo loro che non psso assolutamente trattenermi.
Mi chiedono dove io debba andare tanto di fretta e io taccio ostinatamente, come se la mia destinazione fosse un segreto di stato.
Poi, vedendo le loro facce turbate, sbotto: “Sì - dico quasi gridando - sono stato convocato per un aggiornamento al Centro di addestramento per ufficiali in congedo e sono in terribile ritardo!”.
Sembrano preoccupati nel sentire la mia destinazione.
Esco dalla stanza ed inforco la mia bicicletta.
E via

3.
Arrivo al compound. Scendo dalla bici e, portandola con me, mi metto ad aspettare davanti al banco della reception.
C’è molto movimento, un via vai continuo di gente indaffarata. Ma in vista nessuno dei miei colleghi di qualche giorno prima.
Dopo una lunga attesa in cui nessuno sembra prendermi in considerazione, alla fine mi decido a chiedere.
Mi dicono di attendere. Ma nessuno sembra sapere nulla, in un primo momento.
Ed io sempre in piedi con la mia bici al fianco.
Arriva uno che sembra essere dai modi autoritari un ufficiale e mi fa cenno di seguirlo.
Ed io vado con lui, seguendolo a passi veloci, poiché lui mi ha subito girato le spalle e si è incamminato quasi repentinamente.
Ho lasciato indietro la bici alla reception, poggiata sul suo cavalletto laterale.
Torno indietro di corsa per recuperarla, ma non la trovo più.
Ritorno trafelato nella direzione che avevo preso al seguito della mia guida.
Naturalmente l’ho perso di vista, ma poi lo ricatturo con lo sguardo.
Si dirige verso una spiaggia, di un luogo che sembra ameno. Una spiaggia rocciosa, affollata quasi che fosse la propaggine di una location ricreativa più che un centro di addestramento.
Da un lato il declivio conduce verso un greto di fini ciottoli, grigia, dove vedo l’ufficiale ritto come un fuso intento in conversazione con una donna vestita in abiti ottocenteschi, da gran dama.
Io, deciso ad impressionarlo, scelgo la via più impervia e mi inerpico superando una serie di massi scoscesi e rivestiti di muschio verde e soffice.
Vado avanti, superando un ostacolo appresso all’altro, sino ad arrivare al culmine della salita.
Aggiro l’ultimo masso e, anziché trovarmi sull’altro lato di un pendio, come sarebbe stato lecito attendersi, vedo che c’è soltanto un precipizio da mozzare il fiato soltanto a cercare di guardare in basso.
Un vero e proprio strapiombo che più non si può.
Vedo ancora l’uffiiciale sulla spiaggia e la sua sagoma ridotta alle dimensione di una formica.
Comprendo che sarà proprio questa la prova d’addestramento per cui sono stato chiamato, quella cruciale.
C’è un’altissima e pericolante intelaiatura metallica appoggiata alla roccia.
La discesa la devo effettuare utilizzando le barre orizzontali come punto d’appoggio per le mani, mentre per i piedi devo via via trovare dei punti idonei sulla parete di roccia.
Il percorso è irto di difficoltà soprattutto perché mi imbatto in travi metalliche che, volutamente, sono state allentate e in pietre traballanti, appena fissate con il cemento ancora fresco. Trappole e trabocchetti per spingermi al fallimento.
Bisogna avere occhio, ogni tanto guardo verso il fondo e vedo i miei piedi pencolare sull’abisso, come se fossi il personaggio di un videogioco in soggettiva.
E sono lì, su questa parete attrezzata come se stessi facendo un sorta di free unclimbing, ma senza essere in alcuna modo assicurato con delle cime. Oppure potrei essere uno di quegli eroi spericolati e adrenalinici cultori del bungee jumping.
Ogni tanto una pietra instabile rotola giù, ma io riesco sempre a riprendermi e a ripristinare la presa. E non arrivo mai a sentire il tonfo quando il sasso arriva al fondo.
Riuscirò mai ad arrivare fino alla base dell'abisso?
Quando il mio addestramento potrà dirsi concluso?

Doomande che rimarranno insolute, perche vado in dissolvenza.

 

(Palermo, 17.12.2019)

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20 dicembre 2019 5 20 /12 /dicembre /2019 11:15

In navigazione
Verso dove?
E' una crociera costiera a Napoli e dintorni
ed è tutto diverso, però
La montagna si erge minacciosa,
scavata in profondi anfratti
aggettanti sul mare
le case dovunque, arrampicate sulla roccia
come un gregge di stambecchi,
ognuna in bilico su di una base minuscola
Lo stato delle strade pessimo
Un reticolo di viuzze tortuose e in salita
Penso: cosa accadrebbe se il vulcano incombente
si risvegliasse all'improvviso?
E se la terra si spaccase e dalle fratture
cominciassero a sgorgare lava, lapilli e ceneri ardenti?
Come fare ad evacuare la popolazione?
Come fare a far giungere i primi soccorsi

 

Eppure, tutto è di una bellezza selvaggia, quasi irreale
Posso osservare i minimi dettagli della città caotica
che si stagliano con prepotenza sullo scenario naturale,

due mondi contigui, eppure profondamente scissi
 

Luna a spicchio

Poi, mi ritrovo a camminare su di una strada di notte
Una luna mezza mangiata domina il cielo
Non riconosco la strada,
eppure so di averla percorsa miliardi di volte
Tutto mi è nuovo
il paesaggio scorre lento e ipnotico
L’asfalto si srotola sotto le ruote
il vento romba nelle mie orecchie
e le raffiche a tratti scuotono la mia macchina
che sembra trasformarsi in un fuscello
La mia traiettoria oscilla pericolosamente

 

 

La mia mente è addormentata
ma una parte di essa lavora in pilota automatico,
per quanto precario ed incerto
Dove sono?
Dove sto andando?
Vorrei mettermi a dormire,
risucchiato in un sonno profondo e ristoratore

 

E la luna smangiata continua a navigare nel cielo
impassibile

 

Palermo, 17 novembre 2019

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16 dicembre 2019 1 16 /12 /dicembre /2019 06:57

Sento di aver l'assoluto bisogno di un limone.
Sono per strada, a torso nudo e con un paio di pantaloni sbuffanti, bianchi, con il cavallo basso, come si usa in oriente (mi manca il termine specifico per nominarli correttamente).

Sono anche a piedi scalzi, come se fossi un cultore dellamarcia a piedi scalzi oppure un penitente.
Non so dove mi trovo, né dove vado.
Vado avanti, cammino e cammino, e sento crescere dentro di me il desiderio di un buon limone succoso,  quando - ad un tratto - vedo un grande cancello che si apre su di un giardino lussureggiante, pieno all'inverosimile di alberi da frutto.

Il cancello è spalancato: quasi un invito ad addentrarsi all'interno: cosa che faccio immediatamente, senza esitazione alcuna.
E cosa vedono i miei occhi? Ma proprio un albero di limone, da cui rami pende un unico frutto voluminoso con la scorza verde-gialla. Sembra perfetto, anche se si presenta parzialmente scorciato, come se qualcuno avesse sentito la necessità di scorzette della buccia per farsi un Martini, oppure - che so - un’acqua canarino, con la famosa ricetta della nonna per curare il mal di pancia e l’acidità di stomaco, tanto per dire.
E’ proprio quello di cui ho bisogno: grosso e succoso.
Non c’è nessuno in vista e dalla grande casa, immersa nella verzura, non si scorgono segni di vita.
Mi avvicino alla pianta e colgo il frutto, con decisione: sto per andarmene, ma scorgo un’ombra dietro il vetro di una delle grandi vetrate panoramiche.
Capisco di essere stato scoperto e, anziché darmela a gambe levate, mi prostro per terra con la faccia nella polvere e le braccia protese davanti a me con il limone stretto tra le dita come in offerta.
Una postura penitenziale, è la mia, quasi fosse al cospetto di un terribile Dio punitore.
Recito come un mantra che ero lì di passaggio, che non sono un ladro e che avevo sentito l’improvvisa necessità di dissetarmi con quel limone.
Penso che il dichiarare con molta semplicità ciò che avevo fatto potrà valermi il perdono e persino il dono del limone.
Si avvicina un bambino e si ferma davanti alle mie mani distese in avanti, quasi sfiorandole con la punta dei suoi piedi pure nudi. Di lui, del bambino, posso vedere solo i piedi: non oso guardare in alto.
Mi osserva a lungo, poi si china, afferra il limone e torna nella casa.
Io rimango disteso nella polvere per qualche istante.
Poi mi rimetto in piedi con grande fatica, perché mi sento tutto rattrappito e me ne vado a passi stanchi, ripensando a quel limone che non avevo potuto gustare.
L'ho potuto contemplare, soppesare nella mano e sentirne l'aroma.
E poi mi è stato giustamente sottratto poichè era un frutto rubato, non meritato.

Ho solo potuto sperimentare una versione inedita ed istantanea del supplizio di Tantalo.
E sono di nuovo sulla strada, con la nostalgia di quel frutto appena colto che non ho potuto gustare.


Palermo, 4 dicembre 2019

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13 dicembre 2019 5 13 /12 /dicembre /2019 07:10
Acquario di Milano (foto di Maurizio Crispi)

1
Sonno profondo
Risalgo in superficie
come da un’immersione oltre i 40 metri
... ma come è profondo il mare
oblio
oblio
oblio
oblivion
Cra Cra Cra
Il vento soffia e gli infissi tremano
Cra Cra Cra
Tonfi e tuoni
Pioggia a raffiche
I corvi volteggiano nel cielo grigio
e poi atterrano sulle alte antenne svettanti
contendendosi il posto di osservazione più elevato
Il cielo, malgrado l’albeggiare,
si fa più scuro
alberi dalla chioma verde-nera
lussureggiante
tremano nelle raffiche
Sono lucido
eppure come in attesa di un risveglio
che tarda ad arrivare
Sono uno che aspetta Godot

Come è profondo il mare...


2

Foto di Maurizio Crispi


Un rombo lontano come di tuono
rumori di pioggia battente
il vento ulula
e dita gelide penetrano dalle fessure degli infissi
Casa silente, addormentata
Via Neera
Via Momigliano,
dove io stesso ho vissuto una vita addietro,
proprio a due passi da qui
Un periodo lontano
Torvo
Torno
Torto
Poi, torno
Allora, con tutta la vita davanti,
pensavo di fare molte cose
Ma le ho poi fatte?
Sono riuscito in un mio progetto?
Ne avevo uno?
O sono soltanto stato guidato dalle circostanze?
i sono periodi
di cui ricordo poco o niente del tutto
Opacità totale
Come se avessi attraversato il tempo della  vita
a tratti immerso in una distesa di fitta nebbia
E poi: chi mi racconterà?
Essere raccontati:
è la costante preoccupazione di alcuni
Io, tra questi
L’alternativa tra essere ricordati o dimenticati,
cancellati
Ed ecco ancora i corvi che gracchiano
Cra Cra Cra
I libri onnipresenti
Li mangerò, forse: prima o poi
Un caffè che sa di bruciato
Fogli sparsi
Una penna per stilare osservazioni e pensieri
Di primo mattino, mentre tutti dormono
In attesa, come sempre
Ma ciò che attendo e che nemmeno io so
non arriverà
La porta sta per chiudersi
Non una promessa, ma una certezza
Cra cra cra

 

(Milano, novembre 2019)

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11 novembre 2019 1 11 /11 /novembre /2019 06:01

Questa notte ho fatto un sogno in cui compariva mio figlio Francesco.
Ero in campagna a fare, come al solito, dei lavoretti.
Avevo impastato il cemento ed mi ero inerpicato lungo un pendio scosceso con una caldarella piena di impasto.
Ho fatto ciò che dovevo fare e sono ritornato per riempire di nuovo la caldarella.
E dove avevo lasciato l’impasto c’era Francesco che si era messo a lavorare anche lui con quel cemento: un attimo prima ero da solo ed ecco che adesso c’era mio figlio.
O almeno ci aveva tentato, seppure con grande zelo.
Infatti, l’impasto era praticamente finito: lui aveva fatto un lavoro a largo raggio, mettendo il cemento dovunque, ma non in maniera sostanziale ed efficace per legare veramente in modo permanente le pietre.
Francesco mi guardava e mi sorrideva.
Non era il Francesco adulto di oggi, ma il Francesco bambino, quando aveva cinque o sei anni.
Da un lato ero contento che, così, senza preavviso, fosse venuto e mi avesse aiutato, ma dall’altro irritato perché quell’impasto di cemento era stato praticamente sprecato.
Ma non diedi a vedere la mia irritazione. Sarebbe stato un peccato sciupare con il mio stupido perfezionismo un momento che era di per sé molto bello.
E quindi sorridevo a mia volt, ricambiando il suo sguardo di contentezza.
Dopo, raccattavo quel poco cemento ancora morbido che era rimasto e cercavo di perfzionare il lavoro che avevo sviluppato Francesco, ma con scarso successo, perchè come è noto è fatica sprecata costruire su di un muro che è nato storto.
Poi il sogno si protraeva con molti altri eventi che si sono persi nell’oblio (9 novembre 2019)

Una volta, in effetti, Francesco è venuto in campagna con me e mi ha aiutato a preparare il cemento. Gli avevo parlato di questi lavoretti che facevo ed era stato molto interessato. Dopo aver preparato l'impasto, gli ho assegnato un lavoro relativamente semplice per impararare a maneggiare la cazzuola e farsi l’occhio.
Fui davvero contento quella volta. Tanti anni prima, quando aveva da poco finito il Liceo, Francesco venne in campagna con il suo amico e, ambedue, mi hanno aiutato a trasportare delle pietre "manische" da un punto ad un altro, più vicino alla casa, dove stavo innalzando un muretto a secco. Quel lavoro non ebbe durata lunga, perchè dopo appena mezzora entrambi si stancarono e si ritirarono in casa a riposare.
Peccato che questa esperienza del cemento non si sia ripetuta più.
In tempi recenti, siamo andati con Gabriel ad Altavilla e, per passare il tempo, anche con lui ho preparato il cemento: poi l’abbiamo utilizzato per fare un lavoretto molto semplice in cui non occorreva eccessiva perizia per disporre il cemento. Gabriel di quel lavoro fatto assieme è stato davvero molto contento.

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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