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16 luglio 2021 5 16 /07 /luglio /2021 10:05

...dopo più di dodici mesi dall'annuncio del primo lockdown, è nata l'esigenza di raccogliere in un unico volume storie e testimonianze sul difficile momento 'storico' vissuto non solo dalla prospettiva delle componenti dell'associazione DonnaAttiva, promotrice di questa pubblicazione, ma anche di alcuni protagonisti del mondo della cultura, del giornalismo, dello spettacolo e delle professioni che hanno voluto esprimere il loro personale punto di vista su ciò che maggiormente ha caratterizzato l'esperienza della pandemia all'interno dei loro rispettivi ambiti di vita e d'azione.

dalla prefazione di Giuseppe Gangemi, curatore del progetto

AA.VV., Dalla pandemia alla Pangioia, Ex Libris Edizioni, 2021

Il volume "Dalla Pandemia alla Pangioia. Emozioni e sensazioni raccontano i duri mesi del Coronavirus (per i tipi di Edizioni Ex Libris, collana "Lo Zibaldone", 2021)  è il frutto di uno sforzo comune che ha coinvolto decine di protagonisti, come voci narranti dei mesi più duri della pandemia.
Si tratta di diverse tipologie di narrativa, come esprime la tripartizione del volume, ma tutte accomunate dal desiderio di esprimere qualcosa, di raccontare le emozioni e i turbamenti , le gioie e le speranze del periodopandemico, a partire dal primo lockdown, quello più duro,sino ai tempi recentissimi che ha visto ha visto per tutte le regioni italiane la conquista del colore bianco (nella gamma cromatica dell'Italia dei molti colori che aveva contraddistinto la terza ondata).
Conosciamo bene la parola "pandemia" nelle sue accezioni lessicali, mentre come lettori di questo volume ci ritroviamo davanti ad un neologismo, sin dalla titolazione,  e cioè la parola "pangioia", che si colloca quasi come antitesi ad una tesi, indicando in altri termini che ciò di cui si vuole discutere nel volume sarà un transito, una transizione da uno stato all'altro: come a dire che dopo l'epidemia diffusa su scala mondiale, dovrà aprirsi un nuovo capitolo caratterizzato da una gioia universale e "pandemica" anch'essa.
E questa è certamente una possibile narrativa, anche se non so sino a che punto sia lecito accettarla: ma è apprezzabile lo sforzo di voler vedere in quest'esperienza globale che ci ha coinvolti (e che continua a coinvolgerci) un andamento bifasico; e, cioè, prima la pandemia con il suo carico di restrizioni, di morti e di sofferenze   e, dopo, la gioia universalistica per la ripresa e per il ritorno ad una vita "normale", purchè - ma questo è il mio pensiero - la normalità non sia il ritorno agli assembramenti, alla retorica del calcio, alle celebrazioni vuote, a forme di economia drogata, ai licenziamenti e alle delocalizzazioni selvaggie.
In questo senso, se le cose dovessero tornare, a quello che erano prima di Wuhan, ci sarebbe forse poco da gioire: Mariana Mazzucato nel suo recente libro, "Non sprechiamo questa crisi" (Laterza, 2021) che contiene una raccolta dei suoi più recenti articoli divulgativi sulle difficoltà che fronteggiamo dall'inizio della pandemia, dice che la pandemia con le conseguenze economiche che ha avuto, ha aperto una crisi di immani proporzioni nell'economia mondiale e che questo potrebbe dare adito a due diverse strade nella fase della "ricostruzione" e nel ritorno ad una possibile "normalità". Una sarebbe quella di riportare lo stato delle cose a quello che erano prima della pandemia, nè di più, né di meno. L'altrapossibilità, forse più feconda, e che alcuni stati nel mondo hanno provato a costruire sarebbe quella di operare un radicale cambiamento dei principi su cui si é fondata l'economia del XX e dei primi due decenni del XXI secolo: una strada che porti a ridimensionare il ruolo dello Stato appaltatore che si limita a dare mandati a imprese che funzionano nella logica liberista (o peggio ancora neo-liberista o forse addirittura iper-liberista) enfatizzando (o recuperando), invece, il suo ruolo di imprenditore, in modo tale che i fondi stanziati non vadano ad implementare il tornaconto dei privati ma possano essere di supporto ad un'imprenditoria per così dire "sociale", che provveda al benessere delle moltitudini.
E quest'assetto, in una logica delle interconnessioni, potrebbe essere estremamente utile, dal momento che la pandemia di cui ancora oggi soffriamo è appunto figlia delle strategie dello sfruttamento del pianeta e delle strategie dell'arricchimento di pochi a fronte dell'impoverimento sempre maggiore delle moltitudini.
Forse un attteggiamento di "pangioia" sarebbe più appropriato se si intraprendesse la seconda via, quella che in altre termini porterebbe (o potrebbe portare) ad una rivoluzione copernicana dei fondamenti su cui si basa la nostra economia.
Poco c'è da gioire, quando - ad esempio - con l'arrivo di Luglio è stato posto termine alla moratoria dei licenziamenti sicché, di fatto, alcune aziende anche fiorenti hanno deciso di smobilitare licenziando in tronco (con una semplice mail) centinaia di dipendenti.
Ciò nondimeno, è apprezzabile il wishful thinking che pervade il titolo del volume e che trapela dalla maggior parte dei contributi contenuti in questo volume il cui tono generale sembra voler dire: un modo, un mondo nuovo, sono possibili e quindi gioiamo! Forse la colonna sonora adeguata per questo prezioso libro potrebbe essere l'Ode alla Gioia di Friedrich Schiller, incluso da Beethoven nella sua apoteosi sinfonica. L'ode alla gioia (An die Freude, 1785)  d'altra parte invitava ad esultare in un empito di fratellanza universale e condivisione, e - non a caso - è stato prescelto (ma senza le parole di Schiller) per essere - a partire dal 1972 - l'inno dell'Unione Europea
Come il movimento finale della IX introduce - in modo nuovo e inaudito per quel tempo  - il meraviglioso coro che intona con gioiosa solennità e potenza vocale, i versi dell'inno di Schiller, così questo volume si presenta come un coro di voci, le più diverse e tante soprattutto: infatti, Il progetto editoriale si è proposto di dare voce a quante più persone fosse possibile, per estendere democraticamente la possibilità di dar corpo ad una narrativa universalistica degli eventi pandemici e dei mesi che infine hanno portatoad una parvenza di normalità, temporanea quanto meno. Già, perchè malgrado si possa comprensibilmente essere animati da ottimismo e voler vedere ad ogni costo il bicchiere mezzo pieno, la pandemia non ha ancora cessato di colpire e, in più, in una lettura autenticamente universalistica, bisogna uscire dalle logiche regionalistiche per guardare al mondo come ad un tutto unico: e ancora molti dei paesi del terzo e quarto mondo non possono gioire per aver toccato con mano un autentico punto di svolta nel decorso della pandemia. Ma c'è anche da dire che qui  in Europa, a causa di certe scelte dissennate  e deliberate omissioni rispetto all'applicazione delle regole anti-Covid tuttora vigenti (si veda al riguardo quel che è successo con i turni di semifinale prima e con la finale poi degli Europei di Calcio 2020, nonchè con i festeggiamenti italiani per la vittoria) si è dovuto assistere purtroppo a degli scivoloni fenomenali per i quali si pagheranno forse alcune conseguenze.
Ma guardiamo più nel dettaglio l'architettura del volume.
"Dalla Pandemia alla Pangioia" nasce da un'idea di Ina Modica, giornalista siciliana e presidentessa dell'AssociazioneDonnaAttiva. Curatore del volume è stato Giuseppe Gangemi, mentre Teresa Di Fresco , Giada Adelfio e Cristina Guccione hanno fatto parte del Coordinamento Editoriale che ha tirato lefilaper mettere insieme i molteplici contributi indiiduali.
Il volume è suddiviso in tre parti. La prima è titolata "Il racconto della pandemia tra crisi e resilienza: professionisti e punti di vista a confronto", contenente il contributo di 13 professionisti siciliani, uomini e donne. La seconda, con il titolo "Testimonianze, esperienze e vissute al tempo della pandemia: l'Associazione 'DonnaAttiva' e le sue socie" dà voce appunto alle socie di DonnaAttiva, tutte professioniste impegnate in diversi ambiti lavorativi e imprenditoriali. E si tratta di ben 25 voci diverse. La terza sezione, infine, con il titolo "Le interviste ai protagonisti: le voci del mondo della cultura, del giornalismo e delle professioni" lascia la parola  in forma di intervista (e l'intervistatore è ogni volta differente) ad alcuni professionisti/e del panorama siciliano.
Ad eccezione che per quest'ultime che sono più ampie e discorsive, i contributi che costituiscono le prime due sezioni sono relativamente brevi (omogenei sotto questo punto di vista), democratici si potrebbe dire, nel senso che nessuno - finanche il curatore - ha voluto per seè uno spazio maggiore di quello che era concesso agli altri co-estensori, e si leggono velocemente: è chiaro che, come succede nell'approccio ai volumi collettanei, l'attenzione del singolo lettore nell'affrontare la lettura dei diversi contributi potrà essere maggiormente calamitata dalle titolazioni dei singoli capitoli oppure dal fatto di  conoscerne personalmente l'autore.
E, quindi, sotto questo profilo, si tratta certamente di un volume da sfogliare e da leggere, anche a saltare, entrando nel testo qua e là, motivati da un'improvvisa curiosità e/o dal desiderio di approfondimento.
Come succede in un coro, le singole voci si potenziano a vicenda e, pur nascendo da una traccia comune, si offrono ciascuna con la propria cifra individuale e fortemente caratterizzata.  E ancora - come succede in un coro - dei singoli contributi, delle riflessioni dei singoli, si perde poi l'individualità, poichè le singole voci si amalgamano in qualcosa che è molto più della semplice sommatoria delle singole parti che la compongono.
Quindi, per concludere, accogliamo con ottimismo il wishful thinking del titolo del volume e, usando la frase che chiude il contributo di  Giulia Noto, docente,  "Facciamo sì, tutti insieme, che alla pandemia possa seguire una 'Pangioia'!" (p.33), tenendo conto che le narrazioni possono avere la grossa responsabilità di innescare dei circuiti virtuosi nelllo scrivere gli eventi che verranno, ma anche di influenzarli negativamente e,dunque qualsiasi tipo di narrativa non è maii neutrale, ma assume su di sèil peso di una grande responsabilità morale. Si veda, al riguardo il brillante esempio del volume 1947 di Elisabeth Åsbrink (Iperborea, 2018) che mostra come - tra gli anni del dopoguerra fu proprio il 1947 un anno cruciale per lo sviluppo (e la rinascita dalle macerie della seconda guerra mondiale) delle singole nazioni e del mondo e che, nel corso di quei mesi, alcune narrative - piuttosto che altre - furono deliberatamente preferite per spingere il mondo in una direzione piuttosto che in un'altra, ritenuta meno gestibile o pericolosa in qualche modo.

 

 

Di seguito la scheda editoriale del volume

 

 

 

AA.VV (a cura di Giuseppe Cangemi), Dalla Pandemia alla Pangioia. Emozioni e sensazioni raccontano i duri mesi del Coronavirus, Ex Libris Edizioni (Collana Lo Zibaldone), 2021
(dal risguardo di copertina) Composto durante l'esperienza del lockdown, in contrasto alla prima ondata dell'emergenza da Coronavirus, questo libro racconta, con coraggio ed ottimismo, le esperienze di vita dei protagonisti delle varie testimonianze che compongono questa raccolta, in un percorso suddiviso in tre sezioni che accompagnano il lettore attraverso diversi punti di vista e chiavi di lettura dell'anno trascorso in piena emergenza. Dietro la scrittura di tali testimonianze si coglie la volontà da parte di tutte le voci dei protagonisti di voler lasciare una testimonianza del duro momento storico attraversato, in Italia e non solo, con la consapevolezza che la riflessione sui momenti difficili è storicamente foriera di riflessioni capaci di farci vedere il mondo che ci circonda con nuovi occhi carichi dei duri momenti vissuti ma pieni di speranza. La raccolta, promossa dall'Associazione DonnAttiva, rappresenta un prezioso contributo alla memoria storica del tempo vissuto capace di travalicare i confini del nostro presente, proiettandoci nel futuro attraverso le voci dei protagonisti che hanno animato con le loro testimonianze questa preziosa eredità.

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4 giugno 2021 5 04 /06 /giugno /2021 09:39
Marcello Benfante, Cinopolis, Mobydick, 2006

Notevole e visionario è Cinopolis (Mobydick, I Libri dello Zelig, 2006) scritto da Marcello Benfante, un apologo ambientato in una Palermo fatiscente e in totale degrado. Un eterogeneo manipolo di sopravvissuti si trova a doversi confrontare con un rivolgimento inatteso, quasi epocale, tanto più inquietante quanto più è misterioso nella sua origine. La narrazione ci conduce dentro una sorta di "mondo zombie", in cui per motivi oscuri, fondamentalmente inesplicati, torme di cani inselvatichiti hanno preso il sopravvento sugli uomini e li sbranano non appena escono dal riparo delle case.
Prendendo spunto dalle scorribande dei cani fuori ogni controllo, ecco però che prende il sopravvento una fazione di uomini-cane altrettanto feroci e portatori di un'istanza di controllo dittatoriale. Costoro sono del pari crudeli e violenti nei confronti dei cani inselvatichiti e degli uomini sopravvissuti che vengono rinchiusi in campi di detenzione, che tanto assomigliano a Campi di concentramento nazisti.
Cinopolis è un racconto allegorico molto efficace ed intenso che mostra come in tempi di crisi (e la pandemia che, nelle sue code, stiamo ancora vivendo, ne è un paradigma) alcuni - cinicamente - possano prendere il potere e dar vita ad un governo totalitario, generando un Behemoth o un Leviatano che divora tutto e tutti; e che tutto piega alle sue mostruose esigenze.
Ma anche è una riflessione su una Palermo fatiscente e degradata: la parte più fascinosa è la descrizione dei vicoli e delle case vecchie del mucleo più antico della città abbandonata dalle persone ed invasa dai cani che, almeno temporaneamente, la fanno da padroni.
La rappresentazione di tutto ciò è, nel racconto di Benfante, profondamente venata di pessimismo, anche se, nelle pagine finali, si intravede la speranza che i sopravvissuti alla violenza e alla dittatura possano percorrere un'esile via di fuga, che rimanda al "Buco della salvezza" di risorgimentale memoria, attraverso cui uomini di fede e puri di cuore possano salvarsi per dar vita ad un mondo che sia di nuovo equo e giusto e in cui cani e uomini possano vivere in pace.
Ma non si può avere di ciò alcuna certezza, sembra dirci l'autore, poichè ogni empito di rinnovamento p destinato a confrontarsi con forze oscure capaci di vanificarlo.
Ho comprato questo libro poco dopo la sua uscita nel 2006, ma mi sono ritrovato a leggerlo solo in questi giorni, per constatare che nel contesto contemporaneo - cupo anziché no - esso sia ancora straordinariamente attuale.
In più la prosa di Benfante, ricca ed intensamente descrittiva, è assolutamente godibile.

(risguardo di copertina) In una Palermo metà fantastica e metà reale, mai nominata eppure facilmente riconoscibile, Alfonso Marrano - detto Fofò -  vede avverarsi un'antica paura: la sua casa, il suo desolato e fatiscente quartiere, l'intera città sono messi sotto assedio da una moltitudine di cani sollevati in una sorta di rivolta spartachista. Guidati da un enorme mastino nero, i cani appaiono agli occhi esterefatti di Fofò come una ciurmaglia di pirati storpi e guerci, per rivelarsi invece un esercito compatto, forse perfino una nuova razza che ha subito una mutazione genetica capace di renderla più simile all'uomo, di cui ha mutuato il peggio.
Insieme a due bambini, a una coppia di di giovani sposi, a un anziano professore che proprio sui cani sta scrivendo un trattato, a un pittore cieco e al suo pastore tedesco, Fofò cerca di sfuggire all'accerchiamento. Ma nel contempo la città è preda d'altri rabbiosi e ringhianti branchi: "Cani potenti, coi soldi, i fucili, i manganelli. Con nuovi pulpiti e nuove pire".

Marcello Benfante

Un apologo visionario sulla paura e sulle dittature che della paura si alimentano. Il racconto serrato di una fuga dal male che assume, a volte con toni grotteschi e ironici, modalità narrative rocambolesche desunte dal romanzo d'appendice - ma anche una riflessione sull'ambiguità del potere, del linguaggio, dell'arte tutta. Dietro la rivolta dei cani si profila in controluce la storia sempre uguale di tante rivoluzioni popolari e di altrettanti fallimenti. La storia di una Sicilia - ancora una volta metafora di una condizione universale -eternamente tradita dalle proprie speranze di riscatto.
L'Autore. Marcello Benfante (Palermo, 1955) insegna e svolge attività giornalistica. Per Mobydick ha pubblicato nel 2006 il romanzo Cinopolis. Scrive sulle pagine palermitane del quotidiano “la Repubblica” come critico letterario e opinionista, e collabora alla rivista “Lo Straniero”. Ha curato, sempre per Mobydick, Racconti irriverenti di R.L. Stevenson.

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1 giugno 2021 2 01 /06 /giugno /2021 16:36
Il Mandala di Sherlock Holmes

Il Mandala di Sherlock Holmes (nella traduzione di Grazia Maria Griffini, Instar Libri, 2002) di Jamyang Norbu, attivista politico per l'indipendenza del Tibet dal giogo cinese e scrittore, è stata per me una bella lettura, centellinata con calma.
Un'avventura holmesiana non del tutto Non del tutto aderente al canone holmesiano, ma comunque un'apocrifo, pienamente nello spirito del genio dell'investigazione inventato da Sir Arthur Conan Doyle e datato al tempo del "grande iato", cioè quell'intervallo vuoto tra la presunta scomparsa di Holmes nelle cascate del Reichenbach, in una lotta all'ultimo sangue con l'irriducibile nemico, il professor Moriarty. e la sua ricomparsa nel mondo dei vivi a distanza di circa due anni, con una nuova serie di investigazioni.

Qui manca tuttavia il suo comprimario di sempre Watson (ovverossia il narratore) che viene sostituito da tal Mookerjee, spia al servizio del governo coloniale inglese, il cui manoscritto che riferisce di questa avventura tibetana viene fortunosamente ritrovato molti anni anni dopo dallo stesso autore che appunto, proprio per questo motivo, si firma come semplice "curatore" dell'opera.
Il romanzo è, tuttavia, fuori dal canone holmesiano ortodosso, perchè vengono messe in gioco forze dell'occulto e paranormarli sino alla rutilante conclusione  ed quindi fuori dal consueto schema dell'indagine deduttiva (o anche - come hanno affermato alcuni moderni esegeti holmesiani - abduttiva).
E' un romanzo intelligente, scritto con garbo, e piacevole non solo per i risvolti investigativi e per il plot che tende alla risoluzione di un mistero per salvare il Dalai Lama in carica da un complotto gigantesco (dietro le cui trame si intravede una sopraffina mente criminale), ma anche perchè è l'occasione per raccontare di un viaggio avventuroso attraverso l'Himalaya sino a Lhasa, nel cuore del Tibet più profondo (alla fine del XIX secolo).
Nello stesso tempo l'autore - che è di origini tibetane - coglie l'occasione per raccontarci un po' di storia relativamente alle trame della Cina nei confronti del Tibet, che videro i loro più drammatici risvolti nella metà del XX secolo, esitate nellìesilio del Dalai Lama e della maggior parte dei monaci tibetani in una vera e propria diaspora nel mondo.
L'autore al termine del volume specifica anche alcune sue fonti e testi che lo hanno ispirato. Un posto di rilievo va - per sua specifica ammissione - al famoso "Kim" di Rudyard Kipling che, in forma di romanzo, racconta del "Grande Gioco", ovvero della contesa tra Impero Britannico e Grande Russia nell'acquisire il controllo geopolitico di questa parte del mondo, ma anche di molti altri racconti brevi dello stesso Kipling, in cui si affaccia con prepotenza l'elemento sovrannaturale. E, dall'altro lato, rivela la sua passione e la sua profonda conoscenza dell'intero corpus holmesiano, che ha avuto modo di dimostrare nel corso di un approfondito esame, prima di ottenere l'affiliazione all'esclusiva associazione letteraria "The Irregulars of Baker Street".
Pubblicato per la prima volta in traduzione, meritoriamente da Instar Libri, il romanzo è stato riedito nel 2021, nella collana dei Gialli Mondadori appositamente dedicata agli apocrifi homesiani. La comparsa nelle edicole di questa nuova edizione è stata per me l'occasione di riesumare dalla mia personale il volume di Instar Libri che ancora attendeva la mia attenzione, un volume peraltro dotato di una splendida veste editoriale.

La nuova edizione nei Gialli Monddori di "Il Mandala di Sherlock Holmes"

(nota al testo) Al porto di Bombay sbarca da un piroscafo un passeggero che nessuno si aspetterebbe di vedere in una remota colonia britannica. Non solo per il fatto che costui esercita abitualmente la sua professione nel cuore dell'Impero, ma soprattutto perché, almeno ufficialmente, non risulta appartenere più al mondo dei vivi, essendo scomparso nel gorgo di una cascata svizzera insieme all'arcinemico professor Moriarty. Eppure, sotto la falsa identità di un norvegese di nome Sigerson, viaggia in incognito proprio il "defunto" Sherlock Holmes. Il quale, appena messo piede a terra, sfugge per un soffio a un tentato omicidio, il primo di una serie di accadimenti che renderanno alquanto movimentata la sua trasferta agli antipodi. Ma le prodigiose doti investigative del segugio di Baker Street restano tali anche lontano dalle nebbie londinesi e avranno occasione di dispiegarsi al massimo grado dall'India al Tibet, fino alla città di Lhasa e oltre. Là dove, incastonato nell'enigmatico disegno di un mandala, si cela il segreto di un regno leggendario.


(David Frati, lievemente modificato) dallo stesso Jamyang Norbu, in visita ai monaci di un certo monastero tibetano in esilio, viene ritrovata una scatola di latta arrugginita contenente un plico sigillato (assieme ad una pipa consumata, il segno distintivo di Sherlock Holmes). Si tratta del resoconto scritto da Mookerjee, una spia indiana per conto del governo coloniale inglese, dei propri viaggi in Tibet in compagnia di Sherlock Holmes. L'investigatore, creduto morto in Svizzera, dove era precipitato nel baratro delle Cascate di Reichenbach, lottando con il suo nemico giurato il professor Moriarty, deve ora affrontare la minaccia di orribili delitti e intrighi politici, confrontandosi con un altrettanto redivivo Moriarty.
Nel 1891, i fans di tutto il mondo appresero inorriditi dal racconto "L'ultima avventura" (The final Problem) di come Sherlock Holmes ed il suo arcinemico James Moriarty fossero morti precipitando dalle cascate di Reichenbach, in Svizzera. Sir Arthur Conan Doyle, notoriamente ansioso di liberarsi del suo ingombrante personaggio (con un mix di comprensibile ambizione letteraria e di antipatica ingratitudine), pensava di farla franca così, ma fu travolto da uno tsunami di vibranti proteste, tanto che dopo qualche anno di stoica resistenza fu costretto a capitolare e ‘resuscitò’ Sherlock Holmes che, nel racconto, "La casa vuota" spiega di aver viaggiato per due anni in Tibet sotto le mentite spoglie di un norvegese, tal Sigerson. Ecco le premesse dalle quali parte Jamyang Norbu: documentare il viaggio di Holmes in Tibet durante il grande iato tra la sua scomparsa ed il suo ritorno. Intrigante la scelta del narratore, Hurree Chunder Mookerjee, prelevato direttamente dalle pagine del classico di Rudyard Kipling, Kim: l’assenza virtuale di Watson dalla vicenda e dalla narrazione dona al libro una freschezza e un senso di novità probabilmente poco apprezzati dai puristi del Canone, ma tutto sommato benvenuti. La struttura canonica classica dei racconti di Arthur Conan Doyle e dei suoi apocrifi viene volutamente fatta saltare: Norbu rimpinza il lettore infarcendo le sue pagine di omicidi rituali, esoterismo, cospirazioni cinesi, digressioni botaniche ed archeologiche, Carl Jung, UFO, e addirittura nel finale si concede il ritorno di un Moriarty dotato di poteri occulti.
L’irruzione del fantastico nell’universo di Sherlock Holmes rappresenta l’ennesima significativa ‘libertà’ presasi da Norbu, che approfitta anche dell’ambientazione delle vicende per lanciare chiari messaggi di propaganda politica anti-cinese.
Il risultato? Per chi ama la perpetuazione di uno Sherlock Holmes immutabile nella forma e nei contenuti, un romanzo spiazzante e forse presuntuoso, per gli altri un piacevole romanzo d’avventura con qualche finezza e il (grave) difetto di una scarsa tensione narrativa. Assolutamente godibile per i sensi - come sempre accade per i prodotti Instar - la veste grafica.

Il mandala di Sherlock Holmes. Un'avventura tibetana di Sherlock Holmes
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20 maggio 2021 4 20 /05 /maggio /2021 06:46
Adam Kucharrski, Le Regole del Contagio, Marsilio

Il libro di Adam Kucharski, Le regole del contagio (nella traduzione di Francesco Peri, Marsilio, 2020) fa davvero riflettere e fornisce degli strumenti per comprendere gli eventi epidemici e non solo. E' una lettura appassionante e importante perchè collega assieme tutta una serie di fenomeni che il buon senso comune rifiuterbbe di mettere assieme sotto lo stesso cappello.
In primo luogo, Kucharski statuisce chiaramente che l'epidemiologia  è una scienza matematica che ha delle applicazioni in medicina e nella tutela dalla salute pubblica, oppure che nata da questo terreno ha subito sconfinato per invadere altri campi inizialmente insospettabili.
In secondo luogo, egli ci fa comprendere come contagi da microorganismi (batterici e virali), epidemie e pandemie siano inquadrabili all'interno di una più generale "teoria degli accadimenti", dove tutto è collegabile, dai fenomeni finanziari, alla diffusione della violenza, passando per i contagi in rete (o anche in altri modi) di idee e di opinioni.
Secondo me, "Le regole del Contagio" è un libro che tutti dovrebbero leggere. Per saperne di più e per potere avere strumenti di comprensione maggiore. Solo che le persone che sicuramente dovrebbero farlo per documentarsi e per essere aggiornati, i politici e i decisori non lo faranno mai perchè sono fondamentalmente personaggi ignoranti che d'abitudine non leggono (e si scusano costoro dicendo che "non hanno tempo") e se le leggono si limitano a scorrere velocemente le rassegne stampa che altri incaricati, possibilmente altrettanto ignoranti, preparano per loro.

Eppure, si tratta di un saggio che dà al lettore degli strumenti per comprendere come si originano e si evolvono certi fenomeni (i più disparati dalle malattie infettive, alla diffusione degli atti di violenza, alle condotte suicidiarie, ai fenomeni virali in rete etc etc).

L'epidemiologia la cui prima nascita si attribuisce a Ronald Ross con i suoi studi magistrali (e pionieristici) sulla connesione tra diffusione della malaria e zanzare si sviluppò come una scienza matematica: e dunque si trova ad essere in uno snodo importante tra la medicina, la matematica e la sociologia. Lo stesso Ross che per i suoi studi venne insignito con il premio Nobel per la Medicina disse che, secondo lui, l'epidemologia era a tutti gli effetti una "scienza matematica" e, per questo motivo, egli ritenne - anticipando i tempi - che a partire dai modelli epidemiologici costruiti per spiegare la diffusione delle malattie infettive si potesse costruire una "teoria generale degli accadimenti" con un un apparato di formule e di calcoli che consentisse di spiegare in chiave epidemiologica i meccanismi con cui si diffondono gli eventi più svariati, ponendo al tempo stesso le basi per degli studi predittivi scientificamente fondati, con l'utilizzo di modelli matematici.

L'ignoranza si annida ad alti livelli, come ad esempio nelle interviste rilasciate da parte delle persone più insospettabili e dotate di presunte competenze e nelle battaglie in punta di fioretto tra virologi ed altri esperti, come è accaduto nel caso delle parole assolutamente supponenti espresse da Giorgio Palù, virologo ed microbiologo, nonché professore di neuroscienze all’Università di Philadelphia, nei confronti di Andrea Crisanti, Professore ordinario di microbiologia all'Università di Padova, quando questi proponeva l'attivazione di un lockdown duro presto e subito alle soglie della "terza ondata" (in corso di un'intervista rilasciata a TV7 a ottobre 2020).

Tra le diverse risposte, Palù non ha mancato di esprimersi pesantemente nei confronti di Crisanti: "Crisanti è un mio allievo, nel senso che accademicamente l’ho chiamato io da Londra. Non è un virologo, non ha mai pubblicato un lavoro di virologia. Devo dire che negli ultimi dieci anni non ha neanche pubblicato lavori di microbiologia. Ho fatto una certa difficoltà a chiamarlo, dico le cose per quello che sono. È un esperto di zanzare".

E ancora: “Una persona che fa queste predizioni… questi sono Dpcm di pseudo virologi. Fa anche lui il suo decreto della presidenza della Repubblica e sancisce un lockdown? Io mi domando: ma a che titolo? Su quali basi? A differenza di Andrea Crisanti, il professore pensa che “un lockdown generalizzato questo Paese non se lo può permettere, lo hanno capito tutti”.

Naturalmente queste "autorevoli" dichiarazioni sono state subito riprese da politici ignoranti che hanno preso ad inveire contro Crisanti  vile "zanzarologo".
"Crisanti, è meglio che stai zitto, non hai titolo  per parlare di Covid-19, perchè non ti sei mai occupato di virus e affini!"
Ecco sono queste le persone che, anche ad i più alti livelli, ma prive di conoscenza delle basi fondamentali dell'epidemiologia, per ignoranza le sparano grosse e sono loro a dover tornare sui banchi di scuola per leggere il semplice ma profondo saggio di Kucharski.

(soglie del testo) Le forme e la logica profonda del contagio, dalle pandemie alle crisi economiche, dalle fake news alla violenza sociale. Come scienza, intelligenza artificiale e nuove tecnologie possono aiutarci a comprendere il caos, a convivere con la complessità e a controllare i fenomeni più imprevedibili del nostro presente.
Le nuove scoperte scientifiche stanno rovesciando i luoghi comuni sul meccanismo delle epidemie. Ma per fermare un virus è necessario dare un nome ai fattori concreti dai quali dipende la sua propagazione. E per riuscirci, a volte, bisogna ripensare su basi nuove quello che credevamo di sapere.
Mese dopo mese, la pandemia di Covid-19 sta cambiando la forma del mondo in cui viviamo. La sua diffusione ha sconvolto norme politiche ed economiche, e le conseguenze del distanziamento sociale continueranno per lungo tempo a influenzare comportamenti e relazioni. Nonostante si tratti di un'emergenza sanitaria senza precedenti, non è però la prima di cui siamo a conoscenza né la più letale. Che cosa dobbiamo aspettarci, quindi, in futuro? E che cosa possiamo fare per evitare di trovarci impreparati? Per rispondere a queste domande bisogna comprendere i meccanismi nascosti che regolano la diffusione globale di contagi di ogni genere, anche al di là dell'ambito delle malattie infettive. In questo saggio brillante e ricco di spunti di riflessione, Adam Kucharski elabora modelli matematici capaci di ricostruire i diversi set delle «regole del contagio»: una logica soggiacente a fenomeni complessi o apparentemente irrelati come le fluttuazioni dei trend topics sui social, l'aumento esponenziale degli omicidi nelle periferie in cui la regolamentazione delle armi è meno stringente, fino ai meccanismi finanziari che hanno portato dalla bolla speculativa dei mutui subprime negli Stati Uniti alla crisi globale del 2008. Partendo dalla storia recente delle epidemie, Kucharski dimostra come il caos che ci circonda possa essere controllato, in che modo l'utilizzo dei big data e dell'intelligenza artificiale sia utile per imparare a convivere con questi eventi e non ripetere gli errori del passato.

Di questo saggio hanno detto:
«Una mappa esaustiva di ciò che sta succedendo nel mondo, grazie alla conoscenza approfondita della storia delle epidemie dell'ultimo secolo» – The Financial Times
«È difficile immaginare un libro più attuale. Dopo averlo letto molti aspetti del nostro mondo non avranno più senso» – The Times

Adam Kucharrski

L'autore. Adam Kucharski insegna alla London School of Hygiene and Tropical Medicine. Le sue ricerche riguardano l’applicazione di analisi matematiche per prevenire la diffusione di pandemie. Come divulgatore scientifico ha vinto numerosi premi, tra cui il prestigioso Wellcome Trust Science Writing Prize nel 2012. Collabora con Scientific American, Wired, Financial Times, The Observer, BBC. Tra i suoi libri, in Italia è stato pubblicato La scommessa perfetta. La scienza che sbanca ai casinò (2016).

 

Per approfondire...

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15 aprile 2021 4 15 /04 /aprile /2021 22:03

La sera stavano distesi sulle loro brande (...) ammazzavano il tempo infiammando scorregge, cosa che ai loro occhi era "uno sport nazionale svevo".
Eisbrand spiegò a Fussman come funzionava: "Ti stendi sulla branda su di un lato, pieghi la gamba come fanno i cani mentre tieni un accendino acceso vicino ai pantaloni. Ne molli una e il gas che fuoriesce dalla stoffa si infiamma, capi'?"
Il fenomeno ricordava il lancio di un razzo e, a seconda della quantità e della spinta dei gas si potevano osservare delle notevoli fiammate. Eisbrand era il detentore del record assoluto. Dopo una 'fagiolata'aveva mandato un'imponente 'fiaccola' di più di venti centimetri, ma da allora la sua "rosellina" gli bruciava come il fuoco.

"Bruciatura di terzo grado all'ano", queste le parole del dottor Leimtraut che con Eisbrand lesinava sulla pomata per ferite.

da Thor Kunkel, Pornonazi, Fazi Editore, p. 349

scorreggia infuocata (internet)

Questo passaggio (dal romanzo "Pornonazi") che ha suscitato la mia ilarità mi ha fatto ricordare due episodi.

In uno, molti anni fa - ero ancora studente - ero a casa di amici inglesi a Sheffield nello Yorkshire. Eravamo riuniti nel soggiorno, la mia "fidanzata" di allora, la sorella e il ragazzo di lei, e altri. Si parlava del più del meno e si mangiavano dei dolciumi posti in apposite ciotole. All'improvviso nel bel mezzo della conversazione, il ragazzo della sorella che era un tipo lungo e allampanato con i capelli lunghi e sottili tenuti assieme in una coda si alzò improvvisamente in piedi, levò il alto il braccio con il dito indice teso verso il soffitto e lampiò un pirito (o peto) potente e rumoroso (di quelli che si possono definire "sfardalenzuoli"), dopo di che si sedette - nell'indifferenza generale - e continuò la sua conversazione.
Nel secondo episodio di non molto tempo dopo (anche qui ero ancora studente), stavamo facendo una cena casalinga tra amici (frequentavo allora  una compagnia di un mio cugino, ed erano tutti più giovani di me di qualche anno). All'improvviso uno di loro (ricordo chi,ma non dirò il nome) si alzò da tavola e si buttò a terra di schiena, allargando e sollevando le gambe le gambe.
"Presto, fate presto! - disse - Datemi un accendino!".
Qualcuno glielo porse con concitazione e lui lo prese, lo portò vicino alla cucitura del cavallo dei pantaloni lo accese e ... una fiamma colorata di arancione si dipartì dal suo culo, una vera e propria vampa (ma senza alcun rumor di tuono): un effettaccio pirotecnico! E ci furono sghignazzate e meraviglia, ovviamente.
D'altra parte in  quegli anni la "scienza" delle scorregge e la loro frequentazione  ludica era parte del gioco. E, in fondo, si trattava di un'attività sociale...a cui nessuno poteva sottrarsi... in applicazione del ben conosciuto proverbio la cui formula base, pur con tutta una serie di varianti, era "Chi non piscia in compagnia o fa il ladro o fa la spia".

In tema vedi anche i seguenti articoli

Alla partenza di una maratona i subdoli artiglieri sono tra noi (30 aprile 2015)

Il contrapasso del subdolo artigliere (2015)

Vanvere e piritere: così sappiamo cosa stiamo facendo quando parliamo a vanvera (2013)

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15 aprile 2021 4 15 /04 /aprile /2021 11:08
Il simbolo del rischio biologico

"Pandemia" di Lawrence Wright (titolo originale: The End of October, nella traduzione di Elena Cantoni e pubblicato da Piemme nel 2020) è un ottimo romanzo scritto da un premio Pulitzer per il giornalismo d'inchiesta
Già, perché in una cornice fiction, contiene tutte le tematiche che ruotano attorno ad un evento pandemico e all'evento pandemico che ci afflige in particolare.

"Pandemia" è un thriller attualissimo sulle conseguenze devastanti di una pandemia. Così viene presentato dalla casa editrice quest'opera fiction da parte del giornalista statunitense Lawrence Wright, già insignito del Premio Pulitzer nel 2007, autore del saggio-inchiesta "Le altissime torri" sull'attentato alle Twin Towers e di un saggio sul terrorismo nel XXI secolo a partire da Osama Bin Laden.
Wright è avvezzo al giornalismo d'inchiesta e in quest'opera non tradisce la sua vocazione. Infatti, pur essendo l'impianto dell'opera di tipo fictional, tuttavia egli trasfonde nelle sue pagine una documentata conoscenza sulle diverse tematiche che sono state attivate dall'attuale pandemia da Covid 19. In questo senso, se da un lato si presenta nella confezione di un "medical thriller", dall'altro lato introduce temi di attualità politica con una mascheratura "fantapolitica".
La specifica pandemia di cui si tratta nel romanzo è fiction, mentre i meccanismi della diffusione, i tentativi di arginarla, i dibattiti politici, i tentativi di minimizzare o di amplificare, le menzogne e le finte verità, gli scontri tra nazioni sino alle più vivaci tesi complottiste hanno le loro radici nell'attualità.
Mi sono accostato a "Pandemia" per curiosità ed anche per tenermi aggiornato sul tema: avendo già letto con grande foga ed interesse "Spillover" di Quanmen devo riconoscere che è davvero notevole lo sforzo di Wright nel costruire un romanzo, per così dire, didascalico e quasi pedagogico sull'argomento attualissimo delle pandemie.
Ma devo anche riconoscere che come romanzo gli manca qualche ingranaggio, nel senso che il meccanismo narrativo non è fluido e, a volte, sembra incepparsi: forse proprio perché l'autore non riesce a discostarsi dal suo obiettivo pedagogico ed informativo, mettendo in scena dei personaggi che rimangono sostanzialmente asettici e privi di anima.
Ne suggerisco la lettura,in ogni caso, soprattutto se abbinata a "Spillover" che, per quanto saggio ed inchiesta giornalistica, si legge davvero come un romanzo.

Lawrence Wright, Pandemia, Piemme, 2020

(Dal risguardo di copertina) All'Assemblea Mondiale sulla Salute a Ginevra viene presentato il caso di una strana influenza sviluppata da poco in un campo profughi a Giacarta, dove nel giro di poche ore si sono verificati 47 decessi. Il dottor Henry Parsons, un epidemiologo di fama mondiale, decide di partire per l'Indonesia dove trova uno scenario apocalittico. Capisce che si tratta di un virus ignoto, letale e caratterizzato da una diffusione rapidissima. Quando viene a sapere che il suo autista è partito per un pellegrinaggio alla Mecca, dove ci sono più di tre milioni di pellegrini, intraprende una corsa contro il tempo per trovarlo e metterlo in isolamento. Ma è troppo tardi. Mentre l'epidemia ormai si sta diffondendo in tutto l'Occidente, tra le due grandi potenze mondiali, Stati Uniti e Russia, la tensione è alta. È vero che questo virus mortale è stato creato in laboratorio dalla Russia con lo scopo di scatenare un conflitto e ristabilire la propria egemonia in Medio Oriente? E che ruolo hanno le armi chimiche nella diffusione di questo tipo di virus?

 

L'autore. Lawrence Wright è un giornalista del New Yorker, drammaturgo, sceneggiatore e autore di dieci libri di saggistica, tra cui Le altissime torri (Adelphi), con il quale ha vinto il Premio Pulitzer nel 2007.
Ha insegnato all'Università del Cairo in Egitto. Vive con la moglie ad Austin, in Texas.

 

 

 

 

 

Lawrence Wright racconta il suo thriller profetico

 

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2 marzo 2021 2 02 /03 /marzo /2021 06:49
Alessandro Baricco, Quel che stavamo cercando

Vagabondando con lo sguardo sui banchi di esposizione della libreria che frequento ho scorto un libro di Alessandro Baricco, indubbiamente da poco uscito. Si tratta di uno smilzo volume con il titolo "Quel che stavamo cercando" (Feltrinelli, 2021).

Incuriosito l'ho preso e l'ho sfogliato per scoprire che vi si parlava di Pandemia e di Coronavirus: le soglie del testo ridotto al minimo, motivo per il quale per capire di cosa si si trattasse occorreva subito addentrarsi nel testo.

Brevi pensieri alcuni di poche righe soltanto, altri estesi nello spazio di una pagine. In tutto 33 frammenti di pensieri (e di riflessioni), ispirati alla situazione attuale. Subito l'ho fatto mio e l'ho letto velocemente.
Si potrebbe dire che Baricco abbia voluto tracciare una possibile "metafisica" della pandemia.
Nell'evolversi delle sue riflessioni e nel suo frequente ritornare a punti già trattati ma esaminati sotto angolature differenti, la pandemia travalica la realtà ed entra nell'immaginario collettivo come vero e proprio "mostro mitologico" secondo un meccanismo costruttivista.
La pandemia sarebbe dunque una sorta di iper-costrutto oppure anche un "costrutto dei costrutti".
Nei suoi incisivi frammenti Baricco offre degli spunti quasi di meditazione ed afferma anche che siamo noi stessi, gli "Umani", ad aver creato le premesse della pandemia intesa come mostro archetipico e pervasivo, essendoci posti nella posizione di avere voluto il suo arrivo e il suo insediarsi nella nostra vita (la pandemia, dunque, "come ciò che stavamo cercando").
"...bisognerebbe dunque provare a pensare la pandemia come a una creatura mitica. Molto più complessa di un semplice evento sanitario, rappresenta piuttosto una costruzione collettiva in cui diversi saperi e svariate ignoranze hanno spinto nella stessa direzione. (...) ... tutto ha lavorato per generare non un virus ma una creatura mitica che dall'incipit di un virus si è impossessata di ogni attenzione, e di tutte le vite del mondo. Prima e più velocemente della pandemia é quella figura mitica che ha contagiato l'intero mondo. Quella è la vera pandemia: riguarda l'immaginario collettivo prima che i corpi degli individui" (ib, frammento 14, corsivo nel testo).
Interessante lettura, soprattutto perché in modo piuttosto ardito fornisce degli spunti di riflessione, e su alcuni dei frammenti (da annotarsi) converrà ritornare di quando in quando. In qualche misura lo sforzo elaborativo di Baricco consente di gettare una luce di comprensione, del resto sul fenomeno dilagante, già segnalato da molti, della cosiddetta "infodemia" e consente di comprendere perchè - a differenza di quanto sia accaduto con la pandemia influenzale del 1918-19 - in tempo di Covid si sia sia avuta in parallelo con l'evolversi del contagio virale un'impennata nelle pubblicazioni divulgative di tipo sociologico o nell'ambito della narrativa che hanno aggiunto pezzi a questa baricchiana "creatura mitica", intesa come - parasfrasando Baricco - "figura" in cui la comunità dei viventi contemporanei ha organizzato il materiale caotico delle proprie paure, convinzioni, memorie o sogni (ib., frammento 2)
Si legge velocemente (e così ho fatto io), ed è un libro che rimane e da collocare tra i top ten di quelli sinora pubblicati in tempo di Covid.
Si potrà essere d'accordo o no con queste tesi (ed alcuni Baricco non piace per la sua magniloquenza: io stesso non lo colloco tra i miei preferiti), ma questo approccio intellettuale e visionario al problema pandemico è interessante, quantomeno. Qualcosa c'è. A me, personalmente, è piaciuto.

 

 

 

(Nota di presentazione del volume nel sito della casa editrice) Un libro intimo e audace per provare a capire, a leggere il caos, a inventariare i mostri mai visti, a dare nomi a fenomeni mai vissuti. Bisognerebbe provare a comprendere la Pandemia come creatura mitica. Le creature mitiche sono prodotti artificiali con cui gli umani pronunciano a se stessi qualcosa di urgente e vitale. Sono figure in cui una comunità di viventi organizza il materiale caotico delle proprie paure, convinzioni, memorie o sogni.
Ormai sappiamo che la pandemia di coronavirus è molto più di un'emergenza sanitaria. È come se sorgesse dall'universo delle paure che da tempo ormai detta la nostra agenda per soppiantarle tutte, e riscriverle. E se attraverso il mito gli umani generano il mondo, come ci insegna l'Iliade, allora la pandemia è una figura mitica, una costruzione collettiva. Che non significa che sia irreale o fantastica, anzi: si può dire che quasi tutte le scelte, di ogni tipo, fatte dagli umani negli ultimi cinquant'anni ne abbiano creato le condizioni. Così Alessandro Baricco prova a pensare la pandemia, in queste pagine lievi e dense, e ci invita, mentre salutiamo i morti, curiamo i malati e distanziamo i sani, mentre lo sguardo è fisso sul virus e i suoi movimenti, a chiudere gli occhi e metterci in ascolto di tutto il resto – come un rumore di fondo. Ci troveremo un misto di paura e audacia, di propensione al cambiamento e nostalgia per il passato, di dolcezza e cinismo, di meraviglia e orrore. Non perdiamo allora l'occasione per guardare dentro lo choc, per leggerci i movimenti che l'hanno generato e che ci definiscono come comunità. Se avremo il coraggio di affrontare la partita, una partita che ci aspettava da tempo, potremmo trovarci alcune sorprese, potremmo scoprire che questo deragliamento del corpo, personale e collettivo, è destinato a condurci in territori inesplorati, e che «chi ha amato, saprà».

 

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22 marzo 2020 7 22 /03 /marzo /2020 18:29
Miles Gibson, L'uomo della sabbia, Meridiano Zero

Meridianozero ha avuto il coraggio e l'intraprendenza di proporre autori stranieri del noir in traduzione italiana, trascurati il più delle volte dalle case editrici major: coraggio che non èstato ripagato nel lungo termine, poichè in anni recenti la piccola casaeditrice indipendente ha dovuto chiudere i battenti.
Così è stato, anni fa per Miles Gibson e con il suo "L'uomo della sabbia" (titolo originale: The Sandman, nella traduzioone di Alberto Pezzotta, 2000), uno dei suoi primi titoli in catalogo.
Miles Gibson è stato - ed è - giornalista, è negli anni Ottanta ha iniziato un'acclamata carriera di romanziere, con un esordio fortunato proprio con questo romanzo. Molti sono le sue prove narrative in madrelingua, ma l'unico disponibile in traduzione italiana è questo titolo, che racconta la storia - in forma diaristica, quasi fosse un racconto "di formazione" - di un serial killer che agisce nella Londra del dopoguerra e degli anni Sessanta. Willliam Burton è un personaggio totalmente inventato che pratica l'assassinio seriale di donne di qualsiasi età (ed anche di uomini, se occorre) con spietatezza, ma fornendo di continuo a se stesso l'alibi dell'estetica dell'omicidio. Si ritiene infatti un mago dell'assassinio che, rigorosamente, mette in atto, utilizzando dei coltelli da macellaio, e poi fotografando in polaroid le sue vittime.
Il suo racconto autobiografico si dipana dalla sua infanzia ed adolescenza sino a quando decide di uscire di scena, mettendo in atto una mossa azzardata e quasi da illusionista. Non a caso, egli si interessa sin dall'adolescenza di illusionismo e sulla storia di questo tema vorrebbe scrivere un trattato.
Inviolato ed impunito, William Burton è una sorta di Jack lo Squartatore "gentile" che uccide con destrezza le sue vittime - designate solo dal caso - e senza farle soffrire e senza infierire su di esse. Le sue "prede", peraltro, sono sempre come stordite dalla sua spavalda intrusione, non cercano mai di lottare e si lasciano condurre alla morte come animali al macello.
Ovviamente, non si prova per lui la benché minima simpatia, ma solo orrore e terrore, nell'osservare come il Male possa vestire i panni di un uomo comune e assolutamente anonimo nella folla di una grande città. In questo senso William Burton - proprio per via di questa apparente normalità se non addirittura "insignificanza" - può essere un'icona del male ben più spaventosa di quanto non sia un personaggio fiction della levatura dell'Hannibal Lecter de "Il Silenzio degli Innocenti" e degli altri romanzi di quella fortunata saga che ha aperto la via - nella letteratura di evasione - alle storie di fantasia sui serial killer. Ricordiamo qui che il primo romanzo che ha visto Hannibal Lecter, psichiatra deviato, feroce e raffinato assassino, nonchè occasionalmente cannibale - come protagonista e totale icona del Male fu "Il Delitto della Terza Luna" - titolo originale "Red Dragon" - comparso nel 1981, anche se soltanto il 1988 decreta il successo planetario dell'invenzione letteraria di Thomas Harris, con "The Silence of the Lambs". Quindi, possiamo certamente dire che Miles Gibson non ha preso a prestito l'invenzione letteraria di Harris, ma ha creato piuttosto un'antieroe del male che farebbe piuttosto pensare ad un famoso racconto di Edgar Allan Poe, L'uomo nella folla ("The Man on The Crowd").
Sia pure nella rappresentazione dell'estremo non si può che apprezzare la scrittura netta ed incisiva di Gibson.

(soglie del testo) L'Uomo della Sabbia, colui che dà il sonno, il Macellaio pluri-ricercato da polizia e giornali, sceglie le sue vittime tra l'umanità sbandata che popola le strade di Londra, persone stanche di vivere e che senza saperlo non attendono altro che la morte. Vittime che a volte lottano per sopravvivere e molte altre, invece, si abbandonano rassegnate. I suoi omicidi sono semplici, veloci e, per gli inquirenti, senza movente. L'"Uomo della Sabbia" riecheggia fin dal titolo la visione notturna e minacciosa di una demoniaca presenza che, a poco a poco, sgretola le rassicuranti categorie della ragione. William Burton è l'Uomo Nero in fondo alla strada, il babau in paziente attesa, lo spettro oscuro alle spalle di ciascuno. È l'ombra spaventosa di ogni uomo comune. Il tranquillo vicino che ci invita, con la mano guantata, a oltrepassare la soglia buia della sua casa.
"Sono l'Uomo della Sabbia.Sono il Macellaio dai morbidi guanti di gomma. Sono la paura che cova nel buio.Sono il dono del sonno: Gli psicologi scrivono tronfi trattati sul significato dei miei delitti.I medium cercano il mio volto nei loro sogni.I ragazzini discutono sulle torture che corre voce io infligga alle donne. Eppure sono uno sconosciuto. Celebrato ma ignoto.
Tutti mi danno la caccia e nessuno mi viene a trovare. Quando mi siedo al bar i camerieri mi ignorano. Quando cammino in un mercato le massaie mi spintonano. Se sto in mezzo ad una strada, il traffico mi scorre accanto.
"
Come vive chi uccide? William Burton ha ucciso diciotto persone. E' quel che i giornali definiscono un serial killer:lui si definisce un artista, qualcuno che ha scoperto in sé un talento, ha sentito una missione e l'ha seguita.
Con la pacatezza di chi racconta le cose più naturali, ci racconta la sua vita. Scavando nei ricordi e oggettivizzando, con la massima lucidità le proprie sensazioni.
Ne esce il racconto di una vita per molti versi anonima, di un cammino del male che non sembra conoscere altre vie, un ritratto umano del tutto credibile e, proprio per questo, terrorizzante.

Miles Gibson

William Burton è l'Uomo Nero in fondo alla strada, il babau in paziente attesa, lo spettro oscuro alle spalle di ciascuno. E' l'ombra spaventosa di ogni uomo comune. il tranquillo vicino che ci invita, con la mano guantata, a oltrepassare la soglia buia della sua casa.

L'autore. Miles Gibson (1947) è un romanziere, poeta e artista inglese solitario.

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17 febbraio 2020 1 17 /02 /febbraio /2020 09:32
Timur Vernes, Lui è tornato, Bompiani, 2017

Cosa accadrebbe se Adolph Hitler, improvvisamente, si risvegliasse ai nostri giorni, per l'esattezza nella Germania contemporanea, post-unificazione? Ci ha provato a raccontarlo - con efficacia, devo ammettere - il giovane scrittore tedesco Timur Vernes nella sua opera prima Lui è tornato (titolo originale: Er ist wieder da, nella traduzione di Francesca Gabelli che si è trovata ad accogliere una sfida importante sotto il profilo linguistico, come si può approfondire nell'intervista sotto riportata in link), pubblicata in Italia da Bompiani, nel 2017. E, in fondo, Timur Vernes, giocando con il rigore dello storico su questa ipotesi, si chiede, cercando di estrapolare delle possibili conseguenze, se la società tedesca contemporanea possiede dentro di sè degli anticorpi per resistere alle seduzioni della dittatura che si può riciclare seduttivamente con molti volti diversi (esilarante è vedere come Hitler redivivo trovi una sua platea in una trasmissione in diretta di grande successo, come comico ed imitatore in macchietta di se stesso) e che può ritrovarsi a imbarcarsi su carrozzoni politici  che sono pur sempre pronti ad accogliere un messaggio forte, con la complicità dei media contemporanei.

Si tratta di un opera di fiction, ovviamente, ma fondata su di uno studio accurato di fonti importanti, a partire dal testo autografo di Hitler (infamous, direbbero i Britannici) che contiene il suo pensiero, la sua filosofia, le sue concezioni, che trovarono un'infausta applicazione nel Reich, dal 1933 in avanti, cioè dall'anno terribile della sua ascesa al potere, con il conferimento del Cancellierato. Ma, anche, il testo del Mein Kampf (per le cui citazioni, utilizzate nei discorsi di Hitler redivivo è stata utilizzata nella traduzione la riedizione italiana, relativamente recente, per Kaos Edizioni) serve all'autore come fonte di ispirazione per il tipo di linguaggio aulico e retorico utilizzato dall'Hitler redivivo. In più, l'autore si è basato su altre fonti che contengono i resoconti di conversazioni più informali della vita privata di Hitler (spesso in situazioni sociali in cui Hitler più che altro monologava e gli altri, presenti, stavano per la maggior parte del tempo in silenzio ad ascoltare), oltre alle trascrizioni di tutte le conversazioni avvenute all'interno del Bunker di Berlino.

Il volume è corredato da un massiccio apparato di note che, appunto, danno al "revenant" un concreto radicamento storico. Tale corpus di annotazioni in calce al volume, in ogni singolo capitolo, tra l'altro, fa da guida sia al lettore esigente sia a quello chee sia all'asciutto di notizie storiche dettgliate relative a quel periodo.

L'idea che Hitler si svegli ai nostri giorni per motivi assolutamente misteriosi ed inspiegabili ("con il cappotto che puzza di benzina") è geniale, ma ancora più geniale è quella secondo cui egli con la sua follia lucida (cioè all'insegna di un sistema di pensiero in cui tutto sembra essere assolutamente logico e conseguenziale) egli riesca a farsi strada nella Germania contemporanea (i cui elementi di novità egli interpreta sempre alla luce delle sue incrollabili convinzioni e griglie di interpretazione), costruendosi un seguito e ampi consensi prima nel mondo dello spettacolo (dove riprende a pronunciare le sue arringhe come attore comico) e poi in quello della politica, trovando dei varchi attraverso il mondo dei media odierno (a lui prima assolutamente sconosciuto) in cui portare avanti le sue idee (deliranti).
Insomma, attraverso una narrazione che assume il carattere di una satira fantapolitica, Timur Vernes è riuscito a illuminare le debolezze e le idiosincrasie della Germania contemporanea, in cui sembrerebbe che la nostalgia di una guida forte e carismatica non si sia mai del tutto atrofizzata.

(Soglie del testo) Estate 2011: Adolf Hitler si sveglia in uno dei campi incolti e quasi abbandonati del centro di Berlino. Sessantasei anni dopo la sua fine nel bunker, Adolf si trova catapultato in una realtà diversa: la guerra sembra finita, nessuna traccia di truppe e commilitoni, si respira un'aria di pace e al timone del paese c'è una donna. E così, contro ogni previsione, Adolf inizia una nuova carriera, in televisione: non è un imitatore né una controfigura, interpreta se stesso e non fa né dice nulla per nasconderlo. Anzi, è tremendamente reale. Eppure nessuno gli crede: tutti lo prendono per uno straordinario comico, e lo imitano. Farsa, satira, pura comicità, analisi spietata e corrosiva del nostro tempo, il romanzo d'esordio di Timur Vermes è un gioiello di intelligente umorismo, un fenomeno editoriale con pochi precedenti, come ha dimostrato il suo successo in tutto il mondo.
Titolo originale: ''Er ist wieder da'' (2012).

Dal libro è stata prodotta una riduzione cinematografica (Lui è tornato - Er ist wieder da) diretta da David Wnendt, nel 2015.

L'Autore. Timur Vermes, nato nel 1967 da madre tedesca e padre di origini ungheresi, ha studiato Storia e Scienze politiche a Erlangen. Ha scritto per l’“Abendzeitung” e l’“Express” di Colonia e ha collaborato con diversi periodici. Dal 2007 ha pubblicato quattro libri come ghost writer, altri due sono in preparazione. Lui è tornato è stato tradotto in 41 lingue e nel 2015 è diventato un film.

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13 dicembre 2019 5 13 /12 /dicembre /2019 08:57
Emilio Salgari. Il Capitano della Fantasia, De Ferrari Editore (Collana Oblò), 2018

Felice Pozzo è uno dei maggiori studiosi salgariani viventi. Editorialista attivissimo nell'ambito della critica salgariana e degli studi biografici sullo scrittore veronese, nonché profondo conoscitore del testo salgariano, nel corso degli anni ha scritto innumerevoli saggi tendenti a rivalutare la figura di Emilio Salgari, troppo facilmente rubricato a scrittore di serie B, esaltandone il ruolo fondamentale nel panorama letterario italiano dei suoi tempi come scrittore di libri di avventure, ma anche di viaggio e di esplorazione. Un ruolo che in altri paesi è stato coperto da scrittori, già celebrati da vivi (si veda ad esempio il caso di Jules Verne) la cui fama è perdurata nel tempo, senza che essi avessero peraltro dover fare i conti con i cascami deteriori dell''estetica crociana. Una delle sue più recenti fatiche, data alle stampe nel 2018, è il volume Emilio Salgari. Il Capitano della Fantasia, per i tipi di De Ferrari Editore (Collana Oblò), 2018
Il sottotitolo di questo volume dà chiarimenti sul suo contenuto: "Genova e i Genovesi (e non solo) nella vita e nell'opera di Emilio Salgari". Si tratta di un volume contenente una serie di spigolature salgariane, relative al periodo in cui egli visse dalle parti di Genova (a Sampierdarena, a Casa Rebora), in stretto contatto con l'editore Donath: anni che furono gravidi di incontri con personaggi di vario tipo, tra i quali alcuni dei suoi più celebri illustratori.
Il volume contiene alcune rivelazioni ancora inedite e si conclude con un breve capitolo alla memoria dello scrittore, con la citazione di due eventi che danno la misura di quanto lo sforzo di appassionati come Felice Pozzo (ma animato al contempo dalla rigorosità del ricercatore di fonti letterarie inedite) abbia contribuito a mantenere viva e di grande statura la figura dello scrittore, malgrada la scarsa attenzione dall'Accademia dei letterati italiani.
1. In occasione del centenario della morte, Emilio Salgari, il 21 novembre 2011 ha ricevuto honoris causa l'attestazione culturale di Diploma di Capitano di Marina, con questa motivazione: "Per la profonda conoscenza dell'arte marinaresca, per aver fatto sognare avventure di terra e di mare a intere generazioni di giovani e per avere suscitato in essi, attraverso la lettura delle sue opere, la passione per i viaggi in paesi lontani, contribuendo a sviluppare in molti la vocazione marittimo nautica".
Ha ricevuto l'onorificenza la signora Anna, vedova di Emilio Salgari Junior ed erano presenti anche altri rappresentati della famiglia.
2. Nel 2007, d'altra parte, Salgari é stato scelto dal Ministero degli Affari Esteri a rappresentare l'Italia durante la Settimana della Lingua Italiana nel mondo e, in quell'occasione, l'Accademia della Crusca ha pubblicato un volume "L'Italiano e il Mare. Percorsi di letture ed immagini" dove alcune pagine de "I Pirati della Malesia" compaiono accanto a pagine dei più grandi navigatori italiani, da Cristoforo Colombo a Amerigo Vespucci.

Il volume è corredato da un ricco apparato di note, da un'ampia bibliografia e da una serie di immagini fuori testo.

(Dal risguardo di copertina) I lupi di mare liguri e in particolare genovesi hanno ottenuto nell'opera di Emilio Salgari (1862-1911) una ammirata e molto particolare attenzione. Questa eloquente circostanza, insieme alla prolifica e fondamentale attività svolta a Genova per l'editore Anton Donath dal romanziere che ha creato in Italia il genere avventuroso; al suo soggiorno a Sampierdarena (1898-1899) in Casa Rebora, accanto al mare, dove è nato suo figlio Romero; alle amicizie e ai rapporti personali nati nel capoluogo ligure, costituisce l'argomento principale di questo libro. Un tema affrontato per la prima volta nel suo complesso, con molte rivelazioni e notizie inedite, perché sia Salgari che Genova sono stati segnati per sempre da questo magico incontro. Impossibile isolare uno o più periodi nella biografia di un autore diventato in Italia un fenomeno di costume oltre che letterario.

L'Autore. Felice Pozzo, considerato il decano degli studiosi salgariani, ha contribuito alla valorizzazione dell'opera di Emilio Salgari. Ha curato numerose edizioni di opere salgariane e pubblicato saggi, articoli e volumi fra cui Emilio Salgari e dintorni (Napoli, 2000); L'officina segreta di Emilio Salgari (Vercelli, 2006); Nella giungla di carta - Itinerari toscani di Emilio Salgari (Pontedera, 2010).   

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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