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22 marzo 2020 7 22 /03 /marzo /2020 18:29
Miles Gibson, L'uomo della sabbia, Meridiano Zero

Meridianozero ha avuto il coraggio e l'intraprendenza di proporre autori stranieri del noir in traduzione italiana, trascurati il più delle volte dalle case editrici major: coraggio che non èstato ripagato nel lungo termine, poichè in anni recenti la piccola casaeditrice indipendente ha dovuto chiudere i battenti.
Così è stato, anni fa per Miles Gibson e con il suo "L'uomo della sabbia" (titolo originale: The Sandman, nella traduzioone di Alberto Pezzotta, 2000), uno dei suoi primi titoli in catalogo.
Miles Gibson è stato - ed è - giornalista, è negli anni Ottanta ha iniziato un'acclamata carriera di romanziere, con un esordio fortunato proprio con questo romanzo. Molti sono le sue prove narrative in madrelingua, ma l'unico disponibile in traduzione italiana è questo titolo, che racconta la storia - in forma diaristica, quasi fosse un racconto "di formazione" - di un serial killer che agisce nella Londra del dopoguerra e degli anni Sessanta. Willliam Burton è un personaggio totalmente inventato che pratica l'assassinio seriale di donne di qualsiasi età (ed anche di uomini, se occorre) con spietatezza, ma fornendo di continuo a se stesso l'alibi dell'estetica dell'omicidio. Si ritiene infatti un mago dell'assassinio che, rigorosamente, mette in atto, utilizzando dei coltelli da macellaio, e poi fotografando in polaroid le sue vittime.
Il suo racconto autobiografico si dipana dalla sua infanzia ed adolescenza sino a quando decide di uscire di scena, mettendo in atto una mossa azzardata e quasi da illusionista. Non a caso, egli si interessa sin dall'adolescenza di illusionismo e sulla storia di questo tema vorrebbe scrivere un trattato.
Inviolato ed impunito, William Burton è una sorta di Jack lo Squartatore "gentile" che uccide con destrezza le sue vittime - designate solo dal caso - e senza farle soffrire e senza infierire su di esse. Le sue "prede", peraltro, sono sempre come stordite dalla sua spavalda intrusione, non cercano mai di lottare e si lasciano condurre alla morte come animali al macello.
Ovviamente, non si prova per lui la benché minima simpatia, ma solo orrore e terrore, nell'osservare come il Male possa vestire i panni di un uomo comune e assolutamente anonimo nella folla di una grande città. In questo senso William Burton - proprio per via di questa apparente normalità se non addirittura "insignificanza" - può essere un'icona del male ben più spaventosa di quanto non sia un personaggio fiction della levatura dell'Hannibal Lecter de "Il Silenzio degli Innocenti" e degli altri romanzi di quella fortunata saga che ha aperto la via - nella letteratura di evasione - alle storie di fantasia sui serial killer. Ricordiamo qui che il primo romanzo che ha visto Hannibal Lecter, psichiatra deviato, feroce e raffinato assassino, nonchè occasionalmente cannibale - come protagonista e totale icona del Male fu "Il Delitto della Terza Luna" - titolo originale "Red Dragon" - comparso nel 1981, anche se soltanto il 1988 decreta il successo planetario dell'invenzione letteraria di Thomas Harris, con "The Silence of the Lambs". Quindi, possiamo certamente dire che Miles Gibson non ha preso a prestito l'invenzione letteraria di Harris, ma ha creato piuttosto un'antieroe del male che farebbe piuttosto pensare ad un famoso racconto di Edgar Allan Poe, L'uomo nella folla ("The Man on The Crowd").
Sia pure nella rappresentazione dell'estremo non si può che apprezzare la scrittura netta ed incisiva di Gibson.

(soglie del testo) L'Uomo della Sabbia, colui che dà il sonno, il Macellaio pluri-ricercato da polizia e giornali, sceglie le sue vittime tra l'umanità sbandata che popola le strade di Londra, persone stanche di vivere e che senza saperlo non attendono altro che la morte. Vittime che a volte lottano per sopravvivere e molte altre, invece, si abbandonano rassegnate. I suoi omicidi sono semplici, veloci e, per gli inquirenti, senza movente. L'"Uomo della Sabbia" riecheggia fin dal titolo la visione notturna e minacciosa di una demoniaca presenza che, a poco a poco, sgretola le rassicuranti categorie della ragione. William Burton è l'Uomo Nero in fondo alla strada, il babau in paziente attesa, lo spettro oscuro alle spalle di ciascuno. È l'ombra spaventosa di ogni uomo comune. Il tranquillo vicino che ci invita, con la mano guantata, a oltrepassare la soglia buia della sua casa.
"Sono l'Uomo della Sabbia.Sono il Macellaio dai morbidi guanti di gomma. Sono la paura che cova nel buio.Sono il dono del sonno: Gli psicologi scrivono tronfi trattati sul significato dei miei delitti.I medium cercano il mio volto nei loro sogni.I ragazzini discutono sulle torture che corre voce io infligga alle donne. Eppure sono uno sconosciuto. Celebrato ma ignoto.
Tutti mi danno la caccia e nessuno mi viene a trovare. Quando mi siedo al bar i camerieri mi ignorano. Quando cammino in un mercato le massaie mi spintonano. Se sto in mezzo ad una strada, il traffico mi scorre accanto.
"
Come vive chi uccide? William Burton ha ucciso diciotto persone. E' quel che i giornali definiscono un serial killer:lui si definisce un artista, qualcuno che ha scoperto in sé un talento, ha sentito una missione e l'ha seguita.
Con la pacatezza di chi racconta le cose più naturali, ci racconta la sua vita. Scavando nei ricordi e oggettivizzando, con la massima lucidità le proprie sensazioni.
Ne esce il racconto di una vita per molti versi anonima, di un cammino del male che non sembra conoscere altre vie, un ritratto umano del tutto credibile e, proprio per questo, terrorizzante.

Miles Gibson

William Burton è l'Uomo Nero in fondo alla strada, il babau in paziente attesa, lo spettro oscuro alle spalle di ciascuno. E' l'ombra spaventosa di ogni uomo comune. il tranquillo vicino che ci invita, con la mano guantata, a oltrepassare la soglia buia della sua casa.

L'autore. Miles Gibson (1947) è un romanziere, poeta e artista inglese solitario.

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17 febbraio 2020 1 17 /02 /febbraio /2020 09:32
Timur Vernes, Lui è tornato, Bompiani, 2017

Cosa accadrebbe se Adolph Hitler, improvvisamente, si risvegliasse ai nostri giorni, per l'esattezza nella Germania contemporanea, post-unificazione? Ci ha provato a raccontarlo - con efficacia, devo ammettere - il giovane scrittore tedesco Timur Vernes nella sua opera prima Lui è tornato (titolo originale: Er ist wieder da, nella traduzione di Francesca Gabelli che si è trovata ad accogliere una sfida importante sotto il profilo linguistico, come si può approfondire nell'intervista sotto riportata in link), pubblicata in Italia da Bompiani, nel 2017. E, in fondo, Timur Vernes, giocando con il rigore dello storico su questa ipotesi, si chiede, cercando di estrapolare delle possibili conseguenze, se la società tedesca contemporanea possiede dentro di sè degli anticorpi per resistere alle seduzioni della dittatura che si può riciclare seduttivamente con molti volti diversi (esilarante è vedere come Hitler redivivo trovi una sua platea in una trasmissione in diretta di grande successo, come comico ed imitatore in macchietta di se stesso) e che può ritrovarsi a imbarcarsi su carrozzoni politici  che sono pur sempre pronti ad accogliere un messaggio forte, con la complicità dei media contemporanei.

Si tratta di un opera di fiction, ovviamente, ma fondata su di uno studio accurato di fonti importanti, a partire dal testo autografo di Hitler (infamous, direbbero i Britannici) che contiene il suo pensiero, la sua filosofia, le sue concezioni, che trovarono un'infausta applicazione nel Reich, dal 1933 in avanti, cioè dall'anno terribile della sua ascesa al potere, con il conferimento del Cancellierato. Ma, anche, il testo del Mein Kampf (per le cui citazioni, utilizzate nei discorsi di Hitler redivivo è stata utilizzata nella traduzione la riedizione italiana, relativamente recente, per Kaos Edizioni) serve all'autore come fonte di ispirazione per il tipo di linguaggio aulico e retorico utilizzato dall'Hitler redivivo. In più, l'autore si è basato su altre fonti che contengono i resoconti di conversazioni più informali della vita privata di Hitler (spesso in situazioni sociali in cui Hitler più che altro monologava e gli altri, presenti, stavano per la maggior parte del tempo in silenzio ad ascoltare), oltre alle trascrizioni di tutte le conversazioni avvenute all'interno del Bunker di Berlino.

Il volume è corredato da un massiccio apparato di note che, appunto, danno al "revenant" un concreto radicamento storico. Tale corpus di annotazioni in calce al volume, in ogni singolo capitolo, tra l'altro, fa da guida sia al lettore esigente sia a quello chee sia all'asciutto di notizie storiche dettgliate relative a quel periodo.

L'idea che Hitler si svegli ai nostri giorni per motivi assolutamente misteriosi ed inspiegabili ("con il cappotto che puzza di benzina") è geniale, ma ancora più geniale è quella secondo cui egli con la sua follia lucida (cioè all'insegna di un sistema di pensiero in cui tutto sembra essere assolutamente logico e conseguenziale) egli riesca a farsi strada nella Germania contemporanea (i cui elementi di novità egli interpreta sempre alla luce delle sue incrollabili convinzioni e griglie di interpretazione), costruendosi un seguito e ampi consensi prima nel mondo dello spettacolo (dove riprende a pronunciare le sue arringhe come attore comico) e poi in quello della politica, trovando dei varchi attraverso il mondo dei media odierno (a lui prima assolutamente sconosciuto) in cui portare avanti le sue idee (deliranti).
Insomma, attraverso una narrazione che assume il carattere di una satira fantapolitica, Timur Vernes è riuscito a illuminare le debolezze e le idiosincrasie della Germania contemporanea, in cui sembrerebbe che la nostalgia di una guida forte e carismatica non si sia mai del tutto atrofizzata.

(Soglie del testo) Estate 2011: Adolf Hitler si sveglia in uno dei campi incolti e quasi abbandonati del centro di Berlino. Sessantasei anni dopo la sua fine nel bunker, Adolf si trova catapultato in una realtà diversa: la guerra sembra finita, nessuna traccia di truppe e commilitoni, si respira un'aria di pace e al timone del paese c'è una donna. E così, contro ogni previsione, Adolf inizia una nuova carriera, in televisione: non è un imitatore né una controfigura, interpreta se stesso e non fa né dice nulla per nasconderlo. Anzi, è tremendamente reale. Eppure nessuno gli crede: tutti lo prendono per uno straordinario comico, e lo imitano. Farsa, satira, pura comicità, analisi spietata e corrosiva del nostro tempo, il romanzo d'esordio di Timur Vermes è un gioiello di intelligente umorismo, un fenomeno editoriale con pochi precedenti, come ha dimostrato il suo successo in tutto il mondo.
Titolo originale: ''Er ist wieder da'' (2012).

Dal libro è stata prodotta una riduzione cinematografica (Lui è tornato - Er ist wieder da) diretta da David Wnendt, nel 2015.

L'Autore. Timur Vermes, nato nel 1967 da madre tedesca e padre di origini ungheresi, ha studiato Storia e Scienze politiche a Erlangen. Ha scritto per l’“Abendzeitung” e l’“Express” di Colonia e ha collaborato con diversi periodici. Dal 2007 ha pubblicato quattro libri come ghost writer, altri due sono in preparazione. Lui è tornato è stato tradotto in 41 lingue e nel 2015 è diventato un film.

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13 dicembre 2019 5 13 /12 /dicembre /2019 08:57
Emilio Salgari. Il Capitano della Fantasia, De Ferrari Editore (Collana Oblò), 2018

Felice Pozzo è uno dei maggiori studiosi salgariani viventi. Editorialista attivissimo nell'ambito della critica salgariana e degli studi biografici sullo scrittore veronese, nonché profondo conoscitore del testo salgariano, nel corso degli anni ha scritto innumerevoli saggi tendenti a rivalutare la figura di Emilio Salgari, troppo facilmente rubricato a scrittore di serie B, esaltandone il ruolo fondamentale nel panorama letterario italiano dei suoi tempi come scrittore di libri di avventure, ma anche di viaggio e di esplorazione. Un ruolo che in altri paesi è stato coperto da scrittori, già celebrati da vivi (si veda ad esempio il caso di Jules Verne) la cui fama è perdurata nel tempo, senza che essi avessero peraltro dover fare i conti con i cascami deteriori dell''estetica crociana. Una delle sue più recenti fatiche, data alle stampe nel 2018, è il volume Emilio Salgari. Il Capitano della Fantasia, per i tipi di De Ferrari Editore (Collana Oblò), 2018
Il sottotitolo di questo volume dà chiarimenti sul suo contenuto: "Genova e i Genovesi (e non solo) nella vita e nell'opera di Emilio Salgari". Si tratta di un volume contenente una serie di spigolature salgariane, relative al periodo in cui egli visse dalle parti di Genova (a Sampierdarena, a Casa Rebora), in stretto contatto con l'editore Donath: anni che furono gravidi di incontri con personaggi di vario tipo, tra i quali alcuni dei suoi più celebri illustratori.
Il volume contiene alcune rivelazioni ancora inedite e si conclude con un breve capitolo alla memoria dello scrittore, con la citazione di due eventi che danno la misura di quanto lo sforzo di appassionati come Felice Pozzo (ma animato al contempo dalla rigorosità del ricercatore di fonti letterarie inedite) abbia contribuito a mantenere viva e di grande statura la figura dello scrittore, malgrada la scarsa attenzione dall'Accademia dei letterati italiani.
1. In occasione del centenario della morte, Emilio Salgari, il 21 novembre 2011 ha ricevuto honoris causa l'attestazione culturale di Diploma di Capitano di Marina, con questa motivazione: "Per la profonda conoscenza dell'arte marinaresca, per aver fatto sognare avventure di terra e di mare a intere generazioni di giovani e per avere suscitato in essi, attraverso la lettura delle sue opere, la passione per i viaggi in paesi lontani, contribuendo a sviluppare in molti la vocazione marittimo nautica".
Ha ricevuto l'onorificenza la signora Anna, vedova di Emilio Salgari Junior ed erano presenti anche altri rappresentati della famiglia.
2. Nel 2007, d'altra parte, Salgari é stato scelto dal Ministero degli Affari Esteri a rappresentare l'Italia durante la Settimana della Lingua Italiana nel mondo e, in quell'occasione, l'Accademia della Crusca ha pubblicato un volume "L'Italiano e il Mare. Percorsi di letture ed immagini" dove alcune pagine de "I Pirati della Malesia" compaiono accanto a pagine dei più grandi navigatori italiani, da Cristoforo Colombo a Amerigo Vespucci.

Il volume è corredato da un ricco apparato di note, da un'ampia bibliografia e da una serie di immagini fuori testo.

(Dal risguardo di copertina) I lupi di mare liguri e in particolare genovesi hanno ottenuto nell'opera di Emilio Salgari (1862-1911) una ammirata e molto particolare attenzione. Questa eloquente circostanza, insieme alla prolifica e fondamentale attività svolta a Genova per l'editore Anton Donath dal romanziere che ha creato in Italia il genere avventuroso; al suo soggiorno a Sampierdarena (1898-1899) in Casa Rebora, accanto al mare, dove è nato suo figlio Romero; alle amicizie e ai rapporti personali nati nel capoluogo ligure, costituisce l'argomento principale di questo libro. Un tema affrontato per la prima volta nel suo complesso, con molte rivelazioni e notizie inedite, perché sia Salgari che Genova sono stati segnati per sempre da questo magico incontro. Impossibile isolare uno o più periodi nella biografia di un autore diventato in Italia un fenomeno di costume oltre che letterario.

L'Autore. Felice Pozzo, considerato il decano degli studiosi salgariani, ha contribuito alla valorizzazione dell'opera di Emilio Salgari. Ha curato numerose edizioni di opere salgariane e pubblicato saggi, articoli e volumi fra cui Emilio Salgari e dintorni (Napoli, 2000); L'officina segreta di Emilio Salgari (Vercelli, 2006); Nella giungla di carta - Itinerari toscani di Emilio Salgari (Pontedera, 2010).   

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6 dicembre 2019 5 06 /12 /dicembre /2019 10:06
Lawrence d'Arabia e l'Invenzione del Medio Oriente, Feltrinelli 2016

Lawrence d'Arabia e l'invenzione del Medio Oriente, scritto a quattro mani da Fabio Amodeo e Mario José Cereghino (Feltrinelli, Collana Storie, 2016) è un saggio storico veramente interessante che si pone il compito di dipanare i fili della verità storica su Lawrence d'Arabia da quelli della fantasia e del mito che è stato costruito attorno a questo controverso personaggio.
Il primo capitolo esordisce con la narrazione del progetto del regista anglo-ungherese Alexander Korda, di realizzare un film su Lawrence d'Arabia, dopo l'acquisto - nel 1935 - dei diritti di riproduzione cinematografica del testo già divenuto cult "I Sette pilastri della saggezza". Il progetto di Korda, tuttavia, non andò a buon fine, poiché la sua realizzazione non ebbe il favore della politica britannica e di quella internazionale, in quanto i fatti storici e i misfatti delle grandi potenze negli anni successivi alla Grande Guerra nell'area del Medio Oriente erano ancora troppo "caldi".
Il libro si conclude con un capitolo dedicato agli aspetti "mitici" (oltre che quasi "leggendari") e mediatici della figura di Lawrence d'Arabia, alla sua opera letteraria e al film che - dopo il fallimento del progetto di Korda - venne finalmente prodotto negli anni Sessanta (1962), con la regia di David Lean.
Ricordo che quando lo vidi, mio padre andò alla sua libreria e prese per me il poderoso volume "I sette pilastri della saggezza", l'opera letteraria di Lawrence, e mi invitò a leggerlo.
Era questo che mi piaceva di papà: per ogni cosa lui era in grado di associare una possibile lettura da fare per approfondire l'argomento e per saperne di più.
Il testo di Amodeo e Cereghino, a metà tra la divulgazione colta e lo studio fondato sul rigoroso controllo delle fonti e dei documenti cerca di sgarbugliare la matassa dei fatti avvenuti negli anni che precedono e seguono la prima guerra mondiale. La "rivolta nel deserto" fu l'evento che finì poi con l'infiammare la fantasia dei più, mentre tutto l'affaire diplomatico che si estese con varie ramificazioni da prima della guerra mondiale agli anni immediatamente successivi e che permeeò gran parte degli accordi di pace risultò essere quasi del tutto invisibile per la memoria collettiva ed anche degli storici, in definitiva.
Mentre si combatteva in Europa e morivano a milioni, in Oriente si combatteva una guerra contro i Turchi meno eclatante forse, sul piano delle vittime, ma di vitale importanza per le due maggiori potenze mondiali del momento (che tali sarebbero stati rimaste ai tavoli di pace che avrebbero ridisegnato il mondo e il suo assetto geopolitico), cioè Francia e Gran Bretagna, a partire dal segretissimo accordo anglo-britannico Sykes-Picot.

 

Lawrence d'Arabia locandina del film di David Lean

La leva principale che spingeva queste due nazioni era il controllo sulle fonti di petrolio, ritenuto di importanza sempre crescente soprattutto per alimentare le navi da guerra (al passaggio del secolo aveva preso piede in maniera sempre diffusa per le navi da guerra la combustione  a gasolio, soppiantando quella a carbone).
Il Medio Oriente non esisteva in quanto tale - come siamo abituati a pensarlo oggi: venne letteralmente "inventato", per poter mettere in atto delle strategie di controllo geopolitico sull'intera zona, con i confini tra i vari stati nazionali appositamente creati per le spartizioni delle sfere di interesse e di controlli, con l'ausilio di un righello sulla carta geografica.
Il saggio mostra chiaramente come molti dei mali che sono cresciuti a dismisura oggi, rendendo questi territori un'instabile polveriera, hanno le loro radici più profonde, nei tratti segreti di allora che portarono alla nascita di stati che Francia e Gran Bretagna avrebbero dovuto controllare (con il sistema dell'' "Indirect Rule" allora prediletto dai Britannici, perchè meno costoso e più sostenibile per le finanze della Gran Bretagna).


(Dal risguardo di copertina) Il Cairo, autunno 1914: l'archeologo Thomas Edward Lawrence entra a lavorare nei servizi d'intelligence britannici. In breve, i comandi militari di stanza in Egitto si accorgono delle sue eccezionali capacità. È l'inizio di una saga che nel giro di qualche anno trasformerà il giovane e sconosciuto sottotenente gallese nell'epica figura di Lawrence d'Arabia. La sua è una missione ai limiti dell'impossibile: avvicinare i capi arabi (a cominciare dall'emiro Feisal) e convincerli a scatenare la guerra per bande contro i turchi nella penisola arabica e nella Mezzaluna fertile. Tra il 1916 e il 1918 la "rivolta nel deserto" si estende a macchia d'olio in tutta l'area, la svolta decisiva che provoca la sconfitta dell'Impero ottomano nel corso del primo conflitto mondiale. Ma Gran Bretagna e Francia, gli imperi coloniali più potenti dell'epoca non puntano affatto all'indipendenza degli arabi. Al contrario, il patto Sykes-Picot (1916) e le conferenze di Sanremo (1920) e del Cairo (1921) assicureranno a Londra e a Parigi nuove forme di dominio politico, militare ed economico. Prende così forma l'"invenzione" del Medio Oriente, ovvero la causa principale del disastro geopolitico a cui assistiamo anche al giorno d'oggi. Grazie ai molti fascicoli raccolti e analizzati negli archivi britannici di Kew Gardens, Amodeo e Cereghino affrontano con stile giornalistico le complesse vicende mediorientali degli anni tra il 1914 e il 1921, e il ruolo non sempre lineare svolto da Lawrence d'Arabia.

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8 settembre 2019 7 08 /09 /settembre /2019 07:15

«Chiamatemi Tiresia. Per dirla alla maniera dello scrittore Melville, quello di Moby Dick. Oppure Tiresia sono, per dirla alla maniera di qualcun altro.
«Zeus mi diede la possibilità di vivere sette esistenze e questa è una delle sette. Non posso dirvi quale.
«Qualcuno di voi di certo avrà visto il mio personaggio su questo stesso palco negli anni passati, ma si trattava di attori che mi interpretavano.
«Oggi sono venuto di persona perché voglio raccontarvi tutto quello che mi è accaduto nel corso dei secoli e per cercare di mettere un punto fermo nella mia trasposizione da persona a personaggio».

«Ho trascorso questa mia vita ad inventarmi storie e personaggi, sono stato regista teatrale, televisivo, radiofonico, ho scritto più di cento libri, tradotti in tante lingue e di discreto successo. L’invenzione più felice è stata quella di un commissario.
«Da quando Zeus, o chi ne fa le veci, ha deciso di togliermi di nuovo la vista, questa volta a novant’anni, ho sentito l’urgenza di riuscire a capire cosa sia l’eternità e solo venendo qui posso intuirla. Solo su queste pietre eterne».

Incipit di "Conversazione con Tiresia"

Andrea Camilleri, Conversazioni con Tiresia, Sellerio, 2018

Andrea Camilleri ci ha lasciato il 17 luglio 2019, quando era oormai vicino al traguardo centenario. Poco più di un anno prima, quando era già stato colpito dalla cecità, era andato in scena al teatro greco di Siracusa il suo monologo - durante il ciclo delle rappresentazioni classiche - il suo monologo su Tiresia, da lui stesso interpretato.
In quell'occasione, Sellerio ha pubblicato il testo del monologo nella collana il Divano, con il titolo "Conversazioni con Tiresia".
Leggendolo oggi dopo la morte di Camilleri, lo si può sicuramente considerare una sorta di testamento spirituale dell'autore, poichè mentre Tiresia parla di se stesso e delle controverse rappresentazioni che di lui sono state date nel corso dei secoli, e si trasforma man mano da personaggio a persona, i piani si confondono e si crea una sovrapposizione tra Tiresia e Camilleri stesso che si trasforma in un vate letterario  che si è incontrato e ha parlato con i grandi della letteratura e dello spettacolo, vivendo molte vite sino alla condizione della cecità che gli ha donato uno sguardo ancora più acuto.

Semplicemente geniale. Anche a Camilleri, come a Tiresia, sono state assegnate dagli dei sette vite; e, sicuramente, egli attraverso i personaggi che ha creato e attraverso coloro che leggono i suoi romanzi e le sue invenzioni e visioni vivrà molto a lungo ancora.

La RAI ha trasmesso la registrazione integrale del monologo recitato al Teatro greco di Siracusa, nel giorno della sua morte, suggellando così il valore di questa pièce e il suo significato di testamento spirituale di un autore letterario che è stato geniale e prolifico.

 

 

L'anima di Tiresia appare a Odisseo, opera del pittore svizzero Johann Heinrich Füssli

L'anima di Tiresia appare a Odisseo, opera del pittore svizzero Johann Heinrich Füssli

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7 settembre 2019 6 07 /09 /settembre /2019 09:24
Julie Otsuka, Venivamo tutte per mare (Buddha in the Attic), Bollati Boringhieri, 2011

Venivamo tutte per mare di Julie Otsuka  (The Buddha in the Attic, nella traduzione di Silvia Pareschi), pubblicato da Bollati Boringheri (Collana Varianti), nel 2011, si presenta come un'opera al crocevia: infatti, è nello stesso tempo, racconto di un'epopea per bocca degli stessi protagonisti e documento storico ineguagliabile.
Il titolo italiano, a differenza di quello in lingua originale - sicuramente più enigmatico -, statuisce tre elementi fondanti: il primo che si tratta di una storia corale, raccontata da più voci, il secondo che le voci narranti sono femminili e il terzo che, come momento fondante del racconto, vi è una traversata del mare (o dell'oceano) e dei suoi effetti.
A quale racconto ha messo mano dunque Julie Otsuka, cittadina statunitense, ma di origini nipponiche?
Oggetto del suo interesse è stata la grande epopea dell'emigrazione giapponese negli Stati Uniti, costituita da due tipologie diverse di migranti. Un gruppo più cospicuo di uomini che desideravano trovare dei lavori che consentissero (e alle proprie famiglie) di uscire da una condizione economica di pura sussistenza, dato che alla svolta del XIX secolo tutto in Giappone era bloccato ad uno stato a dir poco medievale (in virtù della radicale opposizione dell'Imperatore giapponese ad una qualsivoglia apertura alle innovazioni tecnologiche e alla liberalizzazione del commercio). L'altro gruppo, invece, era costituito da giovani uomini istruiti che desideravano avere l'opportunità di studiare ulteriormente e di apprendere il know-how delle innovazioni tecnologiche, base della crescita di uno stato moderno.
I Giapponesi che arrivavano dal Paese del Sol Levante presero ad insediarsi nella California, prevalentemente e negli Stati più a Nord, alcuni (molti) divennero braccianti agricoli, altri trovarono impiego nelle attività peschiere, altri ancora furono impiegati in attività di bassa manovalanza.
Erano operosi ed industriosi e, come i frugali Cinesi che avevano contribuito alcuni decenni prima alla costruzione della linea ferrata che collegava la costa ovest con gli Stati dell'Est, si accontentavano di paghe modeste.
Quando questo primo nucleo di migranti si fu stabilizzato sufficientemente, ci fu un'intensa ondata migratoria di donne giapponesi che vennero sposate in molti casi per procura, per facilitarne l'ingresso negli Stati Uniti.
E fu così che i migranti single si accasarono e costituirono delle famiglie. Costoro si autodenominarono Issei, cioè Giapponesi della prima generazione, mentre i nati sul suolo straniero vennero denominati Nisei (l'immigrazione giapponese vide anche negli stessi anni altre destinazioni, come il Canada nel Nord America, il Perù, l'Argentina e il Brasile ed ebbe analoghi sviluppi socio-culturali, con delle peculiarità uniche ed originali rispetto a movimenti migratori di altra origine).
La comunità giapponese negli Stati Uniti crebbe e prosperò: dai primi migranti presto raggiunte dalle mogli per procura nacquero e crebbero i figli e cominciò un lento processo d'integrazione che negli USA, tuttavia, venne bruscamente interrotto dal proditorio attacco giapponese contro Pearl Harbour. Di colpo i Giapponesi Issei  - a differenza dei rappresentanti delle comunità italiane e tedesche - vennero considerati potenziali nemici, cittadini inaffidabili, autori di trame segrete, agenti sotto copertura pronti a favorire sbarchi giapponesi sulle coste americane: insomma, furono oggetto di un rigurgito fortemente razzista e violentemente discriminatorio.
Rapidamente, in un crescendo, si passò da attività poliziesche mirate a singoli individui a restrizioni di massa che sfociarono nella deportazione collettiva di tutti gli Issei e dei Nisei, uomini, donne, vecchi e bambini, in campi di concentramento appositamente allestiti, ben lontani dalle originarie zone di residenza, e ciò a scapito del fatto che i Giapponesi si dichiarassero fedeli alla costituzione americana e che alcuni dei più giovani avessero chiesto di prestare servizio nelle forze armate di cielo, di terra e di mare.
Fu questo un capitolo oscuro nella storia degli Stati Uniti su cui gli Americani, dopo la fine del conflitto mondiale stesero un velo di silenzio, prima che si iniziassero delle attività di chiarificazione.
Gli stessi concittadini statunitensi non seppero granchè di quanto era successo: furono solo testimoni dell'improvvisa scomparsa quasi dall'oggi al domani di tutte le comunità giapponesi dal tessuto sociale, con l'abbandono di case, terre coltivati ed altri bene che in taluni casi vennero razziate dai soliti profittatori.
Alla fine della guerra i giapponesi vennero liberati e poterono ritornare alle loro attività, ma senza alcun risarcimento per ciò che avevano perso:  rimase per molto tempo un'insanabile ferita che creò un arresto significativo nel processo di crescita della comunità nippo-americana.
Il libro della Otsuka narra tutto questo, visto dagli occhi delle donne: e si tratta di un coro di voci collettive che finiscono con il diventare una voce sola, potente ed epica.
Capitolo per capitolo i momenti di un'epopea ci sono tutti: dal trepidante viaggio per mare, all'incontro - a volte deludente - con i mariti promessi, al confronto con una vita faticosa, a volte fatta di stenti e di umiliazioni, alla sessualità, all'arrivo dei figli e alla loro crescita con l'avvio di un'importante fase di integrazione, all'accendersi di relazione miste - spesso segrete - con i "bianchi", alle difficoltà di integrazione linguistica, all'accettazione di usi e costumi tanto differenti rispetto all'arcaica società che avevano lasciato alle spalle. Sino allo scoppio della guerra e all'avanzarsi imperioso di un periodo di incertezze tra voci mormorate, dicerie, in attesa del peggio. E, alla fine, la loro scomparsa sociale (quasi una cancellazione della loro presenza sino al giorno prima), con il loro "grande" internamento nei campi di concentramento.
Qui, non c'è più racconto, nel senso che il lettore non viene accompagnato sino ai campi di concentramente per Issei e Nissei: le voci delle donne si eclissano e rimane soltanto quella - malinconica e accorata - dell'assenza e dell'improvviso mancare al contesto sociale dell'intera comunità giapponese. La voce corale è soppiantata da quella degli "altri", ciascuno dei quali con motivazioni diverse constata l'assenza dei giapponesi, e si tratta di un amico, di un compagno di scuola, del vicino di casa, di un cliente del negozio di ortofrutta e così via.
Quella di Julie Otsaka è una narrazione potente e memorabile che, tra le altre cose, attraverso l'espediente narrativo di dar voce alle donne, getta una documentata luce di conoscenza - in maniera più efficace di qualsiasi saggio - di un fenomento migratorio e di un capitolo ancora poco conosciuto della storia USA contemporanea.
Ed è anche un tributo importante su di una questione ancora controversa e sulla quale solo dopo cinquant'anni dopo hanno lavorato delle commissioni d'inchiesta, espressamente costituite, le quali tutte arrivarono alla conclusione che da parte dei rappresentanti delle comunità NIssei vi erano state allo scoppio della guerra ben poche prove di slealtà nei confronti del governo americano, se non addirittura nessuna.
Giusto per completezza, ai tempi della Presidenza Ford, ai sopravissuti dall'internamento e ai loro discendenti venne riconosciuto un risarcimento nominale di $20.000 per il danno morale subito .
Un unico film ebbe il coraggio di esplorare questo tema spinoso e fu Benvenuti in Paradiso di Alan Parker (1990).

(dal risguardo di copertina)  Una voce forte, corale e ipnotica racconta dunque la vita straordinaria di queste donne, partite dal Giappone per andare in sposa agli immigrati giapponesi in America, a cominciare da quel primo, arduo viaggio collettivo attraverso l'oceano. È su quella nave affollata che le giovani, ignare e piene di speranza, si scambiano le fotografie dei mariti sconosciuti, immaginano insieme il futuro incerto in una terra straniera. A quei giorni pieni di trepidazione, seguirà l'arrivo a San Francisco, la prima notte di nozze, il lavoro sfibrante, la lotta per imparare una nuova lingua e capire una nuova cultura, l'esperienza del parto e della maternità, il devastante arrivo della guerra, con l'attacco di Pearl Harbour e la decisione di Franklin D. Roosevelt di considerare i cittadini americani di origine giapponese come potenziali nemici.
Fin dalle prime righe, la voce collettiva inventata dall'autrice attira il lettore dentro un vortice di storie fatte di speranza, rimpianto, nostalgia, paura, dolore, fatica, orrore, incertezza, senza mai dargli tregua. Un altro scrittore avrebbe impiegato centinaia di pagine per raccontare le peripezie di un intero popolo di immigrati, avrebbe sprecato torrenti di parole per dire cos'è il razzismo. Julie Otsuka ci riesce con queste essenziali, preziose pagine.

Julie Otsuka

 

Sull'Autrice. Julie Otsuka, nata a Palo Alto, in California nel 1962, vive e lavora tra New York e San Francisco.
Dopo la laurea con Bachelor of Arts all'Università Yale si è specializzata alla Columbia University, ottenendo un Master of Fine Arts.
Pittrice, esordisce nella narrativa nel 2002 con il romanzo storico Quando l'imperatore era un dio rigurdante l'internamento dei giapponesi negli Stati Uniti.
Con il secondo romanzo, Venivamo tutte per mare, sul tema delle donne giapponesi mandate in spose in America a connazionali sconosciuti, ottieneha ottenuto numerosi riconoscimenti quali il PEN/Faulkner per la narrativa e il Prix Femina Étranger.

 

Julie Otsuka, Quando l'imperatore era un dio, Bollati Boringhieri

Il seguito ideale di "Venivamo tutte per mare" è "Quando l'imperatore era un dio" che invece racconta neldettaglio, in forma semi-romanzata gli anni della detenzione dei giapponesi americani nei campi di concentramento durante gli anni del conflitto, vista attraverso le voci narranti di un unico gruppo familiare, ma sempre presente nello sfondo una grande coralità..
E' una storia dolorosa che ha lasciato segni che solo il tempo e l'aggiungersi di nuove generazioni a quelle che patirono la vergogna di essere rinchiusi nei campi  di concentramento hanno potuto lenire.
Le scuse ufficiali dell'Amministrazione USA alle comunità giapponesi sono arrivate soltanto con il Presidente Barak Obama.
Per quanto tardivamente sono arrivate.
E' una storia esemplare che, malgrado la distanza nel tempo e nello spazio ci riguarda e sulla quale tutti dovrebbero riflettere.



(Risguardo) "Quando l'imperatore era un dio" racconta un'altra pagina poco conosciuta della storia americana: l'internamento dei cittadini di origine giapponese nei campi di lavoro dello Utah, in seguito all'attacco di Pearl Harbour. Un tranquillo padre di famiglia arrestato nel cuore della notte; sua moglie, i suoi bambini costretti a un viaggio verso l'ignoto. Una storia emblematica del destino di chi divenne invisibile per tutta la durata della guerra.

Julie Otsuka, Quando l'imperatore era un dio (nella traduzione di ), Bollati Boringhieri, Collana Piccole Varianti, 2014

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6 settembre 2019 5 06 /09 /settembre /2019 09:20
Sebastiano Vassalli, Il Cigno, Einaudi (Supercoralli), 1993

Ho letto per la prima volta Il Cigno  di Sebastiano Vassalli  (Einaudi) nel 1993, alla sua prima uscita nella collana Supercoralli.
Di recente ho ripreso il volume dagli scaffali scritto da una rinnovata curiosità. E l'ho riletto con molto piacere.
Il volume di Vassalli offre uno spaccato dell'Italia unificata a cavallo tra la fine del secolo XIX e e i primi del Novecento.
E racconta di un delitto eccellente, che fu quello di Emanuele Notarbartolo, rimasto formalmente irrisolto, dopo ben tre processi celebrati tra Milano, Bologna e Firenze.
La vicenda giudiziaria durante quasi un decennio si risolse con il proscioglimento da tutte le accuse dell'allora onoverole Raffaele Palizzolo, deputato del Regno (in qualità di presunto mandante) e di Piddu Fontana,presunto esecutore dell'omicidio.
Lo sfondo dell'omicidio fu quello dello scandalo della Banca Romana e del Banco di Napoli, oltre che del Banco di Sicilia, di cui Notarbartolo era funzionario.
Questi istituti di credito erano autorizzati, al tempo, a emettere moneta carta, in assenza di una Banca Centrale, con la conseguenza che venivano portate avanti ogni sorta di malversazioni, in cui Francesco Crispi, per due volte Primo Ministro, fu implicato.
L'importanza della vicenda giudiziaria fu grande e rilevante, dal momento che per la prima volta si parlò di Mafia e della collusione tra questa organizzazione criminale e il potere politico.
Il Cigno (era questo il modo in cui confidenzialmente veniva chiamato il vanaglorioso Palizzolo) racconta di una vicenda ancora attuale, in cui l'ieri sembra oggi e dalla quale appare che, indubitabilente, nulla è è cambiato dai primi anni dell'Italia unificata: è una parabola efficace che mostra come le radici dei malaffare di oggi si ritrovano nella storia passata. E quindi questa storia di Vassalli, a metà tra il romanzo e il saggio di ricostruzione micro-storica e di affresco di un'epoca, non ha perso il suo smalto.
Rimane pienamente valida la riflessione contenuta ne "Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, "Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi".
Purtroppo Il Cigno, sia nell'edizione nei Supercoralli sia in quella successiva nella collana dei tascabili non è più disponibile in catalogo, Ma è possibile ancora trovarlo nel mercato online dei libri di seconda mano e vintage.

Sebastiano Vassalli

L'autore. Sebastiano Vassalli, nato a Genova, sin dalla prima infanzia vive in provincia di Novara.
Laureato in Lettere a Milano, ha discusso con Cesare Musatti una tesi su "La psicanalisi e l'arte contemporanea".
Dagli anni sessanta si è dedicato all'insegnamento e alla ricerca artistica della Neoavanguardia, partecipando anche al Gruppo 63.
Solo in seguito si è dedicato anche alla scrittura, incontrando successo soprattutto grazie al suo romanzo storico La chimera, ambientato a Novara negli anni a cavallo fra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo.
Fra i suoi titoli ricordiamo - oltre alla già citata Chimera - La notte della cometa, Sangue e suolo, L'alcova elettrica, L'oro del mondo, Marco e Mattio, Il Cigno, 3012, Cuore di pietra, Un infinito numero, Archeologia del presente, Dux, Stella avvelenata, Amore lontano, La morte di Marx e altri racconti, L'Italiano e Dio il Diavolo e la Mosca nel grande caldo dei prossimi mille anni.

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29 agosto 2019 4 29 /08 /agosto /2019 06:51

Nei racconti che seguono, incontrerete di tutto: da un mostriciattolo appollaiato sull'ala di un Boeing 727 a esseri trasparenti che vivono al di sopra delle nubi. Vi imbatterete in viaggi nel tempo e in aerei fantasma. Soprattutto sperimenterete quei dodici secondi di pericolo estremo nei quali tutte le cose che possono andare storte durante un volo vanno 'effettivamente' storte. Incontrerete claustrofobie, viltà e atti di coraggio. Se avete in programma un viaggio con la Delta, l'American, la Southwest o un'altra linea aerea, vi consiglio di portarvi dietro un libro di John Grisham o di Nora Roberts. Ma anche se siete a terra e al sicuro, vi conviene allacciarvi comunque le cinture di sicurezza e stringerle bene.

Stephen KIng, Introduzione a Flight or Fright, p. 7

Stephen King, Bev Vincent (a cura di), Odio volare. 17 storie turbolente, Sperling&Kupfer (Collana Pandora), 2019

Dopo circa un anno dalla pubblicazione in lingua originale ha visto la luce in traduzione italiana una raccolta di racconti "aerei" (di autori vari) che sono un vero e proprio inno alla fobia del volo.
Il titolo dell'edizione italiana è Odio Volare. 17 storie turbolente (Sperling&Kupfer, 2019, con il contributo di diversi traduttori), ma il titolo originale è fondato sull'alternativa tra il volare e la paura per il volo (Flight or Fright. 17 Turbulence Tales)
Come è noto il volare in aereo è statisticamente sicuro, per quanto succedano di tanto in tanto dei disastri aerei, ma ciò nonostante vi possono essere dei motivi i più disparati per aver paura del volare in alta quota, specie se, alle considerazioni più comuni, si aggiungono dei terrori senza nome e la timorosa attesa di terrificanti eventi sovrannaturali come, ad esempio, quello rappresentato nel magistrale racconto di Matheson  (Nightmare at 20.000 feet), ovviamente incluso nell'antologia.
Due sono stati i curatori della raccolta, Stephen King, primo ideatore di essa, e Bev Vincent che, avendo raccolto entusiasticamente il primo input di Stephen King in un occasionale e fortuito incontro - ovviamente in un aeroporto nordamaericano - è stato il principale "spigolatore" dei 17 racconti presentati nel volume.
E, naturalmente, non mancano un ottimo e inedito racconto dello stesso King (The Turbulence Expert) e uno di Bev Vincent (Zombies on a Plane).
Il pregio della raccolta è stato  quello di andare a scovare alcuni racconti (perfino uno in forma di frammento, a firma di Ambrose Bierce) che
altrimenti, volendo seguire personalmente un simile filone tematico, il lettore comune avrebbe fatto fatica a reperire.

L'operazione è perfettamente riuscita: Stephen King mettendo su questa preziosa antologia è riuscito a dare corpo alla sua paura di volare (di cui non ha mai fatto un mistero): paura e inquietudine che a suo tempo avevano generato il magistrale romanzo breve "I Langolieri".
Ovviamente per chi ha paura di volare sono possibili due alternative, rispetto a questo libro: non portarlo con sè durante un volo aereo, oppure - al contrario - acquisirlo e portarselo in viaggio come un potente talismano. A questo riguardo ci sarebbe da fare una dissertazione ermeneutica sul fatto che esattamente 17 siano le storie raccolte nell'antologia stessa (manca negli aerei solitamente la fila di poltrone contrassegnata con il 13).

Flight or Fright, 17 Turbulent Tales (edited by Stephen King and Bev Vincent)

Flight or Fright: 17 Turbulent Tales Edited by Stephen King and Bev Vincent

Fasten your seatbelts for an anthology of turbulent tales curated by Stephen King and Bev Vincent. This exciting new collection, perfect for airport or aeroplane reading, includes an original introduction and story notes for each story by Stephen King, and brand new stories from Stephen King and Joe Hill. Stephen King hates to fly. Now he and co-editor Bev Vincent would like to share this fear of flying with you.
Welcome to Flight or Fright, an anthology about all the things that can go horribly wrong when you're suspended six miles in the air, hurtling through space at more than 500 mph and sealed up in a metal tube (like - gulp! - a coffin) with hundreds of strangers. All the ways your trip into the friendly skies can turn into a nightmare, including some we'll bet you've never thought of before... but now you will the next time you walk down the jetway and place your fate in the hands of a total stranger.
Featuring brand new stories by Joe Hill and Stephen King, as well as fourteen classic tales and one poem from the likes of Richard Matheson, Ray Bradbury, Roald Dahl, Dan Simmons, and many others, Flight or Fright is, as King says, "ideal airplane reading, especially on stormy descents... Even if you are safe on the ground, you might want to buckle up nice and tight."
Book a flight for this terrifying new anthology that will have you thinking twice about how you want to reach your final destination.

Table of Contents:
Introduction by Stephen King
Cargo by E. Michael Lewis
The Horror of the Heights by Sir Arthur Conan Doyle
Nightmare at 20,000 Feet by Richard Matheson
The Flying Machine by Ambrose Bierce
Lucifer! by E.C. Tubb
The Fifth Category by Tom Bissell
Two Minutes Forty-Five Seconds by Dan Simmons
Diablitos by Cody Goodfellow
Air Raid by John Varley
You Are Released by Joe Hill
Warbirds by David J. Schow
The Flying Machine by Ray Bradbury
Zombies on a Plane by Bev Vincent
They Shall Not Grow Old by Roald Dahl
Murder in the Air by Peter Tremayne
The Turbulence Expert by Stephen King
Falling by James L. Dickey
Afterword by Bev Vincent

La copertina riprodotta è quella dell'edizione inglese, pubblicata da Hodder&Stoughton.

 

Odio volare. 17 storie turbolente

Stephen King e Bev Vincent (a cura), Odio volare. 17 storie turbolente, Sperling&Kupfer (collana Pandora), 2019

(Risguardo di copertina) Curata da Stephen King insieme a Bev Vincent, suo amico e collaboratore da sempre, Odio volare è una raccolta di racconti horror che hanno un particolare filo conduttore: sono tutti ambientati ad alta quota, a bordo di un aereo.

Ed essendo horror, naturalmente raccontano tutto quello che di orribile può succedere quando sei sospeso in aria a diecimila metri di altezza, chiuso in una scatola di metallo (e il riferimento non è per niente casuale) che sfreccia a più di 800 chilometri l'ora, insieme a decine di sconosciuti che potrebbero fare qualunque cosa. King, che sicuramente non ama viaggiare in aereo, ha fornito il suo personale contributo al volume aggiungendovi un'introduzione, le note a ogni storia e soprattutto un racconto originale L'esperto di turbolenze. Inoltre ha reclutato Joe Hill che ha scritto Siete liberi, altra storia ad hoc completamente inedita. Il resto del libro contiene un mix di storie nuove e già pubblicate di autori famosi e meno noti, tra cui Sir Arthur Conan Doyle, Richard Matheson, Ambrose Bierce, Dan Simmons, Ray Bradbury, e altri ancora. King ha raccontato così le origini del libro: Allora, eravamo seduti a cena prima della proiezione de La Torre Nera a Bangor, e sapevamo che molte persone sarebbero arrivate in aereo per partecipare all'evento. Io ho confessato che odio volare e la conversazione si è concentrata su storie di aerei, alcune spaventose, altre divertenti. Ho notato che non era mai stata pubblicata una raccolta di racconti horror sul volo, anche se me ne erano venuti in mente diversi sul tema. Qualcuno avrebbe dovuto farla. Bev Vincent, che è un incredibile pozzo di scienza, ha accettato di curarla con me e ora eccola qui. Bev e io pensiamo che sia una lettura ideale da aereo, specialmente durante gli atterraggi turbolenti.

 

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21 gennaio 2017 6 21 /01 /gennaio /2017 08:12

Notturno palermitani (AA. VV., Il Palindromo, 2016)Nel piccolo volume Notturni palermitani (Il Palindromo, collana Kalispera, 2016) Palermo e la sua notte vengono raccontate da cinque scrittori palermitani.
Mi sono piaciuti particolarmente il contributo in stile amarcord di Gianmauro Costa - "Compleanno" - e, per la sua visionarietà, quello di Giacomo Cacciatore, con il titolo "Poe è stato a Ballarò", per non parlare di quello fortemente autobiogafrico di Piergiorgio Di Cara "E' bella la città di notte (sembra normale) ..." e quello di Massimo Provenza il quale esprime fortemente il concetto di "odiare" fortemente la notte. In una posizione leggermente diversa e non allineata con gli altri testi si pone il racconto pure visionario e di atmosfera fortemente onirica di Vanessa Ambrosecchio, forse meno fruibile e di lettura alquanto ostica.

I cinque scrittori invitati a dare il loro contributo a questo piccolo progetto letterario, confrontandosi con il compito richiesto dalla casa editrice, si sono cimentati con le proprie memorie personali, con le proprie idiosincrasie e con le loro preferenze e, così facendo, hanno raccontato la Palermo notturna vista da cinque diversi vertici di osservazione.

Ciascun racconto è impreziosito dalle illustrazioni di un singolo artista.

Ne è venuto fuori un piccolo, interessante, "concept book", arricchito alla fine da brevi schede biobibliografiche sugli scrittori rappresentati e da brevi schede biografiche e di curriculum artistico dei disegnatori.

(dal risguardo di copertina) Palermo di notte. Lontana dagli stereotipi sole-luce-scirocco, offerti come benvenuto al visitatore occasionale, mostra un lato oscuro; nelle sue vene nascoste – le arterie della notte – scorre un’energia intermittente, una pulsione di vita e di morte.

Una città popolata da ectoplasmi e lavoratori onesti, da sbandati, reietti visionari e cuori infranti. Per dirla con Antonio Tabucchi, «la notte è calda, la notte è lunga, la notte è magnifica per ascoltare storie».

Vanessa Ambrosecchio, Giacomo Cacciatore, Gian Mauro Costa, Piergiorgio Di Cara e Massimo Provenza, da notturni o da narratori notturni, raccontano le loro visioni del buio a Palermo, una città in cui la notte è anche condizione dell’anima, talmente nera da avvolgere tutto.

Palermo e la notte sono state raccontate a parole da Vanessa Ambrosecchio, Giacomo Cacciatore, Gian Mauro Costa, Piergiorgio Di Cara e Massimo Provenza.

Palermo e la notte sono state raccontate per immagini da Romina Bassu, Simone Geraci, Giacomo Pilato, Riccardo Stasi e Simone Stuto.

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10 gennaio 2017 2 10 /01 /gennaio /2017 20:05

(Maurizio Crispi) Cobra di Deon Meyer (Edizioni E/O, 2016) è un thriller assolutamente godibile, con lucidi sprazzi sulla realtà sudafricana contemporanea, ma anche l'occasione per fare un viaggio a Capetown (Città del Capo), utilizzando la lente del thriller che getta inquietanti sprazzi di luce su di un intrigo internazionale, tra alta finanza, riciclo di denari sporchi e collusioni governative (con una formula del tipo: nessuno si salva, sono tutti collusi, se non fosse per qualche paladino che si erge contro il sistema).

Protagonista - assieme all'intera squadra degli Hawks (il nucleo di pronto intervento per i delitti gravi di Capetown), a partire dalla scomparsa di un cittadino britannico, Paul Morris, e dall'uccisione delle guardie del corpo che gli erano state assegnate, è Bennie Griessel, già protagonista di altre avventure, qui in una nuova fase esistenziale, ora ex-alcoolista.

Un vero peccato che nell'edizione italiana sia stata omessa a cartina che mostra Capetown, pur presente nell'edizione inglese, e i suoi sobborghi e che consente al lettore che non conosce i luoghi di seguire gli spostamenti dei diversi personaggi sulla mappa (e di farsi così un'idea di Città del Capo).

I thriller sono sempre un'ottima occasione per viaggiare con la mente e la fantasia, rimanendo nei confini della propria dimora.

Deon Meyer scrive in Afrikaans che è la lingua di ceppo germanico originariamente parlata dai coloni di Città del Capo e dai Boeri: poiché l'edizione inglese che è quella che è stata usata per la traduzione in Italiano contiene numerose frasi ed esclamazioni in Afrikaans, l'editore italiano ha ritenuto opportuno inserire in appendice un piccolo dizioniario che aiuti al lettore di orientarsi facilmente di fronte alle diverse (e frequenti) espressioni idiomatiche nella lingua dei Boeri.

(dalla quarta di copertina) "Cobra" si apre in una lussuosa residenza nella regione dei vigneti vicino a Città del Capo. Un cittadino britannico, Paul Morris, è sparito e i cadaveri delle due guardie del corpo sono a terra ih un bagno di sangue. Bennie Griessel, l'ispettore protagonista di molte altre storie scritte da Deon Meyer, inizia ad indaga a partire da un unico labile indizio: i bossoli ritrovati portano incisa la testa di un cobra. Intanto, a Città del Capo, Tyrone Kleinboy, un giovane borseggiatore nero che usa il suo "talento" per pagare gli studi alla sorella, viene arrestato subito dopo aver derubato una turista. Mentre i vigilantes del centro commerciale lo interrogano, un killer entra nella stanza dove lo trattengono e li uccide. Il pickpocket approfitta della confusione per fuggire, perdendo nella fuga lo zainetto con il suo cellulare dentro, zainetto che viene agguantato dallo spietato killer. Sulla scena del delitto multiplo vengono ritrovati dalla polizia altri bossoli con il cobra inciso.

Inizia una tripla corsa mortale: quella del Cobra-killer e dei suoi complici per portare a termine la misteriosa missione, quella del ragazzo nero per sfuggire ai killer che inspiegabilmente lo braccano (ma poi si comprenderà che è perchè com il suo ultimo borseggio egli si è trovato in possesso di qualcosa di molto importante che i killer vogliono a tutti i costi), quella di Bennie Griessel e la sua squadra di Falchi (the Hawks, il nucleo di pronto intervento nei casi delittuosi gravi della polizia sudafricana) per arrivare in tempo al ragazzo e per scoprire cosa c'è dietro la sparizione del cittadino britannico, che si rivela sempre più come un grosso complotto internazionale con in ballo segreti finanziari e politici.

Un thriller con un ritmo che toglie il fiato, sullo sfondo il Sudafrica del post-apartheid e al centro dei bellissimi personaggi. Autore di grandissimi successi internazionali con vendite totali di oltre due milioni di copie, tradotto in trenta lingue, il sudafricano Deon Meyer è uno dei massimi scrittori contemporanei di thriller.

Sull'Autore. Deon Meyer è nato a Paarl, in Sudafrica, nel 1958 e vive a Durbanville con la moglie e i quat­tro figli. Le sue più grandi passioni sono la motocicletta, la musica, la lettura, la cucina e il rugby. Nel gennaio del 2008 ha lasciato il suo lavoro di consulente delle strategie del marchio della BMW Motorrad per dedicarsi completamente alla scrittura.

Di Deon Meyer le Edizioni E/O hanno pubblicato Safari di sangue, Tredici ore, Sette giorni, Cobra e Icaro.

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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