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29 giugno 2022 3 29 /06 /giugno /2022 12:41
John Case, Sindrome, Marco tropea Editore

Sindrome (titolo originale: The Syndrome, nella traduzione di G. Carlotti) di John Case, pubblicato da Marco Tropea Edizioni (Collana I Marlin) nel 2002, mi ha preso molto, così come mi era piaciuto leggere, di John Case (in realtà una premiata ditta costituita da due scrittori, marito e moglie), L'Ombra del Cavaliere. Si tratta di un romanzo "complottista" in cui i cattivi tramano per ottenere il controllo delle menti di alcuni soggetti manovrabili e all'occorrenza anche sacrificabili.
Il tema sviluppato è lo stesso - fatte le debite differenze - de "Il Candidato della Manciuria", ad esempio ed è lo stesso tema quello che pervade il saggio d'inchiesta "Capre di Guerra" o anche "L'Uomo che fissa le Capre" (tradotto in un bel film nel 2009) o anche il recente romanzo di Stephen King "The Institute" per arrivare alla recentissima tetralogia elaborata da Dean Koontz che ha avuto esordio con "Il silenzio uccide", per non parlare del romanzo di quest'ultimo "Falsa memoria", di molti anni antecedente.
Il controllo delle menti altrui: un tema caro ai complottisti che, in tempo di pandemia, é ritornata in versione modificata, quando alcune frange estremiste dei no-vax hanno preso a sostenere l'idea che la vaccinazione di massa fosse solo un pretesto per realizzare - attraverso l'inserimento sottocutaneo di un microchip - il controllo globale dei cittadini del mondo, tematica peraltro discussa in modo intelligente e dialettico dagli esperti in "biopolitica" in cui uno degli assi portanti è il fatto che la politica contemporanea tenda sempre di più a realizzare attraverso l'enfatizzazione delle misure di controllo e di regolamentazione delle misure sanitarie un estensivo controllo dei corpi dei cittadini e, di conseguenza, una subordinazione delle loro menti.
Qui, vi è ovviamente di più, perché vi viene ventilata l'ipotesi di pochi che si assumono il ruolo di demiurghi onnipotenti e di "spazzini" della diversità e del dissenso, in modo tale da poter governare le sorti del mondo verso direzioni che siano conformi alle proprie vedute personali.
Lo sviluppo della trama di questo romanzo che, in qualche misura ricade nel genere del "medical thriller", è efficace ed incalzante. Io che solitamente passo con facilità e per il gusto del cambiamento da una lettura all'altra nel corso della stessa giornata sono stato polarizzato da questa narrazione.
Come spesso capita con molti di questi romanzi, un ampio spazio è dedicato all'intrigo, mentre il finale rimane sfumato e forse frettoloso: quello che conta è il tragitto che si compie non il raggiungimento di una soluzione finale.
In ogni caso, traspare evidente da questa narrazione che non vi sono né vincitori né vinti e che, mentre i due protagonisti, Jeff Duran e Adrienne, riescono ad avere salva la loro vita, i loschi affari dei "cattivi" guidati da una mentalità distorta potranno proseguire in forme mutate e pur sempre occulte.
Tutto passa nel dimenticatoio; nessuna inchiesta ufficiale verrà mai avviata. E, sicuramente, il mostro tentacolare da qualche parte è pronto a risorgere.

Ho acquistato questo volume molti anni fa come occasione remainder, e mi sono ritrovato a leggerlo, solo ora, sicuramente a distanza di più di 15 anni. Anche questo è bello, ritrovarsi a pescare - di quando in quando - dalla propria riserva di libri una lettura che ci soprende o che ci appassiona, spinti dalla curiosità e dall'estro e ritrovarsi a leggere con passione.

 

#lemieletture #thriller #medicalthriller

 

(soglie del testo) Florida 2000. Nico è una giovane di trent'anni, soffre di forti crisi depressive ed è in cura da uno psicologo, Jeff Duran. Nel corso di una vacanza, uccide inspiegabilmente un anziano signore sulla sedia a rotelle. Passano poche settimane, e si toglie la vita. Adrienne, la sorella, vuole capire cosa abbia portato alla morte Nico. Convinta che Duran sia il responsabile, comincia a indagare su di lui con l'aiuto di un investigatore. E scopre che anche lo psicologo ha una mente molto instabile, e una doppia identità. Ma quello che non avrebbe mai potuto immaginare è che l'uomo e la sorella erano assidui visitatori di un misterioso sito internet, legato a una diabolica macchinazione.

 

(Risguardo di copertina) A Jeff Duran non piace uscire, e ogni volta che si allontana dal suo appartamento dove esercita la professione di psicologo sente crescere il panico. A volte gli vengono in mente frasi in lingue straniere che non dovrebbe conoscere, oppure ricorda all'improvviso odori e suon.
Ma queste sensazioni scompaiono velocemente, senza lasciare traccia, e lo restituiscono allo scorrere monotono e tranquillo della sua vita. Finché un evento, il suicidio di Nico, una sua paziente, si abbatte su di lui come un incubo. Nico ha una sorella, Adrienne, che è convinta che lo psicologo sia responsabile della tragedia ed è perciò decisa ad indagare su di lui. Ciò che emerge dalle sue ricerche è sconvolgente: Duran non ha frequentato l'università, non ha titoli per esercitare la professione, ed è stato addirittura dichiarato deceduto parecchi anni prima.
Ma chi è davvero Jeff Duran? La ragazza non ha il tempo di soffermarsi su questa domanda: come Jeff anche lei è finita nel mirino di qualcuno che li vuole morti, qualcuno che rappresenta una minaccia per il mondo intero. L'oscuro passato di Jeff e il suicidio di Nico fanno parte del piano apocalittico di un'organizzazione che, attraverso l'ipnosi e la neurochirurgia, ha trasformato persone inconsapevoli in pedine sacrificabili, programmate per eseguire ordini, perfino sentenze di morte. E ora Jeff e Adrienne sono gli unici a poter fermare tutto ciò; ma per farlo dovranno lottare non solo contro l'organizzazione ma anche contro la mente e i ricordi di Jeff; un territorio in cui nulla è come sembra e dove potrebbe annidarsi il loro vero nemico.

 


L'autore. John Case è lo pseudonimo di Jim Hougan e Carolyn Hougan, marito e moglie nella vita, ambedue scrittori affermati con delle opere proprie.
Jim Hougan è anche un giornalista d'inchiesta e autore di broadcast. Vive ad Afton in Virginia. La scrittura a due di Jim e Carolyn si è fermata a seguito della morte di Carolyn Hougan per carcinoma nel 2007.
La coppia ha firmato sei romanzi sotto pseudonimo (di cui solo due sono stati tradotti in Italiano) e precisamente:
The Genesis Code (1997)
The First Horseman, tradotto con il titolo "L'Ombra del Cavaliere" (1998)
The Syndrome (2001; pubblicato con il titolo Trance State in the UK e Sindrome, in Italia)
The Eighth Day (2002)
The Murder Artist (2004)
Ghost Dancer (2006; published as The Dance of Death in the UK)

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27 giugno 2022 1 27 /06 /giugno /2022 20:00
Sandra Rizza, Nessuno Escluso. Ianieri Edizioni, 2022

Dopo aver pubblicato saggi, biografie e interviste, Sandra Rizza, con "Nessuno escluso", pubblicata da Ianeri Editore (Collana Le Dalie Nere) nel 2022, si è lanciata in un’impresa narrativa che per lei è risultata impegnativa e faticosa - come lei stessa spiega in una breve nota in fondo al volume. E credo che il suo sforzo sia riuscito bene, poiché ha dato luce ad un romanzo che funziona come un’allegoria, visto che l’autrice ha volutamente escluso gli usuali riferimenti spazio-temporali.
L’amara favola che la Rizza racconta è dell’oggi, indubbiamente, ma di un oggi che ogni lettore può plasmare a suo piacimento e in base alle sue esperienze e convinzioni.
Nel finale in cui la tragedia si conclude a tarallucci e vino, con una convivialità natalizia di plastica che spegne ogni dissenso c’è una metafora di ciò che viviamo in questo nostro tempo: si è tutti sulla stessa barca, per convenienza, per amor di pace, per abitudine, per interesse personale e, intanto, si assiste allo spegnimento degli ultimi fuochi delle ideologie “vere” e delle convinzioni solide che prima permeavano la “vera” politica di un tempo (tutto questo ormai relegato in un museo della memoria, a parte i pochi che ancora ci credono).
La mafia e la connivenza stato-mafia ritornano così, in modo strisciante e insidioso, all’insegna di “Non è successo niente! Vogliamoci tutti bene! Tiriamo avanti”. Un atteggiamento che uccide qualsiasi empito ideale e il desiderio di vivere in una società più giusta, libera da scellerati patti ma anche da accordi disinvolti in cui si azzerano le differenze (anche etiche e morali) e si fa di ogni erba un fascio.

La vicenda di Mario Martellini, medico di successo all'apice della sua carriera, di recente passato alla politica con una scelta che ai più è sembrata opportunista e discutibile, e improvvisamente arrestato con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, è suddivisa in quattro tempi (o atti, direi io, che ne trasformano l'impiatto narrativo in tragedia che poi sfocia in tragicommedia). Il titolo di ciascuna parte rimanda alle diverse fasi di un percorso morale, se vogliamo, che sono: Innocenza, Dannazione, Espiazione e Redenzione.
Ciascuna parte o atto è preceduta da considerazioni di carattere generale sul senso da dare alla parola prescelta (proprio a partire dal significato dell'etimo) e su di un inquadramento filosofico del concetto sotteso.
E' come se per ciascun atto, intervenisse il Coro di una tragedia greca a fare il punto della situazione, mostrando allo spettatore le categorie morali in cui inquadrare le azioni (e i contorcimenti) dei diversi personaggi.
Soltanto che, alla fine, come dicevo non vi è una conclusione da tragedia, ma piuttosto da grottesca tragicommedia, in cui tutti quanti vengono riassorbiti in un brodo indifferenziato che assorbe e annulla tutte le diversità e tutte le divergenze.
Ed è questo aspetto, devo dire, ad essermi piaciuto particolarmente: mi ha stregato l'incipit di Innocenza, che ho letto subito, dal momento in cui ho avuto il libro tra le mani e che è stato per me un elemento trainante alla lettura delle pagine e delle parti successive.

Dirò anche che ho acquistato questo libro per suggerimento indiretto del mio libraio (che lo consigliava ad un altro cliente e ciò è bastato ad incuriosirmi) e l’ho apprezzato.

 

(Risguardo di copertina) Un medico di successo arrestato per mafia, una famiglia che va in pezzi. Un avvocato che usa la politica per salvare l'imputato eccellente e un magistrato di fronte ad una scelta difficile. È la complessa vicenda giudiziaria attorno a cui ruota questo romanzo sulla borghesia mafiosa e sul crollo morale di un'intera classe dirigente. È un giallo dell'anima, una storia di dannazione e di redenzione impossibile, che impegna giovani e adulti, professionisti e politici di destra e di sinistra, in un Paese dominato dalla logica del compromesso. Ma è anche un racconto civile che esplora il microcosmo di un'umanità dolente in una società piegata all'imperio del successo a tutti i costi. Sullo sfondo, una città indifferente e perduta, mai chiamata col suo nome, perché può essere una qualsiasi, ma soprattutto perché è specchio dell'Italia intera.

Sandra Rizza

 

L’autore. Per un decennio cronista giudiziaria all’Ansa di Palermo, Sandra Rizza ha imparato il mestiere negli stanzoni de «L’Ora» di Palermo, negli anni caldi della guerra di mafia, passando presto dalle cronache di ordinaria marginalità sociale alla cronaca nera e giudiziaria.
Ha collaborato con «il manifesto» seguendo le udienze del maxiprocesso, e firmando servizi di approfondimento sul tema del garantismo, sul pentitismo e sugli aspetti «sociologici» del fenomeno mafia, a partire dal ruolo delle donne all’interno dei clan.
Ha collaborato con «La Stampa», ed è stata corrispondente dalla Sicilia del settimanale «Panorama» negli anni delle stragi 1992-93. Oggi collabora con «MicroMega» e «il Fatto Quotidiano».
Ha scritto Rita Atria. Una ragazza contro la mafia (edizioni La Luna 1993). Con Giuseppe Lo Bianco ha scritto, Rita Borsellino. La sfida siciliana (Editori Riuniti 2006), Il gioco grande. Ipotesi su Provenzano (Editori Riuniti 2006), L'agenda rossa di Paolo Borsellino (Chiarelettere 2007), Profondo nero (Chiarelettere 2009), L'agenda nera della Seconda Repubblica (Chiarelettere 2010), AntonioIngroia. Io so (Chiarelettere 2012), libro intervista al magistrato antimafia, e Ombre nere. Il delitto Mattarella tra mafia, neofascisti e P2 (Rizzoli 2018).

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17 giugno 2022 5 17 /06 /giugno /2022 11:10

Riporto qui una mia recensione informale scritta il 17 giugno 2021 e inizialmente pubblicata nel mio profilo Facebook

Tullio Avoledo, Nero come la notte, Feltrinelli, 2021

Sempre scenari di mondi alternativi si insinuano nelle narrazioni di Tullio Avoledo, anche se poi vengono immediatamente negati o minimizzati. Non credo affatto che le sue narrazioni possano essere catalogate come "fantascienza" che è una parola vuota, se usata in modo generico e soprattutto da parte di chi non ha dimestichezza con questo genere letterario, se vogliamo attenerci ad un discorso di generi (ed è il caso di ricordare qui che lo stesso Antonio Gramsci era molto interessato alla fantascienza).
Le opere di Avoledo contengono spesso degli elementi che le riconducono a tematiche ucroniche o distopiche, per utilizzare due termini più precisi e maggiormente descrittivi.
Io che sono un suo fan (e dunque la mia affermazione potrebbe essere contestabile), mi sento di poter affermare che Avoledo è un narratore di grande respiro capace di produrre interessanti mix di generi diversi, garantendo nello stesso tempo al lettore un radicamento nei luoghi e nelle realtà che egli meglio conosce (quindi, nel suo caso il Friuli e il Veneto). Si veda ad esempio un suo precedente romanzo "Furland", nel quale la componente distopica è dominante.

Se si dovesse sintetizzare in poche parole o con uno slogan "Nero come la notte" (pubblicato da Marsilio e successivamente riedito da Feltrinelli - nella Universale Economica - nel 2021), si potrebbe dire: "Nulla è come appare". Forse anche perchè nella macchina narrativa un ruolo importante è legato alla manipolazione chimica della mente con sostanze psicoattive per ottenere una copertura di falsi ricordi.
Forse, considerando l'ampia tessitura narrativa, la conclusione è un po' affrettata. In ogni caso, non c'è lieto fine; non si sono vincitori o perdenti.
O meglio, il vincitore è il sistema.
Infatti, Sergio Stokar, protagonista assoluto della vicenda e affiancato da una miriade di altri personaggi, abilmente costruiti, non ha una storia successiva, a quanto pare. Viveva in una sorta di limbo di nebbia prima, ritorna a vivere in un limbo dopo che la storia si conclude e, apparentemente, il mistero è risolto.
Il lettore che vorrebbe vedere un lieto fine rimane deluso, ma è giusto così: uno scrittore deve sapere rinunciare a qualsiasi forma di ammiccamento e di imbonimento.
Il plot travolgente - con tutti i suoi colpi di scena e con i suoi disvelamenti mozzafiato e con le sue incursioni nell'incubo e nell'horror più cupo - è per Sergio Stokar solo una parentesi tra periodi più lunghi (forse interminabili) di una vita in esilio, alla quale infatti ritorna.

(quarta di copertina) Sergio Stokar era un buon poliziotto. Forse il migliore a Pista Prima, degradata ma ancora grassa città del Nord-Est. Fino al giorno in cui, senza saperlo, ha pestato i piedi alle persone sbagliate. Così qualcuno l'ha lasciato, mezzo morto, sulla porta dell'ultimo posto in cui avrebbe voluto finire: le Zattere, un complesso di edifici abbandonati dove si è insediata, dandosi proprie leggi, una comunità di immigrati irregolari. Quel rifugio dall'equilibrio fragile e precario – con la sua babele di lingue, razze e odori – normalmente sarebbe un incubo per uno col credo politico di Sergio. Ma è un incubo in cui è costretto a rimanere, adattandosi a nuove regole e a convivere con una realtà che un tempo avrebbe rifiutato. Per poter stare al sicuro, è diventato “lo sceriffo delle Zattere”: mantiene l'ordine, indaga su piccoli reati. Finché un giorno il Consiglio che governa il complesso gli affida un incarico speciale. Alcune ragazze delle Zattere sono state uccise in modo orribile, c'è un assassino in agguato, e solo un poliziotto abile come Sergio può scovarlo, con il suo fiuto e le sue conoscenze, ma soprattutto grazie a un'ostinazione che lo trasforma in un autentico rullo compressore. In un'Italia appena dietro l'angolo – l'Italia di dopodomani, che ci indica con chiarezza dove sta andando il nostro paese – Sergio Stokar deve tornare dal regno dei morti e rimettersi a indagare, frugando nel passato e negli angoli più in ombra della sua città, per scoprire, alla fine, che forse l'indagine è una sola, e che l'orrore si nasconde in luoghi e persone insospettabili. Tutto è legato da un filo. Un filo nero come la notte, rosso come il sangue. Perché in un mondo che ha fatto dell'avidità il suo credo non esistono colpevoli e innocenti, ma solo infinite sfumature di male.

Tullio Avoledo

L'Autore. Nato a Valvasone, in Friuli, nel 1957, Tullio Avoledo ha esordito nel 2003 con “L’elenco telefonico di Atlantide” (premio Forte Village Montblanc - Scrittore emergente dell’anno), romanzo che ibridava fantascienza e mitologia con una satira feroce del mondo bancario e della società italiana ai tempi dell’effimero trionfo della web economy. Ha poi pubblicato altri undici romanzi, prima per Sironi e poi per Einaudi e Marsilio, tra cui Lo stato dell’unione (2005), Tre sono le cose misteriose (2006, premio Super Grinzane Cavour), Breve storia di lunghi tradimenti (2007), Un buon posto per morire (2011, scritto a quattro mani con Davide “Boosta” Dileo dei Subsonica) e Chiedi alla luce (2016). Ha anche pubblicato per Rizzoli una personalissima e divertita versione, ambientata nell’Italia odierna, delle Baruffe chiozzotte di Goldoni (2014). Ha partecipato con due romanzi (Le radici del cielo e La crociata dei bambini, Multiplayer) a Metro 2033 Universe, una narrazione collettiva internazionale sul mondo post catastrofe nucleare immaginato dallo scrittore russo Dmitry Glukhovsky; il suo terzo romanzo della serie, Il conclave delle tenebre, è di imminente pubblicazione in Russia. Suoi libri sono stati tradotti in inglese, spagnolo, tedesco, russo, polacco e ungherese

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8 marzo 2022 2 08 /03 /marzo /2022 11:15
Ian McEwan, Rose Blanche, Marotta&Cafiero, 2022

Rose Blanche, il piccolo libro di Ian McEwan (nella traduzione di Giosuè Bellavista, pubblicato da Marotta&Cafiero, 2022) è bellissimo! Nella sua perfetta commistione di testo ed immagini, si legge e si guarda in una manciata di minuti. Poi si può tornare sulle singole pagine per godersele appieno e valutando, per ciascuna di esse, l’accoppiamento testo immagini.
E' la favola triste e struggente di una bambina che, sul finire della II Guerra Mondiale, scopre l’orrore dei campi di concentramento.
Il testo, breve ed incisivo, supportato dalle immagini, ha una potente capacità di evocazione.
La bambina protagonista si chiama Rose Blanche e questa scelta dell’autore contiene implicito un omaggio al movimento di opposizione al regime nazista attivo a Monaco e in altre città della Germania.

La Rosa Bianca (in tedesco Weiße Rose) fu un gruppo di resistenza tedesco contro la dittatura del nazionalsocialismo, formato da studenti e basato essenzialmente su valori cristiani. Fece ricorso ad azioni non violente nella Germania nazista dal giugno 1942 al febbraio 1943, quando i principali componenti del gruppo vennero arrestati, processati e condannati a morte mediante decapitazione.

Quindi, la breve opera di Ian McEwan contiene più di una sorpresa.
Certamente, ne è preziosa la veste editoriale, curata nei minimi dettagli, sino ad un’elencazione scrupolosa di tutti i crediti fotografici.
Insomma, siamo di fronte ad un piccolo gioiello in cui l’estetica è pari all’intensità del contenuto.

(Soglie del testo) Ian McEwan, accompagnato da fotografi provenienti da tutto il mondo, ci regala questa favola nera, il conflitto mondiale attraverso gli occhi di una bambina che non abbandona i suoi amici. La guerra raccontata con poesia e spietatezza.

Germania. Anonima cittadina tedesca. Un attimo prima del disastro. La piccola Rose Blanche osserva i soldati che mangiano umanità. Porta il nome di un gruppo di giovani che protestavano contro la guerra. Rose scopre un luogo dove bambini le chiedono cibo dietro un filo spinato elettrico. Un segreto che nemmeno sua madre conosce. Dall'est arrivano soldati con uniformi diverse e improvvisamente i bambini magri come fantasmi spariscono. Ian McEwan, accompagnato da fotografi e provenienti da tutto il mondo, ci regala questa favola nera, il conflitto mondiale attraverso gli occhi di una bambina che non abbandona i suoi amici. La guerra raccontata con poesia e spietatezza.

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10 febbraio 2022 4 10 /02 /febbraio /2022 11:32

«Il fatto è che la gente è sola. Terribilmente sola»

Sofie Divry, La custode di libri, Einaudi, 2012

Sophie Divry, La custode di libri, Einaudi

La custode dei libri di Sophie Divry, esordiente scrittrice francese di appena trent'anni  (Einaudi, 2012) è il racconto - in forma di monologo - di una donna che nella vita è stata ferita tante volte, ha sofferto per amore ed ora trova la sua serenità tra i suoi adorati libri riposti nella biblioteca in cui lavora, relegata in un sotterraneo.
E' un lungo e pensoso monologo in cui la donna (che sino alla fine rimarrà senza nome) parla in continuazione dalla prima all’ultima frase.
Il suo interlocutore (altrettanto senza nome) è un ragazzo che si è rifugiato nel seminterrato della biblioteca nelle ore notturne, e che la donna - mattiniera - ha scoperto addormentato poco prima dell'apertura al pubblico della Biblioteca e dell'arrivo degli altri impiegati e funzionari.
La bibliotecaria si rivolge a lui in un lungo flusso associativo tra amarcord, personali riflessioni e preferenze sulla lettura e sui libri, ma anche considerazioni sul lavoro del bibliotecario e della storia delle biblioteche pubbliche come strumento per edificare e acculturare il Popolo e del sistema di catagolazione universale che s'è andato sviluppando dalle loro prime esitanti origini. E in questo percorso, fornisce anche preziosi elementi che riguardamo la storia francese a partire dalla Rivoluzione in avanti e sul modo in cui lo silupparsi dell'interesse universale per la lettura si è intersecato con i fatti storici.
La bibliotecaria ha le sue personali idiosincrasie, certo, e non le nasconde, ma è molto amareggiata del dover vivere in un epoca che predilige il frastuono e che ha girato le spalle al vero piacere della lettura che è da consumarsi nell'intimità con se stessi e in un silenzio meditativo.
Ma la donna (con continue escursioni e sarabande associative) non esita anche a raccontare al suo silenzioso interlocutore della sua vita privata e dei suoi sentimenti: nelle sue parole emerge un terzo interlocutore, un interlocutore mancato - in verità - un ragazzo - forse uno studente universatario - che frequenta la biblioteca e, in particolar modo, la sezione di cui la donna è responsabile per portare avanti una sua ricerca (forse una tesi di laurea). La donna lo apprezza per la sua serietà e vorrebbe intrecciare un dialogo con lui, di cui studia da lontano la nuca che, appena coperta da capelli ricci, assume per lei un'intensa connotazione erotica, ma non trova corrispondenza al suo sguardo. Afferma anche che, quando viene interpellata, è come se rimanesse sempre invisibile: il destino di tutti i bibliotecari del mondo, afferma lei per consolarsi.
La sua voce è dolce e soave e porta nel cuore il dolore d'un amore finito male e solo attraverso i  suoi libri - e la segregazione di una vita nel sotterraneo di una biblioteca di una città di provincia - riesce a placare quella sofferenza.
Il libro va letto di getto senza fermarsi, per rimanere nello spirito del monologo: è quello che ho fatto in un pomeriggio piovoso, seduto in un bar sorseggiando un paio di tazze di the ( il tempo necessario: un paio di ore appena: si può fare dunque).
Fermarsi spezzerebbe il senso e il ritmo del monologo e ucciderebbe l'atmosfera emozionale che si va creando attraverso questa originale rappresentazione della lettura, dei libri e delle Biblioteche che certamente può toccare nel profondo tutti quelli che amano i libri e li considerano perennemente un oscuro oggetto di desiderio, ma li vedono anche come porte costantemente aperte verso altri mondi.
Poi, magari, dopo una prima lettura fatta di getto, si potrà tornare indietro per assaporarne in maniera più meditata, specifiche parti.
Un libro che consiglio vivamente a tutti quelli che amano leggere.

(Dal risguardo di copertina) È una querula bibliotecaria di provincia la donna che parla dalla prima all'ultima riga di questo incantevole monologo. Il suo interlocutore è un ragazzo che usa il seminterrato della biblioteca come bivacco notturno. A lui la custode si rivolge mischiando vita privata, libri, invettive. E la confessione di un tenero rapimento verso uno studente di cui però contempla solo la nuca. La sua voce ci arriva sommessa, un po' nevrotica, la voce di una donna ferita da un amore andato male, chiusa in un riserbo che solo i suoi amati romanzi riescono a scheggiare. Li ama, li classifica, li commenta convinta che solo l'ordine monastico della biblioteca è medicina per il caos dei sentimenti e degli uomini tutti. E poi d'un tratto la sua voce si accende e dalla donna autoreclusa nel sottosuolo esce una pasionaria della letteratura, una tenace sentinella del silenzio, che dalla sua misera trincea di provincia difende la vertigine della bellezza letteraria contro il chiassoso vociare della subcultura di massa.
Sophie Divry ha trent'anni e vive a Lione. La custode di libri è il suo primo romanzo.

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3 febbraio 2022 4 03 /02 /febbraio /2022 11:20

Per me, in quanto artista che ha dedicato la gran parte del suo lavoro all'adattamento di romanzi e racconti in forma grafica, è comprensibile che la l'inquietante storia di mia nonna seduca a distanza di anni non solo perchè (...) è diventata una sorta di cimelio di famiglia, ma anche perchè è un'opera narrativa talmente potente da necessitare di una trasposizione esatta e sfaccettata. E' un apparato tanto perfetto da concedere ben poco spazio di manovra. Certi libri si espandono, sognano e si perpetuano in modo da aprire le porte a frotte di immagini. La lotteria no: è una struttura pragmatica, sostanzialmente ermetica; parole unite con precisione orafa.

Dalla prefazione di Miles Hyman

La lotteria. Adattamento grafico autorizzato (Shirley Jackson e Miles Hyman)

Scorrendo IBS alla ricerca di edizioni delle opere di Shirley Jackson, che mi fossero sfuggite, ho trovato un volume firmato congiuntamente da Shirley Jackson e Miles Hyman, riportante come titolo "La lotteria. Adattamento grafico autorizzato". Il volume, nella traduzione di Franco Salvatorelli, è stato editato da Adelphi (Fuori Collana), nel 2019. L'ho immediatamente ordinato dal mio libraio di fiducia: e appena l'ho avuto tra le mani mi sono reso che si trattava di una vera e propria chicca.
Di cosa si tratta? Ovviamente, si parte dal famoso e incisivo racconto di Shirley Jackson, quello che le diede la notorietà e la fece diventare una scrittrice cult, solo che qui quel racconto viene riproposto in forma di graphic novel da Miles Hyman, nipote della scrittrice e già autore di numerose opere di questo tipo.
Miles Hyman è riuscito così a dare un grande tributo alla nonna Shirley, traducendo con indimenticabili immagini quel racconto magistrale (riflettente esperienze e sensazioni delle scrittrice quando si era ritirata a vivere in una piccola cittadina assieme al marito) che causò un shock culturale nei suoi primi lettori, quando dovettero confrontarsi  con la sua imprevedibile (e perturbante) conclusione e che alla scrittrice conferì imperitura fama.
La graphic novel, preceduta da una bella introduzione dello stesso Hyman, é così una preziosa integrazione al racconto omonimo di Shirley Jackson.

"Il libro che state per leggere rappresentsa una fedele resa della storia e al tempo stesso una totale ristrutturazione visiva della sua delicata architettura, una meticolosa riformulazione in un linguaggio del tutto nuovo. (...) Ho atteso trent'anni per disegnare "La Lotteria" di mia nonna, ma ne è valsa la pena." (dalla prefazione di Miles Hyman, p. XV).


(Soglie del testo) Il racconto da cui è nata la leggenda di Shirley Jackson è stato molte cose. Il testo più letto nella lunga e gloriosa storia del «New Yorker», ad esempio, e la storia che ha inaugurato una stagione nuova del gotico americano. Ora, grazie alla matita di Miles Hyman, La lotteria si trasforma in qualcosa di ancora diverso: una straordinaria partitura visiva, dove il disegno e la precisione rivelano un volto inedito del terrore.
Il racconto di Shirley Jackson intitolato "La lotteria" ricorda da vicino, per la fama che lo circonda, la famigerata lettura radiofonica della Guerra dei Mondi di Orson Welles. Fama non immeritata, giacché la pubblicazione sul "New Yorker" nel 1949, scatenò un pandemonio. Molti lo presero alla lettera, reagendo all'istante e poi per lungo tempo con missive indignate o atterrite alla redazione. Certe cose non potevano, non dovevano succedere.

Shirley Jackson, La Lotteria, Adelphi

Eppure la storia si presenta in tutta innocenza quale pura e semplice descrizione della lotteria che si svolge nell'atmosfera pastorale, quasi idilliaca, di un villaggio del New England in un luminoso mattino di giugno, come ogni anno da tempo immemore. Ma giunto al termine di questo racconto, come degli altri che compongono l'intensa silloge qui proposta, il lettore scoprirà da sé, in un crescendo di "brividi sommessi e progressivi" - come diceva Dorothy Parker che cosa li rende dei classici del terrore. Secondo un altro illustre ammiratore della Jackson, oltre che maestro del genere, Stephen King, lo sono perché "finiscono con una svolta che porta dritto in un vicolo buio".
 

Gli autori.
Shirley Jackson è stata una scrittrice e giornalista statunitense, nota soprattutto per L'incubo di Hill House del 1959 e La lotteria. Ha esordito scrivendo per il prestigioso «The New Yorker» nel 1948. Nella sua carriera ha scritto anche opere per bambini, come Nine Magic Wishes, e persino un adattamento teatrale di Hansel e Gretel, The Bad Children. Muore per infarto nel 1965, forse a causa della terapia a base di psicoformaci che stava seguendo.
Miles Hyman (born September 27, 1962) is an author and illustrator best known for his graphic novel adaptation of Shirley Jackson's short story The Lottery, called Shirley Jackson's "The Lottery": The Authorized Graphic Adaptation.

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10 gennaio 2022 1 10 /01 /gennaio /2022 10:50
Stephen King, Billy Summers, Sperling&Kupfer

Cosa posso dire? Aspetto sempre con ansia l'uscita di ogni nuovo libro di Stephen King. E dunque mi sono quasi subito impegnato nella lettura del nuovo romanzo uscito sul finire del 2021, Billy Summers (Sperling&Kupfer, 2021).
Ed ora anche questo volume lo posso archiviare! Ed è anche il primo libro finito del 2022, anche se la sua lettura è iniziata nel corso del 2021.
Un buon segno: continuità e discontinuità, cambiamento e trasformazione.
Un libro a cavallo di due diversi anni, come Giano bifronte, Dio guardiano delle soglie e benevolo (o accigliato, a seconda dei casi) supervisore dei viaggi, dei transiti e dei passaggi… e delle trasformazioni.

Di questa trama posso dire che è notevole l’incipit, così come notevole nèe è a costruzione narrativa a scatole cinesi, con narrazioni che si innestano nella narrazione principale.
Ed è anche un libro sulla scrittura creativa e sulle narrazioni autobiografiche ed anche sul modo in cui si può arrivare a scrivere una storia che si elevi dal rango di semplice affabulazione autobiografica a romanzo.
In Billy Summers riecheggia Misery, ma si riaffaccia anche con una sua presenza inquietante ed ominosa l’Overlook Hotel.
Ed ancora, accanto a Billy summers, eroe dai mille volti, si affaccia e si definisce un personaggio femminile che costruisce il progetto di volersi dedicare alla scrittura che si configura come un vero e proprio alter ego al femminile di Billy Summers e di Stephen King.


(Dal risguardo di copertina) Billy Summers è un sicario, il migliore sulla piazza, ma ha una sua etica: accetta l'incarico solo se la vittima designata è una persona veramente spregevole. Dopo anni di servizio, ora vorrebbe uscire dal giro, ma gli è stato appena offerto un nuovo contratto, per un compenso vertiginoso. Se accetta, dovrà trasferirsi forse per mesi in una piccola città nel Sud degli Stati Uniti, in attesa del suo bersaglio. Come copertura, si fingerà un aspirante scrittore, impegnato a finire il suo primo romanzo. Billy è un lettore incallito: i suoi autori preferiti sono Thomas Hardy ed Émile Zola, anche se con i clienti finge di leggere soltanto fumetti - perché meno gli altri sanno di te, meno possono farti del male. Ha accarezzato l'idea di scrivere un libro in più di un'occasione, ma non ci mai provato sul serio. Chissà che questa non sia la volta buona. Billy è parecchio tentato di accettare quest'ultimo incarico prima di uscire di scena. Dopotutto, è tra i più abili cecchini al mondo, un veterano decorato della guerra in Iraq: non ha mai sbagliato un colpo, non si è mai fatto beccare - una specie di Houdini quando si tratta di svanire nel nulla a lavoro compiuto. Cosa potrebbe mai andare storto? Ovviamente, stavolta, praticamente tutto. Del resto, il migliore dei romanzi è quello di cui non puoi prevedere nessun giro di trama.
Tracciando la parabola umana di un personaggio destinato a diventare leggenda, Stephen King tesse magistralmente più romanzi in uno. Billy Summers è una storia che parla di giustizia e destino, amore e redenzione, e dell'incredibile potere catartico della scrittura. Un romanzo impossibile da posare. Un protagonista impossibile da dimenticare.Billy Summers è un sicario, il migliore sulla piazza, ma ha una sua etica: accetta l'incarico solo se il bersaglio è un uomo davvero spregevole. Ora ha deciso di uscire dal giro, ma prima deve portare a termine un'ultima missione. Veterano decorato della guerra in Iraq, Billy è tra i più abili cecchini al mondo: non ha mai sbagliato un colpo, non si è mai fatto beccare – una specie di Houdini quanto si tratta di svanire nel nulla a lavoro compiuto. Cosa potrebbe andare storto? Stavolta, praticamente tutto.
Tracciando la parabola umana di un personaggio destinato a diventare leggenda, Stephen King tesse magistralmente più romanzi in uno. Billy Summers è una storia che parla di giustizia e destino, amore e redenzione, e dell'incredibile potere catartico della scrittura. Un romanzo impossibile da posare. Un protagonista impossibile da dimenticare.

 

 

«Uno dei massimi scrittori di sempre. Sul suo impero narrativo non tramonta mai il sole»

Antonio D'Orrico, la Lettura

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7 gennaio 2022 5 07 /01 /gennaio /2022 17:08
H. P. Lovecraft, I taccuini di Randolph Carter, Einaudi, 2021

Howard P. Lovecraft è stato una delle mie passioni giovanili. La lettura dei suoi racconti è entrata trionfalmente nel mio scenario mentale subito dopo l’esplorazione dei territori di Edgar Allan Poe.
I suoi racconti mi hanno colpito a dismisura e alcuni dei suoi incubi sono divenuti materiale dei miei stessi incubi notturni, quando mi svegliavo di botto, sudato e con il cuore impazzito.
Lovecraft è uno scrittore che parla di orrori viscerali: egli, con le sue costruzioni da corpo ai suoi deliri ipocondriaci, mettendoli fuori da sé. Spesso egli si ispirava ai suoi stessi sogni, tanto che alcuni lo hanno definito un “onironauta”.
Ma l'aver maneggiato questi materiali nel suo laboratorio di scrittura creativa e averli esternalizzati, non fu per lui un modo sufficiente per liberarsene del tutto: non bisogna dimenticare che il Solitario di Providence - come egli venne definito -, alla fine, cedette ai suoi stessi deliri ipocondriaci che presero a brulicare dentro di lui fino a causarne la morte per tumore intestinale.
Il mio furore per i libri mi ha portato ad impossessarmi, nel corso degli anni, di svariate edizioni delle sue opere, saggi, epistolari e biografie. Di quando in quando mi piace rivisitare qualcuno dei suoi racconti e ogni volta provo gli stessi brividi alla schiena e l’attrazione-repulsione quasi febbrile determinata dalle sue parole e dalle sue architetture narrative, allucinate e deliranti.

Di recente Einaudi ha pubblicato nella collana Letture Einaudi (2021), I taccuini di Randolph Carter, un’edizione critica preceduta dall’esaustiva prefazione del curatore Marco Peano. In questo volume sono stati raccolti i racconti che vedono come narratore-protagonista Randolph Carter, anch’egli scrittore interessato al paranormale e all’occulto e, sostanzialmente, alter ego di Lovecraft.
Questi racconti sono in sé dei gioielli del Gotico e prototipo dell’horror kinghiano.
Le parole di Randolph Carter introducono gradatamente il lettore in una marcia di avvicinamento stringente all’orrore più puro che in quanto tale rimane indicibile ed indescrivibile e può essere visualizzato (e immaginato) solo attraverso i suoi effetti negli incauti esploratori dell’occulto (e di onironauti) che vi si imbattono per curiosità estrema e perniciosa, per desiderio di conoscere o per totale stoltezza.
La scrittura di Lovecraft è sempre eccellente e si presta benissimo alla declamazione ad alta voce.

Mi sento di consigliare questo piccolo volume a quanti desiderassero cominciare ad esplorare l’universo narrativo del Solitario di Providence.

 

(Dal risguardo di copertina) «La prima volta che Randolph Carter fa la sua comparsa è in un breve racconto datato 1919. Come spessissimo accade in Lovecraft, la scintilla creativa che ha dato origine alla scrittura va rintracciata in un sogno; la sua inarrestabile vita onirica lo spinse col tempo a darsi un compito: afferrare l'impalpabilità delle visioni prodotte dal suo subconscio per poter riversare ogni cosa sulla pagina. Svegliandosi nel pieno di un incubo - con le immagini ancora vivide impresse nella memoria, cercando di prolungare a dismisura lo stato di dormiveglia - si metteva a scrivere tutto quanto riuscisse a ricordare prima che svanisse ogni traccia. E fu cosí che in una notte di dicembre Lovecraft sognò, e poi trascrisse sul suo taccuino nella maniera piú accurata possibile, la storia di un uomo (se stesso, a cui avrebbe dato il nome di Randolph Carter) che insieme a un amico si avventura in un cimitero spingendosi «nelle spire del puro orrore». Il suo alter ego piú importante era appena nato». - dalla prefazione di Marco Peano

Noto soprattutto per i «Miti di Cthulhu», Lovecraft ha parallelamente edificato un universo di altipiani desolati, lande sterminate, abissi senza fine, giardini lussureggianti e antiche rovine. Un paesaggio inafferrabile eppure concretissimo che testimonia un passato fatto di palazzi dalle guglie dorate e di mari tempestosi a cui si può accedere soltanto sognando. Sono luoghi dove la nostalgia e il fantastico compongono un impasto unico e prezioso. È proprio in questo contesto che si muove e agisce Randolph Carter, riconoscibilissimo alter ego dell’autore e protagonista di un ciclo di storie composte tra il 1919 e il 1932: questo volume vuole illuminare una zona meno esplorata della narrativa di Lovecraft, quella onirica, dove l’orrore è soltanto suggerito, bisbigliato, intravisto. Un tassello fondamentale nel percorso di un autore che non cessa di parlare al nostro presente.

Stelle si dilatarono fino a farsi albe e albe esplosero in fontane d'oro, carminio e viola - e ancora il sognatore cadeva

Howard Philip Lovecraft

L'autore. H. P. Lovecraft (Providence, Rhode Island, 1890-1937) è uno scrittore statunitense. Influenzato da Poe e dalla tradizione «gotica», pubblicò su riviste specializzate le sue storie di orrore e di fantascienza, raccolte in volume soltanto dopo la morte, quando fu finalmente annoverato tra i geniali creatori del «fantastico» contemporaneo. Il richiamo di Chthulhu (The call of Chthulhu, 1929) è il più famoso di una serie di racconti in cui compaiono i Grandi Anziani, divinità preistoriche in grado di superare le barriere spazio-temporali, mentre La casa delle streghe (The dreams in the witch house, 1932) narra la storia di uno studente di fisica quantica che dalla propria stanza s’inoltra negli abissi di un’America visionaria. Tra le altre opere più note sono L’orrore di Dunwich (The Dunwich horror, 1927) e Le montagne della follia (At the mountains of madness, 1936) che si apre su paurosi paesaggi onirici, rivelando il debito di L. verso il Gordon Pym di Poe. L. è anche l’autore di un importante saggio sul «fantastico», L’orrore soprannaturale in letteratura (Supernatural horror in literature, 1927).

 

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16 dicembre 2021 4 16 /12 /dicembre /2021 10:47

Questo mi ritrovai a scrivere, una decina di anni fa (il 16 dicembre 2010) in occasione di una nuave edizione (con nuova traduzione) di un classico autobiografico di Jack London

Jack London, John Barleycorn, Mattioli 1885, 2010

Per chi ama la grande scrittura di Jack London, è uscita il 9 dicembre 2010 una nuova edizione di John Barleycorn. Memorie alcoliche,  curata da Davide Sapienza uno dei massimi conoscitori dell'opera del grande scrittore nordamericano, per l'editore Mattioli 1885, che sta ripubblicando vere e proprie chicche di London In questo testo,  per la prima volta dato alle stampe nel 1913, vi è l’autobiografia di un bevitore (rispecchiante senza pudori le personali esperienze dell'autore), dal rifiuto dell’alcol all’impossibilità di vivere senza, sino alla difficile vittoria finale.

"Il John Barleycorn di queste pagine è un vero e proprio personaggio che si incunea nella personalità, che spezza in due l'essere umano, che lo aiuta ad auto ingannarsi: una figura che appartiene alla vita di milioni di persone e non per forza sotto forma di dipendenza dall'alcol (la lobotomia della televisione odierna, è probabilmente il nostro John Barleycorn più insidioso che addormenta le coscienze e distrugge i sentimenti profondi). London scrisse John Barleycorn consapevole di dare scandalo, perché mai prima di allora uno scrittore così famoso aveva fatto un simile coming out nel nome del popolo, che nel libro egli definisce come la sua ultima illusione" (dalla prefazione di Davide Sapienza)

Alla sua uscita, l'opera di Jack London ebbe una vasta risonanza; sia perchè per la prima volta un bevitore veniva allo scoperto raccontando la sua esperienza sino al punto dell'"aver toccato il fondo" (esperienza negata alla fine del testo dallo stesso autore: "Ma la mia non è la storia di un ubriacone redento. Non sono mai stato un ubriacone e non mi sono mai redento", p.248, edizione 1980), sia perchè il suo contenuto s'innestava sulle campagne moralizzatrici tendenti a ridimensionare, nella società anglosassone e nordamericana del tempo, l'abuso alcolico, in cui faceva comodo indubbiamente rappresentare lo stesso Jack London come un ubriacone perso. Vedi ad esempio l'azione pressante in questo senso dell'Esercito della Salvezza negli Stati Uniti od anche il movimento dei tee-totallers in Gran Bretagna.

Infatti,  "...ministri di culto lo considerarono [e lo citarono come - nda] una lezione morale contro l'alcoolismo, movimenti a favore della sobrietà, organizzazioni proibizionistiche, leghe antisaloon, ne fecero proprio l'assunto, ne stamparono stralci in opuscoli che diffusero a centinaia di migliaia di copie... Dal libro fu tratto un film; i distillatori impegnarono grosse somme di denaro per farlo sopprimere (...) Benchè vi avesse dipinto la sua vittoria sull'alcool, il pubblico che così spesso stravolge il senso di ciò che legge, bollò Jack London come un ubriacone..." (da un commento di Irving Stone, citato in quarta di copertina dell'edizione italiana del 1980, per i tipi di Serra e Riva Editore, con la traduzione di Stefania Bertola).

Mitografia di John Barleycorn

Il titolo del romanzo autobiografico di Jack London è, peraltro, cogente ed evocativo, sia perchè si innesta nella cultura pop-rock, sia perchè affonda le sue radici nel mito e nelle credenze arcaiche del mondo contadino.

John Barleycorn (letteralmente: John Grano d'Orzo) è un album della progressive rock band inglese Traffic, pubblicato nel 1970. Il brano dell'album che dà il titolo alla raccolta è l'arrangiamento di una ballata tradizionale inglese e, per chi si ricorda, venne anche incluso nella colonna sonora del film Nirvana di Gabriele Salvatores.

"John Barleycorn" è una ballata tradizionale diffusa in Inghilterra e in Scozia, incentrata su questo personaggio popolare, che è poi lo spirito e la personificazione della birra e del whisky.
Del testo della canzone esistono diverse versioni, raccolte in varie epoche, a partire dal 1600, tra cui una versione più ampia curata dal poeta nazionale scozzese Robert Burns. Di seguito, si può leggere la traduzione del brano nella versione più comune, quella usata dai Traffic. Molti altri cantanti e gruppi inglesi hanno comunque interpretato questo pezzo tradizionale: gli Steeleye Span, Martin Carthy, John Renbourn e altri.
Nella canzone tradizionale inglese confluiscono miti, credenze e usanze scaramantiche che arrivano direttamente dagli albori della civiltà, dall'inizio della civiltà contadina, usanze che sono state seguite in Inghilterra in queste forme fino ai primi decenni del '900.

 

C'erano tre uomini che venivano da occidente, per tentare la fortun
e questi tre uomini fecero un solenne voJohn Barleycorn deve morire
loro avevano arato, avevano seminato, loro avevano dissodato
e avevano gettato zolle di terra sulla sua testa
e questi tre uomini fecero un solenne voto
John Barleycorn era morto
lo lasciarono giacere per un tempo molto lungo, fino a che scese la pioggia dal cielo
e il piccolo sir John tirò fuori la sua testa e lasciò tutti di stucco
loro l'avevano lasciato steso fino al giorno di mezza estate e fino ad allora lui era sembrato pallido e smorto
e al piccolo Sir John crebbe una lunga lunga barba e così divenne un uomo
loro avevano assoldato uomini con falci veramente affilate per tagliargli via le gambe
l'avevano avvolto e legato tutto attorno, trattandolo nel modo più brutale
avevano assoldato uomini con i loro forconi affilati che avevano conficcato nel (suo) cuore
e il carrettiere lo trattò peggio di così
perché lo legò al carro
e andarono con il carro tutto intorno al campo finché arrivarono al granaio
e fecero un solenne giuramento sul povero John Barleycorn
assoldarono uomini con bastoni uncinati per strappargli via la pelle dalle ossa
e il mugnaio lo trattò peggio di così
perché lo pressò tra due pietre
e il piccolo Sir John con la sua botte di noce e la sua acquavite nel bicchiere
e il piccolo sir John con la sua botte di noce dimostrò che era l'uomo più forte dopo tutto
il cacciatore non può suonare il suo corno così forte per cacciare la volpe
e lo stagnaio non può riparare un bricco o una pentola senza un piccolo (sorso) di grano d'orzo.

Il significato metaforico del testo è abbastanza chiaro: è una allegoria della produzione del whisky, "nettare" in cima ai desideri alcolici degli inglesi, dalla semina fino al raccolto; ma perché il piccolo John Barleycorn deve essere ucciso, e perché in questo modo brutale? E dopo essere diventato un uomo?

Sembrerebbe che, nella ballata, convergano delle rappresentazioni ben più antiche sulla morte e la rinascita, collegate agli antichi riti pagani della fertilità.

La copertina dell'album dei Traffic

John Barleycorn così è la personificazione dello "spirito del grano", che si ritrova in tutte le società agricole fin dalla preistoria, a volte in forma maschile a volte in forma femminile (la madre del grano).

Lo spirito del grano è la spiegazione mitica del mistero contenuto nel continuo rinnovarsi della vita: dai semi del grano vecchio (che muore) nascerà l'anno successivo il nuovo raccolto.

La nascita del grano nuovo, e quindi del cibo, fonte principale e quasi unica di sostentamento e vita nella civiltà contadina, non era certo un fatto secondario: giustificava attenzioni particolari, fino a sacrifici propiziatori rituali, in alcuni casi anche umani, o, più tardi, a rappresentazioni allegoriche degli antichi sacrifici.

Perché lo spirito del grano doveva morire? Era una metafora del ciclo della mietitura, il grano crescente doveva essere mietuto, quando finiva era finito il raccolto; il mietitore che mieteva l'ultimo covone simbolicamente uccideva il raccolto di quell'anno, e quindi, così facendo, uccideva lo spirito del grano, prendendo in qualche modo su di sé la sventura della fine della vita e della morte.

Ma lo spirito sarebbe rinato l'anno dopo, bastava sincerarsi che morisse in modo certo per garantirne la rinascita: per questo motivo doveva essere inscenata una uccisione simbolica e inappellabile (nella canzone è il "voto solenne"), con le forme e la brutalità del sacrificio.

Le modalità simboliche dell'uccisione descritte nella canzone sono proprio quelle in uso nelle campagne inglesi del Devonshire e della Scozia fino ai primi decenni del '900.

 

Jack London: John Barleycorn. Memorie alcoliche (ed. Mattioli 1885)

 

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4 novembre 2021 4 04 /11 /novembre /2021 10:27
Koontz, Il Silenzio Uccide, Sperling&Kupfer, 2017

Dean R. Koontz, da sempre, si può considerare il grande antagonista di Stephen King.
Carriera simile, poichè entrambi hanno cominciato come insegnanti di scuola prima di darsi alla scrittura a tempo pieno: e ciascuno ha al suo attivo un numero incredibile di libri. Forse quanto a numero Koontz batte King, dal momento che i suoi libri sono oltre 120. Koontz ha scritto prevalentemente romanzi e si è poco occupato della narrativa breve. E, inoltre, molti dei primi romanzi sono piuttosto brevi adatti ad una pubblicazione in collane pulp.
D'altra parte sia Koontz, sia King hanno un seguito di infiniti lettori: Koontz, in particolare, ha al suo attivo più di 500 milioni di copie vendute. Come King - a differenza di alcuni scrittori di bestseller di successo - Koontz è un artigiano della scrittura. Non si avvale - a mio avviso - dell'opera di scrittori-ombra e nemmeno di un team composto da professionisti con funzioni diversificate per tracciare l'approccio ad un nuovo romanzo e costruirne l'ossatura.
Con "Il silenzio uccide" (titolo originale: The silent angle, nella traduzione di Tessa Bernardi), pubblicato da Fanucci Editore (TimeCrime), si vede l'esordio di una tetralogia che ha come protagonista l'agente FBI, Jane Hawk.
Il titolo della traduzione italiana è lievemente fuorviante rispetto a quello inglese che è - come ho scritto - "The Silent Angle", per spiegare il quale l'Autore ha inserito in epigrafe il seguente lemma:
"L'angolo del silenzio: Chi sparisce dalla circolazione e non può essere rintracciato da alcuna tecnologia, ma è comunque in grado di muoversi liberamente e di usare internet, si trova nel cosiddetto angolo del silenzio".
La nostra eroina, dopo la morte del marito per suicidio, non essendo affatto convinta che si sia trattato di questo, comincia ad indagare sotto traccia su analoghi casi di morte apparentemente autoinfilitta, avvicinandosi a poco a poco ad un'inquietante verità.
Il romanzo è scritto con uno stile più asciutto rispetto alla prosa molto rifinita utilizzata da Koontz nei suoi ultimi romanzi, con un'oscillazione tra noir e detective story, percorsa da venature fortemente complottiste.
Infatti, Jane Hawk scopre ben presto che la sua curiosità, il suo mettere il naso dove non dovrebbe,  sta suscitando delle reazioni e che, di consegenza, lei e i suoi cari sono tenuti sotto mira e sono, forse, a rischio di vita. Jane Hawk deve pertanto mettersi nell'"angolo del silenzio" per poter continuare indisturbata ed illesa la sua ricerca, trovando nel percorso inaspettate ed improbabili alleanze.
Senza dire nulla oltre questo della trama per evitare di fare spoiling, dirò soltanto che qui, oltre all'aspetto poliziesco e agli inevitabili risvolti di momenti di azione (uccisoni e sparatorie), convergono tematiche differenti che sono quelle dei gruppi occulti che tendono a realizzare un controllo totale della popolazione, altrimenti ignara, e quella dell'utilizzo aberrante di nanotecnologie per scopi deprecabili, e infine quella dello scienzato pazzo che, perseguendo la sua voglia di manipolazione, si trasforma in demiurgo onnipotente, stravolgendo l'etica della ricerca scientifica. 

Richard Condon, Il candidato della Manciuria

Il romanzo, sviluppando questo filone, rende peraltro omaggio allo splendido romanzo di qualche decennio fa, Il candidato della Manciuria di Richard Condon (The Manchurian Candidate) che in una parte del testo viene espressamente citato.
Una lettura che, a me, è risultata appassionante.

(dal risguardo di copertina) Dopo aver perso suo marito, Jane Hawk è una donna a pezzi. Giovane marine pluridecorato, Nick è morto suicida, lasciando ai suoi cari un biglietto agghiacciante al quale la moglie non riesce a rassegnarsi. Convinta che Nick non avrebbe mai potuto compiere un gesto simile e abbandonare da un giorno all'altro lei e il piccolo Travis, Jane è decisa a scoprire la verità, costi quel che costi. Lasciato il lavoro, si immerge anima e corpo in un'indagine serrata per capire cosa si nasconda dietro l'allarmante aumento del tasso dei suicidi in America. Suo malgrado, però, si ritrova a scoperchiare un terrificante vaso di Pandora e a trasformarsi nella fuggitiva numero uno di potenti e spietati nemici senza volto né nome, custodi di un delicato segreto e pronti a far fuori chiunque intralci il loro cammino. La cospirazione implacabile e senza scrupoli che ordiscono per costringerla al silenzio non sembra tuttavia sufficiente a fermare una donna intelligente e coraggiosa come Jane, guidata da una rabbia nata dall'amore che i suoi nemici non sono in grado di provare né comprendere...
Determinazione, adrenalina e suspense per una storia che con passo silenzioso conduce ad un'amara conclusione.

L'autore. Dean R. Koontz, nato nel 1945 in Pennsylvania, é autore di thriller di successo e autore bestseller di fama internazionale. Per tanti anni è stato insegnante di Inglese in una scuola superiore, prima di dedicarsi alla scrittura, pubblicando nel 1968 il suo primo romanzo: Jumbo-10. Il Rinnegato. Con più di 120 titoli all’attivo e oltre 500 milioni di copie vendute, Dean Koontz è considerato uno dei maestri del genere thriller. Il silenzio uccide, con cui fa il suo ingresso nel catalogo Timecrime, è stato opzionato per una serie tv prodotta da Paramount Television e Anonymous Content. Seguono La notte uccide (Jane Hawk#2), e L’inganno uccide (Jane Hawk#3), tutti pubblicati nel catalogo Timecrime. Nel 2020 esce Abisso. Coronavirus: il romanzo della profezia (Timecrime).

 

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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