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18 febbraio 2016 4 18 /02 /febbraio /2016 08:43
Nel nuovo romanzo di Gaia De Pascale, la vita e le opere di Antonia Pozzi, ragazza imperdonabile, poetessa e fotografa
Nel nuovo romanzo di Gaia De Pascale, la vita e le opere di Antonia Pozzi, ragazza imperdonabile, poetessa e fotografa
Nel nuovo romanzo di Gaia De Pascale, la vita e le opere di Antonia Pozzi, ragazza imperdonabile, poetessa e fotografa

Dopo diversi libri sulla filosofia del viaggiare lento, sulla "filosofia della corsa" (Correre é una filosofia. Perchè si corre") e dopo la precedente biografia-intervista a Marco Olmo (Il corridore. Una vita riscattata dallo sport), grande interprete della corsa in natura sulle lunghissime distanze, Gaia De Pascale con Come le vene vivono del sangue. Vita imperdonabile di Antonia Pozzi (Ponte alle Grazie, 2016), ci regala una interessante biografia "in soggettiva" (dunque, in forma di romanzo) su di un personaggio controverso dell'Universo letterario italiano della prima meta del Novecento e scomparsa dopo una breve, intensa, vita sempre controcorrente e all'insegna dell'esplorazione anti-conformista.
Tuttavia qualcosa, in me, non ha mai smesso di dare l'impressione di essere in procinto di cedere, come se una crepa fosse sempre sul punto di aprirsi per i movimenti tellurici della mia anima. Ma era la troppa vita, quella che forzava le pareti, fino a venare la crosta esterna nella quale tutti, intorno a me, hanno sempre cercato di stringermi.
Molto è già stato detto su Antonia Pozzi, ragazza "imperdonabile" che, nonostante la sua breve vita, ha lasciato più di trecento poesie, numerose lettere, pagine di diari e circa tremila fotografie, e la cui figura è oggetto di una straordinaria riscoperta di pubblico e di critica.
Molto è già stato detto su di lei, accurati studi critici e biografici ne hanno già messo in evidenza poetica e vita. Eppure, c'e sempre, quando si parla di lei, l'impressione di qualcosa di incompiuto. Come se la "troppa vita" che le scorreva nel sangue non si sia mai voluta lasciare decifrare fino in fondo. Come se ci fosse sempre troppo da dire e nello stesso tempo un'urgenza di silenzio avesse costantemente percorso lei e le persone che le stavano accanto.
Per raccontare questa figura complessa, profonda e a tratti enigmatica, che ha attraversato gli anni Trenta con intelligenza e passione, sofferenza e determinazione, Gaia De Pascale ha scelto la via del romanzo.
Il libro dà la parola alla stessa Antonia, scavando nell'animo della protagonista e restituendo le persone, i luoghi e le atmosfere di un tempo cruciale sotto ogni punto di vista per la storia del nostro Paese. In bilico tra realtà e finzione, "Come le vene vivono del sangue" usa il verosimile come unico mezzo possibile per accedere al fondo segreto dell'esistenza di Antonia Pozzi, e rende omaggio a una figura femminile che ha saputo attraversare con la stessa profondità tanto la vita quanto la morte.
Eppure c’è sempre, quando si parla di Antonia Pozzi, l’impressione di qualcosa di incompiuto. Come se la “troppa vita” che le scorreva nel sangue non si sia mai lasciata decifrare fino in fondo.
Dice Gaia De Pascale: "Antonia Pozzi ha lasciato molte tracce del suo passaggio: poesie, lettere, diari, fotografie. Il fatto che alcuni di questi materiali siano andati perduti, talvolta per precisa volontà della famiglia, è lo specchio concreto e tangibile di un dato di fatto: non si può conoscere la verità della vita, tanto meno quella degli altri. Si può solo procedere a tentoni, amalgamare il vero e il verosimile, entrare negli spazi vuoti lasciati dalle parole sperando, in uno scatto di empatia, di riuscire a cogliere un barlume della realtà. Per questo ritengo necessario raccontare la vita di Antonia come se fosse un romanzo. Perché a volte la finzione è l’unica via per andare oltre le apparenze, i fraintendimenti, e ricomporre il puzzle di personalità poliedriche in cui fatti, intenzioni e volontà sono stati scossi da continui scarti.
Tessendo la trama delle parole di Antonia Pozzi, ricostruendo la cronologia degli eventi salienti della sua vita, riempiendo i vuoti con cose che non sono state, ma avrebbero potuto essere, mi propongo di restituire il ritratto di una donna e del suo tempo – per come io l’ho vissuto, quasi un secolo dopo. E per come io l’ho sentito, romanzesco e sfuggente, più vero del vero".

Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – Milano, 3 dicembre 1938) è stata una poetessa italiana. Figlia di Roberto, importante avvocato milanese, e della contessa Lina Cavagna Sangiuliani, nipote di Tommaso Grossi,[1] Antonia scrive le prime poesie ancora adolescente. Studia nel liceo classico Manzoni di Milano, dove vive con il suo professore di latino e greco, Antonio Maria Cervi, una relazione che, a causa dei pesanti ostacoli frapposti dalla famiglia Pozzi, verrà interrotta da Cervi nel 1933. Forse a causa di questa grave ingerenza nella sua sfera affettiva, parlando di sé quell'anno scrive: «e tu sei entrata / nella strada del morire».
Nel 1930 si iscrive alla facoltà di filologia dell'Università statale di Milano, frequentando coetanei quali Vittorio Sereni, suo amico fraterno, Enzo Paci, Luciano Anceschi, Remo Cantoni, e segue le lezioni del germanista Vincenzo Errante e del docente di estetica Antonio Banfi, forse il più aperto e moderno docente universitario italiano del tempo, col quale si laurea nel 1935 discutendo una tesi su Gustave Flaubert.
Tiene un diario e scrive lettere che manifestano i suoi tanti interessi culturali, coltiva la fotografia, ama le lunghe escursioni in bicicletta, progetta un romanzo storico sulla Lombardia, studia il tedesco, il francese e l'inglese, viaggia, pur brevemente, oltre che in Italia, in Francia, Austria, Germania e Inghilterra, ma il suo luogo prediletto è la settecentesca villa di famiglia, a Pasturo, ai piedi delle Grigne, nella provincia di Lecco, dove si trova la sua biblioteca e dove studia, scrive e cerca sollievo nel contatto con la natura solitaria e severa della montagna. Di questi luoghi si trovano descrizioni, sfondi ed echi espliciti nelle sue poesie; mai invece descrizioni degli eleganti ambienti milanesi, che pure conosceva bene.
La grande italianista Maria Corti, che la conobbe all'università, disse che «il suo spirito faceva pensare a quelle piante di montagna che possono espandersi solo ai margini dei crepacci, sull'orlo degli abissi. Era un'ipersensibile, dalla dolce angoscia creativa, ma insieme una donna dal carattere forte e con una bella intelligenza filosofica; fu forse preda innocente di una paranoica censura paterna su vita e poesie. Senza dubbio fu in crisi con il chiuso ambiente religioso familiare. La terra lombarda amatissima, la natura di piante e fiumi la consolava certo più dei suoi simili».
Avvertiva certamente il cupo clima politico italiano ed europeo: le leggi razziali del 1938 colpirono alcuni dei suoi amici più cari: «Forse l'età delle parole è finita per sempre», scrisse quell'anno a Sereni.
A soli ventisei anni si tolse la vita. Nel suo biglietto di addio ai genitori scrisse di «disperazione mortale». Si uccise mediante barbiturici in una sera di dicembre del 1938, nel prato antistante l'Abbazia di Chiaravalle. La famiglia negò la circostanza «scandalosa» del suicidio, attribuendo la morte a polmonite; il suo testamento fu distrutto dal padre, che manipolò anche le sue poesie, scritte su quaderni e allora ancora tutte inedite.
È sepolta nel piccolo cimitero di Pasturo: il monumento funebre, un Cristo in bronzo, è opera dello scultore Giannino Castiglioni.
C'è un sito web dedicato alla poetessa e alle sue opere (www.antoniapozzi.it).

Nel nuovo romanzo di Gaia De Pascale, la vita e le opere di Antonia Pozzi, ragazza imperdonabile, poetessa e fotografa
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Nel nuovo romanzo di Gaia De Pascale, la vita e le opere di Antonia Pozzi, ragazza imperdonabile, poetessa e fotografa

Un romanzo dalla scrittura diramata e tutta scheggiata da punte di luce, con la grazia di una Katherine Mansfield o di una Alice Munro

Giuseppe Conte

Nel nuovo romanzo di Gaia De Pascale, la vita e le opere di Antonia Pozzi, ragazza imperdonabile, poetessa e fotografa
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22 dicembre 2015 2 22 /12 /dicembre /2015 22:15

“Mi fa sedere su una poltrona dall’alto schienale, mi si avvicina, mi guarda fisso negli occhi e mi afferma con tono imperativo: “Lei non ha dolore”.
E io, con tono altrettanto deciso: “Ma io ho dolore! Ho dolore!”
Il Professore: “È un paradosso!”
E io: “Ma ho dolore!”

Incidenti di percorso. L'antropologia di una malattia nel saggio-racconto di Clara Gallini

Uscirà a febbraio 2016, per i tipi di Nottetempo, il volume di Clara Gallini, Incidenti di percorso. Antropologia di una malattia: qui è lei stessa l'oggetto di studio, mentre è impegnata in una serie di vicissitudini connesse con una malattia che le è stata diagnosticata.

Clara Gallini da antropologa ha scritto di molte cose: i pellegrini a Lourdes, le “sonnambule meravigliose” a Napoli, e gli scienziati magnetizzatori, le apocalissi e tutte le croci, fino a quella di Swarowski sul palco dei concerti di Madonna.
In questo libro, l’oggetto dei suoi studi di antropologia è se stessa, a partire dalla malattia che l’ha afflitta e che l’ha obbligata a una serie di operazioni al cervello.
Clara Gallini riflette così, precisa, esatta, spietata ma nel contempo forte e affettuosa, sulla vecchiaia, sulla malattia, sul dolore e sulla “seduzione della dipendenza” dalle persone, parenti e badanti, che la curano.
E' anche - questo libro - la testimonianza di una studiosa, che senza lasciarsi vincere da malinconie, paure e dalla perdita della memoria, si racconta dimostrando come l’intelligenza e lo studio regalino una forma di vera allegria da utilizzare nei momenti meno felici.

Clara Gallini, nata a Crema nel 1931, allieva ed erede culturale di Ernesto de Martino, già docente di Storia delle religioni a Cagliari, di Antropologia culturale all’Orientale di Napoli e poi a Roma, è professore emerito dell'Università di Roma “La Sapienza” e presidente dell’Associazione Internazionale Ernesto de Martino. Nel 2006, ha ricevuto il Premio Lamarmora. Ha iniziato come studiosa di storia delle religioni greca e romana e le sue ulteriori ricerche hanno avuto per oggetto la cultura e la religiosità popolare in Sardegna e nell’Europa contemporanea, esaminandone le dialettiche tra tradizione e modernità. Ha inoltre variamente analizzato le forme di produzione e di trasmissione di un discorso etnocentrico nell’immaginario sociale. Tra le sue pubblicazioni si ricorda: Cyberspiders. Un’etnologa nella rete, Croce e delizia. Usi abusi e disusi di un simbolo, La terra del rimorso, La sonnambula meravigliosa, Il miracolo e la sua prova. Un etnologo a Lourdes.

 

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12 dicembre 2015 6 12 /12 /dicembre /2015 07:27
Un cane insegna la fedeltà a un bambino. La nuova favola morale di Luis Sepùlveda

E’ uscito il nuovo romanzo di Luis Sepùlveda, appartenente al filone delle sue favole “morali”, inaugurate da “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” (2010) e proseguito poi con “Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico” (2012) e con “Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza” (2013) .
Il titolo di questa nuova prova che contiene elementi biografici dell’infanzia cilena dell’autore è “Storia di un cane che insegnò ad un bambino la fedeltà (Guanda, 2015).

 

(Dal risguardo di copertina) È dura per un cane lupo vivere alla catena, nel rimpianto della felice libertà conosciuta da cucciolo e nella nostalgia per tutto quel che ha perduto. Uomini spregevoli lo hanno separato dal suo compagno Aukamañ, il bambino indio che è stato per lui come un fratello. Per un cane cresciuto insieme ai mapuche, la Gente della Terra, è odioso il comportamento di chi non rispetta la natura e tutte le sue creature. Ora la sua missione – quella che gli hanno assegnato gli uomini del branco – è dare la caccia a un misterioso fuggitivo, che si nasconde al di là del fiume. Dove lo porterà la caccia? Il destino è scritto nel nome, e questo cane ha un nome importante, che significa fedeltà: alla vita che non si può mai tradire e anche ai legami d’affetto che il tempo non può spezzare.

(La recensione di IBS) La nuova favola di Luis Sepúlveda ci accompagna nel Sud del Cile per raccontarci la storia di un’amicizia, quella tra un bambino e il suo cane. Quella piccola fibra di lana sa di legna secca, di farina, di latte e miele, di tutto quel che ho perduto. Allora, seduto sulle zampe posteriori, ululo con tutte le mie forze, ululo perché Aukamañ sappia che sono vicino e che sto andando da lui. Ululo perché la voce del dolore non si dimentica mai. Il dolore silenzioso che urla attraverso gli occhi degli animali è a volte più espressivo di qualunque gemito umano. E nessun autore meglio di Luis Sepúlveda, lo scrittore dell’impegno politico e civile, riesce a trasporlo così candidamente in una favola dolce e amara, che raccoglie a sé un pubblico eterogeneo, dai più piccini ai più grandi. La natura è da sempre la protagonista dello scrittore cileno: ogni suo personaggio è legato profondamente alla terra umida, alle montagne e ai cieli della sua terra natale. Storie di vite selvagge e primordiali, di popoli umili organizzati in società attraverso la scansione dei cicli del sole e della luna, dei rituali di sacralità del cibo, del rispetto per gli anziani e per la loro autorevole saggezza. Aufman significa “leale e fedele” nella lingua della Gente della Terra; è un cucciolo di cane che è stato accolto da una tribù di indios mapuche e cresciuto dal piccolo Aukamañ, il bambino indio che è per lui come un fratello. Un giorno, un popolo spregevole e violento, attacca la tribù degli indios spargendo sangue e distruzione e portando via con sé il cane lupo. Aufman è destinato a vivere al seguito di questi uomini crudeli e violenti, irrispettosi della terra nella quale vivono e dei popoli con cui condividono il territorio. Viene privato della sua libertà, del cibo e dell’affetto ed è costretto a dare la caccia a un uomo, un indio nemico, un misterioso fuggitivo. Ma per Aufman questa caccia all’uomo si rivelerà diversa dalle altre perché è ancora ignaro di essere sulle tracce del suo destino, un destino grande e importante quanto il suo nome. Con una poetica delicata e il piacevole scorrere della narrazione fiabesca, Luis Sepúlveda prosegue, dopo la storia di una gabbianella, la storia di un gatto e del topo e la storia di una lumaca, con un nuovo racconto con protagonista un animale e il suo grande insegnamento. Una storia densa di riferimenti popolari e ricca di rimandi alla tradizione favolistica del sud del Cile. La storia di un’amicizia incondizionata e del gesto d’amore più grande che lega l’uomo alle creature della natura: la fedeltà.

La prima pagina del libro

Kitie — Uno
​Il branco di uomini ha paura. Lo so perché sono un cane e fiuto l'odore acido della paura. La paura ha sempre lo stesso odore e non importa se la prova un uomo spaventato dal buio della notte o se la prova waren, il topo che mangia finché il suo peso diventa una zavorra, quandowigna, il gatto delle montagne, si muove guardingo fra gli arbusti. Il fetore della paura negli uomini è così forte da guastare gli aromi della terra umida, degli alberi e delle piante, delle bacche, dei funghi e del muschio che il vento mi porta dal folto del bosco. L'aria mi porta anche, molto leggero, l'odore del fuggiasco, ma quello sa d'altro, sa di legna secca, di farina e di mele, sa di tutto quel che ho perduto. «L'indio si nasconde di là dal fiume. Non dovremmo slegare il cane?» domanda uno degli uomini. « No, è molto buio. Lo sleghiamo alle prime luci dell'alba » risponde l'uomo che comanda il branco. Il branco di uomini è diviso in due: quelli seduti intorno al fuoco, che hanno acceso maledicendo la legna umida, e quelli che con le loro armi per uccidere in mano guardano verso il buio del bosco, senza vedere altro che ombre. Anche io mi accuccio sulle zampe, tenendomi a distanza. Mi piacerebbe stare al caldo, ma evito il fuoco che hanno acceso perché il fumo mi annebbierebbe gli occhi e mi impedirebbe di fiutare i mutevoli odori. Il fuoco è stato acceso male e si spegnerà presto. Gli uomini di questo branco non sanno che lemu, il bosco, dà buona legna secca, basta chiederla dicendo mamull, mamull, e allora il bosco capisce che l'uomo ha freddo e lo autorizza ad accendere un fuoco. Mi arriva alle orecchie il gracidio di llungki, la rana, nascosta frai sassi sull'altra riva dileufu, il fiume che scende dalle montagne. A tratti konkon, il gufo, imita il vento dalla cima degli alberi epinuyke, il pipistrello, sbatte le ali volando mentre divora gli insetti notturni. Il branco di uomini teme i rumori del bosco. Si muovono inquieti e io sento il fetore penetrante della paura che non li lascia riposare. Cerco di allontanarmi un po' da loro, ma la catena che ho al collo, assicurata a un tronco, me lo impedisce. « Diamo qualcosa da mangiare al cane? » domanda uno degli uomini. «No. Un cane caccia meglio quando è affamato» risponde il capobranco. Chiudo gli occhi, ho fame e sete, ma non mi importa. Non mi importa di essere solo il cane per quel branco di uomini e da loro non mi aspetto altro che frustate. Non mi importa, perché dal buio mi arriva il lieve aroma di quel che ho perduto.

 

Nota su Luis Sepulveda. «La letteratura è il modo migliore per cancellare le frontiere, per dimenticarle e far sì che l’essere umano si muova liberamente nel territorio dell’immaginazione, in quel territorio che non conosce né limiti né patrie.»
A un ideale di letteratura come missione – in difesa dei deboli, dei dimenticati, della terra ferita – si è sempre ispirato Luis Sepúlveda, considerato l’autore di riferimento della nuova narrativa sudamericana.
Nato in Cile nel 1949, Sepúlveda ha lasciato il suo Paese al termine di un’intensa stagione di attività politica, conclusasi drammaticamente con l’incarcerazione da parte del regime del generale Pinochet. Ha viaggiato a lungo in America Latina e poi nel resto del mondo, anche al seguito degli equipaggi di Greenpeace. Dopo aver risieduto ad Amburgo e a Parigi, vive attualmente in Spagna, nelle Asturie.
Autore di libri di poesia, «radioromanzi» e racconti, ha conquistato la scena letteraria con il suo primo romanzo, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, apparso per la prima volta in Spagna nel 1989, e in Italia nel 1993. Amatissimo dal suo pubblico, e in particolare dai lettori italiani, ha pubblicato da allora numerosi altri romanzi, raccolte di racconti e libri di viaggio, tra i quali spicca la Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, uno dei libri più letti degli ultimi anni.

Il Booktrailer

Un'intervista a Luis Sepulveda

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10 dicembre 2015 4 10 /12 /dicembre /2015 10:24
Mr Holmes e il Mistero del Caso irrisolto. L’apocrifo holmesiano di Mitch Cullin ora trasposto in film
Mr Holmes e il Mistero del Caso irrisolto. L’apocrifo holmesiano di Mitch Cullin ora trasposto in film
Mr Holmes e il Mistero del Caso irrisolto. L’apocrifo holmesiano di Mitch Cullin ora trasposto in film

E’ sempre in piena fioritura la produzione di "apocrifi" holmesiani.
In alcuni casi, il nuovo apocrifo a comparire nella scena editoriale si discosta dal “canone” e viene collocato in periodi della vita di Sherlock Holmes che non sono coperti dagli oltre 60 racconti e dai 4 romanzi di Conan Doyle. Altre volte si tratta di storie che si discostano del tutto dal "canone" in cui il personaggio "Sherlock Holmes" viene reinventato, includendo nella storia elementi caratteriali e di personalità che sono sono quelli fissati dalla tradizione costruita attorno al nucleo di racconti di Sir Arthur Conan Doyle.
Appartiene indubbiamente a questa seconda categoria il romanzo di recente pubblicazione per i tipi diNeri Pozza, scritto da Mitch Cullin, Mr Holmes. Il Mistero del Caso Irrisolto (titolo originale "A Slight Trick of the Mind", Collana “I Neri”, 2015) nel quale viene presentato uno Sherlock Holmes ormai anziano (novantatreenne), nel pieno quindi della II Guerra Mondiale che, da tempo, si è ritirato a vivere - come Cincinnato il quale, deposti i panni di temporaneo dittatore e risolutore di problemi della Roma repubblicana, tornò a vivere nella pace agreste - in un cottage nella quieta campagna inglese, divenendo apicultore.
E' un po' svanito: a tratti la lucidità mentale lo abbandona e si intravedono dunque i segni di un incipiente senilità per quanto tardiva, ma nello stesso tempo è arricchito da un inusitato bagaglio di saggezza e di capacità empatiche.
Nella pace agreste e avendo come interlocutore il figlio della sua governante, dalla mente agile e acuta, nelle ore di pausa dal lavoro manuale, riprende ad interessarsi di un caso rimasrto insoluto, ai tempi delle sue indagini.
E, a un certo punto, mette mano alla penna e comincia a scrivere la memoria di questo mistero: divenendo in ciò, in una sorta di capovolgimento di ruolo, il suo Watson, da anni uscito di scena, a causa di una morte prematura.

Mitch Cullin, Mr Holmes e il Caso del Mistero Irrisolto, Neri Pozza, 2015(Dal risguardo di copertina) Sono trascorsi quarantaquattro anni da quando Sherlock Holmes ha abbandonato il suo appartamento in Baker Street e si è trasferito in un cottage sul versante meridionale delle colline del Sussex. Aveva quarantanove anni allora, e il trambusto delle strade di Londra, così come gli intricati pantani architettati dalle menti criminali, all’improvviso non lo attirarono più. Ora è un novantreenne con i capelli candidi, folti e lunghi e la pelle che sembra un velo sottile di carta di riso sopra un fragile scheletro. A volte si fruga in tasca alla ricerca di un sigaro o di un cerino introvabile; a volte dimentica volti e fatti, visti e accaduti giusto qualche istante prima. A dispetto, però, di questi imperscrutabili cedimenti della memoria, è ancora agile di corpo e di mente e il suo sguardo conserva una luce che gli anni non hanno smorzato. 
La vita nel Sussex va, dunque, oltre il semplice appagamento. 
Holmes trascorre la maggior parte delle sue ore di veglia nella serena solitudine del suo studio oppure tra le creature che costituiscono l’oggetto delle sue cure da quarantaquattro anni a questa parte: le api. 
Roger, il figlio sveglio di Mrs Munro, la governante di casa, lo aiuta agli alveari. E sebbene non apprezzi molto la compagnia dei bambini, Holmes non può negare che quel ragazzo, così appassionato nell’apprendere i fondamenti dell’apicultura e così entusiasta del regalo delle api giapponesi da lui portate dal faticoso viaggio nel paese del Sol Levante, susciti in lui autentiche emozioni paterne. 
Un detective è però un detective, soprattutto se reca il leggendario nome di Sherlock Holmes. 
Accade così che, nel chiuso del suo studio, Holmes prenda i panni di Watson, il braccio destro scomparso da un po’, e ricostruisca per iscritto una vicenda accaduta tempo addietro: il bizzarro e irrisolto caso di una giovane donna che, dopo aver appreso a suonare un’armonica a vetro – uno strumento i cui toni acuti e penetranti avevano per molti poteri diabolici o divini, a seconda dei punti di vista –, va incontro a un tragico destino. 
Mr Holmes è un libro brillante sulla vita, sull’amore e sugli scherzi che la memoria può giocare anche al più logico degli investigatori. Un romanzo avvincente, che segna il ritorno di uno dei personaggi più celebri della letteratura e più amati dal pubblico.

L’opera ha avuto una trasposizione cinematografica (dal titolo omonimo, USA, 2015, per la regia di Bil Condon), accolta con entusiasmo dalla critica al Festival di Berlino (ma poco apprezzata da alcuni critici italiani), un film in cui il ruolo dell’anziano Sherlock Holmes è magistralmente interpretato da Ian McKellen (che possiamo ricordare, ad esempio, ne Il Codice da Vinci).

Mitch CullinHanno detto: «Mitch Cullin ha concepito un romanzo ambizioso e scritto meravigliosamente, in cui Holmes è alle prese con l’avanzare degli anni» (Publishers Weekly);
«Con mano sicura Cullin trasforma l’investigatore brillante e abile, che tutti conosciamo, in un uomo che si guarda indietro anche con un po’ di nostalgia, rendendocelo sorprendentemente umano» (Booklist);
«Straordinario! Il nostro eroe non è mai stato così eroico e, allo stesso tempo, umano» (The Village Voice);
«Bellissimo. Mitch Cullin è un insolito osservatore della natura umana» (The New York Times Book Review).

Mitch Cullin è nato a Santa Fé, nel New Mexico nel 1968. Nel 1999 ha pubblicato il suo primo romanzo Whompyjawed, seguito da Branches, una narrazione in versi, e daTideland (2000), diventato un film con Jeff Bridges, diretto da Terry Gilliam. I suoi libri sono tradotti in più di dieci lingue.

 

Mr Holmes e il Mistero del Caso irrisolto. L’apocrifo holmesiano di Mitch Cullin ora trasposto in film
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2 dicembre 2015 3 02 /12 /dicembre /2015 07:48
Da Garibaldi a Che Guevara. Un percorso di memorie familiari tracciato da Beatrice Mortillaro

Il volume di Beatrice Mortillaro, Da Garibaldi a Che Guevara. Storie della mia famiglia, di recente pubblicato da Navarra Editore (2015) è stato presentato, giovedì 26 novembre 2015, all'Università di Roma Tre negli spazi di Biblioteche di Studi politici e dell'area Umanistica.

Tra il pubblico, docenti, rappresentanti di associazioni, studenti e studentesse del corso di Scienze Politiche e Lettere.

Presenti tra i relatori, oltre all'autrice Beatrice Mortillaro Salatiello, Francesco Guida (direttore del Dipartimento di Scienze Politiche) e Maria Rosaria Stabili, docente di Storia dell'America Latina, con il professore Siclari, vicedirettore del dipartimento di Scienze Politiche e Daniele Pompejano, che ha scritto la prefazione del volume. Nel corso della presentazione vi è stato anche spazio per la testimonianza di Tania Mortillaro (oggi avvocato in Italia), mentre Enrica Rosso ha interpretato brani del libro.

Da Garibaldi a Che Guevara. Un percorso di memorie familiari tracciato da Beatrice Mortillaro
Da Garibaldi a Che Guevara. Un percorso di memorie familiari tracciato da Beatrice Mortillaro
Da Garibaldi a Che Guevara. Un percorso di memorie familiari tracciato da Beatrice Mortillaro
Da Garibaldi a Che Guevara. Un percorso di memorie familiari tracciato da Beatrice Mortillaro
Da Garibaldi a Che Guevara. Un percorso di memorie familiari tracciato da Beatrice Mortillaro
Da Garibaldi a Che Guevara. Un percorso di memorie familiari tracciato da Beatrice Mortillaro
Da Garibaldi a Che Guevara. Un percorso di memorie familiari tracciato da Beatrice Mortillaro

(...) Le tredici vittime della Gancia dovevano essere quattordici, perchè lo zio Giuseppe, quell'alba del 4 aprile, nel campanile del Monastero, nella sanguinosa confusione, riuscì a svincolarsi dalla presa del poliziotto borbone e rifugiarsi nel nascosto magazzino di Francesco Riso, dove il nonno Filippo tentava ancora di montare i pezzi di cannone con le mani... (pag. 13)

Dal volume

Da Garibaldi a Che Guevara. Un percorso di memorie familiari tracciato da Beatrice Mortillaro

(dal risguardo di copertina) Protagonista di queste pagine è la famiglia siciliana Mortillaro, molto nota a Palermo per un passato imprenditoriale di successo nelle aziende dei Florio, e per la vicinanza con autorevoli intellettuali, fra cui il filosofo Giovanni Gentile. Alla fine dell'Ottocento alcuni membri della famiglia emigrarono in Argentina, diventando attivi sostenitori delle lotte per la democrazia, ed ebbero modo di conoscere i protagonisti della tormentata storia sudamericana, fra cui Ernesto Che Guevara. Beatrice Mortillaro ripercorre i momenti cardine di questo percorso familiare, dalla rivolta garibaldina della Gancia nell'aprile 1860 - che vide protagonisti i suoi avi - all'orrore del secondo conflitto mondiale, per passare poi alla ricerca dei parenti argentini. Le loro vicende private e soprattutto l'indagine sulla tragica vicenda di uno di loro, desaparecido durante la dittatura di Videla, conquistano il lettore attraverso le testimonianze appassionate dei Mortillaro di Argentina e di Cuba. In un avvincente susseguirsi di vicende storiche e di personaggi leggendari, Beatrice Mortillaro, esponente del ramo della famiglia rimasto in Sicilia, condivide la scoperta della sua seconda patria, l'America latina, di una famiglia lontana che è insieme uguale e differente, con cui ha in comune un corredo di valori senza confini, né di luogo né di tempo. Prefazione di Daniele Pompejano (Università di Messina).

Di seguito la prefazione al volume di Daniele Pompejano.

Macondo di acque e di terre, di sangue e di memorie... (Prefazione al libro di Daniele Pompejano, Università di Messina)

La voglia di raccontare erompe in Bice Mortillaro da una notizia casualmente letta sulla stampa: riferiva del processo ai generali argentini – celebrato in Italia nell’anno 2000 – responsabili fra l’altro del sequestro del nipote Ariel Mortillaro a Buenos Aires il 21 maggio 1977. Di Ariel non si avranno più notizie. Verosimilmente l’urgenza di raccontare Bice la sentiva da tempo, da quando nel 1989 perdeva il suo Gabriele, giovane ambientalista, antimilitarista e obiettore di coscienza, astrofisico prossimo alla laurea, vittima di una disgrazia nelle acque del Simeto. Dal dolore materno erompe il desiderio di riparare all’assenza ritessendo la memoria lunga della propria famiglia oltre la barriera di acqua e di oblii dell’oceano. Giacché “con la memoria non ci si sente più soli”, annota in una memoria la sorella di Ariel che Bice incontra in uno dei suoi viaggi in Argentina alla ricerca di una storia perduta. Il filo rosso è costituito dal Macondo dei valori condivisi e vissuti di generazione in generazione sul modello dell’avo Filippo Mortillaro, protagonista della rivoluzione della Gancia a Palermo, fortunosamente sfuggito alla cattura e all’esecuzione dei suoi compagni il 13 aprile del 1860. Valori che i discendenti di Filippo – al di qua e al di là dell’oceano – coltiveranno lasciandoli in eredità sino ai discendenti attuali. Bice ne ricostruisce le esistenze segnate da peregrinazioni geografiche e politiche fra l’Italia e l’America Latina, l’Argentina in particolare, ma poi anche Cuba, Ecuador e Perù. Un filo rosso che si riannoda circolarmente allorché Bice scopre che l’ultimo dei Mortillaro argentini porta “forse per caso” il nome di Gabriele, giusto il nome del proprio figlio. Nel racconto rivivono le memorie di Francesco – il padre di Bice – che, come un cantastorie, raccontava le vicende della famiglia con una vivacità che solo l’oralità consente, in un uditorio avido di notizie costituito dai figli raccolti nell’ascolto. Ma, oralità a parte, i 3 4 diari e le lettere gelosamente custodite e trasferite da Bice nei suoi viaggi atlantici fra il 2000 e il 2004, hanno consentito la ricostruzione di una memoria e di un’identità collettiva che oggi istituzioni come l’Archivio Nazionale dei Diari di Pieve santo Stefano o la Libera Università dell’autobiografia ad Anghiari con perizia e amore custodiscono, ricostruiscono e valorizzano. Quali sono, dunque, i valori costanti della stirpe dei Mortillaro e attraverso quali tappe si rinnovano: gli ideali per così dire religiosi di Gabriele – di una totalità armonica del cosmo che non gli consentiva di “spezzare” neanche un fiore dal campo, di accarezzarlo e osservarlo compiaciuto, piuttosto – sono rievocati in contrappunto con quelli del nipote di Bice nato e vissuto in Argentina e vittima del sequestro a opera dei militari: Ariel, appunto. Il suo nome evoca l’Arielismo latinoamericano di inizi Novecento, cioè una cultura imbevuta di spiritualismo, opposta all’utilitarismo e al positivismo anglosassoni, incerto nel suo progetto politico – è vero – ma plasmato nella cultura dei Mortillaro dall’innesto sul ceppo della fede socialista e garibaldina originarie. Fra i due estremi cronologici e generazionali si snodano esistenze al di qua e al di là dell’oceano. Un’emigrazione politica soprattutto, quella dei Mortillaro, il disincanto verso lo Stato unitario e l’Argentina terra promessa agli albori di una moderna società di massa in cui eminenti intellettuali siciliani – come gli Ingegneros – erano protagonisti nel socialismo e nella cultura argentini. Sino a grandi spartiacque, la Cuba rivoluzionaria soprattutto: è lì che approda da Buenos Aires il cugino primo di Bice: Gaspar, e con lui il figlio Ariel. Gaspar – che nel 1920 aveva giurato di voler “morire per il comunismo” – si trasferisce da Buenos Aires a L’Avana subito dopo la rivoluzione per contribuire alla costruzione dell’hombre nuevo, ideale e tesoro aviti. Cerca risposte a una domanda tanto banale quanto rivelatrice: perché a Cuba, grande produttrice di zucchero, “le caramelle sono tutte importate dagli Stati Uniti o dall’Italia?”. Contribuisce alla rivoluzione confermando la sua fama di letterato ed editorialista politico, lavora all’agenzia Prensa Latina e presiede il prestigioso “Instituto Julio A. Mella”, frequenta un altro argentino, Ernesto “Che” Guevara, con cui viene ritratto in fotografie che la famiglia orgogliosamente custodisce. Di pas- 5 saggio al largo della Sicilia Ariel commenta a un compagno di navigazione verso il Mar Nero e l’URSS: “È la terra di mio nonno”. La microstoria dei Mortillaro si intreccia, fra pubblico e privato, con la storia grande, italiana e latinoamericana. E come la casa palermitana era stata crocevia dei rivoluzionari della Gancia ai tempi del bisnonno Filippo, la casa di Gaspar a Buenos Aires è porto di rifugio affettuoso per protagonisti di primo piano della storia politica di quel continente: dal portoricano Carlos Padilla, che ne sposa la figlia Freya, a Manuel Galich, illustre intellettuale e politico guatemalteco, esule dopo il colpo di Stato del 1954. È una storia che cementa un sentimento di solidarietà internazionalista e una fraternità che va ben al di là dei vincoli di sangue. E che fa scrivere all’autrice: “Adesso ho due patrie e due famiglie”. Ed è una storia a specchio, contrappuntata dall’attivismo politico e dalla rivendicazione di diritti politici e di genere di Bice in Italia, fra gli anni ’70 e ’80, e dei nipoti nel clima autoritario del peronismo, di cui proprio Ariel patisce la persecuzione e il carcere, e più tardi la desaparición al ritorno da Cuba. C’è poi nel racconto di Bice una sorta di spirito magico-realista. Scrive: “C’è una magia in quanto mi accadde” allorché si mise sulle tracce dei parenti argentini fortunosamente rintracciati attraverso un vecchissimo indirizzo risalente al 1946, dopo un’interruzione nelle comunicazioni di oltre dieci anni. E la continuità nel vissuto della stirpe rivela nel racconto una percezione quasi metafisica di legami che nessun evento traumatico della storia grande e di quella piccola famigliare è riuscita a spezzare, né le guerre né i lutti. Continuità e circolarità, ancora: è un caso che tanto Gabriele che Ariel siano stati strenui difensori tanto dei diritti umani e politici che dell’ambiente? E che la vedova di Ariel, custode della memoria di una vita rimasta in sospeso, si sia trasferita con la sua bambina per salvarla in una isolata e bella cittadina sull’Oceano atlantico a sud di Buenos Aires dove si guadagna da vivere curando dei giardini e portando il cibo a tutti i gatti e cani randagi nei pressi della casa dove abita?

 

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7 novembre 2015 6 07 /11 /novembre /2015 00:02
Elisabetta II Regina. A Montecitorio la presentazione della biografia di Francesco De Leo

Martedì 10 novembre 2015 nella “Sala della Regina” (a Palazzo Montecitorio), ore 18.30, avrà luogo la presentazione del volume di Francesco De Leo, Elisabetta II Regina d’Inghilterra, che illustra la prima metà del lungo regno di Elisabetta II (Aracne Editrice, 2015), che di recente ha superato la durata del Regno della Regina Vittoria, divenendo di fatto il sovrano più longevo nella storia della Corona d’Inghilterra.

Interverranno, con la moderazione di Stefano Polli, vicedirettore dell’ANSA: Giulio Anselmi, Presidente ANSA; Giancarlo Aragona, Presidente Istituto per gli Studi di Politica Internazionale; Gianni Letta, già Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio; Marco Pannella, Fondatore Partito Radicale; Andrea Romano, Deputato Partito Democratico.
Saranno presenti l’autore Francesco De Leo e l’editore Gioacchino Onorati

È stato invitato all'evento il Presidente emerito Giorgio Napolitano.

La Regina Elisabetta: un regno lungo 50 anni(dal risguardo di copertina) Accanto a più di cinquanta sovrani e una decina di dinastie, in un’epica storia lunga quasi 1200 anni, trova spazio la vicenda di Elisabetta II, attuale Regina del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord. Questo libro è dedicato alla prima parte della vita di una donna protagonista di un’intensa epoca della storia del Regno Unito, definita una nuova “età elisabettiana”. Nel settembre del 2015 Elisabetta ha superato per numero di giorni il regno della Regina Vittoria, dalla cui stessa casa reale tedesca discende, passando alla storia come il sovrano più longevo della storia della Corona britannica.

L'autore. Francesco De Leo, nato a Bari il 15.01.1964, si occupa da molti anni di politica estera per Radio Radicale per cui ha svolto diversi reportage in giro per il mondo. Cura e conduce la trasmissione serale Spazio transnazionale dedicata all’attualità internazionale. Ha diretto l’«Interprete Internazionale», dorso mensile del quotidiano “Il Riformista” e ha scritto per Italianieuropei nel 2009 il libro L’Onda Verde d’Iran.

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14 ottobre 2015 3 14 /10 /ottobre /2015 06:09
Pornostar. Un romanzo di Nicola Favaretto che esplora il mondo del Porno e le sue soglie

(Maurizio Crispi) Nicola Favaretto, più noto come N-ikonoclast, è un musicista (suona la chitarra in un suo gruppo), poeta per le liriche delle sue canzoni e non solo, ma anche scrittore in prosa. E' uscito abbastanza di recente il suo secondo romanzo, dopo "Condannato a vivere" ed una raccolta di poesie.
Il romanzo dal titolo "Pornostar" (Vertigo, 2014), prende in esame il mondo della pornografia e le motivazioni che possono spingere una donna ad intraprendere la carriera del porno Basta guardare a donne come Michelle Ferrari, Giada Da Vinci, Vittoria Risi e ad una Valentina Nappi che addirittura dialogo con il mondo degli intellettuali e che scrive lettere aperte a MicroMega.
Nulla di strano in ciò, senza più dover gridare allo scandalo, oppure compatire: è una storia del nostro tempo, in cui sempre più donne in maniera alquanto libera e per efetto di combinazioni di circostanze diverse (e del presentarsi dell'opportunità di farlo) decidono di intraprendere la via del Porno che assicura notorietà, visibilità al pubblico ed anche un buono successo in termini di guadagni. Le porno dive di ultima generazione, anche in Italia, sono "donne in affari" che sanno fare denaro - sapientemente - dal proprio corpo, essendo padrone della propria vita. Lo stereotipo della povera donna, in condizioni di bisogno e sfruttata, costretta a semi-prostituirsi, appartiene ormai al passato.

Se il tema del romanzo è interessante sotto il profilo sociologico, tuttavia, si notano nel testo delle manchevolezze riguardanti soprattutto la credibilità psicologica dei personaggi che rimangono grossolanamente sbozzati. Red, l'impresario e cineasta del porno, ad esempio viene presentato come un cinico profittatore, Lisa - la protagonista - sembra non avere una storia alle sue spalle, è preda di violente emozioni, proclive all'ira e alla rabbia, fortemente tossicofilica (sia nei riguardi delle pillole per dormire, sia dell'alcool che tracanna senza darsi reqie), ma per il resto superficiale e priva di introspezione.
L'esposizione al mondo del porno e l'esibizionismo cui si lascia andare fanno da carburante anaclitico alle sue incertezze ed insicurezze, aiutandola a costruire dentro di sè un Ogggetto-Sè onnipotente che funge da surrogato a modelli di identificazione validi.
La scarsa credibilità psicologica di Lisa come personaggio è in questo crinale tra una vita grigia e la sua immissione nel mondo degli spettacolini di spogliarello e dei filmetti hard, senza alcun passaggio intermedio, come avviene - nella realtà - per molte pornostar che fanno esperienze diverse prima di arrivare al porno e soprattuto entrano - come first step - nel mondo delle modelle fotografiche di nudo.
Infine, c'è anche da aggingere come notazione critica che, se la motivazione dello scrittore era quella di presentare una carriera nel porno "normalizzata", vale a dire comparabile ad una qualsiasi altra scelta lavorativa, non vi è stato nello sviluppo del romanzo l'esplorazione di questa tematica complessa alla luce di diverse esperienze di "vere"attrici del prono, come adesso quelle citate prima.
E l'autore, quindi, quasi spaventato del corollario al suo romanzo e sopraffatto dal timore di essere considerato un "cattivo" maestro per le possibili suggestioni che potrebbero scaturire dalla lettura del romanzo decide di inserire nel finale una connotazione moralistica e l'idea che entrare nel mondo del Porno possa essere una scelta pericolosa, carica di mortifere conseguenze e di inevitabili "punizioni", come è ad esempio quella di diventare vittima di violenza e di essere considerata pubblicamente una puttana. Non sembra che siano queste le traiettorie di vita di molte delle pornostar più rinomate, così come non sembra che il porno - alla luce di studi sociologici - incrementi la violenza contro le donne.


(Risguardo di copertina) Lisa è una quarantenne single, impiegata in un'agenzia assicurativa. La sua vita sentimentale è un casino: sembra vittima di un incantesimo che la porta a innamorarsi di persone fredde e incapaci di restituire sentimenti, e a respingere coloro che le vogliono davvero bene. Un giorno le si prospetta l'occasione per una svolta radicale: Red, un cliente dell'agenzia, regista di porno a basso costo, le propone di girare alcune scene di un film hard, così per gioco, senza impegno. La parte della psiche di Lisa 

Nicola Favaretto

incline alla trasgressione, all'eros, al brivido della sfida, ha la meglio: l'esperienza si rivela narcisisticamente appagante, e le mostra la possibilità di un'esistenza più libera, aliena dal bigottismo di una morale cattolico-borghese che castra i desideri più intimi e gli istinti primordiali degli uomini. Ma tutto ha un prezzo, e le scelte che Lisa si troverà a fare la catapulteranno in un universo in cui giusto e sbagliato hanno ormai perso il loro significato convenzionale... Un libro capace di buttar giù ogni barriera morale e di farci meditare sull'assurdità di alcuni pregiudizi dettati da una coscienza stupida e comodamente cieca.
Nota bio. Nicola Favaretto, nato a Mirano (VE) nel 1976 noto anche con il nome d’arte N-ikonoclast è un poeta, scrittore, cantante e chitarrista e DJ…
dal 1997 al 2014 ha inciso sei album con le band Ensoph, Death Dies e IsRain e si è esibito in circa trecento concerti, in Italia ed Europa.
Ha pubblicato una raccolta di poesie “Schegge di vetro- pensieri inquieti” nel 2010 e due romanzi: “Condannato a vivere” del 2013 e Pornostar nel 2014.
Nicola Favaretto ha una sua pagina Facebook che usa a tutti gli effetti come website

 

Pornostar. Un romanzo di Nicola Favaretto che esplora il mondo del Porno e le sue soglie
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24 settembre 2015 4 24 /09 /settembre /2015 06:29
L'anarchico siciliano Paolo Schicchi. In presentazione a Palermo, il 25 settembre, il volume che ne racconta la storia

Il 25 settembre 2015, alle ore 18.00, presso "La Libreria del Mare" di Palermo (Via Cala, 50), avrà luogo la presentazione del volume "Paolo Schicchi. Storia di un anarchico siciliano"), Arianna Editore, 2015, scritta da un nipote, Nicola Schicchi.

Alla pesentazione e discussione del volume sarà presente l'autore.

Paolo Schicchi, nato a Collesano (Palermo) il 31 agosto 1865 e morto a Palermo il 12 dicembre 1950, fu un anarchico italiano fautore della corrente antiorganizzatrice e individualista: un personaggio romantico, da fiction televisiva, immerso nelle sue forti contraddizioni caratteriali, culturali e ideologiche, che l'ultimo pronipote in linea diretta ha potuto raccontare grazie all'immenso patrimonio documentario conservato nell'archivio di famiglia e mescolato ai ricordi d'infanzia.

In questo libro si ritrova una grande testimonianza di un uomo, che nelle vesti di anarchico individualista, da Collesano, nel cuore delle Madonie siciliane, ha attraversato la storia d'Italia, tra monarchia, dittatura e repubblica, testimone dei principali avvenimenti dell'Ottocento e del Novecento.

(Dal risguardo di copertina) Ignazio Buttitta, Sandro Pertini, Vincenzo Consolo ne scrissero. Antonio Gramsci e Umberto Terracini vi polemizzarono. Monarchici, socialisti, comunisti, popolari, fascisti, l'apparato clericale e gli stessi anarchici ne conobbero la penna caustica. Paolo Schicchi, anarchico individualista, da Collesano, nel petto delle Madonie siciliane, ha attraversato la storia d'Italia, tra monarchia, dittatura e repubblica, testimone dei principali avvenimenti dell'Ottocento-Novecento. Pubblicista, fondatore di periodici d'area, intellettuale eccentrico e dalla vasta cultura, bombarolo per magistrati e benpensanti, girovagò da clandestino, tra espulsioni e inseguimenti delle polizie di mezza Europa, trascorrendo in galera buona parte della sua vita. Come un Che Guevara ante litteram volle sbarcare a Palermo da Tunisi per portare, fallendo, la rivoluzione e spronare il popolo a sollevarsi contro il regime fascista. I comunisti ne vollero fare un padre costituente alla fine del secondo conflitto mondiale, ma per tutta risposta li fece caracollare giù dalle scale della Clinica Noto di Palermo, dove risiedeva ormai da alcuni anni quale confinato prima e celebrato antifascista dopo.

Su Anarcopedia Italia si trova un'esaurientissima voce sulla vita e sul pensiero di Paolo Schicchi anarchico: , ma numerosi sono gli articoli nel web facilmente reperibili per ulteriori approfondimenti

E quella che segue è la poesia ispirata che gli ha dedicato il grande poeta siciliano Ignazio Buttitta.

Libbirati Schicchi

Signuri di la liggi, ‘tra l’aricchi

Nun lu sintiti stu gridu putenti,

Chi l’infucati Madunii luntani

Vi mannanu pi mezzu di li venti?

Libbirati schicchi!

 

Sintiti, ancora, ancora,

E’ chidda di li poviri – li ricchi

Nun hanno vuci, hannu la vucca china. –

E’ chidda di cu soffri e si ruvina

P’un pezzu, p‘un pezzu sulu di pani…

Sì, è chidda di cu porta la catina

Di tant’anni, tanti; ma chi dumani

Rumpirà… certamente. Sintiti:

Librirati Schicchi!

 

Signuri, na vuci forti, cchiù forti:

Sintiti è l’Anarchia!

Chi dispiratamenti v’addimanna

Lu vecchiu figghiu cu la varva bianca;

E’ l’Anarchia! Chi grida e cunnanna

Li vostri liggi infami e minzugneri.

Basta! – vi dici - apriti li galeri!

Libbirati Schicchi!

Liberate Schicchi // Signori della legge, nelle orecchie / non sentite questo grido potente, / che le infuocate Madonie lontane / vi mandano per mezzo dei venti? / Liberate Schicchi! // Sentite, ancora, ancora, / è quella dei poveri – i ricchi / non hanno voce, hanno la bocca piena - / è quella di chi soffre e si rovina / per un pezzo, un pezzo solo di pane… / Sì, è quella di chi porta la catena / da tanti anni, tanti, ma che domani / romperà… certamente. Sentite: // Liberate Schicchi! / Signore, una voce forte, più forte: / sentite… è l’Anarchia! / Che vi domanda disperatamente / il vecchio figlio con la barba bianca: / E’ l’Anarchia! Che grida e condanna / le vostre leggi infami e menzognere. / Basta – vi dice – aprite le galere! / Liberate Schicchi!

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27 giugno 2015 6 27 /06 /giugno /2015 07:33
Ultimo piano (o porno totale). Distopia, filosofia, satira ed erotismo, imbrigliati in un'abile struttura narrativa

Ultimo piano (o porno totale) di Francesco D'Isa, pubblicato dalla Casa Editrice Imprimatur (2015), narra la vicenda di un fratello e una sorella, entrambi di nome Claude e Claude, che lavorano nell’industria pornografica in ruoli diversi e con scopi opposti.

La loro storia ruota attorno alla fulminante carriera "per vocazione"  come geniale autore di film porno di Claude e alla nascente carriera di pornostar leader della donna (che assume il nome d'arte di Eva), mentre intanto si delinea la nascita di un film breve dalle incredibili proprietà, il “porno totale”, che sarà la massima opera d'arte del regista Claude e che rischia di risucchiare le loro vite assieme a quelle di congiunti, amici e colleghi.Insomma, il film "Porno Totale", ideato e realizzato da Claude rischia di diventare un'arma di distruzione di massa dalle devastanti conseguenze, dal momento che una sua singole sequenza ha delle proprietà ipnotiche e letteralmente rapisce ipnoticamente lo spettatore/fruitore verso uno stato alterato di coscienza, che lo conduce (uomo o dnna che sia) verso un culmine organismico totale di spossante intensità (per cui non si potrà in seguito sperimentare alcuna forma di piacere) e che, come effetto collaterale, determina una forma di irreversibile sterilità.

Narratore e deus ex machina è Frank Spiegelman, «uomo orrendo» e proprietario della più grande casa di produzione pornografica - la Perverse Angels - in una Varsavia immaginaria, futuribile «capitale dell’Europa Federale».

Tutto inizia, si svolge e finisce all’interno del grattacielo della sua azienda; un edificio che, grazie alla sua particolare struttura che è metafora della società con la sua straficazione dalla suburra dei piani bassi (in cui di tutto può succedere) al lusso raffinato per pochi o pochissimi "eletti" dei piani sommitali, influirà sullo stesso svolgersi degli eventi.

Nel romanzo si intrecciano erotismo, filosofia, satira e distopia (senza nessuna concessione alla pornografia becera e di infimo livello), ben imbrigliati dalla figura narrante, che porterà tutti questi elementie i diversi personaggi verso la sintesi di un’inattesa conclusione. La narrazione é permeata di un erotismo che la avvolge nella sua interezza senza mai esplicitarsi: la tensione rimarrà un rumore di fondo inespresso – perlomeno fino alla chiusura dell’inevitabile climax.

Francesco D’Isa è un artista visivo le cui opere vengono pubblicate ed esposte in tutto il mondo. Nel 2007 ha dato vita al collettivo internazionale Pornsaints. Scrive per il Post e RT Books Review (USA).

Ha pubblicato il romanzo illustrato I. (Nottetempo, 2011), racconti in Selezione Naturale (Effequ, 2013) e in Toscani Maledetti (Piano B, 2013) e il fumetto Liebe macht nicht frei, baby (Retina Comics, 2013). Nel 2014 è uscito il suo primo romanzo Anna. Storia di un palindromo per Effequ.

 

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13 giugno 2015 6 13 /06 /giugno /2015 06:11
Land Grabbing. Un fenomeno che sta diventando di rilevanza geopolitica, come una forma di neo-colonialismo

La locuzione inglese land grabbing (letteralmente «accaparramento della terra») identifica una controversa questione economica e geopolitica venuta alla ribalta nel primo decennio del XXI secolo, riguardante gli effetti di pratiche di acquisizione su larga scala di terreni agricoli in paesi in via di sviluppo, mediante affitto o acquisto di grandi estensioni agrarie da parte di compagnie transnazionali, governi stranieri e singoli soggetti privati.

Sebbene il ricorso a simili pratiche sia stato largamente diffuso nel corso della storia umana, il fenomeno ha assunto una particolare connotazione a partire dagli anni 2007-2008, quando l'accaparramento di terre è stato stimolato e guidato dalle conseguenza della crisi dei prezzi agricoli di quegli anni e dalla conseguente volontà, da parte di alcuni paesi, di assicurarsi le proprie riserve alimentari al fine di tutelare interessi nazionali alla sovranità e alla sicurezza in campo alimentare.
Il fenomeno del land grabbing può essere foriero di buone opportunità e di rischi per i paesi destinatari del fenomeno: da un lato, le acquisizioni possono garantire un'iniezione di preziose risorse per investimenti, in realtà economiche in cui queste ultime sono necessarie ma scarseggiano; d'altro canto, esiste il rischio concreto che le popolazioni locali perdano potere di controllo e di accesso sulle terre cedute e sulle risorse naturali collegate alla terra e ai suoli, come, ad esempio, l'acqua. Risulta cruciale, pertanto, assicurare che le acquisizioni siano realizzate in modo da minimizzare i rischi e massimizzare le opportunità di crescita e sviluppo economico.

Una delle condizioni sfavorevoli da rimuovere è stata individuata, da ricercatori della Banca Mondiale, nella detenzione privata di terre, da parte di comunità locali, sulla base di titoli di proprietà informali e non certi.
Per alcuni esperti in geopolitica il fenomeno del land grabbing è una sorta di colonialismo rivisitato in chiave moderna e portato avanti senza guerre, operazioni militari o trattati, ma semplicemente in forza di atti notarili.
Il giornalista Stefano Liberti ha condotto un'inchiesta esaustiva e approfondita sul fenomento in questione che è stata pubblicata da Minimum Fax (2015), con il titolo, Land Grabbing. Come il mercato delle terre crea il nuovo colonialismo
Nell’anno dell’Expo torna in libreria il primo reportage al mondo sull'allarmante fenomeno del land grabbing, con una nuova prefazione aggiornata. Dopo la crisi finanziaria del 2007, la terra da coltivare (specie quella del Sud del mondo) è diventata oggetto di un frenetico «accaparramento» il cui risultato è una nuova forma di colonialismo che rischia di alterare gli scenari internazionali.

Viaggiando fra l’Etiopia e il Brasile, l’Arabia Saudita e la Tanzania, passando per la borsa di Chicago, la FAO e le convention finanziarie, Liberti fa luce su un fenomeno poco indagato ma di scottante attualità, svelandoci come i legami fra politica internazionale e mercato globale stiano cambiando il volto del mondo in cui viviamo.

Hanno detto del libro di Stefano Liberti:

Un libro meraviglioso, perfettamente corretto nelle osservazioni e intelligente nelle conclusioni. Stefano Liberti è più che un grande giornalista: è un grande scrittore. (Oivier De Schutter, relatore speciale delle Nazioni Unite per il diritto al cibo)
Una delle analisi più profonde del capitalismo agrario e nello stesso tempo uno dei diari di viaggio più avvincenti del XXI secolo. I racconti precisi, a volte cattivi, di Liberti non sono solo piacevoli. Servono anche a ricordarci che la crisi alimentare coinvolge persone vere (Raj Patel)
In tutto ciò che Liberti scopre e documenta durante questo viaggio nella nostra catena alimentare ci sono lezioni che dovremmo imparare per prepararci a un futuro difficile. (The Financial Times)

Nota sull'autore. Stefano Liberti (1974) pubblica da anni reportage di politica internazionale sul Manifesto e altri quotidiani e periodici italiani e stranieri. Nel 2004 ha pubblicato -­ insieme a Tiziana Barrucci -­ Lo Stivale meticcio. L’immigrazione in Italia oggi (Carocci). Collabora con il programma televisivo C’era una volta ed è tra i curatori di mwinda, sito di analisi geopolitica sull'Africa. Un suo reportage è incluso nell’antologia Il corpo e il sangue d’Italia (minimum fax 2007). Per minimum fax ha pubblicato A sud di Lampedusa (2008), con il quale ha vinto il prestigioso premio di scrittura Indro Montanelli, e Land grabbing (2011). Ha ottenuto il premio giornalistico Marco Luchetta, il premio Guido Carletti per il giornalismo sociale e il premio L’Anello Debole (sezione tv).

Land Grabbing. Un fenomeno che sta diventando di rilevanza geopolitica, come una forma di neo-colonialismoLand Grabbing. Un fenomeno che sta diventando di rilevanza geopolitica, come una forma di neo-colonialismo

La prima cosa che colpisce è la vastità. Terre rigogliose che si estendono a perdita d’occhio. Colline verdeggianti che scivolano sulle rive di un lago dalle acque cristalline. Poco sotto
l’altopiano, le asperità su cui sorge Addis Abeba si addolciscono in una campagna che somiglia all’Eden perduto. Il sole splende. L’aria è limpida. Nulla a che vedere con l’atmosfera rarefatta della capitale, dove i gas di scarico si impastano con il poco ossigeno disponibile a 2300 metri d’altitudine.
Siamo ad Awassa, nel cuore della Rift Valley etiopica, trecento chilometri a sud di Addis Abeba. Il paesaggio circostante è di una bellezza da togliere il fiato. Sulla via che porta verso l’ingresso di questa cittadina, si susseguono cartelli di aziende agricole. C’è un simbolo, un nome, qualche volta un numero di telefono di un ufficio lontano. Al di là dei cancelli non si vede nulla. Solo una distesa senza fine di terre apparentemente incolte
Ma proprio dietro quei cancelli, a una distanza che protegge da occhi indiscreti, c’è l’ultima frontiera dello sviluppo agricolo del paese africano: serre ad alta tecnologia, in cui crescono legumi, frutti, verdure, oppure piantagioni di colture da destinare ai cosiddetti agrocarburanti. Uno sviluppo che l’Etiopia ha affidato agli investitori stranieri, in un gigantesco piano d’affitto a lungo termine che l’ha trasformata nella meta di businessmen e avventurieri provenienti da
mezzo pianeta.

L'incipit del volume

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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