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24 marzo 2022 4 24 /03 /marzo /2022 11:26
dal web

Non sopporto quelli che portano a spasso i propri cani e intanto parlano al telefono e fumano una sigaretta e magari usano dei guinzagli allungabili, così da non aver alcun controllo delle proprie bestie. Perché non si godono piuttosto la passeggiata con i loro amici a quattro zampe? La mia idea è che portare a spasso i propri cani sia per costoro una scusa per uscire di casa e fare altro, senza dover dover spiegazioni

Non sopporto quelli che non raccolgono le cacate dei propri cani

Non sopporto quelli che, negli spazi pubblici, non tengono i propri cani al guinzaglio e si adirano se quelli che, invece, li tengono al guinzaglio

Non sopporto quelli che camminano, parlando nel proprio telefonino ad alta voce - se non urlando - e ti assordano con le loro chiacchiere

Non sopporto quelli che vanno in monopattino elettrico e che se ne fottono di qualsiasi regola scritta nel codice della strada e dettata dal buon senso

Non sopporto quelli che posteggiano in seconda fila e abbandonano lì la propria auto, fottendosene del fatto che alle spalle della loro macchina si crea un ingorgo bestiale

Non sopporto che quelli che ti suonano alle spalle con il clacson ad un tuo minimo rallentamento, a volte solo dettato dalla prudenza o dalla necessità di rispettare le regole

Non sopporto quelli che superano le auto incolonnate, imboccando la corsia di emergenza

Non sopporto quelli che, con motociclette e scooter e motorini, sfrecciano sui marciapiedi come se fossero delle piste riservate al loro uso e consumo

Non sopporto quelli che lanciano le loro sozzure e i loro scarti per terra

Non sopporto quelle facce sorridenti e apparentemente benevole - sempre le stesse - che cominciano ad infestare le nostre strade, quando si fanno imminenti le elezioni politiche o amministrative. Sembrano sempre gli stessi di sempre, topi di fogna, pantegane, sciacalli o lupi o squali che siano

Non sopporto i cafoni, gli ignoranti, gli intolleranti, i presuntuosi, coloro che non sanno ascoltare...

Non sopporto _____________________________________________________

E invito chi mi ha letto sino a questo punto a continuare l'elenco... io stesso continuerò ad implementarlo, man mano che mi vengono in mente delle cose detestabili che siamo costretti a subire dal nostro prossimo (in verità, molto lontano e molto poco affine) ...
 

NB - Il mio "non sopporto" è benevolo ed innocuo. Non vuole essere un invito al linciaggio morale, all'ostracismo o a chi sa cosa.

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16 febbraio 2022 3 16 /02 /febbraio /2022 11:22
Cacca di cane spiaccicata da una ruota (foto di Maurizio Crispi)

Oggi, quando sono uscito a fare passeggiate i cani, c’era uno spazzino (oggi dicesi operatore ecologico) che insolitamente spazzava la via. Di questi tempi, nella zona dove abito, forse perchè si avvicina il tempo delle elezioni amministrative, c'è tutto un insolito fervore di pulizie.
Lo spazzino mi ha riservato uno sguardo occhiuto e malevolo. Forse ha pensato che io fossi il tipo di padrone di cani che abbandona in giro la merda delle sue bestioline.
Manco a farlo apposta La Flash si è accovacciata per azionare nel modo più consono il suo torchio addominale… e l’ha fatta proprio sotto gli occhi e il naso dello spazzino, che si è fatto vieppiù occhiuto e sospettoso.
Considerando le delittuose azioni (ed omissioni) di molti proprietari di cani, tutti quelli che hanno dei cani al passeggio sono dei potenziali criminali e come tali vengono guardati (sino a prova contraria...).
Io, proprio per questo motivo, mi sono esibito - a suo beneficio - in una plateale performance di nettoyage della merda appena deposta è ancora fumante…
Ed è così che è andata.
Poi, più avanti, nel corso della passeggiata, mi sono imbattuto in una stratosferica cacata (ovviamente di cane), appena spiaccicata dalla ruota d'una moto. L'impronta del copertone vi era rimasta ben impressa.

Già, perchè sono tanti i padroni di cani sprezzanti che non raccolgono la lacacca dei propri cani oppure - il che esprime una forma di sprezzo ancora maggiore - la raccolgono nell'apposito sacchetto per poi lasciare il sacchetto pieno e ben chiuso per terra.

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16 febbraio 2022 3 16 /02 /febbraio /2022 10:36

(Wiki Dixit) Pittima è il termine con cui in passato veniva definita, particolarmente nelle repubbliche marinare di Venezia e Genova, ma anche a Napoli, una persona pagata dai creditori per seguire costantemente i loro debitori. Era una sorta di esattore che aveva come compito quello di ricordare a costoro che dovevano saldare il debito contratto.
La pittima poteva gridare a gran voce per mettere in imbarazzo il debitore, e il suo costante pedinamento era volto a sfiancarlo così che si decidesse a saldare il debito, la cui riscossione gli poteva fruttare una percentuale più o meno congrua.
La pittima vestiva di rosso, affinché tutti sapessero che il perseguitato dalla pittima era un debitore moroso.

In particolare nella Serenissima Repubblica di Venezia la figura della pittima era reclutata tra gli emarginati e i disagiati che fruivano di una sorta di assistenza sociale del Doge costituita da mense pubbliche e ostelli a loro riservati. Questi assistiti dovevano però rendersi disponibili a richiesta delle istituzioni per fare la pittima: il debitore pedinato non poteva nuocere a queste figure istituzionali pena la condanna. Il credito doveva essere difeso come il buon nome della maggiore repubblica commerciale dell'epoca.
Pittima è divenuto in seguito sinonimo di persona insistente che si lamenta sempre (ma anche, quindi, in termini speculativi, di percentuale).

In lingua veneta, la frase genericamente più utilizzata per definire pittima una persona è: "Ti xe proprio na pittima!" (Sei proprio uno che si lamenta di continuo per nulla), equivalente di "T'ê pròpio 'na pìtima!", in lingua genovese. Il termine è usato ugualmente in dialetto fiorentino e compare comunque tra le voci del dizionario italiano Garzanti, che ne dà la definizione di "una persona noiosa, che si lamenta in continuazione di piccole cose".
Il dizionario Treccani ne dà lo stesso significato[1], dando l'etimologia (lat. tardo epithĕma, dal gr. ἐπίϑεμα, propr. «ciò che è posto sopra») e specificandone il significato originale di "impacco a scopo terapeutico", da cui è derivato il significato di "persona fastidiosa"; viene suggerito il paragone con la parola "impiastro".

Fabrizio De André ha intitolato una canzone dell'album Creuza de mä, appunto, "A' pittima" (La pittima).
Anche Zucchero, nel brano "13 buone ragioni" contenuto in Black Cat, accenna alla "pittima del reame", riferendosi con ironia alla sua ex-moglie.

Wikipedia

travestimento carnevalesco: la pittima

Quando ero piccolo, ma molto piccolo, mi esibivo spesso in lamentazioni e tragediazioni, e talvolta esclamavo, in toni melodrammatici, "Sono una povera vittima [incompresa e vilipesa]!".
Spesso questi miei alti lai venivano emessi in consessi familiari, più o meno numerosi (e, retrospettivamente, direi che erano un modo per attirare l'attenzione su di me). La mamma allora diceva: "Ma tu, Maurizietto, non sei una povera vittima, ma una PITTIMA!" E giù a sghignazzare.
Io ero disorientato all'inizio, oscillando tra il compiacimento e la sensazione oscura di essere il destinatario di una beffa, sino a quando la mamma non mi spiegò il significato del termine, cioè di uno che con le sue lamentazioni sta tutto il tempo ad affliggere altrui, a dargli il tormento insomma, come un tafano che senza tregua cerca di pungere le terga di un cavallo o di un asino.
Ero permaloso, allora, quando ero piccolo: e rapidamente imparai a non fare più la vittima e, soprattutto, a non dichiararlo platealmente davanti a tutti, per evitare, appunto, che mi venisse rigirata la frittata,
trasformandovi da vittima in pittima.
La mamma era molto brava a farmi riflettere sulle parole, d'altra parte, ed era ciò che faceva abitualmente da insegnante.
Anche il mio uso della parola "vittima", allora, era del resto improprio, come imparai successivamente.
Anche oggi, in tempo di Covid si abusa - ritengo della parola "vittima", preferendola al più asettico termine di "morti per Covid", quando vengono date le notizie del computo giornaliero dei morti, dei positivi e dei guariti.
Cosa ci dice un dizionario qualsiasi sul termine vittima"?
Ecco qui:

vittima
/vìt·ti·ma/
sostantivo femminile
1. Animale o essere umano che, nei riti di alcune religioni pagane, viene consacrato alla divinità e ucciso nel sacrificio.
"immolare la v."
2. ESTENS. Chi perde la vita in una sciagura o calamità: le v. del terremoto; morire v. di un'epidemia, della droga; le v. della strada, della montagna.


Ancora oggi si parla di vittime per Covid, sì, mentre sarebbe il caso di normalizzare queste morti, mettendole sullo stesso piano di altre morti dovuti ad altre malattie che affliggono il genere umano. Dopo più di due anni, infatti, dando per assodato che il Sars-Cov-2 non se ne andrà tanto facilmente, ma rimarrà con noi per un periodo imprecisato, occorrerebbe smetterla di considerare tutto ciò che vi è correlato come un'emergenza e fare dei passi verso la normalizzazione.
Continuare a parlare di "vittime" anziché di morti fa la differenza, in quanto il termine "vittima" è maggiormente esposto ad inflessioni linguistiche di tipo connotativo, anziché esprimere un semplice - e più neutrale - significato denotativo.
Coloro che continuano a parlare di "vittime" sono dei tragediatori che inducono coloro che ascoltano quello che viene da essi spacciato come un Verbo a reagire con comportamenti cupi, preoccupati e aggrondati. In altri termini avvelenano la loro vita con i piagnistei e le lamentazioni, impersonando il ruolo di vere e proprie "pittime". Ed io ritengo che i comunicatori dei media siano, sempre di più in questi giorni, in cui avremmo bisogno di ottimismo, di spiragli di luce e di aria fresca, dei tragediatori e dei predicatori di sventura, insomma delle autentiche "pittime".

Ho voluto fare per pura curiosità una ricerca su internet per approfondire il significato del termine "pittima" e ho trovato una bella storia che è molto calzante con quanto ho appena affermato e che ho messo in cima al posta in forma di epigrafe (ocitazione).

Pensate un po'!

La mamma mi diceva sempre dell'importanza di partire sempre dai significati delle parole, offerti dal dizionario in modo da poter utilizzare il linguaggio in maniera precisa e competente.
A partire da questa storia lontana di vittima versus pittima ho sempre cercato di seguire il suo suggerimento e quando mi ritrovo davanti ad una parola usata in modo controverso oppure improprio voglio sempre controllare. E non si sa mai abbastanza!

E indagare  sullo spessore e sulla la ricchezza di significati e di radici storici di certe parole apre a volte nuove prospettive epistemologiche.

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26 gennaio 2022 3 26 /01 /gennaio /2022 10:15
Palermo, Villa Trabia (foto di Maurizio Crispi)

Palermo, Villa Trabia (foto di Maurizio Crispi)

Quando lessi questo graffito su di uno dei muri perimetrali fi Villa Trabia, per un attimo dimentico dei miei studi classici, ebbi dei dubbi e delle perplessità sulla giustezza delle affermazioni dell'anonimo writer.
Sono subito andato a fare le ricerche del caso...
Il poeta latino Catullo ebbe una relazione amorosa intensa e travagliata con la sorella del tribuno Clodio, tale Clodia.
Clodia viene cantata nei carmi di Catullo con lo pseudonimo letterario di "Lesbia", in onore della poetessa greca Saffo, molto cara a Catullo e proveniente dall'isola di Lesbo.
Lesbia, che aveva una decina d'anni più di Catullo, viene descritta dal suo amante non solo graziosa, ma anche colta, intelligente e spregiudicata. La loro relazione, comunque, alternava periodi di litigi e di riappacificazioni ed è noto che l'ultimo carme che Catullo scrisse all'amata fu del 55 o 54 a.C.
Quindi, l'autore della scrittura esposta da me rinvenuta aveva scritto giusto: io, non ricordando bene le vicende di Catullo, per un attimo avevo ingiustamente pensato che si fosse sbagliato...
E' stata la sempre provvida Wikipedia a sciogliere le mie riserve, aitandomi a riconoscere al writer il giusto apprezzamento per aver saputo celebrare il suo amore attuale con una si colta citazione.
Chapeau! Onore e gloria!

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19 gennaio 2022 3 19 /01 /gennaio /2022 19:32
Natale è andato via (foto di Maurizio Crispi)

Gennaio volge al termine, ormai
Come sempre, sta volando via veloce,

come le renne del Natale
Se i mesi passano, tuttavia,  la pandemia resta

Ed è questo il terzo inverno del nostro scontento
Sembra ormai così lontano il tempo
in cui a febbraio 2020 si cominciava a parlare
di casi di un'infezione respiratoria nella lontana Cina
Molti hanno pensato che la cosa non li riguardava
Epppure il virus era già tra noi,
girava silenzioso ed invisibile
Poi, hanno cominciato a manifestarsi
i primi casi, da noi, in Europa
e nel resto del mondo
E, ancora, alcuni pensavano:
non sarà nulla di più d'una banale influenza!
Eppure gli ospedali erano sempre di più intasati
e la gente moriva, spesso da sola e senza alcun conforto
da parte dei viventi
E' passata la prima onda
Poi è arrivata la seconda
e poi la terza che si è manifestata
quando già erano disponibili i vaccini
Decremento dei casi, grande euforia,
cuorcontenti e tutti giù per terra
Ed è arrivata la quarta ondata,
che è quella che stiamo vivendo adesso,
malgrado i  vaccini
Anche i vaxinati si infettano
(pensiero che era stato respinto dagli euforici del vaccino)
e si ammalano
(anche se forse in maniera più lieve)

Ma anche i covidati non sono immuni dalla recidiva
Siamo stati afflitti da una ridda di varianti,
una appresso all'altra,
ed altre forse se ne annunciano
meno aggressive, più aggressive,
più letali, meno letali
non si sa
Tutto e il contrario di tutto
Si procede a tentoni
Il fatto vero è che, quando andammo al primo lockdown,
pensammo che sarebbe stata una cosa di poco tempo
e, invece, siamo ancora qui
Ne avremo per molto tempo ancora?
Non si sa!
Intanto, siamo afflitti da ben altri problemi
che ci arrivano addosso come treni espresso
senza che nessuno faccia nulla per arginarli
come il pazzesco rincaro delle bollette delle utenze
o del costo della vita
o il promesso rincaro del canone RAI
e, non ultimo fatto di cui preoccuparsi, per noi italiani
un'elezione problematica del nuovo Presidente

Vorrei scendere da questo autobus che comincia a starmi stretto,
ma penso che dovrò viaggiarci ancora a lungo

E sono sempre in tanti, in troppi,
a morire
per Covid e non per Covid,

amici cari
punti di riferimento negli anni passati
Scompaiono per sempre,
lasciando solo un ricordo

Persone che sino ad ieri c'erano
e che oggi, quando ti svegli al mattino,
scopri che non ci sono più

E allora per cacciare via la tristezza
lanciamoci tutti in una conga
longa longa e,alla fine,
stremati, tutti giù per terra

per non pensarci proprio più

Il topo mattacchione... Potrebbe essere l'idea per una favoletta morale di Esopo in tempi di Covid

Il topo mattacchione... Potrebbe essere l'idea per una favoletta morale di Esopo in tempi di Covid

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20 dicembre 2021 1 20 /12 /dicembre /2021 09:11
Così è (foto di Maurizio Crispi)

Natale si avvicina a grandi passi
E' sempre troppo veloce il Natale
con i suoi passi felpati

Fine novembre, l'evento cruciale
cui tutto sembra debba convergere
sembra ancora lontanissimo
Poi è inizio dicembre e, all'improvviso,
i giorni e le notti
cominciano a vorticare
conducendo in un turbinio
gli assetati di feste
all'inebriante mulinello di gioia e ineffabili piaceri
prescritti da altri

E' scontato che tutto si debba ripetere
secondo un copione prestabilito
Dopo le attese festose ed ansiose della mia infanzia
dopo i preparativi accurati di doni e contro-doni,
in eventi affrontati per anni
con fedele attenzione,
adesso non ne posso più

Sono stanco
Vorrei essere libero da abitudini asfissianti
omologanti
tutti a fare la stessa cosa
come in una catena di montaggio
perché si deve
Il commercio ha rovinato la festa,
e non siamo stati noi umani
- badiamo bene -
ad averla rovinata

Sono stati il commercio e le parole vuote
di tutti i vacui parlatori
prezzolati della radio e della televisione
che ci infarciscono la testa di cazzate
e che ci uniformano ad un unico modello:
a tutti deve piacere la stessa cosa,
fatta nella stessa modo,
non si deve mai deviare dal solco principale

Occorre gioire quando viene dato il comando di gioire
Oppure piangere quando viene dato il comando di piangere

Sono state le multinazionali ad averla rovinata,
la festa (e le feste),
Big data e big pharma

Io dico basta
Non ne posso più più

Come una tartaruga mi ritiro nel mio guscio
ma anche lì non credo di poter essere al sicuro
da infiltrazioni nefaste

Anche alla tartaruga più sospettosa ed accorta
arrivano comunque il veleno delle microplastiche
e gli inquinanti dell'aria

Ed allora nascondo la mia testa sotto il cuscino,
per dormire e stra-dormire
non prima di aver messo i miei calzini,
usati un solo giorno,
a svaporare sul davanzale della finestra

 

calzini sul davanzale a svaporare (foto di Maurizio Crispi)

 

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20 dicembre 2021 1 20 /12 /dicembre /2021 09:00

Una mia nota diaristica di 10 e più anni addietro tuttora attualissima. Anzi, le cose vanno persino peggio.

parcheggio abusivo in area disabili

(19 dicembre 2010) Vorrei vivere in una città normale

In una città dove gli automobilisti non ti suonino inferociti con il clacson, alle tue spalle, appena il semaforo cambia dal rosso al verde

 In una città dove automobilisti e moto si fermino, se stai attraversando sulle strisce pedonali.

In una città dove i marciapiedi siano una parte della strada dove i pedoni possano comodamente camminare, conversando amabilmente - se lo desiderano - e non delle strisce calpestabili larghe meno di 50 centimetri (sulle quali è proibitivo procedere affiancati, come si desiderebbe), perchè la sede stradale è stata ampliata per consentire il parcheggio delle auto.

In una città dove camminare in bici non debba significare giocarsi la vita e la salute a causa degli automobilisti distratti e prepotenti.

In una città dove i marciapiedi non si trasformino in piste su cui le motociclette e i motorini sfrecciano a tutto gas per by-passare gli ingorghi e i pedoni devono scansarsi, quasi non fosse loro diritto camminare con traquillità sui percorsi a loro riservati.

In una città dove abbondino isole pedonali e strade vietate alle auto.

Vorrei vivere in una città in cui i marciapiedi e i piazzali non diventino delle discariche a cielo aperto.

In una città dove i taxi non parcheggino nelle zone di sosta riservate alle auto dei disabili.

In una città dove gli scivoli dei marciapiedi per consentire l'attraversamento a disabili in carrozzina, a mamme con passeggino e ad anziani dal passo incerto non siano occupati sistematicamente da auto parcheggiate in modi corsari.

Vorrei vivere in una città in cui prevalgano le regole della gentilezza e della convivialità, a scapito della giungla della prevaricazione e dell'asserzione spudorata del proprio sé.

In una città dove non si debbano sentire gli altri urlare le proprie conversazioni private nel telefonino, mentre sono in mezzo alla gente, e dove non ci siano automobilisti distratti sempre alle prese con il proprio cellulare, messaggerie, conversazioni e altro.

In una città con meno maxi-schermi HD in bar pub e ristoranti vari per offrire l'immancabile calcio in anticipi e posticipi, dirette e differite, solo di calcio, calcio, calcio...

In una città dove auto blu e mezzi di polizia non approfittino del loro status per prevaricare altri cittadini, laddove non ce ne sia bisogno.

In una città in cui anche l'auto della Polizia si fermi ad attendere al semaforo, se non ci sono urgenze di servizio.

In una città in cui non si debba sentire di continuo l'urlo lacerante delle sirene e degli antifurto con sensori regolati al minimo, sicchè scattano per un nonnulla, e i loro responsabili se ne fregano, se i loro dispositivi assordano il resto del mondo.

Vorrei vivere in una città in cui tutti non chiedano solo ed esclusivamente il rispetto dei propri diritti, ma assolvano anche ai propri doveri e rispettino le norme, in modo spontaneo e non perchè debbano temere sanzioni e punizioni.

In una città che sia ridente, gentile e armonica.

In una città in cui, anche nelle più banali, manifestazioni sia coltivato il gusto del bello.

In un città in cui molti, se non tutti, si sentano responsabili.

In una città dove alcuni cittadini, incrociandosi e guardandosi con occhi mesti, nella tempesta di nubi di gas di scarico e colpi di clacson, di ingiurie e grida partoriti da animi sovraeccitati non debbano dirsi con un'alzata di spalle rassegnata: "Palermo è una città che fa schifo!"

Voglio poter sperare, sempre, che un altro mondo è possibile.

 

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18 dicembre 2021 6 18 /12 /dicembre /2021 12:48
Alice Miller, La persecuzione del bambino, Boringhieri, 1987

Durante gli anni della mia formazione (non quella da psichiatra, ma piuttosto quella successiva da psicoterapeuta) mi imbattei in un saggio estremamente interessante, scritto dalla psicoanalista svizzera Alice Miller, che lessi con avidità.
Il volume, pubblicato da Boringhieri nel 1987 e che vide poi successive riedizioni, era intitolato "La persecuzione del bambino. Le radici della violenza". La sua traduzione arrivava in Italia non molto più tardi della pubblicazione in lingua originale, nel 1980.
In questo saggio, la Miller partiva da un excursus storico sul tema della "pedagogia nera" che per vari motivi si trovò ad essere imperante nei sistemi educativi intra ed extrafamiliari tra la fine del Settecento e tutto l'Ottocento, nella maggior parte dei paesi europei con un suo nucleo pulsante ed irradiante nei paesi anglofoni e di lingua tedesca: metodi fondati sulla coercizione dei giovani, sulla loro mortificazione e, in sostanza, sulla persecuzione di ogni elemento vitale. Tali metodi educativi "neri" avevano delle clamorose ricadute: basti pensare - a titolo di esempio - alla figura del padre del Presidente Schreber (che diventò poi uno dei casi clinici freudiani), rinomato (o, forse, si dovrebbe dire "famigerato") pedagogista del tempo che arrivava persino a progettare specifici dispositivi (tipo tutori) per insegnare ai propri figli le più corrette posture nei diversi contesti e le cui metodologie educative vennero successivamente esaminate nel saggio di Morton Schatzmann, La famiglia che uccide. Un contributo psicoanalitico alla discussione sul caso Schreber (originariamente pubblicato da Feltrinelli  negli anni Ottanta del secolo scorso) per mostrare come il loro impiego potesse avere degli effetti devastanti nella crescita degli individui che vi erano esposti.
Si chiedeva la Miller, inoltre, se fosse possibile parlare - al tempo in cui scriveva il suo saggio - di una pedagogia "bianca", finalmente libera dal veleno di quei metodi tanto afflittivi oppure se non fosse vero piuttosto il contrario che cioè, dietro a metodi pedagogici illuminati e non coercitivi, potessero nascondersi - per fare improvvisa irruzione - quei metodi nefasti, apparentemente superati.
In, effetti, la Miller mostrava come ciò potesse avvenire e indicava anche come in educatori moderni, apparentementi irreprensibili, potessero nascondersi fantasmi del passato e cascami educativi, fondati proprio su quei metodi educativi "neri".
La seconda parte del volume della Miller era dedicata a degli studi di "psicoanalisi applicata" proprio per mostrare come l'esposizione ai medodi della pedagogia nera avesse potuto determinare profonde deformazioni della personalità di tre personaggi e cioè Christiane F. (l'autrice del libro autobiografico Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino), Adolph Hitler e il criminale degli anni Sessanta Jurgen Bartsch, assassino e seviziatore di bambini, forgiandone il destino.
La tesi finale della Miller è che, malgrado le intenzioni dichiarate siano difformi, al tempo in cui scriveva le sue considerazioni - e io credo a tutt'oggi - nei sistemi educativi (da quello familiare a quello scolastico) vengano messi in atto dei metodi "neri" mascherati, allo scopo di piegare la caparbietà e l'impetuosità vitale del bambino e piegarlo alle esigenze degli adulti. Avverte la Miller che quest'azione educativa (e quella occulta risulta essere ancora più insidiosa) può portare nel lungo termine i bambini che vi sono esposti (specie nella loro transizione ad individui adulti) alla necessità di riempire con esperienze abnormi il vuoto lasciato dalla rimozione delle emozioni e dalla perdita dell'identità (che spostandoci ad altro ambito viene perfettamente delineata nel celebre concept album dei Pink Floyd, The Wall e nel film di Alan Parker che ad esso fu ispirato).
Lessi il saggi della Miller con una forte partecipazione emotiva dal momento che mi sembrò di rinvenire numerose tracce di quella "pedagogia nera" in certi input educativi che io stesso avevo ricevuto da bambino. Ad esempio, la nonna paterna quando dicevo delle frasi sconvenienti, esortava mia madre a pungermi la lingua con uno spillo, qualora avessi ripetuto quelle parole (e mia madre che era di ampie vedute mai si adeguò fortunatamente a quest'invito). Oppure, citerò qui anche il caso di una mia prozia che, tutta vestita in nero (rimasta vedova, non aveva più smesso il lutto), mi inseguiva per casa con un ago in mano con il quale avrebbe voluto pungermi perchè avevo fatto una monelleria.
Per non parlare di un'esperienza al tempo delle elementari che frequentai in una celebre scuola gesuitica di Palermo, in cui - quando andavo in quarta elementare, se mi sovviene la memoria - mi venne comminata la punizione di scrivere sul quaderno per 500 volte la frase "Non si parla in classe": compito da eseguire a casa e che io, vergognatissimo e determinato a tenere nascosta l'onta a tutti i costi ai miei genitori, portai a termine nascosto sotto il letto e fuori dalla vista.

Adesso che siamo nel XXI secolo parrebbe che siamo tutti di vedute abbastanza liberali e avanzate in fatto di educazione: ma non bisogna mai essere troppo ottimisti, anche quando i nostri figli sono in mani pedagogiche affidabili. L'insidia della "pedagogia nera" può sempre saltare fuori come un jack-in-the-box beffardo e sbeffeggiante (ma anche minaccioso, in definitiva), in modo tale da vanificare l'effetto dei metodi educativi che si dichiarano più moderni e più rispettosi dell'identità dei nostri piccoli.

Non devo parlare

Ed ecco che adesso - a dimostrazione  di ciò - accennerò brevemente a ciò che è successo in ambito scolastico a mio figlio Gabriel che ha poco più di otto anni.
L'altro giorno è uscito da scuola con un razzo di carta, ricavato da un foglio di quaderno a quadrettoni e me lo ha dato.
Ho visto che, sul foglio, c'erano scritte delle frasi e l'ho disteso, allora, per guardare meglio.
Ho constatato che vi era stata scritta più volte la stessa frase che faceva così "Non devo parlare". La frase riempiva per intero le due facciate del foglio ed era stata riprodotta ben 42 volte. Non c'era dubbio che a Gabriel fosse stato chiesto di scrivere questa frase, perchè si era distratto durante l'ora di lezione, magari dicendo qualcosa al compagno più vicino.
Mi sono chiesto ovviamente cosa potesse mai significare un'ingiunzione così decontestualizzata: un bambino a scuola, solitamente, lo si invita a parlare, ad esprimersi, a raccontare le proprie emozioni. Una frase di questo tipo da scrivere iterativamente come punizione mi è sembrata mortificante ed afflittiva, proprio perchè agli antipodi di un corretto approccio educativo. Lasciando perdere ogni valutazione sulla "bontà" del metodo, sarebbe stato meglio e più appropriato fare scrivere, ad esempio, "Non devo parlare con i miei compagni durante la lezione" oppure "Non devo distrubare la lezione". Chiedere ad un bimbo di mettersi a scrivere iterativamente una frase "punitiva" sul quaderno, mentre gli altri compagni continuano a seguire la lezione, è una misura costrittiva ed estraniante, pari a quella - che si adottava un tempo - di far mettere colui che disturbava la lezione in corso in piedi dietro la lavagna.
Comunque, mio figlio non sembrava particolarmente turbato del fatto accaduto, ma indubbiamente - trasformando il foglio della punizione in razzetto da far volare - aveva sentito l'esigenza di compiere un gesto apotropaico, eliminando  - ho pensato - l'aspetto "intossicante" della punizione comminata.
La mia reazione - in ogni caso - è stata fortemente emotiva, perchè - immediatamente - mi ha riportato indietro a quella mia esperienza scolastica di cui ho detto, dandomi la misura quanto potesse incongrua una simile punizione più di cinquant'anni dopo ed in un contesto che non è quello gesuitico, ma che si pone la mission di rispettare il più possibile la personalità in formazione dei bambini che gli sono stati affidati.
L'episodio accaduto è una riprova ulteriore della tesi della Miller secondo cui cascami della pedagogia "nera" sono sempre lì e possono sempre riafforare anche da parte dei più insospettabili, come una forma di "ritorno all'antico" o di recupero di esperienze precoci cui si sia stati sottoposti da bambini (con meccanismi che, in taluni casi, come possono essere delle situazioni di stress o di confusione, possono innestarsi quasi a corto circuito, in modo del tutto irriflessivo e secondo una via di minore resistenza).
Già, non bisogna dimenticare che tutti coloro che fanno il mestiere dell'educatore/insegnante sono stati bambini a loro volta e che, dunque, portano dentro di sé, profondamente iscritte, tracce dei metodi pedagogici cui sono stati sottoposti.
La memoria del passato tende sempre a riafforare e ad infiltrarsi nel presente, nei modi più inattesi.
Per scongiurare queste imbarazzanti epifanie occorre sempre vigilare: eventi-spia, come quello in cui è incappato mio figlio, possono pur sempre verificarsi e bisogna poter porre rimedio. Non sono fatti gravissimi in sé, ma tuttavia, riconoscerli impone una riflessione ed una discussione franca ed aperta.

E, credo che il saggio della Miller, sempre attuale, possa aiutarci a trovare delle importanti coordinate di riferimento.

 

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9 ottobre 2021 6 09 /10 /ottobre /2021 11:27
Roberto Sottile, Suca. Storia e usi di una parola, Navarra Edizioni, 2021

Ho appena finito la lettura di Suca. Storia e usi di una parola di Roberto Sottile (edito da Navarra Editore nel 2021). Si tratta di un piccolo, ma esaustivo trattato sulla celebre parola che, inizialmente espressione disfemica confinata all’uso linguistico siciliano, si è progressivamente universalizzata.
Si tratta di un vero e proprio saggio linguistico, reso accessibile alla fruizione di molti grazie all’inserimento in coda al volume di un glossario che spiega in un linguaggio semplice i termini più astrusi della disciplina linguistica.
L’autore analizza nel volume tutti i diversi aspetti dell'icastica espressione che altri hanno definito l’”imperativo popolare”, comprendendo nella sua analisi le scritture esposte e il linguaggio dei media, oltre ai sempre più numerosi esempi del suo utilizzo nella letteratura contemporanea.
Il volume è arricchito da un apparato di note e da una cospicua bibliografia delle opere citate, ed è corredato da immagini esemplificative e paradigmatiche.
Roberto Sottile, docente di Linguistica italiana del Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Ateneo palermitano, è deceduto improvvisamente l’8 agosto 2021.
È stato sempre apprezzato per l’originalità della sua ricerca, fortemente radicata nella sua terra.

 

(Dal risguardo di copertina) L'origine della parola siciliana suca è rintracciabile nel verbo sucari 'succhiare', con un valore originariamente triviale. Ma, nel tempo, "l'imperativo palermitano" ha sviluppato una miriade di significati e usi figurati che si sono via via affermati in ambiti comunicativi diversi dal dialetto: nell'italiano colloquiale come nell'italiano giovanile, nelle scritture esposte come nei social, nei mass media come nel linguaggio delle tifoserie calcistiche. E, piano piano, ha perfino cambiato forma passando da SUCA a 800A e dimostrandosi capace di trasformarsi ancora, fino a diventare 751A. Oggi, suca e le varie espressioni in cui ricorre si usano per negare qualcosa o per esprimere una certa contrarietà nei confronti di una richiesta, una situazione, una "verità", ma questa contrarietà procede per gradi: può essere più forte o più attenuata a seconda che con essa si voglia comunicare rabbia o sfida, un sentimento di scherno oppure di dispetto. A Palermo, dove l'imperativo è nato, continua a reinventarsi, con nuove soluzioni grafiche e nuovi sensi figurati, trovando anche applicazioni nell'arte e nell'ambito di un costituendo Made in Sicily. Con un glossario di Kevin De Vecchis. Foto dell'opera di Giuseppe Mazzola.

 

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3 ottobre 2021 7 03 /10 /ottobre /2021 15:08
Sempre più alienati e avulsi dalla realtà
Sempre più alienati e avulsi dalla realtà
Sempre più alienati e avulsi dalla realtà
Sempre più alienati e avulsi dalla realtà

1. Per molti, troppi,
il mondo è per intero dentro lo schermo dello smartphone
Di rado – ciò si osserva sempre più di frequente -
gli usatori compulsivi dello smartphone riescono a staccarsene
I tempi di utilizzo aumentano a dismisura
Se si guardano gli altri, in contesti sociali,
si vede che per la maggior parte lo smartphone lo tengono in mano,
come se ormai fosse un'appendice della mano
una specie di increscenza in cui carne, plastica e metallo si fondono
oppure se è riposto in una tasca si può osservare
che una mano nervosa scende a cercarlo per compulsare lo schermo
e verificare se sono arrivate nuove notifiche
Il prossimo passo potrebbe essere quello
di consentire ad alcuni, se lo desiderano
di farsi impiantare direttamente nel corpo un sistema di telefonia mobile
con tutti gli annessi connessi
con la possibilità di proiettare i contenuti sulla superfice di speciali occhiali
che quindi fungerebbero da display
e di inviare il sonoro direttamente alle orecchie
il tocco delle dita sullo schermo potrebbe essere sostituito da altri tipi di comandi
Ma del resto ci siamo quasi a questa ulteriore rivoluzione.
Ho visto, camminando, dei grandi manifesti pubblicitari
che promuovono gli “smart eyewear”,
occhiali di nuova generazione che consentono di connettersi,
di rispondere alle chiamate, di ascoltare la musica:
si calzano questi occhiali e si hanno tutte le funzioni dello smartphone
che rimane nella tasca, probabilmente connesso attraverso bluetooth
Dunque, arriveremo presto agli impianti bionici:
il passo da fare è decisamente breve.

 

2. Sono tristi le scene in cui persone camminano per strada
con gli auricolari saldamente infitti nelle orecchie
e gli occhi incollati al display
talvolta sono immersi in una conversazione
talaltra guardano qualcosa
un notiziario,
un film,
ascoltano della musica su youtube o su spotify o anche un canale radio
oppure una diretta streaming o un podcast
Non si accorgono di nulla, di ciò che capita loro attorno
non vedono, non sentono, non percepiscono
Un’auto potrebbe piombare in corsa su di loro,
un masso o un albero cadere sulle loro teste.
Il loro senso di prossimità
tanto prezioso per scampare a certi pericoli ambientali è annullata
dalla cascata di dati che li pervade
L'altro giorno una passeggiatrice dicane se ne stava seduta
su di un basso muretto al Giardino Inglese
il cane sciolto e libero di fare ciò che gli/le pareva
Lei con il gingillo in mano e lo sguardo incollato al display
Ma che razza di passeggiata con il cane è questa?
uno che porta il cane a spasso dovrebbe guardarsi attorno
godere dell'aria fresca del mattino,
ascoltare il cinguettio delle prime voci canore degli uccelli,
guardare gli altri,
bearsi del mondo che si risveglia
occuparsi del proprio cane,
vigilare per evitare che il proprio cane parta a gran carriera appresso ad un gatto
e, invece, no,
questo starsene chiusi nel display formato carta da visita del proprio telefono

in una beata ignoranza di tutto il resto

Non uno sguardo al mondo di fuori.

Che differenza c'è, a questo punto, con lo starsene seduti dentro una caverna buia
e solo il telefono come tramite con la realtà?

Provo una viscerale antipatia per tutto questo.
Quanto stiamo perdendo?
Quanto abbiamo già perduto?

Alcuni dicono che non si può fermare il progresso,
anche se il progresso di cui parlano costoro è quello commerciale,
fatto di un'interminale costruzione di neo-bisogni.
Se perdessimo in un attimo tutti gli orpelli della modernità,
ci renderemmo rapidamente conto che di essi
non ne sentiamo alcuna mancanza.

 

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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