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29 maggio 2017 1 29 /05 /maggio /2017 08:34

Sicilian Ghost Story, locandina"Sicilian Ghost Story" (per la regia di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza), presentato al Festival di Cannes 2017, è  un film liberamente ispirato al racconto di Marco Marcassola, "Un Cavaliere Bianco", contenuto in una raccolta di brevi racconti tutti costruiti attorno a fatti di cronaca dal titolo "Non saremo confusi per sempre" (Einaudi, Coralli, 2011).
Sia il racconto sia il film scaturiscono dalla vicenda del sequestro dell'ancora undicenne Giuseppe Di Matteo, figlio di un pentito di mafia, che dopo oltre 700 giorni (779, per la precisione) di cattività venne strangolato e sciolto nell'acido: un'azione atroce che ruppe un confine che sino a quel momento le cosche mafiose non avevano mai travalicato e che ebbe delle ripercussioni, nel senso di rompere degli equilibri e indurre altri alla confessione.
Il film che, come il racconto di Marcassola, ha voluto porsi come un tributo alla sua memoria, riesce a raccontare la vicenda su di un crinale in cui la dimensione onirica e fiabesca si confonde con il reale e con la terribile crudezza degli eventi, avendo come filo rosso conduttore e metronomo della narrazione una delicata storia d'amore che trasfigura il crudo e violento fatto di cronaca, riscattandone l'intrinseca e indicibile violenza e fornendo una via di uscita dalla cupa prigione del suo esercizio.
E' un film che lascia il segno, che - credo - possa essere anche un'efficace strumento di insegnamento per le giovani generazioni.
Il film - come del resto il racconto di Mancassola - rappresenta una sublimazione ed una trasfigurazione del semplice fatto di cronaca: non è rilevante aver in mente "quel" fatto per avere una piena fruizione di esso; anzi, al fatto di cronaca è bene non pensarci affatto in prima battuta. A ricordarcela sarà la dedica finale che comparirà al termine della pellicola.
L'effetto sublimazione i registi sono riusciti a realizzarlo, sia attraverso la trasposizione della vicenda in luoghi "altri", rispetto a quelli in cui ebbero luogo i fatti. E così la scelta di location - a mio avviso etnee - e le scene che hanno luogo nel cuore del bosco fitto di alberi svettanti e di esemplari vestusti hanno sullo spettatore un effetto straniante: il bosco che è, d'altronde, la culla di molte fiabe in cui hanno luogo incontri perturbanti con animali antropomorfizzari oppure fortemente simbolici, come è ad esempio l'incontro con il cane mordace proprio all'inizio del film o la comparsa ominosa della civetta in momenti topici, come frutto delle visioni di Silvia oppure come espressione di una sua concreta percezione.
Per lo spettatore, spesso, rimane tutto indecidibile se ciò che vede sia realtà, sogno o fiaba.
Anche se poi, ovviamente, dovrà ricredersi, pur rimanendo propenso il metalivello cognitivo lungo il quale tutta la narrazione  lo ha condotto a giocare, immergendosi anche lui in quel sogno che a tratti diventa incubo (come ad esempio l'indugiare su alcuni momenti della lunga prigionia).
Il racconto di Marcassola ha una struttura narrativa lievemente diversa, poichè se, da un lato, racconta le tappe della straziante agonia di Giuseppe e della vile azione della cosca che lo ha imprigionato, dall'altro, si sofferma - attraverso la storia di Silvia dilatata in più di otto anni su di un faticoso e sofferto processo di elaborazione del lutto, attraverso la creazione di un personaggio fantastico - "il cavaliere pallido, appunto - con attitudini supereroiche (e dunque consolatorie e salvifiche).
Per quanto riguarda un approfondimento dell'evento "storico", rappresenta una lettura irrinunciabile il libro che contiene le memorie del pentito di mafia Giuseppe Monticciolo (il "tedesco", fidato esecutore degli ordini di Giovanni Brussca) che racconta (con la revisione del testo operata dal giornalista Vincenzo Vitale) la storia di Giuseppe Di Matteo e i suoi retroscena (Giuseppe Monticciolo con Vincenzo Vasile, Era il figlio di un pentito, Bompiani Overlook, 2007), con una prefazione di Vasile che è una vera e propria "guida alla lettura".
Film, racconto letterario in parte fiction e testimonianza sono tutti egualmente fruibili, ma guardati assieme conferiscono spessore e profondità all'orribile fatto di cronaca. Tracce della testimonianza di Monticciolo, peraltro, si rinvengono come elementi di un mosaico o di un puzzle nel film e nel racconto letterario, con il collante dell'elemento immaginifico e poetico. In entrambi, racconto e film, vi è viva e vibrante la speranza e la ferma convinzione che l'amore puro ed incrollabile possa riscattare tutto l'orrore e le ferocia di cui alcuni uomini che hanno perso tutta la propia umanità, spinti dalla brama di potere e di controllo,possono essere capaci.

Marco Marcassola, Non saremo confusi per sempre, Einaudi I Coralli, 2011Marco Marcassola, Non saremo confusi per sempre, Einaudi (I Coralli), 2011

(dal risguardo di copertina) Nella luce di una primavera argentata, nella baia di un'isola, sbarca un regista inquieto e ossessionato dallo sparo che risuonò, sulla stessa spiaggia, in una notte lontana del 1978. E l'inizio di un intreccio che lega casi di cronaca famosi - che hanno traumatizzato e commosso la nostra coscienza e che il lettore non stenterà a riconoscere - a vicende insospettate e meravigliose. Più a nord, in una pianura immersa nell'inverno, una indimenticabile sedicenne si specchia teneramente nel destino di una donna in coma. Il piccolo caduto in un pozzo, quello per cui un intero paese di madri, padri, bambini rimane col fiato sospeso, inizia un viaggio alla scoperta di un regno sotterraneo. E ancora, il ragazzino al centro di un terrificante caso di mafia e il diciottenne vittima di un pestaggio della polizia vedono la propria storia aprirsi su scenari straordinari, che illuminano di nuova luce i fatti. In un tempo come il nostro, pare difficile superare la cronaca, la crudeltà degli eventi, venire a capo del nodo in gola e della cicatrice che certe vicende hanno lasciato.

Giuseppe Monticciolo con Vincenzo Vasile, Era il figlio di un pentito, Bompiani Overlook, 2007

(dal risguardo di copertina) Giuseppe Monticciolo, il braccio destro di Giovanni Brusca, figura eminente del clan dei Corleonesi, si racconta, dai primi passi nel paese per diventare qualcuno - lui piccolo muratore che il dna familiare spinge subito a cercare protezione nell'ambiente "giusto" - al battesimo di fuoco come killer agli ordini di Brusca, fino alla specializzazione nella costruzione di bunker e nascondigli per capi e prigionieri. Soprattutto, la storia del rapimento di Giuseppe di Matteo, tredicenne figlio di un pentito le cui rivelazioni costarono a Brusca la prima condanna all'ergastolo, della sua brutale detenzione, dello strangolamento e della dissoluzione del corpo nell'acido per far sparire ogni tracca dell'efferato delitto. La vicenda, degna di un film di Scorsese, "turba" Monticciolo che, pensando al ragazzo chiuso nel bagagliaio, avverte un moto di pietà e la tentazione di fare qualcosa, ma ne è impedito dalla certezza di quello che accadrebbe non solo a lui ma a tutta la sua famiglia se sgarrasse. E del resto, quell'azione disumana, culmine di una serie di altri delitti spietati, segnò l'inizio della fine per un'intera generazione di mafiosi, i sanguinari corleonesi: uno dopo l'altro finiscono in galera Riina, Bagarella e Brusca, uomini-simbolo di una stagione segnata dalla violenza.

 

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8 maggio 2017 1 08 /05 /maggio /2017 10:37

The Circle, il ilm del 2017, tratto dall'omonimo romanzo di Dave EggersThe Circle è un film del 2017 scritto e diretto da James Ponsoldt, interpretato da Tom Hanks, Emma Watson, John Boyega e Karen Gillan.
E' un film che denuncia un possibile totalirismo (una sorta di "dittatura della mente") realizzabile attraverso l'uso sempre più estensivo dei Social: di fatto, allo stato attuale, stando in uno qualsiasi dei social (come capita a molti, sempre di più oggi, in molti social contemporaneamente, con uno o più profili di cui uno passabilmente vero, mentre altri magari sono dei fake, giusto per l'ebbrezza di sperimentare identità differenti) si è ipercontrollati, grazie al fatto che si rinuncia volentieri alla propria privacy, in modo sempre più estensivo, per "raccontarsi" in rete, utilizzando le emoticone, postando foto, condividendo link, esprimendo le proprie opinioni.
Le nostre scelte, le nostre preferenze, le nostre idiosincrasie diventano così trasparenti e pubbliche, specie quando c'è questa corsa sfrenata ad illustrare la propria vita privata, potenziata dal desiderio narcisistico di apparire e dall'ossessione di essere "wired", di essere connesso a tutto il "mondo" dei propri contatti e di patire viceversa un intollerabile isolamento.
Intanto, attraverso algoritmi sempre più potenti siamo monitorati, osservati e registrati. Riceviamo poi, attraverso il web, delle pubblicità personalizzate e onnipresenti oppure l'invito a partecipare a dei giochi (applicazioni queste che richiedono una liberatoria per condividere tutti i tuoi dati e i tuoi contatti con il gestore del social che ti popone il gioco).
E se qualcuno decidesse di accentrare tutto ai fini del controllo della società? Non arriveremmo forse ad una versione ammodernata del "Grande Fratello", con l'illusione di essere più liberi e capaci di autodeterminazione, con la conseguenza di entrare in una dittatura mascherata dietro una maschera di "democrazia e universalità delle relazioni sociali"?
Interrogativo davvero inquietante: considerando anche che tutto ciò che entra nella rete "è per sempre", considerando il caso di videoclip talvolta violenti ed espressione di prevaricazione che, entrando nella rete, diventano rapidamente "virali" oppure l'ansia e la frenesia che spingono molti a postare compulsivamente le proprie foto in una voglia di condivisione capillare di ogni momento della propria esistenza, con il volontario abbatimento delle barriere della propria privacy. E quando tutta la nostra vita viene riversata nella rete, cosa resta delle vita vera e del nostro rapporto con la realtà? Ben poco probabilmente... Ed uno dei sintomi eclatanti di ciò è dato certamente dal fatto che, spesso e volentieri, le persone preferiscono comunicare attraverso il social che non nella vita reale, quando sono faccia a faccia o seduti accanto: nella storia proposta dal film, la protagonista e tutti gli altri personaggi vivono una vita asessuata, in cui i contatti fisici sono pressocchè esclusi.
D'altra parte, le recenti dichiarazioni pubbliche di Zuckerberg, in un momento in cui Facebook sembrerebbe in dleclino, visto il "sorpasso" da parte di altri reti social maggiormente tarate per una diffusione delle immagini, utilizzando non soltanto il computer, ma anche i dispositivi di telefonia mobile di nuova generazione, con l'enfasi posta sulla nuova mission di Facebook di dare un maggiore spazio alle "relazioni sociali", sembrerebbero dare conferma a questo trend e a fare apparire quanto proprosto da questa storia non più semplicemente una fiction avveneriswitica, ma qualcosa che si sta già realizzando ora.
La storia in sintesi. Una giovane informatica viene assunta presso una potente azienda di telecomunicazioni. In breve tempo, col suo diligente lavoro, porta l'azienda a livelli altissimi per poi trovarsi in una complicata situazione di pericolo a causa delle implicazioni di privacy, sorveglianza e della libertà degli individui. La ragazza si rende presto conto che le sue decisioni e azioni saranno determinanti per il futuro dell'intera umanità.
La pellicola è l'adattamento cinematografico del romanzo "Il cerchio" (The Circle) di Dave Eggers del 2013, con una Emma Watson ancora acerba, ma in un percorso in cui cerca di scrollarsi di dosso il personaggio di Hermyone Granger della saga di Harry Potter, nel confronto serrato con Tom Hanks che si trova ad impersonare il leader che anima The Circle, sornione, accativante e, in fondo, tremendamente plagiante.
Di seguito, qualche notizia sul volume cui il film si è ispirato (Dave Eggers, Il Cerchio, Mondadori, Scrittori italiani e stranieri, 2016)

 

Dave Eggers, Il Cerchio, Mondadori(Soglie del testo) Benvenuti al Cerchio. Tutti i tuoi amici sono qui. Il Cerchio mette tutti insieme. Le tue ricerche e i social media. I tuoi messaggi. Le notizie. Le transazioni finanziarie. Le tue foto. La tua storia clinica. I tuoi film preferiti. Con il Cerchio sono finiti i tempi degli account multipli, della serie infinita di password, app, portali e piattaforme.
«Sapere è bene. Sapere tutto è meglio
"Mio Dio, questo è un paradiso" pensa Mae Holland un assolato lunedì di giugno quando fa il suo ingresso al Cerchio. Mai avrebbe pensato di lavorare in un posto simile: la più influente azienda al mondo nella gestione di informazioni web, un asteroide lanciato nel futuro e pronto a imbarcare migliaia di giovani menti. Mae adora tutto del Cerchio: gli open space avveniristici, le palestre e le piscine distribuite ai piani, la zona riposo con i materassi per chi si trovasse a passare la notte al lavoro, i tavoli da ping pong per scaricare la tensione, le feste organizzate, perfino l'acquario con rarissimi pesci tropicali. Pur di far parte della comunità di eletti del Cerchio, Mae non esita ad acconsentire alla richiesta di rinunciare alla propria privacy per un regime di trasparenza assoluta. "Se non sei trasparente, cos'hai da nascondere?" è uno dei motti aziendali. Cioè, condividere sul web qualsiasi esperienza personale, trasmettere in streaming la propria vita. Nessun problema per Mae, tanto la vita fuori dal Cerchio non è che un miraggio sfocato e privo di fascino. Perlomeno fino a quando un ex collega non la fa riflettere: il progetto di usare i social network per creare un mondo più sano e più sicuro è davvero privo di conseguenze o rende gli esseri umani più esposti e fragili, alla fine più manipolabili? Se crolla la barriera tra pubblico e privato, non crolla forse anche la barriera che ci protegge dai totalitarismi
L'autore. Dave Eggers è nato a Boston, e si è laureato in giornalismo alla University of Illinois. È autore di libri di successo come L'opera struggente di un formidabile genio (Mondadori, 2001) ed Erano solo ragazzi in cammino (Mondadori, 2008), finalista del National Book Critics Circe Award. Da quel libro, su Valentino Achak Deng, sopravvissuto alla guerra civile nel Sudan meridionale, è nata la «Valentino Achak Deng Foundation», che si dedica a costruire scuole medie nel Sudan meridionale. Eggers è il fondatore e il direttore di McSweeney's, una casa editrice indipendente di San Francisco che pubblica una rivista trimestrale, il mensile «The Believer», e «Wholphin», un DVD trimestrale di film brevi e documentari. Nel 2002, insieme a Nínive Calegari ha fondato «826 Valencia», un centro nonprofit di scrittura e tutoring per ragazzi del Mission District di San Francisco. Ha pubblicato per Mondadori: Conoscerete la nostra velocità (2003), La fame che abbiamo (2005), Le creature selvagge (2008), Zeitoun (2009), Ologramma per il re (2013) e Il cerchio (2014), I vostri padri, dove sono? E i profeti, vivono forse per sempre? (2015), Eroi della frontiera (2017). Il Gruppo Editoriale L'Espresso ha pubblicato nel 2011 La storia di Capitano Nemo raccontata da Dave Eggers.

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26 dicembre 2016 1 26 /12 /dicembre /2016 06:08
Tony&Susan (Animali Notturni). Un thriller non thriller che è una profonda riflessione sulla letteratura

(Maurizio Crispi) Tony&Susan (Nocturnal Animals, nella traduzione di Laura Noulian,  Adelphi, Collana Fabula,, 2011) scritto da Austin Wright, è un pregevole esempio di meta-letteratura e di scrittura allegorica, con un'approfondita messa a nuda sul rapporto che si ingenera tra lo scrittore e il suo lettore, partendo dalla premessa che lo Scrittore scrive per mettere inscena dei suoi fantasmi personali e che, sopratutto, in funzione di ciò, scrive rivolto ad un "Lettore" in particolare, quello che si potrebbe definire l"ur-lettore" , il lettore originario per il quale la storia si dipana. C'è sempre un lettore originarioper il quale un romanzo ha ragione di essere: talvolta,l'ur-lettore è lo stesso scrittore.
E Sudsan Morrow è l'uTony&Susanr-lettore di Edward Sheffield, suo ex marito, Tony protagonista del romanzo "Animali notturni" che Edward le invia per una prima lettura e per un parere (ma non è questo il fine ultimo, non lo è mai) è il doppelganger di Edward.
Susan legge e, superato il primo scetticismo, si appassiona alla lettura: stranamente, poichè non aveva mai scommesso sul futuro letterario dell'ex marito, anzi questa sfiducia - assieme ad altre cose - era stata proprio una delle cause del fallimento delloromatrimonio. Susan vuole leggere e andare avanti e intanto interrogativi si affollano nella sua testa, come anche reminiscenze sulla storia matrimoniale passata che sembravano caduto nell'oblio.
Quindi, in parallelo alla lettura del romanzo, Susan si trova a rivivere la sua relazione con l'ex marito e si affacciano nel suo scenario mentario dubbi, interrogativi ed esami retrospettivi sulla relazione con l'attuale marito.
Si passa, instancabilmente, da una pagina all'altra di questo doppio registro, sicchè i livelli si confondono, quello della realtà e quello finzionale: ma quello finzionale non sarà poi una possibile - alternativa - realtà?
Stimolata dalla lettura del romanzo Susan vorrebbe incontrarsi con Edward, che si trova a passare dalla città in cui vive (come le ha annunciato, contestualmente all'invio del dattiloscritto), ma egli le si nega e l'incontro che sarebbe liberatorio non può avvenire, lasciando Susan frustrata e in uno stato d'inquietudine, con la consapevolezza che la sua vita non potrà più essere la stessa.
Tony &Susan è un raro esempio di scrittura in cui viene mostrato quale può essere il senso della letteratura, al di làdi una sua funzione di puro intrattenimento: la vera Letteraturaè quella che suscita nel lettore degli interrogativi, anche se questi non potrannoavere risposta e porteranno solo ad altri interrogativi.
Comprendo l'irritazione/delusione di alcuni lettori che si sono ritenuti traditi rispetto alle loro aspettative di essere davanti ad un thriller di genere: e,infatti, questo romanzo non va incasselato come trriller, anche se - apparentemente, ve n'è il frame. Ma soprattutto una meditazione sulla letteratura e sulla sua ultima funzione.
Da questo romanzo è stato tratto il film di Tom Ford, Animali notturni che, per quanto ben fatto, tradisce ilromanzo, in quantolscia da parte la complessità dei piani che interagiscono tra loro e soprattutto modifica il finale, facendolo apparire come un incontro mancato tra la lettrice e il suo scrittore, mentrele cose non sono banalizzabili in questi termini.
Ma si sa che la narrazione per immagini ha delle sue logiche differenti e non può condensare tutta la complesità di un testo letterario, ma mostrarne soltanto alcune possibili angolature.

(Dal risguardo di copertina) Confessa, lettore. Se un conoscente ti recapita un manoscritto ingiungendoti di leggerlo entro qualche giorno, quando vorrà incontrarti per un responso, cosa provi? Nervosismo? Fastidio? Imbarazzo? Bene, più o meno quello che prova Susan, anche perché il mittente non è una persona qualsiasi, ma il suo ex marito, e il romanzo che le ha spedito è quello che ha fantasticato di scrivere, senza riuscirci, per tutta la durata del loro matrimonio. Quindi mentre tu, lettore, puoi accampare un qualsiasi pretesto che ti impedisce di fare quanto più desidereresti al mondo, cioè leggere quel benedetto manoscritto, Susan deve sedersi, e cominciare da pagina uno. Dove si racconta di una famiglia che torna a casa nella notte, in aperta campagna. Di un sorpasso e di un controsorpasso con una macchina sconosciuta. Di uno scambio di insulti dai finestrini. Di un agguato, qualche chilometro dopo. Di una moglie e una figlia portate via da tre balordi. Di un uomo rimasto solo, che vaga alla loro ricerca in una notte che, come un incubo perfetto, sembra sempre ricominciare daccapo. Allora, lettore? Se alla fine hai ceduto anche tu, se ormai stai leggendo da sopra le spalle di Susan, devi fermarti, come lei. Fare una pausa. Cercare conforto nei suoi pensieri, nel suo sforzo di capire da dove tutto questo abbia avuto inizio. Prima o poi però, insieme a lei, dovrai ricominciare a leggere. Di alcuni fatti muti, semplici, atroci. E di una lenta, feroce, allucinata vendetta. Vedrai quello che vede lei, intuirai quello che lei intuisce, e soprattutto proverai quello che lei prova: una variante del terrore che fin qui non aveva conosciuto. E neanche tu.
"Un capolavoro" - Saul Bellow

Austin WrightSull'autore. Austin McGiffert Wright (Yonkers, 6 settembre 1922 – Cincinnati, 23 aprile 2003) è stato un romanziere, saggista e critico letterario americano, professore emerito di Inglese all'Università di Cincinnati.
Crebbe a Hastings-on-Hudson, un suburbio di New York, figlio del geografo John Kirtland Wright e di Katharine McGiffert. Suo zio era Austin Tappan Wright, autore del romanzo utopico Islandia.
Si laureò alla Università Harvard nel 1943 e servì nell'esercito americano durante gli anni dal 1943 al 1946.
Nel 1948 conseguì un master's degree all'Università di Chicago, e un Ph.D. nel 1959.
Sposò Sara Hull nel 1950, con cui ebbe tre figli, Joanna Wright (morta nel 2000), Katharine Wright di Berkeley (California), e Margaret Wright, e due nipoti, Madeline Giscombe ed Elizabeth Perkins.
Autore di sette romanzi di cui soltanto Toy&Susan ha ricevuto una traduzione italiana.

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22 aprile 2016 5 22 /04 /aprile /2016 00:22
Dio benedica il Capitano Vere! Un film e un romanzo che sono rimasti vividamente impressi nella mia memoria

"La Storia di Billy Budd, gabbiere di parrocchetto" (romanzo postumo di Herman Melville), nell'edizione italiana per i tipi di Bompiani, con prefazione pregevole di Eugenio Montale, autore altresì della traduzione), è per me un libro importante per me, quasi cult.
Quando ero appena decenne mio padre mi portò a vedere il film in bianco nero che ne era stato tratto (1962), con Terence Stamp nella parte di Billy Budd e Peter Ustinov (peraltro anche regista del film) nei panni del Capitano Vere.
Il poster del film (1962), Billy Budd, diretto da Peter UstinovIo, pur piccolo, rimasi molto colpito dalla scena finale con l'impiccagione di Billy Budd che a me parve vittima di un'ingiustizia e assurto al ruolo di santo..
Quando tornammo a casa, papà prese dalla libreria la copia del romanzo e mi lesse ad alta voce la parte di uno dei capitoli finali in cui si raccontava lo stesso fatto, con il suo climax emozionale quando Billy Budd, prima dell'esecuzione comminata per il suo delitto (ma impropriamente nel flusso narrativo melvilliano, poichè il capitano vere prima di decidere ciò, avrebbe dovuto consultarsi con un Ammiraglio in rispetto delle regole vigenti) grida davanti a tutto all'equipaggio e agli ufficiali e sottufficiali schierati: "Dio benedica il capitano Vere".
Billy Budd é una sorta di presenza angelicata (che secondo alcuni interpreti del testo melvilliano rappresenta la forza della natura che, in quanto tale, non può integrarsi nel mondo degli uomini), piombato nel rude mondo della marineria militare britannica, gentile e affabile con tutti, benvoluto e capace, pronto ad accollarsi qualsiasi compito gli fosse richiesto tanto che il capitano Vere pensava di promuoverlo presto ad un rango superiore per sfruttare al meglio le sue capacità.
Benvoluto da tutti, fuorché dal cupo e luttuoso Maestro d'armi di fortuna John Claggart che prende ad angariarlo e a stargli addosso (si direbbe oggi a mobbizzarlo), fintantoché all'ennesima provocazione Billy Budd reagisce e lo colpisce, uccidendolo (un omicidio preterintenzionale, si direbbe oggi secondo il linguaggio giuridico), ma siccome tra l'equipaggio della nave da guerra serpeggiavano malumori che erano giunti all'orecchio degli ufficiali, Billy Budd per via di quel gesto, psicologicamente motivato, viene accusato non solo di insubordinazione e di omicidio, ma anche di tentativo di ammutinamento, come se il suo gesto fosse stato espressione di una rivolta che covava ancora senza aver avuto ancora palesi manifestazioni.
Una storia che Melville trasse da un libello che circolava ancora ai suoi tempi e che raccontava questo episodio "vero", in cui Billy Budd diveniva una sorta di Cristo redivivo che veniva impiccato per via dei peccati commessi da altri e che, tuttavia, perdonava il suo giustiziere e lo assolveva chiedendo per lui la benedizione di Dio.
Il film e quel libro da cui papà mi lesse il punto più alto, mi rimasero impresse ed ebbero per me un potente influsso formativo.
Questo volume di cui vedete la copertina è uno dei libri che mi sono più cari e di dà i brividi pensare che papà e mamma, pur con le loro magre risorse, in tempo di guerra continuavano a comprare e a leggere romanzi che poi costituirono il nucleo iniziale della loro biblioteca di narrativa.
E, attraverso questo piccolo episodio, non possa fare altro che ribadire quanto sia stata importante l'azione continua di mio padre nell'mpliare i miei orizzonti, nelforgiarmi lasciandomi però libero di seguire i miei percorsi e di ammpliare i miei orizzonti, facendomi sempre vedere qualcosa "al di là", con la grande lezione di vita che la curiosità e la voglia di sapere devono essere alla base di tutto il nostro operare.
Ed ecco di seguito il brano topico, quello che mio padre mi lesse al nostro ritorno a casa. E ricordo quella lettura vividamente, come fosse ieri, con le inflessioni di voce opportunamente modulate da papà per rendere bene tutto il pathos della scena.

 

Una volta, in alto mare, l'impiccagione di un marinaio era fatta generalmente sul pennone di trinchetto. Nel caso presente, per particolari motivi, era stato prescelto l'albero maestro. Assistito dal cappellano il prigioniero fu condotto sotto un pennone di quest'albero. Fu osservato allora, e commentato più tardi, che l'ottimo uomo in questa scena finale non perdette tempo nelle formalità di rito. Scambiò alcune parole col condannato, ma l'autentico Vangelo era piuttosto nell'aspetto e nelle maniere che nella sua lingua. Gli ultimi preparativi furono condotti innanzi rapidamente da due nostromi e l'esecuzione stava per compiersi. Billy era in piedi col viso rivolto a poppavia. Al momento estremo le sue sole parole, pronunciate senza alcun impedimento, furono queste: "Dio benedica il capitano Vere". Tali sillabe, così inattese da parte di un uomo che aveva il vergognoso laccio attorno al collo; questa benedizione di un convinto di fellonia mandata verso i posti d’onore e detta con l’accento melodiosodi un uccello che sta per spiccarsi dal ramo, ebbe un effetto formidabile, accresciuto anche dalla rara bellezza del giovane marinaio, fatta più spirituale dalle ultime e sì cocenti esperienze.
enza volere, come se la gente della nave fosse il veicolo di una corrente elettrica, con un sola vocedall’aalto e dal basso, un grido si levò: “Dio benedica il capitano Vere”. E in quell’istante Billy dovette essere in tutti i cuori come già era in tutti gli occhi. (p.182-183)

Herman Melville, La storia di Billy Budd, Bompiani, 1942

Il testomelvilliano è stato oggetto di una trasposizione in opera lirica (arrangiamento musicale su libretto di Edward Morgan Forster e Eric Crozier) da parte di Benjamin Britten.

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19 aprile 2016 2 19 /04 /aprile /2016 20:06
Veloce come il Vento. Uno speed movie in salsa italiana, ma con elementi drammatici che ne fanno un film di qualità

(Maurizio Crispi) "Veloce come il Vento" (film di Matteo Rovere, Italia, 2016) un film sulle corse e la velocità, racconta la storia ispirata liberamente al tormentato pilota di rally Carlo Capone.
Alla fine del film si legge "Dedicato a Antonio Dentini (detto Tonino) che ci ha raccontato questa storia". E subito dopo, compaiono affiancate le immagini dei tre personaggi principali della vicenda automobilistica raccontata dal film con accanto le foto di quelli reali che hanno ispirato la storia.
Antonio Dentini è il "prototipo emiliano-romagnolo del meccanico 'malato' di corse e tutto casa e officina".
Un "Fast and Furious" all'Italiana, con tutti i topoi propri degli speed movies, ma con la marcia in più della storia vera cui si ispira: più tendente al dramma familiare che non alla commedia, ma nello stesso tempo rappresentazione di coraggio e di determinazione e un pizzico (riuscito) di rappresentazione di una crescita dei diversipersonaggi attraverso le prove che dovranno superare, alla ricerca di nuovi assetti interiori e relazionali.

Veloce come il Vento (Matteo Rovere, 2016) - Paolo Andreucci e Stefano AccorsiCon l'emozione aggiuntiva per lo spettatore di vedere sequenze girate nei maggiori autodromi italiani, come Monza, Imola, Vallelunga e nel circuito del Mugello, avendo l'opportunità inoltre di veder giostrare autovetture gloriose e d'epoca, e con un finale "da brivido" con una corsa adrenalica - non proprio regolare - che si svolge in un grande spazio abbandonato (lo scenario reale é l'aereoporto Pisticci di Matera) e poi attraversando le vie tortuose della stessa Matera, in cui tutto si sviluppa al meglio grazie all’abilità del vero pilota coinvolto, che è stato assieme stuntman e istruttore d’eccezione al posto di Accorsi, cioè Paolo Andreucci, 9 volte campione italiano di rally sempre con Peugeot.
Benché il personaggio vero cui la storia si ispiri riguardi un pilota di Rally, il film fiction racconta la partecipazione della Giulia De Martino, talentuosa giovane promessa (Interpretata bene da Matilde De Angelis) ad un Campionato GT, in corsa per vincere e per salvare la casa di famiglia dal pignoramento in caso di suo fallimento, dal momento che è stata ipotecata come "garanzia" a vantaggio dello sponsor strozzino che le aveva fornito auto, attrezzature e assistenza.
Loris De Martino (ex pilota di successo) ricompare nello scenario spezzato della morte del padre, inizialmente solo per trarre beneficio dalla nuova situazione che si è creata, ma poi responsabilizzandosi per fare da coach alla sorella Giulia, ancora minorenne, e da tutor di un terzo fratello ancora decenne..
Stefano Accorsi è grande nell'interpretare la parte del tossico isterico, lercio, egocentrico, polemico e litigioso, ma anche capace di slanci e di assessment creativi, lasciando rifluire dall'oblio a cui le aveva condannate tutto le sue competenze del tempo più felice in cui era stato pilota: e nella sua funzione di neo-coach è decisamente un mattoide che utilizza metodi di addestramento assolutamente non ortodossi, ma efficaci e, per il loro impatto, quasi zen.
Il film coinvolge lo spettatore e si lascia seguire, alternando le gare di Campionato GT a quelle degli allenamenti e della preparazione che si mescolano inestricabilmente con quelle tormentate della vita familiare inquinata dai comportamenti instabili di Loris e dalla necessità di trovare un difficile equilibrio da rinegoziare continuamente e con fatica.
Un bel film tutto italiano che merita attenzione.

Matilda De Angelis e Stefano Accorsi

Carlo Capone in Wikipedia

Veloce come il Vento in wikipedia (per una sintesi della storia)

Veloce come il Vento. Uno speed movie in salsa italiana, ma con elementi drammatici che ne fanno un film di qualità
Veloce come il Vento. Uno speed movie in salsa italiana, ma con elementi drammatici che ne fanno un film di qualità
Veloce come il Vento. Uno speed movie in salsa italiana, ma con elementi drammatici che ne fanno un film di qualità
Veloce come il Vento. Uno speed movie in salsa italiana, ma con elementi drammatici che ne fanno un film di qualità

Il trailer ufficiale. La passione per i motori scorre da sempre nelle vene di Giulia De Martino. Viene da una famiglia che da generazioni sforna campioni di corse automobilistiche. Anche lei è un pilota, un talento eccezionale che a soli diciassette anni partecipa al Campionato GT, sotto la guida del padre Mario. Ma un giorno tutto cambia e Giulia si trova a dover affrontare da sola la pista e la vita. A complicare la situazione il ritorno inaspettato del fratello Loris, ex pilota ormai totalmente inaffidabile, ma dotato di uno straordinario sesto senso per la guida. Saranno obbligati a lavorare insieme, in un susseguirsi di adrenalina ed emozioni che gli farà scoprire quanto sia difficile e importante provare ad essere una famiglia.

Il videoclip presenta un momento topico della pellicola di Matteo Rovere, quando Loris De Marino in autodromo prende la cuffia e comincia a seguire la sorella Giulia nel vivo della competizione. La passione per i motori scorre da sempre nelle vene di Giulia De Martino. Viene da una famiglia che da generazioni sforna campioni di corse automobilistiche. Anche lei è un pilota, un talento eccezionale che a soli diciassette anni partecipa al Campionato GT, sotto la guida del padre Mario. Ma un giorno tutto cambia e Giulia si trova a dover affrontare da sola la pista e la vita. A complicare la situazione il ritorno inaspettato del fratello Loris, ex pilota ormai totalmente inaffidabile, ma dotato di uno straordinario sesto senso per la guida. Saranno obbligati a lavorare insieme, in un susseguirsi di adrenalina ed emozioni che gli farà scoprire quanto sia difficile e importante provare ad essere una famiglia.

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5 aprile 2016 2 05 /04 /aprile /2016 00:14
45 anni. Una riflessione sulla fragilità e le imperfezioni delle relazioni coniugali di lungo corso

(Maurizio Crispi) "45 anni" ("45 Years", film opera prima di Andrew Haigh, Gran Bretagna, 2015) racconta una settimana della vita dal Lunedì al sabato di una coppia attempata (Geoff e Kate Mercer) alla vigilia della festa per il loro 45° anniversario di vita assieme e di matrimonio.
All'inizio di questa settimana che dovrebbe essere di gioia e letizia, una notizia inattesa che Geoff riceve crea una turbativa con delle derive impreviste: il corpo congelato della prima fidanzata del marito (Tom Courtenay) viene ritrovato,ancora intatto, nel ghiaccio. E la notizia non è una cosa da poco poiché riattiva una deriva di memorie persistenti nella mente di Geoff che ritorna nella soffitta (fisicamente, non solo nella soffitta della reminiscenza) a ricercare reliquie di un passato sepolto, ma evidentemente non cancellato.
Kate (Charlotte Rampling) è turbata e anche lei, durante un'assenza di Geoff, sale nella soffitta alla ricerca di tracce e segni,
Il ritrovamento di quel corpo congelato a distanza di tanti anni non può essere liquidato così semplicemente e si impone come una presenza ingombrante che crea delle fratture, rivelando che qualcosa relativo ai sentimenti con quella morte è rimasto congelato e non è stato metabolizzato/elaborato.
Il corpo congelato e conservatosi intatto nel corso di quasi cinquant'anni è, infatti, metafora di un nucleo di sentimenti rimasto del tutto fermo, silente per lunghi anni, ma ancora forte ed intenso.
La storia, ambientata nelle campagne del Norfolk, è una riflessione malinconica sulla imperfezione e sulla fragilità delle relazioni affettive e coniugali di lungo corso, anche di quelle che, apparentemente sono più solidamente fondate.
Una riflessione di portata generale viene offerta agli spettatori, poiché spesso nell'iniziare una nuova relazione, pur essendo in una condizione mentale di "buona fede", si sta fuggendo in realtà da una pregressa delusione, da un fallimento, da un dolore e, quindi, la nuova relazione, pur avendo un valore assoluto resta relegata in una sorta di B-side rispetto a quella pregressa conclusasi, fallita o finita traumaticamente che rimane relegata in un angolo del sé emozionale come oggetto assoluto di incontaminata purezza e quindi sede del sentimento della nostalgia.

45 Years (Locandina)E quella relazione pregressa rimane come il luogo e il tempo della propria età dell'oro che mai più tornerà.
Il più delle volte, con il trascorrere degli anni, ci si dimentica di tutto questo e parrebbe che ogni coa sia in ordine e piena espressione d'un perfetto amore, ma basta poco per risvegliare una memoria sopita e riaccendere la nostalgia del perduto amore.
E se il partner (o la partner) comprende ciò che accade le conseguenze possono essere devastanti, poiché si consolida la consapevolezza di essere vissuti in una condizione di menzogna o di travisamento per tutta la vita. E, per quanto ci si sforzi di padroneggiare razionalmente ciò che sta capitando e ridimensionarlo, si è sovrastati dalle ripercssioni emozionali e da contraccolpi che allontano dal partner sino a creare abissi che difficilmente poranno essere colmati.
Una situazione difficile da metabolizzare e da superare, anche se di fronte alla platea di amici, familiari, conoscenti si cerca di giocare il ruolo della coppia perfetta e amorevole.
Il film di Haigh con grande competenza e delicatezza, attraverso piccole cose, conversazioni minimali, con la mimica e la gestualità sobria eppure incisiva e oltremodo espressiva dei due personaggi principali che tengono banco per gran parte del film, racconta appunto tutto questo, rispondendo al quesito: "Cosa accade se dopo decenni di vita assieme ci si accorge di essere vissuti dentro ad una fondamentale menzogna, in merito alle scelte compiute?".
Si può pur sempre ricominciare daccapo ma non è semplice.
Il film è quasi tutto giocato sul dialogo tra Geoff e Kate, sui loro detti e sui non detti, sulle espressioni del volto e sulla mimica, in una recitazione non roboante, ma fortemente incisiva, sino alla conclusione del film (disperante, ma aperta) che ciascuno degli spettatori può elaborare per conto proprio, immaginando dei finali con delle possibili evoluzioni o involuzioni.

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3 aprile 2016 7 03 /04 /aprile /2016 07:58
Desconocido. Un bel thriller spagnolo, claustrofobico e incalzante

Desconocido (a cui nelle locandine italiane è stato aggiunto il sottotiolo: "La resa dei conti", con un eccessivo zelo che un po' guasta la sorpresa) è un film spagnuolo, realizzato dal regista Dani La Torre nel corso del 2014, con esterni nella galiziana metropoli di La Coruña e girato con un cast di attori interamente spagnuolo.
E' un thriller d'azione che si distingue nel panorama del genere dominato dalla filmografia d'oltreoceano targata USA.
E fa davvero piacere vederlo, poichè riporta in Europa un primato tutto americano.
La storia è soprendente ed incalzante.
Detta in sintesi: Carlos, un funzionario di banca, mentre va al lavoro riceve una telefonata da un utente sconosciuto (Desconocido è la parola che, in tale evenienza, compare nei display dei cellulari impostati in lingua spagnuola) che gli rende noto che sono piazzate degli orfigni esplosivi sotto i sedili dell'auto, settate in modo da esplodere appena coloro che vi sono sedti sopra si debbano alzare. Sfortuna vuole che in auto assieme all'uomo vi siano i due figli.
Comincia una frenetica trattativa, mentre l'auto cammina di continuo o a volte si ferma per una pausa. Il dialogo è ininterretto, con la voce sconosciuta, come pure il controllo visivo.
Gli ordigni possono essere innescati anche con un telecomando, quindi la minaccia è ancora più cogente.
Cosa vuole il sequestratore a distanza? Sembra che voglia dei soldi, tanti. Ma nel modo in cui li vuole traspare anche che debbano esserci dei motivi personali contro il funzionario.
Ma cosa? Non si può sapere e non si può dire per non levare agli spettatori il piacere.
Ci sono una serie di sviluppi che tengono lo spettatore cn il fiato sospeso fino alla conclusione non tanto scontata, perchè si tinge anche di una riflessione sociale sulle cattive pratiche degli istituti di credito.

Desconocido - La resa dei Conti (Dani La Torre, Spagna, 2015)Un recensore ha detto ironicamente: "Adesso aspettiamo che gli americani facciano il loro remake". Si sa gli americani non possono veramente apprezzare unfilm se non fanno una copia a loro modo, con un'ambientazione USA e con attori di grido americani.
Peraltro, la cinematografia USA aveva già prodotto in passato un claustrofobico thriller, tutto ambientato all'interno di una cabina telefonica di New York, Manhattan, in cui l'uomo che si accinge a fare una telefonata riceve una chiamata inattesa in cui una voce "sconosciuta" lo informa che è tenuto sotto tiro a distanza ed è pronto a sparargli alla prima mossa incauta. Anche lì comincia un'estenuante contrattazione, mentre i poliziotti alla fine intervenuti sul campo cercano di localizzare il nido dove si nasconde il misterioso cecchino. Sfibrante, anche perchè si svolge in una sostanziale unità di tempo e di azione, come accade del resto - fatte salve brevi interpunzioni, in cui il campo si allarga -  nel film di Dani La Torre in cui la macchina da presa riprende quasi esclusivamente l'interno dell'auto e i volti di Carlos e dei suoi bambini che sono imprigionati al suo interno.
In El Desconocido, grande interpretazione da parte dei diversi attori, compresi i due ragazzi che impersonano i figli di Carlos.
Tuttavia, un po' ha guastato la scelta di dare a Carlos (il funzionario di banca, interpretato da Luis Tosar) la voce del doppiatore di George Clooney e, ciò unitamente ad una vaga somiglianza fisica tra i due, porta a far s+ì che lo spettatore abbia l'impressione di vedere e di sentire un George Clooney, non facendo giustizia all'attore implicato.
Avremmo voluto sentire la sua voce originale, proprio per evitare questo tipo di contaminazione percettiva: ma questa è una generica considerazione che si estende, ovviamente, a tutto il dispositivo del doppiaggio di cui gli Italiani sono maestri, pur levando purezza e intelleggibilità alle interpretazioni originali.

 

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30 marzo 2016 3 30 /03 /marzo /2016 22:16
Truth. Il Prezzo della verità. Un bel film sull'impegno civile del giornalismo d'inchiesta USA

Nel 2005 Dan Rather, celebre anchorman del network televisivo americano CBS, rassegnò le sue dimissioni in seguito alla controversia esplosa dopo la messa in onda di un servizio che metteva in discussione l'appartenenza dell'allora presidente George W. Bush alla Guardia Nazionale Aerea durante la guerra nel Vietnam (o meglio di una sua accettazione nei suoi ranghi senza uno specifico addestramento e senza effettive ore di volo, con una partecipazione spregidicata, poichè spesso alle esercitazioni risultò essere presente senza di fatto esserci).
Responsabile d quell'inchiesta fu Mary Mapes, una agguerrita e seria produttrice televisiva che, per il programma giornalistico "60 Minutes", aveva realizzato molti storici scoop con grande intuito giornalistico.

LocandinaMapes ha poi raccontato e pubblicato (2005) la storia di quella controversia in un memoriale (Truth and Duty: The Press, the President, and the Privilege of Power) che è la base su cui James Vanderbilt, sceneggiatore dei primi due capitoli della saga di The Amazing Spiderman qui alla sua prima regia, ha strutturato il copione di Truth - Il prezzo della verità, solido e coinvolgente dramma nella tradizione americana del cinema hollywoodiano che esplora i rapporti tra politica e giornalismo e la sfida - non sempre vincente - tra libertà di informazione e solida mission nella ricerca della verità da un lato e omertà del Potere, dall'altro.
L'inchesta venne poi affossata, utilizzando dei cavilli sulla legittimità delle fonti utilizzate e tutto finì davanti ad una commissione d'inchiesta che mise in discussione la moralità e la correttezza di Mary Mapes, responsabile di non avere aderito al codice deontologico, divulgando notizie non certe che mettevano in forse l'integrità del Presidente degli Stati Uniti. in carica.
Quello del film è un finale amaro nel quale, tuttavia, viene fatta salva la dignità delle persone coinvolte, mentre venne comunque inferto un colpo alla credibilità di George Bush Jr.
Presentato all'ultima Festa del Cinema di Roma e interpretato magnificamente da Cate Blanchett (Mary Mapes) e Robert Redford (Dan Rather), Truth - Il prezzo della verità - di cui si vede sotto il trailer ufficiale è stato in programmazione nelle sale italiane dal 17 marzo.

The Killian's documents controversy (anche conosciuta come Memogate o Rathergate). Mary Mapes produced a segment for 60 Minutes Wednesday that aired criticism of President George W. Bush's military service, supported by documents purportedly from the files of Bush's commanding officer, the late Lieutenant Colonel Jerry B Killian. Those documents had been delivered to CBS from Bill Burkett, who was a retired Lt. Colonel with the Texas Army National Guard. During the segment, Dan Rather asserted that the documents had been authenticated by document experts, but ultimately, CBS could neither confirm nor definitively refute their authenticity. Moreover, CBS did not have any original documents, only faxed copies, as Burkett claimed to have burned the originals.
Locandina TruthThe 60 Minutes report charged that Bush, the son of an ambassador, congressman and future president, had received preferential treatment in passing over hundreds of applicants to enlist in the Texas Air National Guard in order to avoid being drafted and sent to fight in Vietnam after he had graduated from Yale in 1968. Then-Texas Lieutenant Governor Ben Barnes said he had made phone calls to get Bush into the Guard, as he claimed to have done for the children of several other influential Texans.
After the report was aired, it was immediately the subject of harsh criticism, especially when a key document was reportedly proven to be a forgery. As a result of the controversy over the use of the documents, CBS ordered an independent internal investigation. The panel in charge of investigation was composed of Dick Thornburgh, former governor of Pennsylvania and United States Attorney General, and Louis Boccardi, retired president and CEO of the Associated Press. The Thornburgh-Boccardi report said that some of Bush's former instructors or colleagues had told Mapes that Bush told them he wanted to go to Vietnam, but that he could not go because there were others ahead of him with more seniority. Mapes was criticized for failing to air them in the 60 Minutes report to balance the allegation that Bush had enlisted in the Guard to avoid serving in Vietnam. Mapes was also faulted for calling Joe Lockhart, a senior official in the John Kerry campaign, prior to the airing of the piece, and offering to put her source, Bill Burkett, in touch with him. However, Mapes stated that Burkett had asked her to give his phone number to someone in the Kerry camp to discuss the Swift Boat campaign, for which she had asked permission. She has said, in retrospect, she would not have done it. Lockhart and Burkett also stated that the conversation had nothing to do with CBS's report or the documents, but to do with the Swift Boat campaign.
Following the investigation, Mapes and others involved were accused of lapses in judgement and were fired. Although the panel did not determine the memos were fraudulent, it stated "there remains substantial questions" regarding their authenticity. According to the panel, a "myopic zeal" to be the first news outlet to broadcast an unprecedented story about the president's National Guard service was a "...key factor in explaining why CBS News had produced a story that was neither fair nor accurate and did not meet the organization's internal standards". The panel proclaimed that at least four factors contributed to the decision to broadcast the report: "The combination of a new 60 Minutes Wednesday management team, great deference given to a highly respected producer and the network's news anchor, competitive pressures, and a zealous belief in the truth of the segment".
The panel also stated that it "...cannot conclude that a political agenda at 60 Minutes Wednesday drove either the timing of the airing of the segment or its content". Mapes was terminated by CBS in January 2005. Also asked to resign were Senior Vice President Betsy West, who supervised CBS News primetime programs; 60 Minutes Wednesday Executive Producer Josh Howard; and Howard’s deputy, Senior Broadcast Producer Mary Murphy.

 

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9 marzo 2016 3 09 /03 /marzo /2016 22:02
Il Caso Spotlight. Un film coraggioso e rivelatore che racconta l'inchiesta del Boston Globe sui preti pedofili e sulle strategie di occultamento da parte del sistema

Nel 2001, la squadra giornalistica "Spotlight" del Boston Globe, guidata dal neo-direttore Marty Baron, iniziò una clamorosa indagine che svelò, con una solida base documentaria e testimoniale, gli abusi sessuali perpetrati da oltre 70 sacerdoti dell'Arcidiocesi di Boston ai danni di minori; abusi che poi erano stati insabbiati dall'autorità ecclesiastica.
Consapevoli dei rischi cui andavano incontro, mettendosi contro un’istituzione come la Chiesa cattolica, Marty Baron e Ben Bradlee Jr., più i quattro membri della squadra investigativa del giornale Walter Robinson, Mike Rezendes, Sacha Pfeiffer e Matt Carroll, proseguirono con determinazione nel loro sforzo portare la verità alla luce: la verità su una vicenda che per anni - colpevolmente e quasi con atteggiamenti di connivenza, era stata ignorata dalle autorità e dai media.

Il Caso Spotlight. Un film coraggioso e rivelatore che racconta l'inchiesta del Boston Globe sui preti pedofili e sulle strategie di occultamento da parte del sistema
Il Caso Spotlight. Un film coraggioso e rivelatore che racconta l'inchiesta del Boston Globe sui preti pedofili e sulle strategie di occultamento da parte del sistema
Il Caso Spotlight. Un film coraggioso e rivelatore che racconta l'inchiesta del Boston Globe sui preti pedofili e sulle strategie di occultamento da parte del sistema

(Maurizio CrispiIl caso Spotlight (film del 2015 di Tom McCarthy, plurimetriato e vincitore del Premio Oscar 2015) racconta la storia del team di giornalisti investigativi del Boston Globe soprannominato Spotlight, che nel 2002 sconvolse la città con le sue rivelazioni sulla copertura sistematica da parte della Chiesa Cattolica degli abusi sessuali commessi su minori da oltre 70 sacerdoti locali, in un’inchiesta premiata col Premio Pulitzer.

In maniera del tutto casuale, mi sono ritrovato a leggere il volume di Carmelo Abbate, "Sex and the Vatican. Viaggio segreto nel regno dei casti" (Piemme, 2012), scaturito da un'inchiesta giornalistica pubblicata su Panorama alcuni anni prima, e ad andare a vedere il coraggioso film di Tom McCarthy, altro sublime esempio di cinematografia sul coraggioso giornalismo d'inchiesta d'oltreoceano.
Entrambi, libro e film, puntano il dito contro le ipocrisie della Chiesa di Roma nel voler mantenere un velo d'omertà contro questi fatti, con tagli tuttavia diversi.
Il volume di Abbate esplora, in modo documentato, il mondo della multiforme e sfaccettata sessualità dei preti e dibatte sull'incongruità del voto di celibato.
Il film di McCarthy, invece, si sofferma su di un caso di corruzione di "sistema", in cui l'azione prevalente da parte di preti deviati era stata quella di molestie e di attività sessuali intercorse con minori, casi di pedofilia dunque, perpetrati da soggetti con caratteristiche di "predatore" seriale nei confronti di minori provenienti da famiglie che, "deboli" sotto il profilo sociale e sotto quello del reddito, quindi vulnerabili, furono successivamente sottoposte - proprio facendo leva sulla loro "debolezza" a delle forme di copertura tramite accordi privati con l'obbligo del  secreto, da parte di tutte le parti in causa.
I giornalisti della team Spotlight del Boston Globe, superando non pochi ostacoli e molte e invivibili e sovrastanti barriere di silenzio omertoso riuscirono a fondare solidamente la loro inchiesta su 70 casi documentati e certi. A seguito della pubblicazione della prima inchiesta e di oltre 600 articoli sul tema nel corso dell'anno successivo, vennero alla luce oltre 1000 casi "provati" i cui scenari si estesero rapidamente a tutto il territorio degli Stati Uniti e in altre nazioni.
Quello che si verificò fu un vero e proprio terremoto a seguito del quale il prelato a capo dell'Arcidiocesi di Boston fu costretto a rassegnare le dimissioni, salvo poi ad essere trasferito a Roma dove continuò ad esercitare il sacerdozio con qualche carica all'interno della Basilica di Santa Maria Maggiore, in applicazione della strategia dei vertici della Chiesa di Roma, di fronte a simili casi, di coprire e trasferire in altre sedi, ma mai sanzionare oppure sospendere dalle funzioni sacerdotali.
Si tratta di un film di impegno civile, come anche è coraggioso e sconvolgente il volume di Carmine Abbate, il quale riscontra che, a differenza di quanto accade in altre nazioni europee e del mondo, in Italia il tema della sessualità dei preti non è dibattuto ed avvolto da un velo di omertoso silenzio.
Mai accoppiamento di lettura e film è stato più azzeccato.

Carmelo Abate, Sex and the Vatican, Piemme, 2012(dal risguardo di copertina del volume di Carmelo Abbate) Parte dal racconto di una festa molto speciale, e da un'inchiesta che ha attirato l'attenzione dei media di tutto il mondo - da Newsweek al Washington Post, dalla Cbs al Guardian, dalla Bbc France2, da El Mundo alla Pravda, fino alla TV iraniana -, questo viaggio nel sesso dei preti. Un'impeccabile indagine da under cover reporter che ha avuto enorme eco e ha provocato la reazione del Vaticano, che in una nota ufficiale del Vicariato di Roma ha invitato i preti coinvolti a "uscire allo scoperto". Proprio in quei giorni caldi, Carmelo Abbate continuava il suo lavoro da "infiltrato" sotto copertura, un lavoro che si è protratto per diversi mesi e che dalla Città Eterna si è allargato ad altre città italiane, da Venezia a Palermo, e quindi oltre confine. Il risultato è un reportage ricco di rivelazioni, dialoghi serrati, incontri segreti, testimonianze, a volte dolenti a volte sconcertanti, per un percorso che prende il via dai dintorni del Vaticano e si dipana un po' ovunque, tra vizi privati e pubbliche virtù. Sacerdoti di ogni nazionalità che si dividono tra le stanze di via della Conciliazione e la movida della Roma by night. Esperienze di escort e chat. Seminaristi e suore che vivono di nascosto la propria sessualità, sia etero che omosessuale. Il problema dei figli dei sacerdoti e delle loro madri, che hanno inviato a papa Benedetto XVI un documento segreto per raccontare la loro difficile condizione. Sacerdoti che testimoniano il loro disagio...

Il Caso Spotlight. Un film coraggioso e rivelatore che racconta l'inchiesta del Boston Globe sui preti pedofili e sulle strategie di occultamento da parte del sistema

Sono profondamente addolorato per i peccati e i gravi crimini commessi da membri del clero e umilmente chiedo perdono. Il coraggio che voi e altri avete dimostrato facendo emergere la verità è stato un servizio di amore, che ha fatto luce su una terribile oscurità nella vita della Chiesa

Papa Francesco

Tradimento. L'inchiesta e i documenti che svelano il più grande scandalo all'interno della Chiesa (The Boston Globe Staff, Piemme, Collana di Saggistica), é il volume che contiene tutte le rivelazioni dell'indagine (con il supporto di molti dei documenti originali) e che ha ispirato il film Spotlight.
Il volume contenente i risultati della coraggiosa inchiesta è stato insignito con il Premio Pulitzer.
(dal risguardo di copertina) Porsi continuamente interrogativi e non smettere mai di cercare le risposte: è il credo dei giornalisti di Spotlight, lo staff investigativo del quotidiano Boston Globe. Così, incappando nelle vicende di un solo sacerdote, accusato per molestie e violenze da centinaia di vittime, non si sono limitati a raccontare la storia di una “mela marcia”. Hanno proseguito a fare e farsi tutte le domande, per giungere alla più scomoda: fino a che punto la Chiesa era al corrente? L’indagine ha alla fine disvelato il più grande scandalo di pedofilia nella Chiesa cattolica e costretto alle dimissioni il potente arcivescovo di Boston, Bernard Law. È emerso che il caso di quel prete non era che la punta dell’iceberg di un sistema di omertà e violenze. Che i vertici della Chiesa americana erano al corrente dei crimini di quello e di altri sacerdoti e non solo si erano limitati a spostare di parrocchia in parrocchia i responsabili, accompagnandoli con parole di riconoscenza e di referenze, ma avevano anche comprato il silenzio delle vittime per evitare lo scandalo, usando la propria influenza in ogni direzione.
Per oltre trent’anni. I giornalisti di Spotlight non si sono arresi di fronte all’omertà, alle minacce legali, alla connivenza di istituzioni compiacenti che hanno messo sotto sigillo documentazioni importanti.
Sapevano che se l’opinione pubblica non fosse stata informata, altre “mele marce” avrebbero continuato ad approfittare della fiducia dei fedeli. Per la portata delle sue rivelazioni, che hanno coinvolto non solo gli Stati Uniti ma anche l’America Latina, l’Africa e l’Europa, per giungere fino a Roma, toccando decine di città e 102 diocesi in tutto il mondo, non si vedeva un’inchiesta cosi inappuntabile, documentata e clamorosa dai tempi del Watergate.
E nonostante il risultato, e il Premio Pulitzer vinto, lo staff di Spotlight non smette di porre domande scomode, perché il lavoro non è mai finito.

 

 

Il Team Spotlight. La squadra di giornalisti del Boston Globe che ha contribuito all’inchiesta sullo scandalo della pedofilia è composta da: Matt Carroll, Kevin Cullen, Thomas Farragher, Stephen Kurkjian, Michael Paulson, Sacha Pfeiffer, Michael Rezendes e Walter V. Robinson, responsabile dello Spotlight Team.
Questa inchiesta, che ha ispirato il film Il caso Spotlight, è stata insignita del Premio Pulitzer.

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5 gennaio 2016 2 05 /01 /gennaio /2016 00:18
Il Piccolo Principe. La rivisitazione della bella favola di Saint-Exupéry: in realtà due film in uno, con un finale consolatorio
Il Piccolo Principe. La rivisitazione della bella favola di Saint-Exupéry: in realtà due film in uno, con un finale consolatorio

(Maurizio Crispi) "Il piccolo principe" è un film d'animazione del 2015 diretto da Mark Osborne. La pellicola è l'adattamento cinematografico del celebre omonimo romanzo scritto da Antoine de Saint-Exupéry nel 1943.
La pellicola è stata presentata fuori concorso al Festival di Cannes 2015, il 22 maggio.
Alcuni, nelle diverse critiche che è possibile leggere, hanno detto che il film è molto poco "essenziale" rispetto al testo originario: in effetti, è costituito da due storie sovrapposte, anzi tre, di cui una è il testo originario i Saint-Exupery, mentre le altre due sono state inventate ex-novo nella creazione dello script.Solo alla fine la storia originaria de "Il Piccolo Principe" e quella che le fa da frame confluiscono in una nuova storia con degli sviluppi inediti che non tradiscono lo spirito della fiaba originaria, ma forse la potenziano
Il film "Il Piccolo Principe" con la sua morale vorrebbero porsi come antidoto a un mondo futuro fatto di sovraffollamento, di controllo simil-orwelliano di tutto ciò che concerne l'espressione di tutti i sentimenti connessi alla ludicità (un mondo anti-homo ludens) e di adultità esclusivamente produttive e senza alcuna fantasia.
Guardandolo, non si ha la sensazione che il testo di Saint-Exupery sia stato tradito: le immagini che illustrano la sua storia originari sono peraltro splendide e rispecchiano i bei disegni policromi che hanno reso in tutto il libro, con il suo mix indissolubile di parola scritta e di disegni.
E' ovvio che la realizzazione del film è stata resa possibile dalla decadenza del copyright, tante che nel 2014 c'è stato un vero e proprio diluvio di riedizioni per tutti i gusti e con tutti i possibili format della famosa storia.
Costruire la storia del Piccolo Principe dentro un frame più vasto che la connettesse lla modernità è stata - a mio avviso - un'esigenza di rappresentazione: quella di rendere meno crudo e triste il finale della storia del Piccolo Principe che, così come è stato concepito dall'Autore, può strappare molte torrenziali lacrime, soprattutto a chi si trova nel clima emozionale adatto, e naturalmente ciò può accadere nelle scene-cartolina della domsticazione della volpe, dell'incontro bifasico con il serpente misericordioso e del rapporto di amicizia e di dedizione con quell'unica rosa.
Viene così reso più esplicito, adattandolo alla modernità, il messaggio morale del Piccolo Principe e del suo amico pilota, sperduto nel deserto: ma - ovviamente - strizzando nello stesso tempo l'occhio in modo benevolmente ruffianesco alle esigenze del botteghino.

La trama. Prodigy ha una madre in carriera che le ha organizzato la vita fino all'ultimo secondo con il solo scopo di entrare in una prestigiosa facoltà. Durante l'estate però la ragazzina si distrae dal programma imposto grazie al vicino di casa, un vecchio e strampalato ex-aviatore che inizia a raccontarle la storia di un ragazzino chiamato "piccolo principe" che avrebbe incontrato anni prima in pieno deserto dopo che il suo aereo cadde. L'aviatore però non ha la possibilità di raccontare la fine della sua storia in quanto rimane vittima di un incidente ma Prodigy, di nascosto dalla madre, si reca in ospedale a visitarlo per rimanere poi delusa a causa del triste finale in cui il ragazzino si sacrifica per poter rivedere la sua amata rosa che lo attende sull'asteroide che egli ha lasciato. 
Le condizioni dell'aviatore non migliorano e anche la ragazzina è preoccupata tanto che sale sul suo aereo con il pupazzo della volpe per intraprendere un fantastico viaggio che le consente di raggiungere un mondo dove vivono solo adulti superindaffarati tra cui anche il piccolo principe che, divenuto grande, ha ormai scordato il suo passato.
L'uomo la porta nell'accademia dove la ragazzina dovrebbe crescere e quindi lavorare ma all'improvviso riaffiorano i ricordi e si ribella permettendo alle stelle di tornare a brillare nel cielo. I due tornano nell'asteroide ormai invaso dalla crescita selvaggia dei tre baobab per avere la conferma che l'amata rosa è morta, ma la sua immagine compare all'alba e il principe torna bambino.
La ragazzina torna a casa e il mattino seguente, accompagnata dalla madre, fa visita all'aviatore, portandogli il suo racconto ormai concluso. Anche con la madre Prodigy potrà avere un nuovo e migliore rapporto.

Il sito ufficiale: http://ilpiccoloprincipe-ilfilm.it/#/page1

Il Piccolo Principe. La rivisitazione della bella favola di Saint-Exupéry: in realtà due film in uno, con un finale consolatorio
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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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