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9 maggio 2015 6 09 /05 /maggio /2015 05:32
Il Comune di Palermo, con il sistema "elimina code" si modernizza, ma rimane sempre un passo indietro
Il Comune di Palermo, con il sistema "elimina code" si modernizza, ma rimane sempre un passo indietroIl Comune di Palermo, con il sistema "elimina code" si modernizza, ma rimane sempre un passo indietroIl Comune di Palermo, con il sistema "elimina code" si modernizza, ma rimane sempre un passo indietro

Qualche giorno fa, sono rimasto piacevolmente colpito nelc onstatare - recandomi negli Uffici comunali di Vialelazio per chiedere un certificato - che era entrato in vigore proprio da pochi giorni un sistema "elimina code" coompurizzato, simile a quello vigenteall'Agenzia delle Entrate.
Si seleziona la propia area di interesse, si pigia un bottone e ci si mette in attesa.
Nel biglietto che il dispositivoemette c'è scritto il tuo numero e quanto persone sono già in attesa per sbrigare qualcosa allo specifico sportello.E c'èanche scritto il tempo d'attesa di massima.

Si segue l'evoluzione della propria cade comodmente seduti, senza più dovere sottostare alla ressa della coda fisica, seguendo su di un monitor l'evoluzione dellecode, in attesa che spunti il proprio numero (assieme allachiamata vocale).

Bellissimo, rapido, efficiente e rilassante.

Un'addetta all'ingresso istruiva gli utenti sulle nuove modalità.
Anche questo un sicuro indicatore di efficienza e di cortesia nei confronti del Pubblico.

Quindi in tempi brevi ho sbrigato tutto.
Non proprio tutto: ho scoperto che il certificato di cui avevo bisogno viene rilasciato solo in bollo.
Prima si andava dal Tabacchino e si compravala marca che l'impiegatocomunaleapplicava sul certificatorichiesto eannullava con l'apposito timbo.
Adesso, l'importo del bollo si paga cash direttamente allo sport.

Ho chiesto se si potesse bagarecon Bancomat.
No, mi è stato risposto.

Peccato! - Ho pensato io, mi era sembratotutto così perfetto!

Altrove, in altre realtà italiane questi pagamenti allo sportello si possono fare con il Pos.

Ma, a mo' di consolazione, l'impiegatomi ha detto che online si possono chiedere tutti i certificati e, dopo averli ricevuti o scaricati, è lo stesso cittadino che ci applica la marca da bollo richiesta.

E' bello vedere che Palermo si modernizza, anche se solo per piccoli passi e rimanendo sempre di un passetto indietro rispetto ad altri.

 

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6 maggio 2015 3 06 /05 /maggio /2015 15:08
La Fisica dello Stronzo

La Fisica dello Stronzo. Il professor di Fisica dopo avere assodato - studiando e ristudiando - che lo stronzo precipita fumando, ha anche statuito che lo Stronzo cade sempre in piedi e ha messo a punto al riguardo un algoritmo predittivo.

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4 maggio 2015 1 04 /05 /maggio /2015 06:51

Si ritiene che il termine "transumanesimo" (o anche "transumanismo") sia stato coniato da Julian Huxley nel 1957, innestandosi nel solco della tradizione illuminista, immaginando scenari di emancipazione dell'umanità; nell'originaria utopia di Huxley, transumano è "l'uomo che rimane umano, ma che trascende se stesso, realizzando le nuove potenzialità della sua natura umana, per la sua natura umana".
La definizione fu poi utilizzata negli Stati Uniti, a partire dagli anni ottanta, con un significato diverso, non più legato a traguardi sociali ma orientato da un maggiore individualismo, soprattutto ad opera di Natasha Vita More e del suo compagno FM-2030 (Fereidoun M. Esfandiary).
L'attuale definizione, attribuita a Max More, concepisce il Transumanesimo come "una classe di filosofie che cercano di guidarci verso una condizione postumana", come analizzato, tra altri, dall'italiano Roberto Marchesini, nel suo studio Post-Human. Verso nuovi modelli di esistenza (Bollati Boringhieri, 2002): "Il Transumanesimo condivide molti elementi con l'Umanesimo, inclusi il rispetto per la ragione e le scienze, l'impegno per il progresso ed il dare valore all'esistenza umana (o transumana) in questa vita. […] Il Transumanesimo differisce dall'Umanesimo nel riconoscere ed anticipare i radicali cambiamenti e alterazioni sia nella natura che nelle possibilità delle nostre vite, che saranno il risultato del progresso nelle varie scienze e tecnologie […]".
Sono state suggerite anche altre definizioni come quella di Anders Sandberg, ("Il Transumanesimo è la filosofia che afferma che noi possiamo e dobbiamo svilupparci a livelli, fisicamente, mentalmente e socialmente superiori, utilizzando metodi razionali") o quella di Robin Hanson ("Il Transumanesimo è l'idea secondo cui le nuove tecnologie probabilmente cambieranno il mondo nel prossimo secolo o due a tal punto che i nostri discendenti non saranno per molti aspetti 'umani'") o, ancora, secondo la dottrina del Cerchio di Orione che si sta sviluppando all'interno della Golden Dawn, "la realizzazione della transizione tra l'attuale condizione animale e una nuova dimensione della coscienza, per mezzo di un graduale cambiamento del supporto fisico entro il quale si svolge l'esistenza". Quest'ultima dottrina tuttavia appare fuorviante, new age supposta transumanista senza fondamento razionale e collegamenti concreti con il movimento transumanista internazionale.
Il transumanismo è dunque:

  • Supporto per il miglioramento della condizione umana attraverso tecnologie di miglioramento della vita, come l'eliminazione dell'invecchiamento e il potenziamento delle capacità intellettuali, fisiche o fisiologiche dell'uomo, come affermano il ricercatore biochimico Aubrey de Grey e Larry Page, cofondatore di Google.
  • Lo studio dei benefici, pericoli e degli aspetti etici e politici dell'implementazione di queste tecnologie.

Rimane aperto e vivace un dibattito tra "Umanesimo" e "transumanismo" che a volte, specie oggi - dopo il saggio di Marchesini viene tout court definito "post-human".
In questo dibattito si antepongono i valori "umanistici" allo strapotere della "tecnica" e delle tecnologie, come mostra il saggio esauriente di Franco Eugeni e di Gianluca Ippoliti, dal titolo, Il trans-umano e il post-umano: una eredità dalle fantasie e dalle paure dell’uomo, allegato al presente articolo.
Di seguito, invece, un'interessante riflessione di Stefano Rodotà che in fondo affronta lo stesso e cioè i modi in cui l'Umano può difendersi dal Post-humano e da coloro che propugnano i valori della tecnologia applicata ai suoi estremi, senza ovviamente ricadere in derive luddistiche.

Verrà il giorno, si dice, in cui ci libereremo del corpo e saremo tutt’uno con il computer. Perché, allora, molti scienziati chiedono di valutare criticamente tecnoscienza e robotica? Pubblichiamo una sintesi della lezione tenuta il 23 aprile da Stefano Rodotà all’Università di Perugia.

Nel 1950 Norbert Wiener pubblica le sue riflessioni su cibernetica, scienza e società, e sceglie come titolo L’uso umano degli esseri umani. Parole in cui si coglie l’eco di un tempo cambiato dalla bomba atomica, che indurrà nel 1956 Guenther Ander a dire che L’uomo è antiquato, e a scrivere: «Come un pioniere, l’uomo sposta i propri confini sempre più in là, si allontana sempre più da se stesso; si “trascende” sempre di più — e anche se non s’invola in una regione sovrannaturale, tuttavia, poiché varca i limiti congeniti della sua natura, passa in una sfera che non è più naturale, nel regno dell’ibrido e dell’artificiale». Questo congedo dall’umano era cominciato almeno un quarto di secolo prima.

Quando Julien Huxley aveva inventato il termine “transumanismo”, riferito poi alla «tecnologia che permette di superare i limiti della forma umana». Molte trasformazioni sono già visibili, si parla del corpo come un nuovo “oggetto connesso”, una “nanobio- info-neuro machine”, che annuncia la fine dell’età umana. Quale spazio rimarrebbe per quell’attività umana che consiste nell’agire libero e nel dare regole all’agire? Scomparirebbero i diritti “umani”, e con essi i principi di dignità e eguaglianza? L’orizzonte si è dilatato, la definizione del postumano non è riferita solo alle innovazioni legate a biologia e genetica, ma è il risultato della convergenza di elettronica, intelligenza artificiale, robotica, nanotecnologie, neuroscienze. Alla realtà “aumentata” dall’elettronica si accompagna la prospettiva dell’uomo “aumentato”.

O piuttosto spossessato di tratti dai quali riteniamo che l’umanità non possa essere separata? Verrà un giorno, dicono i più radicali tra i transumanisti, in cui l’uomo non sarà più un mammifero, si libererà del corpo, sarà tutt’uno con il computer, dal suo cervello potranno essere estratte informazioni poi replicate appunto in un computer, e potrà accedere all’immortalità. E l’intelligenza artificiale viene presentata come quella che ci libererà da malattie e povertà. Perché, allora, quattrocento scienziati chiedono di valutarla con attenzione critica?

In quel documento si parla di sistemi autonomi, veicoli autonomi, forme autonome di produzione, armi letali autonome. Ma autonomia rispetto a che cosa? La comparazione è con situazioni in cui le decisioni sono affidate alla consapevolezza delle persone. Ora, invece, l’autonomia sembra abbandonare l’umano e divenire carattere delle cose, capovolgendo la prospettiva di un postumano come “meglio dell’umano”, finendo con il presentarsi piuttosto come ideologia della tecnoscienza.

Ma già viviamo l’eclisse dell’autonomia della persona nel tempo del capitalismo “automatico”, dove una ininterrotta raccolta di informazioni sulle persone affida ad algoritmi la costruzione dell’identità. «Tu sei quel che Google dice che tu sei»: su questa base la persona viene classificata e rischia d’essere valutata per le sue propensioni e non per le sue azioni.
Sono continui gli scambi tra l’umano, il postumano e un mondo delle cose sempre più autonomo. Passiamo dall’Internet 2.0, quello delle reti sociali, all’Internet 3.0, quello delle cose. E il mondo delle cose è trasformato dalla presenza dei robots. Anche robot virtuali, appunto gli algoritmi che consentono il funzionamento dei computers che governano determinate attività, e sociali, ai quali dovrebbe essere riconosciuta “una piccola umanità”. Piccola come unica possibilità o primo passo verso una integrale “umanità” della macchina?

Si annuncia una sfida definitiva. Non solo l’assunzione di sembianze di macchina da parte dell’umano. Ma la creazione di sistemi artificiali in grado di imparare, dotati di una forma di intelligenza propria che li metterebbe in grado di sopraffare l’intelligenza umana, di creare una simbiosi macchina/uomo influente appunto sull’evoluzione della specie. In questo intreccio tra dati del presente e proiezioni nel futuro si colloca la faticosa costruzione di un contesto di regole e principi, di una RoboLaw in grado di massimizzare i benefici della seconda rivoluzione delle macchine.

Una nuova forma sociale si manifesta. Una società liberata dal lavoro o insidiata da più profonde servitù? Trasformazioni guidate dal profitto o dall’interesse per le persone? Interrogativi che mostrano come le risposte non possano essere affidate all’intelligenza artificiale, ma a quella collettiva. Il vero rischio, infatti, non è quello di una politica espropriata dalla tecnoscienza. È il suo abbandonarsi a una deriva che la deresponsabilizza, e induce a concludere che davvero malattia e povertà siano affari ormai delegabili alla tecnica e non problemi da governare con la consapevolezza civile e politica.

Tornano i principi di riferimento. Lo human enhancement, il potenziamento dell’umano non evoca soltanto rischi, ma descrive recuperi di funzioni perdute, accesso ad opportunità nuove, arricchimento di legami sociali. Si incontra il tema della libertà e dell’autonomia, poiché il potenziamento non può risolversi nella disponibilità del corpo altrui. Né può essere violato il principio d’eguaglianza. Quale criterio governerà l’accesso alle opportunità offerte dalla tecnoscienza? Il potenziamento dell’intelligenza sarà riservato a chi dispone delle risorse necessarie per comprarlo sul mercato? E la dignità scompare quando gli interventi sul corpo determinano dipendenza dall’esterno.

Queste vicende dell’umano rinviano a due processi: l’ominizzazione, dunque l’evoluzione biologica, con l’emersione di una sola specie umana, con un processo di unificazione tendente all’universalismo; e l’umanizzazione, dunque l’evoluzione che si è articolata attraverso le culture, con un processo di diversificazione tendente al relativismo. Oggi l’accento dovrebbe cadere piuttosto sull’ominizzazione, poiché la profondità del mutamento dei processi biologici e il loro intersecarsi con la tecnoscienza sembrano portare ad una diversificazione della specie umana, fino alla creazione di nuove specie. Nei processi di umanizzazione, al contrario, si colgono significativi segni di un movimento verso l’unificazione, di cui è testimonianza il diffondersi di norme giuridiche comuni nei settori in cui l’umano è messo più visibilmente alla prova dalla tecnoscienza.

Possiamo fermarci alla contemplazione di questo orizzonte, che può apparirci smisurato? O dobbiamo guardare oltre, tornando a quell’uso umano degli esseri umani citato all’inizio? Chi ne porta la responsabilità? La diffusione della robotica, come già per l’elettronica, concentra potere nelle mani di chi controlla la dimensione tecnica. Con l’esasperata enfasi sul potere individuale il progetto transumanista finisce con l’incarnare la logica di una competitività senza confini. Se qualcuno soccombe, è solo perché non è stato capace di cogliere le opportunità offerte dalla tecnoscienza.

L’umano, e la sua custodia, si rivelano allora non come una resistenza al nuovo, al timore del cambiamento o come una sottovalutazione dei suoi benefici. Si presentano come consapevolezza critica di una transizione che non può essere separata da principi nei quali l’umano continua a riconoscersi. Non è impresa da poco, né di pochi. Esige un mutamento culturale, un’attenzione civile diffusa, una coerente azione pubblica. Parlare di una politica dell’umano, allora, è esattamente l’opposto di pratiche che vogliono appropriarsi d’ogni aspetto del vivente.

(28 aprile 2015)

MicroMega (da Repubblica) - Stefano Rodotà (Così l’umano può difendersi dal postumano)

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4 maggio 2015 1 04 /05 /maggio /2015 05:57
Sergio Mattarella: un Presidente della Repubblica a misura d'uomo

(Maurizio Crispi) A volte sono le piccole cose che fanno la differenza.

I nostri politici sono mediamente arroganti e approfittano a piene mani mani dei privilegi che sono loro concessi per virtù delle loro cariche, tutto apparentemente in nome della "sicurezza", ma in in realtà molto al servizio dell'apparenza e dell'ostentazione del proprio potere: quasi che l'essere "importanti" fosse statuito dall'"apparato" e non tanto dalle proprie qualità di persona prima ancora che di politico o dalla carica che si ricopre.

E siamo talmente abituati alle ostentazioni dell'Apparato che quasi non ci facciamo più caso.

Duole dirlo, sì!

Può verificarsi tuttavia l'eccezione a ricordarci che un modo diverso é possibile.

Mi spiego con un esempio concreto.

Domenica 3 maggio 2015, correvo con il mio cane al fianco lungo Viale della Libertà di Palermo.

Nei pressi di una filiale BNL (sulla mia destra) ed essendomi lasciato alle spalle in cui il Presidente della Regione Piersanti Mattarella venne barbaramente assassinato, ho notato un piccolissimo assembramento di gente: insolito per l'orario e per il giorno di festa.

Ho notato anche, un'auto blu parcheggiata discretamente nella traversa di via Libertà subito prima.

Mentre sto per superare la piccolissima folla lì raccolta, ecco che dal portone del palazzo di fianco spunta il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, elegante nel suo sobrio abito scuro che creava un contrasto ancora più marcato con la chioma bianca e ancora più ieratico di quanto non sembri nelle riprese televisivi di notiziari e telegiornali: una presenza fisica davvero significativa.

Ma altrettanto significativo - se non di più - e tale da accrescere la pregnanza della sua presenza fisica era la discrezione dell'apparato di sicurezza: poteva sembrare un qualsiasi cittadino che si accingeva ad uscire di casa per una passeggiata domenicale nelle prime ore del mattino.

Alcuni cittadini, fermi poco più in là hanno detto con calore: "Buongiorno, signor Presidente!"

Io stesso sono rimasto sorpreso da questo imprevisto incontro e ho proseguito nella mia corsa (rammaricandomi di non aver salutato io stesso), notando che all'incrocio con la traversa successiva era parcheggiata - altrettanto discretamente - una Volante della Pubblica Sicurezza.

Di solito, in una situazione del genere, non appena il politico di turno è salito a bordo della sua autoblu blindata si scatena un coro di laceranti sirene, e i veicoli (due o più) partono a grandissima velocità e a sirene spiegate, senza rispettare i segnali della strada e le relative precedente: loro sono di una pasta diversa e le comuni regoli del vivere civile non sono per loro.

Anche in questo caso tutto diverso dall'ordinario copione, trito e ritrito (e disturbante). Un primo cittadino che si comporta da cittadino e che ha imposto al suo apparato di sicurezza di adeguarsi alla sua volontà.

L'autoblu si è avviata a moderata velocità senza sirene in funzione e soltanto con il lampeggiante sul tetto, a velocità di passeggiata. E l'auto della Polizia davanti, lo stesso.

Mi dicono che il Presidente della Repubblica viene spesso a Palermo nei fine settimana, dove ha famiglia ed affetti e che, ordinariamente, rifiuta di servirsi dell'apprato dello Stato per i voli aerei, ma che la sua opzione (significativa, con l'antecedente di Sandro Pertini) é quella di viaggiare con i comuni voli di linea (e stiamo parlando della più alta carica dello Stato!).

Dunque, un modo diverso è possibile e bastano poche semplici cose a fare la differenza. ridicolizzando per altro quei politici che rivestono cariche non altrettanto significative e che si "proteggono" dietro arroganti apparati di sicurezza.
E sono queste piccole, semplici, cose (il silenzio e il muoversi in punta di piedi invece del frastuono prepotente) a farmi sentire che Sergio Mattarella sia un Presidente della Repubblica a misura d'uomo.

 

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29 aprile 2015 3 29 /04 /aprile /2015 06:57
Il contrapasso del Subdolo Artigliere
Il contrapasso del Subdolo Artigliere
Il contrapasso del Subdolo Artigliere
Il contrapasso del Subdolo Artigliere
Il contrapasso del Subdolo Artigliere

(Maurizio Crispi) I "subdoli artiglieri" sono tra noi... (e se qualcuno ricorda, ne ho già scritto in passato).

In qualsiasi situazione "pubblica" essi non esitano a sganciare il proprio carico di flatulenze, ammorbando l'aria...

Nella loro etica c'è quasi la compulsione a liberarsi dei propri gas mortiferi, miasmi fetidi e quant'altro soprattutto in presenza di una moltitudine.

In queste circostanze, c'è da parte di essi il piacere aggiunto di osservare i comportamenti di coloro da cui sono attorniati e che ricevono l'impatto dell'invisibile nuvola olfattiva.

C'è in quei volti e in quei corpi tutta una semiologia che essi si sono abituati cogliere nelle più sottili sfumature, come narici che si dilatano all'improvviso, occhi che ruotano, espressioni di disgusto che passano come nuvole, espressioni di sospetto che inquinano una conversazione distesa, improvvisi irrigidimenti del corpo e tentativi di distanziarsi da un invisibile nemico che sembra aver sferrato il suo attacco da ogni lato.

Il subdolo artigliere è un fine semiologo del comportamento altrui di fronte alle sue silenziose bombe olfattive e gode del disagio che egli stesso ha indotto negli altri. Nello stesso tempo si mimetizza abilmente, utilizzando a tal fine lo stesso repertorio di segni e gesti, sottolineando così di essere anche lui una delle "vittime" dell'attacco volatile, ma assolutamente letale: anzi si mette nei panni del primo a denunciare pubblicamente il misfatto, del castigatore del malcostume, dell'inquisitore.

Ma, in alcuni casi, succede che il subdolo artigliere è vittima di se stesso: e ciò accade, quando - per alchimie strane - i sentori delle sue loffie rimangono attaccate ai suoi abiti. E allora succederà che, mentre egli si allontana trionfante dalla scena del crimine (tanto più gloriosamente, quanto più affollato era il luogo), il puzzo lo accompagni con un persistente alone olfattivo, letteralmente "appiccicato" ai suoi abiti (non è ancora stato fatto uno studio valido e scinetificamente attendibile che dia spiegazioni sufficientemente esaurienti relativamente all'atttivarsi di tale fenomeno): e ciò decreta la fine della strategia mimetica del subdolo artigliere, almeno per una volta, esponendolo al disprezzo altrui e all'ostracismo.

Ad ognuno il suo contrapasso, insomma...

Che, in questo caso, tuttavia, è ben poca cosa e non possiede una funzione autenticamente pedagogica, né é tale da portare alla redenzione. Il subdolo artigliere, infatti, in altri contesti e con altre persone nei cui confronti egli sia ancora illibato (olfattivamente parlando), tornerà ad esprimersi con grande goduria...

Il subdolo artigliere ritorna sempre sulla scena del delitto e ripetutamente mette alla prova le sue vittime designate.

In questo senso, si può senz'altro dire che il subdolo artigliere sia prigioniero di una coazione a ripetere.

L'articolo linkato qui di seguito, rappresenta di questo post il necessario ed imperdibile antefatto (con tutte le definizioni e i riferimenti bibliografici di prammatica).

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21 aprile 2015 2 21 /04 /aprile /2015 07:19
Finché c'è libro, c'è speranza

Per chi legge, il passaggio attraverso la vita è come una via lastricata di libri.

Libri per tutte le stagioni, libri per ogni momento e per ogni stato d'animo.

A volte libri che sono cattivi maestri, ma più spesso buoni, voglio pensare.

Libri che formano strade che si biforcano, vie aperte alla divagazione e alla flanerie.

Libri che ti obbiglano a tornare indietro sui tuoi passi, perché hai la sensazione di aver perso qualcosa e vuoi controllare per bene.

Libri che citi di continuo, libri che vivi e che metti in scena.

Libri che ti donano la vita.

Libri che sono la nostra memoria e libri nei quali leggi il tuo futuro.

E vai avanti...

Alla faccia di quelli che dicono che il Libro è morto.

Io dico che finché c'è libro, c'è speranza.

Sintantochè, ci sarà qualcuno che in un angolo ombroso o su di una panchina si fermerà a leggere tra le pagine polverose di un vecchio libro gualcito.

 

Due citazioni pertinenti

Bisognerebbe far capire che la lettura non è né un passatempo né un fenomeno di nicchia. Bisognerebbe far capire che andare a teatro o leggere un libro non è un passatempo: in realtà è anche un passatempo se vogliamo, ma è anche qualche cosa di più, cioè a dire un crescere da uomini, da cittadini, un capire il mondo, un conoscere l’infinita quantità di cose che ignoriamo, cioè un continuo arricchimento.

Andrea Camilleri

Non farti incatenare. Leggi!

Anonimo

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14 aprile 2015 2 14 /04 /aprile /2015 16:16
Orsù, miei prodi, son pronto alla pugna! Orsù, miei prodi, son pronto alla pugna! Orsù, miei prodi, son pronto alla pugna!
Orsù, miei prodi, son pronto alla pugna! Orsù, miei prodi, son pronto alla pugna! Orsù, miei prodi, son pronto alla pugna!

L'elmo improvvisato che ho addosso mi ricorda qualche libro che ho letto, anche se non sono in grado di dire quale.
E' proprio così: tante volte ci ritroviamo a fare cose, a prendere pose, a scherzare e a giocare, perché ne abbiamo letto e ciò che abbiamo letto é diventato parte di noi.
Ma anche potrei essere un componente dell'Armata Brancaleone, oppure un personaggio di una storia Disney della saga dei paperi, il cui titolo era "Paperin Meschino" e che era la parodia del cunto cavalleresco di Guerin Meschino.
La lessi tanti anni fa, quando ero un bambino di poco più di dieci anni.
Ridendo e scherzando, siamo portati a mettere in scena, senza nemmeno rendercene conto, ciò che ci è piaciuto e che ci ha influenzato... Le cose che abbiamo visto, ma soprattutto quelle di cui abbiamo letto.
E' sempre così: pensiamo di vivere la vita ed invece mettiamo in scena letteratura, film, storie... in un fitto scambio di cui, alla fine, si perdono le tracce. 

Ed ecco il tassello mancante: è la ballata del prode Anselmo, di Giovanni Visconti Venosta!

E allora, dunque, "Orsù, miei prodi! Son pronto alla pugna!".

Orsù, miei prodi, son pronto alla pugna!
Orsù, miei prodi, son pronto alla pugna!
Orsù, miei prodi, son pronto alla pugna!
Orsù, miei prodi, son pronto alla pugna!

Passa un giorno, passa l’altro
Mai non torna il prode Anselmo,
Perché egli era molto scaltro
Andò in guerra e mise l’elmo...

Mise l’elmo sulla testa
Per non farsi troppo mal
E partì la lancia in resta
A cavallo d’un caval.

La sua bella che abbracciollo
Gli dié un bacio e disse: Va!
E poneagli ad armacollo
La fiaschetta del mistrà.

Poi, donatogli un anello
Sacro pegno di sua fe’,
Gli metteva nel fardello
Fin le pezze per i pié.

Fu alle nove di mattina
Che l'Anselmo uscia bel, bel,
Per andar in Palestina
A conquidere l'Avel.

Né per vie ferrate andava
Come in oggi col vapor,
A quei tempi si ferrava
Non la via ma il viaggiator,

La cravatta in fer battuto
E in ottone avea il gilé,
Ei viaggiava, è ver, seduto
Ma il cavallo andava a pié,

Da quel dì non fe’ che andare.
Andar sempre, andare, andar...
Quando a pié d’un casolare
Vide un lago, ed era il mar!

Sospettollo... e impensierito
Saviamente si fermò.
Poi chinossi, e con un dito
A buon conto l'assaggiò.

Come fu sul bastimento,
Ben gli venne il mal di mar
Ma l’Anselmo in un momento
Mise fuori il desinar.

La città di Costantino
nello scorgerlo tremò
brandir volle il bicchierino
ma il Corano lo vietò.

Il Sultano in tal frangente
Mandò il palo ad aguzzar,
Ma l'Anselmo previdente
Fin le brache avea d’acciar.

Pipe, sciabole, tappeti,
Mezze lune, jatagan
Odalische, minareti
Già imballati avea il Sultan.

Quando presso ai Salamini
Sete ria incominciò
E l'Anselmo coi più fini
Prese l'elmo, e a bere andò.

Ma nell’elmo, il crederete?
C’era in fondo un forellin
E in tre dì morì di sete
Senza accorgersi il tapin

Passa un giorno, passa l’altro
Mai non torna il guerrier
Perché egli era molto scaltro
Andò in guerra col cimier.

Col cimiero sulla testa,
Ma sul fondo non guardò
E così gli avvenne questa
Che mai più non ritornò

La Ballata del prode Anselmo, ovvero la partenza del Crociato

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6 aprile 2015 1 06 /04 /aprile /2015 05:51
(Foto e articolo di Maurizio Crispi)
(Foto e articolo di Maurizio Crispi)
(Foto e articolo di Maurizio Crispi)

(Foto e articolo di Maurizio Crispi)

A Palermo, negli anni Ottanta, poco prima delle stragi che portarono alla morte di Falcone e Borsellino e dell'avvio dell'Operazione Vespri con sorveglianze armate davanti alle case dei magistrati e di altri obiettivi sensibili, in un delirio di auto di scorta e di mezzi blindati lanciati in folle corsa lungo le strade cittadine con armi spianate, e con sirene laceranti, ci furono due vittime e molti feriti, in Via Libertà, proprio di fronte al Liceo G. Meli, quando gli studenti Biagio Siciliano e Maria Giuditta Milella in attesa alla fermata dell'autobus, vennero falciati dall'auto blindata che trasportava i magistrati Falcone e Guarnotta. Nella stessa drammatica circostanza furono ben 23 i feriti.

Ciò accadde, per la precisione, il 25 novembre 1985.

Due vittime che lo Stato (e, direi, soprattutto, la nostra Amministrazione locale), ha semi-dimenticato.

Sotto la fitta verzura degli alberi che contornano l'antichissimo e storico edificio sempre in attesa di restauro e ripristino (Ciò che è rimasto dell'Istituto delle Croci), nel grezzo muro di conci di tufo è stata posta, incassata nella pietra, una piccola lapide commemorativa che ricorda appunto Biagio e Maria Giuditta.

Attaccato al muro in modo precario c'è uno stinto mazzo di fiori finti.

La piccola lapide è seminascosta dalle fronde: bisogna infilarcisi sotto i rami per poterla vedere.

Anche Biagio e Maria Giuditta furono vittime di mafia e, giustamente, sono ricordati in quanto tali nel sito web VittimeMafia.it, nato come "casa della memoria per le vittime della mafia".

Una volta estintasi generazione degli studenti del Liceo Meli che frequentavano la scuola al tempo del fatto e una volta andati in pensione gli insegnanti che ci lavoravano, sicuramente la memoria dell'Istituzione scolastica si è andata sbiadendo nel corso del tempo, e quella lapide riceve forse solo di tanto uno sbadato e malinconico tributo da parte dei familiari, anche quello destinato a deperire nel tempo: in fondo, non è detto che - a distanza di quasi trent'anni - ci siano ancora in vita dei genitori o dei parenti prossimi che possano ricordare.

Il tempo, come dice Marguerite Yourcenar, è un grande scultore, ma può anche essere un "grande livellatore". E soltanto noi uomini possiamo contrastare questa azione livellante del tempo, preservando le memorie più significative e tramandando il ricordo di persone ed eventi, attraverso il racconto, ma anche anche rendendo i luoghi una trama densa di cose rimarchevoli da ricordare e di ammaestramenti fondamentali per la costruzione del nostro senso civico.

Portare avanti questo compito dovrebbe essere precipuo dovere delle Istituzioni: in questo caso, se le nostre Istituzioni si sono prodigate a creare monumenti commemorativi dedicati alle vittime "illustri" di mafia, hanno lasciato nel dimenticatoio le sue molte vittime indirette, quelle che gli Statunitensi definirebbero "danni collaterali".

In altri contesti, proprio a Biagio e a Maria Giuditta, la cittadinanza - per il tramite dei suoi Amministratori - avrebbe eretto un piccolo (o grande) monumento alla memoria d'un episodio tragico e di insensata crudeltà, legata alle circostanze, per essere caduti vittime di un sistema in lotta contro un altro nel primo fiorire delle loro vite .

Ma la nostra - mi riferisco a Palermo - è in molte sue pratiche una città senza memoria, una città che non tributa alcun riconoscimento alle sue vittime, a meno che non si tratti di personaggi illustri e in qualche misura appartenenti alle istituzioni: e allora non mancano i cenotafi nei punti in cui la barbara uccisione è stata perpetrata, momenti celebrativi dedicati, manifestazioni, e - alla fine - purtroppo è la retorica ad averla vinta.

Se dei cittadini sono morti a causa di qualche insensato ed imprevedibile evento è giusto ricordarli: ma non da singoli cittadini, bensì per il tramite di coloro che hanno il governo della Comunità.

Londra, nei primi anni della II Guerra Mondiale fu sottoposta ad intensi bombardamenti tedeschi e soprattutto l'East End, obiettivo strategico di rilievo, per i suoi dock, per le sue attività commerciali ed industriali venne devastato.

Se si gira in quelle zone di Londra, si sarà sorpresi nell'imbattersi in targhe commemorative, che ricordano i punti in cui - a causa di quei bombardamenti - si sono verificati eventi luttuosi: in questa lapidi di marmo, viene citato il giorno e persino l'ora in cui dei cittadini persero la vita.

Si cammina, si leggono queste lapidi che sono delle vere e proprie pietre miliari della memoria, e ci ci si allontana meditando: ed intanto quelle persone vengono ricordate e non sono morte invano.

Si rafforza così il senso dell'appartenenza ad una Comunità, attraverso questo continuo lavoro sulla prospettiva e sulla Memoria storica.

Da noi, invece, si fa di tutto per dimenticare o per non dover ricordare: ma in questo modo si uccide la possibilità di far crescere una comunità e il suo senso civico.

Biagio e Maria Giuditta sono stati vittime due volte, per essere stati uccisi dalla violenza di una città devastata da due sistemi in lotta, quello della legalità e quella della delinquenza organizzata, e poi, per essere stati semi-dimenticati da tutti, anche se hanno pieno titolo per essere ricordati tra le Vittime di Mafia.

 

Auto falcia la folla un morto e 23 feriti (Articolo di La Stampa del 26 Novembre 1985)

Palermo — Un'auto dei carabinieri di scorta all'«Alfetta» blindata con il giudice istruttore Paolo Borsellino, uno del più impegnati nella lotta alla mafia, ha falciato la folla che attendeva ad una fermata di autobus nel centro di Palermo. Una tragedia incredibile: uno studente di 15 anni, Biagio Siciliano, di Capaci (Palermo), è morto poco dopo il ricovero in ospedale; ventitré i feriti, due dei quali in condizioni disperate: Maria Milella, 16 anni, figlia di un questore, e Calogero Geraci, di 15, pure studenti all'uscita dalle lezioni. Tra i feriti, tre sono militari che si trovavano a bordo dell'autopattuglia scontratasi con un'auto, rimbalzata su un'altra macchina, in attesa ad un semaforo e infine schizzata su una cinquantina di persone che, inermi, attendevano l'autobus. L'incidente è accaduto alle 13,35 tra via Libertà e piazza Croci. Al panico e al terrore — c'era chi parlava anche di dieci morti — mentre affluivano le prime ambulanze e i primi mezzi di polizia e carabinieri, per qualche attimo è subentrata la rabbia. Alcuni compagni dei ragazzi feriti, spalleggiati da passanti, hanno inveito contro i tutori dell'ordine.
C'è stato qualche isolato grido di 'assassini' ma subito è prevalso il senso della ragione e la vicenda è rientrata nei suoi logici contorni.
I ragazzi, assieme a docenti e bidelli del liceo classico Meli, erano usciti da appena tre-quattro minuti e avevano attraversato via Libertà per attendere l'autobus alla fermata.
Nelle ore di punta, che coincidono con l'entrata e l'uscita dagli uffici, le sirene delle auto blindate e delle vetture delle scorte attirano l'attenzione un po' di tutti e a volte provocano qualche polemica da parte di cittadini che gradirebbero più calma.
Tra le prime reazioni quella del sindaco, prof. Luca Orlando Cassio: "E' un fatto tragico, che colpisce tutta la città". Il procuratore della Repubblica Vincenzo Pajno, accorso anch'egli, ha detto: "il primo ad essere profondamente addolorato sono io, come magistrato, come uomo e come padre di famiglia. Bisogna comprendere che anche noi giudici sottoposti a particolari condizioni di sicurezza, a cominciare da me che sono succeduto ad un giudice ucciso, preferiremmo tornare a vivere in condizioni di serenità. Ma qui c'è gente come me che rischia la vita ogni giorno per fare interamente il proprio dovere. Certo, non vorremmo essere prigionieri di auto blindate e scortati.
Questo — ha concluso Pajno — non è solo un gravissimo incidente stradale, è anche la testimonianza della violenza di questa città".

VittimeMafia.it

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4 aprile 2015 6 04 /04 /aprile /2015 06:14
L'AMIA di Palermo e le carogne: perchè nessuno provvede ad una sollecita rimozione?
L'AMIA di Palermo e le carogne: perchè nessuno provvede ad una sollecita rimozione?

A Palermo, purtroppo, può capitare di imbattersi nella carogna di un gatto morto, in avanzato stato di decomposizione.

E' quello che mi è successo, correndo lungo il Viale della LIbertà, nel pieno della "Palermo Bene".

La creatura senza vita giaceva sul marciapiedi e l'inconfondibile lezzo di decomposizione si avvertiva già a parecchi metridi distanza.

Non voglio pensare a cosa potrebbe accadere se un bambino piccolo, sfuggendo alla sorveglianza dei genitori dovesse toccare quel corpo senza vita.

E se si infettasse?

Scenario cupo.

Più avanti, vedo un mezzo dell'AMIA, fermo nella corsia preferenziale: stanno ritirando dei rifiuti.

Ho interpellato il conducente e gli ho segnalato che cinquecento metri più avanti, nella direzione del suo senso di marcia, c'era la carogna di un gatto in avanzato stato di decomposizione.

Mi ha detto che avrei dovuto telefonare al servizio apposito.

Ed io mi sono infuriato: ho replicato che, da cittadino, io mi aspetto che se segnalo personalmente ad un dipendente dell'Amia in servizio, questi - anche se il compito di rimozione non è di sua specifica competenza - dovrebbe sentirsi tenuto a segnalare la cosa ai colleghi del servizio deputato.
Io, telefonare? Ma non so nemmeno a chi dovrei rivolgermi e poi sono certo del risultato: estenuanti attese al telefono senza risposta, attivazioni di risponditori meccanici e così via.

E' seguita una discussione in cui sono state tirate in ballo la cattiva amministrazione, l'incapacità dei dirigenti AMIA ad organizzare il lavoro dei dipendenti, il fatto che gli stessi dipendenti siano pochi, mal pagati,non tutelati sotto il profilo dell'esposizione ai rischi professionali.

Insomma, si è parlato delle umane e dele divine cose, ed anche dei massimi sistemi.

Alla conversazione si sono aggregati altri passanti e il portiere di uno stabile antistante che aveva da dire la sua in merito ai disservizi, oggetto della nostra conversazione.

Alla fine i due dipendenti AMIA se ne sono andati dicendo che avrebbero segnalato il fatto a chi di dovere.

Comunque, non mancherò di ripassare dallo stesso posto per verificare se la carogna è stata rimossa e se rimane ancora là a scarnificarsi lentamente.

Un tempo, non c'erano problemi, gli animali morti servivano per la produzione della colla e venivano tutti raccolti con estrema sollecitudine, come anche le deiezioni animali che invece servivano per l'industria artigianale della colorazione dei pellami.

Ed erano lavoratori autonomi che di questa attività facevano una fonte di reddito, come i "cartolai", ad esempio, o i raccoglitori dei sedimenti fangosi dei bagni fotografici di sviluppo di negativi e stampe fotografiche, per ricavarne l'argento residuo con un procedimento catalitico.

Oggi, non importa più a nessuno.

Gli animali morti possono essere lasciati impunentemente, ad inquinare l'ambiente e a minacciare la salute dei cittadini. In attesa.

In attesa di che?

In attesa che siano i cittadini stessi a segnalare il fatto.

In una società civile dovrebbero essere le stesse organizzazioni pubbliuche, enti e quant'altro, a segnalare un servizio di rivcognizione costante del territorio, per potere evidenziare anomalie e provvedere tempestivamente, dalla lampadina non funzionante, all'albero malato e bisognoso di intervento alla carcassa di una povera creatura.

 

 

Dopo tre giorni dalla conversazione riportata nel post, la carcassa del povero gatto, in questo caso on quello delle proverbiali nove vita, è ancora là. Il puzzo si è attenuato e il corpicino si avvia alla mineralizzazione. Qaunto ancora dovreno asspettare per la sua rimozione?
Dopo tre giorni dalla conversazione riportata nel post, la carcassa del povero gatto, in questo caso on quello delle proverbiali nove vita, è ancora là. Il puzzo si è attenuato e il corpicino si avvia alla mineralizzazione. Qaunto ancora dovreno asspettare per la sua rimozione?
Dopo tre giorni dalla conversazione riportata nel post, la carcassa del povero gatto, in questo caso on quello delle proverbiali nove vita, è ancora là. Il puzzo si è attenuato e il corpicino si avvia alla mineralizzazione. Qaunto ancora dovreno asspettare per la sua rimozione?

Dopo tre giorni dalla conversazione riportata nel post, la carcassa del povero gatto, in questo caso on quello delle proverbiali nove vita, è ancora là. Il puzzo si è attenuato e il corpicino si avvia alla mineralizzazione. Qaunto ancora dovreno asspettare per la sua rimozione?

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29 marzo 2015 7 29 /03 /marzo /2015 11:16
The Building Worker. La statua londinese dedicata all'operaio edile: una forma di statuaria civica in Italia estinta o forse mai nata
The Building Worker. La statua londinese dedicata all'operaio edile: una forma di statuaria civica in Italia estinta o forse mai nata
The Building Worker. La statua londinese dedicata all'operaio edile: una forma di statuaria civica in Italia estinta o forse mai nata

(Maurizio Crispi) Dando le spalle alla Tower of London e fronteggiando Tower Hill e i moderni edifici dell'area di Bank, con i suoi gratttacieli - tra i quali il più singolare è indubbiamente quello chiamato dai Londinesi "The Gurkin" (ovvero "il Cetriolo") -, si erge su di un alto plinto di marmo una statua bronzea di grandi dimensiani: un operaio con elemetto protettivo, pesanti abiti e scarponi e uno strumento di lavoro appoggiato sulla spalla sinistra. Guarda davanti a sé con espressa fiera e assorta.
E' un monumento inaugurato nel 2006 (11 ottobre) dedicato alle migliaia di operai edili che hanno contribuito allo sviluppo della Londra moderna, quale è oggi, ma anche all'operaio edile "ignoto", vale a dire a tutti coloro che, operai edili, sono morti o sono stati gravemente feriti nel compimento del loro lavoro.
Un Italiano non può non rimanere sorpreso di fronte a questa tipologia di statuaria pubblica.

In Italia, infatti, è davvero molto raro al giorno vedere delle iniziative artistiche offerte ai cittadini nei luoghi pubblici.
Si investe molto poco in questo: un'attività che serve a far sì che i luoghi non siano semplici punti di transito senza un'identità, ma vadano acquistando un loro carattere specifico, forgiato da opere d'arte collocate per la fruizione di tutti e che trasmettano il senso del bello oppure che veicolino messaggio di solidarietà oppure tributi alla memoria e alla riconoscenza.
La statua dedicata al "The Building Worker", ovvero all'umile operaio edile che con la sua fatica e con il tributo di centinaia di vite ha reso possibile lo sviluppo moderno di questa città, é un monumento al tempo stesso commemorativo, di ringraziamento e di tangibile tributo alla memoria di quanto hanno perso la loro vita, portando avanti illoro dovere lavorativo con abnegazione.
Mi sembra che questo sia un atto di grande ed intenso valore morale.
Siamo sinceri! Chi mai in Italia penserebbe mai di investire del denaro per edificare un monumento scultoreo dedicato all'operaio edile?
Eppure anche in Italia, all'epoca del boom economico, c'è stato un grandissimo - e perfino troppo vorace - movimento di espansione edilizia che ha rimodellato molte delle maggiori città italiane.
Noi Italiani non siamo capaci di fare delle cose semplici che abbiano dei significati profondi (e di investire denaro e risorse in questa direzione).

Siamo piuttosto avviluppati da quel tipo di retorica e di magniloquenza che conduce al non fare (a meno che non ci siano in gioco degli interessi personali del politicante di turno).
E é l'interesse personale il metro per decidere se un'azione debba essere fatta oppure no.
In più in Italia c'è una forte diffidenza verso gli artisti che o sono finanziati con logiche nepotistiche (anche se sono fondamentalmente mediocri) per dare vita ad opere di scarsissimo respiro e nemmeno ci sono enti privati disposti a finanziare artisti di valore per la realizzazione di grandi progetti civici.
Per alimentare questo tipo di progetto occorrerebbe una coscienza civivca condivisa che a noi Italiani appunto manca, grazie anche a decenni di disinteresse per la crescita educativa e etico-morale delle più giovani generazioni, con una scuola totalmente alo sbando.
Tutto ciò é il prodotto dell'ignoranza e dell'ignavia di chi dovrebbe governare, ma non lo fa veramente, se non con intenti puramente personalistici.
Il risultato è che le nostre città (con uno splendido passato culturale, ilpiù delle volte, che ci è invidiato da molte nazioni) vivono di memorie storiche che però sono fatiscenti, perchè non sono alimentate dal presente e dall'attualità.
La statuaria pubblica è ferma al primo dopoguerra e alla retorica della celebrazione dei morti in battaglia: una retorica fin troppo ingombrante che ha impedito lo sviluppo di altre forme d'arte pubblica, ma anche la libera crescita di quelle forme di espressione artistica fugace ed estemporanea, in cui statue e gruppi scultorei di autori moderni vengono collocate sulla base di progetti temporanei lungo i percorsi cittadini, in modo che, camminando per le strade sia come visitatori sia come abitanti e lavoratori, ci si imbatte di quando in quando in opere d'arte nuove, opere che stimolano positivamente il senso estetico ma che sollecitano anche la curiosità esplorativa con la conseguenza di un'ampliamento culturale, all'insegna delprincipio che l'opera d'arte deve intrattenere, deve sollecitare il senso estico, ma deve anche essere fruibile per tutti al di fuori degli spazi museali (che da noi in Italia sono assolutamente ostici e scarsamente invitanti, il più delle volte) e, non ultimo, deve anche poter educare.
Frequentemente, dopo aver visto un'opera esposta in una strada londinese, mi sono ritrovato a fare delle ricerche per saperne di più, sia sull'opera in sé sia sull'artista che l'avesse realizzata.
E tutto ciò in UK - e suppongo in altri stati europei che si muovano seguendo questi intendimenti - è ottenuto con un positivo e liberale investimento di spesa che agli sponsor consente un valido ritorno d'immagine:con una capacità di spaziare dall'opera d'arte più tradizionale e forme espressive pop art come ad esempio le sculture di Shaun in the City, un allestimento londinese inaugurato proprio a partire dal 28 marzo.
Gli Italiani, invece, sono condannati dai loro governanti ad essere sempre più un popolo di beoti e di illeterati a cui rimane soltanto la chance di essere incantati dalle più recenti App dei loro dispositivi digitali: ed é questo quello che da  noi viene chiamato cultura.
Desolante!

Su di una placca di bronzo collocata sul fronte del plinto che regge la sttua si legge:
 

The building worker
For the thousands of building workers who have lost their lives at work, we commemorate you.
For the thousands of building workers who are today building and rebuilding towns and cities across the United Kingdom, we celebrate you.
UCATT - building together
Unveiled by Ken Livingstone, Mayor of London and Alan Ritchie, UCATT General Secretary,

on the 11th October 2006.
Sculptor: Alan Wilson

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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