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16 settembre 2016 5 16 /09 /settembre /2016 08:58
Le cozze, a volte, ritornano

Cozza verace
giaci sull'asfalto,
svuotata e ridotta a mero guscio
dopo aver allietato con la tua polpa
il palato di qualche commensale

In qualche modo, in un lungo giro di tempo
tornerai al mare da cui era stata tratta
e, dopo infinite trasformazioni e passaggi,
sarai di nuovo cozza

Si sa, le cozze, a volte, ritornano...

Siamo tutti come questa cozza

Dalla polvere,
in un infinito ciclo di trasformazioni,
faremo ritorno

Le cozze, a volte, ritornano

(...) "Quando gli orsi si rimpinzano di salmoni sino a non poterne più e poi tornano nella foresta e vi lasciano i propri escrementi, lasciano alcuni isotopi marini nel sottobosco. L'azoto e il fosforo sono essenziali per la fotosintesi, perciò ogni volta che un aquila porta porta nel nido un pezzo di pesce per nutrire i suoi piccli e ne fa cadere una parte, fertilizza il terreno su cui crescono gli alberi"
(...) "E le balene, Lynn? Come può la foresta diventare parte di una balena?"
Riflettei per un momento (...), finché non mi imbattei nella traccia d un isotopo diretto verso la costa.
"Un giorno l'albero cade e imputridisce, gi isotopi sono riportati dalla pioggia nei fiumi" - qui mi concessi un gesto di vittoria mentale - "e raggiungono infine il mare dove nutriranno la successiva generazione di plancton". A quel punto non era difficile arrivare in fondo:le aringhe mangiano il plancton,le balene mangiano le aringhee il ciclo degli isotopi si chiude.

da Lynn Schooler, L'orso azzurro. Breve storia di una fotografia (Titolo originale: The Blue Bear), Ugo Guanda Editore, 2002, pp. 91-92

(Foto di Maurizio Crispi)

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8 settembre 2016 4 08 /09 /settembre /2016 08:50
Far morire di paura per prevenire. Strategia efficace, oppure no?

Sono già entrate in uso le nuove norme per la prevenzione del tabagismo. Tra i provvedimenti, figura anche l'introduzione di immagini "paurose" che accompagnino le scritte già in vigore da tempo che, ora vengono aumentate di dimensioni e reiterate più volte, laddove lo spazio lo consente.
In più, nel nuovo pacchetto di provvedimenti, verrà presto interrotta la produzione di sigarette in pacchetti da 10, allo scopo di scoraggiare i più giovani dall'acquistarle in format a loro più accessibili economicamente.
Ieri sono andato dal tabaccaio ad acquistare il mio approvvigionamento di tabacco per sigarette e ho trovato, appunto, questa novità. A me è toccato di trovarmi di fronte ad una foto a colori con la piccola bara bianca della misura adatta ad accogliere un neonato e davanti ad essa, posta su di un catafalco, una coppia aggrondata in dolente contemplazione, quei genitori che avevano continuato a fumare durante la gravidanza del loro pargolo. Accanto all'immagine la didascalia recita: "Il fumo può uccidere il bimbo nel grembo materno". Il tutto caratterizzato da quella che si potrebbe indubbiamente definire una "ridondanza" comunicativa.


Prevenzione del tabagismo. Nuova campagnaQuesto tipo di prevenzione, fondata sul terrorismo psicologico, in realtà funziona ben poco nei confronti dei fumatori più incalliti che possono facilmente attivare un meccanismo di non-percezione selettiva nei confronti di messaggi scritti e visuali che, in qualche modo, vogliano indurli a riflettere sui rischi cui si espongono o cui espongono altri. O che, in alternativa, possono ripiegare verso i pacchetti da 10 (finché saranno sul mercato), nei quali non è impresso alcun messaggio preventivo.
E ha aggiunto che, in parallelo, si sta attivando un merchandising di articoli del costo di poche lire che hanno la funzione di occultare i messaggi (del tipo di mascherine opache autoadesive o di portasigarette (che in questo frangente tornerebbero ad essere pienamente di moda).
E allora tutto questo sforzo è destinato ad avere successo?
Forse, soltanto nei confronti di una piccola fascia di fumatori "veterani" che sono entrati - per mutuare un termine caro agli AA (Alcolisti Anonimi") - nella fase della "contemplazione" della propria dipendenza, nella quale in modo ancora conflittuale si cominciano a porre nei piatti della bilancia, vantaggi e svantaggi della propria dipendenza, piaceri e dispiaceri, etc etc.
In questo caso le immagini e le frasi di terrore potrebbero avere un qualche effetto, ma il paradosso è che potrebbero avere anche un effetto opposto nel senso di rafforzare i meccanismi di negazione.

Si può tuttavia immaginare che, almeno nei confronti d'una categoria di persone, il messaggio possa avere effetto e dovrebbe trattarsi di chi - soprattutto i più giovani - si accostano alle abitudini tabagiche per la prima volta, insomma si tratterebbe dei "neofiti": in questo caso, l'esposizione a immagini e a slogan potrebbe avere un effetto dissuasivo.

La strada maestra della prevenzione del tabagismo (come di altre abitudini nocive) rimane però pur sempre quella dell'educazione alla salute, con un intervento capillare e continuativo nelle scuole, che abbia come baricentro i principi del rispetto del proprio corpo e della ricerca costante di un benessere psicofisico. Un intervento che dovrebbe essere mantenuto e potenziato e che può dare i suoi effetti soprattutto nel lungo termine, specie se condotto in maniera tale da portare i più giovani a trovare delle proprie risorse di pensiero autonome e a un empowerment decisionale, quando si tratta di dire a chi ti offre una sigaretta per la prima volta: "Grazie, no!".
Intervento che, nel caso dei minorenni, dovrebbe essere accompagnato dal rispetto estensivo della proibizione della vendita del tabacco ai minori di 18 anni, e nei confronti di tutti da un incremento del costo dei prodotti a base di tabacco, strategia applicata estensivamente in altri paesi d'Europa con discreti risultati, a condizione che si tenga d'occhio in parallelo il mercato illegale.

Far morire di paura per prevenire. Strategia efficace, oppure no?
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10 marzo 2016 4 10 /03 /marzo /2016 08:29
La Conquista delle Americhe -  Illustrazione di Theodor de Bry contenuta in “Breve relazione sulla distruzione delle Indie”.

La Conquista delle Americhe - Illustrazione di Theodor de Bry contenuta in “Breve relazione sulla distruzione delle Indie”.

“Costruivano forche in modo che i piedi sfiorassero appena la terra… e poi bruciavano vivi gli Indiani.”

Dal trattato "Breve Relazione sulla distruzione delle Indie

Si rimane stupefatti di fronte a certe prese di posizione.

L’altro giorno, uno (di cui non farò il nome), interpellato se avrebbe partecipato ad una certa gara podistica (di cui non dirò le coordinate), mi ha detto, accompagnando il suo dire con una mimica adeguata (che poi - rispetto alle parole - è davvero tutto): “No, non ci vado perché c’è brutta gente...”. E poi ha aggiunto: “E poi nella mia posizione non sarebbe opportuno...” [alludendo al suo ruolo di neo-collaboratore di un’altra parrocchia].

Francamente, sono rimasto trasecolato.

Ho replicato: “Ma il posto dove è organizzata questa gara è bello e mi piace andarci...”.

E lui: “Anche a me piace. Ma ci può pur sempre andare quando non c’é la gara in questione...

Fine del colloquio estemporaneo.

Secondo l'opinione del mio interlocutore, il gruppo rivale è dunque fatto di “gente brutta”... ma cosa vorrà poi dire quest’espressione? Che sono imbroglioni, truffatori, privi del benché minimo fair play, selvaggi, scortesi, incivili tagliatori di teste etc etc.?

Oppure, semplicemente, che non essendo parte di un gruppo sono automaticamente “nemici”?

Secondo punto emergente: se un evento è organizzato (o frequentato) da "gente brutta", non ci si va. Perché automaticamente chi definisce l’altro gruppo costituito da gente brutta si sente di appartenere automaticamente al gruppo della “bella” gente, dei “giusti”, degli “Umani”.

In definitiva, si tratta della permanenza (o del riaffiorare) di un tribale senso di appartenenza: “noi” siamo dalla parte del giusto, “noi” siamo la bella gente, "Noi, siamo OK".

Disgustoso... Tzevan Todorov ha scritto tanto su questo argomento: spiegando, alla luce di questi concetti, come furono possibili (e sono tuttora) efferati genocidi e sterminii di massa.

Se soltanto si ha un pizzico di intelligenza non è possibile accettare simili categorizzazioni.

Ma, dalle nostre parti, è così che va il Mondo.

C’è, per esempio, un altro organizzatore di eventi sportivi (nonché presidente di club sportivo) che ragiona esattamente in questo modo, stabilendo che ci sono delle gare organizzate da gruppi “ostili” a cui i suoi affiliati non debbono andare e, a questo scopo, facendo con loro dei “porta a porta” dissuasivi (se non addirittura rimborsando di tasca propria quote d’iscrizione già pagate).

Analoghe esperienze ho vissuto io stesso, anni fa, sul posto di lavoro, dove avendo io rifiutato di appartenere ad una sorta di “gruppo” (una specie di associazione di categoria con finalità formative e di approfondimenti tematici, ma di fatto con nemmeno tanto velate funzioni di “sindacato giallo”), e muovendomi io autonomamente, mi si mettevano di continuo i bastoni tra le ruote, si ostacolavano le mie iniziative perché non ero “amico” e, ancor peggio, nemmeno “amico degli amici”.

Con questa mentalità tribale, ancora adesso - nel XXI secolo - siamo continuamente chiamati a schierarci da una parte o dall'altra, con mezzucci odiosi e talvolta con trucchetti di bassa lega, giochi di parole, allusioni ed altri mezzi linguistici che tendono sempre a squalificare chi viene definito “diverso” da noi: e quale migliore espressione per compiere quest’azione diffatoria chiamando gli Altri “brutta gente”, espressione che implica anche un giudizio morale fortemente squalificante?

Siamo qui al cospetto del meccanismo basilare dei fondamentalismi (che non sono soltanto quelli religiosi), bensì propri di tutte le attitudini di pensiero che escludono i relativismi e i meticciati culturali, imponendo appartenenze e categorizzazioni ben definite, senza possibilità di mescolamenti e ri-mescolamenti continui.

Io mi oppongo a questo schema di pensiero e mi ci opporrò sempre con tutte le mie forze.

Voglio poter mantenere la mia libertà di pensiero e di scelta, anche se questo intento ha sicuramente un costo.
Voler mantenere questa libertà senza accettare ordini di scuderia o velate indicazioni potrebbe implicare l’ostracismo e il fatto di ritrovarsi solo, al di fuori dalla dimensione corroborante dell’appartenenza.

Il mio avo (il patriota e statista Francesco Crispi) ad un giornalista che lo intervistava e che voleva sapere qualcosa di lui disse semplicemente: “Io sono Francesco Crispi”.

Analogamente, in tutte le circostanze, io vorrò poter dire di me: “Io sono Maurizio Crispi”, senza lasciar mai definire la mia identità dall'appartenenza ad un gruppo e dall'essere parte del gregge.

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3 marzo 2016 4 03 /03 /marzo /2016 07:32
Di fronte all'infinito e all'indistinto

(Maurizio Crispi) Ci sono delle immagini che tu vuoi fotografare perché ti rimandano prepotentemente ad altre rappresentazioni (a loro volte derivanti da opere d'arte) depositate nei sedimenti della memoria.
In questo caso, non appena ho visto questa figura stagliarsi in lontananza contro lo sfondo marezzato del mare agitato dal vento che si andava facendo sempre più incalzante non ho potuto non pensare al famoso dipinto del pittore romantico tedesco Caspar David Friedrich e alla citatissima sua opera "Il viandante sul mare di nebbia".

Caspar David Friedrich, Il viandante sul mare di nebbia, 1818L'uomo da me avvistato è quasi nella stessa posa meditativa, e qui con una mano si puntella alla coscia destra, mentre lì (nel celebre dipinto) la mano del viandante regge un bastone da passeggio o un alpenstock.
Entrambi sembrano essersi fermati nel loro incedere di fronte ad una distesa che è - in entrambi i casi - un mare (liquida distesa o coltre di nebbia, fa lo stesso) che rappresenta un indubbio rimando all'infinito e sembrano rimanere titubanti e stupefatti di fronte all'immensità di questa distesa (dove, nel caso dell'acqua, lo sguardo si perde in lontananza, attratto dai confini incerti dell'orizzonte, mentre nel caso della coltre di nubi il mistero è in ciò che non si può vedere): e questa distesa rimanda alla meraviglia dell'incompiuto e di ciò che si cela al di là del limite sino a cui entrambi i viandanti hanno potuto camminare ancora al sicuro. Oltre vi è l'ignoto che, pur ominoso esercita una potente attrazione e, laddove si rimanga al di qua limite, attiva un potente e struggente sentimento di nostalgia.
Al di là della solida roccia su cui poggiano i piedi, si distende davanti ad entrambi - al camminatore e al viandante solitario - l'infinito con il suo fascino ma soprattutto con le sue incertezze. E il punto sino a cui i due uomini, camminatore solitario e viandante, sono giunti rappresenta a tutti gli effetti, più che un limite, una soglia: sta a ciascuno di loro, decidere se proseguire oltre (almeno tentarci), oppure fermarsi e rimanere solo con la nostalgia del non tentato.

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18 febbraio 2016 4 18 /02 /febbraio /2016 23:39
Non urinate e non fate urinare su quei vasi!

(Maurizio Crispi) La lotta tra padroni di cani e cittadini senza cani è costellata di mille episodi in cui i cittadini senza cani fanno la parte dei moralizzatori, considerando le deiezioni canine dei fenomeni esecrabili da combattere in ogni modo.
Di recente mi sono imbattuto in un cartello che stampato al computer cameggiava su di un grosso vaso ornamentale, posto assieme al suo gemello ai due lati dell'ingresso d'un esercizio commerciale di Capo d'Orlando.

Cosa dice il cartello, redatto con i toni di una perentoria diffida?

Eccone il testo: "Avviso ai padroni dei cani. Si prega di non far urinare i propri cani sui vasi circostanti nel rispetto della buona educazione e igene [con la "i" - quest'ultima chiosa vergata a mano]".
Il più delle volte questi avvisi sortiscono un dirompente effetto esilarante e l'effetto a cui darei più spontaneamente corso sarebbe quello di essere io stesso a contravvenire all'esortazione.
Tanto più comico questo invito, in quanto l'intolleranza è indirizzata al piscio canino, con quell'invito perentorio a non fare mingere i cani "sui vasi circostanti".
Invito pleonastico poiché, se mai ciò accade, i cani potrebbero urinare nelle vicinanze dei vasi con piante ornamentali e mai su di essi. Per farlo, attenendosi semanticamente all'uso della preposizione "su" e varianti, i cani dovrebbero salire sui vasi stessi (almeno per com'era scritto, io mi sono prefiguarato torme di cani che zompano sui vasi per pisciare su e dentro di essi, facendoli diventare a tutti gli effetti dei corpi recettori fognari.
Cosa impensabile, del resto, perché i vasi in oggetto sono alti circa un metro.
Forse, considerando l'abitudine dei cani maschi di marcare il territorio sarebbe stato più appropriato dire "addosso" per non ingenerare confusione.
Qualche buon samaritano, inoltre, ha ritenuto opportuno la "I" che mancava all'appello nella parola "Igiene" posta a conclusione del perentorio invito che suona anche come una rampogna da chi si sente vilipeso e offeso da quegli innocenti schizzi di urina.
Inoltre, esiste anche la possibilità che vi siano cani randagi in giro e come la mettiamo con loro, senza padroni a condurli diligentemente al guinzaglio?
I cani sono attirati a lasciare la propia urina -anche poche gocce soltanto - laddove vi siano tracce olfattive di precedenti passaggi.
E, quindi, è inevitabile che i cani di casa a passeggio, anche quelli animati dalle migliori intenzioni e - per così dire - civilizzati, trovandosi di passaggio, non possano resistere a quell'ineffabile istinto che li spinge a spargere in giro gocce del proprio piscio, ma mai in modo casuale e piuttosto sempre in maniera mirtata (le potremmo chiamare le loro - a somiglianza delle bombe intelliggenti - pisciate intelliggenti), dove hanno il sentore di precedenti passaggi canini, in modo tale da tessere con quegli ora invisibili interlocutori (tuttavia olfattivamente presenti) un muto dialogo.
"Anche io sono passato da qua!"
"Quando domani tu ripasserai da questo sito, potrai leggere la traccia del mio recente passaggio".
"Non ci siamo incontrati di persona ancora, ma ti sto lasciando tutte le informazioni necessarie su di me, così la prossima volta potrai riconoscermi".
I cani - è risaputo - vivono delle propie puzze e dei propri odori, ma anche noi umani che siano fatti dalla stessa matrice e che abbiamo ricevuto un analogo imprinting nel corso dei millenni, abbiamo tuttavia perso le nostre capacità olfattive e l'abilità di utilizzare gli odori e gli effluvi corporei come linguaggio e come strumento di comunicazione.
La civilizzazione è passata attraverso l'archiviazione degli odori corporei, che sono stati rubricati come disdicevoli, grazie all'introduzione da parte della nascente industria cosmetica dei profumi, delle lavande, delle lozioni che, inizialmente nati e usati a profusione per occultare le puzze e l'immondo fetore della sporcizia di cropi e di panni di rado lavati, hanno finito per diventare emblema della nostra raffinatezza o per essere usati come strumento di seduzione.
E ciò ha messo tra parentesi prima e poi fatto cadere nell'oblio la nostra natura essenzialmente animalesca.
Quindi,per rispondere all'estensore dell'avviso, purtroppo - io credo - non si possa far nulla per evitare quegli incresciosi episodi, salvo a bandire del tutto i cani dai centri storici e dalle zone abitate.
E che dire dei gatti randagi che lasciano le loro tracce di pipì cariche di ormoni e delle deiezioni (cacate?) degli uccelli - specie piccioni, ma oggi anche gabbiani - che oggi spesso e volentieri piovono dall'alto dei nostri cieli metropolitani?
Non abbiamo scampo da tutto questo salvo a volere procedere con tagli di forbici e colpi di penna per abolire del tutto il mondo naturale e vivere in una dimensione asettica di plastica, senza odori molesti.
Ma ricorderei anche che senza gli odori molesti in sottofondo non potremmo godere dei buoni odori, di quelli che ci fanno andare in solluchero o quelli che ci fanno andare in visibilio perché evocano in noi celestiali visioni o attivano desideri.

Un'ultima cosa: il titolo che è venuto fuori a posteriori mi è sembrato molto divertente, perché mi ha fatto pensare agli slogan elettorali d'un tempo urlati attraverso un megafono da una scassata Seicento (o vetture similari) che andava in giro per le strade delle città o delle campagna invitando a votare questo o quel candidato, sulla base del fatto che, in un'epoca ancora di dominante illitterazione, la ripetizione vocale ossessiva avrebbe finito con il piantare come chiodi quei nomi nei cervi degli elettori più spprovveduti.

Votate e fate votare Casimiro Catorcio!

Ma qui - per assonanza  e associativamente - sconfiniamo un altro tema che, eventualmente, potrà essere oggetto di un nuovo post.

Non urinate e non fate urinare su quei vasi!
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18 febbraio 2016 4 18 /02 /febbraio /2016 07:49
Masanobu Fukuoka. Non far niente é il miglior metodo agricolo
Masanobu Fukuoka. Non far niente é il miglior metodo agricolo
Masanobu Fukuoka. Non far niente é il miglior metodo agricolo

Masanobu Fukuoka (福岡正信 Fukuoka Masanobu?) (2 febbraio 1913 – 16 agosto 2008) è stato un botanico e filosofo giapponese, pioniere della agricoltura naturale o del non fare, autore di "La rivoluzione del filo di paglia" e "The Natural Way of Farming".

"L'umanità non sa assolutamente nulla. Nessuna cosa ha valore in se stessa e ogni azione è inutile, senza senso".
Dopo aver formulato questo pensiero, all'età di 25 anni, Masanobu Fukuoka, decise di mettere in pratica la sua intuizione. Si dedicò alla coltivazione dei cereali, evitando il più possibile di interferire nel delicato equilibrio della natura con le comuni pratiche agricole. Così, mentre nell'agricoltura tradizionale si sperimentano nuove tecniche chiedendosi: "Se si provasse questo o se si provasse quest'altro?" Fukuoka sperimenta ponendosi la domanda: " e se si provasse a non fare questo o a non fare quest'altro?".
Alla fine arrivò alla conclusione che sono davvero poche le pratiche agricole veramente necessarie, fondando la sua agricoltura del non fare sull'applicazione di 4 regole fondamentali: nessuna lavorazione, nessun concime chimico, nessun diserbo, nessuna dipendenza dai prodotti chimici.
Prese ad utilizzare i fili di paglia per pacciamare in modo naturale, scoprendo un nuovo (e vecchio) modo di essere contadini e di rapportarsi con la natura e con il cibo, imparando altresì a riconoscere il cibo naturale, sano e saporito che l'agricoltura moderna non può ottenere.
Con il suo percorso verso un'agricoltura naturale Fukuoka introdusse a un modo diverso di rapportarsi con le stagioni e con il tempo di vita e si rese conto che la rivoluzione da lui intravista e sperimentata non poteva prescindere dal comportamento dei consumatori. "I consumatori generalmente danno per scontato di non avere nulla a che fare con chi provoca l'inquinamento agricolo", eppure "La disponibilità del consumatore a pagare alti prezzi per alimenti prodotti fuori stagione ha contribuito all'intensificarsi di metodi artificiali di coltivazione e di uso di sostanze chimiche... e i soldi non sono il solo prezzo pagato per permettersi una simile concessione".

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18 febbraio 2016 4 18 /02 /febbraio /2016 07:36
La solitudine del migrante (foto di Maurizio Crispi)

La solitudine del migrante (foto di Maurizio Crispi)

(Maurizio Crispi) Spesso le foto riuscite raccontano storie per tutto ciò che non è incluso nell'immagine.
E sta a chi guarda quell'immagine ed entra in quel pezzetto di realtà fissata dall'obiettivo cercare di costruire la storia e rappresentarsi ciò che non è mostrato.
Se il fotografo è bravo e se si tratta di uno scatto ben riuscito le suggestioni implicite nell'immagine porteranno ad una possibile narrazione o a molte diverse.
C'è anche da dire che chi scatta la fotografia, senza nemmeno saperlo con consapevolezza lucida, scatta wuella foto perchè ci sono quelle storie che lo colpiscono, o meglio perchè intravede - senza averne una piena chiarezza - la storia che lega il soggetto principale (quello mostrato esplicitamente) con quelle di altre che rimangono occultate, perchè sono fuori dal campo di ripresa, eppure tremendamente presenti.
Nel momento in cui si fa uno scatto e si sceglie quell'inquadratura e non un'altra, c'è già una storia (o delle storie) pienamente formata/e.
Poi, tutto sta a tirarla fuori come quando si tira il capo di lana pendente da un gomitolo e in pochi istanti l'intero filo si srotola davanti ai tuoi occhi.
Ma, naturalmente, sta nella potenza evocatrice di quell'immagine, la possibilità che altri possano raccontarsi delle storie, non necessariamente quelle di cui il fotografo ha avuto una fuggevole visione.
Ma ciò che è implicito deve essere taciuto, poichè un'immagine mantiene la sua potenza proprio nel non detto nel non mostrato.

La foto è stata scattata a Custonaci (TP), una domenica mattina, giorno di vento furioso, di battesimi nella Chiesa Madre e di eventi sportivi podistici nella piazzetta-belvedere antistante il municipio.

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20 gennaio 2016 3 20 /01 /gennaio /2016 11:02
La fedeltà di un cane vilipesa e offesa: cose che capitano in Italia

E' recente la notizia di un cane siciliano di nome Leo (Favignana), che, rimasto orfano del proprio padrone, ha seguito il suo feretro sino alla chiesa dove si sarebbero svolte le funzioni religiose di commiato e che poi sarebbe rimasto nei pressi del cimitero a guaire e a lamentarsi, comunque in vigile e fedele attesa.
Sembra che, passato il momento di commozione pubblica per il nobile gesto, il continuo guaire del cane sia stato considerato molesto e che il cane sia stato preso a fucilate da ignoti e ferito, tanto da dovere essere sottoposto ad un intervento chirurgico per aver salva la vita.
E' possibile che la notizia contenga delle falsificazioni e delle non-verità.
Ma a prescindere da questa cautela, apre la via a delle considerzioni che, a caldo ho pubblicato sulla mia pagina FB.
Siamo in Italia e le cose belle ed edificanti (dalle quali potremmo trarre esempio nel nostro vivere quotidiano) prendono queste pieghe.
In Scozia (Edinburgo), molto tempo fa (18° secolo), il cane Bobby segui il corteo funebre del proprio padrone e, da quel momento rimase sulla pietra tombale.
Tutti gli abitanti della cittadini e i frequentatori del cimitero gli portavano quotidianamente da mangiare e da bere.

La statua di HachikoLì rimase per oltre quattordici anni. Quando il cane fedele mory venne sepolto accanto al suo padrone e poco tempo dopo a spese della cittadinanza una statua di pietra che lo raffigurava, venne collocata su di un plinto proprio lì per ricordare un tale esempio di fedeltà e di dedizione.
E non parliamo poi del famoso caso di Hachiko che, tanto celebrato come simbolo di fedeltà incrollabile, tornò ad aspettare ogni giorno della sua lunga vita (per oltre 10 anni) il proprio padrone alla stazione ferroviaria dove questi arrivava al termine della sua giornata lavorativa.
Oppure possiamo ricordare -ma sempre fuori dall'Italia - il caso di Capitan, un meticcio che per oltre 6 anni rimase a vegliare instancabilmente sulla tomba del proprio padrone.

In Italia un povero cane che manifesta analoga dedizione al padrone defunto viene preso a fucilate (se la storia riferita dall'articolo che ispira queste considerazioni è vera). Per fortuna, in altri casi, i testimoni umani assumono un atteggiamento di rispetto e protettivo nei confronti di simili esempi di fedeltà canina: a Nicosia (Sicilia) il cane Sugar, dal luglio 2014 va ogni giorno in visita sulla tomba del proprio padrone, percorrendo cinque chilometri: e questa è, sicuramente, una bella storia che fa da contraltare alla tristezza indotta dalla notizia del cane fedele ferito perchè "disturbava".
L'articolo che mi ha datol'occasione perfare queste considerazioni, a prescindere dalla potenziale inesattezza dei fatti riportati, è - a mio avviso - una parabola efficace sulla nostra italiota insensibilità.
Per esempio, ci si può chiedere: sono le nostre città attrezzate con adeguati "pet cemetery"?
Ne ho visti alcuni in UK, dove sono molto diffusi: e sono tutti delle autentiche oasi di pace e di serenità.
Da noi esistono, ma sono per lo più privati e fondati da persone imbevute di grande cultura e animate da alti ideali, come ad esempio quello che si trova all'interno della Fondazione Piccolo di Calanovella a Capo d'Orlando.
In Italia, i problemi si eliminano alla radice, senza pensare ad altre soluzioni possibili, perchè sono scomode e, possibilmente, fanno guadagnare meno soldi: vedi il caso degli ulivi pugliesi.

Capitan, per più di sei anni vicino alla tomba del suo padrone

Sugar, il cane fedele di Nicosia (Sicilia)

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11 gennaio 2016 1 11 /01 /gennaio /2016 21:12
Duomo di Monreale. Ai turisti spetta un vero percorso penitenziale per ascendere alla bellezza sublime
Duomo di Monreale. Ai turisti spetta un vero percorso penitenziale per ascendere alla bellezza sublime
Duomo di Monreale. Ai turisti spetta un vero percorso penitenziale per ascendere alla bellezza sublime
Duomo di Monreale. Ai turisti spetta un vero percorso penitenziale per ascendere alla bellezza sublime
Duomo di Monreale. Ai turisti spetta un vero percorso penitenziale per ascendere alla bellezza sublime
Duomo di Monreale. Ai turisti spetta un vero percorso penitenziale per ascendere alla bellezza sublime

(Maurizio Crispi) Poco dopo Capodanno, approfittando dei giorni di vacnza, abbiamo fatto una piccola gita a Monreale, uno dei maggiori gioielli dell'archittettura arabo-normana e esempio sublime dell'arte del mosaico bizantino, in una giornata piovosa, ma non troppo fredda.
La pioggia stizzosa si è scatenata alla nostra uscita dal Duomo impedendoci di stare a gironzolare e magari di fare anche una capatina al forno delle Sorelle Mammina per prendere il classico pane di Monreale a lievitazione naturale, cotto a legna.
Non mi dilungherò sul Duomo (splendido) che ho visitato in molteplici occasioni e che , ciò malgrado, non finisce mai di stupirmi, con l'esterno rustico che unisce in sé i caratteri del luogo di culto e della fortezza e con gli scintillanti mosaici all'interno che formano nel loro insieme un grande e sublime testo pittorico che racconta il Vecchio e il Nuovo Testamento.
Quello che mi ha sorpreso (e deluso) dall'ultima visita in ordine di tempo è stato il constatare che la fuga di scale che conduce dal Parcheggio comunale al Centro storico (e alla Cattedrale), benché di recente realizzazione, è già scivolato in una condizione entropica di inarrestabile degrado, con i gradini rotti e scheggiati, alberi semiabbattuti e mai più sistemati, spazzatura negletta abbandonata qua e là, ringhiere di protezione mancanti per lunghi tratti.
Un clamoroso esempio di pubblica amministrazione assente e latitante, rispetto ai suoi obblighi: questa scalinata l'ho percorsa qualche anno fa, quando forse era stata da poco inaugurata e mi era sembrata bella, anche perché sboccava nella via acciottolata di grande pregio scenografico.
Oggi, invece quella stessa scalinata sembra essere diventata una via del dolore, un'ascensione al Golgota, con quel passaggio mortificante dal sottopasso (da attraversare obbligatoriamente, salvo - per chi lo sappia - a fare un giro più lunghetto), dove si aprono dei gabinetti pubblici da cui si sprigiona un mefitico di sentore ammoniacale di piscio, appena dissimulato dal disinfettante al bergamotto.
Dalle stalle alle stelle, per così dire.
Provare per credere.
Al Parcheggio comunale si fermano molti dei torpedoni che portano le comitive di turisti stranieri in visita: la scalinata di accesso dovrebbe essere tenuta in ordine, poiché rappresenta a tutti gli effetti il vestibolo e il biglietto di presentazione della cattedrale stessa.
Come possono i turisti preparare il loro animo alla meraviglia che avranno modo di vedere, transitando da un percorso così mal tenuto?
Le solite cose nostrane: del degrado, sembra che a nessuno importi veramente, così come "manutenzione" è una parola da non dover mai pronunciare.
Dire che, forse, ai turisti piace così, perché in questo modo hanno il brivido di sperimentare una full immersion in un contesto che è loro alieno e in un percorso di ascensione dalle miserie, dal degrado e dalle brutture, alla solennità e alla bellezza incomparabile e regale dei mosaici contenuti all'interno del duomo, oppure sostenere che ai più si offre un percorso penitenziale che li porti dopo molto patire all'ascesi religiosa o all'afflato mistica, è - almeno questo é ciò che io pensi - una penosa mistificazione.
Lo si può dire per ironizzare, ma non certamente parlando sul serio.
Senza tenere conto del rischio che qualcuno possa infortunarsi, salendo o scendendo quei gradini ammalorati, spezzati e scheggiati in più punti.

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8 gennaio 2016 5 08 /01 /gennaio /2016 07:27
Quando è cominciato davvero tutto. Un racconto-riflessione di Salvatore Sulsenti

Il brano che segue, scritto dal mio amico e corrispondente FB Salvatore Sulsenti, è una piccola storia che è anche una meta-storia, poichè contien una riflessione sugli "inizi".
Salvatore nel suo scritto non ci dice esattamente di cosa si tratta: solo chi lo conosce e che lo segue comprende a cosa si riferisce.

Ma il fatto che abbia lasciato il testo così indefinito ci aiuta a dargli un significato più universale.

L'inizio non è mai semplice: un inizio è periglioso, poiché implica oltrepassare una soglia, da un lato della quale c'è il mondo da cui veniamo, mentre oltre si distende un universo ancora sconosciuto.

Superare soglie nella propria vita è qualcosa di creativo e di stimolante poichè ogni volta che ciò accade ci si confronta con qualcosa di nuovo e il nostro ingegno (e le nostre forze non solo mentali, ma anche fisiche, verranno messe alla prova.

Essere sulla soglia e superarla dà improvvisamente nuovo significato alla nostra vita.
I Romani antichi avevano un Dio che proteggeva le soglie e che, per questo era anche un Dio degli Inizio: Giano Bifronte, poichè nella sua classica rappresentazione aveva due volti, ciascuno dei quali guardava un lato della soglia.

E, nell'universo induista, c'è il Dio Ganesh, il Dio-Elefante che, danzando, creò il mondo.

E Ganesh è, per questo il Dio degli inizio, ma anche il Dio della creatività.

Le nostre azioni, le decisioni che pigliamo, le nostre scelte sono sovente multideterminate, con l'incidenza di fattori interni ed esterni, che spesso concorrono in un mix unico ed irripetibile, ma spesso per i punti di svolta più fondamentali e repentini, occorrono dei piccoli trigger.

E Salvatore con il suo racconto ce ne dà un esempio.

 

Luglio 2013. Telefonata Di Daniela P. mi passa un’amica: Anna.
Da questo momento molte cose cambieranno nella mia vita.
Daniela è una pittrice e ci siamo ritrovati su Facebook qualche tempo addietro. Solita trafila: post, commenti, foto pubblicate, richiesta di amicizia, conversazione stringata sulla chat ed immancabile scambio di contatti telefonici.
Telefono io e telefona lei, ci sentiamo e risentiamo ed ognuno di noi racconta qualcosa all’altro. Essendo io un artigiano dell’arte (anzi solo un uomo che fa qualcosa e che spera piaccia agli altri), confrontarmi con una pittrice conosciuta mi lusinga.
Il telefono presto non basta ed occorrerebbe passare oltre.
Non succede se non nel luglio del 2014, ma questo è un evento trascurabile.
Il passare del tempo e la distanza, io in Sicilia e lei in Lombardia, non aiutano.
Le telefonate vanno avanti ed anche le confidenze ma comprendiamo di essere molto distanti e come persone e come “artisti”.
Continuano le conversazioni, a dire il vero sempre meno frequenti, fin quando l’abitudine di Daniela di passarmi al telefono amiche mai sentite prima, mi portò a conoscere Anna.
Anna è l’antitesi di Daniela. Anna è pratica, affabile e solare e soprattutto è come la vedi. Daniela è un’esteta, si allontana dalla vita di tutti i giorni, ama se stessa ed il suo tacco 12. Le mie conversazioni continuano con Anna, ci si conosce e ci si apprezza come persone.
Lei moglie e madre di due belle ragazze, io artigiano dell’arte. Più conosco Anna più mi allontano da Daniela.
Restano le conversazioni telefoniche ma cambiano le cose.
Anna è una donna che lavora ed anche una casalinga, una moglie ed un’atleta. Corre, cammina, si arrampica.
Daniela vuol farsi sempre “vedere” ad Anna basta esserci.
Da qui comincia veramente tutto.

Ma qual'è l'inizio di cui parla Salvatore?
Ai fini del senso generale del suo scritto è irrilevante, per soddisfare i più curiosi, riporterò di seguito una piccola citazione (sue testuali parole), legate al momento attuale e a qualcosa che è appunto scaturito da quel cambiamento.

...da qualche giorno sono pervaso da uno stato di nervosismo pre maratona. Credo sia normale ma sto somatizzando l'evento.
Ho dei dolori, ma forse sono solo dei fastidi, in tutto l'addome.

Salvatore Sulsenti

Quando è cominciato davvero tutto. Un racconto-riflessione di Salvatore Sulsenti
Quando è cominciato davvero tutto. Un racconto-riflessione di Salvatore Sulsenti
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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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