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10 novembre 2013 7 10 /11 /novembre /2013 07:19

Tossicodipendenze.jpg(Maurizio Crispi) Ieri, ho incontrato una persona che un tempo lavorava nel servizio che, nell'Azienda sanitaria, dirigevo (uno dei Ser.T - ovvero Servizio per le Tossicodipendenze - di Palermo). E' stata un'occasione per rievocare il tempo passato, ma anche per fare una veloce carrellata sul presente.
Qualche giorno prima, tramite un social network a cui sono iscritto, ho avuto occasione di dialogare con un collega che mi raccontava di una sua esperienza (sconsolante, dai contorni di "ordinario" mobbing).
Da entrambe le conversazioni è venuto fuori un quadro cupo e non certo esaltante, fatto di cialtroni e di rampanti, di uomini senza qualità  soltanto divorati dall'ambizione di occupare una poltrona e di starci, per poi esercitare il loro compito senza competenze e con arbitrio, e intessuto anche di storie di sopraffazione e, forse, anche di mobbing per far fuori "disonorevolmente" tutti quelli che ostacolano i progetti e la brama di potere.
Ma quale potere poi? E per cosa? Per ottenere quale memoria da parte degli altri che seguiranno?
Se un mediocre, animato da brama di potere non associata ad un altrettanto grande competenza va avanti e si fa strada è chiaro che tutti quelli che gli stanno dietro sono tutti dei fedeli sudditi, degli scagnozzi, persone mediocri ancora meno dotate di competenze del loro capo.
E se il loro capo dovesse "lasciare", ecco pronti a rimpiazzarlo molti ben più opachi, pronti a rimpiazzarlo.
E' così che funziona (o meglio disfunziona) il nostro sistema: un modo tutto italiano, in cui a governare sono l'incompetenza sempre (e, in alcuni casi, anche il malaffare), con i mediocri e gli ignoranti che seggono su poltrone dove dovrebbero stare soltanto persone valenti, dotate di competenza e di cultura, sia generale sia specifica) ed anche di larghe vedute: pertanto capaci di condurre al meglio i servizi, le strutture e le istituzioni che sono loro affidati.
E questi capi governano contornati da sudditi, peones, fedeli soldatini - tutti uomini vuoti e senza ideali - che, per loro natura, sono ancora più mediocri ed incompetenti, ma devono anche esserlo per necessità per non oscurare la mediocrità dei loro superiori gerarchici.
 

 

 

Queste due conversazioni hanno suscitato in me non tanto un rimpianto, ma piuttosto un senso di contentezza, per essermene andato, ad un certo punto.

Per essermi levato dalla rissa, anche se ciò ha significato mettermi a margine.
Ma ho anche provato un forte senso di sconforto, perchè non appena si dà un'occhiata a ciò che accade, non si può non essere travolti da un senso di disgusto.
Oggi delle tossicodipendenze non parla più nessuno: i giornali si sono stancati di pubblicare qualsiasi notizia che si a correlata a questo tema che, come altri affini, è stato di fatto "normalizzato", perchè un tossicodipendente che muore non fa più notizia e, semmai dopo svariati decenni, rappresenta un atto d'accusa formidabile per un intero sistema (a partire dal livello politico che non ha voluto fare nulla per eliminare alcune storture introdotte dalla cosiddetta legge Giovanardi) che non ha saputo (o non ha voluto) risolvere il problema con interventi decisivi.
Cavalcare le notizie su droghe e tossicodipendenze è servito sino ad un certo punto, quando occorreva fare delle leggi che attivassero - molto cinicamente - posti e possibilità di carriera.
I giochi si sono fatti. Le leggi sono state varate. I servizi sono stati costituiti. Le carriere si sono avviate e i più ambiziosi (ma, ripeto, non i più valenti) hanno conquistato i loro posti di potere.
E, adesso, si può tranquillamente ritornare ad un basso profilo che non attiri l'attenzione.
In modo tale che l'incompetenza e l'incapacità non divengano oggetto d'interesse e di critica.
Che pena!
Sto leggendo in questi giorni il libro di Alessandro Donati,  Lo Sport del Doping. Chi lo subisce, chi lo combatte, (EGA, Torino, 2012).
Donati, ex-tecnico federale che ha un certo punto ha intrapreso un coraggioso percorso di denuncia sulle malefatte della FIDAL e del CONI in materia di doping a partire dagli anni Ottanta, oltre ad altri imbrogli, soltanto motivati dalla brama di potere (e di soldi), nell'affrontare un discorso sul Doping, anzichè fare un'esposizione teorica ed accademica, riprendendo il precedente volume "Campioni senza valore", andato a ruba, ma poi misteriosamente scomparso dalle librerie (un'azione strategica fatta da coloro che venivano colpiti dalle sue parole), ha preferito optare per la via ben più interessante del racconto degli eventi così come lui li ha conosciuti da osservatore privilegiato, trovandosi all'interno del sistema, mostrandone tutto il marcio, alla luce e con il supporto di documenti inoppugnabili (vedi, per esempio, le ampie citazioni dai taccuini del dottor Faraggiana, medico compromesso con le procedure di emo-doping e faccendiere compromesso).
E' una storia tutta italiana quella che ci racconta Donati nel suo libro coraggioso che ci porta ad immeggerci nel fosso dello schifo più totale e della corruzione sfacciata?
Forse.
Oppure, rappresenta un spaccato esemplare di altre storie simili che si sono verificate in altri luoghi.

In questo senso i Nebiolo e i Conconi sono soltanto dei personaggi paradigmatici.
E, a mio modo di vedere, il racconto di Donati così puntuale e, proprio per questo, così tragico, ha una valenza universale, perchè - mutatis mutandis - gli stessi personaggi e le stesse storie si trovano in molti altri ambiti.
Per alcuni versi, leggendo il libro di Donati, in alcuni passaggi del suo racconto mi accendo empaticamente, perchè mi sembra di rivivere passo per passo alcune mie vicissitudini lavorative.
Nulla di nuovo sul fronte occidentale, in definitiva.
Niente di nuovo sotto il sole, allora!
Niente e così sia, per dirla con Oriana Fallaci.

Ma si potrebbe anche dire: "C'erano una volta i Ser.T!", quando in servizi che erano nuovi e d'avanguardia, ancora tutti da inventare, ci lavoravano dei pionieri (Luigi Cancrini in uno dei suoi scritti sulle tossicodipendenze li descrisse come "Quei temerari sulle macchine volanti", assimilando di fatto quella particolare di operatori della salute, di diverse professionalità, ai primi aviatori) che ci credevano e avevano la passione per farlo e che desideravano essere d'aiuto, prima che arrivassero i rampanti e gli ambiziosi.

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28 ottobre 2013 1 28 /10 /ottobre /2013 19:46

Su Facebook, commenti offensivi contro il ministro Kyenge. Ma per gli amministratori del social network non violano Su Facebook, commenti offensivi contro il ministro Kyenge. Ma per gli amministratori del social network non violano "gli standard della comunità".

Sappiamo - e abbiamo purtroppo constatato giorno  dopo giorno - che Cécile Kyenge, Ministro dell'Integrazione  del Governo in carica, sin dall'inizio del suo mandato è stata sottoposta ad una pioggia di insulti di stampo razzista e di atteggiamenti discriminatori.
Se ciò fosse stato - e fosse - solo espressione dell'ignoranza popolare e che venga dalla base, potrebbe essere ancora comprensibile, anche se in alcun modo non giustificabile.
Ma è assolutmente deprecabile che atteggiamenti analoghi vengano assunti e mantenuti da rappresentanti di partiti, da parlamentari o da politici impegnati in posizioni di rilievo nei governi regionali e locali.

Sappiamo ad esempio che la consigliera leghista di Padova  ha detto di lei pubblicamente: "Mai nessuno che se la stupri".
A seguito del fatto, dal quale alcuni rappresentanti del suo stesso hanno preso tardivamente (e tiepidamente le distanze) la Valandro è stata condanata a 13 mesi per direttissima.

"E' stata condannata a 13 mesi oggi per direttissima la consigliera leghista di Padova Dolores Valandro che indirizzò parole ingiuriose al ministro dell'Integrazione Cecile Kyenge. "Mai nessuno che se la stupri", aveva scritto la Valandro scatenando un diluvio di polemiche. La consigliera era stata espulsa dalla Lega e poi denunciata per istigazione ad atti sessuali compiuti per motivi razziali. Oggi Valandro è apparsa in lacrime e pentita davanti al giudice affermando che non era sua intenzione insultare nessuno, né tantomeno la Kyenge. Poco fa la condanna con l'obbligo di risarcimento per 13.000 euro. Per la donna, i giudici hanno anche disposto l'interdizione per tre anni dai pubblici uffici. I difensori di Dolores Valandro hanno gia' annunciato un ricorso in appello, mentre lei ha lasciato l'aula del tribunale senza rilasciare alcun commento " (fonte Pointblog)

 

 

Ma il solito Calderoli se ne è lasciata scappare una altrettanto pesante, di tipica marca leghista:. Ha detto, infatti - «Quando vedo le immagini della Kyenge non posso non pensare alle sembianze di un orango».
Il pesante insulto razzista lanciato dal leghista Roberto Calderoli nei confronti del ministro dell’integrazione Cecile Kyenge scatena un terremoto politico. I vertici del parlamento condannano l’accaduto, Letta protesta. Alfano critica l’ex collega di governo e il Pd chiede le dimissioni dell’esponente del Carroccio che ricopre l’incarico di vicepresidente del Senato. (14.07.2013: ilfattoquotidiano.it).

In entrambi i casi, ai fatti hanno fatto seguito rettifiche in stile berlusconiano: "Non volevo...", "Non intendevo...", "Sono stato frainteso....", "Ho esagerato...": tutte disgustose forme di marcia indietro che non annullano affatto il peso di ciò che è stato detto o fatto subito prima (ricordiamo, a carico, di Calderoli, l'episodio indecente della T-shirt decorata con una vignetta anti-islamica).
Il fatto è che queste esternazioni da parte di sedicenti "politici" di bassa lega, ma per via della loro posizione pubblica "leader" degli umori popolari, tendono a fare scuola, a rimbalzare e a moltiplicarsi.
E' successo per esempio, su Facebook dove un post in cui si riportava un articolo di Cécile Kyenge è stato commentato da frequentatori di quella pagina con analoghe ed ingiuriose espressioni (offese gratuite ed istigazione allo stupro per motivi razziali).
Fatto gravissimo questo che ha indotto alcuni, tra cui la collega giornalista Valeria che ha ravvisato nei commenti postati una violazione agli standard di Facebook (intesa come comunità), in quanto "contenuti che incitano all'odio e/o alla violenza", a fare il previsto "report" all'amministrazione di Facebook.
Ma questa volta gli amministratori del social network, spesso estremamente occhiuti, solleciti e pronti a censurare il comportamento dei Facebookiani per motivi molto più futili (le infrazioni alla privacy, il tentativo di estendere i propri contatti tra persone che non conoscono direttamente), non hanno ravvisato nelle parole degli più o meno anonimi commentatori alcuna infrazione all'etica FB.
Questi i commenti contro la Kyenge che secondo Facebook non sono offensivi e che, quindi, non vanno rimossi: "Ma tornatene in CONGO e se non sai cosa fare raddrizza le banane SCIMMIA", "Inculatela a secco".
Questa la risposta di Facebook dopo la segnalazione, risposta giunta puntualmente il giorno dopo la segnalazione: "Abbiamo analizzato il commento che hai segnalato per la presenza di discorsi o simboli inneggianti all'odio e abbiamo stabilito che non viola i nostri Standard della comunità". (Facebook).

Gli  standard sono i paletti che il social network pone a tutti gli utenti. Tutti i contenuti postati, si legge, non devono contenere attacchi o discriminazioni nei confronti di persone o gruppi di persone «in base a razza, etnia, nazionalità, religione, sesso, orientamento sessuale, disabilità o malattia».
Pena, l'eliminazione immediata del contenuto e, talvolta, anche quella dell'autore. Questa volta i moderatori non hanno ritenuto che i due commenti segnalati fossero discriminatori nei confronti della Kyenge, provocando un'ondata di proteste da parte dagli altri utenti scandalizzati per il tono degli attacchi.

C'è veramente da rimanere sbalorditi.

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6 ottobre 2013 7 06 /10 /ottobre /2013 07:43

La Legge Bossi-Fini va modificata, lasciando che i soccorritori possano soccorrere ed aiutare, senza essere considerati dei delinquenti(Maurizio Crispi) Dopo l'ennesima tragedia del mare al largo di Lampedusa, quella che, appena pochi giorni, ci ha lasciato tutti sgomenti e attoniti, facendoci ricordare tutte le altre che l'hanno preceduta, con la consapevolezza che questa purtroppo non sarà nemmeno l'ultima, tra i tanti provvedimenti da prendere, al di à delle affermazioni di vuota retorica, occupa un posto prioritario un adeguamento o una radicale modifica della Legge Bossi-Fini, soprattutto per quanto riguarda la norma che equipara a reato il soccorso prestato a naufraghi o a persone in procinto di naufragare.
Sulla base di questa aberrante norma, non si può trainare un barcone in evidenti difficoltà, né si possono recuperare dal mare uomini e donne in mare in procinto di annegare.
Chi lo fa viene perseguito a norma di Legge e la sua imbarcazione viene sequestrata come prova del reato, in attesa che il procedimento penale faccia il suo corso: viene considerato complice o autore del reato di immigrazione clandestina, in ogni caso un fiancheggiatore.
Questa norma contravviene con la Legge del mare che, in quanto legge "morale" non scritta, impone di fare quanto è possibile per mettere in salvo delle vite.
La Bossi-Fini è fatta in modo tale da trasformare i soccorrittori volenterosi in tanti Caini che non si prendono cura del proprio fratello Abele e che non sentono nei suoi confronti alcuna responsabilità.
Non capisco l'accanimento nel difendere a spada tratta, in modo ottuso ed insensibile, la Bossi-Fini nella sua interezza.
Ci sono quelli che, pur di seguire la voce della propria coscienza volendo rispettare le vincolanti consuetudini marinaresche hanno provveduto a salvare dei naufraghi, malgrado i divieti e la minaccia di una prosecuzione legale a norma di legge.
E ne hanno patito le conseguenze con cristiana rassegnazione. Ma, ripresentandosi la stessa circostanza, dopo essere stati così duramente puniti, saranno di nuovo soccorrevoli?
Altri, invece, girano la testa da un lato per non guardare e scivolano in un atteggiamento di insensibilità ed indifferenza, pur di non dover rischiare in prima persona.

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6 ottobre 2013 7 06 /10 /ottobre /2013 06:36

(Elena Cifali) So per certo che su internet la maggioranza delle persone non legge oltre il 7 rigo. 
Bene, sarò sintetica: siamo nella merda, stiamo sprofondando e non ce ne curiamo!
Adesso che avete letto queste poche righe e che il messaggio vi è arrivato posso dilungarmi, per il diletto di chi vuol sapere cosa in realtà voglio dire.

Tutti bravi questi Italiani! Ci vorrebbe un applauso per ognuno di noi !
Ci lamentiamo di tutto e di tutti e, intanto, attorno a noi le cose, cose e situazioni continuano ad avere il loro corso.
Gli eventi ci sfuggono di mano e, come diceva sempre quel genio di mia nonna con la sua saggezza antica: “Mentre il dottore se la pensa il malato crepa”
Il dispiacere che ogni essere umano, ancora dotato di senso dell'umanità, di fronte alla tragedia che si è consumata nel Mare di Lampedusa è incredibile.
Questi non sono i primi morti e purtroppo non saranno neppure gli ultimi.
Mi colpisce il fatto che mentre tanti Italiani scappano dall'Italia, perchè sull'orlo della crisi economica/sociale/politica/culturale/educazionale, altri, ben più sfortunati di noi cercano disperatamente di arrivare nella nostra stessa Terra per rimanerci o per usarla come trampolino di lancio verso l'Europa. 
Allora è vero? Al peggio non c'è mai fine ?
La soluzione non può essere trovata da ed in Italia.
Il popolo italiano, malamente governato non riuscirebbe mai a trovare una soluzione che impedisca a questa gente di avventurarsi e sventurarsi. La "non guerra" è l'unica soluzione possibile. 
E, seppure la mia sembra una affermazione scontata e banale, è quanto di più difficile si possa realizzare.

Colpisce che nel nostro secolo, un secolo in cui la scienza e la tecnologia stanno toccando momenti altissimi, i popoli si facciano ancora la guerra come nei millenni scorsi quando le comunicazioni e le civiltà erano a dir poco primitive. 
Siamo forse rimasti dei primitivi che giocano con tablet e pc, dormendo beati su cumuli di immondizia e con le bombe atomiche sotto al letto?

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19 settembre 2013 4 19 /09 /settembre /2013 08:07

Riflessioni panchinali. Panchine per vivere e panchine per morire(Maurizio Crispi) Le panchine, di quando in quando, suscitano le mie riflessioni. Alcune di esse sono inevitabilmente ripetitive, ma attraverso la ripetizione si consolida il panchina-pensiero.
Noto che le panchine sono sempre molto utilizzate, anche ai nostri giorni in cui dominano la fretta e l'accelerazione.
Sarà forse perchè le panchine offrono una seduta gratuita, pressocché dovunque. Ma questo elemeto "strumentale" è solo un comune denominatore "minimo" che non aiuta a spiegare l'universalità della panchina.
Le panchine servono a rendere vivibili le città e mi sembrano barbari i luoghi in cui le panchine per ragioni di ordine pubblico (o di pubblica decenza) sono state abolite.
Come mi sembrano barbari quei paesi che, volutamente, rendono le panchine scomoda, proprio allo scopo di evitare su di esse il bivacco degli homeless.
Ma, ovviamente, le panchine non fanno parte solamente dell'arredo urbano, perchè le si possono trovare dovunque, anche fuori dai centri abitati: sulla curva di una strada, ai piedi di un albero fronzuto, la cui ombra densa é resa più fresca dal chiocchiolio di una fontana, su di un punto prominente che consente da seduti la vista su di un bel paesaggio, sulla riva del mare.
La panchina nasce da un bisogno universale che è quello di fornire una seduta al viandante che si trovi a passare da quel luogo o alla persona che vive in quel luogo e che esce di casa a fare due passi, avendo come metà quella panchina e non un'altra: in un certo senso, le panchine - in tutte le loro varianti - rappresentano il grado zero dell'ospitalità che è l'ospitalità stessa del luogo: é come se, in parte, fossero in parte espressione del genius loci.

E non ci vuole molto per allestire una panchina rudimentale: è sufficiente un muretto basso, oppure una trave di legno che venga poggiata tra due grosse pietre ed ecco realizzata con un minimo di spesa una panchina.

 

A partire dalla prima rudimentale panchina, soltanto dopo nella storia dell'Uomo sono sopravvenute esigenze estetiche e si è fatto strada il bisogno di abbellire la panchina, variando i materiali di costruzione, anche se una panchina dovrebbe essere costruita in modo da poter durare nel corso del tempo e da resistere al logorio degli elementi atmosferici e soprattutto in modo da essere comoda e confortevole.
 

 

Ci si siede su di una panchina per riposare.
Per leggere il giornale.
Per leggere un libro.
Per ascoltare la musica o per suonare uno strumento musicale.
 

 

Ci siede su di una panchina per conversare e magari uno degli interlocutori se ne sta in piedi davanti al suo interlocutore seduto.
Ci siede in panchina per fumare indolentemente una sigarete o per farsi una buona pipata.
Le coppie si siedono sulle panchine per abbracciarsi o per baciarsi o semplicemente per starsene accanto mano nella mano (vedi i famosi disegni di Peynet, ad esempio).
Ci siede su di una panchina per fare merenda, per consumare il lunch nella pausa-lavoro oppure per gustarsi in santa pace un bel gelato.
Ci siede in panchina per allattare il proprio bimbo oppure per cambiargli il pannolino.

Ci si stravacca su di una panchina per bere in solitaria, oppure per smaltire la sbornia e per finire addormentati in un profondo sonno etilico, per risvegliarsi solo alle prime luci dell'alba.



Riflessioni panchinali. Panchine per vivere e panchine per morireLa panchina può diventare un punto di incontro, chiassoso e festoso.
Oppure un luogo di meditazione e di riflessioni.
Ci si siede sulle panchine per piangere sconsolati e per smaltire il proprio dolore.
Qualche volta per sentire dentro di noi la nostalgia e il peso della malinconia.
 

 

Ci siede su di una panchina per utilizzarla come vettore temporale e, cavalcandola, fare escursioni nel passato da cui veniamo, facilitati dal fatto che la seduta su di essa ci impone immediatamente l'immersione in un tempo lento, in cui il presente si dilata o si fa immobile.
Qualcuno si siede in panchina e muore lì, confortato dal vento, dal fruscio delle foglie e dal cinguettio degli uccelli. Qualche volta uno scoiattolo si incuriosce e viene a visitare il vistatore immobile come una statua.
 

 

E, qualche volta, sulle panchine siedono statue di bronzo o di pietra che raffigurano persone morte da lungo tempo e uno si può sedere in loro compagnia e con loro conversare amabilmente.

Ci siede in panchina per fare un bel sonnellino e, magari, quando Morfeo comincia ad averla vinta, si scivola lentamente in una posizione più consona, ma c'è chi anche vi si sdraia direttamente, utilizzando il proprio zaino come cuscinetto, come anche qualcuno si leva le scarpe per stare più comodo, ed ecco che la panchina si tramuta rapidamente in un letto a cielo aperto, un giaciglio che ha per tetto il blu e le nuvole e la chioma degli alberi di giorno e la volta stellata di notte.

 

 

Ci siede in panchina soprattutto per stare, per fermarsi, per contemplare.
E, quando uno ha imparato a conoscere bene le panchine, anche in assenza di una panchina reale, può sedersi su di una panchina virtuale, costruita nella sua mente.
Oppure può fare riferimento ad una panchina metafisica, la Panchina delle Panchine, per così dire, che racchiuda in sè l'essenza e il concentrato di tutte le panchine del mondo.
E quando si sta seduti su di una panchina sembra di essere in uno spazio diverso e in un tempo più lento di quello degli altri che si affannano e che sono tiranneggiati dalla velocità.
 

 

La panchina in un certo senso è il simbolo dello slow time e, nello stesso tempo, può essere utilizzata per intessere l'elogio dell'ozio.
Riflessioni panchinali. Panchine per vivere e panchine per morireLe panchine, che si ritrovano pressocché identiche dovunque nel mondo e che sono dunque un oggetto "universale", ci ricordano delle nostre origini e ci fanno guardare al nostro passato, al nostro presente, e al nostro futuro in una maniera diversa.
Ci suggeriscono che un modo diverso di vivere è possibile e che si può pur sempre tornare ad una maniera semplice di condurre le nostre vite.
La panchina è uno strumento forte e potente "contro il logorio della vita moderna".
E dunque le panchine vanno protette e rispettate.
Guai a quei barbari che le distruggono, siano essi i vandali improvvisati che scaturiscono dalle febbri alcooliche e drogate del sabato sera, siano i distruttori "legittimi" che si annidano nelle pieghe delle più disparate amministrazioni comunali.


La civiltà d'una nazione si vede dallo stato di salute in cui versano le sue panchine.

 

 

Nelle foto (di Maurizio Crispi): panchine di Villa Trabia a Palermo.

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1 settembre 2013 7 01 /09 /settembre /2013 17:38

L'ora del lunch nei posti di lavoro. Modi diversi di intendere la pausa di lavoroNella City londinese all'ora del lunch è frequente vedere - specie nelle belle giornate - gli spazi pubblici e i parchi di cui la City stessa è disseminata - affollarsi dei tanti che dagli uffici in cui lavorano escono per mangiare un boccone sulle panchine o comodamente seduti in relax su prati, di solito puliti e privi del tutto delle deiezioni canine e di altre schifezze che, invece, sono un frequente arredo dei giardini nostrani.

E se non ci sono parchi e giardinetti a portata di mano, ci sono sempre delle comode panchine disponibili.
Molti optano per questa soluzione: ma non solo perchè é la più economica perchè si può mangiare ciò che si è portato da casa o che si è acquistato nel più vicino supermercato (se un impiegato dovesse consumare il lunch in un qualsiasi locale sperperebbe rapidamente il suo stipendio), ma è anche una soluzione amata dai più perchè si sta in luoghi ameni, a contatto con la natura (una natura "assomesticata" e metropolitana, ma sempre Natura) . 

Alcuni - dicevamo - portano dei sandwich da casa. 
Altri comprano qualcosa nelle rivendite di cibo da asporto o nei Supermarket
Altri comprano della frutta.
Tutti si godono il sole, soprattutto nelle belle giornate.
Altri optano per la soluzione del "desk-lunch", ciò rimangono a mangiare con ciò che hanno portato da casa o che hanno comprato alla proprio postazione di lavoro.
L'ora del lunch nei posti di lavoro. Modi diversi di intendere la pausa di lavoroCi sono quelli che non mangiano e che preferiscono utilizzare il lunch break per fare dell'attività sportiva: ad esempio, ci sono infiniti gruppi di runner del lunchtime.
Ci sono altri che, invece, più pigraccioli, si distendono sui prati per farsi una bella dormita.
Si respira un'aria rilassata e di piacevole condivisione.

Per quanto ognuno se ne stia nel proprio spazio, senza mai invadere quello del proprio vicino con una politeness tipicamente british.
Da noi, in Itala, nulla di tutto questo, perchè sotto questo profilo gli Italiani sono molto più conformisti e sono restii ad abbandonare la soluzione del lunch al bar oppure nel ristorantino convenzionato che accetta i buoni pasto, ma soprattutto perchè non esiste proprio la cultura dell'uso "cortese" e environment friendly" dei luoghi communi e degli spazi pubblici.
Andare a sedersi in una panchina a consumare la propria merendina o a distendersi su di un prato a prendere il sole o a fare un sonnellino, in Italia, verrebbe guardato dai più come una cosa da "sfigati" e non confacente con il formalismo vigente sui luoghi di lavoro nostrani.

Per non dire che, da noi, molti - soprattutto nelle piccole città - per l'ora di pranzo (se è appena possibile) preferiscono di gran lunga fare un salto a casa.
Come si dice: "Casa, dolce casa!".

 

 

Le foto (di Maurizio Crispi) sono state scattate nei giardinetti adiacenti alla Cattedrale di Saint Paul, propro durante la pausa pranzo, in un giorno di tardo agosto.

 

 

pausa pranzo british 02

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22 agosto 2013 4 22 /08 /agosto /2013 10:19

Lo scempio dei luoghi pubblici in Italia: si origina da un difetto delle Istituzioni pubbliche o da un defiict culturale dei cittadini?(Maurizio Crispi) Alcuni giorni fa sono rimasto colpito da una serie di foto, pubblicate nella bacheca del profilo Facebook della mia amica Elena Cifali.
Le foto sono un accorato reportàge per immagine sullo scempio e sul degrado della pineta di Nicolosi che è (o almneo) dovrebbe essere un luogo per tutti, un luogo da mantenere pulito e in perfette condizioni di uso perché tutti i cittadini se ne possano avvalere.

Elena ha commentato le foto con toni agguerriti, proponendosi di inoltrare - assieme ad altri cittadini della cittadina etnea in cui vive - una petizione al Sindaco di Nicolosi, perchè tutto ciò debba finire.

Le foto presentano, in modo impietoso, un orrendo scempio!
Ma, prima di intraprendere qualsiasi passo, occorrerebbe interrogarsi su alcune questioni che riguardano ciò che ci si attende dalle istituzioni e ciò che è invece di competenza dei singoli cittadini.

Nel generale pervertimento "istituzionale" della nostra società, segnalato da Ivan Illich: vedi ciò che scrive nel suo "testamento" spirituale dal titolo "I fiumi a nord del futuro. Testamento raccolto da David Cayley (Quodlibet, 2013), secondo cui - detto molto in sintesi - l'uomo occidentale ha perso il senso della responsabilità e della libera scelta, a partire dalla istituzionalizzazione del "samaritanesimo".
E, a causa di ciò, vi sono istituzioni preposte a svolgere una miriade di compiti che prima erano appannaggio dei cittadini, e tutto sulla base del "senso del dovere" e dell"obbligo".
E' chiaro che in questo modo nulla funziona più, come dovrebbe, perchè ciascun individuo non sente più alcuna responsabilità nei confronti della comunità cui appartiene, perchè "...tanto c'è qualcuno pagato appositamente che possa occuparsi di questa o talaltra cosa!".
Un tempo, quando era forte il senso della comunità (ma anche oggi nelle società tradizionali) ognuno si sente coinvolto intutto ciò che concerne non solo la comunità delle relazioni tra i singoli, ma anche il rapporto con i luoghi.

Laddove le comunicazioni dipendono dalla buona efficienza di un unico sentiero tutti coloro che vi passano si sentono in dovere di provvedere alla sua minuta manutenzione, qua rimuovendo una pietra caduta dal fianco della montagna, là rimuovendo un tronco caduto.

Quindi, per rispondere ad Elena e al suo più che giustificato cruccio, non bisogna lamentarsi solo delle Istituzioni che, presuntivamente, non fanno ciò che dovrebbero.

Anche se facessero tutto ciò che va fatto, si arriverebbe egualmente a degrado e all'incuria da lei segnalati.
Il problema in Italia è molto più avvertibile, tuttavia, che in altri paesi europei che hanno un'importante tradizione del senso civico (perchè forse non sonoo stati troppo contaggiati dalla "secolarizzazione" e dalla "istituzionalizzazione" del samaritanesimo.


Il problema vero, in Italia, sono le "persone" e la loro totale mancanza di senso civico e, soprattutto, di un sentimento per ciò che non appartiene a loro in quanto privati cittadini, ma che è della comunità (e ricordiamoci anche che in Italia non vi è stata alcuna preesistente tradizione delle cosiddette "terre comuni", i cosidetti "commons" nei paesi anglofoni).

Forse, in Italia, solo tra due o tre generazioni di serrati programmi educativi nelle scuole si potrà arrivare a vedere qualcosa, l'inizio di un cambiamento, auspicabilmente.
 

 

Sì, in casi come quelli segnalati da Elena, è giusto coinvolgere il Sindaco e le autorità preposte, ma ricordiamoci dell'altra faccia delle medaglia.
Che ci siano delle persone sensibili, è una fortuna, ma se le cose non si affrontano sotto il profilo educativo su larga scala, si sarà sempre punto e daccapo,
perché se uno - per dire - è un genitore sensibile a queste tematiche, sara capace di educare i propri figli in questa direzione, a dispetto delle nefaste influenze mediatiche? Ma se non lo si è? Come avverrà mai la diffusione di una differente attitudine culturale e, nel caso specifico, nei confronti dell'ambientei?

E a non essere capace lo è - purtroppo - la maggioranza dei cosiddetti "cittadini".
Bisogna cominciare dalle scuole, ma non con cose teoriche: facendo in modo di coinvolgere i bambini in azioni praitiche e trasmettendo al tempo stesso i "principi" di rispetto dell'ambiente e delle cose comuni.
Se si procede in questa direzione, in modo serrato ed instancabile, allora saranno gli stessi bambini, futuri cittadini di domani, a divenire - con l'esempio - "educatori" dei propri genitori...
Se non si rompe la "trasmissione" generazionale delle regole dell'inciviltà e dello sprezzo per la cosa pubblica, attivando in primo luogo che siamo noi i veri colpevoli e che è nostra la responsabilità (senza tirare in ballo istituzioni che non svolgono i propri compiti) non si otterrà mai alcun risultato sensibile, né ci sarà riscatto.

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15 agosto 2013 4 15 /08 /agosto /2013 17:48

Dove sarò? Dove andrò tra dieci o vent'anni?Da dove veniamo?
Dove andiamo?
Questi sono gli interrogativi maggiori che ci portiamo per tutta la vita.
E poi...

Cosa farò?
Dove sarò?
Quando eravamo piccoli, spesso chiedevo alla mamma di aiutarmi a fare il calcolo dell'età che avrei avuto nel 2000, quando saremmo transitati - udite, udite! - in un nuovo secolo.
Forse potevo avere 5 0 6 anni ed eravamo dunque attorno al 1955.
Però erano gli anni del "progresso" e delle ultime "conquiste"...
Si apriva - ad infiammare anche la fantasia dei bambini che ascoltavano i discorsi degli adulti - la prospettiva della "conquista" dello spazio e tanto risalto veniva dato alle prime imprese spaziali, come quella compiuta dalla cagnetta Laika, mandata dai Russi in orbita attorno alla terra (povera la cagnetta, però!).

E la mamma, paziente, mi diceva che ne avrei avuti 51 e mio fratello 53.

Io nemmeno potevo capire cosa questa cifra potesse significare, se non il fatto che sarei stato molto, molto vecchio, ben più grande di quanto non mi apparisse mio padre al tempo in cui ponevo questa domanda.
Mi sembrava che dovesse trascorrere un tempo incommensurabile, ma ero anche molto eccitato al pensiero che avrei vissuto a cavallo di due secoli.
Per così dire non vedevo l'ora... Mi sono dovuto rassegnare tuttavia alla lentezza con cui scorreva il tempo.
E poi, quando il gran giorno è arrivato, mi è sembrato tutto quasi banale: ero un uomo di 51 anni!
E con questo? Cosa c'era poi di tanto speciale?

Specie nel momento in cui riconoscevo dentro di me rimpianti e nostalgie.
Specie quando mi rendevo conto che il tempo si faceva stretto ed angusto, che scorreva sempre più accelerato, come un fiume verso le ineluttabili rapide.
Ma la domanda: "Dove sarò tra 10 anni? O tra 20?" Si fa molto più stringente, se tu hai raggiunto già un età sopra ai sessanta e se hai già visto molti morire di malattia o di vecchiaia.
Allora, se ti poni questa domanda, puoi immaginarti scenari cupi, una progressiva ed inarrestabile perdita delle tue forze, il deterioramento fisico e forse anche il deterioramento mentale.
Ma questo accade solo se si è vena di alimentare pensieri negativi.
Se invece ti lasci dominare da un pensiero positivo, allora puoi immaginare che ti attendono molti giorni che cominciano con il sole e con il cielo azzurro, giorni di appagamento e di soddisfazione.
E che non tanto importante "dove" sarai, quanto piuttosto con "chi" sarai.
E se potrai dispensare affetto e riceverne dalle persone che ti sono care.

E, soprattutto, quando hai dei figli, allora tu puoi immaginare che il mondo e la vita continueranno per te attraverso di loro.
E quindi, in definitiva, non importa dare una risposta alla domanda "Dove sarò tra 20 anni?".
In fondo, anche se non lo so per certo per me, so che sarò dove saranno loro.
E quando giungi a questa conclusione, ciò significa soltanto che stai guardando verso una radiosa aurora, anche se procedi a piccoli passi (ma sempre più velocemente, in termini soggettivi) verso la fine della tua vita di uomo.

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31 luglio 2013 3 31 /07 /luglio /2013 13:36

E poi la merda chi la raccoglie?

 

 

Nella foto, proveniente da Notiziario 360, si può vedere un bell'esempio di spreco di denaro pubblico e di ostentazione del privilegio: l'onorevole D'Alema che, sotto scorta, porta a passeggio il proprio cane.
Spero in un mondo migliore, in cui chi fa politica accetti di vivere come una persona normale, affrontando con coraggio anche gli oneri (e i rischi) connessi ad una carica politica.
Forse, se questi politici (o, sarebbe meglio dire, politicanti che trasformano il loro fare politica in odioso privilegio), potrebbero essere migliori se dovessero affrontare la vita soli, senza tutte quelle truci scorte e scolte che, a me, fanno tanto pensare ai "Bravi" di Don Rodrigo di manzoniana memoria.
Legittima domanda, in riferimento alla foto che fa da spunto a queste breve riflessione: Chissà la merda chi la raccoglie? Domanda più che legittima, visto che - secondo le ordinanze sindacali dei diversi Comuni d'Italia ad un normale cittadino a passeggio con il suo cane è richiesto di rimuovere gli escrementi del suo amico a quattro zampe.
Risposta: quello, dato il contesto, non è un problema che riguardi il personaggio in effige nella foto, così come qualsiasi altro politico che, sotto scorta, porti a passeggio il suo cane: i politici non vivono vite normali, ma fanno di tutto per potere imprimere ad ogni atto della propria vita - anche privato -  il privilegio del proprio rango.
Forse, nel caso specifico, la merda sarà lasciata sul posto, a beneficio delle suole dei passanti, dei normali cittadini. Oppure saranno gli agenti di scorta a rimuoverla: ma forse no, perchè altrimenti scatterebbero delle rivendicazioni sindacali.
Invece, vorremmo vedere dei politici che abbiano il coraggio di essere "normali". Come accade in paesi europei di ben altra tradizione democratica, in cui i politici vanno al lavoro in bici e si fermano, strada facendo, a dialogare molto alla mano con i cittadini e stringono le mani senza che ci sia la vigilanza delle guardie del corpo.

Ed essere normali significa in primo luogo abbattere qualsiasi forma di privilegio e trasformarsi nei primi servitori di tutti e, quindi, pronti e disponibili a fare qualsiasi cosa facciano - nelle loro di vite di merda - i normali cittadini.
Soltanto così, forse, coloro che ci governano potrebbero meritare il nostro rispetto.

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22 luglio 2013 1 22 /07 /luglio /2013 20:37

 

Similitudini e differenze(Maurizio Crispi) Ogni tanto anche qui a Londra si vedono cose come dalle nostre parti, come - ad esempio - un cestino della spazzatura di un parco pubblico intasato di rifiuti e tanti "resti" sparsi per terra: e, quindi, un Siculo come me si sente autorizzato a tirare delle conclusioni (con un giustificatorio - e assolutorio - "In fondo, siamo tutti eguali") e un bel sospiro di sollievo.
Ma - come si può osservare - i rifiuti non sono stati buttati, indiscriminatamente e con incuria, qua e là sul prato, ma riposti tutti dentro l'apposito dustbin o nelle sue immediate vicinanze.
Alcuni sacchetti e altri resti (bottiglie vuote, per esempio) giacevano per terra, perché dentro non c'era più posto.
Siamo di Lunedì mattina, dopo una domenica di Luglio di caldo e di sole che ha spinto molti Eastender a riversarsi in tutti i giardinetti pubblici disponibili, chi a leggere, chi a dormire, chi a prendere il sole, chi a bere una birra con gli amici e, in alcuni casi, alcuni intenti in riunioni familiari tri-generazionali di 15-20 persone.
Il giardinetto che si vede nella foto è stato utilizzato intensamente anche il sabato, altrettanto caldo.
E, quindi, la quantità di "detriti" accatastati alla fine del week-end è stata cospicua.
Ma qual'è la differenza rispetto a ciò che accade dalle nostre parti?
Che qui tutti i rifiuti entro la giornata di Lunedì verranno sollecitamente rimossi.
E, quindi, se inizialmente, ho tirato un sospiro di sollievo nel vedere questi cumuli di rifiuti, ho riflettuto comunque - subito dopo - di essere proprio su di un altro pianeta.
Non c'è niente da fare, temo...
Purtroppo, siamo sempre di molti passi indietro.

Similitudini e differenze

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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