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4 luglio 2015 6 04 /07 /luglio /2015 06:57
La democratizzazione delle vacanze al mare: quello che abbiamo perduto

(Maurizio Crispi) In tempi antichi - ma non antichissimi - il mare come svago e come vacanza era appannaggio di pochi.
Possiamo dire certamente che l'invenzione delle "vacanze al mare" risalga ai primi decenni del Novecento e che questa invenzione abbia creato le premesse di un processo (prima lieve nel suo evolversi, poi sempre più celere - con effetti quasi a valanga) di espropriazione dell'esperienza di rapporto con il mare da parte di poche élite.
Possiamo ricordare che il nuotare in mare (e in altri specchi d'acqua tranquilla) sia stata praticata soprattutto dalle avanguardie del romanticismo come esperienza salutistica da un lato, ma per altri versi anche mistica.
Si veda - a questo riguardo - il brillante - ed interessante saggio di Charles Sprawson, L'ombra del massaggiatore nero. Il nuotatore, questo eroe (Adelphi), comparso per la prima volta in traduzione italiana nel 1992 e ristampato nel 2000. L'autore, egli stesso nuotatore esplora in una serie di emozionanti capitoli il rapporti di letterati e scrittori con l'acqua come elemento primigenio e la loro passione per il nuotare in ogni acqua si imbattano (mare, fiumi, sorgive, laghi) anche al prezzo di mettere a repentaglio la propria vita.
Questi nuotatori, di un tempo in cui ancora non era stato avviato il processo culturale (e consumistico) che avrebbe portato alle odierne vacanze al mare di massa, si acocstavano al nuotare con atteggiamento rispettoso, esaltante e mistico al tempo stesso.
La loro era un'attività di privilegiato rapporto con la Natura che andava fatta in solitudine o, al massimo, in silenziosa condivisione con pochi altri privilegiato che condividessero lo stesso atteggiamento.
E, naturalmente, in questo loro approccio mistico-estatico c'era un filo rosso che li connetteva direttamente alla mitologia e al mondo dell'antichità classica.
Oggi, specie da noi in Italia, è diventato un compito ingrato e difficile: viene voglia spesso e volentieri di rinunciare oppure di andare in luoghi di mare solo per rapidamente immergersi nuotare ed andare via.
Tutti i luoghi di mare sono invasi da folle vocianti, per le quali ciò che conta sono l'intrattenimento, il divertimento, lo schiamazzo, la tintarella e l'esibizione di se stessi (nel bene e nel male, visto che ad esporsi allo sguardo impietoso altrui sono anche pacchioni di ippopotamica stazza.
Si devono solcare folle sgradevoli, dalle quali si leva il pesante afrore degli oli solari, generosamente spalmati sui corpi, tappetti di corpi immobili a prendere la famosa e super-elogiata tintarella.
Spiagge brulicanti di corpi, il mare invaso da "bagnanti" il cui unico approccio con il mare è quello di stare "a bano", in piedi, immersi dalla vita in giù, per ore e ore, il più delle volte a conversare con i propri simili.
E le acque che d'inverno e sino alla primavera sono cristalline si fanno torbide e giallognole per le immense quantità di piscio che questi bagnanti statici vi riversano, durante i loro ozi a bagnomaria.
Gente a cui dello pratica sportiva come approccio mistico alla natura non gliene frega niente, perché simili intuizioni non sono arrivate nemmeno all'anticamera del loro cervello: folle oceaniche, dominate da ignoranza e da totale assenza di senso estetico, un pabulum fertile per l'innesto di luoghi comuni e di rappresentazioni pompate dal sistema mediatico.

Un tempo la più nota località balneare di Palermo, il lido di Mondello Valdesi, era un posto per poche élite soltanto: e cioè per tutti i villeggianti che si insediavano nelle villette estive costruite grazie alla bonifica delle acque stagnanti che prima caratterizzavano tutta la zona e della conseguente lottizzazione di terreni diventati improvvisamente appetibili.

Sino alla II Guerra Mondiale e negli anni della ripresa postbellica, Mondello ebbe ancora la caratteristica di luogo elitario, mentre la maggior parte dei Palermitani si recavano al mare sui litorali fuori porta in direzione di Messina.
Poi, sia a causa del degrado di quei litorali e dell'inquinamento ambientale cui furono sottoposti, tutti scoprirono Mondello, in presenza anche di un altro fenomeno essenzialmente culturale.
Sino ad un certo punto la stagione marina dei Palermitani (almeno della maggior parte) andava dal 15 luglio (Festino di Santa Rosalia) ai primi di settembre (in concomitanza con la festa in calendario di Santa Rosalia). Prima e dopo, niente.
Ed erano sempre le élite ad avere, prima e dopo, il monopolio del mare e dei litorali.
Il terzo fattore che ha contribuito alla democratizzazione estrema delle spiagge e di quella di Mondello in particolare, è stata ovviamente l'incremento della motorizzazione individuale e lo sviluppo di una capacità di spostamento autonoma, prima mai vista.
In-cultura di massa, promozione pubblicitaria, ignoranza hanno fatto il resto.
Forse sono troppo drastico in questo mio punto di vista, ma tutto ciò è alla base del mio rifiuto sempre più marcato nel corso degli ultimi anni di andare d'estate n qualsiasi posto di mare e nella mia fobia nei confronti di Mondello (ci vado sì, ancora oggi, ma con molto meno piacere e per necessità, più che altro).
Ricordo invece l'autentica gioia di quando ci andavo al termine delle mie mattinate di studio da universitario (una rapida corsa in moto di non più di dieci minuti per essere già sul posto, per una nuotata rinfrescante: anche allora, benché le cose avessero preso a cambiare, si respirava l'atmosfera di un tempo: quella della possibilità di un rapporto assolutamente unico tra te e la natura.

Forse, qualcuno riterrà che alcune delle mie parole siano antidemocromatiche e non politicamente corrette. Certamente non sono popolustiche, né demagogiche, e potrebbero essere tacciate di aristocraticità anacronistica.

Ebbene sì, se proprio volete attribuire un'etichettà a qesto mio pensiero, quella dell'aristocraticità potrebbe andar bene: ma non quello dell'aristocraticità becera, legata al privilegio e a titoli cui oggi non crede più nessuno, ma a quella condizione di colui che si pone in una posizione in cui privilegia nel rapporto con la vita il senso estetico e la ricerca in tutte le cose di una sorta di misura aurea: e, se si è animati da questo afflato interiore, oggigiorno, non si può non essere dominati da un forte sentimento di nostalgia di fronte alla rovina che ci circonda e alla perdita di una sempre più lontana età dell'oro.

 

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19 giugno 2015 5 19 /06 /giugno /2015 17:44
Il fascino discreto dei fiori caduti
Il fascino discreto dei fiori caduti

(Maurizio Crispi) I fiori caduti dall'albero o dalle piante arbustive hanno un loro fascino discreto, anche quando hanno cominciato a decadere e ad appassire..

Un fascino, forse, ancora più intenso, di quando ancora turgidi e vividi nei loro colori se ne stanno sui rami che li hanno generati.

Quei fiori, quando - una volta a terra - si fanno un po' vizzi e cominciano ad incartapecorirsi, hanno un fascino che deriva dall'accoppiamento tra bellezza e caducità.

Ci ricordano che la bellezza è, in sé, caduca, uno stato assolutamente transitorio nel ciclo della vita ed è sottoposta alle leggi irreversibili del tempo che scorre.

La bellezza dei fiori - dobbiamo ricordarlo - è al servizio della riproduzione: con i loro colori vividi e smaglianti , con i loro profumi intensi o, a volte, con i loro odori repellenti, devono attirare gli insetti che provvederanno all'impollinazione.

Dopodichè, mentre dagli organi riproduttivi del fiore, comincia a formarsi il frutto, il fiore in sé non ha più alcuna funzione e cade.

Quello che vediamo accadere, in fondo, non è niente altro che una metamorfosi: una forma cede il passo ad un'altra in un ciclo continuamente ricorsivo.

I fiori per terra ci ricordano dell'opulenza della natura che, ciclicamente, si riproduce e si perpetua.

La morte genera la vita.

La corruzione imminente che si nasconde nelle pieghe della vita.

Invece, i fiori perpetui che non muoiono mai hanno un che di malevolo e, in un certo modo, vanno contro la logica della riproduzione, oppure il loro essere sempre vivi sancisce un'altra funzione: è il caso di alcune piante carnivore che utilizzano una loro struttura molto simile ad un fiore (ma che, tecnicamente, fiore non è) per attirare sì gli insetti, ma per poi imprigionarli, ucciderli con vari mezzi "aggressivi" di cui dispongono e nutrirsene.

Quindi, avete di che preoccuparvi se vi doveste imbattere in un fiore "perpetuo", muovetevi con circospezione nell'avvicinarvi: non si può mai sapere!

Specie se è di grandi dimensioni!

Il fascino discreto dei fiori caduti
Il fascino discreto dei fiori caduti
Il fascino discreto dei fiori caduti

La Dionaea muscipula, volgarmente chiamata dionea o venere acchiappamosche, è una pianta carnivora della famiglia delle Droseracee. È l'unica specie del genere Dionaea ed è originaria degli Stati Uniti. Quando cattura è veramente spettacolare. I lunghi piccioli delle foglie posseggono alla loro estremità una trappola munita di "denti" morbidi; le trappole sono formate da due lembi dentro ognuno dei quali si hanno tre sporgenze che fanno da sensore; quando questi sensori vengono toccati o vibrano le trappole si chiudono di scatto (tigmonastia). La pianta, grazie ad un sofisticato sistema "memoria", riesce a distinguere il primo "tocco", rimanendo ferma in attesa, dal secondo, che invece impartisce l'ordine di "serrare" le trappole. Ogni 30/40 secondi circa la "memoria" viene resettata facendo ripartire il ciclo

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14 maggio 2015 4 14 /05 /maggio /2015 21:42
Licenza di spruzzagliaLicenza di spruzzaglia
Licenza di spruzzaglia
Licenza di spruzzagliaLicenza di spruzzagliaLicenza di spruzzaglia

(Maurizio Crispi) Chi non ha apprezzato, in qualche momento della propria vita il gioco di prendere il tubo dell'acqua da giardino, aprire il rubinetto a tutto spiano e usarlo con lo spruzzo per ingaggiare truculente battaglie contro tutti gli altri?

Ovviamente, è uno solo ad avere il comando ed è colui che manovra il tubo, a meno chedi tubi non ce ne siano a disposizione due e allora si dà vita a veri e propri duelli con lame d'acqua che si incrociano e che si scontrano, generando una miriade di gocce tutt'attorno.

E ci sono gli spavaldi che corrono con il petto fuori verso il getto d'acqua per riceverlo con tutta la sua forza, mostrando di resistere e teste che scompaiono dietro un aureola di minuscole parla d'acqua.

Quelli "teatrali" fanno finta di essere staticolpiti a morte e cadono a terra, rotolandosi nella pozzanghra che si è generata, invocando di essere colpiti con un ultimo a fondo dalla spada d'acqua.

Nel corso della lotta, se le condizioni di luce sono propizie si potranno generare anche dei piccoli arcobaleni iridescenti.

Tuttavia, sono di quei giochi che più che da piccoli si fanno da grandi, perchè si ha la forza di padroneggiare il tubo dell'acqua e il getto per evitare di far del male e di imprimere brucianti segni sulla aree più delicate della pelle o schiaffeggiare con violenza gli occhi.

Ma ci sono anche delle situazioni in cui il gioco con il tubo diventa un'incombenza da svolgere con serietà e dedizione: ed ecco che allora il tutto diventa una goduria.

Ciò capita nelle gare podistiche che si svolgono in giornate di caldo particolarmente intenso, quando i semplici spugnaggi non sono più sufficienti: e l'uso del tubo a spruzzo diventa una necessità per irrorare d'acqua i podisti sciroccati (ovviamente, se lo desiderano).

Spesso, prorpio per l'intrinseca forza ludica di questo compito, la bisogna viene affidata ad un adolescente che, ci si può scommettere si divertirà un modo e assolverà il compito che gli è stato affidato con la massima solerzia possibile, dandoci sotto con spruzzi e risate.

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14 maggio 2015 4 14 /05 /maggio /2015 05:45
Miracolo a Palermo: l'Ave Maria su "pizzini" volanti...
Miracolo a Palermo: l'Ave Maria su "pizzini" volanti...
Miracolo a Palermo: l'Ave Maria su "pizzini" volanti...

(Maurizio Crispi) Maggio è il mese mariano per eccellenza e l'8 maggio cade la festa religiosa dedicata appunto alla Madonna.

Per connessione, la domenica immediatamente successiva, si celebra in Italia e in altri paesi del mondo la Festa della Mamma, considerando che - anche secondo un'ottica laica - la Madonna rappresenta il prototipo di tutte le mamme.

Nel mese di maggio, ogni giorno si recita la "Supplica" alla Madonna e l'Ave Maria, una delle più diffuse e universali preghiere mariane nel mondo cattolico, è la preghiera per eccellenza rivolta alla Madonna, ma non solo durante il mese mariano.

L'altro giorno, camminando per una via di Palermo, traversa di Via Notarbartolo in direzione di via Giusti, ma anche nel suo tratto precedente l'incrocio con la detta via Notarbartolo, ho visto l'asfalto e i marciapiedi letteralmente invasi da pizzini bianchi, gialli, verdi, delle dimensioni di un francobollo o giù di lì che con i loro colori aggiungevano un tocco di allegria alla monezza che solitamente ingombra le canalette sotto i marciapiedi.

Sembravano coriandoli, ma erano rettangolari.

E, su di un lato, recavano delle scritte.

Incuriosito, mi sono chinato a guardare e ne ho anche raccolto qualcuno.

E sono rimasto molto sorpreso: le scritte erano le parole di un'Ave Maria "in pizzini" che, ovviamente, grazie alla moltitudine dei piccoli rettangoli di carta, si moltiplicava e riecheggiava all'infinito, in una serie di strutture ricombinanti, dal momento che ogni singolo pizzino conteneva solo una frase della preghiera.

Idea per altro geniale, perchè è pienamente in linea con le tendenze mediatiche attuali dello spezzettamento e della frammentazione delle immagini e delle informazioni in piccoli bit che possono essere successivamente "ricombinati" nella forma originale oppure in nuove - inedite - strutture, in ogni caso per una fruizione fulminea, usa e getta.

Ma anche espressione di una lunga tradizione palermitana, dove personaggi altolocati comunicano per mezzo di "pizzini".

Una forma di comunicazione pop e trash al tempo stesso.

Mi sono chiesto come fossero stati diffusi.

Erano stati fatti piovere dal cielo?

Oppure erano stati lanciati da un'auto in corsa?

O, ancora, volendo credere all'ipotesi miracolostica, erano semplicemente piovuti dal cielo, come un tempo i flyer di propaganda venivano lanciati dall'alto dei cieli sulle città nemiche in guerra (pensiamo, ad esempio, all'impresa di Gabriele D'Annunzio dai Cieli austriaci).

Ma lasciamo insoluto il quesito se questa santa pioggia sia dipesa da un evento miracoloso o dalla genialità di un parroco, deciso ad utilizzare i metodi dei nuovi media per istigare i fedeli sempre più distratti alla preghiera mariana.

Adesso, quelle vie di Palermo sono "santificate", ma più sporche di quanto non fossero prima della pioggia di pezzi di preghiera.

Chi provvederà adesso a rimuovere la moltitudine dei pizzini di preghiera?

Non si sa.

A meno che non provveda la Madonna in persona, con uno dei suoi miracoli.

E potremo dire allora: Miracolo a Palermo!

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9 maggio 2015 6 09 /05 /maggio /2015 05:32
Il Comune di Palermo, con il sistema "elimina code" si modernizza, ma rimane sempre un passo indietro
Il Comune di Palermo, con il sistema "elimina code" si modernizza, ma rimane sempre un passo indietroIl Comune di Palermo, con il sistema "elimina code" si modernizza, ma rimane sempre un passo indietroIl Comune di Palermo, con il sistema "elimina code" si modernizza, ma rimane sempre un passo indietro

Qualche giorno fa, sono rimasto piacevolmente colpito nelc onstatare - recandomi negli Uffici comunali di Vialelazio per chiedere un certificato - che era entrato in vigore proprio da pochi giorni un sistema "elimina code" coompurizzato, simile a quello vigenteall'Agenzia delle Entrate.
Si seleziona la propia area di interesse, si pigia un bottone e ci si mette in attesa.
Nel biglietto che il dispositivoemette c'è scritto il tuo numero e quanto persone sono già in attesa per sbrigare qualcosa allo specifico sportello.E c'èanche scritto il tempo d'attesa di massima.

Si segue l'evoluzione della propria cade comodmente seduti, senza più dovere sottostare alla ressa della coda fisica, seguendo su di un monitor l'evoluzione dellecode, in attesa che spunti il proprio numero (assieme allachiamata vocale).

Bellissimo, rapido, efficiente e rilassante.

Un'addetta all'ingresso istruiva gli utenti sulle nuove modalità.
Anche questo un sicuro indicatore di efficienza e di cortesia nei confronti del Pubblico.

Quindi in tempi brevi ho sbrigato tutto.
Non proprio tutto: ho scoperto che il certificato di cui avevo bisogno viene rilasciato solo in bollo.
Prima si andava dal Tabacchino e si compravala marca che l'impiegatocomunaleapplicava sul certificatorichiesto eannullava con l'apposito timbo.
Adesso, l'importo del bollo si paga cash direttamente allo sport.

Ho chiesto se si potesse bagarecon Bancomat.
No, mi è stato risposto.

Peccato! - Ho pensato io, mi era sembratotutto così perfetto!

Altrove, in altre realtà italiane questi pagamenti allo sportello si possono fare con il Pos.

Ma, a mo' di consolazione, l'impiegatomi ha detto che online si possono chiedere tutti i certificati e, dopo averli ricevuti o scaricati, è lo stesso cittadino che ci applica la marca da bollo richiesta.

E' bello vedere che Palermo si modernizza, anche se solo per piccoli passi e rimanendo sempre di un passetto indietro rispetto ad altri.

 

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6 maggio 2015 3 06 /05 /maggio /2015 15:08
La Fisica dello Stronzo

La Fisica dello Stronzo. Il professor di Fisica dopo avere assodato - studiando e ristudiando - che lo stronzo precipita fumando, ha anche statuito che lo Stronzo cade sempre in piedi e ha messo a punto al riguardo un algoritmo predittivo.

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4 maggio 2015 1 04 /05 /maggio /2015 06:51

Si ritiene che il termine "transumanesimo" (o anche "transumanismo") sia stato coniato da Julian Huxley nel 1957, innestandosi nel solco della tradizione illuminista, immaginando scenari di emancipazione dell'umanità; nell'originaria utopia di Huxley, transumano è "l'uomo che rimane umano, ma che trascende se stesso, realizzando le nuove potenzialità della sua natura umana, per la sua natura umana".
La definizione fu poi utilizzata negli Stati Uniti, a partire dagli anni ottanta, con un significato diverso, non più legato a traguardi sociali ma orientato da un maggiore individualismo, soprattutto ad opera di Natasha Vita More e del suo compagno FM-2030 (Fereidoun M. Esfandiary).
L'attuale definizione, attribuita a Max More, concepisce il Transumanesimo come "una classe di filosofie che cercano di guidarci verso una condizione postumana", come analizzato, tra altri, dall'italiano Roberto Marchesini, nel suo studio Post-Human. Verso nuovi modelli di esistenza (Bollati Boringhieri, 2002): "Il Transumanesimo condivide molti elementi con l'Umanesimo, inclusi il rispetto per la ragione e le scienze, l'impegno per il progresso ed il dare valore all'esistenza umana (o transumana) in questa vita. […] Il Transumanesimo differisce dall'Umanesimo nel riconoscere ed anticipare i radicali cambiamenti e alterazioni sia nella natura che nelle possibilità delle nostre vite, che saranno il risultato del progresso nelle varie scienze e tecnologie […]".
Sono state suggerite anche altre definizioni come quella di Anders Sandberg, ("Il Transumanesimo è la filosofia che afferma che noi possiamo e dobbiamo svilupparci a livelli, fisicamente, mentalmente e socialmente superiori, utilizzando metodi razionali") o quella di Robin Hanson ("Il Transumanesimo è l'idea secondo cui le nuove tecnologie probabilmente cambieranno il mondo nel prossimo secolo o due a tal punto che i nostri discendenti non saranno per molti aspetti 'umani'") o, ancora, secondo la dottrina del Cerchio di Orione che si sta sviluppando all'interno della Golden Dawn, "la realizzazione della transizione tra l'attuale condizione animale e una nuova dimensione della coscienza, per mezzo di un graduale cambiamento del supporto fisico entro il quale si svolge l'esistenza". Quest'ultima dottrina tuttavia appare fuorviante, new age supposta transumanista senza fondamento razionale e collegamenti concreti con il movimento transumanista internazionale.
Il transumanismo è dunque:

  • Supporto per il miglioramento della condizione umana attraverso tecnologie di miglioramento della vita, come l'eliminazione dell'invecchiamento e il potenziamento delle capacità intellettuali, fisiche o fisiologiche dell'uomo, come affermano il ricercatore biochimico Aubrey de Grey e Larry Page, cofondatore di Google.
  • Lo studio dei benefici, pericoli e degli aspetti etici e politici dell'implementazione di queste tecnologie.

Rimane aperto e vivace un dibattito tra "Umanesimo" e "transumanismo" che a volte, specie oggi - dopo il saggio di Marchesini viene tout court definito "post-human".
In questo dibattito si antepongono i valori "umanistici" allo strapotere della "tecnica" e delle tecnologie, come mostra il saggio esauriente di Franco Eugeni e di Gianluca Ippoliti, dal titolo, Il trans-umano e il post-umano: una eredità dalle fantasie e dalle paure dell’uomo, allegato al presente articolo.
Di seguito, invece, un'interessante riflessione di Stefano Rodotà che in fondo affronta lo stesso e cioè i modi in cui l'Umano può difendersi dal Post-humano e da coloro che propugnano i valori della tecnologia applicata ai suoi estremi, senza ovviamente ricadere in derive luddistiche.

Verrà il giorno, si dice, in cui ci libereremo del corpo e saremo tutt’uno con il computer. Perché, allora, molti scienziati chiedono di valutare criticamente tecnoscienza e robotica? Pubblichiamo una sintesi della lezione tenuta il 23 aprile da Stefano Rodotà all’Università di Perugia.

Nel 1950 Norbert Wiener pubblica le sue riflessioni su cibernetica, scienza e società, e sceglie come titolo L’uso umano degli esseri umani. Parole in cui si coglie l’eco di un tempo cambiato dalla bomba atomica, che indurrà nel 1956 Guenther Ander a dire che L’uomo è antiquato, e a scrivere: «Come un pioniere, l’uomo sposta i propri confini sempre più in là, si allontana sempre più da se stesso; si “trascende” sempre di più — e anche se non s’invola in una regione sovrannaturale, tuttavia, poiché varca i limiti congeniti della sua natura, passa in una sfera che non è più naturale, nel regno dell’ibrido e dell’artificiale». Questo congedo dall’umano era cominciato almeno un quarto di secolo prima.

Quando Julien Huxley aveva inventato il termine “transumanismo”, riferito poi alla «tecnologia che permette di superare i limiti della forma umana». Molte trasformazioni sono già visibili, si parla del corpo come un nuovo “oggetto connesso”, una “nanobio- info-neuro machine”, che annuncia la fine dell’età umana. Quale spazio rimarrebbe per quell’attività umana che consiste nell’agire libero e nel dare regole all’agire? Scomparirebbero i diritti “umani”, e con essi i principi di dignità e eguaglianza? L’orizzonte si è dilatato, la definizione del postumano non è riferita solo alle innovazioni legate a biologia e genetica, ma è il risultato della convergenza di elettronica, intelligenza artificiale, robotica, nanotecnologie, neuroscienze. Alla realtà “aumentata” dall’elettronica si accompagna la prospettiva dell’uomo “aumentato”.

O piuttosto spossessato di tratti dai quali riteniamo che l’umanità non possa essere separata? Verrà un giorno, dicono i più radicali tra i transumanisti, in cui l’uomo non sarà più un mammifero, si libererà del corpo, sarà tutt’uno con il computer, dal suo cervello potranno essere estratte informazioni poi replicate appunto in un computer, e potrà accedere all’immortalità. E l’intelligenza artificiale viene presentata come quella che ci libererà da malattie e povertà. Perché, allora, quattrocento scienziati chiedono di valutarla con attenzione critica?

In quel documento si parla di sistemi autonomi, veicoli autonomi, forme autonome di produzione, armi letali autonome. Ma autonomia rispetto a che cosa? La comparazione è con situazioni in cui le decisioni sono affidate alla consapevolezza delle persone. Ora, invece, l’autonomia sembra abbandonare l’umano e divenire carattere delle cose, capovolgendo la prospettiva di un postumano come “meglio dell’umano”, finendo con il presentarsi piuttosto come ideologia della tecnoscienza.

Ma già viviamo l’eclisse dell’autonomia della persona nel tempo del capitalismo “automatico”, dove una ininterrotta raccolta di informazioni sulle persone affida ad algoritmi la costruzione dell’identità. «Tu sei quel che Google dice che tu sei»: su questa base la persona viene classificata e rischia d’essere valutata per le sue propensioni e non per le sue azioni.
Sono continui gli scambi tra l’umano, il postumano e un mondo delle cose sempre più autonomo. Passiamo dall’Internet 2.0, quello delle reti sociali, all’Internet 3.0, quello delle cose. E il mondo delle cose è trasformato dalla presenza dei robots. Anche robot virtuali, appunto gli algoritmi che consentono il funzionamento dei computers che governano determinate attività, e sociali, ai quali dovrebbe essere riconosciuta “una piccola umanità”. Piccola come unica possibilità o primo passo verso una integrale “umanità” della macchina?

Si annuncia una sfida definitiva. Non solo l’assunzione di sembianze di macchina da parte dell’umano. Ma la creazione di sistemi artificiali in grado di imparare, dotati di una forma di intelligenza propria che li metterebbe in grado di sopraffare l’intelligenza umana, di creare una simbiosi macchina/uomo influente appunto sull’evoluzione della specie. In questo intreccio tra dati del presente e proiezioni nel futuro si colloca la faticosa costruzione di un contesto di regole e principi, di una RoboLaw in grado di massimizzare i benefici della seconda rivoluzione delle macchine.

Una nuova forma sociale si manifesta. Una società liberata dal lavoro o insidiata da più profonde servitù? Trasformazioni guidate dal profitto o dall’interesse per le persone? Interrogativi che mostrano come le risposte non possano essere affidate all’intelligenza artificiale, ma a quella collettiva. Il vero rischio, infatti, non è quello di una politica espropriata dalla tecnoscienza. È il suo abbandonarsi a una deriva che la deresponsabilizza, e induce a concludere che davvero malattia e povertà siano affari ormai delegabili alla tecnica e non problemi da governare con la consapevolezza civile e politica.

Tornano i principi di riferimento. Lo human enhancement, il potenziamento dell’umano non evoca soltanto rischi, ma descrive recuperi di funzioni perdute, accesso ad opportunità nuove, arricchimento di legami sociali. Si incontra il tema della libertà e dell’autonomia, poiché il potenziamento non può risolversi nella disponibilità del corpo altrui. Né può essere violato il principio d’eguaglianza. Quale criterio governerà l’accesso alle opportunità offerte dalla tecnoscienza? Il potenziamento dell’intelligenza sarà riservato a chi dispone delle risorse necessarie per comprarlo sul mercato? E la dignità scompare quando gli interventi sul corpo determinano dipendenza dall’esterno.

Queste vicende dell’umano rinviano a due processi: l’ominizzazione, dunque l’evoluzione biologica, con l’emersione di una sola specie umana, con un processo di unificazione tendente all’universalismo; e l’umanizzazione, dunque l’evoluzione che si è articolata attraverso le culture, con un processo di diversificazione tendente al relativismo. Oggi l’accento dovrebbe cadere piuttosto sull’ominizzazione, poiché la profondità del mutamento dei processi biologici e il loro intersecarsi con la tecnoscienza sembrano portare ad una diversificazione della specie umana, fino alla creazione di nuove specie. Nei processi di umanizzazione, al contrario, si colgono significativi segni di un movimento verso l’unificazione, di cui è testimonianza il diffondersi di norme giuridiche comuni nei settori in cui l’umano è messo più visibilmente alla prova dalla tecnoscienza.

Possiamo fermarci alla contemplazione di questo orizzonte, che può apparirci smisurato? O dobbiamo guardare oltre, tornando a quell’uso umano degli esseri umani citato all’inizio? Chi ne porta la responsabilità? La diffusione della robotica, come già per l’elettronica, concentra potere nelle mani di chi controlla la dimensione tecnica. Con l’esasperata enfasi sul potere individuale il progetto transumanista finisce con l’incarnare la logica di una competitività senza confini. Se qualcuno soccombe, è solo perché non è stato capace di cogliere le opportunità offerte dalla tecnoscienza.

L’umano, e la sua custodia, si rivelano allora non come una resistenza al nuovo, al timore del cambiamento o come una sottovalutazione dei suoi benefici. Si presentano come consapevolezza critica di una transizione che non può essere separata da principi nei quali l’umano continua a riconoscersi. Non è impresa da poco, né di pochi. Esige un mutamento culturale, un’attenzione civile diffusa, una coerente azione pubblica. Parlare di una politica dell’umano, allora, è esattamente l’opposto di pratiche che vogliono appropriarsi d’ogni aspetto del vivente.

(28 aprile 2015)

MicroMega (da Repubblica) - Stefano Rodotà (Così l’umano può difendersi dal postumano)

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4 maggio 2015 1 04 /05 /maggio /2015 05:57
Sergio Mattarella: un Presidente della Repubblica a misura d'uomo

(Maurizio Crispi) A volte sono le piccole cose che fanno la differenza.

I nostri politici sono mediamente arroganti e approfittano a piene mani mani dei privilegi che sono loro concessi per virtù delle loro cariche, tutto apparentemente in nome della "sicurezza", ma in in realtà molto al servizio dell'apparenza e dell'ostentazione del proprio potere: quasi che l'essere "importanti" fosse statuito dall'"apparato" e non tanto dalle proprie qualità di persona prima ancora che di politico o dalla carica che si ricopre.

E siamo talmente abituati alle ostentazioni dell'Apparato che quasi non ci facciamo più caso.

Duole dirlo, sì!

Può verificarsi tuttavia l'eccezione a ricordarci che un modo diverso é possibile.

Mi spiego con un esempio concreto.

Domenica 3 maggio 2015, correvo con il mio cane al fianco lungo Viale della Libertà di Palermo.

Nei pressi di una filiale BNL (sulla mia destra) ed essendomi lasciato alle spalle in cui il Presidente della Regione Piersanti Mattarella venne barbaramente assassinato, ho notato un piccolissimo assembramento di gente: insolito per l'orario e per il giorno di festa.

Ho notato anche, un'auto blu parcheggiata discretamente nella traversa di via Libertà subito prima.

Mentre sto per superare la piccolissima folla lì raccolta, ecco che dal portone del palazzo di fianco spunta il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, elegante nel suo sobrio abito scuro che creava un contrasto ancora più marcato con la chioma bianca e ancora più ieratico di quanto non sembri nelle riprese televisivi di notiziari e telegiornali: una presenza fisica davvero significativa.

Ma altrettanto significativo - se non di più - e tale da accrescere la pregnanza della sua presenza fisica era la discrezione dell'apparato di sicurezza: poteva sembrare un qualsiasi cittadino che si accingeva ad uscire di casa per una passeggiata domenicale nelle prime ore del mattino.

Alcuni cittadini, fermi poco più in là hanno detto con calore: "Buongiorno, signor Presidente!"

Io stesso sono rimasto sorpreso da questo imprevisto incontro e ho proseguito nella mia corsa (rammaricandomi di non aver salutato io stesso), notando che all'incrocio con la traversa successiva era parcheggiata - altrettanto discretamente - una Volante della Pubblica Sicurezza.

Di solito, in una situazione del genere, non appena il politico di turno è salito a bordo della sua autoblu blindata si scatena un coro di laceranti sirene, e i veicoli (due o più) partono a grandissima velocità e a sirene spiegate, senza rispettare i segnali della strada e le relative precedente: loro sono di una pasta diversa e le comuni regoli del vivere civile non sono per loro.

Anche in questo caso tutto diverso dall'ordinario copione, trito e ritrito (e disturbante). Un primo cittadino che si comporta da cittadino e che ha imposto al suo apparato di sicurezza di adeguarsi alla sua volontà.

L'autoblu si è avviata a moderata velocità senza sirene in funzione e soltanto con il lampeggiante sul tetto, a velocità di passeggiata. E l'auto della Polizia davanti, lo stesso.

Mi dicono che il Presidente della Repubblica viene spesso a Palermo nei fine settimana, dove ha famiglia ed affetti e che, ordinariamente, rifiuta di servirsi dell'apprato dello Stato per i voli aerei, ma che la sua opzione (significativa, con l'antecedente di Sandro Pertini) é quella di viaggiare con i comuni voli di linea (e stiamo parlando della più alta carica dello Stato!).

Dunque, un modo diverso è possibile e bastano poche semplici cose a fare la differenza. ridicolizzando per altro quei politici che rivestono cariche non altrettanto significative e che si "proteggono" dietro arroganti apparati di sicurezza.
E sono queste piccole, semplici, cose (il silenzio e il muoversi in punta di piedi invece del frastuono prepotente) a farmi sentire che Sergio Mattarella sia un Presidente della Repubblica a misura d'uomo.

 

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29 aprile 2015 3 29 /04 /aprile /2015 06:57
Il contrapasso del Subdolo Artigliere
Il contrapasso del Subdolo Artigliere
Il contrapasso del Subdolo Artigliere
Il contrapasso del Subdolo Artigliere
Il contrapasso del Subdolo Artigliere

(Maurizio Crispi) I "subdoli artiglieri" sono tra noi... (e se qualcuno ricorda, ne ho già scritto in passato).

In qualsiasi situazione "pubblica" essi non esitano a sganciare il proprio carico di flatulenze, ammorbando l'aria...

Nella loro etica c'è quasi la compulsione a liberarsi dei propri gas mortiferi, miasmi fetidi e quant'altro soprattutto in presenza di una moltitudine.

In queste circostanze, c'è da parte di essi il piacere aggiunto di osservare i comportamenti di coloro da cui sono attorniati e che ricevono l'impatto dell'invisibile nuvola olfattiva.

C'è in quei volti e in quei corpi tutta una semiologia che essi si sono abituati cogliere nelle più sottili sfumature, come narici che si dilatano all'improvviso, occhi che ruotano, espressioni di disgusto che passano come nuvole, espressioni di sospetto che inquinano una conversazione distesa, improvvisi irrigidimenti del corpo e tentativi di distanziarsi da un invisibile nemico che sembra aver sferrato il suo attacco da ogni lato.

Il subdolo artigliere è un fine semiologo del comportamento altrui di fronte alle sue silenziose bombe olfattive e gode del disagio che egli stesso ha indotto negli altri. Nello stesso tempo si mimetizza abilmente, utilizzando a tal fine lo stesso repertorio di segni e gesti, sottolineando così di essere anche lui una delle "vittime" dell'attacco volatile, ma assolutamente letale: anzi si mette nei panni del primo a denunciare pubblicamente il misfatto, del castigatore del malcostume, dell'inquisitore.

Ma, in alcuni casi, succede che il subdolo artigliere è vittima di se stesso: e ciò accade, quando - per alchimie strane - i sentori delle sue loffie rimangono attaccate ai suoi abiti. E allora succederà che, mentre egli si allontana trionfante dalla scena del crimine (tanto più gloriosamente, quanto più affollato era il luogo), il puzzo lo accompagni con un persistente alone olfattivo, letteralmente "appiccicato" ai suoi abiti (non è ancora stato fatto uno studio valido e scinetificamente attendibile che dia spiegazioni sufficientemente esaurienti relativamente all'atttivarsi di tale fenomeno): e ciò decreta la fine della strategia mimetica del subdolo artigliere, almeno per una volta, esponendolo al disprezzo altrui e all'ostracismo.

Ad ognuno il suo contrapasso, insomma...

Che, in questo caso, tuttavia, è ben poca cosa e non possiede una funzione autenticamente pedagogica, né é tale da portare alla redenzione. Il subdolo artigliere, infatti, in altri contesti e con altre persone nei cui confronti egli sia ancora illibato (olfattivamente parlando), tornerà ad esprimersi con grande goduria...

Il subdolo artigliere ritorna sempre sulla scena del delitto e ripetutamente mette alla prova le sue vittime designate.

In questo senso, si può senz'altro dire che il subdolo artigliere sia prigioniero di una coazione a ripetere.

L'articolo linkato qui di seguito, rappresenta di questo post il necessario ed imperdibile antefatto (con tutte le definizioni e i riferimenti bibliografici di prammatica).

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21 aprile 2015 2 21 /04 /aprile /2015 07:19
Finché c'è libro, c'è speranza

Per chi legge, il passaggio attraverso la vita è come una via lastricata di libri.

Libri per tutte le stagioni, libri per ogni momento e per ogni stato d'animo.

A volte libri che sono cattivi maestri, ma più spesso buoni, voglio pensare.

Libri che formano strade che si biforcano, vie aperte alla divagazione e alla flanerie.

Libri che ti obbiglano a tornare indietro sui tuoi passi, perché hai la sensazione di aver perso qualcosa e vuoi controllare per bene.

Libri che citi di continuo, libri che vivi e che metti in scena.

Libri che ti donano la vita.

Libri che sono la nostra memoria e libri nei quali leggi il tuo futuro.

E vai avanti...

Alla faccia di quelli che dicono che il Libro è morto.

Io dico che finché c'è libro, c'è speranza.

Sintantochè, ci sarà qualcuno che in un angolo ombroso o su di una panchina si fermerà a leggere tra le pagine polverose di un vecchio libro gualcito.

 

Due citazioni pertinenti

Bisognerebbe far capire che la lettura non è né un passatempo né un fenomeno di nicchia. Bisognerebbe far capire che andare a teatro o leggere un libro non è un passatempo: in realtà è anche un passatempo se vogliamo, ma è anche qualche cosa di più, cioè a dire un crescere da uomini, da cittadini, un capire il mondo, un conoscere l’infinita quantità di cose che ignoriamo, cioè un continuo arricchimento.

Andrea Camilleri

Non farti incatenare. Leggi!

Anonimo

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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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