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31 luglio 2014 4 31 /07 /luglio /2014 19:02

Il potere dei libri 

Mio figlio Gabriel, pur essendo ancora tanto piccolo, è attrattto terribilmente dai libri, benché abbia molti giocattoli.

Non so se ciò capiti, perchè a casa, sia a Palermo, sia qui a Londra ci siano molti libri.

Oppure, perchè vede sia me sia Maureen, frequentemente, alle prese con dei libri.

Vuole sempre raggiungerli e prenderli dalle librerie, oppure dal tavolo dove sono posati.

Non sempre gli si può impedire di farlo.

Li butta giù dagli scaffali e poi li maneggia, li apre oppure fa scorrere le pagine.

Qualche volta, specie i volumi brossurati, li gualcisce.

Qualche volta ci scappa il piccolo incidente: una sopracoperta lacerata, l'angolo di una pagina strappata.

Qualche volta lo fermo, qualche volta lo lascio stare abaloccarsi: quando ciò accade ne è molto fiero.

Qualche volta gli do in sostituzione uno dei suoi: ne ha diversi cartonati, con belle illustrazioni colorate, adatti alla sua età.

Sì, li guarda e li usa per un attimo, ma poi torna sempre a quegli altri.

E, oggi, mi ritrovavo a pensare che i libri sono degli oggetti potenti, nel senso che hanno qualcosa di magico.

Forse lui percepisce proprio quest'aspetto.

E da ciò proviene la forte attrazione che hanno i "nostri" libri, più che quelli disponibili per lui.

Perché? E' difficile dirlo. 

sono essere Innanzitutto, c'è nei libri qualcosa connesso con il possesso della parola scritta che di per sè, come erano le antiche rune, ha un che di magico e li rende in qualche misura ogetti di potere.

In secondo luogo, é forse perchè i libri sono come delle "porte", delle "soglie" che conducono in altri luoghi, geografici e della mente.

E questo vale soprattutto per i romanzi - di qualsiasi genere esso siano.

Gli scrittori sono sempre dei costruttori di mondi e, nello svolgere questa loro attività, si avvalgono di pezzi della realtà che meglio conoscono o di quelle realtà su cui hanno fatto delle ricerche. Nel loro lavoro di costruzione ci mettono dentro ricordi, frammenti di viaggi compiuti, citazioni di altre letture (e dunque di altri mondi).

Entrare nel mondo della lettura è come entrare in un'infinita Biblioteca di Babele, come dice Borges.

Non sono d'accordo sul fatto che le letture debbano essere "seriose".

Una volta un mio collega di specializzazione mi disse che lui leggeva soltanto "trattati" e dotte disquisizioni nell'ambito della pschiatria e della psicoanalisi. Lo disse senza nascondere un malcelato disprezzo nei confronti della narrativa. "Una perdita di tempo! Roba inutile! "- mi sembrò che volesse dire.

Invece, dalla lettura si impara tanto di più, se si leggono proprio i romanzi disprezzati da quel mio collega "dotto" (ma anche le narrative e diaristiche di viaggio sono ottime) che parlano della vita degli altri (che, leggendone, diventa anche la nostra) oppure quelli di pura fantasia.

Sarà nostro compito, dopo avere usufruito del godimento puro della lettura, procedere ad un lavoro di decostruzione che ci permetta di individuare - se vogliamo farlo - quali siano gli elementi biografici di quell'autori e quali gli elementi della Realtà vera, attivando in fondo quella che è una funzione di "detection" come avviene nel caso dei nostri stessi sogni.

In questo senso, la lettura di ogni singola opera, ci introduce a nuovi universi della conoscenza su cui possiamo comiere indagini e ricerche per imparare qualcosa di più o ci porta a leggere altri romanzi.

In alcuni casi, a partire da un singolo romanzo letto, potremmo anche intraprendere un viaggio di scoperta dei luoghi in cui è ambientato."Voglio vedere con i miei occhi ciò che ha ispirato l'Autore" - ci diciamo allora.

Ecco, per questo, i libri possono essere oggetti di potere.

Sono la macchina del tempo che ci fa viaggiare avanti ed indietro in epoche storiche diverse.

Sono una macchina che ci conduce in universi fantastici mai visitati prima e che ci fa conoscere personaggi straordinari.

Una macchina che ci consente di essere ubiquitari, di percorrere il globo terracqueo in lungo e in largo, di andare sulla luna, di partire per un viaggio d'esplorazione nell'universo, di viaggiare negli abissi sottomarini, e tutto senza muovere un dito dalla nostra stanza (fisica, ma anche mentale) dalle pareti ricoperte di libri.

Oppure ancora possono essere delle macchine "ucroniche" o delle macchine altrettanto meravigliose che ci conducono in universi alternativi.

Tutto diventa possibile, anche l'impossibile, a volte.

Un singolo libro, in un certo mondo, può anche contenere tutti quelli che abbiamo letto e quelli che ancora non conosciamo, ma nei quali ci imbatteremo.

Una volta dissi scherzosamente ad una mia amica libraia: "Come potrei fare se fossi confinato su di un isola deserta, dopo essere scampato ad un naufragio? Forse, se ne avessi i mezzi - anche un taccuino piccolo piccolo - fosse persino un semplice pezzo di carta - proverei a scrivere io stesso un mio libro da leggere di quando in quando".

I libri sono come una porticina che improvvisamente vedi aprirsi in un muro di mattoni o di pietre rivestite di muschio.

I libri sono "doors in the wall", come nel famoso racconto di un visionario Herbert George Wells.

Le letture sono le nostre vie di fuga, di salvamento, di evasione, di costruzione e decostruzione di molti mondi possibili. Anche se sempre occorre fare ritorno da queste escursioni per poterne parlare, per poter raccontare e condividere.

Firmino, scritto da Sam Savage (Einaudi, 2008) è una grande parabola allegorica proprio su questo aspetto: la lettura è meravigliosa ed apre la porta di una miriade di mondi diversi ed inaspettati - come è nel caso del topo Firmino che nutrendosi della carta dei libri impara a capire le parole che vi sono scritte - ma ad un certo punto proprio perchè si sono aperti vertiginosi vertici di osservazione - si fa struggente la necessità di comunicare e di parlare, di raccontare a qualcuno ciò che si è visto e si è sentito, condividerlo. Ma il povero Firmino arrivato alla fine della sua lunga vita di topo lettore (e solitario), non avendo il dono della parola parlata, alla fine muore senza aver potuto trasmettere ad alcuno ciò che ha imparato attraverso le sue letture e oppresso da una schiacciante solitudine. E' una storia che nel suo finale mi ha fatto piangere. 

 

 

Nella foto, un graffito a tecnica mista (alcune parti sono realizzate con il découpage) situato all'angolo tra Buxton Street e Brick Lane: un opera che, data la sua modalità di realizzazione, già a distanza di poche settimane dalla sua comparsa, mostra segni di decadimento.

 Io l'ho intitolata "La scimmia lettrice".

E, in parte, il vedere questo "writing" frequentemente nelle ultime due settimane, mi ha ispirato in questa miscellanea di pensieri.
Che  - tra l'altro - mi ha fatto pensare - nello sfondo - ad un libricino che lessi qualche tempo fa che dagli scaffali della libreria di fiducia mi attrasse per la singolarità del suo titolo che era: "La mirabolante storia del Signor Scoppiavaso babbuino istruito", opera prima di Cornelius Medvei (Salani Editore, 2009), in cui si racconta della storia di una famiglia di babbuini savant che, per poter vivere tranquillamente del mondo degli umani, per non suscitare allarmismi e rifiuti, imparano a travestirsi da Umani.

 

 

 


 
Una scimmia se ne sta comodamente in poltrona a leggere L’Isola del tesoro.
Seduto di fronte, l’asino la guarda un po’ scettico e, mentre smanetta al pc, la mitraglia di domande:
«Ci vai su Twitter?»
«Ci fai lo scroll?»
«Hai bisogno della password?»
E la scimmia, ogni volta paziente, nonostante forse non chieda di meglio che essere lasciata in pace, risponde:
«E’ un libro».
 
Scritto e illustrato da Lane Smith, in maniera godibile, brillante, fulminante, incisiva, questo albo mette in scena il duello, proprio dell’era digitale, tra il libro e i supporti tecnologici e-reader.
La scimmia, insomma, terminerà di leggere L’Isola del tesoro o, messa alle strette dall’incalzare dell’asino, non potrà non riconoscere che in fin dei conti un libro è talmente antiquato da non essere neanche analogico?
Da leggere assolutamente (con la speranza di non essere interrotti). Per bambini dai cinque anni, ma consigliato anche ai grandi e, soprattutto, alle scimmie e agli asini ipertecnologici.

Questo è il sito di Lane Smith e questo il book trailer del libro che in America sta spopolando..

Lane Smith, E' un libro, Rizzoli 2010

 

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12 aprile 2014 6 12 /04 /aprile /2014 07:41

Berlusconi e il potere dei soldi

E' davvero irritante sentire certe notizie.

Innanzitutto nel constatare che il tormentone di quei dieci di mesi ed una manciata di giorni di pena da scontare non cominciano mai ad essere computati perchè Berlusconi con i suoi avvocati tengono tutti in sospeso, sfruttando tutti i possibili cavilli per rimandare la comunicazione - stando ai termini di legge - sul modo in cui sconterà quella pena: agli arresti domiciliari o, come misura alternativa, affidato ad un servizio sociale per svolgervi lavoro volontaio.

 

Adesso, sembrerebbe - è svolta di questi ultimi giorni, poichè non si può più rimandare una decisione - che Berlusconi, dovendo scegliere opterà per la seconda soluzione.

 

E i suoi avvocati stanno lavorando in questa direzione.

 

Fatta la legge, trovato l'inganno.

 

E Berlusconi ancora una volta la farà in barba a tutto, grazie al potere dei suoi soldi.

 

A quanto pare - ed è questa la notizia che dà sinceramente il voltastomaco, almeno a me - lavorerà in una struttura di riposo per anziani.

 

Alcuni potrebbero obiettare: "Lodevole!".

 

Ma ce lo vedete Berlusconi a spingere delle carrozzine oppure a fare l'intrattenitore-animatore, raccontando ai suoi "assistiti" di Romolo e remolo?
Sembra che, in questa eventualità, il nostro dovrà prestare una volta alla settimana soltanto e con orari flessibili in funzioni dei suoi disparati impegni: quindi, una pena davvero risibile...e del tutto compatibile con i suoi massimi impegni.

 

E poi dove potrebbe stare la magagna?

 

Con il Nanetto di Arcore la magagna c'è sempre.

E... non si può mai sapere... 

 

E questa volta è abbastanza palese, un autentico smacco per le pubbliche istituzioni ed uno sberleffo selvaggio a tutti i cittadini perbene.

 

Andrebbe tutto bene se non fosse che...

Innanzittutto, bisogna vedere se ci sono delle strutture per anziani - nell'ambito del volontariato - disponibili ad accoglierlo...

Già, perchè la possibilità di fare del lavoro volontario, come misura alternativa, dipende dalla volontà della struttura sociale in questione - liberamente espressa - ad accogliere la persona.
Non basta che uno dica: Voglio fare questo.
E, poi, a fare cosa?

Si ventila, per esempio, che ce ne sia una a meno di un chilometro di distanza dalla casa di Arcore ... comodissima! 

 

Ma poi si insinua un dubbio nella nostra mente assuefatta alle sorpese del teatro berlusconiano.

 

Quale?

 

Viene lo strazio a dirlo: farò uno sforzo!

 

Ebbene, e se non ci fossero strutture "vere" del volontariato disponibili ad accoglierlo e se, a questo punto, dovesse egli trovarsi a lavorare come volontario in una struttura assistenziale per anziani ...di sua proprietà, che verrà posta in essere proprio per la bisogna e in una cascina di sua proprietà?

Cosa direste a questo punto? 

 

E in questo caso, quello che andrà a fare che lavoro sarà? Che senso avrà come "pena"? 

 

Visto che il Berlusca in quell'ipotetica struttura sarà padrone a casa sua e visto che non si sa chi lo dovrà controllare nel suo operato.

 

Sarebbe questa una soluzione davvero "non soluzione" e una risposta beffarda per l'Italia delle istituzioni, dei cittadini che lavorano e per quelli che, non avendo soldi, scontano la loro pena senza scappatoie. 

 

Robe da non credersi.

 

Robe italiane.

 

Staremo vedere gli ulteriori atti di questo teatrino.

 

Ho saltato dei passaggi e, da autentico malpensante, sono andato subito alle conclusioni di una telenovela che potrebbe diventare davvero una storia esemplare per i palinsesti di Mediaset. 

 

Ho fatto un po' di docufiction nel ventilare questa possibile conclusione: ma - dopotutto - ci ha fatto una migliore figura Cuffaro, l'ex-Presidente della Regione Sicilia che condannato per fiancheggiamento di organizzazione mafiosa, sta dignitosamente scontado la sua pena in carcere, in silenzio, senza alcuna grancassa mediatica, riflettendo e pregando: nell'accettazione della sua pena con cristiana rassegnazione si è solo per questo "riabilitato" moralmente.

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7 aprile 2014 1 07 /04 /aprile /2014 10:01

Aloha! e i nostri cattivi vezzi linguistici

 

(Maurizio Crispi) Mi chiedo per quale motivo - in una misura sempre crescente - si debba indulgere nel discutibile vezzo di salutare e di salutarsi con la parola "Aloha" che, nella lontana ed esotica lingua hawaiiana, è un'espressione di saluto usata per rappresentare affetto, amore, pace, compassione e misericordia.
Mi sembra una di quelle stupide indulgenze alla moda del momento, espressione della nostra tendenza allo scimmiottamento: cosa c'è che non va - mi chiedo - nel nostro "Ciao!", oppure nel comune "Salve!" o "Benvenuto!"?.
Dire "Aloha!" mi sembra francamente un'abitudine spocchiosa: se ci sente "in" e parte di una "confraternita" o "tribù" di eletti, ci si saluta così.
Come tutte le cose che sono espressione di un'adesione alle mode del momento, questa consuetudine - soprattutto se la parola in questione la sento pronunciar in radio - mi fa rivoltare lo stomaco.
Forse sarò intollerante, ma non ci posso fare nulla.
Non mi ci vedo proprio a dire "Aloha" a destra e a manca...

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27 marzo 2014 4 27 /03 /marzo /2014 07:04

Le mappe del cielo

 

 

Quasi ogni giorno per me, comincia con l'esame del cielo.
Lo scruto e ne osservo i quotidiani cambiamenti, anche per dare il senso del continuo evolversi delle cose.
E non è mai eguale a quello del giorno prima.
E questa differenza fa apparire diversi gli oggetti che stanno sotto e li trasforma, colorandoli di colori diversi e donando loro riflessi inusitati.
Anche gli Antichi guardavano sempre i Cieli, alla ricerca di segni che fossero prodigi o semplici e rudimentali indicazioni metereologiche, non aveva importanza, o lo interrogava alla ricerca di presagi, come un improvviso volo di uccelli da Est ad Ovest.
E tracciamo sempre delle mappe del cielo...
I suoi cambiamenti sono anche i nostri cambiamenti e si inscrivono nella nostra metne, come se questa fosse fatta della cera molle di una tavoletta di scrittura.

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25 marzo 2014 2 25 /03 /marzo /2014 22:37

L'universalità della ricerca dell'estasi

La ricerca dell'Estasi è universale. Tutti si ritrovano, prima o poi, in un momento della propria vita impegnati in comportamenti di vario genere che preludono (o facilitano) il raggiungimento di quel particolare stato della mente definibile come estasi.
Si potrebbe dire che questa ricerca e il raggiungimento - anche se per brevi istanti soltanto - di questo particolare stato mentale siano insiti nella natura umana, e  che, forse, appartengano anche a quella animale (se si considera che, come è stato evidenziato da recenti richerche, anche gli animali si nutrono a volte di specifiche piante - o insetti - che possiedono proprietà inebrianti, piante che vengono ricercate - secondo gli esperti - proprio a questo scopo1).

 

L'estasi, intesa come modalità di ricerca universale, va svincolata nelle sue prassi ed anche dal punto di vista definitorio dalla ricerca dell'Estasi religiosa, cioè quella irregimentata in un sistema di credenze (in cui si può anche far rientrare l'"Estasi Oracolare" degli antichi Greci).
Questa è l'Estasi "normata" o "istituzionale" per così dire, in cui ciò che accade alla mente (e allo spirito) deve essere necessariamente inquadrato all'interno di un determinato quadro di riferimento (e si pensi alle profonde differenze di fedi religiose).

L'universalità della ricerca dell'estasiAll'origine di tutto vi è tuttavia la cosiddetta "estasi selvaggia"2 che, anche se riduttivamente, si può intendere come un momento in cui si crea uno slittamento di piani tra il reale e il sovrannaturale, o in cui il livello ordinario della coscienza con i suoi riferimenti abitudinari si dissolve, permettendo alla nostra mente di ricevere degli input sensoriali più complessi e di sintonizzarsi su di un ordine cosmico mai percepito prima, oppure di lasciare fluire dentro di sé l'energia dell'Universo e sentirsene sopraffatti, oppure, ancora, di percepire in maniera mai sperimentata prima l'armonia di tutte le cose e di vederne inediti colori e forme, in connessioni nuove mai immaginate, o ancora di essere usciti da se stessi e di galleggiare in alto, mettendo in funzione un'inusitata vista panoramica su tutte le cose.
Per alcuni versi, quella dell'estasi "selvaggia" è un'esperienza mistica, dalle molte possibili sfaccettature.
Le Chiese costituite guardano a tali esperienze e ai loro resoconti con sospetto, perchè ciascuna Chiesa irrigidita dal suo dogma ritiene che quelle forme di estasi escano dal loro canone e che, soprattutto, non parlino in modo esplicito del rapporto con il loro Dio.

 

Dal punto di vista etimologico, "estasi", dal latino ex-stasis, significa semplicemente "fuori dall'immobilità": in altri termini, si vuole esprimere con questa semplice parola, uno scarto, uno slittamento improvviso, un inciampo della mente, un passaggio repentino da un piano all'altro, da un modo di funzionamento mentale ad un altro che è poi il satori zen, come illuminazione istantanea, quando all'improvviso ed in maniera imprevista ci si libera dagli abituali vincoli cognitivi

 

Dal punto di vista psicologico l'estasi è uno "stato alterato (o, meglio, modificato) di coscienza": su cui l'Occidente, in termini di studi, si è occupato ben poco, soprattutto per quanto riguarda tutto ciò che esprime il raggiungimento di stati mentali superiori, mentre - come spesso accade alla Medicina occidentale - non mancano gli studi sui "minus" e sulle alterazioni deficitarie della coscienza, con un'unica eccezione che concerne l'assunzione di specifiche sostanze psicoattive, ma anche in quel caso guardando agli effetti in termini di patologia e di alterazioni psicopatologiche.
Probabilmente, il raggiungimento dell'Estasi esprime una nostra capacità di attivare a pieno le potenzialità del nostro cervello che in gran parte rimangono misteriose: alcuni neuroscienziati sostengono che, normalmente da adulti, utilizziamo soltanto il 10% della nostra massa cerebrale per lo svolgimento di tutte le funzioni legate alla nostra vita quotidiana.

 

L'universalità della ricerca dell'estasiL'estasi ci fa guardare alle cose in una maniera e secondo una prospettiva diverse, ce ne allontana e ci consente una visone panoramica, dopo la quale ritorniamo ad essere noi stessi con una consapevolezza mutata.

modi per raggiungere l'estasi sono diversi (e non mi soffermerò sulle diverse tecniche, se non indicando genericamente che una funzione importante se non basilare è data da tutte le tecniche di controllo del respiro), ma il movimento del corpo soprattutto nell'esecuzione di certi movimenti ritimici può avere una funzione importante, se non determinante.

Camminare e correre nelle lunghe distanze possono essere responsabili di micro-estasi (che, tuttavia, il più delle volte, rimangono misconosciute).

In alcuni casi, il movimento può assumere una funzione determinante, soprattutto quando riesce ad infrangere le usuali coordinati spaziali in cui si collocca il nostro esistere: basti pensare all'immagine iconica dei dervisci danzanti, cioè di quei seguaci del  Sufismo che raggiugono l'estasi ruotando vorticosamente su se stessi3.

 

In ogni caso, tornando alla formulazione iniziale, la ricerca dell'estasi è un fatto universale e non è da considerare una cosa in sé negativo, anche se i medici tenderebbero ad assimilare riduttivamente tutto ciò che riguarda quest'ambito all'assunzione di droghe che alterano la mente e a considerare come "pericoloso" ogni situazione in cui si va alla ricerca dell'estasi senza stimoli chimici (quasi che ciò fosse propedeutico alla loro assunzione).

 

C'è un che di innocente e di magico in questa ricerca che nasce spontaneamente anche nei bambini e nei ragazzini, senza che nesuno abbia loro spiegato cosa ciò possa significare.
L'altro giorno mi è capitato di osservare dalla finestra che si affaccia sulla scuola dirimpetto (la Saint Mary and Saint Michael Chirstian Catholic Church) la seguente scena alla fine delle lezioni.
Due studentesse, nell'uniforme della scuola, correvano spensierati nello spiazzo antistante, rincorrendosi.

Poi, una delle due ha cominciato a roteare su stessa come una trottola e lo ha fatto sino a che non si è lasciata cadere  a terra sfinita, ma - dopo un attimo - si è rialzata e ha ripreso, ancora e ancora.
Ecco questa è un'immagine ben calzante della ricerca dell'estasi spontanea, quando non è ancora stata repressa e corrotta dal processo educativo.
E da questa osservazione casuale (che mi ha riportato alla mia infanzia e ad analoghe mie sperimentazioni, come appunto girare su me stesso sino a cader esfinito a terra, in preda alle vertigini, ma anche i racconti di esperienze di miei pazienti3) sono scaturite le cose che ho appena finito di scrivere. 

 

 

 

NOTE

 


 

1. - Si veda, ad esempio, il recentissimo studio di Giorgio Samorini, Animali che si drogano, ShaKe, 2013, in cui l'autore - alla luce della sua enciclopedica conoscenza della materia ci parla di mucche che si cibano solo di droghe, di capre che perdono i denti a furia di raschiare dalle rocce licheni psicoattivi, di scimmie che si mettono in bocca grossi millepiedi per ottenere un effetto esilarante simile al popper, di uccelli che si danno a enormi sbornie collettive, di gatti che assumono afrodisiaci vegetali prima di copulare, fiori che ricompensano i loro insetti impollinatori con delle droghe invece che col solito nettare.
La credenza che lo "sporco" comportamento di drogarsi sia specifico della specie umana è oramai solamente una delle tante favole inventate dall'antropocentrismo di cui è afflitta la cultura occidentale. Gli animali si curano.
Gli animali si drogano.
Gli animali hanno comportamenti sessuali privi di fini procreativi, inclusa l'omosessualità.
Gli animali hanno una coscienza.
Tutte affermazioni ormai supportate da un'ampia mole di dati scientifici, ma che restano inammissibili secondo i rigidi principi del behaviorismo e del darwinismo ortodosso (fortemente antropocentrici, tra l'altro).
In quest'opera Samorini espone i dati dell'uso di droghe nel mondo animale, e si cimenta in una dissertazione sulle motivazioni che spingono animali e uomini a drogarsi, avvalendosi anche dei nuovi paradigmi scientifici quali l'Esuberanza Biologica, la Teoria del Caos, il post-Darwinismo, la Non-Località quantistica, aprendo la strada a nuove "teorie della droga", ritenute dallo stesso autore "magnificamente inaccettabili" e proprio per questo "coerentemente proponibili".


 

2.- E' fondamentale, a tal riguardo, per lo sforzo di definire gli ambiti della Mistica selvaggia e la sua capacità di compenetrare la quotidianità, lo studio di Michel Hulin, La Mistica selvaggia. Agli antipodi della coscienza (alcuni fa pubblicato da Red Edizioni e ora disponiile per i tipi di IPOC, 2012). "Non esiste da un lato una piccola mistica, marginale, incompleta, nebulosa, e persino degenerata o patologica, e dall'altro una Grande Mistica, l'unica autenticamente religiosa, la strada maestra che condurrebbe alla conoscenza di Dio (...) la mistica selvaggia comprende, già da sola, tutta la mistica. Fin dal suo iniziale manifestarsi che sconvolge gli schemi percettivi, rimette in questione tutti i nostri postulati sociali, morali o religiosi, e lascia fluire in noi una marea di stati affettivi, il fenomeno mistico si dimostra pura primitività per sua stessa essenza. Per quanto varie possano essere le modalità che favoriscono l'emergere dell'esperienza mistica (droga, trauma emotivo o pratiche di preghiera e di ascesi), essa fa identicamente naufragare la persona sociale, le sue credenze, i suoi ideali e la sua rispettabilità (...) Ma se mai si potesse incontrare un vissuto mistico allo stato puro, è vero che esso sparirebbe dal nostro campo di rappresentazione qualora lo lasciassimo sussistere, volatile com'è, vergine di interpretazione (...) Selvaggia può diventare allora (...) l'interpretazione del fenomeno mistico, non il fenomeno stesso. Il problema posto dalla mistica selvaggia è dunque prima di tutto di ordine culturale e storico. Laddove gruppi sociali omogenei (tradizioni iniziatiche o vere e proprie Chiese) hanno saputo mettere a punto, generazione dopo generazione, tecniche di induzione e codici di deciframento dell'esperienza estatica, il fenomeno 'mistica selvaggia' non compare praticamente mai, oppure si trova confinato ai margini dell'esistenza individuale o sociale (...) In compenso, esso riemerge e torna a estendersi ogni volta che i codici si offuscano e perdono la loro efficacia. È quanto si produce nei periodi di transizione storica e di crisi religiosa. Una cosa è lamentarsi dell'attuale dilagare del sentimento oceanico nelle sue forme più fruste e spesso più distruttive, altro è potersi servire di argini e canali capaci di contenerne la futura espansione selvaggia".

 

3.- Che è poi il senso ultimo della famosa frase nietzchiana "Occorre avere il caos dentro di sé per generare una stella danzante".

 

4.- Tra questi ultimi, molto calzante è il racconto - da me raccolto nel corso della mia attività professionale - di un'esperienza micro-estatica in cui il paziente, allora giovanissimo, aplicò questa tecnica, trovandosi a nuotare nell'acqua profonda. Si immerse ad una certa profondità e cominciò a masturbarsi, contemporaneamente roteando su stesso, accoppiando quindi gli stimoli della masturbazione, con l'effetto della parziale apnea e del disorientamento spaziale. Sperimentò una sensazione molto forte d intensa. "Un lampo di azzurro mi attraversò" - riferì. Una esperienza di estasi selvaggia "indotta", certo, ma rischiando molto, nello stesso tempo: infatti, quando dopo l'esperienza del "lampo", ritornò in sé si sentì smarrito e debole e fece fatica a ri-orientarsi e a rimergere per prendere una boccata d'aria e salvarsi dall'asfissia.

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1 marzo 2014 6 01 /03 /marzo /2014 08:04

Modestia britannica

 

Quando andavo a scuola - prima all'Asilo e poi alle Elementari - era di prammatica indossare il "grembiule", a volte nero, a volte azzurro, qualche volta ingentilito da un fiocchetto bianco che pendeva dal colletto.

Non ci chiedevamo perchè o percome, né questa richiesta della Direzione scolastica veniva messa in discussione dai genitori.

Era una cosa che si doveva fare e basta.

Ma, in definitiva, era un dispositivo comodo e funzionale (non che ne caldeggi l'uso ora, ovviamente)

Il grembiule proteggeva i vestiti dal logoramento e dalle inevitabili macchie: in fondo, andare a scuola era il nostro lavoro e quella era - a tutti gli effetti - una divisa da lavoro. Ma c'è anche da dire che quelli erano gli anni del dopoguerra: ed eravamo tutti ben più poveri di adesso.Ma - in quel grembiule deamicisiano - c'era anche un altro significato più profondo che introduceva un elemento di democraticità e di condivisione dello stesso ambiente senza divisioni in classi di censo, poichè - come ogni uniforme - rendeva tutti eguali ed impediva che ciascuno esibisse gli indumenti e i relativi orpelli del proprio status sociale.

 

Poi, con il passare del tempo, l'usanza del grembiule in classe divenne obsoleta e nessuno lo indossò più (anche se, sporadicamente, in alcune scuole elementari, alcune maestre lo richiedono con il supporto della Direzione didattica): non fu tanto perchè lo rifiutarono gli alunni che, senza condizionamenti esterni, sarebbero portati ad uniformarsi ad una regola data da una fonte autorevole, ma perché furono i genitori a volerlo rlegare nella soffitta d'una scuola arcaica e post-risorgimentale, ritenedolo penitenziale e affliggente. Ma, in realtà, nella società affluente del boom economico era divenuto un'inutile gramaglia, soprattutto agli occhi delle mamme che, narcisisiste e vanitose, vogliono mandare il loro bambinetto a scuola vestito come un "pupiddo".

 

Quando mio figlio Francesco era piccolo e cominciò a frequentare le Elementari, ci fu un tentativo da parte del Direttore didattico e delle maestre della sua scuola di riportare quest'usanza in auge, anche se in una forma diversa.

Le maestre, infatti, in una riunione con i genitori, proprosero che i bambini venissero mandati a scuola, indossando una tuta sportiva che doveva però essere eguale per tutti.

La proposta mi piacque, ma il mio rimase un rapporto di minoranza contro la schiacciante levata di scudi di tutte le altre mamme presenti.

 

"No, no, no e poi no" - girdarono tutte assieme, capricciosamente ed impetuosamente.

Naturalmente, non se ne fece nulla.

Correttamente, le maestre addussero due ordini di fattori, a corroborare la loro proposta. Il primo era quello di garantire gli abiti normali da un eccessivo logoramento ("Non tutti i genitori possono consentirsi di spender eper acquistare dei vestiti buoni per la scuola"). Il secondo (prioritario) era quello di fare in modo che si appiattissero le differenze di status sociale tra i diversi alunni. creando un'atmosfera paritaria e evitando, nello stesso tempo, di stimolare forme inopportune di competitività oppure di suscitare nei meno abbienti neo-bisogni e desideri frustranti.

 

Qui, in Gran Bretagna, sembra ancora una volta di essere in un altro mondo.

In tutte le scuole di ogni ordine e grado, si indossa un'uniforme scolastica. E si badi, non è un'uniforme standard per tutte le scuole, ma ogni istituto ha la sua, con un'ampia gamma di indumenti che sono d'obbligo, identici sia nella fattura sia nei colori (pe finire con il badge esclusivo della Scuola)..

Indossare l'uniforme, fornisce agli studenti di quella scuola un forte senso di appartenenza ad una comunità e, nello stesso tempo, evita che attraverso il vestiario, utilizzato come Status Symbol, si possano creare soverchianti differenze tra compagni di una stessa classe o dello stesso istituto.

 

E ciò si applica anche nel caso che gli alunni utilizzino gli abiti tradizionali della propria etnia: in questi casi, viene richiesto il rispetto di certi colori che sono quelli dell'Istituto frequentato (vedi la foto di un gruppo di alunne musulmane che è stata ripresa all'uscita da una scuola nell'East End londinese).

 

Nessuno fiata per quest'obbligo: un obbligo che, a differenza di quanto accade in Italia (in questo caso, come in molte altre circostanze), non è negoziabile. Si deve fare così e basta.

 

La ratio dell'uniforme rimane identica alle motivazione addotte dalle maestre della scula elementare di mio figlio, quando chiedevano che i bambini utilizzassero una tuta sportiva eguale per tutti.Ma qui, in Gran Bretagna, c'è un elemento in più che incrementa la motivazione ad accettare l'uniforme, oltre al già citato senso di appartenenza ad una comunità specifica: e si tratta della modestia.

In tutti i modi, qui in Gran Bretagna, si cerca di insegnare a vivere in relazione agli altri in modo sommesso, senza mai sopravanzarli e senza mai creare disagio con un atteggiamento ridondante e troppo espansivo.

 

Alcuni locali pubblici, da questo punto di vista, invitano ala "modestia" nell'abbigliamento, per evitare che altri avventori possano sentirsi a disagio.

 

La modestia diventa così un pilone fondante del senso della comunità e del rispetto verso gli altri. 

 

Modestia britannica

 

"Apprezzeremmo molto se i nostri clienti indossassero abiti modesti per evitare di ferire la sensibilità degli altri" - così recita la seconda frase di un cartello esposto all'esterno di un coffeshop nell'East End Londinese (Commercial Road), dove si fa anche book exchange.

 

 

 

Nella foto in alto: Alunne musulmane all'uscita da scuola dell'East End londinese: scelte obbligatoire nei colori e nei capi d'abbigliamento da adottare, pur nel rispetto della diversità etnica.

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28 febbraio 2014 5 28 /02 /febbraio /2014 08:07

I miei ritmi di lettura

A volte, se un libro mi piace veramente, comincio a procedere nella lettura a pieno regime...

Sono preso dall'ansia di arrivare alla fine, un'ansia che non è esattamente identica all'ansia bulimica di divorare un libro appresso all'altro.

A volte, assecondo questa voglia simil-bulimica. 

Ma se un libro mi piace veramente, allora, scatta un meccanismo diverso.

Quando mi rendo conto di averne superato la metà e quando - specie se si tratta di un'opera di narrativa - l'intreccio si fa incalzante, ecco che vengo preso dall'ansia conntraria di arrivare alla fine.

La fine di un romanzo che ci è piaciuto è come un addio: è tale il piacere di stare assieme a loro che non li si vorrebbe più lasciare.

E, quando si avvcina la fine, bisogna congedarsi da loro.

L'ora degli addii si fa incombente e questo accade ben prima che si arrivi all'ultimo capitolo o che i nostri occhi si posino sulla parola fine.Capisco adesso a distanza di molti il senso di un romanzo di Willliam Golding (Oscar per la letteratura e autore del magistrale "Il Signore delle Mosche") che finiva senza finire, in realtà. Arrivai all'ultima pagina, all'ultima frase che era lasciata in sospeso, con i puntini di sospensione... E rimanevi con la sensazione che il romanzo non fosse finito, poichè la sua conclusione era rimasta aperta. Mi chiederete quale fosse questo romanzo. ma la memoria in questo momento non mi aiuta... Forse si trattava di "Riti di passaggio"... Prima o poi controllerò... Anche perchè mi viene in mente che ho un conto in sospeso con William Golding, nel sel senso che mi manca la lettura di alcune delle sue opere. 

Insomma, quando arrivai nei pressi della fine di un romanzo (e, come ho detto, la percezione della fine può già farsi incalzante, quando sia nel pieno della narrazione che scorre come un fiume tumultuos, è come quando, giungendo il momento di partire e di lasciare i nostri cari, continuiamo ad indugiare per guadagnare qualche altro minuto prezioso in loro compagnia e troviamo scuse per ritardare il commiato.

 

I miei ritmi di letturaQuando mi rendo conto ciò, metto freno e comincio a centellinare le pagine: concedendomi solo poche di esse per ciascuna seduta di lettura: poi, con uno sforzo sovrumano, chiudo quel libro (e un'operazione che faccio sempre con un certo rammarico) e passo ad altro.

 

In questo modo il piacere di quella lettura durerà più a lungo. Interviene anche il piacere della dilazione e della sospensione, indubbiamente: e c'è il tempo di compiere un lavorio mentale inconsapevole su ciò che abbiamo assorbito sino a quel punto.

E' come un amplesso che si decide di protrarre il più a lungo possibile, postponendo il momento finale. Un coitus reservatus, per così dire, o anche una modalità di sesso tantrico in cui ciò che importa è il percorso dell'eros, in cui ciò che conta è il godimento prolungato di un un piacere rifratto, senza che ci sia mai un culmine, e dell'attivazione sensuale sempre più complessa, non certamente un orgasmo finale che lascia un vuoto finale, aprendo la porta alla tristezza e alla malinconia (Post coitum omne animal triste).

 

Sì, il raffronto tra piacere per la lettura e godimento sessuale, in realtà, non è ardito o irriverente come potrebbe sembrare a prima vista.

 

Perchè il rapporto con i libri spesso è sensuale.

I libri vanno toccati, odorati, sporcati: se sulle pagine ci sono chiazze di caffè o ditate di marmellate, ciò che significa che il rapporto con loro è stato vissuto profondamente.Dobbiamo sentire il loro peso nelle nostre mani, le qualità della superficie della pagina, guardare più volta la loro copertina e scoprire ogni volta piccoli, nuovi, dettagli. 

Le loro pagine bianche e i margini vuoti devono essere annotati dalla nostre penna con brevi commenti sul libro stesso oppure per scriverci su altri pensieri non attinenti (ciò che ci è venuto in mente come percorso libero associativo durante la lettura, un sogno o quant'altro, ma perfino una breve nota della spesa, un promemoria su di una notizia che abbiamo appena sentito alla radio e così via).

 

C'è fisicità nella lettura: le singole parole devono essere come acini d'uva che si schiacciano crocchianti tra i denti e il cui succo assapporiamo con voluttà ad occhi chiusi, lasciandoci inebriare dalle sensazioni.

 

Quindi, se a volte bisogna essere capaci di leggere velocemente, altre volte dobbiamo trovare la capacità di essere lenti per assaporare ogni singola pagina, come un vino pregiato che va degustato a piccoli sorsi per poterne apprezzare il bouquet in tutte le sue sfumature. 

 

 

I miei ritmi di lettura

 

 


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24 gennaio 2014 5 24 /01 /gennaio /2014 08:33

Due passi e poi un passo dopo l'altro...(Elena Cifali, il 22 gennaio 2014Ho scritto qualcosa oggi mentre ero in macchina, ferma al parcheggio prima del lavoro. Poche righe per  racchiudere i miei sentimenti di oggi. Tra gioia e dolore. I passi a cui mi riferisco racchiudono dentro di loro un'intera vita di fatti, di illusioni e di aspettative, di conquiste e soddisfazioni. un passo dopo l'altro ...Due passi. Due passi avanti: perché solo quando vai avanti puoi inseguire il sole e la luna, il mare e la montagna. Un passo dopo l'altro, fino a quella fine che non arriverà mai perché tu sarai anche dopo di te.

Due passi. Due passi avanti ed uno indietro: il primo per elevarti, perché lo scorrere dei giorni sia sempre originale, mai inutile, mai uguale a quello precedente.
Il secondo per tornare a ricordare o semplicemente per non dimenticare chi sei e chi vuoi diventare.
Non permettere agli altri di vederti ancorato al passato o al presente, lascia che tutto scorra come l’asfalto sotto le tue suole, dirigiti verso il futuro e sogna e vivi!
Due passi.
Due passi indietro: quando riconosci che ciò che stai facendo non ti appartiene come uomo, come donna, quando qualcuno calpesta la tua dignità, il tuo essere "umano”, quando ti rende infelice ed insoddisfatto.
Già, due passi indietro quando la frustrazione domina la tua mente, quando l’abitudine ti ingrigisce, quando le tue strade sono sempre uguali e la paura domina la tua mente.
A volte, l’ignoto altro non è che scoperta, bellezza, gioia e soddisfazione.
Anche le pareti più ripide possono essere scalate e solo la certezza che in cima non ci sarà il Paradiso giustificherà il tuo cedimento.

Due passi.
Tra due passi: non importa che tu stia andando avanti od indietro, inciamperai, cadrai, ogni tanto sanguinerai, ma dovrai sempre rialzarti.

Ti è vietato restare in terra a piangere e commiserarti.

Su! le lacrime si asciugano o mal che vada si ingoiano.
Due passi.
Due passi alla volta, piede destro e piede sinistro, amici inseparabili che si sorreggono l'un l'altro mentre uno dei due resta "in aria".
È questa la forza che muove tutto il corpo, tutto il mondo, è quel piede che resta saldo in terra mentre l'altro è senza appoggio.
Due passi e, passo dopo passo, finirai, un giorno, non ti è dato sapere quando.
Il tuo Cammino più importante.




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22 gennaio 2014 3 22 /01 /gennaio /2014 15:09
I cieli che ci sovrastano
Ogni giorno
i cieli che ci sovrastano 
sono diversi
anche se siamo sempre nello stesso luogo

Cieli diversi che ci raccontano storie,
persino quando sono vuoti,
 o percorsi da esili strie chimiche 
intersecantesi
o dalle tracce di un aereo
a 10.000 metri di quota
o dalle ali aperte di un gabbiano
che scivola via 
senza volare

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15 gennaio 2014 3 15 /01 /gennaio /2014 07:21

About Endings and Beginnings and Rituals, and Our Family (Maureen Simpson)(Maureen Simpson, 2 gennaio 2014) This kind of follows on from yesterday’s blog about my Mondello Run. The vague intention of that blog, at it’s start, was that it was meant to be a way of writing down, and thereby making more concrete, my New Years Resolutions. But, as it happened (as is the way of writing with hands) it sort of ended up delving into all sorts of sparkly toy boxes full of daimons and acorns and circles and synchronicity, and then there were the voices of hands and feet, and of course anything to do with resolutions, is ultimately going to be about us, Me Mauri and Babacino. So of course a blog about ‘a run’ is about a lot more besides!

Actually, I think I left it quite unfinished really, like a sort of a labyrinth in the middle of an exploration, and all leading to some sort of ending, but at the same time to a beginning. I think as soon as it was ‘written’, it started demanding more attention! And here we are again today!

Low and behold (I do sometimes think Mauri has a sixth sense) Mauri had the grand idea of us going to Altavilla today, with Tata too. Of course, my hands and feet jumped with glee!

Today would be the last time we would visit Alta Villa before we go back to London, in precisely one week. More ‘endings’ to make up the goodbye of this phase of our journey.

We love going to Altavilla, I think it’s like Mauri’s canvas where he is for ever inventing things, fixing and making things and generally playing, and often making fires, creating some kind of order out of mild chaos (no offence but in Sicily, everything grows just like in Jack and the Beanstalk, especially cactus's, so you have to keep keep organising if you don’t want to be overgrown, like the story of the princess who fell asleep for a hundred years in her castle over grown by thorns, until a prince found her and free’d her and then her whole family also came alive again!) and also very often making the most yummiest of things to eat! 
For me I guess it’s just the epitome of what I love, it’s a home in the middle of nature, surrounded by mountains, and trees and space and sun and colour. I love being there with Mauri and Babacino.
We are going to plant a tree for Babacino, we are finding the right one. 


Lately, on our visits to Altavilla, me and Babacino have been making little sculptures and temporary ‘land art’ just for fun, from the things found on the land. The images are never intended to last, they’re just made for the moment, with no real agenda other than to just enjoy the senses and perhaps also, to listen to any messages we might get from our hands or from the land. I like the idea of Babacino being in the midst of creativity and nature and all those types of energy. It’s also a great environment for him to do his gazing at light refractions and shapes and touching all sorts of textures (with mummy’s beedy eye watching, of course!) 

About Endings and Beginnings and Rituals, and Our Family (Maureen Simpson)In terms of our temporary land art creations, I must also say that I do admit to sometimes getting quite curious as to what may have transpired with these images, when we return some days later. (I like the idea of temporary art, as it kind of takes away the notion of ownership, or the feelings of protectiveness or possessiveness we - or at least I - can sometimes get about my makings. In fact its a whole topic, often explored by artists, think of street art, graffiti etc)
And, I love to re-use some of the pieces in new images, to see how they change and to see what may happen when a meaning or symbol is transformed. I think that’s part of finding the treasure in the organic-ness of the creative process. 

Ok, so about today’s sculpture. I wanted to make something 3D and a bit more solid or chunky, and also so that it could be like a kind of deity or little amulet (of a type). I wanted it to be something that could speak of protection and nurturing and guidance for us as a family, on the next phase of our journey. I felt this was really important in the processing of moving onto the next phase of our lives, definitely for me. But also for us as parents in Babacino’s life so far, given that he has now lived a full half year! And that half year (as well as the next to come) are probably two of the most important times of his life in terms of how his sense of self and his patterns of human attachment are formed.

As it turned out the creation was not something me or Babacino or Mauri could put in our pockets, but because we have the photo’s and the internet has invented blogs, then maybe it can be a kind of a virtual amulet! We shall see… you can’t MAKE something an amulet , it chooses to be so.. 
But also, I didn't have a lot of time, for the making. So it needed to be quite simple and intuitive and working with what the land had to give or lend us at that time.

My original idea was to create some figures out of all the chopped wood, which we have now after the olive tree cutting.
I had this idea to create our family, and to fill the figures with treasures from the land, but very organically just seeing what happens. It’s wonderful making things from the land because you just walk around and suddenly things pop up and you choose them and they fit into the puzzle somehow or if not, they - or the idea at least - is saved for future pictures! Sometimes admittedly, it is hard to find something particularly specific to fit the puzzle. I think, at least in terms of my own process at the moment, that when that happens, it is primarily because it is my mind trying to impose something on my heart, maybe. Like out of some sense of duty or loyalty to ‘the norm’ or old internal repetitive messages. 


About Endings and Beginnings and Rituals, and Our Family (Maureen Simpson)And so, for this sculpture (and in general actually) I think it’s better to let my hands decide on what to find, they are the direct link to my heart (just like feet in running, sort of, not the same, but sort of!) For me, it is better to intuit and feel the solution, rather than think it. Interesting… (maybe that’s sort of how the Olive Tree Cutters work ? Now that is something that continues to intrigue me. Maybe in my next life I will be an Olive Tree cutter, or a Tree Surgeon!)
On this blog post (and FB) there are 17 pictures (+4 of a daddy and a little boy in front of a fireplace!) which show how me and Babacino made the sculpture. But I’ll explain a little bit. 

First I started off with 3 nice solid wooden poles, and they represent me, Mauri and Babacino. I put them in a row standing up, with Babacino in the middle, so that he would be protected and held by us. I also like the feeling of the number 3 and of 3 objects connected, it has a calming peaceful sort of feel to it, in my world of feeling.

Then, I found some little baby pine cones, which I’d actually used in the Mandala which me and Babacino made at Altavilla one of the last times we were here. The pine cones had to act as stand-ins for acorns because we don’t have any at this time! I joined the poles together with half circles using the ‘acorns’. That links to what I was talking about yesterday about James Hillman’s myth about the acorn, and which he writes about in his book ‘The Soul’s Code’. Also importantly this intuitive process, or you could say need, is further explained, in a way in his concept of the Daimon, which is a Greek word and which is essentially our ''in-dwelling spirit''
 

 

To read more about "The Souls Code"
And this one

About Endings and Beginnings and Rituals, and Our Family (Maureen Simpson)From there, the three ‘poles’, and the ‘acorns’ it felt as if that wasn't really a strong enough bond between us, and that Babacino might not feel connected enough or safe enough. So I added some olive branches to Babacino, to wrap him up and protect him, and of course the olive branch is symbolic of peace, and that is a good attribute for us to aim for and for Babacino to feel in his life.

I also added a piece of rock that I found which has three layers of different type of rock, to ground him and ground our family. I often speak of mountains, and that they are a sort of a spiritual home for me, and so this rock is kind of symbolic of that, stones and rocks are mighty, we need them!

So things were looking good, Babacino was getting layers and protection, but then I felt as if me and Mauri needed something too, to compliment and guide Babacino, so the land gave us some gifts. 

I also decided the ‘figures’ for me and Mauri need to be interchangeable, because our roles need to be interchangeable and I like the idea of us being equal partners and sharing in all to do with the life of Babacino. I think Babacino will have a richer childhood for it, and certainly how we experience life will be that much more interesting! 

First I found some rosemary to wrap around the one pole. And very strong and beautiful and pungent rosemary it was. In the meaning and symbolism of herbs, rosemary is often described as symbolic of: remembrance, love, loyalty. In Shakespeare’s Hamlet, Ophelia says, "There’s rosemary, that’s for remembrance, pray you love, remember". Rosemary also reminds me of a warm homely kitchen full of family and creative food making. So I think that’s a good one for our sculpture.

Then on the other figure, I added a branch from an Almond Tree. I like the leaves of the tree, they’re quite delicate looking and soft, and the tree is like that too, although it seems very strong and supple, as I found out when I tried to break a small branch off! I added that because it reminds me of the ‘confetti’ (an Italian tradition, used most in major life events and celebrations) we had for Gabriel’s baptism. These were hand-made and given to us by Nona Nica and her friend, and, of course, there were almonds in the’ confetti’ with little lady birds. Baptisms are meant to serve as spiritual foundations to protect and grow a child, so I think the Almond tree branch has a good place in our sculpture.

By that stage the sculpture was feeling a lot more alive, but I felt it still needed something, perhaps a kind of environment and a bit more of a stronger message. So, we took some of the little pieces of ceramic that we had used in the Mandala and to make the Gabriel sign, and made three little circles, next to each of our family. That felt for me like a visual description or message of the ‘Axiom of Maria’ which I was explaining yesterday: “One becomes two, two becomes three, and out of the third comes the one as the fourth” 

 

Finally, the very last addition, was to make a little TeePee in front of the figures. This I think is about grounding and a home. One of my New Years resolutions is for our family to be grounded and stable. So even though we’re in a bit of flux and there is a lot of change on the horizon, which is not yet entirely structured, we can still create a home and roots as a family where ever we may be. For me that is important, for Babacino to have that feeling strongly. I want him to feel secure and protected in this and in his place in the family.
Also the TP is made of wood, so it could also be a fireplace, to keep us all warm! (Mauri thought of that, I like that!)

As it happens, when I went to download the photos of my sculpture, I noticed that we had 4 pictures of Mauri and Babacino in front of the fireplace in Altavilla. They are like a little story in their own of Mauri carefully and so caringly showing Babacino the fireplace and sitting him down in front of it to look at the flames, but holding him and keeping him safe. So maybe we need to remember to have a ‘fireplace’ in our family and to sit in front of it and watch the flames and just be!
“One becomes two, two becomes three, and out of the third comes the one as the fourth” 

And now, time for the pictures. They are all in order. No more words… except!: what this space for the next phase of our journey, this time in London!

 

 

E' bello vedere come un percorso creativo si articoli con la storia della nostra famiglia (MC)

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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