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21 luglio 2022 4 21 /07 /luglio /2022 07:13
Dopo la pioggia a Palermo (foto di Maurizio Crispi)

1. Da molti giorni non scrivo granché
Solo spigolature
La riesumazione di vecchi scritti
e la loro revisione
occupano una parte del mio tempo
Nulla di nuovo, di veramente creativo
Mi assale l'idea
di aver perso la mano
di non aver più la verve
Mi angustio anche, in una certa misura,
se fossi un personaggio di un romanzo ottocentesco
potrei dire che mi torco i polsi per la sofferenza
Ma no! No, assolutamente no!
Ecco che sto deragliando
Quando non scrivo è perché
perdo momentaneamente (oppure lo metto a riposo)
il mio occhio fotografico
che mi consente di portare a casa pezzi
delle mie passeggiate quotidiane
convertendoli in qualcosa d'altro
in descrizioni che poi, a cascata,
mi portano ad esplorare me stesso

 

E' vero!
In questi giorni, ho fotografato di meno
Ma anche quando si fotografa (io fotografo) di meno,
materialmente - intendo dire -
rimane il fatto che si possono
pur sempre scattare delle fotografie mentali
che divengono in un batter d'occhio "fotografie di pensieri"
Ma anche, qui nada de nada
Forse ciò dipende che vado troppo a ravanare
tra le cose scritte in passato
E poi va a finire che mi ritrovo immerso
del tutto in quel passato,
o meglio, vivendo in quei passati,
sedi di molteplici forme del mio Sé,
perdo lo slancio per vivere nel presente,
e, di conseguenza, non osservo e non introietto
E, quindi, il vuoto

 

Sera d'autunno al mare (Mongerbino) - foto di Maurizio Crispi

Il caldo, sì, forse in qualche misura
c'entra il caldo mostruoso di questi giorni
Anche se non si dovrebbe mai dire che si soffre il caldo,
poiché poi, a corto circuito, il caldo percepito
aumenta a dismisura
Devo dire onestamente che questo caldo tropicale mi fiacca
Mi spinge a non muovermi da casa
a starmene rintanato dentro
disteso sul divano e con l'aria condizionata in funzione
con un libro in mano e con altri libri accanto a me
che garantiscono il necessario cambio di scenario, 
ogni volta io lo desideri
Anche questo è determinante, penso
I sogni non mi vengono in aiuto
Si fanno sfuggenti, evanescenti

Sogno, ovviamente,
ma non ricordo,
nemmeno le impressioni relative all'aver sognato
emergono
Vago smarrito,
alla ricerca di me stesso
Rifaccio il letto,
rigoverno la cucina
porto il cane a passeggio
rimuovo i suoi escrementi,
cucino,
leggo
e mi seggo davanti alla mia postazione PC
batto sulla tastiera
ed è tutto qui
Vorrei essere vagabondo delle stelle,
secondo una consuetudine che mi è cara,
ma non riesco a levarmi in volo
Forse, domani, si vedrà

 

2. Vaghe impressioni di un sogno di questa notte
Sono ad una gara podistica,
forse io stesso tra i partecipanti
e c'era anche un mio amico runner
di cui Facebook, giusto ieri,
mi ha notificato il compleanno
che partecipava alla competizione
Mi appariva tutto accrocchiato su se stesso
Indossava un berretto bianco da marinaio
e camminava su due stampelle-protesi
Si vedeva che procedeva a grande fatica
Ogni tanto si fermava per rifiatare
e si ripiegava su stesso
Ma non mollava
Io da lontano lo salutavo con la mano
E lui rispondeva al mio saluto, ma distratto
Ero troppo impegnato nel far fronte
al suo gravoso compito

 

3. Sono uscito con il cane perso e ritrovato
ho camminato lungo strade vuote e deserte,
benché ormai ci fosse piena luce
Solo qualche monopattino vagante
Tra le fronde degli alberi del giardinetto
ho visto sorgere la palla infuocata del sole
e ho sentito che la mia pelle
veniva accarezzata dall'alito caldo dello scirocco

 

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20 luglio 2022 3 20 /07 /luglio /2022 07:16

Scritto alcuni anni fa su Facebook e mai pubblicato qui nel blog. Un ripescaggio che ripropongo con qualche perfezionamento.

Il Libro illeggibile MN 1 (riprodotto in alto) è stato progettato da Bruno Munari per la Casa editrice Corraini nel 1984 e, nell’immediata profondità dei suoi colori, è ora arrivato alla sua settima edizione.

Il Libro illeggibile MN 1 (riprodotto in alto) è stato progettato da Bruno Munari per la Casa editrice Corraini nel 1984 e, nell’immediata profondità dei suoi colori, è ora arrivato alla sua settima edizione.

Esistono libri "illegibili" oppure siamo noi lettori transitoriamente incompatibili con un certo libro?

Lo spunto per pormi un simile interrogativo viene da una piccola nota che ho rinvenuto postata su Facebook, questa mattina.

Marco Pomilio, Il Cane sull'Etna, Rusconi

Dice, infatti, una Elena Cifali (runner, lettrice e mio contatto su FB): Il cane sull'Etna (1978) di Marco Pomilio  [che, nato ad Orsogna il 14 gennaio 1921  e morto a Napoli il 3 aprile 1990, è stato scrittore, saggista e giornalista] raccoglie cinque racconti che, in un primo momento, avrebbero dovuto essere inseriti in un romanzo organico. Dei cinque non sono riuscita a leggerne più di due.
Il libro non mi è piaciuto e interromperne la lettura l’ho trovato indispensabile.
Non mi ha appassionato, il linguaggio ricercato fa piacere e arricchisce, ma l’esagerazione nella ricerca dei termini e dei sinonimi mi risulta estenuante.
Troppo caldo e troppa poca concentrazione per poterne godere.
Al momento mi accontento di riporlo nello scaffale tra gli “illeggibili”.
Pazienza, ogni tanto capita anche a me di non riuscire a portare a termine un’opera!

L'idea che in una biblioteca personale possa esserci uno scaffale dedicato ai libri "illegibili" è stimolante, per alcuni versi: ma, nello stesso tempo, evoca l'idea che vi possa essere una sorta di ghetto dei libri, dove stanno quei volumi condannati alla condizione di "illegibilità" (o etichettati tali).

Un Aganteo Volloca (altro mio contatto su FB, nome fake, che è in realtà, l'anagramma del vero nome e cognome), leggendo la nota di Elena Cifali, ha soggiunto: Il reparto "illeggibili", se posso permettermi, ha un che di provvisorio; il mio è ben dotato ma, di tanto in tanto, qualcuno di questi libri in quarantena mi chiama e ... puff! scopro che nel frattempo è diventato un altro libro.

Ecco una profonda verità! Un libro può essere molti libri, presentarsi a noi con molti volti diversi, o meglio offrirci di sè solo quelle caratteristiche che, in un certo momento storico possiamo vedere, quelle e non altre.

Un libro non è mai illeggibile al 100%, bensì sei tu lettore che, in quel momento e in quelle circostanze, non lo puoi leggere. Al libro che, ad un primo tentativo di lettura, è parso "illeggibile", occorre fare ritorno. Occorre lascialo a sedimentare nella quiete dello scaffale su cui è stato riposto, ma anche ogni tanto occorre sfogliarlo, leggere qualche paragrafo qua e là, annusarlo, soppesarlo. Con il libro non ancora letto in modo completo perchè reputato "illegibile" dovrebbe attivarsi una schermaglia, un gioco in punta di fioretto, in attesa di tempi migliori.

I libri "illeggibili" possono essere una sfida con il lettore, perchè lo sottopongono ad un cimento, con il loro essere "challenging"!

A volte sono loro che ti chiamano e ammiccano, forse non cessano mai di farlo: i libri riposti attendono il momento in cui potranno prendere vita nella mente del lettore, introducendolo a cose ancora mai viste.

Mi è capitato diverse volte di poter leggere con fluidità e grandissimo interesse un'opera che, a un primo approccio, mi era parsa ostico.

La sfida, inoltre, è anche saper trarre delle cose buone da qualcosa che, in sé, di primo acchitto, ti pare cattiva.

Ma è anche ovvio che, nel mare magnum di ciò che viene continuamente sfornato dalle case editrici che, per motivi di gestione, devono continuamente produrre nuovi libri, anche se poi non li vendono (per destinarli poi al macero oppure al circuito delle vendite sottocosto), non è tutto oro ciò che viene pubblicato: qualche volta - o spesso - capita che vengano pubblicate cose che meriterebero piuttosto di essere scartate ancora in bozza, prima che dalla loro incubazione vengano fuori farfalle incapaci di volare. Specialmente oggi, quando tutti, incoraggiati dall'uso dei social si ritrovano all'improvviso con la vocazione dello scrittore...).

Ma, parlando di produzioni letterarie che siano mediamente di buona fattura, può anche capitare che vi debba essere una totale incompatibilità tra lettore e singolo libro.

A volte ciò succede perchè le "soglie" del testo ci traggono in inganno, promettendoci cose mirabolanti, oppure stimolando la nostra curiosità e le nostre voglie,  oppure perchè la visione del mondo dello scrittore è radicalmente differente dalla nostra, oppure perchè si tratta di elucubrazioni mentali e di controcimenti intellettuali che non hanno nulla da insegnarci: insomma, cose così.

Ma anche in questo caso: il libro che ti capita tra le mani e che abbiamo acquistato decisi a farlo nostro, deve essere comunque letto oppure anche se non letto integralmente almeno "saggiato".

Magari non una lettura approfondita: soltanto una lettura rapida, in croce, scorrendo le pagine velocemente con gli occhi, lasciando che la nostra attenzione venga catturata da singole parole e da frasi isolate qua e là e raccolte come acini d'uva da un grappolo ancora acerbo.

Ancora, leggendo, se ci sono, le soglie al testo, epigrafi, dediche, prefazioni, introduzioni, postfazioni e la pagina dei ringraziamenti che sempre ha tanto da insegnarci sullo scrittore e sulle sue piccole - o grandi - idiosincrasie.

E, detto tra noi, spesso, un libro che non ci è piaciuto, rimane più impresso nella nostra mente di uno che ci è piaciuto e che ci ha fatto andare letteralmente in estasi.

Quello che ho imparato scrivendo recensioni per libri e per romanzi, è che anzichè lanciarsi in una selvaggia critica destruente, bisogna sempre valorizzare le cose che ti sono piaciute, che hanno arricchito le proprie conoscenze, che hanno stimolato a pensare sia pure in direzioni divergenti da quelle praticate dall'autore, e soltanto dopo esporre le critiche, senza però cadere nei luoghi comuni della critica formale.

Per completezza, il libro cui la nostra Elena Cifali si riferisce è Il Cane sull'Etna. Frammenti di una enciclopedia del dissesto (Rusconi, Milano, 1978), di cui - secondo notize raccolte da internet, è stata pubblicata - postuma - un'edizione aggiornata ed ampliata nel 2014.

 

I libri "illegibili" per antonomasia sono piuttosto quelli "inventati" con piglio provocatorio e dissacrante da Bruno Munari: e sono quelli che tendono ad una rinuncia della scrittura testuale e che dovrebbero sollecitare il lettore ad altre modalità di approccio al libro, in quanto "oggetto", tra le quali venga valorizzato soprattutto quella "estetica".
Nel 1949 Munari progettò per la prima volta una serie di “libri illeggibili”, in base a questo assunto. Non più semplicemente supporto per il testo, la carta comunica un messaggio attraverso il formato, il colore, i tagli e la loro alternanza. Si omettono gli elementi che costituiscono il libro tradizionale, come il colophon e il frontespizio, e la lettura diventa lo svolgersi cadenzato di una composizione musicale, con timbri sempre diversi nell’alternarsi delle pagine.
Nel segno della rarefazione visiva e della sperimentazione dei materiali, la produzione di “libri illeggibili” continua per Munari lungo tutto l’arco della propria vita. Nel 1955 alcuni libri "illeggibili" furono esposti al MoMA di New York, nella cui Design Collection ne sono tuttora conservati 9 esemplari.

Il Libro illeggibile MN 1 (riprodotto in alto) è stato progettato da Bruno Munari per la Casa editrice Corraini nel 1984 e, nell’immediata profondità dei suoi colori, è ora arrivato alla sua settima edizione.

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18 luglio 2022 1 18 /07 /luglio /2022 11:36

Ho scritto e pubblicato questa nota il 14 luglio 2015 nel mio profilo Facebook. Come spesso mi capitava (ora non più. perchè gli sviluppatori di Facebook hanno abolito questa funzione), preso dal turbine di cose da fare non la ho trasposta anche nel mio blog. L'algoritmo di Facebook me la ha riproposta come "ricordo" e, quindi, colgo l'occasione - tardivamente - di rilanciarla qui.

The Gruffalo and the Big Bad Mouse

I gabbiani volano liberi

Le rondini volano libere

Il Grande Topo squittisce e percorre le sue vie

E il Gruffalo viaggia sulle sue tracce

I gatti randagi che vivono sulle strade,

alle ricerca di prede,

conoscono le loro vie

Il sorcio percorre i suoi cunicoli

e regna nel mondo ctonio

 

Costoro sono tutti liberi

ma sono anche prigionieri

chi del Cielo

chi della Terra

chi della carta stampata che li racchiude

 

Infinitamente liberi

all'occhio di chi li osserva da fuori,

ma nello stesso prigionieri

anche loro condannati a compiere gli stessi gesti,

reali o virtuali che siano

 

Noi siamo captivi, coatti, ostaggi,

anche quando crediamo di essere liberi,

impigliati in una sottile ed invisibile rete

di obblighi e pratiche quotidiane

 

E' del tutto vacuo e inane il sogno

di poter volare libero

come il gabbiano

come la rondine

o quello di poter vagare per le strade di notte

come un essere ferino

 

Inutile, per quanto consolatorio

 

Se veramente avessimo le qualità del Gabbiano

o della Rondine

o del Gatto

o del Topo

o di Big Bad Mouse

o di Gruffalo

saremmo di nuovo prigionieri

in uno schema, per quanto differente,

senza saperlo,

di nuovi infelici

e con la sensazione di essere mancanti di qualcosa

 

Saremmo solo prigionieri di un sogno

come uomini confinati in una caverna

che, senza più contatti con il mondo fuori,

di quest'ultimo vedono soltanto ombre indistinte

e, per questo motivo,

non possono più nemmmeno sognare

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30 giugno 2022 4 30 /06 /giugno /2022 07:04

Scritto il 30 giugno 2012 e pubblicato sul mio profilo Facebook. Inedito su questo blog. L'ho recuperato attraverso l'algoritmo di Facebook che giornalmente propone dei "ricordi". Questo breve scritto propone ancora una volta una riflessione sulla prossemica e sulla "giusta" distanza nelle interazioni umane.

Pinguini prossemici (fonte: web)

Come si può stabilire il limite in cui la relazione tra due persone si tramuta in indifferenza?

Questa è una domanda capitale, perchè proprio su questo terreno si giocano madornali fratture ed incomprensioni, visto che esiste un margine di intolleranza diverso per quanto riguarda la prossimità (e l'intimità) in ciascuno dei partner implicati in una relazione.

Spesso, la soglia di suscettibilità di uno è bassissima, mentre quella dell'altro può essere molto più alta. Naturalmente, sono possibili tutta una serie di gradazioni intermedie che rendono estremamente varie le interazioni e le possibili soluzioni.

Si tratta di qualcosa che ha, in qualche modo, a vedere con la "Prossemica", ovvero la scienza degli "spazi personali" fondata e descritta dall'antropologo inglese Edward T. Hall secondo la quale per ciascun individuo esiste una diversa distanza "minima" per l'interazione con il nostro prossimo. Ad esempio, ci sono alcuni che per parlare ed interagire in generale hanno bisogno di stare a pochi centimetri di distanza dall'altro, mentre ci sono quelli che stabiliscono un confine ideale tra sé e il mondo molto distante dal proprio confine corporeo (e che, di conseguenza, mal tollerano che l'Altro si accosti a pochi centimetri di distanza dal suo volto per parlargli). L'interazione tra due individui siffatti diventa estremamente difficile, perchè - per prova ed errore - come nel caso dei famosi "Ricci  [o Porcospini] di Schopenhauer" i due che interagiscono devono trovare la distanza di comunicazione ottimale, né troppo vicino e nemmeno troppo lontano.

 

I ricci, quando sentono freddo, cercano di avvicinarsi il più possibile l'uno all'altro, si cercano, si stringono, si abbracciano per accumulare calore. All’inizio stanno bene, ma a poco a poco, cominciano ad accorgersi del dolore provocato dagli aculei dell’altro sulla pelle (dolore che prende il sopravvento sul beneficio del calore) e cercano di allontanarsi. Ma appena fanno ciò, sentono di nuovo freddo e allora si riavvicinano, cercando di sopportare il dolore che si infliggono con gli aculei. Ma di nuovo si feriscono e si ristaccano. Poi sentono di nuovo freddo e si riabbracciano: ripetono più volte questi tentativi, sballottati avanti e indietro tra i due mali, finchè ad un certo punto non trovano la distanza ottimale e per non sentire  troppo freddo e per non farsi troppo male con i rispettivi aculei.

 

La distanza ottimale per l'interazione è il frutto di una negoziazione che, per la sua natura, è duttile e sempre mutevole... nel senso che il punto in cui si colloca l'interfaccia varia in continuazione, a seconda degli individui e delle circostanze.Se c'è consapevolezza di ciò, si può andare molto avanti nell'interazione  - anche nelle relazioni amorose - perchè di continuo ci si può calibrare nel modo più conveniente; se invece - anche soltanto unilateralmente - manca la consapevolezza della plasticità di questo continuo processo di aggiustamento (ma anche della sua necessità), si possono far strada delle richieste e delle critiche assolute che - per la loro perentorietà -  possono rapidamente portare al deterioramento di qualsiasi futura interazione.

Anche perchè, nel momento in cui si fa strada una critica radicale su eventuali presunte mancanze, si corrompe definitivamente la spontaneità nella relazione, perchè tutto ciò che ne consegue diventa il frutto di un calcolo o viene interprato come tale.

 

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17 giugno 2022 5 17 /06 /giugno /2022 19:11
Salvatore Crispi nel 1971, dicembre (foto di Maurizio Crispi)

Come eravamo giovani!
Nella foto, che rappresenta l'incipit di queste mie brevi considerazioni, mio fratello Salvatore è seduto alla sua postazione di casa in via Lombardia. Qui aveva una sua scrivania, attrezzata con tutto ciò che gli potesse servire durante le ore del giorni.
Qui, giocavamo a carte, a scacchi, a dama
Qui leggeva i giornali e i suoi libri
Qui, in quegli anni, quando ancora poteva, si cimentava nella scrittura autonoma con una Olivetti elettrica che i miei gli avevano regalato
Nella foto, insolitamente indossa una cravatta.
Vestito in ghingheri.
Forse era il giorno di Natale, ma non ne ho la certezza.
Davanti a sé ha un libro.
E' pienamente sorridente.
E' davvero un bel ragazzo.
E' probabile che fosse proprio il giorno di Natale e magari quel libro era stato un mio regalo per lui
In effetti, ruotando la foto di 180° se ne può leggere il titolo che è "L'alta cucina del delitto", contenente una raccolta di romanzi (in un volume a suo tempo edito nella collana Omnibus di Mondadori) che hanno come protagonista Nero Wolfe, il detective gourmet e claustrofobico, nato felicemente dalla penna di Rex Stout (e questo volume c'è ancora, nella sezione, allora contenuta - e oggi divenuta straripante - dei polizieschi).
A mio fratello regalavo spesso dei libri, perché a quel tempo era un vorace lettore.
Leggeva davvero di tutto, narrativa e saggistica
Poi ebbe un'intensa crisi esistenziale che lo portò ad attraversare un brutto periodo nel corso del quale rifiutava il cibo e pure rifiutava le letture di narrativa che parlavano della vita degli altri dalla quale lui si sentiva escluso.
Da quel momento in avanti non lesse più fiction di qualsiasi genere, ma solo scritti di tutti i generi, dal semplice articolo al saggio, che parlassero della condizione delle disabilità, accrescendo in un percorso interminabile le sue competenze e conoscenze, in modo da poter levare una voce sempre autorevole quando si trattava di difendere i diritti dei disabili e delle persone svantaggiate.

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16 giugno 2022 4 16 /06 /giugno /2022 11:03
selfie (foto Maurizio Crispi)

L’altro giorno sono andato all’ufficio dell’Agenzia delle Entrate (quello di via Emanuele Morselli, a Palermo) per chiedere la rateizzazione di un contributo che risultava non essere mai stato versato nel 2013.
Appuntamento richiesto online, quindi quasi nessuna coda.
Tutto OK
Viene il mio turno, entro, mi siedo, impiegato molto gentile ed efficiente
Risolviamo il mio problema
Si avvicina ciabattando un altro impiegato
Non ha le ciabatte ai piedi, ma è come se le avesse
Dice al suo collega che si sta occupando di me: “Quando hai finito con il contribuente, Francesca [evidentemente una terza collega] ti deve dire una cosa”
Una curiosa comunicazione, dovuta al fatto che il “mio” impiegato é escluso dalla vista degli altri da un grosso pilastro.
Ma a parte la curiosa dinamica comunicativa, ció che mi ha sorpreso è stato il sentirmi definire come “il contribuente”, anziché con un un generico “il signore” oppure “il signore qui presente”
Questo uso linguistico è, secondo me, espressione di una deformazione mentale
Poiché ho messo piede in un ufficio della Agenzia delle Entrate non sono niente più che un “contribuente”… anziché un cittadino
Del resto questo nostro Stato ci vuole relegati tutti al rango di contribuente dal momento che l’attribuzione del codice fiscale è la prima cosa che viene fatta, quando nasce un bambino
Si parte, squallidamente, dall’attribuzione di una identità fiscale, soltanto dopo segue tutto il resto
Qui in Italia siamo campioni di burocrazia e di fiscalità, non noi i cittadini, ma l’apparato burocratico che ci governa e ci opprime, impedendoci a volte perfino di respirare: un apparato che poi finisce con l’essere vessatorio soltanto con quel numero, pur sempre esiguo, di cittadini che pagano le tasse, al punto da svilirli con l’etichetta di “contribuente”, incollata a vita, così come in altre sitazioni riceviamo altre etichette come, ad esempio, quella di "paziente", oppure di "cliente", ma quel numero con il nostro codice fiscale ci seguirà sempre sino alla tomba ed oltre, forse, per quanto concerne i nostri eredi.
Il codice fiscale è un'invenzione malefica, forse utile, ma nei modi in cui viene declinata perversa, e tanto mi ricorda quei codici numerici che venivano tatuati sui corpi dei deportati nei campi di concentramento.Mi è assai piaciuto il commento a questo mio post di un mio amico su Facebook, il quale ha così scritto:

(SR) Se sei in un ambulatorio medico sei un "paziente", perché hai già pagato i tuoi contributi sanitari e pazientemente ti sottoponi alla visita e ricevi le prescrizioni.
Se sei in un negozio sei un "cliente", perché sei disposto a pagare per ricevere un bene.
Se sei in uno studio legale sei un "assistito", perché paghi per essere assistito.
Se sei in una agenzia di servizi sei un "utente", perché sei disposto a pagare per ricevere quel servizio.
Se sei in un Ufficio delle Entrate sei un "contribuente", perché paghi le tasse... se non le paghi sei un "evasore".
Sei pur sempre un "cittadino", ma dalle mille declinazioni... purché paghi!

Protezione integrale in tempi di Covid (foto di Maurizio Crispi)

Pochi giorni dopo (nella notte tra il 19 e il 20 giugno) ho sognato che facevo una coda all'Ufficio dell'Agenzia delle Entrate. Arrivavo e davanti a me c'era solo uno già in attesa. Era un anziano tutt rattrappito su se stesso e dall'aria alquanto scontrosa. Poi si aggiungevano via via altri
Allo sportello arrivava l'impiegato e cominciava a chiamare secondo il turno

Ero il secondo della fila, quindi venivo chiamato quasi subito e presentavo all'impiegato il mio incartamento

Mi veniva detto di attendere, e così facevo

Osservai che le mie carte, dopo un esame sommario da parte dell'impiegato, venivano inviate all'interno, al di là di una porta blindata, una specie di sanca sanctorum dell'ufficio

Aspettavo pazientemente, mentre nella sala d'attesa si faceva la bolgia

Si era rapidamentew formata una specie di corte di miracoli di ciechi, sciancati e storpi

Alcuni se ne stavano seduti in varie posture sulle panche allineate contro le pareti, altri si erano comodamente accomodati per terra: alcuni seduti alla meno peggio, altri semisdraiati come fossero distesi su di un triclinio di etrusca memoria; e tutti e mangiavano panini imbottiti, dai quali si levavano sentori grevi di carta oleata e di salumi ed altri affettati speziati, a volte con la sovrapposizione di aromi cipollosi e agliosi nel caso di robuste mafalde con ripieno di frittata

[Ricordo dei miei viaggi in treno, quando poco dopo la partenza da Palermo, i passeggeri dello scompartimento tiravano fuori i loro incarti bisunti e cominciavano a banchettare.  Di queste situazioni forzatamente conviviali mi sovviene in particolare il greve sentore della mortadella]

Insomma, tutti mangiavano a quattro palmenti e sembrava che la situazione si fosse trasformata in un picnic collettivo o forse in un vero e proprio bivacco

Ci mancavano soltanto i materassini di gomma per un confortevole riposino o i sacchi a pelo

Ovviamente, erano tutti senza mascherina e la mia apprensione cresceva ad ogni istante, poichè io - poco accorto - non avevo portato la mia.

Imprevidente!

Attendevo e attendevo, mentre tanti che erano arrivati dopo di me concludevano e se ne andavano, sazi e soddisfatti

Cercavo di informarmi

Mi dicevano che il mio incartamento era al di là della porta blindata e che gli esperti lo stavano esaminando

Poi arrivava una e diceva - quasi rimproverandomi - che aveva già chiamato il mio cognome tempo addietro

Io replicavo di non aver sentito nulla, che quella chiamata mi era sfuggita

La tizia si limitava ad inarcare severa il sopracciglio, come a dire: "Che vuoi? Peggio per te che sei stato poco attento!

Arrivava però un altro, più gentile, e mi diceva che - siccome gli esperti del sanca sanctorum erano andati in pausa pranzo - avrebbe fatto in modo da farmi entrare di soppiatto in modo che io potessi esaminare il mio dossier e trarne indicazioni su ciò che avrei dovuto fare

Apriva una porticina più piccola delle dimensioni adatte a lasciar passare un nano, accanto a quella più grande, blindata e imponente, lasciandola socchiusa

Con lo sguardo mi facìceva capire che potevo insinuarmi dentro e girava le spalle

Entravo con fare circospetto, ma mi accorgevo subito che l'ufficio non era vuoto, così come mi era stato detto

All'interno c'erano due spettrali presenze, poco più che ombre o ectoplasmi

Uscivo subito terrorizzato, con il cuore in gola

 

(Dissolvenza)

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9 giugno 2022 4 09 /06 /giugno /2022 13:09

Ho recuperato questo scritto da Facebook, avendolo composto e pubblicato esattamente un anno fa, il 9 giugno 2021. E mi sembra che sia passato un secolo da quel giorno.
In genere, ciò che pubblico su FB, dopo una successiva revisione, lo posto qui sul blog, ma qualche volta mi dimentico di farlo tempestivamente. Ma Facebook, con uno dei suoi algoritmi puntualmente ripropone ciò che si è pubblicato in una determinata data nel corso degli anni, man mano che il calendario scorre. E, quindi, l'algoritmo di FB, oggi mi ha consentito di recuperare quanto avevo scritto un anno fa. Provvedo adesso alla sua pubblicazione su questo blog.

Io e la mamma (foto di famiglia)

Vorrei scrivere di più, ma non ci riesco.

Vorrei inventare a ruota libera

Vorrei poter essere "freewheeling",
un freewheeling Maurizio

Ieri, ascoltando una discussione in radio,
ho imparato una nuova parola (colta): figmentum
(che, in realtà, sta per finzione, dal latino fingere)
Ma indica un particolare tipo di finzione
una sua species particolare
quel tipo di finzione che avviene
solo ed esclusivamente al livello mentale (secondo Calasso)

Scrivere di  mio padre e di mia madre a ruota libera
Una bella sfida!
Ma mi è difficile procedere per finzioni, per parallelismi, per costrutti fantasiosi,
anche se qualcuno qualificato mi ha detto che potrei, se volessi
Aspetto che mio padre
(e del pari mia madre)
venga a visitarmi in sogno
e a raccontarmi ancora le sue (le loro) storie.
Con mio padre il tempo è stato troppo breve:
non ho avuto il tempo di chiedere
non ho avuto più la possibilità di sedermi accanto a lui ad ascoltare
Con mia madre invece il tempo e le opportunità,
almeno in teoria, non sono mancate
ma non ne ho fatto un buon uso
Tante volte avrei dovuto sedermi accanto a lei
con un taccuino in mano
(oppure armato di un registratorino)
e chiederle di narrare nei dettagli tutte le storie
che mi raccontava profusamente quando ero piccolo
ed altre mai narrate
E, pur avendo avuto questa possibilità,
 - poiché, sino all'ultimo,
la mente di mia madre è stata salda come una roccia -
non l'ho fatto,
ho preso tempo,
ma chi ha tempo non aspetti tempo,
e poi quel tempo che credevo di avere
mi è sfuggito dalle mani come sabbia tra le dita


 

La persistenza della memoria (foto di Maurizio Crispi)

Siamo le storie che possiamo narrare
ma per far sì che questo tipo di identità possa prosperare
occorre un ascoltatore
un cantastorie senza un pubblico che lo ascolti non è nulla
"Raccontamelo ancora!"
E la mia richiesta riguardava sia storie della mia infanzia,
sia del periodo in cui non ero ancora nato
Le mie storie preferite erano quelle che mia madre
mi poteva raccontare del tempo di guerre
e delle sue personali vicissitudini,
quando assieme alle prozie, alla nonna e alla sorella maggiore
per sfuggire alle insicurezze della guerra si spostò
- per volontà delle prozie che, essendo decisioniste e autoritarie,
avevano valutato i benefici di una simile misura
per sfuggire ai primi bombardamenti alleati che già affliggevano Palermo -
nel cuore dell'Umbria, per ritrovarsi davvero nel cuore della guerra
nel bel mezzo della Linea Gotica
Quel periodo fu un'autentica Odissea per loro,
fatta di continui spostamenti alla ricerca di un luogo sempre più sicuro (introvabile, peraltro),
di fughe, di pericoli scampati, di felici ricongiungimenti  familiari
e d'un lungo e lento ritorno verso casa,
una vera e propria catabasi, per rientrare infine, loro gli "sfollati"
- con un viaggio per mare a bordo di una nave della Marina militare -,
nella Palermo devastata dal passaggio della guerra
Mi beavo di quei racconti
"Raccontami altre storie che non conosco!" - incalzavo la mamma
E le storie - come i dischi della hit parade - andavano ripetute di continuo
Ce n'erano alcune gettonatissime
"Cosa succedeva quando io non ero ancora nato?" - le chiedevo - "E quando ero piccolo?".

Adesso, per tante cose, brancolo nel buio
Non riesco più a colmare i vuoti narrativi
Alcune cose si fanno sfumate e perdono ricchezza di dettagli
Per esempio, vado anche perdendo la memoria
dei rapporti di parentela più distanti e di conoscenza con altri
Molte foto di famiglia, così, se le guardo rimangono mute:
da quelle stampe di piccolo formato vedo soltanto dei volti sconosciuti.
Chi è questo? Chi è quello?
E non potrò più rispondere a simili interrogativi
relative a cose, a persone e a eventi
che si perdono nelle brume del passato e si fanno evanescenti

Quando ero piccolo ero davvero avido di storie
Erano il mio pane quotidiano:
e non mi bastavano quelle che trovavo nei libri
Volevo sapere le storie delle persone che mi circondavano
Dovrei scavare nei reperti, cercare, rovistare,
aprire armadi, stipetti e cassetti dimenticati

Da qualche parte, ad esempio, c'è un album di disegni
ricavati da fogli raccogliticci e di forma irregolare,
disegni con pastelli colorati,
linee essenziali e colori vividi,
poiché evidentemente, a partire dagli scarni materiali a disposizione;
non esisteva la possibilità della graduazione,
fatti da un commilitone di mio padre
e questi disegni raffigurano vedute e singoli dettagli del campo di prigionia in Algeria,
dove mio padre e tanti altri con lui trascorsero ben due anni da prigioniero di guerra
Vicino a questo album, in una cassettina (di legno o di cartone),
ci sono le lettere che mio padre e mia madre
da fidanzati si scambiavano
Oggetti sopravvissuti, testimonianze, fonti

Mia madre diceva spesso che voleva distruggere
tutte le carte e le foto che la riguardavano
affine in questo a quell'Aureliano Buendia
di Cent'anni di solitudine
Ce lo diceva spesso,
e, svelando questo suo desiderio, dichiarava a grandi lettere
una forma di "disposofilia"
ed io le dicevo sempre: "Mamma non farlo!",
"Mamma, via, lascia quelle cose per noi"
Poi, benevola, lasciò che i suoi propositi rimanessero lettera morta
Adesso, pur avendo delle "fonti" a disposizione,
esito a servirmene

Ho anche riesumato una vecchia carpetta di scritti giovanili di mio padre,
(di questa sì mi ricordavo),
contenente fogli e foglietti di ogni dimensione
con sparse elaborazioni poetiche,
in vario grado di costruzione/decostruzione
Esprimono una ricerca, un desiderio di raccontare
i suoi stati d'animo,
ma anche una vigorosa ed intensa capacità descrittiva,
come quella che traspare da uno scritto interamente dedicato a Taormina
L'ho spostata da un luogo all'altro della casa
L'ho messa dove ogni giorno
la possa guardare e lei guardare me
E' una carpettina verde scuro, di plastica spessa,
con dentro una quantità di foglietti ingialliti
scritti con la penna stilografica,
fogli in copia dattiloscritta, leggere veline,
che potrebbero facilmente sbriciolarsi al primo tocco
E ancora se ne stanno là,
in attesa d’una mia attenzione
e d’una faticosa decifrazione
che solo dalla devozione d'un paziente lettore
possono scaturire
E, ancora, indugio
Penso, a volte, che sarebbe bello
se potessi scrivere una storia
di papà e mamma,
anche una storia romanzata (e perché no?),
per quanto fondata su fatti reali
Ma ancora non riesco a trovare dentro di me
le forze per far ciò
Arriverà il tempo, se mai arriverà
E se invece non dovesse arrivare
questo possibile racconto rimarrà per sempre
ad aleggiare come un fantasma
nel paese delle storie mai scritte
in un universo di infinite storie
E loro, comunque, vivono là,
in questo territorio sconfinato,
là si incontrano,
si parlano,
si raccontano
e continuano a vivere,
ancorati al mondo reale attraverso me,
perché io sono il tramite della memoria
per quanto esile possa essere quel cordone ombelicale
che ancora a loro mi lega
Per questo cerco di scrivere e scrivere,
perché so che in questo modo lì faccio vivere,
ma soprattutto so anche che, scrivendo e lasciando una traccia scritta,
per quanto modesta essa possa essere
loro potranno vivere ancora,
quando sarà venuto il mio turno di entrare nel Mistero
per unirmi a loro
Per questo motivo, a volte, essi compaiono nei sogni
come se volessero dirmi o ricordarmi qualcosa
o semplicemente dirmi: Ricordati di noi!

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9 giugno 2022 4 09 /06 /giugno /2022 10:41
Il tratto di marciapiedi che ho ripulito dalle macerie post-mercatino rionale (foto di Maurizio Crispi)

Ho fatto la mia solita passeggiata con il mio cane e, dopo essermi dilettato all’interno di Villa Costa e del Roseto, sono risalito lentamente lungo il marciapiedi di via Brigata Verona.
Oltre che dalle aiuole incolte, sono stato sgradevolmente colpito dalla quantità di rifiuti post-mercatino del giorno prima (che solitamente si svolge di mercoledì) abbandonati sul marciapiedi e sotto. Siccome c’era un grande sacco nero dei rifiuti vuoto, pure abbandonato, spinto da un forte sentimento di indignazione, mi son messo a raccogliere quanto ho potuto: pezzi cartone, fogli pubblicitari, incarti e sacchetti di plastica, bottiglie di vetro e plastica.
Rapidamente ho colmato quasi del tutto quel grande sacco.
L’ho appoggiato ad un paletto, anzi ce l’ho agganciato per evitare che si rovesciasse. Mi chiedo quanti giorni rimarrà lì prima che gli operatori ecologici (alias spazzini, senza offesa) lo rimuovano.
In altre città italiane “civili” la pulizia al termine della giornata di lavoro è a carico degli stessi venditori che poi lasciano i sacchi della monnezza ordinatamente impilati e, a quel punto, subentra il servizio comunale per la loro rimozione e per la pulizia finale della sede stradale.
A Palermo che il nostro sindaco uscente definisce con prosopea città “europea” ciò non accade. I commercianti hanno facoltà di sporcare e di lasciare sporco. E poi gli spazzini non puliscono o, se lo fanno, lo fanno solo in maniera sommaria.
C’è da indignarsi.
Vorrei che il nuovo sindaco (siamo in dirittura di arrivo per le elezioni comunali) agisse concretamente per evitare simili scempi in un città che non è europea ma più degnamente inquadrabile in altri contesti, in cui sporcizia e degrado sono la norma.

 

Il sacco di monnezza raccolto da me medesimo (foto di Maurizio Crispi)

Un buon sindaco dovrebbe essere capace di occuparsi di cose concrete e di risolvere i problemi materiali, trovando soluzioni, correggendo malgoverni incancreniti.
Il "buon" amministratore di una città, dovrebbe avere le stesse attitudini di un buon padre di famiglia, insomma, utilizzando una formula definitoria che ritengo sempre valida, anche se, quando ne lessi la prima volta, mi fece un po' ridere.
Sarà mai possibile avere al governo della nostra città un simile personaggio che non sia alla mercé dei venti e dei litigi della politica e che sappia imporre con mano ferma e autorevole delle linee-guida e degli orientamenti etici al sottobosco amministrativo, vincendo il suo immobilismo e la sua insipienza?
Oppure saremo costretti a subire l'ennesimo personaggio che se ne starà arroccato nella stanza del suo Palazzo, senza alcun contatto reale con i cittadini e senza alcuna conoscenza delle loro esigenze?
Sono molto pessimista al riguardo, lo ammetto
Tuttavia penso che azioni come quella mia di oggi (e mi rendo conto che la mia - da sola - rimane solo una goccia nel mare) se raccolte e riverberate da altri, alla lunga, possano fare la differenza, poiché potrebbero rappresentare (ma solo attraverso la ripetizione e la condivisione) un antidoto all’indifferenza che attanaglia con il suo greve peso tutti quanti.

 

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8 giugno 2022 3 08 /06 /giugno /2022 09:45

Scritto nel 2018 e rimasto come bozza, lo lancio adesso, poichè conserva una sua piena attualità.

Foto di Rodion Kutsaev, da Unsplash

E' ormai osservazione comune il fatto che la maggior parte delle persone, di ogni età (e, ovviamente, soprattutto i giovani) siano costantemente connessi alla rete (wired, si potrebbe dire con un anglicismo). La rivoluzione, iniziata con la telefonia mobile e con l'ampia diffusione dei PC e della relativa connessione ad internet, è giunta al suo culmine con l'avvento degli smartphones, dei tablet, delle smartTV di ultima generazione.

Dovunque si vada, osservando le persone muoversi a piedi, in auto, sui mezzi pubblici, in attesa da qualche parte, sulle panchine, nei bar, al ristorante, al supermercato, si può vedere che lo sguardo di ciascuno è intento al display del proprio dispositivo smart. Tutti hanno in mano uno smart e lo tengono stretto tra le mani: la consultazione dello schermo dei dispositivi digitali portatili diventa compulsazione coatta.
Si rinuncia così in modo sempre più estensivo all'esplorazione del mondo con i propri sensi.

Il pollice e un altro dito corrono veloci sulla tastierina virtuale, i polpastrelli con gesti lievi ed eleganti fanno scorrere le immagini e le videate (l'azione dello "scrollare"; con il termine mutuato dall'Inglese "to scroll"), ogni tanto si sentono voci e note musicali che vengono fuori dai dispositivi, talaltra sono gli stessi utilizzatori che parlando, registrano e lanciano messaggi vocali. Gli sguardi sono profondamente immersi nei display, le dita ballano sul tastierino digitale e fanno scorrere le videate. C'è tutta una grazia in questi gesti, a volte, ma sono questi i gesti sterili di Narciso che sprofonda nella propria immagine riflessa in uno specchio d'acqua.

Gli sguardi di rado, mentre queste figure della modernità sono outdoor, vagano distratti come accadeva un tempo, quando c'era un buon margine di possibilità di incrociare quello del proprio vicino (e potenziale interlocutore) e così dare avvio - a partire proprio da quello sguardo scambiato e magari da un sorriso condiviso - ad una conversazione estemporanea dalla quale magari possa scaturire una conoscenza reciproca da quella occasionale durante un viaggio condiviso a quella che si concretizzi in una reciproca frequentazione.
E accade anche che questo essere nella rete oppure, attraverso la rete, essere in touch con questo e con quello, si finisca con il comunicare con il nostro prossimo "reale" con il quale condividiamo vicinanza e spazi, oppure cn il quale siamo seduti allo stesso tavolo anche se si è a poca o pochissima distanza dal nostro prossimo, attraverso la rete: il nostro prossimo, anche se fisicamente "prossimo" si fa lontano, irrangiugibile, etereo, e si tramuta in una serie di messaggi in codice binario: che sono poi testi, immagini, video.

Ho visto persone parlarsi al telefono mentre sono fiscamente distanti l'uno dall'altro non più di venti metri. Come anche, se c'è una comitiva di persone che arrivano in un lounge per condividere un aperitivo oppure al ristorante, si potrà osservare che tutti sono temporaneamente indisponibili per una conversazione "fisica", poiche sono intenti a controllare quanto accade nel mondo virtuale.

Quale è il senso di tutto questo? A fronte del poco che abbiamo conquistato con questi moderni dispositivi, qual'è il tanto che abbiamo perso forse per sempre, e con cui stiamo perdendo ogni consuetudine? Si potrebbe dire, citando una frase memorabile di un film recente (Don't Look Up), che "...avevamo tutto, e non lo sapevamo".

Siamo tutti collegati come le api in un alveare oppure le formiche in un formicaio: in entrambi i casi si tratta di specie che si organizzano come un unica grande entità in cui i singoli organismi si connettono tra loro attraverso segnali chimici o speciali ormoni secreti dalla regina madre del formicaio o dell'alveare.

Il singolo individuo in questi pluriorganismi non conta più, perchè può essere rimpiazzato da un altro simile, programmato per compiere un lavoro specifico.

Probabilmente in questo nuovo mondo ci si muove verso qualcosa di analogo: si è sempre più omologati nei comportamenti attraverso questo costante essere nella rete in cui il contatto con la realtà non avviene più per percezione diretta ma per rielaborazione di input provenienti dalla rete stessa: input che, a seconda dei casi, ricevuti passivamente ed acriticamente, possono condizionare o riformattare il modo di pensare, la visione del mondo, plasmando le azione degli individui.

Il display di qualsivoglia dispositivo smart è diventato a tutti gli effetti una nostra estensione protesica.
Il prossimo step sarà quello di averlo impiantato direttamente nel corpo, con una connessione nel nervo ottico che consenta di visualizzare tutti i contenuti e di interagira: una sorta di fibra ottica bio 3.0. D'altra parte, sono già disponibili nel commercio i cosiddetti "occhiali smart" o smartglasses che consentono di fare riprese video, di fotografare, oppure di connettersi in rete osservando i contenuti desiderati in una porzione periferica del campo visivo.
Questi aspetti sono colti da romanzi e da film che - in quanto esempi di "fantascienza apocalittica" -  denunciano i rischi impliciti nello sviluppo di queste tecnologie digitali.
E qual'è è il rischio maggiore? Soprattutto quello  di andare incontro ad progressiva atrofizzazione della capacità di venire in relazione direttamente con altri esseri umani e di poter sostenere un'interazione vera che comporti il contatto oculare e lo scambio (nonchè la gestione) delle emozioni.
In secondo luogo, vi è implicito il rischio che tutti gli utilizzatori delle tecnologie digitali possano essere controllati da "gestori", attraverso attraverso la diffusione di messaggi che possano sincronizzare le menti dei ricettori e condizionarne il funzionamento e le scelte, con una forte limitazione della "libertà" di autodeterminazione.
Sino ad ipotizzare dei mondi futuri in cui la vita "vera" si svolge in fittizzi mondi virtuali, mentre nella realtà fisica stanno dei corpi che devono essere soltanto nutriti: e, dunque, la realtà fisica diventa soltanto il luogo al quale si deve ogni tanto tornare per mantenere il proprio corpo: il romanzo Ready Player One (dal quale Ridley Scott ha tratto l'omonimo film) è un ottimo esempio di questo trend.

 

Cell, locandina del film

Particolarmente pertinente con queste tematiche è Cell, un romanzo di  Stephen King, edito in Italia da Sperling & Kupfer nel marzo 2006, con la traduzione di Tullio Dobner, di genere horror , nella declinazione fantascientifica post-apocalittica.

Dal romanzo è stato tratto un film omonimo del 2016 per la regia di Tod Williams, con Stephen King accreditato come coautore della sceneggiatura.

Dopo la pubblicazione del settimo e ultimo romanzo del ciclo La torre nera, King aveva annunciato in alcune interviste e nel proprio sito web l'intendimento di non dare più alle stampe alcun nuovo romanzo, convinto di essere caduto vittima di un momento di scarsa ispirazione creativa, alla luce di una evidente tendenza a riproporre nei romanzi più recenti argomenti e sviluppi narrativi già presenti in opere giovanili.

Tuttavia, dopo un periodo relativamente breve di silenzio, lo scrittore del Maine ha dato alle stampe, nel giro di pochi mesi, Colorado Kid, un racconto di mystery, e agli inizi del 2006 questo corposo e complesso romanzo di fantascienza apocalittica Cell.

Un misterioso segnale elettronico, di origine sconosciuta, diramato attraverso i telefoni cellulari di tutto il mondo, penetra nella mente degli utenti con l'effetto di devastare, in un solo istante, l'intero raziocinio e di ridurre larga parte della popolazione della Terra in condizioni animalesche, vittima di istinti primordiali. Alcuni sopravvissuti all'effetto dell'Impulso tentano di trovare un modo per riorganizzarsi e sottrarsi alla barbarie e alla feroce follia dei "telepazzi" (detti nella seconda parte anche "cellulati": il termine originale è phonecrazies), ovvero delle vittime del devastante segnale telefonico.

Clay Riddell, ex disegnatore di fumetti, è tra coloro che disdegna l'uso dei cellulari, e questa sua abitudine lo sottrae al potente messaggio distruttivo. Mentre si trova per lavoro a Boston, Clay riesce a salvarsi dalle prime violente aggressioni dei suoi nuovi pericolosi abitanti e si mette in cammino per fare ritorno a casa, nel lontano Maine, dove spera di ritrovare sani e salvi la moglie Sharon e il figlioletto Johnny. Strada facendo si raccolgono intorno a lui alcuni altri superstiti, che divengono la sua nuova famiglia: Tom, un omosessuale di mezza età, garbato e riflessivo; Alice, una ragazza di soli quindici anni che, superato lo shock di aver visto impazzire la madre, diventa la leader inconfessata del gruppo; e infine Jordan, un ragazzino dodicenne, che - per un po' - ha dato assistenza all'anziano preside della sua scuola, prima di vederlo cadere vittima della barbarie dei "cellulati".

Le intuizioni dei due membri più giovani della squadra si rivelano fondate e consentono, un po' alla volta, di sciogliere alcuni degli enigmi conseguenti all'incidente che ha distrutto il mondo civile e di anticipare i possibili scenari futuri che attendono l'umanità.

Nonostante lo spirito d'iniziativa del gruppo, il viaggio verso la casa di Clay si trasforma in uno scontro sempre più drammatico e pericoloso, in cui le più oscure premonizioni di morte non esitano a tradursi da eventi di portata tragica e sconvolgente a un vero incubo a occhi aperti.

Gli esseri umani colpiti dall'Impulso, in poco tempo, sviluppano una costante metamorfosi psichica, che li trasforma in creature dotate di poteri telepatici e di una spaventosa volontà collettiva, assetata di vendetta. Clay e i suoi amici, colpevoli di aver eliminato con un attentato incendiario un'intera moltitudine di "telepazzi", diventano reietti e vengono condannati a un'esecuzione esemplare da parte dei loro avversari, che li braccano ovunque.

Intanto, nel percorso verso casa, Clay scopre che suo figlio Johnny è ancora vivo, ma che è stato forzatamente sottoposto agli effetti devastanti dell'Impulso telefonico. Alice, la giovane amica di Clay, viene uccisa da un gruppo di vandali. Dopo un apocalittico confronto finale con la comunità dei "telepazzi" (che per via della loro demenza e dell'incapacità a sostentarsi sono comunque destinati a estinguersi in poco tempo), Tom e Jordan si separano da Clay, che in questo modo riesce a ritrovare il suo bambino e tenta a modo suo di guarirlo dalla follia. I tre amici si lasciano con la promessa di ritrovarsi, se il loro destino lo permetterà, cosa che la conclusione del romanzo non rivela.

L'8 marzo 2006, Ain't It Cool News ha annunciato che la Dimension Films aveva acquistato i diritti cinematografici del libro con lo scopo di produrne un film che sarebbe stato diretto da Eli Roth (Hostel, Cabin Fever) per un'uscita nel 2009.

Il progetto è stato ripreso ed è stato realizzato nel 2015, con uscita prevista negli USA l'8 luglio 2016. Il film è stato interpretato da Samuel L. Jackson nel ruolo di Tom McCourt e John Cusack in quello di Clay Riddell.

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2 giugno 2022 4 02 /06 /giugno /2022 13:21
Rudere e filo spinato (Carini) - foto di Maurizio Crispi

Ci sono prigioni in cui vieni rinchiuso
e ce ne sono altre in cui ti ci chiudi da solo
e, dopo aver fatto ciò, butti via la chiave

 

Vivo da recluso,
chiuso nelle mie abitudini
in cui tutto è ridotto all’essenziale
Come ho scritto altrove,
con i libri posso viaggiare
e andare dovunque io voglia
Idem con i film,
girovagando nelle piattaforme
posso viaggiare nel tempo e nello spazio

 

Con libri e film posso vivere molte vite,
molte altre vite virtuali le posso rivivere
percorrendo i miei diari digitali
dai quali - di tanto in tanto -
riaffiorano memorie ed eventi straordinari
che ho vissuto
o di cui sono stato testimone

 

Cosa si può voler di più?

Poi c’è il Cane Fedele che, con me,
vive le stesse reclusioni

Mai mostrare al Recluso le sue Prigioni
e le sue miserie
Lui, messo alle strette, negherà sempre
la sua condizione di coatto
Lui risponderà sempre d'essere Libero

 

Ci sono sogni che non realizzerò mai
Lo so!
Se ne stanno nel cassetto
Prima o poi li butterò via
oppure ce li lascerò
per esaminarli ogni tanto
o per rigirarmeli tra le dita
come giocattoli rotti


In fondo, il Recluso
ha imparato a vivere
senza memoria e senza desiderio,
eppure non rinuncia mai
alla sua intima e profonda natura
di vagabondo delle stelle
ed è questo che lo salva
Ma se arriva qualcuno
e al Recluso dice: Ecco, tu sei così e così!
ecco che il mondo perfetto in cui vive
si frantuma e va in pezzi
L’amore per il claustrum
si trasforma nel suo opposto,
l’aria si fa stretta
le pareti della sua prigione mentale
si rinchiudono su di lui
includendolo come in un bozzolo
(o in una più inquitante camicia di forza),
schiacciandolo


È notte
l’aria è fresca e avrei bisogno d’una berretta di lana
per tenere al caldo i miei pensieri
Ci sono voci di conversazioni dalla strada,
Gente che tira tardi
Gabbiani che si agitano e emettono strani suoni
dai loro alloggi in cima ai palazzi
Gatti che duettano


Lo scenario della notte é quello
che più si addice al Recluso,
poiché allora gli riesce meglio essere vagabondo delle stelle
che non ha mai bisogno
di vie di fuga di emergenza e di salvamento


Poi, ci sono le strade deserte dell’Alba
e l’oro del primo mattino
che filtra tra i rami e la verzura
e li si può assaporare
la libertà del cammino
andare
fermarsi
osservare
ascoltare
annusare

 

E si può sperimentare la gioia
di essere a casa
nel proprio luogo
quello che ci è riservato da sempre

dormiente in panchina (foto ideata da Maurizio Crispi)

 

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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