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19 dicembre 2017 2 19 /12 /dicembre /2017 07:44
Barriere (foto di Maurizio Crispi)

(Maurizio Crispi) Certe cose, certi scorci, certi dettagli sono lì proprio per farsi fotografare.
Se hai la macchina in mano, ti viene naturale farlo.
Quasi che quel pezzo di realtà ti obbligasse a riprenderlo.
Perchè ciò accade?
Forse, perchè ha - in sé inscritta - una storia.
Una storia - o molte storie - che esistegià da prima oppure che si attiva nel momento dell'incontro tra quel pezzo di reale e il potenziale fotografo.
Infatti, se per caso non hai la macchina fotografica con te, registri quell'immagine nella tua mente e te la porti a casa.
Poi, sicuramente ne scriverai, raccontandoci su una storia.
Ognuno da quello stesso dettaglio (o anche può trattarsi di una veduta più ampia) può raccontare una diversa storia.
In ciò consiste il dinamismo dell'incontro che genera, variando i termini, racconti diversi e non sovrapponibili. E, ovviamente, le storie che le stesse immagini fotografate da operatori diversi divergono per via delle scelte di taglio scelte, per caso o per necessità, dal singolo fotografo. O per gusto personale.
Ma c'è da dire che il più delle volte il fotografo è condotto quasi da quel dettagli, volente o nolente, a decidere un certo taglio, perchè in quel modo lui (o lei) vede già una storia latente che grida per essere cantata.
L'avere la macchina fotografica in mano conferisce un potere, che è quello di poter generare storie, anche se senza l'uso delle parole, storie contenute in immagini di grande respiro oppure (ancora più intrigante, questo) in singoli dettagli, estrapolati da un contesto.

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15 dicembre 2017 5 15 /12 /dicembre /2017 17:48
Cose che succedono a Palermo. Scarpa e pancale, un monumento all'opposto dell'impermanenza

(Maurizio Crispi) Palermo, via Francesco Paolo di Blasi, zona residenziale.
Da mesi ormai, sul marciapiedi opposto al Cinema Lux, quasi in prossimità di Viale della Libertà, si può notare un buco profondo, del diametro di circa 50 cm, che si apre in una sottostante cavità che, evidentemente è connessa con sistema delle acque di scolo provenienti dal manto stradale.
Ad una profondità di circa 80 centimetri si nota appunto dell'acqua torbida e limacciosa, dalla quale  a seconda dei giorni - emana un delizioso odore di putredine che ammorba l'aria.
Ovviamente, grave è il pericolo per i passanti distratti, ma soprattutto per i bimbi curiosi che, sfuggendo momentaneamente alla sorveglianza di genitori e altri adulti responsabili, potrebbero cascarvi dentro e farsi male seriamente.

E' arrivato lo scarpanauta (foto di Maurizio Crispi)

Qualcuno, nel corso del tempo, ha pensato di mettere attorno alla cavità delle risibili transenne, a segnalare il pericolo, delimitando un'area di circa un metro di lato, con in più qualche striminzita stringa di nastro segnaletico rossobianco, più che altro a mo' di decorazone natalizia.
Qualcun altro, per maggiore sicurezza, ha ritenuto utile coprire il buco prima con un pezzo di cartone da imballaggio e, successivamente, dando la parvenza di un tombino improvvisato, vi ha collocato un pancale di ignota provenienza.
In seguito, qualcun aaltro ha stipato la cavità sottostante al pancale di carta e cartone.
Sembra che gli abitanti della via e i gestori degli esercizi commerciali abbiano più volte fatta richiesta di un sollecito intervento di sanatoria agli enti preposti. ma sinora nulla è stato fatto.
Sembra che tutto sia stato rimandato alle calende greche... in attesa di che? Che qualcuno si faccia male, forse? Che un bambino ci caschi dentro malamente, che si ferisca o magari aneghi nell'acqua putrida (e si sa che un bambino può annegare in pochi centimetri d'acqua soltanto).
Si configura un'omissione di intervento davvero tragica e colpevole.
A volte, si trova tuttavia il modo di ironizzare per smorzare l'impatto dell'assurdo e della violenza quotidiana: Benigni docet nel suo premiato film "La vita è bella".
Tempo addietro sempre in quel tratto di strada è atterrata - non si sa come - una scarpa erratica che, anch'essa, è rimasta a giacere, quasi fissata in una dimensione di fuggevole ed impermanente eternità, in applicazione del dogma nostrano che, quanto più una cosa è provvisoria, tanto più si radica e diviene stabile e permanente.
Data la contiguità di scarpa e cavità perniciosa protetta dal precario pancale, qualcuno - dopo un po' - ha avuto una geniale idea.
Ha preso quella scarpa e l'ha collocata esattamente al centro del pancale che si pone come provvisoria barriera - o porta - al mondo sotterraneo di Palermo, forse a quello dei Beati Paoli.
La scarpa su pancale evoca più cose, a partire dallo sciogli
lingua celebre. "Sopra la panca..."...
Potrebbe trattarsi della scarpa residua di qualcuno che, essendo finito sotto il pancale è crepato, appunto: ominoso segno, poiché una scarpa sparagia abbandonata per strada è sempre evocatrice di luttuosi e ferali eventi.

 

Scarpa erratica (foto di Maurizio Crispi)

Ma, nello stesso tempo, quella scarpa che si impone al pancale, come nel gioco di rincari e rinforzi che si apprezza nei canti cumulativi (mi viene in mente "Alla Fiera dell'Est" di Branduardi), evoca il segno di un potere che incombre e che, nello stesso tempo,si può consentire di essere assente - un tallone di ferro londoniano - e con la sua presenza evoca l'Ente assente che avrebbe dovuto emendare le cose guaste, ma che non l'ha ancora fatto.
Viviamo d'altronde in un'epoca in cui un singolo cittadino in presenza di un qualsivoglia problema non si può attivare e provvedere da sè, anche facendo ricorso alle sue abilità artigianali e di piccolo bric-à-brac. Ci si aspetta sempre sempre che sia qualcun altro a risolverlo e ci si pone, tutti, in una posizione di dipendenza dell'ineffabile Wolf (si veda Pulp Story di Tarantino), cioè di colui o di coloro che hanno l'esimia funzione di risolvere i problemi. In passato, invece sentieri e vie di comunicazioni, tanto per fare un esempio, erano di competenza di tutti coloro che vi transitavano: se io viandante trovavo una pietra fuori posto o un ramo caduto di traverso provvedevo personalmente. La viabilità, attenendoci a questo specifico esempio, era dunque un problema di tutta la comunità. Oggi, invece no. Bisogna sempre attendere l'intervento del deus ex machina che si attivi con interventi risolutori.
Sono peraltro sicuro - qui lo dico e qui lo nego - che, se il buco nel marciapiedi fosse stato nella poco distante Via Principe di Paternò ov'è ubicata l'abitazione del nostro Sindaco, il danno sarebbe stato immantinente riparato.
Ho scritto questa nota, nella speranza che qualcuno di buona volontà possa provvedere sollecitamente e faccia sparire sia buco sia scarpa, ripristinando una normale impermanenza e sottolineando che è possibile seguire la nobile via dell'emendamento delle cose guaste.

 

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24 agosto 2017 4 24 /08 /agosto /2017 09:42
La Panchina privata e i due viandanti-lettori

Una panchina viene proclamata, a chiare lettere blu, come "proprietà privata"...
Ma chi sarà colui che ne rivendica la proprietà a chiare lettere blu?
A meno che non sia la panchina stessa a rivendicare la proprietà di se stessa, affermando così con forza la propria mission che è quella di accogliere su di sè chiunque voglia sedercisi...
Un giorno, due - dopo aver a lungo vagabondato lungo i viali della villa, all'alba deserti - hanno scelto proprio quella "panchina privata" per sedercisi. Sembravano dei viaggiatori, piuttosto che degli abitanti della posto: entrambi portavano sulle spalle un piccolo zaino e, anche se ciò potrebbe non significare nulla, sì, avevano un aspetto da stranieri. Una coppia.
Molto meticolosamente hanno sistemato sulla panca di pietra un asciugamo ripiegato con il quale hanno parzialmente ricoperto la scritta e, e quindi, si sono seduti comodi, con gli zaini ai loro piedi, ma vicini stretti, esprimendo in ciò confortevolezza come due piselli nella culla avvolgente del loro baccello. Si sono seduti volgendo le spalle al sole che lanciava sugli alberi e gli arbusti e sull'erbetta verde i suoi primi raggi obliqui. Dopo aver rovistato nei rispettivi zaini, hanno tirato fuori dei libricini (misteriosi ed alchemici, mi verrebbe da dire) e hanno cominciato a leggere assorti, tenendosi sempre accosti, ma nello stesso separati nel silenzio della lettura.
Li ho lasciati, così, assorti in quella lettura condivisa.
E ho proseguito il mio cammino, come sempre calato nell'identità di passer-by che avvista e osserva, ma che poi si lascia alle spalle cose, eventi e relazioni perchè il mondo deve continuare a svolgersi sotto i suoi piedi.
Ma l'immagine dei due seduti su quella panchina a leggere tranquilli gomito a gomito è tornata a visitarmi più volte.
Perchè hanno scelto proprio quella panchina "privata" - mi sono chiesto?
Ma forse, proprio per via della scritta: in fondo, non abbiamo considerato una terza ipotesi a proprosito delle funzioni della panchina: se la panchina è un luogo pubblico, adibito alla sosta e alla condivisione, è nello stesso tempo uno spazio privato, in cui chi ci si siede si colloca in una dimensione atemporale - del tutto sua - dalla quale può osservare ciò che accade al mondo che fugge in avanti - o che resta indietro - e privato, una sua (o loro) bolla privata in cui si può fare tutto ciò che ci piace o semplicemente stare senza fare, solo andando verso se stessi.

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20 luglio 2017 4 20 /07 /luglio /2017 09:39
Mark Forsyth, L'ignoto ignoto. Le librerie e il piacere di non trovare quello che cercavi, Laterza Editore, 2017

(Maurizio Crispi) Scartabellando in libreria, dopo alcune scelte canoniche, la mia attenzione è stata attratta da un minuscolo libretto, tecnicamente un "pamphlet", poche pagine soltanto, ma dense, con una copertina minimalista, sia nei colori sia nelle geometrie, e dal titolo intrigante. Si tratta di L'ignoto ignoto. Le librerie e il piacere di non trovare quello che non cercavi, un fuori collana dell'Editore Laterza (2017), di Mark Forsyth, giornalista e blogger, autore di diversi bestseller sull'origine e sul significato delle parole della lingua inglese.
Feeling immediato e l'ho preso.
S'è trattato di una piacevole sorpresa: subito letto! Uno di quei libri minuscoli che ti fanno riflettere e che rinfolocano la passione per la lettura.
Mark Forsith ci spiega a partire da una dichiarazione di Donald Rumsfeld, noto personaggio politico USA e titolare sotto l'ammininistrazione Ford e poi Bush di una delle più alte cariche dello Stato, il concetto di "Ignoto ignoto" e tilizza a questo riguardo una serie di esempi che ci aiutino a comprendere meglio.
Cos'è l'ignoto ignoto? E' ciò di cui non conosciamo l'esistenza e che quindi, a tutti gli effetti, per noi non esiste.
In altri termini, c'è una netta differenza tra l'ignoto "conosciuto" e il doppiamente ignoto.
Ci sono dei classici di cui sappiamo, ma che non abbiamo mai letto (e pertanto sappiamo di non averli letti).  E questa tipologia di libri appartiene senz'altro alla categoria dell'ignoto conosciuto.
Ma ci sono dei libri (questo ragionamento si può estendere al mondo delle cose, alla geografia etc) di cui non sappiamo l'esistenza: questi libri per noi non esistono (anche se da qualche parte ce ne sono copie cartacee). I confini dell'ignoto ignoto sono infinitamente estesi: qual'è la scommessa a cui puntare? Ma quella di erodere i confini dell'ignoto ignoto.
Come fare? Scartabellando nelle librerie, è certamente un modo.
Oppure leggere dei libri che contengono dei rimandi bibliografici e scoprire così che esistono dei libri di cui non supponevamo l'esistenza e che potrebbero interessarci.
La cultura letteraria di una persona si misura così attraverso il passaggio continuo di oggetti dal mondo esteso dell'ignoto ignoto a quello dell'ignoto conosciuto e da questo al mondo di ciò che è conosciuto (e dal punto di vista del pensiero, travasato, assorbito, metabolizzato).
In fondo, il rimando di Forsith è alla metafora della sconfinata Biblioteca di Babele borgesiana.
La condizione principale è quella di muoversi nel mondo della lettura con curiosità e animati dalla costante ricerca del senso della meraviglia e del novum, solo così ci si potrà imbattere continuamente in nuove "pepite".
Il lettore deve sapersi arrendere, tra l'altro, a ciò che "non cercava". In fondo, quando si cerca, si cerca ciò che già si conosce e che rientra in schemi di pensiero predeterminati e precostituiti e quindi, così facendo, si scopre ben poco. Altri parleberebbero, forse, di "serendipity", quando nel cercare qualcosa che fa parte di una "quest" consapevole (e pertanto dentro un certo schema cognitivo), se ne scopre un'altra che apre la via ad un territorio mai prima battuto.
Invece, bisogna sapere andare alla ricerca di ciò che non si conosce, di ciò che è fuori dagli schemi, e per far ciò bisogna continuamente uscire dal sentiero più volte percorso, con la mente aperta e pronta a cogliere le "anomalie".
E' stato lo stesso editore Giuseppe Laterza a scoprire questo pamphlet, ad innamorarsene e a tradurlo personalmente. «Sono le tante diverse intelligenze dei librai, le tante multiformi passioni di ciascuno di loro a rendere plurale il mercato editoriale. - afferma Giuseppe Laterza nella sua prefazione -Una ricchezza inaspettata, direbbe Forsyth: un patrimonio da scoprire ogni volta che attraversiamo la soglia di una libreria».
La lettura del breve testo di Forsith è davvero affascinante.
Ed ecco un estratto del pamphlet che Mark Forsyth, giornalista e blogger, ha scritto per l'Independent Booksellers Week.

 

Devo a Donald Rumsfeld la maggior parte delle mie opinioni sulle librerie.
In caso ve lo siate dimenticato – o non lo abbiate mai saputo –, Donald Rumsfeld è stato segretario alla Difesa con l’amministrazione di Gerald Ford e poi con quella di George Bush junior. Spesso viene accusato, in maniera piuttosto ridicola, di aver promosso guerre inutili, di credersi al di sopra delle leggi internazionali e di essere più interessato all’origami che alla vita umana. Ma non è solo questo che lui ed io abbiamo in comune. Ciò che ci lega veramente è l’opinione sulla necessità delle librerie.
Ci sono cose che sappiamo di sapere. Ci sono cose che sappiamo di non sapere. Ma c’è anche l’ignoto ignoto, cioè le cose che non sappiamo di non sapere.
Per ragioni che non capirò mai, c’è gente che di fronte a frasi come queste resta perplessa. Anzi, le ridicolizza. È persino successo che nel 2003, nell’ambito della “Campagna per una lingua inglese chiara e semplice”, a Rumsfeld fosse assegnato il Premio “Foot in Mouth” (ovvero “Gaffe”) per la frase più sconcertante pronunciata da un personaggio pubblico. Ma in realtà quella frase è tutt’altro che sconcertante. Io so che Parigi è la capitale della Francia, ma la cosa più importante è che so di sapere che è la capitale della Francia. Io so di non sapere qual è la capitale dell’Azerbaigian, pur essendo certo che ce n’è una. È il tipo di cosa che devo controllare. Ma io non so... e qui la faccenda si complica. Tu non sai qual è la capitale dell’Erewhon, perché non sospetti neppure lontanamente l’esistenza di un Paese chiamato “Erewhon” e dunque non ti rendi conto di questo buco nelle tue conoscenze. Non sai di non sapere.
Per i libri funziona esattamente allo stesso modo. So di aver letto Grandi speranze: questa è – per così dire – una ‘conoscenza nota’. E so di non aver letto Guerra e pace: e questa è per me una ‘non conoscenza nota’ (e tale rimarrà, sempreché non mi capiti di finire in carcere per un bel po’ di tempo).
Ma ci sono anche libri di cui non ho mai sentito parlare; e, non avendone mai sentito parlare, non mi rendo neppure conto di non aver letto. Mi piacerebbe citare almeno uno di questi libri, farvi qualche esempio; ma... capirete... non posso farlo perché non ne ho mai sentito parlare. Tolstoj, Stendhal, Cervantes: questi signori mi seguono ovunque. Li trovo negli angoli più nascosti che mi guardano a sopracciglio alzato in segno di disapprovazione. E questo semplicemente perché non mi è mai capitato di leggere i loro maledetti mattoni di migliaia di pagine sulle grandi questioni nazionali che attraversano i secoli e che non saprei neanche come definire. Non m’importa. Per la verità, ogni tanto me ne importa, altre volte invece ricordo di essere un lettore lento come una lumaca e che proprio dietro l’angolo c’è un pub. E allora dico “va’ a farti benedire, Tolstoj”, e lo dico con piena coscienza della sua enorme reputazione (e barba).
Ma gli altri? Dove sono? Chi sono? Non ne ho la minima idea. Magari sono a una festa nell’appartamento qui accanto. Il tipo di festa ideale, con ottimi vini e donne meravigliose. Ma io non sono stato invitato. Certo, non posso rimproverarli. Non ci siamo mai conosciuti. E non posso cercarli, visto che non ne conosco neppure i nomi. Sono degli ignoti ignoti, e non posso struggermi dal desiderio di incontrarli, considerata la mia doppia ignoranza.
Ed eccoci appunto alla libreria: perché, nonostante la leggenda metropolitana per cui il signor Rumsfeld parlava delle armi mesopotamiche, è abbastanza ovvio che si riferisse ai modi di acquisto di un libro. Capita a volte di essere fraintesi.
Ci sono – come lui diceva – tre tipi di libri: quelli che hai letto; quelli che sai di non aver letto (come Guerra e pace); e gli altri: i libri che non sai di non conoscere.
Non hai bisogno di comprare quelli che hai già letto. Probabilmente ne hai comprata (o rubacchiata) una copia, prima di leggerli. I libri famosi che non hai letto – quelli che sai di non conoscere – li puoi avere facilmente: li trovi su internet. Digiti Guerra e pace e qualunque sito commerciale ti dirà che lo ha disponibile a prezzi vantaggiosi, facendotelo recapitare a casa prima di cena da un simpatico giovanotto.
Immagino che a questo punto dovrei mettermi a criticare questo nostro tempo in cui si è perso il contatto umano e il mondo sta andando a rotoli. Ma proprio non ce la faccio. Internet è troppo comodo. Forse la vita era più sana quando tutto si faceva di persona. Ma ci voleva anche molto più tempo. E poi si tratta di una falsa nostalgia che è sempre esistita. Quando apparvero i primi libri in brossura c’era chi li detestava. E ho il sospetto che ai tempi in cui Gutenberg inventò la stampa nel XV secolo i monasteri fossero zeppi di monaci che si lamentavano perché la Bibbia stampata mancava del tocco umano. Probabilmente, se tornassimo indietro al 3000 avanti Cristo incontreremmo un egizio che si lagna perché i geroglifici sono stati brutalmente soppiantati dalla nuova moda della scrittura ieratica. Non c’è mai fine.
Il mondo va avanti e di un sacco di cose perdiamo le tracce, dai motori a scoppio alle videocassette al vaiolo. Possiamo pure strepitare, ma in realtà non vorremmo affatto che tornassero. Internet è un’invenzione meravigliosa e non scomparirà. Se sai cosa vuoi, internet te lo trova. La mia tesi, quella intorno a cui gira tutta la mia argomentazione, è che ottenere quello che già sapevi di volere non è sufficiente. Le cose migliori sono quelle di cui non conoscevi l’esistenza fino al momento in cui non le hai avute.
Internet accoglie i tuoi desideri e te li risputa addosso, soddisfatti. Fai la ricerca, inserisci le parole che già conosci, le cose che già avevi in mente e la Rete ti restituisce un libro, un’immagine, una voce di Wikipedia. Ma questo è tutto. Le cose che non sai di non sapere le trovi altrove.

Editore Laterza

L'ignoto ignoto. Il piacere e l'eccitazione di trovare quello che non stavi cercando

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23 giugno 2017 5 23 /06 /giugno /2017 16:45
(foto di Maurizio Crispi)

(foto di Maurizio Crispi)

E' un giorno afoso,
ma vibrante di vento

Nella calura abbacinante del primo meriggio
Un piccione giace privo di vita

sulla nuda terra
rossastra polverosa
in una chiazza di densa ombra

E' scomposto il piccione
caduto o forse avvelenato

Dall'albero sovrastante un piccione
si leva in volo

Planando, atterra con precisione
accanto al compagno morto
ci si muove attorno
inscenando una danza apotropaica
spinge la carcassa con la testa
torna a girargli attorno
Infine si ferma vigile,
a far da sentinella

Poi, dopo un po',
avendo adempito il rito funebre, vola via
emettendo indecifrabili richiami
per fermarsi su di un ramo in alto,
ma a poca distanza

In questo giorno vibrante di vento,
ma di totale solitudine,
la scena è stata in sé un piccolo miracolo:
piena di sentimento,
ma anche celebrazione di un lutto
e rappresentazione consolatoria
di una sua possibile elaborazione

Un essere vivente (e senziente)
non è morto da solo
e un'altra creatura congenere,
In maniera puramente istintiva,
ha avvertito una mancanza
e avrebbe voluto annullarne l'ineluttabilità
E già l'aver tentato un'impossibile
rianimazione è tanto
Semplice antropomorfismo?
Forse no: nelle cose c'è sempre più Mistero
di quanto non si possa immaginare

Il parco è totalmente deserto,
se non per qualche figuretta lontana
che si muove come fantasma
lungo i viali calcinati dal sole
Ma nuvole di polvere si alzano
e le inghiottono

Ombre presto saremo

 

The grievious pigeon - Il piccione in lutto
The grievious pigeon - Il piccione in lutto
The grievious pigeon - Il piccione in lutto
The grievious pigeon - Il piccione in lutto

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31 maggio 2017 3 31 /05 /maggio /2017 08:31

Santa Rita da Cascia(Maurizio Crispi) Possiedo indubbiamente un forma di religiosità laica e non confessionale che mi spinge a raccogliere da terra le immaginette sacre nelle quali mi imbatto.
Capita sovente di incontrarne buttate sui marciapiedi e sull'asfalto. La maggior parte delle persone passano avanti, calpestandole. Forse (e lo dico qui a loro discarico) non se ne accorgono nemmeno.
Io, invece, cammino dando sempre un'occhiata in giro e davanti a me, senza alcuna intenzionalità con lo stato d'animo del cercatore che cerca senza alcuna intenzionalità consapevole. Ed è così che trovo le cose più disparate, talvolta anche preziose (orologini da polso, braccialetti, orecchini spaiati).
Se vedo un santino più volte calpestato, lo raccolgo quasi con sentimento devozionale, lo alliscio, lo spolvero e lo porto a casa: qui, lo inserisco in un grande album a tasche trasparenti dedicato alle immagini sacre. Alcuni li infilo tra le pagine di un libro che sto leggendo al momento. Altri li metto nel portafoglio.

Come mi gira, insomma. Ma sempre questi santini li salvo dal loro martirio "pedonale".
Mi sembrerebbe quasi sacrilego lasciare queste immaginette sacre (figura sul davanti, preghiera sul retro) abbandonate sulla pubblica via: e questo è certamente uno dei modi in cui io vivo la mia religiosità laica e selvaggia, del tutto aconfessionale.
In questi tempi di campagna elettorale, c'è profusione di ben altri santini, abbandonati per le strade.
Quelli che recano le facce dei "candidati", volti fissate in uno sberleffo sorridente, occhi freddi, sorriso di circostanza: questi li calpesto volentieri e con piacere. Se il mio cane fa la cacca, non disdegno di prenderli e di usarli con sottile piacere per nettare il marciapiedi dalla merda del mio cane, che il più delle volte è molto più pregiata di quelle facce ipocrite e false, fasulle e laide.
Non per nulla, d'altronde, tali figurine di propaganda vengono sparse a piene mani proprio per terra, l'unico posto degno per accoglierle.

Santa Rita da Cascia, da me salvata dal suo martirio pedonale... Le irregolarità sulla superficie dell'immagine sacra sono state causate dal ripetuto calpestio da parte di passanti disattenti.

Santa Rita da Cascia, da me salvata dal suo martirio pedonale... Le irregolarità sulla superficie dell'immagine sacra sono state causate dal ripetuto calpestio da parte di passanti disattenti.

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16 maggio 2017 2 16 /05 /maggio /2017 21:11
Pinocchio e le bugie, ma al contrario: Non dire le bugie, Babbo!

Nel mio immaginario, plasmato dalle storie che ho assorbito nell'infanzia, quando qualcuno dice le bugie, gli cresce il naso come a Pinocchio e non sempre poi arriva la Fata Turchina a ridimensionare quel naso smisurato, cresciuto come un albero con rami e foglie e perfino uccelletti che vi fanno il nido, dietro la promessa "Non lo faccio più"...
Chi ha mentito puntualmente ci ricasca. E per usare un altro modo di dire le bugie hanno le gambe corte e il bugiardo non va mai troppo lontano senza essere smascherato.
Per il bugiardo inveterato, non sempre tuttavia c'è una redenzione possibile come nella storia edificante del burattino di legno che, attraverso un duro apprendistato e molte monellerie, finisce per diventare un bambino "perbene".
Il dialogo telefonico intercettato (e divulgato nella stampa) tra il nostro Matteo e il padre Tiziano farebbe tanto pensare ad un dialogo collodiano, specie per quel toscanismo che risalta nel fraseggiare di Matteo indirizzato al padre: "Babbo, hai detto bugie?"; oppure nella variante in tono esortativo: "Non dire bugie, babbo!".
Assistiamo ad un capovolgimento radicale rispetto al racconto di Collodi, in cui è Pinocchio a dire le bugie e sono Geppetto, il Padre, oppure la Fata Turchina (la Madre) o il Grillo Parlante (la Voce della Coscienza) ad esortarlo a non dirne, perchè "dire le bugie porta ad un'infinità di guai".
Ma qui siamo immersi sino in fondo in una commedia degli errori e dei falsi indizi.
Chi sarà poi a dire le bugie? E colui che esorta il babbo a non dire le bugie, avrà la coscienza limpida e cristallina per quanto riguarda il non dire le bugie?
E che senso avrebbe questa telefonata, fatta in una situazione in cui, date le premesse, avrebbe potuto essere facilmente intuibile anche da parte dei più sprovveduti che quel telefono fosse sotto controllo?
Molti gli interrogativi, poche le risposte, ma rimane in fondo tutto molto divertente ed ironico, grazie all'uso di quel toscanismo "babbo"...

 

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16 maggio 2017 2 16 /05 /maggio /2017 18:00
Dovere civico e feci da asporto: piglia, incarta e porta a casa

Uscire con il proprio cane a passeggio comporta il dovere civico di rimuovere le sue inevitabili deiezioni ( a meno che lui/lei non abbia già provveduto a liberarsi dentro casa, magari su di un tappeto pregiato).
A tal uopo, svolgono una funzione davvero encomiabile le numerose cartacce di "pubblicità condominiali" che arricchiscono (anzi stipano) gli appositi contenitori all'entrata delle nostre dimore.

Uscendo per la rituale passeggiata con il nostro amico a quattro zampe, conviene sempre arraffarne una, giusto per non essere sprovvisti in caso di bisogno (o, per dirla in altri termini, al manifestarsi di "quell'ineludibile bisogno") di un prezioso strumento di rimozione del malfatto.
Ma se si dimentica il foglio della pubblicità condominiale, poco male, la strada è provvista di simili fogli che svolazzano in giro e, in tempi di campagna elettorale, di stampati a singolo foglio oppure in format pieghevole, in cui gli eligendi con foto patinati, il più delle volte fallaci a causa del massiccio lavoro di photoshop altre volte assolutamente grottesche, promuovono se stessi.
E quindi, nel rimuovere la cacca dei nosti amici cani, rendiamo anche un servigioa lla cittadino rimuovendo la spazzatura svolazzante in giro per le strade.

L'altro giorno, ad esempio, ho avuto l'onore di mettere la faccia di uno dei candidati al ruolo di sindaco (e non dirò di chi si tratti), in lizza nelle prossime elezioni amministrative della nostra città nella civica bisogna di rimuovere la cacca del mio cane: e devo dire senza reticenze che l'ho fatto con un malizioso piacere.
Io espleto tale dovere con solenne consapevolezza e gonfio di orgoglio, mettendomi di molti gradini più in alto di coloro che - sprezzantemente - continuano a non farlo, e ai quali si devono ascrivere le numerose deiezioni canine che ancora punteggiano le nostre strade (ma se non ci fossero costoro, come potrebbe essere messo in atto il "Trattamento Ridarelli"?).
Poi, dopo aver effettuato la raccolta, continuo a camminare - senza ombra di imbarazzo - con l'involto di carta pubblicitaria o di propaganda elettorale ben cummighiatu, sino al prossimo cestino dei rifiuti.
A volte, incontro persone conosciute, mentre ho ancora quell'odoroso pacchetto tra le mani e mi fermo a salutare e a chiaccherare, badando di tenerlo a doverosa distanza dai miei interlocutori, ma vedo che essi se ne stanno sulle loro, alquanto sulle spine, quasi che temessero che io - in un improvviso accesso di follia e di malacreanza - potessi contaminarli con il contenuto del pregiato pacchetto (e, in ogni caso, osservando in essi espliciti segni di imbarazzo anzichè di compiacimento nell'aver incontrato un esemplare umano ligio al civico dovere di asportare le feci canine: reazione che  me pare quasi paradossale...).
Ma io li rassicuro, dicendo loro che essi sono perfettamente al sicuro e che non c'è pericolo alcuno: non dovranno rimuovere da sé macro- o microscopici frammenti fecali al loro ritorno a casa.
Oggi, procedendo alla consueta operazione, ho pensato che in fondo la migliore descrizione del civico gesto possa essere la sicula frase: "Pigghia, 'ntruscia e porta a casa"... E che dunque noi solerti cittadini ci ritroviamo ad essere latori di una specie concettuale prima impensabile che è quella delle "feci da asporto"...

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27 aprile 2017 4 27 /04 /aprile /2017 08:41
Delizie del Multitasking

Parlare al telefonino e fumare una sigaretta
Guidare, parlare al telefonino e fumare una sigaretta
Guidare, parlare al telefonino, fumare una sigaretta e per sovrappiù scaccolarsi il naso
Miracolo del multitasking!
Camminare e parlare al telefonino
Far passeggiare il cane e parlare al telefonino (oppure in alternativa inviare messaggi),
magari fumando ancora una volta
l’immancabile sigaretta
Delizie del multitasking
e dell'essere sempre connesso,
perdendo il piacere di fare una singola cosa alla volta
("un ciuccio alla volta", soleva dire mio nonno)
o di non fare nulla del tutto

Mangiare,
leggere,
parlare al telefonino,
navigare in internet,
inviare messaggi e rispondere alle mail,
farsi un selfie,
guardare un film o la partita di calcio
nel piccolo display dello smartphone,
tutto nello stesso momento,
incalzati dal Tempo che sembra essere sempre
troppo stretto ed insufficiente,
apparentemente concentrati su ogni cosa,
Di fatto senza porre attenzione a nulla
Incapacità di essere,
di esserci,
di vivere il momento,
vivendo invece in un’insalata di eventi autoreferenziali usa-e-getta
di cui, alla fine, non rimarrà traccia

E’ disagio profondo
nell'affrontare il vuoto e il silenzio,
E’ l’horror vacui
I pensieri possono formarsi soltanto
se esistono questi due requisiti,
vuoto e silenzio,
come anche il desiderio che - se può nascere
soltanto attraverso la mediazione
di queste ineffabili entità -
è anche frutto della distanza
e degli scarti temporali

Abbiamo conquistato tante cose,
gadget e nuove tecnologie,
nuovi usi del tempo libero,
intrattenimenti turbinosi mai visti prima,
ma è tutto illusione,
poichè nella ridda di rumori di fondo,
nella frenesia di far molte cose nello stesso istante,
quasi che attardarsi fosse pericoloso e mortifero...
stiamo perdendo noi stessi
per essere ripagati con la plumbea moneta
della perdita di attenzione e di memoria,
e del desiderio

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24 gennaio 2017 2 24 /01 /gennaio /2017 10:03
A testa alta alla meta

La mamma un giorno mi disse...
In uno dei suoi ultimi giorni la Mamma mi chiese scusa.
"Scusa per cosa?" - le chiesi.
"Ti chiedo scusa - replicò - per tutte le volte che ti ho trascurato per occuparmi di più di tuo fratello, per tutte le volte che non ti ho ascoltato quando avresti voluto parlarmi...".
Io, conciliante, le dissi: "Ma no, mamma! Cosa dici! Non ti devi scusare di nulla. Hai fatto sempre il meglio e Salvatore ha sempre avuto più bisogno di me di cure e di attenzioni".
Dissi così, anche se in cuor mio sapevo - e so - che a causa di mio fratello portavo dentro di me di una grande ferita emozionale, che nel corso degli anni mi era stato possibile lenire, ma mai far guarire del tutto. Quanto volte ero entrato con entusiasmo a casa loro per raccontare una cosa bella che mi era appena accaduta e mi ero dovuto ritrarre accigliato e affranto, perchè erano occupati a fare qualcosa di importante: una delle tante cose di cui mio fratello si occupava con assoluta dedizione e in cui trascinava mia madre, sempre accanto a lui!
Ma alla mamma non dissi nulla, perchè non volevo che dovesse portare negli ultimi giorni il fardello del mio scontento e della mia delusione.
A questo punto la mamma continuò: "Con tuo padre abbiamo tentato diverse strade. All'inizio avevamo deciso che avremmo fatto soltato quello che potevamo fare tutti assieme.
Ma, man mano che Salvatore cresceva e aumentavano le difficoltà nel gestire la sua disabilità, ci siamo anche resi conto che avremmo dovuto escludere troppe cose e che, quindi, tu ne avresti sofferto, ne saresti stato troppo penalizzato. Quindi, abbiamo cominciato a decidere di fare delle cose appositamente misurate per te. Ed è così che è cominciato la stagione dei nostri viaggi assieme: Papà rimaneva a casa con Salvatore e noi due partivamo assieme, o viceversa
" (anche se le occasioni in cui sono partito con papà. io e lui da soli sono state rarissime, forse giusto un paio).
"Ma per il resto, dovevate avere le stesse cose - aggiunse - libri giornaletti, giochi, ognuno secondo le proprie preferenze, ma sempre in modo egualitario".

La mamma mi chiese scusa, quella volta: e forse sarei dovuto essere io a chiedere scusa per tutte le volte che, una volta cresciuto, ero fuggiro e mi ero appartato da loro, seguendo le mie vie.
Nino Salvaneschi, Breviario della Felicità, Corbaccio, 1940

Mettendo ordine nella stanza della mamma e riorganizzandola, ho trovato di recente proprio in uno scomparto del suo comodino due piccoli volumi: uno era un'edizione di Siddharta di Hermann Hesse, l'atro un esile libricino di Nino Salvaneschi, dal titolo "Breviario della Felicità" (Casa editrice Corbaccio, 1940). Quest'ultimo, in particolare, si presentava usurato da una lettura costante e assidua, alcuni passaggi segnati con tratti di matita.

Sfogliandolo, ho pensato che queto volumetto avesse potuto essere per la mamma una sorta di guida spirituale.
Le date sono importanti. Salvatore nacque nel 1947 e solo dopo qualche mese dalla nascità papà e mamma ebbero contezza del problema neurologico di mio fratello; forse la mamma possedeva già quel volume, oppure si trovo a comprarlo successivamente alla nascita di mio fratello, quando brancolava alla ricerca di un appiglio per potere sostenere il dolore di avere un figlio con una malattia (e la speranza di una cura - e di una possibile guarigione - animò a lungo entrambi i miei genitori che intrapresero viaggi alla volta di santuari dove agivano i luminari della neurologia di quel tempo e lunghe permanenze alla ricerca di un'impossibile cura).
Ho provato diverse volte ad immaginare lo stato d'animo dei miei genitori di fronte al deficit neurologico di mio fratello e alla constatazione che malgrado tutti i tentativi non ci sarebbe stata una cura possibile, considerando i miei di stati d'animo relativi a mio fratello (intrisi di dolore, di costernazione per l'impossibilità per lui di avere una vita normale e di desideri e sogni impossibili: spesso mi ritrovavo da solo chiuso in bagno (o in un altro luogo appartato di casa) a piangere per lui - sì, lo dico senza vergorgnamene - e riflettevo costantemente sul fatto che loro non s'erano mai piegati, nemmeno per un istante, affrontando tutte le difficoltà e la cattiva sorte a testa alta, come se - quasi in un rovesciamento paradossale del senso comune - avessero ricevuto un dono che li avrebbe indotti al cimento e a dare il meglio di se stessi, ad essere migliori.
Ambedue accettavano il loro fardello e non si sono mai piegati sotto il suo peso, mantenendo sempre un'attitudine positiva.
Mia madre, poi, sino all'ultimo.
Quando stavamo in una casa senza ascensore, sino ai miei 12 anni, quando si trattava di uscire, mio padre semplicemente si caricava mio fratello sulle spalle e lo portava giù sino all'auto: e non accettava l'aiuto di nessuno. Era suo quel fardello, non di altri. Ma c'era della gioia in quello che faceva, come se portare il fardello fosse un dono ricevuto e uno stimolo ad essere migliore, più forte.
Ma nello stesso tempo, i miei genitori mi hanno insegnato che in una situazione simile il fardello da portare con gioia e senza alcun senso di costrizione è di tutti, deve essere condiviso - e non può che essere così.

Nino Salvaneschi (1886-1968), giornalista di una certa fama nell'immediato dopoguerra, per alcuni scritti soprattutto quelli elaborati nel corso di una lunga malattia e quelli scaturiti dalla successiva esperienza di una cecità sopraggiunta, divenne - senza volerlo - un maestro spirituale a metà tra il cristianesimo e il buddhismo che cercava di insegnare la ricerca della felicità in mezzo alle difficoltà, ai tormenti, alla malattia.
E credo che la mamma abbia trovato in questo libretto di pensieri ed aforismi una guida e un supporto nei primi anni della costituzione della sua nuova famiglia e di vita di mio fratello, ma anche un aiuto per lenire il forte dolore di fronte alla consapevolezza ineludibile della malattia di mio fratello.
Voglio citare qui i paragrafi finali del libro; secondo molto significativi per comprendere a fondo la vita e le opere di mia madre:


"Credo che nella traversata della vita le sventure siano le isole alle quali temiamo di approdare; ma se vi siamo sospinti dal vento del destino e se sappiamo, nella nostra lieve sfortuna, vedere un pallido riflesso del dolore rigeneratore del mondo, le isole della sventura saranno le isole azzurre del nostro breve viaggio.
(...)
Forse la felicità è ancora un peccato d'orgoglio, ma chiunque tu sia, a qualunque punto della tua vita tu sia giunto, qualsiasi cosa costi, questo solo conviene rammentare: bisogna giungere a fronte alta alla propria meta
" (ib., p.110).

 

Credo che la mamma abbia sempre cercato di conformarsi a questo positivo orientamento, quello di volgere le sventure in piccole isole di azzurro e in approdi nei quali comunque si potea trovare la felicità, a testa alta, senza auto-commiserazioni.

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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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