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20 dicembre 2021 1 20 /12 /dicembre /2021 09:00

Una mia nota diaristica di 10 e più anni addietro tuttora attualissima. Anzi, le cose vanno persino peggio.

parcheggio abusivo in area disabili

(19 dicembre 2010) Vorrei vivere in una città normale

In una città dove gli automobilisti non ti suonino inferociti con il clacson, alle tue spalle, appena il semaforo cambia dal rosso al verde

 In una città dove automobilisti e moto si fermino, se stai attraversando sulle strisce pedonali.

In una città dove i marciapiedi siano una parte della strada dove i pedoni possano comodamente camminare, conversando amabilmente - se lo desiderano - e non delle strisce calpestabili larghe meno di 50 centimetri (sulle quali è proibitivo procedere affiancati, come si desiderebbe), perchè la sede stradale è stata ampliata per consentire il parcheggio delle auto.

In una città dove camminare in bici non debba significare giocarsi la vita e la salute a causa degli automobilisti distratti e prepotenti.

In una città dove i marciapiedi non si trasformino in piste su cui le motociclette e i motorini sfrecciano a tutto gas per by-passare gli ingorghi e i pedoni devono scansarsi, quasi non fosse loro diritto camminare con traquillità sui percorsi a loro riservati.

In una città dove abbondino isole pedonali e strade vietate alle auto.

Vorrei vivere in una città in cui i marciapiedi e i piazzali non diventino delle discariche a cielo aperto.

In una città dove i taxi non parcheggino nelle zone di sosta riservate alle auto dei disabili.

In una città dove gli scivoli dei marciapiedi per consentire l'attraversamento a disabili in carrozzina, a mamme con passeggino e ad anziani dal passo incerto non siano occupati sistematicamente da auto parcheggiate in modi corsari.

Vorrei vivere in una città in cui prevalgano le regole della gentilezza e della convivialità, a scapito della giungla della prevaricazione e dell'asserzione spudorata del proprio sé.

In una città dove non si debbano sentire gli altri urlare le proprie conversazioni private nel telefonino, mentre sono in mezzo alla gente, e dove non ci siano automobilisti distratti sempre alle prese con il proprio cellulare, messaggerie, conversazioni e altro.

In una città con meno maxi-schermi HD in bar pub e ristoranti vari per offrire l'immancabile calcio in anticipi e posticipi, dirette e differite, solo di calcio, calcio, calcio...

In una città dove auto blu e mezzi di polizia non approfittino del loro status per prevaricare altri cittadini, laddove non ce ne sia bisogno.

In una città in cui anche l'auto della Polizia si fermi ad attendere al semaforo, se non ci sono urgenze di servizio.

In una città in cui non si debba sentire di continuo l'urlo lacerante delle sirene e degli antifurto con sensori regolati al minimo, sicchè scattano per un nonnulla, e i loro responsabili se ne fregano, se i loro dispositivi assordano il resto del mondo.

Vorrei vivere in una città in cui tutti non chiedano solo ed esclusivamente il rispetto dei propri diritti, ma assolvano anche ai propri doveri e rispettino le norme, in modo spontaneo e non perchè debbano temere sanzioni e punizioni.

In una città che sia ridente, gentile e armonica.

In una città in cui, anche nelle più banali, manifestazioni sia coltivato il gusto del bello.

In un città in cui molti, se non tutti, si sentano responsabili.

In una città dove alcuni cittadini, incrociandosi e guardandosi con occhi mesti, nella tempesta di nubi di gas di scarico e colpi di clacson, di ingiurie e grida partoriti da animi sovraeccitati non debbano dirsi con un'alzata di spalle rassegnata: "Palermo è una città che fa schifo!"

Voglio poter sperare, sempre, che un altro mondo è possibile.

 

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18 dicembre 2021 6 18 /12 /dicembre /2021 12:48
Alice Miller, La persecuzione del bambino, Boringhieri, 1987

Durante gli anni della mia formazione (non quella da psichiatra, ma piuttosto quella successiva da psicoterapeuta) mi imbattei in un saggio estremamente interessante, scritto dalla psicoanalista svizzera Alice Miller, che lessi con avidità.
Il volume, pubblicato da Boringhieri nel 1987 e che vide poi successive riedizioni, era intitolato "La persecuzione del bambino. Le radici della violenza". La sua traduzione arrivava in Italia non molto più tardi della pubblicazione in lingua originale, nel 1980.
In questo saggio, la Miller partiva da un excursus storico sul tema della "pedagogia nera" che per vari motivi si trovò ad essere imperante nei sistemi educativi intra ed extrafamiliari tra la fine del Settecento e tutto l'Ottocento, nella maggior parte dei paesi europei con un suo nucleo pulsante ed irradiante nei paesi anglofoni e di lingua tedesca: metodi fondati sulla coercizione dei giovani, sulla loro mortificazione e, in sostanza, sulla persecuzione di ogni elemento vitale. Tali metodi educativi "neri" avevano delle clamorose ricadute: basti pensare - a titolo di esempio - alla figura del padre del Presidente Schreber (che diventò poi uno dei casi clinici freudiani), rinomato (o, forse, si dovrebbe dire "famigerato") pedagogista del tempo che arrivava persino a progettare specifici dispositivi (tipo tutori) per insegnare ai propri figli le più corrette posture nei diversi contesti e le cui metodologie educative vennero successivamente esaminate nel saggio di Morton Schatzmann, La famiglia che uccide. Un contributo psicoanalitico alla discussione sul caso Schreber (originariamente pubblicato da Feltrinelli  negli anni Ottanta del secolo scorso) per mostrare come il loro impiego potesse avere degli effetti devastanti nella crescita degli individui che vi erano esposti.
Si chiedeva la Miller, inoltre, se fosse possibile parlare - al tempo in cui scriveva il suo saggio - di una pedagogia "bianca", finalmente libera dal veleno di quei metodi tanto afflittivi oppure se non fosse vero piuttosto il contrario che cioè, dietro a metodi pedagogici illuminati e non coercitivi, potessero nascondersi - per fare improvvisa irruzione - quei metodi nefasti, apparentemente superati.
In, effetti, la Miller mostrava come ciò potesse avvenire e indicava anche come in educatori moderni, apparentementi irreprensibili, potessero nascondersi fantasmi del passato e cascami educativi, fondati proprio su quei metodi educativi "neri".
La seconda parte del volume della Miller era dedicata a degli studi di "psicoanalisi applicata" proprio per mostrare come l'esposizione ai medodi della pedagogia nera avesse potuto determinare profonde deformazioni della personalità di tre personaggi e cioè Christiane F. (l'autrice del libro autobiografico Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino), Adolph Hitler e il criminale degli anni Sessanta Jurgen Bartsch, assassino e seviziatore di bambini, forgiandone il destino.
La tesi finale della Miller è che, malgrado le intenzioni dichiarate siano difformi, al tempo in cui scriveva le sue considerazioni - e io credo a tutt'oggi - nei sistemi educativi (da quello familiare a quello scolastico) vengano messi in atto dei metodi "neri" mascherati, allo scopo di piegare la caparbietà e l'impetuosità vitale del bambino e piegarlo alle esigenze degli adulti. Avverte la Miller che quest'azione educativa (e quella occulta risulta essere ancora più insidiosa) può portare nel lungo termine i bambini che vi sono esposti (specie nella loro transizione ad individui adulti) alla necessità di riempire con esperienze abnormi il vuoto lasciato dalla rimozione delle emozioni e dalla perdita dell'identità (che spostandoci ad altro ambito viene perfettamente delineata nel celebre concept album dei Pink Floyd, The Wall e nel film di Alan Parker che ad esso fu ispirato).
Lessi il saggi della Miller con una forte partecipazione emotiva dal momento che mi sembrò di rinvenire numerose tracce di quella "pedagogia nera" in certi input educativi che io stesso avevo ricevuto da bambino. Ad esempio, la nonna paterna quando dicevo delle frasi sconvenienti, esortava mia madre a pungermi la lingua con uno spillo, qualora avessi ripetuto quelle parole (e mia madre che era di ampie vedute mai si adeguò fortunatamente a quest'invito). Oppure, citerò qui anche il caso di una mia prozia che, tutta vestita in nero (rimasta vedova, non aveva più smesso il lutto), mi inseguiva per casa con un ago in mano con il quale avrebbe voluto pungermi perchè avevo fatto una monelleria.
Per non parlare di un'esperienza al tempo delle elementari che frequentai in una celebre scuola gesuitica di Palermo, in cui - quando andavo in quarta elementare, se mi sovviene la memoria - mi venne comminata la punizione di scrivere sul quaderno per 500 volte la frase "Non si parla in classe": compito da eseguire a casa e che io, vergognatissimo e determinato a tenere nascosta l'onta a tutti i costi ai miei genitori, portai a termine nascosto sotto il letto e fuori dalla vista.

Adesso che siamo nel XXI secolo parrebbe che siamo tutti di vedute abbastanza liberali e avanzate in fatto di educazione: ma non bisogna mai essere troppo ottimisti, anche quando i nostri figli sono in mani pedagogiche affidabili. L'insidia della "pedagogia nera" può sempre saltare fuori come un jack-in-the-box beffardo e sbeffeggiante (ma anche minaccioso, in definitiva), in modo tale da vanificare l'effetto dei metodi educativi che si dichiarano più moderni e più rispettosi dell'identità dei nostri piccoli.

Non devo parlare

Ed ecco che adesso - a dimostrazione  di ciò - accennerò brevemente a ciò che è successo in ambito scolastico a mio figlio Gabriel che ha poco più di otto anni.
L'altro giorno è uscito da scuola con un razzo di carta, ricavato da un foglio di quaderno a quadrettoni e me lo ha dato.
Ho visto che, sul foglio, c'erano scritte delle frasi e l'ho disteso, allora, per guardare meglio.
Ho constatato che vi era stata scritta più volte la stessa frase che faceva così "Non devo parlare". La frase riempiva per intero le due facciate del foglio ed era stata riprodotta ben 42 volte. Non c'era dubbio che a Gabriel fosse stato chiesto di scrivere questa frase, perchè si era distratto durante l'ora di lezione, magari dicendo qualcosa al compagno più vicino.
Mi sono chiesto ovviamente cosa potesse mai significare un'ingiunzione così decontestualizzata: un bambino a scuola, solitamente, lo si invita a parlare, ad esprimersi, a raccontare le proprie emozioni. Una frase di questo tipo da scrivere iterativamente come punizione mi è sembrata mortificante ed afflittiva, proprio perchè agli antipodi di un corretto approccio educativo. Lasciando perdere ogni valutazione sulla "bontà" del metodo, sarebbe stato meglio e più appropriato fare scrivere, ad esempio, "Non devo parlare con i miei compagni durante la lezione" oppure "Non devo distrubare la lezione". Chiedere ad un bimbo di mettersi a scrivere iterativamente una frase "punitiva" sul quaderno, mentre gli altri compagni continuano a seguire la lezione, è una misura costrittiva ed estraniante, pari a quella - che si adottava un tempo - di far mettere colui che disturbava la lezione in corso in piedi dietro la lavagna.
Comunque, mio figlio non sembrava particolarmente turbato del fatto accaduto, ma indubbiamente - trasformando il foglio della punizione in razzetto da far volare - aveva sentito l'esigenza di compiere un gesto apotropaico, eliminando  - ho pensato - l'aspetto "intossicante" della punizione comminata.
La mia reazione - in ogni caso - è stata fortemente emotiva, perchè - immediatamente - mi ha riportato indietro a quella mia esperienza scolastica di cui ho detto, dandomi la misura quanto potesse incongrua una simile punizione più di cinquant'anni dopo ed in un contesto che non è quello gesuitico, ma che si pone la mission di rispettare il più possibile la personalità in formazione dei bambini che gli sono stati affidati.
L'episodio accaduto è una riprova ulteriore della tesi della Miller secondo cui cascami della pedagogia "nera" sono sempre lì e possono sempre riafforare anche da parte dei più insospettabili, come una forma di "ritorno all'antico" o di recupero di esperienze precoci cui si sia stati sottoposti da bambini (con meccanismi che, in taluni casi, come possono essere delle situazioni di stress o di confusione, possono innestarsi quasi a corto circuito, in modo del tutto irriflessivo e secondo una via di minore resistenza).
Già, non bisogna dimenticare che tutti coloro che fanno il mestiere dell'educatore/insegnante sono stati bambini a loro volta e che, dunque, portano dentro di sé, profondamente iscritte, tracce dei metodi pedagogici cui sono stati sottoposti.
La memoria del passato tende sempre a riafforare e ad infiltrarsi nel presente, nei modi più inattesi.
Per scongiurare queste imbarazzanti epifanie occorre sempre vigilare: eventi-spia, come quello in cui è incappato mio figlio, possono pur sempre verificarsi e bisogna poter porre rimedio. Non sono fatti gravissimi in sé, ma tuttavia, riconoscerli impone una riflessione ed una discussione franca ed aperta.

E, credo che il saggio della Miller, sempre attuale, possa aiutarci a trovare delle importanti coordinate di riferimento.

 

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9 dicembre 2021 4 09 /12 /dicembre /2021 10:19

Questo mi trovai a scrivere nel lontano 2009, stimolato da una foto carpita nel corso d'una mia paseggiata mattutina all'interno del Giardino Inglese di Palermo, a proposito dei lettori di giornali "in panchina".

In realtà, è bello sedersi in panchina a leggere un giornale o un libro, magari in un giorno di festa, quando non ci sono impegni e tutto si può svolgere in modo molto rilassato. Ma quella volta, quando vidi quel lettore di giornale seduto in panchina, provai un subitaneo moto di antipatia, a partire da ancora recenti ricordi della mia vita lavorativa.

E, si ci vaiu, ci vaiu pi liggirimi u' giurnali... (una domenica mattina, Giardino Inglese, Palermo)

E, si ci vaiu, ci vaiu pi liggirimi u' giurnali... (una domenica mattina, Giardino Inglese, Palermo)

Ogni volta che vedo uno che legge il giornale spaparanzato comodamente da qualche parte, non posso non pensare alla frase che commenta la foto, frase che ha una sua storia, piccola, ma edificante.
Ai tempi in cui ancora dirigevo un servizio per le tossicodipendenze cittadino, in applicazione delle norme vigenti si era creata una turnazione pre-festiva e festiva dei Ser.T cittadini (in numero di cinque), in modo tale che, nei fine-settimana e nelle altre festività ci fosse sempre un'Unità operativa disponibile, sia per situazioni nuove, non ancora attenzionate (per una preliminare accoglienza oppure per fornire semplicemente informazioni), sia per gestire utenti già in carico per la somministrazione di terapie con farmaci sostitutivi (degli oppiacei) le cui dosi giornaliere, sulla base della valutazione clinica del singolo soggetto non sarebbe stato prudente dare in affido.
Si poneva così la necessità di mettere in atto il trasferimento temporaneo all'unità operativa della città allo scopo di limitare al massimo gli affidamenti metadonici soprattutto a quei soggetti non motivati o, con un bisticcio di parole, non "affidabili".
Alla vigilia di un fine settimana telefonai al collega che dirigeva il Ser.T che avrebbe garantito quel turno per segnalargli il trasferimento di una serie di utenti, un gruppo più numeroso del solito sulla base delle mie valutazioni.
Quel collega si risentì parecchio. L'invio di utenti, infatti, comportava di norma un surplus di lavoro: identificazione dell'utente, trascrizione degli estremi del documento d'identità oltre che la somministrazione dei farmaci prescritti (con tutti i protocolli del caso, trattandosi di stupefacenti), a fronte d'una situazione che, probabilmente sarebbe stata di totale inazione.
Il collega, alquanto zotico e di poca cultura (mi rammarico nel dirlo), a sottolineare la sua scarsa disponibilità, pronunciò appunto questa frase lapidaria: "E, si ci vaiu, ci vaiu pi liggirimi u' giurnali...". Come a dire: "Non rompere. Lasciami fare la vita comoda...".
Questa frase che darebbe ragione agli strali di Ichino contro i nullafacenti - ed anche (e, di nuovo, mi duole dirlo) ai pesanti apprezzamenti del ministro Brunetta - in quanto espressione di una programmatica e premeditata volontà di non far nulla, pur essendo in servizio, mi è rimasta indelebilmente scolpita nella mente.
Ed è per questo che ogni volta che vedo uno che se ne sta placidamente a leggere il giornale non posso fare a meno di pensare a questa storiella, anche se - di per sè - la lettura del giornale comondamente seduti su di una panchina al centro di un'area verdeggiante non è da condannare, anzi potrebbe essere un'attività decisamente piacevole e meritata, tipo il riposo del giusto dopo una faticosa settimana di lavoro...

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6 dicembre 2021 1 06 /12 /dicembre /2021 06:50
Meridiani e melograno vizzo (foto di Maurizio crispi)

Ci sono certe combinazioni di dettagli che, se riesci a coglierli estrapolati da tutto il resto, assumono un fascino incredibile, come se fossero stati messi lì proprio per provocare quell'effetto.

Ma devi poter vedere, per renderti conto: un vedere, che non sia un semplice guardare che si limita all'apparenza degli oggetti che si presentano alla nostra attenzione e alla loro mera fisicità.
La buona Letteratura (ed anche la Fotografia, anche se con un linguaggio ben più sintetico ed immediato) sono così.

Assolvono alla funzione di aiutare altri a "vedere".

Lo scrittore, in questo senso, è un "visionario" perché con le sue affabulazioni non fa che proporre realtà alternative o realtà nascoste nelle pieghe del Reale ordinario, apparentemente prosaico e scontato.

Entrare e stare in una libreria è come penetrare all'interno di uno scrigno di tesori: come avere accesso alla caverna di Ali Baba e dei quaranta ladroni, piena all'inverosimile di inenarrabili tesori.

Per poterli vedere ed ammirare occorre conoscere la parola magica che possa di volta in volta introdurti in quel mondo fantastico e consentirti di accedere allo scrigno che li contiene.

(Una mia breve nota, risalente al 2012)

La foto la scattai al "Punto Einaudi" di Palermo (Francesco Passarello)

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29 novembre 2021 1 29 /11 /novembre /2021 07:32
Libri e torri di libri (foto di Maurizio Crispi)

Questa nota, risale a circa 11 anni fa (27 novembre 2010). Mi ci sono imbattuto casualmente, attraverso i "ricordi" riproposti dall'algoritmo di Facebook. Si tratta di uno scritto che non ho mai pubblicato nei mie blog. Sono lieto di riproporlo qui. Sempre attuale...

Ieri, camminando ho visto un cumulo di rifiuti che ingombrava il marciapiedi

Erano tanti, davvero tanti, e sparsi tutti in giro:

per proseguire il mio cammino,

ci dovevo per forza camminare di sopra.

Si strattava di vecchi stracci, vecchie riviste e libri.

Poveri libri smembrati pronti per il macero...

E' una cosa tristissima vedere i libri buttati via:

se posso li recupero e me li porto a casa. Li accudisco. lì sistemo.

A volte la gente non capisce proprio nulla

Dico io: ma come si fa a buttare un libro?

Questa volta la mia attenzione è stata catturata

dalle pagine disassemblate di un libro in particolare...

Un tempo rilegato con le cuciture,di grande formato,

con le pagine scritte a caratteri fitti, disposti su due colonne.

Il frontespizio salvo.

Della copertina rigida nessuna traccia,

mentre le quinterne di pagine

erano desolatamente sparse in giro senza nessun ordine

Aveva piovuto e molte dei fogli erano già intrisi d'acqua

S'intravedevano delle belle illustrazioni:

alcune, in quadricromia, a piena pagina fuori testo;

altre a tratti grossi di penna nera, molto semplici a mezza pagina.

Dal frontespizio si leggeva il titolo "Fiabe di tutto il mondo"

Mi sono emozionato: quelle illustrazioni hanno evocato subito qualcosa.

Era lo stesso volume (appartenente ad un'opera in più tomi)

che possedeva la zia Mariannù e da cui lei frequentemente mi leggeva ad alta voce

quando ero ancora un bimbetto

Mi piacevano moltissimo quei libri

che per me erano magici

Quando mia zia aveva terminato di leggermi la fiaba del giorno,

io indugiavo a lungo a guardare le figure

Ho sempre pensato a quei libri,

come appartenenti ad una sorta di Eden perduto

Quando la zia si sposò con il marito Joe

e andò a vivere a New York

quei libri - credo - li portò con sé.

Chi sa dove saranno adesso,

ora che la zia è morta

Forse perirono in un incendio:

la casa della zia, prima che lei morisse,

andò a fuoco e nulla si salvò dal rogo

Quel libro smembrato mi ha riempito di tristezza.

Avrei voluto prenderlo, ma ormai era troppo tardi per metterlo in salvo.

Così, ho girato le spalle e me ne sono andato

con il cuore dolente ed un groppo in gola

 

Palermo, il 27.11.2010

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9 novembre 2021 2 09 /11 /novembre /2021 11:03
Notte vicino all'alba, quando viene fuori il blu (foto di Maurizio Crispi)

Notte vicino all'alba, quando viene fuori il blu (foto di Maurizio Crispi)

La sostanza dei sogni
Sogno o son desto?
Non so

Sono vero
oppure sono soltanto
una fantasmagoria
un arabesco
una debole traccia
su di un evanescente fondale?
Anche qui, non so

Il sogno è uno stato altro di noi stessi

C'è tutta una vita segreta dei sogni
nelle quale ci immergiamo ogni notte
e dalla quale attingiamo a piene mani
ricordi e desideri,
talvolta paure profonde
e timori reverenziali

Percorriamo dei reami fantastici
per poi riemergerne,
portando indietro con noi frammenti e reperti,
come i pescatori di perle d'un tempo

L’abisso del sogno ci scruta sempre
con le sue strane creature:
mentre noi ne percepiamo soltanto
deboli riflessi,
loro ci conoscono a fondo

Noi siamo loro,
in definitiva,
ma senza saperlo a pieno

Siamo fatti della materia dei sogni
e della stessa sostanza delle stelle
ed è dunque impossibile dare una risposta
al sogno di Lao-Tzu
Chi sogna chi?
Chi sogna cosa?

La vita reale e il sogno:
una trama intessuta
di infiniti rimandi

 


(Palermo 9 novembre 2021)

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20 ottobre 2021 3 20 /10 /ottobre /2021 17:14
Vorrei davvero che Palermo fosse una città europea...
Vorrei davvero che Palermo fosse una città europea...
Vorrei davvero che Palermo fosse una città europea...
Vorrei davvero che Palermo fosse una città europea...
Vorrei davvero che Palermo fosse una città europea...
Vorrei davvero che Palermo fosse una città europea...
Vorrei davvero che Palermo fosse una città europea...
Vorrei davvero che Palermo fosse una città europea...
Vorrei davvero che Palermo fosse una città europea...
Vorrei davvero che Palermo fosse una città europea...
Vorrei davvero che Palermo fosse una città europea...
Vorrei davvero che Palermo fosse una città europea...
Vorrei davvero che Palermo fosse una città europea...

Mi piacerebbe davvero che Palermo fosse una città europea: una città in cui i cestini della spazzatura vengono svuotati giornalmente, le strade siano spazzate e tenute in ordine, e dove non si creino cumuli immondi di spazzatura che resistono per settimane, accrescendosi di giorni in giorno, fino a quando l'unica alternativa di ripristino è l'utilizzo della rusapa per rimuovere le montagne di rifiuti. Ma le soluzioni estreme non ripristinano tutti i gasti: a lungo rimangono le puzze e le macchie per terra e il tessuto cittadino si logora sempre di più.

La sporcizia, il lerciume, le puzze e i miasmi alla lunga, oltre ad annullare il senso estetico e la ricerca del bello, finiscono con il creare una pericolosa assuefazione; quel che é peggio determinano nell’animo dei cittadini un’insidiosa forma di rassegnazione e di indifferenza.

Monnezza accumulata in via Giovanni Evangelista Di Blasi (foto di Maurizio Crispi)

Occorre reagire, invece: e per farlo occorre che ciascuno si rimbocchi le maniche e dia un contributo, per quanto piccolo, come - ad esempio - raccogliere carte e pezzi di plastica, bottigliette di vetro e lattine vuote e deporli dentro gli appositi cestini dei rifiuti. Oppure estirpare le erbacce che allignano negli interstizi dei marciapiedi.
Se ognuno compisse ogni giorno una singola azione tra quelle elencate avremmo sicuramente una città più pulita, ma si attiverebbero circuiti virtuosi di buone pratiche. E questo sarebbe uno dei principi ispiratori della migliore forma di anarchismo libertario in cui ciascuno si assume la responsabilità di ciò che fa, ciascuno si sente responsabile della tutela del benessere degli altri, ciascuno si assume gli oneri che tutto questo comporta, senza starsene là ad attendere passivamente che qualcun altro o qualche Ente investito di un potere superiore risolva i problemi.
Ognuno di noi può risolvere dei problemi: bisogna invertire la deleteria tendenza di una sempre maggiore dipendenza dalle Istituzioni.

Davanti alla scuola di mio figlio c'è allineata una fila di cassonetti lerci, fermi ancora all'età antidiluviana della raccolta indifferenziata.

Raramente vengono svuotati e i rifiuti maleodoranti vi si accumulano dentro sino a tracimare fuori.

Siccome tutto è mescolato, anche l'umido, si creare un'isola di lezzo miasmatico tutt'attorno.

IHo l'impressione che questi cassonetti sono stati spostati di recente e che prima fossero collocati altrove. Evidentemente alcuni cittadini "rispettabili" infastiditidi dai grevi odore e dallo spettacolo indecorso li hanno allontanati dalle loro abitazioni, sulla base dell principio che "occhio che non vede" e soprattutto che "naso che non odora", cuore che non duole.

In più, accanto ai cassonetti, si accumulano rifiuti di grandi dimensioni, tipo un grande baule sconnesso, un materasso lercio, vecchie scaffalutare fradice.

E' davvero uno schifo!

E pensare che i bambini che escono dalla scuola proprio sul marciapiedi di fronte e che, durante le ore in classe sono educati al rispetto dei valori civici e del rispetto dell'ambiente, devono assistere giornalmente a questo spettacolo di degrado che contraddice i valori a cui vengono educati.

Viene da pensare, ovviamente, al testo della "Lettera aperta al Presidente della Repubblica", scritta da un genitore rimasto anonima è diffusa in forma di affiche in molte vie della città e negli spaxi pubblicitari delle pensiline degli autobus (vedi e il commento le foto sotto).

Ho ripetutamente fotografato lo spettacolo del cumulo di monnezza ogni giorno in lievitazione e, di recente, ho mandato una della foto (con un tag) alla Direttrice del Centro Diaconale, la quale a sua volta l'ha girata a sue conoscenze della V circoscrizione.

Le circoscrizioni, in verità, non hanno potere esecuticvo in queste questioni, ma soltanto una funzione esecutivo: questo crea ovviamente ritardi, disservizi, paralisi.

Dicono che la V circoscrizione sia grande e che dunque tali disagi sono compatibili e che bisogna accettarli.

Io dico: ma siamo tutti cittadini e tutti paghiamo la tassa dei rifiuti, ed anche profumatamente.

E' compito del Comune, implementando personale e mezzi, ma anche pianificando accuratamente, provvedere allo smaltimento dei rifiuti urbani solidi in maniera congrua ed efficiente.

Invece, pare che la strategia perseguita sia quella di mantenere puliti i luoghi sensibili, in altri termini quelli che fanno "immagine" per la città e lasciare che altrove la monnezza ristagni per settimane e settimane. Salvo poi, in taluni casi, ad essere bruciata in grandi roghi di protesta dai cittadini scontenti. E solo allora ci si rende conto che c'è un problema e arrivano le ruspe per rimuovere le montagne di rifiuti.

Che amministrazione cittadina è quella che non si occupa con efficienza di risolvere questi problemi?

Un sindaco - per usare un'immagine forse eccessiva, ma calzante - dovrebbe essere la persona che più di tutte si occupa di risolvere i problemi pratici che affligono la città e che gira personalmente strada per strada per verificare se i lampioni (come anche tante altre cose) funzionano correttamente: ovviamente questa è una metafora, ma efficace. Il requisito prioritario di un sindaco non dovrebbe essere tanto il colore politico con cui viene riconosciuto, ma piuttosto la conoscenza capillare del territorio e l'amore per la città che è chiamato a governare, oltre che la ricerca del maggior benessere possibille per i cittadini. Un buon sindaco dovrebbe essere come un "buon padre di famiglia", per tutti, non soltanto per coloro che lo hanno votato.

Non è sicuramente un buon sindaco uno che se ne sta comondamente seduto sulla ribalta mediatica a dire che la sua è una città "europea" e a fare "politica della vetrina".

La mia attivazione (cioè l'incvio della foto con tag alla Direttrice della scuola) è servita a qualcosa.

Il giorno dopo i rifiuti ristagnanti erano stati rimosi e i cassonetti erano semivuoti, ma già con qualche segno di tracimazione.

Gli operatori di Re.Se.T Saranno solleciti a svuotarli dopo questa prima segnalazione, oppure si riprenderà con l'inerzia quo ante?

Staremo a vedere...

In ogni caso il baule scassato, il materasso lercio e le scaffalature di legno corrotto sono rimaste addossate al muro, a testimoniare che da noi in Sicilia, a Palermo in particolare, le soluzioni sono sempre temporanee, mai strutturali, ed in ogni caso "imperfette".

Vorrei davvero che Palermo fosse una città europea...
Vorrei davvero che Palermo fosse una città europea...
Vorrei davvero che Palermo fosse una città europea...
Vorrei davvero che Palermo fosse una città europea...

(25 settembre 2021) Una lettera anonima campeggia da qualche tempo sulle pensiline degli autobus di Palermo, un foglio bianco in cui un padre è ritratto di spalle con la sua bambina di quattro anni, mentre passeggiano o camminano, magari diretti verso la scuola o di ritorno a casa.

Questo papà, nella sua lettera aperta, si rivolge a Mattarella, esprimendo tutto il disagio, l’amarezza, la sofferenza per la condizione in cui versa Palermo sotto ogni punto di vista e per il torpore e l'indifferenza in cui sono caduti i palermitani (fonte: Balarm.it, testo modificato)

Il contenuto della lettera:

«Caro Presidente,
sono il papà di una bimba ancora troppo ingenua per distinguere un diritto da un favore, troppo innocente per capire cosa significhi avere mille bare in attesa di sepoltura e tutto sommato troppo piccola (ha solo 4 anni!) per soffrire i disagi di chi ogni giorno rimane intrappolato su strade puntellate da cantieri infiniti, buche e ponti pericolanti. Una bimba che vive a Palermo e che alla fine chiede solo piccole cose come uno scivolo, un’altalena, uno spazio in cui girare in bici senza rischiare di farsi male, un luogo che non sia costretta a contendersi con il degrado che avanza inesorabilmente.

Sappiamo tutti che gli ultimi mesi sono stati drammatici e chiedere una città più pulita o un parco giochi, mentre il mondo affronta una crisi senza precedenti, può sembrare quasi offensivo, per non dire oltraggioso. Ma in questo clima di desolante rassegnazione, mi preoccupa pure il fatto che i nostri figli non riescano più a stupirsi o ad impressionarsi davanti alle discariche e ai sacchetti di rifiuti che accompagnano il tragitto a piedi da casa a scuola, non provano un briciolo di fastidio o disgusto, li scansano senza degnarli di uno sguardo o di un commento, come se ormai facessero parte dell’arredo urbano.

Come se fosse normale.

Mi creda, questo non è e non vuole essere il solito atto di accusa contro chi ha trasformato un luogo così bello, crocevia di culture nella cloaca d’Italia. Anzi, visto che ci siamo, voglio essere il primo a sedere sul banco degli imputati: dopo tutto il sentimento di sconfitta e di rassegnazione che sta contaminando i nostri figli è un virus che parte da noi adulti e si diffonde attraverso le nostre (troppe) distrazioni.

Però un ultimo tentativo sento il dovere di farlo. Perché in un momento in cui ci troviamo ad affrontare battaglie epocali, la paura più grande è proprio quella di avviare al mondo generazioni di cittadini senza coscienza critica, incapaci di lottare e di cambiare le cose. E mi rivolgo a lei, caro Presidente, perché nonostante tutto, nonostante le ferite che ha rimediato negli anni, ha continuato ad amare questa città e a vivere a pochi passi dal luogo in cui le è stato inferto il dolore più grande.

Mi rivolgo a lei perché vorrei che usasse la sua autorevolezza per parlare al cuore dei palermitani. Per spiegare loro che esiste una via alternativa alla rassegnazione.

Che anche Palermo può riassaporare almeno uno spicchio del suo antico splendore.

Parli a chi potrebbe cambiare le cose ma preferisce cambiare città. E parli anche a quelli che pur non potendo cambiare città, non sanno che volendo (e con poco) potrebbero cambiare le cose.

Insegni loro ad amare Palermo, a rivendicare spazi puliti e accoglienti e ad avere cura del bene comune. Spieghi a chi si ostina a sfregiare con i propri vizi strade, piazze e marciapiedi che un semplice gesto e tante piccole azioni quotidiane possono contribuire a ripulire l’aspetto e l’immagine di questa terra.

Si faccia portavoce di tutti quei genitori che alla fine vorrebbero semplicemente far vivere e crescere i figli in un luogo migliore, allontanandoli da una rassegnazione che non può maturare ad appena 4 anni.

Ci dia la forza di cambiare le cose.

Per non continuare a inseguire il coraggio di cambiare città.

un papà»

 

Vorrei davvero che Palermo fosse una città europea...
Vorrei davvero che Palermo fosse una città europea...
Vorrei davvero che Palermo fosse una città europea...
Vorrei davvero che Palermo fosse una città europea...
Vorrei davvero che Palermo fosse una città europea...
Vorrei davvero che Palermo fosse una città europea...
Vorrei davvero che Palermo fosse una città europea...
Vorrei davvero che Palermo fosse una città europea...
Vorrei davvero che Palermo fosse una città europea...
Vorrei davvero che Palermo fosse una città europea...

Per contro, a fronte del generalizzato degrado, si possono registrare degli esempi di buone pratiche "spontanee".
Per esempio, vicino a dove abito io nei pressi di Via Gabriele D'Annunzio c'é un angoletto che è la dimostrazione tangibile di quanto la buona volta di buoni cittadini anonimi può riabilitare dal degrado e dall’incuria angoli abbandonati della città, altrimenti vere terre di nessuno.
E questo succede anche a Palermo, al giorno d'oggi invasa dalla monnezza e regina per l'abbandono degli spazi pubblici .
La salvaguardia dell’ambiente dipende anche e soprattutto da uomini e donne armati di buone intenzioni e di volontà
Inutile attendersi un dispendioso intervento di enti pubblici che non arriverà mai o sarà subito vanificato.
Se si vuole veramente, si può fare subito qualcosa.

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3 ottobre 2021 7 03 /10 /ottobre /2021 15:08
Sempre più alienati e avulsi dalla realtà
Sempre più alienati e avulsi dalla realtà
Sempre più alienati e avulsi dalla realtà
Sempre più alienati e avulsi dalla realtà

1. Per molti, troppi,
il mondo è per intero dentro lo schermo dello smartphone
Di rado – ciò si osserva sempre più di frequente -
gli usatori compulsivi dello smartphone riescono a staccarsene
I tempi di utilizzo aumentano a dismisura
Se si guardano gli altri, in contesti sociali,
si vede che per la maggior parte lo smartphone lo tengono in mano,
come se ormai fosse un'appendice della mano
una specie di increscenza in cui carne, plastica e metallo si fondono
oppure se è riposto in una tasca si può osservare
che una mano nervosa scende a cercarlo per compulsare lo schermo
e verificare se sono arrivate nuove notifiche
Il prossimo passo potrebbe essere quello
di consentire ad alcuni, se lo desiderano
di farsi impiantare direttamente nel corpo un sistema di telefonia mobile
con tutti gli annessi connessi
con la possibilità di proiettare i contenuti sulla superfice di speciali occhiali
che quindi fungerebbero da display
e di inviare il sonoro direttamente alle orecchie
il tocco delle dita sullo schermo potrebbe essere sostituito da altri tipi di comandi
Ma del resto ci siamo quasi a questa ulteriore rivoluzione.
Ho visto, camminando, dei grandi manifesti pubblicitari
che promuovono gli “smart eyewear”,
occhiali di nuova generazione che consentono di connettersi,
di rispondere alle chiamate, di ascoltare la musica:
si calzano questi occhiali e si hanno tutte le funzioni dello smartphone
che rimane nella tasca, probabilmente connesso attraverso bluetooth
Dunque, arriveremo presto agli impianti bionici:
il passo da fare è decisamente breve.

 

2. Sono tristi le scene in cui persone camminano per strada
con gli auricolari saldamente infitti nelle orecchie
e gli occhi incollati al display
talvolta sono immersi in una conversazione
talaltra guardano qualcosa
un notiziario,
un film,
ascoltano della musica su youtube o su spotify o anche un canale radio
oppure una diretta streaming o un podcast
Non si accorgono di nulla, di ciò che capita loro attorno
non vedono, non sentono, non percepiscono
Un’auto potrebbe piombare in corsa su di loro,
un masso o un albero cadere sulle loro teste.
Il loro senso di prossimità
tanto prezioso per scampare a certi pericoli ambientali è annullata
dalla cascata di dati che li pervade
L'altro giorno una passeggiatrice dicane se ne stava seduta
su di un basso muretto al Giardino Inglese
il cane sciolto e libero di fare ciò che gli/le pareva
Lei con il gingillo in mano e lo sguardo incollato al display
Ma che razza di passeggiata con il cane è questa?
uno che porta il cane a spasso dovrebbe guardarsi attorno
godere dell'aria fresca del mattino,
ascoltare il cinguettio delle prime voci canore degli uccelli,
guardare gli altri,
bearsi del mondo che si risveglia
occuparsi del proprio cane,
vigilare per evitare che il proprio cane parta a gran carriera appresso ad un gatto
e, invece, no,
questo starsene chiusi nel display formato carta da visita del proprio telefono

in una beata ignoranza di tutto il resto

Non uno sguardo al mondo di fuori.

Che differenza c'è, a questo punto, con lo starsene seduti dentro una caverna buia
e solo il telefono come tramite con la realtà?

Provo una viscerale antipatia per tutto questo.
Quanto stiamo perdendo?
Quanto abbiamo già perduto?

Alcuni dicono che non si può fermare il progresso,
anche se il progresso di cui parlano costoro è quello commerciale,
fatto di un'interminale costruzione di neo-bisogni.
Se perdessimo in un attimo tutti gli orpelli della modernità,
ci renderemmo rapidamente conto che di essi
non ne sentiamo alcuna mancanza.

 

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28 settembre 2021 2 28 /09 /settembre /2021 07:14
La mia maglia bucata

L’altro giorno una mia cugina mi ha fatto notare che sul fronte della T-shirt che indossavo c’era un buchetto.
E mi ha detto che sarebbe il caso di non metterla più. Ha aggiunto: “Vada per i jeans strappati e rammendati. Quelli vanno di moda e nessuno ci fa caso” (i miie jeans, logorati, in alcuni punti erano stati più volte rammendati).

Devo ammetterlo: il vestiario non è mai stato tra le mie priorità. Mia cugina si preoccupa, quando mi vede - secondo lei - trasandato e, se capita, mi redarguisce bonariamente.
Ormai la voce di spesa "vestiario" l’ho definitivamente accantonata e vivo soltanto di ciò che mi ritrovo a casa, comprese felpe e pantaloni che, negli ultimi anni, avevo comprato per mio fratello e rimasti praticamente nuovi.
Ma una T-shirt con il buco?
Di solito le maglie più logorate le riciclo per la notte oppure per il lavoro in campagna. E poi alla fine me ne sbarazzo.
Invece, questa in particolare ho continuato ad usarla come maglia “buona” malgrado i buchetti di cui sono consapevole.
Perché?
Ci ho riflettuto un po’ su.
Ecco la risposta. Per lungo tempo la mamma continuó a comprare gli indumenti per mio fratello e, quando lo faceva, per un criterio di equità comprava qualcosa per me. Non qualcosa di sostanziale, più che altro di valore simbolico. Poi smise, perché smise di andare per negozi, quando capì che questo tipo di cosa la stancava troppo.
E, quando lei me lo chiedeva, andavo io a comprare qualcosa per mio fratello. Mentre lei, come fanno spesso le persone anziane, smise di aggiornare il suo guardaroba (peraltro piuttosto fornito).
Ecco, questa T-shirt, di un bel Verdone scuro, con delle scritte sul davanti, fu uno degli ultimi capi di vestiario che lei mi compró.
Forse, proprio per questo, continuo a considerarlo come un indumento “buono”, malgrado i buchetti. Per lo stesso motivo continuo ad usare il sopra di un pigiama di flanella che mia madre acquistò per me, quando andai a stare a Milano per la specializzazione: di fatto è tuttora uno dei miei preferiti.
È così che vanno le cose, per me.
Giusto o sbagliato che sia.
Nel social dove ho postato queste considerazioni ho avuto delle rassicurazioni e trovato dei sostanziali incoraggiamenti.
Non sono solo, e saperlo è tanto.

Possiamo dire che noi amanti delle vecchie maglie con i buchetti, ma ancora buone - si potrebbe dire "vintage" -, siamo degli incorregibili giurassici, veri e propri dinosauri in via di estinzione in una cultura non cultura che privilegia il ricambio velocissimo di oggetti (e, purtroppo, anche persone) e l'usa-e-getta. E succederà che "quando fra tremila ci ritroveranno fossilizzati, gli archeologi si chiederanno perchè indossavamo vecchie maglie bucate 😂" (il virgolettato è un commento della mia amica AR, riportato da FB).

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23 settembre 2021 4 23 /09 /settembre /2021 12:13
A cosy corner

Durante una mia passeggiata, mi sono imbattuto nei pressi della Fiera del Mediterraneo a Palermo in una vera e propria stanza a cielo aperto, espressione del sempre più diffuso fenomeno delle persone senza fissa dimora, o come si dice in inglese homeless.
Già in un precedente mio articolo ho commentato sullo strano caso dell'Homeless organizzato

In quessto caso, l'invisibile abitante era riuscito ad allestire utilizzando un angolo delimitato da due pareti un angolo confortevole, con un vero e proprio letto, con lenzuola e coperte.
L'asptto esteriore di questa "casa" mi ha colpito immediatamente e ho voluto fare uno scatto. In Inglese, questo luogo lo si descriverebbe come un "cosy corner", ovvero un angolino confortevole.

Osservando la disposizione degli arredi, la cura con cui sono sistemate le coperte e i cuscini (che trascendono dalla dimensione di un semplice giaciglio improvvisato), ci si dimentica che tutto questo è allestito all'aperto e che non vi sia un vero e proprio tetto, se non una tettoia che ripara solo parzialmente dai rigori climatici. C'era anche un piccolo tavolo ai piedi del letto e una sedia ordinatamente disposta sotto di essa.
Tutto lasciato in ordine, come nel caso di qualcuno che esce dal mattino da casa per sbrigare le sue faccende e ha il puntiglio di lasciare tutto in oridine, in modo tale che al proprio ritorno troverà una simile nettezza (e semplicità) domestica ad accoglierlo.
Si è portati a pensare piuttosto che si sia di fronte ad un confortevole ambiente domestico: una casa, in cui tutto è lasciato al suo posto, nel dovuto ordine, come se vi fossero porte e mura difenderla da possibili intrusioni.
Io stesso nello scattare la foto mi sono sentito a disagio, come se stessi invadendo con il mio sguardo e con l'occhi della macchina fotografica uno spazio privato.

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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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