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8 novembre 2019 5 08 /11 /novembre /2019 07:00
(foto tratta da un profilo social FB)

(foto tratta da un profilo social FB)

Ho carpito l'immagine di copertina da un profilo social.

Non appena l'ho vista mi ha immediatamente colpito con forza, perla sua pregnanza iconica e poetica allo stesso tempo.

Cosa ci dice l'immagine?

E' molto semplice, essenziale quasi.

Un adulto e un bambino camminano tenendosi per mano nel bel mezzo di un paesaggio desolato.

Sono intenti nel cammino.
Il guardarli, così, a volo d'uccello fa sembrare entrambe le figurette minute e fragili nell'immensità e nell'asprezza del territorio circostante,una Natura che sembra essere ostile ed impervia.

La strada che seguono sembrerebbe perdersi nel cuore profondo della desolazione: e, benchè non si possa vedere cosa vi sia al di là del dosso, viene facile immaginare che proceda all'infinito.

Dove vanno? Da dove vengono?

Sembrano essere attrezzati per un lungo cammino...

Si staranno raccontando storie mentre procedono, oppure se ne stanno in silenzio, assorti?

Tante domande e, partendo da ciascuna, si può tessere una storia diversa.

Mi piace immaginare che siano diretti verso una radiosa aurora e che presto, per loro, i grigi, i neri e i rossi cupi del terreno che li circonda possano cedere il passo ad una natura ubertosa e fertile. E che il loro andare possa giungere ad una sosta, quanto meno temporanea.

Il cammino è una metafora potente della vita.

Questa foto mi ha ricordato con prepotenza la canzone di Guccini "Il vecchio e il bambino", ma anche il tragico romanzo post-apocalittico di Cormac McCarthy, La strada (e il film crudo che ne è stato tratto), ma anche - giusto per sollecitare delle immagini meno cupe, seppur malinconiche - la sequenza finale di Il Monello di Charlie Chaplin.

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6 novembre 2019 3 06 /11 /novembre /2019 08:55
Piazza Noce, Palermo (Foto di Maurizio Crispi)

Piazza Noce, Palermo (Foto di Maurizio Crispi)

Panchine di solitudine
Ma talvolta di condivisione e di compagnia
Se pare che uno sieda su di una panchina in solitudine,
é anche vero che egli si trova in un’interfaccia
con il mondo che scorre accanto
La panchina è stasi versus movimento
L’immobilità della panchina invita chi è in movimento
a ristare
Mentre il mondo é in affanno, l’appanchinato se ne sta fermo
in sospensione pensosa, contemplativa,
talvolta sentendosi fuori dai giochi
La panchina, dovunque si trovi,
é contemplazione o introspezione versus la vertigine del movimento
Forse, per questo, le panchine nei luoghi pubblici
possono essere così straordinarie
Sono un tramite, una porta, talvolta una finestra
E a me le panchine piacciono sempre:
ognuna di loro per quanto malmessa
ha qualcosa da dire
sia che sia vuota, in attesa di un occupante,
sia che sia temporaneamente abitata
Cosa sarebbero le panchine
se tra le loro differenti proprietà
fossero anche volanti come i tappeti delle magiche storie?
Bisognerebbe ridisegnarne l’intera filosofia e geografia,
allora
E le panchine sono la tua ancora di salvamento,
quando ti ritrovi a corto di argomenti:
panchine per voli della fantasia

 

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1 novembre 2019 5 01 /11 /novembre /2019 07:02
Arriva l'ora legale...

Quando avviene, oggi, il vero cambio di stagione?
Non certo nelle date stabilite dal calendario come abbiamo imparato a scuola, quando ancora esistevano quattro stagioni che si avvicendavano, con una successione di cambiamenti ben definiti e riconoscibili.
Oggi, tutto questo appartiene al passato, come al passato appartiene quasi del tutto il cambio stagionale degli armadi che, in ogni casa, si usava fare (bagaglio indimenticabile dei ricordi di infanzia di molti di noi, quando si rimettevano fuori per farle arieggiare indumenti ed effetti letterecci odorosi di naftalina).
Quando si ha la certezza, invece, che è cambiata la stagione e che l’inverno si avvicina inesorabile?
Io credo che questo avvenga, quando si spostano le lancette di un’ora indietro, in corrispondenza dell’ultimo fine settimana di ottobre (che quest’anno è caduto nella notte tra il 26 e il 27).
Tutti i dibattiti che si accendono in questa circostanza (come nel caso della transizione "primaverile" dall'ora solare allora legale) sull’ora in più di sonno o in meno (argomento che viene sfoderato puntualmente sfoderato con imbarazzante monotonia nei notiziari pubblici sui media) sono cazzate, in realtà: quelli che dibattono su questo aspetto così superficiale, sono ciechi di fronte ad un aspetto ben più profondo che plasma le nostre vite.
Il cambio di ora sì che fa la differenza, soprattutto per quanto riguarda ricadute psicologiche ben più ampie e consistenti: come dice il Donald Duck della vignetta, per avere il magro vantaggio di un po’ più di luce più, presto la mattina c’è lo svantaggio di giornate che molto presto affondano nell’oscurità e nel buio della notte.
Con tutto il carico di tristezza e a volte di depressione che ciò comporta.
E’ qui che, a prescindere dalle temperature e dagli eventi climatici comincia il lungo inverno, anche se ancora a sera l’aria è pervasa - dalle nostre parti - del profumo irrefrenabile e dolce dei gelsomini: non un lungo inverno climatico, ma il lungo inverno dell’anima.
E si piomba nella tristezza (almeno, a me capita, senza alcun dubbio), sapendo che per avere di nuovo delle giornate lunghe e piene di luce occorrerà attendere il giro dell’anno e il ritorno dell’ora legale, quando tutti saremo di un anno più vecchi.
E’ così che l’ora legale, assieme al cambiamento climatico, ha preso a scandire le nostre vite non più con una circolarità a quattro fasi, ma con una morfologia fondamentalmente bifasica, tutta giocata con l’eterno conflitto tra luce e tenebre.

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16 ottobre 2019 3 16 /10 /ottobre /2019 10:20
Mio fratello rincorre i dinosauri (Italia, 2019)

Mio fratello rincorre i dinosauri (Italia, 2019) è un bel film, molto educativo e molto vero, che racconta di quanto possa essere arricchente in una famiglia la presenza di un bimbo down, ma anche quali e quante possano essere le difficoltà con le quali alcuni della famiglia debbano confrontarsi. E, naturalmente, le cose si complicano quando l'unità sociale elementare che è la famiglia deve istituire un confronto con il contesto societario più vasto oppure quando il portatore della disabilità - qualunque essa sia - deve fare il suo ingresso nel mondo.

In queste situazioni, l'affettività ha un potente ruolo cementante ed evolutivo. E sono sempre gli elementi più giovani dell'unità familiare che più facilmente possono subire le pressione del contesto allargato a potere subire delle conseguenze, come appunto dimostra la vicenda autobiografica raccontata da Giacomo Mazzariol (pubblicata da Einaudi Collana Stile Libero Extra nel 2016, con il titolo Mio fratello rincorre i dinosauri. Storia mia e di Giovanni che ha un cromosoma in più) e trasposta in film da Cipani.

Il film - fatta salva qualche interpolazione necessaria per  rendere più fluida la sua sintassi - segue in modo piuttosto aderente il racconto scritto.
Alcuni hanno detto che il libro di Mazzariol (e il film) rappresenti la risposta italiana a Wonder (libro e film che ne è stato tratto): in effetti è così, anche se - ovviamente - vi sono delle differenze sia legate al contesto sia al tipo di "diversità" di cui viene raccontato. Anche se in Wonder vi è un fronte familiare compatta accanto al piccolo protagonista della vicenda, mentre nel racconto di Mazzariol è lo stesso Giacomo che, in un momento ben preciso della sua storia di evoluzione sociale e di costruzione del Sè, ripudia il fratello Gio affetto da Sindrome di Down salvo a ricredersi e a ritrovare il giusto e armonico equilibrio affettivo, con una riapertura e una dichiarazione in qualche modo "pubblica", attraverso un videoclip, divenuto rapidamente virale, "The simple interview".

Io stesso, nel vedere il film e nel leggere il libro, ho avuto una serie di flashback che mi hanno riportato indietro agli anni della mia pre-adolescenza e adolescenza e al difficile compito di mediare in quegli anni tra le istanze sociali nuove con cui iniziavo a confrontarmi e il fatto di avere un fratello disabile. Benchè in famiglia vi fosse la precisa consapevolezza di essere uniti affettivamente e motivati per costituire un team affiatato in cui il problema della disabilità di mio fratello doveva essere condiviso e gestito da tutti, senza distinzioni, l'avere un fratello disabile ha creato dentro di me - indubbiamente - delle risonanze e delle titubanze che, quando mi sono ritrovato davanti alle prime aperture nel sociale, hanno plasmato in qualche misura la costruzione del mio carattere, portandomi in taluni casi a scelte di isolamento piuttosto che di coraggiosa apertura.
Penso certamente che libri come questi (e i relativi film che a loro sono stati ispirati) dovrebbero essere fatti leggere nelle scuole o essere letti e illustrati ad alta voce dai docenti e poi discussi con gli allievi, poichè hanno da insegnare veramente tanto sui temi dell'accettazione e dell'integrazione, non in maniera teorica ma in modo semplice e diretto fondato su fatti realmente accaduti.

Chi ha tratto interesse a questi due racconti potrebbe trovare utile iun confronto con la priva prova letteraria di Mariapia Veladiano, La vita accanto (Einaudi, 2011), nella quale si racconta dell'infelice Rebecca, nata in una famiglia di rango sociale marchiata dalla sfortuna - sin dalla nascita - di essere palesemente brutta e, per questo, sin dalla nascita, rifiutata dalla madre e condannata ad una vita di semi-reclusione, dalla quale si salverà soltanto grazie al suo talento naturale e dal fatto che alcune delle persone che la circondano le vogliono bene, malgrado la sua bruttezza. Il racconto della Veladiano contraddice radicalmente il detto popolare "Ogni scarrafone è bello 'a mamma sua". In effetti si può essere condannati ad una forma di severo ostracismo per la propria malattia o bruttezza (e, in fondo, cos'è la malattia se non un'offesa alla purezza dei canoni estetici che si vorrebbero garantiti per sé e per i propri cari?). Ma anche il libro della Veladiano conferma l'assioma che sono gli affetti a salvare le persone e che anche nelle situazioni di più estreme di rifiuto affettivo possono aprirsi delle vie insperate per incanalare l'affettività e per ricevere l'affetto necessario ad un sano sviluppo psico-affettivo.

 

 

Mazzariol, Mio fratello rincorre i dinosauri, Einaudi Stile Libero Big, 2016

Giacomo Mazzariol, Mio fratello rincorre i dinosauri. Storia mia e di Giovanni che ha un cromosoma in più, Einaudi (Stile Libero Extra), 2016

(Risguardo di copertina) Ci sono voluti dodici anni perché Giacomo imparasse a vedere davvero suo fratello, a entrare nel suo mondo. E a lasciare che gli cambiasse la vita.
Hai cinque anni, due sorelle e desidereresti tanto un fratellino per fare con lui giochi da maschio. Una sera i tuoi genitori ti annunciano che lo avrai, questo fratello, e che sarà speciale. Tu sei felicissimo: speciale, per te, vuol dire «supereroe». Gli scegli pure il nome: Giovanni. Poi lui nasce, e a poco a poco capisci che sí, è diverso dagli altri, ma i superpoteri non li ha. Alla fine scopri la parola Down, e il tuo entusiasmo si trasforma in rifiuto, addirittura in vergogna. Dovrai attraversare l’adolescenza per accorgerti che la tua idea iniziale non era cosí sbagliata. Lasciarti travolgere dalla vitalità di Giovanni per concludere che forse, un supereroe, lui lo è davvero. E che in ogni caso è il tuo migliore amico. Con Mio fratello rincorre i dinosauri Giacomo Mazzariol ha scritto un romanzo di formazione in cui non ha avuto bisogno di inventare nulla. Un libro che stupisce, commuove, diverte e fa riflettere.
Insomma, è la storia di Giovanni, questa. Giovanni che ha tredici anni e un sorriso piú largo dei suoi occhiali. Che ruba il cappello a un barbone e scappa via; che ama i dinosauri e il rosso; che va al cinema con una compagna, torna a casa e annuncia: «Mi sono sposato». Giovanni che balla in mezzo alla piazza, da solo, al ritmo della musica di un artista di strada, e uno dopo l’altro i passanti si sciolgono e cominciano a imitarlo: Giovanni è uno che fa ballare le piazze. Giovanni che il tempo sono sempre venti minuti, mai piú di venti minuti: se uno va in vacanza per un mese, è stato via venti minuti. Giovanni che sa essere estenuante, logorante, che ogni giorno va in giardino e porta un fiore alle sorelle. E se è inverno e non lo trova, porta loro foglie secche. Giovanni è mio fratello. E questa è anche la mia storia. Io di anni ne ho diciannove, mi chiamo Giacomo.

L'Autore. Giacomo Mazzariol è nato nel 1997 a Castelfranco Veneto, dove vive con la sua famiglia. Nel marzo del 2015 ha caricato su YouTube un corto, The Simple Interview, girato assieme al fratello minore Giovanni, che ne è il protagonista. Giovanni ha la sindrome di Down. Il video ha avuto un'eco imprevedibile: i principali quotidiani gli hanno dedicato la prima pagina ed è stato commentato anche all'estero.
The Simple Interview è visibile su www.youtube.com/watch?v=0v8twxPsszY.html
Per Einaudi ha pubblicato Mio fratello rincorre i dinosauri (2016 e 2018) e Gli squali (2018).

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4 ottobre 2019 5 04 /10 /ottobre /2019 09:12
La panchina è mia! (foto di Maurizio Crispi)

Ogni mattina sono alla piazzetta della Noce (a Palermo), nei pressi dell'Istituto Valdese, dove mio figlio Gabriel va a scuola.
Io vado a piedi o in macchina e lì ci incontriamo con Maureen e Gabriel, poco prima dell'orario di ingresso.
La piazzetta, dominata da una statua della Madonna che riposa su di un alto plinto, benchè risistemata di recente e spesso sporca di spazzatura fluttuante, tipo sacchetti di plastica e incarti spostati dal vento qua e là, quel tipo di lordura endemica che caraterrizza tante vie e piazze della nostra città.
Ma, nello stesso tempo, è confortevole, perchè fornita di alcune panchine in ferro che (stranamente) non sono ancora state vandalizzate, forse perchè considerate dagli abitanti del quartiere un "loro" bene pubblico.
All'orario del mio arrivo, solitamente non c'è nessuno e le panchine sono tutte libere.

Poi, appena un po' più più tardi, la piazzetta si anima e arrivano alcuni abituali suoi frequentatori, probabilmente del quartiere, alcuni dei quali vanno ad occupare sempre la stessa panchina.
Una mattina, desideroso di cambiare prospettiva, sono andato a sedermi proprio su quella panchina.
E mi sono sistemato a fare le mie cose per un'attesa operosa (si interpreti: leggere un libro).
Nemmeno avevo iniziato a leggere che è arrivato un tizio del gruppo di panchinari fissi e benchè, tutte le altre panchine fossero libere, si è seduto accanto a me con tenace invadenza.
Io sono rimasto ma sentendo la mia privacy compromessa. Come quando al cinema, benchè la sala sia del tutto vuota, uno arriva e si piazza o davanti o dietro o accanto a te.
Da parte del frequentatore abituale della piazzetta (indigeno del quartiere giunta) ho sentito quell'azione come una dichiarazione di possesso, non detta a parole: "Questa panchina è mmmmia!".


 

La Piazzetta della Noce (foto di Maurizio Crispi)

Siccome di lì a poco sarebbero arrivati Maureen e Gabriel e , a meno di stringersi come sardelle, non ci sarebbe stato posto per tutti, dopo  una dignitosa persistenza durata qualche minuti, mi sono spostato per sedermi sulla panchina di fronte che era libera, ovviamente.

Poco dopo, la mia defezione, sono arrivati i suoi compagni di merendine, quelli con cui il ciondolamento senza far nulla si protrae nell'arco della mattinata. E quello, il primo della combriccola ad arrivare sul posto, è rimasto a fissarmi a lungo.
Wow!

Nei giorni successivi mi sono sempre seduto in panchine diverse della piazzetta, ma mai più su quella.
Il tizio che indossa sempre pesanti occhiali da sole e che è sempre con la barba non fatta, arriva sempre poco dopo di me e sistematicamente si siede su quella panchina (si siede sempre esattamente sul lato della panchina che io avevo occupato quella volta).
Mi sembra che mi guardi in cagnesco e in maniera ostentamente prolungata, con gli occhi nascosti dietro quegli occhialacci neri. Quel suo sguardo insistito mi dice: "Vedi, questa panchina è mmmmia! Mia! Mia!"
Mi è sembrato si sia trattato di un fenomeno sociologicamente rilevante che ha a che vedere con la "marcatura" del territorio e con l'affermazione di proprietà personale su qualcosa che, in verità, è pubblico.
Come se quella panchina in quella specifica piazzetta assolvesse alla funzione del cosiddetto "stammtisch" delle birrerie tedesche (in cui il termine fa riferimento sia al gruppo di persone che si riuniscono, sia al tavolo - usualmente rotondo - da esse occupato).
Questo piccolo episodio mi ha fatto ricordare del tempo in cui frequentavo i corsi universitari.
Quando ero ancora una matricola, avevamo una lezione nelle prime ore del mattino, forse alle 7.30, e occorreva andare al Policlinico molto presto.
La lezione si svolgeva in un'aula ad anfiteatro, con i banchi a scala, e con una fila di poltroncine, proprio in basso, dove il professore aveva la sua postazione.
C'erano alcuni miei colleghi che occupavano solitamente quelle poltroncine e, per poterlo fare, arrivavano prestissimo, con largo anticipo: erano un misto tra quello che oggi si definirebbe un "nerd", ma a quei tempi la parola adatta era "secchione" e il tipo del leccaculo. Chi di loro arrivava per primo occupava i posti anche per tutti gli altri: in fondo, avevano costituito una sorta di lobby informale. Si capivano bene tra loro (e si tratta di quelle intese che si colgono al primo sguardo).
In omaggio alla loro duplice natura, oltre a prendere accanitamente appunti, presentavano il "Segno di De Musset", cioè facevano continuamente dei movimenti oscillatori con la testa (per indicare che avevano ben capito e che stavano seguendo, bevendo le parole del prof come se fossero acqua benedetta), come quelle famose statuine cinesi con la testa oscillante. Era uno spettacolo proprio buffo. E, poi, da parte loro c'era il rito delle domande pseudo-intelligenti, sempre per farsi notare dal professore ed entrare così nelle sue grazie. Erano anche quelli che spesso e volentieri si intrattenevano con il prof a fine lezione e facevano capannello attorno a lui.
Io me ne fregavo di tutto questo.

Non avevo simili preoccupazioni e un'assoluta fiducia nelle mie risorse personale, senza bisogno di ricorrere a simili astuzie.
Forse proprio per questa mia diversa concezione, lo stile leccardino di questi miei colleghi mi indisponeva.
E così decisi che per una volta sarei arrivato prestissimo, molto prima di loro e che avrei occupato una di quelle poltrone di prima fila.
Non vi dico le reazioni. Perchè uno dei secchioni/lecchini rimase ovviamente senza posto e privato della possibilità di esercitare le sue virtù. E non ci potè nulla: io benchè pressato a lasciare la poltroncina rimasi con il culo incollato ad essa.
L'escluso era incazzato nero e si muoveva come un leone condannato all'esilio, come se fosse stato privato della possibilità di esercitare un diritto acquisito e inamovibile.
Ma tant'è.

Io durante quella lezione mi divertii tantissimo, guardando di sottecchi la mimica e il comportamento di quel povero esiliato a cui avevo rovinato per una volta la festa.
E benchè con il suo sguardo dicesse "Quella poltrona è mmmia!" fu costretto alla fine ad accettare la sua condizione di escluso.

 

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13 settembre 2019 5 13 /09 /settembre /2019 10:40
Apollo 11 (USA, 20199

Esce nelle sale cinematografiche, proprio in questi giorni, il film USA di Todd Douglas Miller Apollo 11 che, in forma documentaristica, racconta della spedizione Nasa che portò due uomini a mettere piede sulla superficie lunare (il terzo come è noto rimase in orbita attorno alla luna).
Il film è uscito in concomitanza delle grandi celebrazioni per la ricorrenza di quella che è considerata una grande impresa - forse la più grande - dell'ingegno umano e delle applicazioni tecnologiche al tempo più avanzate.
Superata l'euforia e l'ubriacatura di entusiasmo per quella riuscita che venne salutata con pubblicazioni entusiastiche di articoli e di libri (si veda ad esempio "Un fuoco sulla luna" di Norman Mailer, 1971) , a distanza di qualche tempo, entrò in circolazione nelle sale cinematografiche il film "Capricorn One" (Peter Hyams, USA, 1978) che mette in scena una nuova impresa della NASA che dovrà portare gli astronauti americani a mettere piede su Marte. Ma tutta l'impresa, come risulterà dal plot del film è una grande falsificazione, abilmente costruita: un'operazione secretata totalmente dei cui fondamenti menzogneri nulla deve trapelare, ma il diavolo ci mette  la coda e l'inganno viene rivelato.

Questo film consentì in realtà di parlare dei dubbi circolanti sull'autenticità di quel primo ed unico allunaggio, dubbi alimentati da numerosi leaks provenienti da personale che, a quel tempo, aveva operato all'interno dello stesso ente spaziale americano.

Il pubblico su queste teorie complottiste (peraltre supportate da una larga messe di documenti secretati e da analisi dettagliate di prove materiali confutanti lo sbarco) si divise profondamente.

Molti rimasero (e sono tuttora fermamente convinti) che l'allunaggio effettivamente ci fu.

Nessuno volle andare veramente a fondo della questione, archivando il caso come il frutto di una contorta e fantasiosa mentalità complottista.

I dubbi tuttavia rimangono e sono fondati.

Come mai, alcuni continuano a chiedersi, dopo "il piccolo passo per un uomo, ma un grande passo per l'Umanità" di Neil Armstrong non ci furono più allunaggi, nè si tentò di costruire una "stazione lunare" presidiata da personale umano che avrebbe potuto fungere da trampolino di lancio verso i pianeti più lontani, come ad esempio, Marte?

L'impresa lunare, tuttavia, anche se fsse stata il frutto di  un falso, atto a sancire la supremazia americana sui Russi nella corsa al controllo dello spazio, proprio all'apice della Guerra Fredda, è entrata prepotentemente nell'immaginario collettivo, dal quale non potrà più essere facilmente scalzata ed è diventata per il grande pubblico un'autentica macchina dei sogni.
 

 

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21 giugno 2019 5 21 /06 /giugno /2019 07:17
Siegmund Ginzberg, Sindrome 1933, Feltrinelli, Collana Varia, 2019

Il volume di Siegmund Ginzberg, Sindrome 1933 (Feltrinelli, Collana Varia, 2019) si propone come una disamina documentatissima di ciò che accadde nella Germania del 1933 , a partire da un'alleanza di governo assolutamente improbabile, scaturita dall'ultima di una incalzante serie di votazioni politiche che avevano visto l'ascesa lenta, ma continua del partito nazionalsocialista guidato da Hitler.
L'autore discute con lucidità dei successivi passaggi che consentirono ad Hitler dopo una serie di passaggi di diventare Cancelliere del III Reich e di assumerne la guida in modi totalitari, senza praticamente più avversari e con un enorme consenso popolare. E nel fare ciò prende in esame diverse aree tematiche, come ad esempio le strategie economiche, il populismo sempre più sfrenato, il controllo assoluto della stampa sino al più totale imbavagliamento di qualsiasi forma di diffidenza, l'atteggiamento nei confronti dei debiti di guerra, l'individuazione dell'altro da perseguitare e di escludere, di tutte le forme di finanza "creativa" messe in atto per evitare che le strategie populistiche potessero determinare il tracollo della nazione, le battaglie contro gli abissi di disoccupazione che si erano verificati nel dopoguerra e negli anni della Repubblica di Weimar.
Tutto accadde nel corso di quell'anno fatidico: il 1933. E tutti questi temi sono intersecati gli uni con gli altri e l'autore ne dipana i fili, facendo emergere a volte un aspetto. Ogni capitolo ha il supporto di una serie di testi che vengono menzionati in una postilla finale che, più che essere una bibliografia in senso stretto, rappresenta una guida efficace all'approfondimento per i lettori più esigenti.
L'autore non menziona quasi mai il presente e la situazione dell'Italia contemporanea, ma è immediato fare alcune analogie. Egli stesso introduce ad arte dei lapsus, per fare immediatamente marcia indietro, ma lasciando al lettore la possibilità di soppesare i fatti e di farsi una propria idea.
Certo, avverte Ginzberg, è fallace voler leggere il presente con le analogie tratte da un lontano passato che alcuni pensano essere morto e sepolto.
E purtuttavia le analogie possono rappresentare uno stimolo alla riflessione e all'approfondimento di alcune questioni e forniscono degli strumenti per assumere nei confronti di certi accadimenti del presente un atteggiamento critico.
Indubbiamente, la lezione della storia è di fondamentale importanza e sarebbe da stolti pensare che alcuni tristi e sciagurati eventi del passato lontano non possano riproporsi, mutatis mutandis,nel presente. Occorre sempre vigillare ed esercitare il proprio spirito critico: un solo uomo che, improvvisamente per un concorso fortuito di circostanze, si trovi in una compagine di governo, può in effetti - in un tempo brevissimo - provocare dei danni gravissimi alle condizioni di un paese e modificarne l'assetto, influenzando al tempo stesso con un perverso effetto domino la configurazione di altri stati. Nell'evolversi delle democrazie - come è ad esempio il caso di quella americana (si veda per un approfondimento l'ottimo saggio "Ossessioni americane" di Massimo Teodori) - vi è indubbiamente un effetto "pendolo", ci sono corsi e ricorsi, alternarsi di trend che quando si avviano possono avere delle notevoli qualità inerziali e si evolvono in Moloch distruttori che insidiano ogni forma di libertà, dando l'illusione della libertà e della potenza.Ma nello stesso tempo possono verificarsi improvvisi capovolgimenti che portano al recupero di forme di libertà di pensiero divenute apparentemente obsolete. Occorre vigilare ed essere pensanti: il grande rischio delle spinte sovraniste be populiste è infatti quello che riducono, se non aboliscono addirittura in alcuni casi, la capacità di pensiero autonoma in larghi strati della popolazione.
Alla lettura di questo saggio di Ginzberg potrebbe esere utile affiancare il volume di Sergio Rizzo, "02.02.2020. La notte che uscimmo dall'euro" (Feltrinelli, 2018) che si potrebbe definire come uno story telling di fantapolitica capace di illustrare con efficacia come una decisione presa in via unilaterale da politicanti arroganti ed impreparati, possa portare a catastrofiche conseguenze e ad un effetto domino senza precedenti.
Una lettura da brivido per le devastanti conseguenze che ipotizza, altamente consigliata a tutti gli euroscettici e a tutti coloro che - anche solo per scherzo, dicono loro - blaterano di voler uscire dall'euro.
Guardando alle più recenti evoluzioni sino alle soglie della procedura di infrazione da cui è minacciata l'Italia proprio in questi giorni, si possono vedere in filigrana nel modo di reagire di alcuni dei nostri governati (e in particolare di colui che sembra avere assunto il ruolo di leader sempre più incontrastato dell'opinione populista) alcuni degli eventi della reazione a catena descritta da Sergio Rizzo nel suo volume. Da parte loro ci sono parle d'ordine ripetute alla nausea, formule trite e ritrite, dichiarazioni che sembrano essere sempre più pressanti dichiarazioni di intenti. E come, al tempo di Hitler basta un niente perchè alcune decisioni vengoano prese al di fuori della legge e della costituzione con la sicumera di chi onda il suo dire e il suo fare sulla ferma convinzione di essere supportato dal popolo e dalla nazione. Mentre Ginzberg si ferma all'analogia e si rifiuta di fare previsione allarmistiche, Il volume di Sergio Rizzo. offre una straziante carrellata su ciò che potrebbe accadere se il delirio sovranista e populista dovesse prevalere nei confronti del'Europa e di un sano spirito europeistico. Ovviamente, come avverte Ginzberg, "Nemo Profeta in Patria", ma comunque sia vale il monito "Attenti a quei due!. E non ultimo, consiglio di leggere il volume double face, a metà tra graphic novel ed excursus storico-biografico dedicato ai nostri due vice-premier (Salvini-Di Maio Una biographic novel /Di Maio. Una biographic novel,con testi di Giuseppe Angelo Fiori e disegni di Dario Campagna, BeccoGiallo, 2019). E ancora questo volume, per fortuna, non è stato rimosso dalla circolazione dai Vigili del Fuoco (con una non voluta, ma naturale, citazione di Fahreheit 451 di Ray Bradbury che ci riporta in conclusione all'ombra sempre minacciosa di ogni dittatura del pensiero e politica).

(quarta di copertina di Sindrome 1933) Il passato risuona nel presente. Che cosa c'entra la Germania del 1933 con l'Italia del 2019?
Un minaccioso déjà vu può aiutarci a capire dove stiamo andando e, forse, a non commettere gli stessi errori.
Un instant book storico sulle analogie che uniscono minacciosamente il presente al passato.
(Risguardo di copertina. Una campagna elettorale permanente, un partito che non è di destra né di sinistra ma "del popolo", un improbabile contratto di governo, la voce grossa che mette a tacere i giornali, l'odio che penetra nel discorso pubblico, le accuse ai tecnici infidi, il debito, la gestione demagogica e irresponsabile delle finanze. Sono le analogie che minacciano il presente e rischiano di farlo somigliare pericolosamente a un passato che credevamo di esserci lasciati alle spalle. Quando Hitler nel 1933 divenne cancelliere del Reich, i cittadini tedeschi cominciarono a seguire incantati il pifferaio che li portava nel burrone. La cosa più strana, ma niente affatto inspiegabile, è che avrebbero continuato a credere religiosamente in lui anche dopo che erano già precipitati. "I nazisti," scrive Ginzberg, "non erano bravi solo in fatto di propaganda. Toccavano tasti cui la gente era sensibile, blandivano interessi reali e diffusi (non solo gli interessi del grande capitale, come voleva la vulgata). A elargizioni concrete corrispondeva un consenso reale, crescente e formidabile. La cosa che più impressiona è come siano riusciti a trovare consenso anche sui comportamenti più atroci e disumani del regime." Le analogie superficiali possono portare fuori strada. Eppure non possiamo farne a meno. La mente umana funziona per analogie. Le analogie si sono sempre rivelate uno strumento potentissimo per capire e distinguere, cioè l'esatto contrario del fare di ogni erba un fascio.
L'Autore. Siegmund Ginzberg è nato a Instanbul nel 1948 da una famiglia ebrea, che, poco dopo la sua nascita, si è trasferita a Milano. Cresciuto a Milano, dopo gli studi in filosofia ha intrapreso l'attività giornalistica ed è stato una delle storiche firme dell'Unità, quotidiano per cui ha lavorato a lungo come inviato in Cina, India, Giappone, Corea del Nord e del Sud, oltre che a New York e Washington e Parigi. Oltre alla selezione di scritti Sfogliature (2006), ha pubblicato Risse da stadio nella Bisanzio di Giustiniano (2008), il romanzo familiare Spie e zie (Bompiani, 2015) e il recentissimo Sindrome 1933 (Feltrinelli, 2019).

 

 

Sergio Rizzo, 02.02.1920. La notte che uscimmo dall'euro, Feltrinelli, 2019

Sergio Rizzo, 02.02.2020. La notte che uscimmo dall'euro, Feltrinelli, 2018

Un testo di fantapolitica, a tutti gli effetti, che illustra come una decisione presa in via unilaterale da politicanti arroganti ed impreparati, possa portare a catastrofiche conseguenze e ad un effetto domino senza precedenti.
E' sicuramente una lettura da brivido per il devastante scenario ipotizzato, altamente consigliata a tutti gli euroscettici e a tutti coloro che anche solo per scherzo blaterano di voler uscire dall'euro.
E' un libro che tutti dovrebbero leggere, anche chi ci governa (o pretende di farlo), facendo sovente dichiarazioni di intenti vuote ed arroganti.
Peccato che coloro che, allo stato attuale, ci governano e quelli che a loro, eventualmente, seguiranno siano così totalmente ignoranti e che non leggano se non sunti e minestrine predisposte per loro dai rispettivi uffici stampa.

(Dal risguardo di copertina) 2 febbraio 2020. È tutto pronto, il grafico incisore che ha avuto dal ministro dell’Economia l’incarico di disegnare la Lira Nuova ha finito, il punto di verde è perfetto. Banconote e monete verranno messe in circolazione a partire dalla mezzanotte. In ossequio al credo nazionale sono stati abbandonati i poeti, gli artisti e gli scienziati: al loro posto le immagini degli eroi popolari e i martiri del governo sovranista. Il governo è in carica da un anno e mezzo, e ormai la maggioranza è costituita da un partito unico, il Psi – Partito sovranista italiano. Per tener fede alle promesse elettorali il Psi ha fatto saltare i conti pubblici. Così non c’è altro da fare che andare fino in fondo: mettere in atto il piano B, uscire dall’euro. Intanto la speculazione internazionale è già preparata e le corazzate finanziarie sono pronte ad affossare l’Italia. E fra chi scommette contro il paese c’è anche un politico importante, che ha un ruolo di rilievo nell’operazione Morris, com’è stata battezzata in codice. La mattina del 3 febbraio, la nuova valuta crolla in poche ore mentre le Borse vanno a picco. Le banche hanno bloccato i bancomat, la fuga di capitali è immediata e imponente. L’inflazione comincia a galoppare. I tassi d’interesse esplodono, le imprese indebitate dichiarano bancarotta, i mutui vanno alle stelle. Il potere d’acquisto dei salari è divorato dall’impennata dei prezzi, la disoccupazione tocca livelli astronomici, la povertà dilaga. Il paese è in ginocchio. L’Italia sembra uscita da un’altra guerra mondiale. L’unica soluzione è emanare un decreto per vendere i monumenti agli stranieri. I cinesi offrono 100 miliardi di euro per il Colosseo e i russi si prendono Pompei in cambio merce: le forniture di gas naturale all’Italia per 25 anni. Non basterà. Ma neppure si potrà tornare indietro. Il racconto di un’Europa in cui non esistono più scenari impossibili.

L'Autore. Sergio Rizzo è vicedirettore di "Repubblica, editorialista versatile e prolifico autore di saggi sulla contemporaneità.
È coautore con Gian Antonio Stella del libro-inchiesta sul mondo politico italiano La casta che, con oltre 1.200.000 copie e ben 22 edizioni, è stato uno dei volumi di maggior successo del 2007 e ha aperto un vasto dibattito sulla qualità della classe dirigente nazionale e sul suo rapporto con i cittadini-elettori.

 

Giuseppe Angelo Fiori (testi) Dario Campagna (disegni), Salvini-Di Maio. Una biographical novel, Beccogiallo, 2019

Giuseppe Angelo Fiori (testi) Dario Campagna (disegni), Salvini-Di Maio. Una biographical novel, Beccogiallo, 2019
(Soglie) Un flipbook: da una parte la storia di Matteo Salvini e della Lega, dall’altra quella di Luigi Di Maio e del Movimento 5 Stelle. La biografia scritta e disegnata dei due politici più influenti del momento.

«Diversi, talora opposti, ma rinchiusi in questo libro come nel loro contratto di governo» (La Stampa)

Matteo Salvini è uno che ha fatto la gavetta. In sezione, al consiglio comunale, in radio. Ha capito come diventare il centro del dibattito. Ha imparato a muoversi al momento giusto. È così che ha conquistato la Lega Nord, trasformandola in un partito fatto a sua immagine e somiglianza. Luigi Di Maio è un politico nato. In pochi anni, da semplice studente universitario è passato al ruolo di Vice presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana. E il Movimento 5 Stelle è l’unico partito attraverso il quale avrebbe potuto realizzare questa incredibile scalata.

Massimo Teodori, Ossessioni americane. Storia del lato oscuro degli Stati Uniti, Marsilio Editore (Collana Nodi), 2017

Massimo Teodori, Ossessioni americane. Storia del lato oscuro degli Stati Uniti, Marsilio Editore (Collana Nodi), 2017

(il mio commento) Questo saggio è stato scritto a distanza di poco dall'insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump ed è utile per comprendere l'attuale presidente degli Stati Uniti che, pur non avendo un background politico, si è ri connesso (anche grazie agli oculati indirizzi dei suoi consiglieri durante la campagna presidenziale) a movimenti di idee che a ondate sono stati molti fiorenti nel cuore profondo degli Stati Uniti.
Trump sembrerebbe essere un po' una somma ibrida di diverse correnti che si sono succedute negli oltre due secoli di storia americana e lì ci sono le radici più profonde di alcuni degli apparenti colpi di testa di Trump.
Il sistema politico americano non ha mai consentito l'accesso alla Presidenza di alcuni dei pensatori politici più radicali che, pur non entrando mai nella Casa Bianca, tuttavia hanno influenzato variamente gli umori popolari e hanno condizionato in qualche misura i presidenti in carica. 
Trump invece nella sua maniera rozza, prepotente (ma anche abile e moderna se consideriamo i suoi costanti "cinguettii" che rappresentano a tutti gli effetti degli atti politici) è andato dritto allo scopo rispolverando e attivando antiche ossessioni americane come, ad esempio, quella di "America First "(che prima di essere nella parola di Trump è stato un movimento che percorse gli USA negli anni antecedenti la II guerra mondiale e che generò addirittura un movimento di simpatia nei confronti del Nazismo).
Teodori dopo aver passato in rassegna seguendo un criterio cronologico le diverse tipologie di "ossessioni" americane, argomenta che il sistema di "pesi e contrappesi" che regolamenta la democrazia americana è tale da escludere che si possano imporre idee e pratiche liberticide e antidemocratiche. E, quindi, lui stesso suggerisce che il mandato conferito a Trump, al momento di dare alle stampe il volume, non sarebbe dovuto durare durare più di tanto, poiché all'interno della democrazia americana stessa si sarebbero formati gli anticorpi necessari a fermarlo.
Ma, malgrado la previsione di uno storico e politologo esperto di cose americane quale è Teodori, Trump continua a spadroneggiare e ad imperversare con i suoi tweet, malgrado le numerose partite a braccio di ferro con rappresentanti politici e istituzioni USA.
Staremo a vedere. 
In ogni caso il saggio di Teodori è davvero utile per comprendere dove va l'America oggi e per capire anche alcune delle derive europee attuali.

(Risguardo di copertina) La storia degli Stati Uniti non è solo la brillante vicenda di una democrazia aperta, di una società ricca e all’avanguardia del mondo contemporaneo. Accanto all’America come luogo della libertà che amiamo, c’è un lato oscuro, dove le paure e le ossessioni hanno dato corpo negli ultimi due secoli a movimenti politici e sociali capaci di segnare un risvolto dell’identità nazionale. La storia degli Stati Uniti, allora, è anche quella dei nativisti – ossessionati dalla «supremazia bianca» –, dei populisti – cantori dell’America profonda custode delle virtù tradizionali in declino –, degli isolazionisti – che tra le guerre mondiali si rinchiusero nel nazionalismo dell’«America First» contro la guerra a Hitler –, e degli autoritari – che fiorirono in tutte le stagioni fino al Red Scare degli anni venti e al maccartismo degli anni cinquanta. Massimo Teodori descrive come nel tempo gli americani tradizionalisti con le loro ossessioni abbiano trasformato il patriottismo in nazionalismo e l’amore per la propria comunità in razzismo, senza riuscire mai a portare un loro uomo alla Casa Bianca fino alla vittoria di Trump nel 2016.
Il libro conclude che, quali che siano i tentativi autoritari, l’America resta una società aperta che rispetta la democrazia e i diritti civili perché il suo sistema politico e costituzionale possiede gli antidoti per reagire ad ogni abuso di potere presidenziale.
(Quarta di copertina) Nativisti, populisti, isolazionisti e autoritari: la storia degli Stati Uniti attraverso i personaggi più controversi cresciuti all'ombra della democrazia americana.

"Se è vero che la storia politica di Trump viene dal nulla, i suoi istinti affondano le radicinel sottofondo dell'America e fanno emergere l'altra faccia della nazione, carica di paure e di ossessioni. Quel lato oscuro ha espresso protagonisti politici che fin qui non avevano mai conquistato la Casa Bianca, ma che hanno avuto un ruolo importante nella scena nazionale".

L'autore. Massimo Teodori , professore di Storia e istituzioni degli Stati Uniti, è autore di Storia degli Stati Uniti e sistema politico americano, il manuale in materia più diffuso in Italia. È stato parlamentare radicale per tre legislature. Da opinionista collabora con radio, tv e giornali italiani ed esteri. È autore di numerosi libri di americanistica, tra cui The New Left: A Documentary History (1969), i bestseller Maledetti americani (2002) e Benedetti americani (2003), Raccontare l'America (2005). Con Marsilio ha pubblicato Laici. L'imbroglio italiano (2006), Storia dei laici nell'Italia clericale e comunista (2008), Vaticano rapace (2013, 4 edizioni), Complotto! (2014, con M. Bordin), Il vizietto cattocomunista (2015), Obama il grande (2016). Ha vinto numerosi premi tra cui, primo in Italia, la «Menorah d'oro».

www.massimoteodori.it/

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6 giugno 2019 4 06 /06 /giugno /2019 09:30
London Undergrond, come rifugio antiaereo durante la II Guerra Mondialeu

Durante la II Guerra Mondiale, i londinesi per proteggersi dai bombardamenti tedeschi si rifugiarono nei tunnel della metropolitana che, già allora, era estesissima e ramificata, ponendosi di fatto come un enorme rifugio antiaereo già a disposizione.
Dicono che, una volta cessato l'allarme immediato, alcuni, per paura, ci rimanessero nei giorni successivi a bivaccare per proteggersi così dall'imprevedibile prossimo raid.
Senza che fosse stato previsto dal piano di protezione della popolazione civile, all'interno delle gallerie nacquero punti di vendita (ambulanti o anche fissi) di ogni genere: dal venditore di The caldo, al libraio fornito di un suo barachino mobile, a quello che somministrava generi di ristoro diversi etc.
Si creò nella profondità dell'Underground londinese un abbozzo di società civile.

Peter Ackroyd, I sotterranei di Londra, Neri Pozza

Tra i governanti britannici, così racconta uno storico inglese in un suo libro che contiene una serie di piccoli saggi sulla "Londra sotterranea", si generò paura che la popolazione scesa nelle gallerie  - una volta assuefattasi  a quelle diverse condizioni di vita - non sarebbe più risalita alla superficie. Per questo motivo, essi scoraggiarono queste forme di iniziativa spontanea e, una volta cessata l'emergenza, proibirono decisamente ogni bivacco sotterraneo (si veda al riguardo Peter Ackroyd, I Sotterranei di Londra, Neri Pozza, Il Cammello Battriano, 2014).
C'è in questo piccolo frammento di storia - che suona quasi come un apologo - un insegnamento relativo alla dimensione claustrofilica che con facilità nella vita di una persona qualsiasi (anche molto attiva ed estroversa) può da un momento all'altro prendere piede e radicarsi.
C'è il fascino potente del claustrum come luogo fisico (ma anche un luogo della mente) nel quale ciascuno può rifugiarsi e stare perché lì non "non temerà alcun male"
Quando si cominciano ad apprezzare le gioie e l'infinita sicurezza del claustrum può diventare difficile tornare indietro, risalire alla superficie o venire fuori negli spazi aperti .
Specie se, in quello spazio claustrale, hai a disposizione tutto ciò di cui puoi avere bisogno.
Quando morì mio padre io che, allora, ero ancora studente universitario, mi insediai nella stanza adibita a suo studio personale, il suo "Sancta Sanctorum". Lì, lasciando tutte le sue cose, aggiunsi come stratificazione aggiuntiva le mie: libri di studio, libri di altro genere (narrativa o saggi) dischi, oggetti personali di ogni genere.
Quella per me divenne una stanza accogliente, dove - a prescindere dalle ore dedicate allo studio - passavo gran parte del mio tempo. Mi piaceva molto anche quest’idea delle stratificazioni archeologiche in cui io andavo aggiungendo il mio strato a quello di mio padre che, a sua volta, nel suo studio aveva collocato libri e oggetti di pertinenza della generazione che lo aveva preceduto.
E la cosa curiosa è che, per motivi complicati (di cui qui non parlerò), nel corso dell’ultimo anno specialmente, ho fatto ritorno a quella stanza in pianta relativamente stabile, colonizzandola con oggetti del presente (o del passato recente) e aggiungendo quindi un ulteriore strato a quelli precedenti, compreso il lungo periodo in cui mio fratello aveva utilizzato la stanza come ufficio del Coordinamento H.

Elvio Fachinelli, Claustrofilia, Adelphi 1883

Era questa la stanza dove, all'occorrenza accoglievo anche i miei amici o dove portavo le mie fidanzate (anzi, nei loro confronti, il farle entrare dentro questa stanza era una prova molto speciale).
La stanza infatti non solo era un luogo fisico, ma anche era uno spazio della mente molto personale ed intimo.
In quel periodo sentii intenso il fascino del claustrum di cui accennavo prima: più stavo in quella stanza più mi veniva difficile uscirne fuori. Pensavo: Qui ho tutto ciò che mi serve, perché mai dovrei fare la fatica di uscire?
Ma quella fu soltanto una fase transitoria.
Poi, uscii di nuovo a riveder le stelle, per riecheggiare il verso dantesco.
Ma l'attrazione del claustrum è sempre potente (affascinante ed insidiosa assieme). E come non ricordare qui il bellissimo saggio di Elvio Fachinelli, Claustrofilia (Adelphi, 1983)?

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15 maggio 2019 3 15 /05 /maggio /2019 08:22
Salvatore Crispi da piccolo

Le riflessioni che seguono scaturiscono da una vecchia foto in cui mi sono imbattuto casualmente  l'altro giorno, un'immagine dell'infanzia di mio fratello. Guardando questa foto un po' sfocata, sono stato colpito dal suo sorriso e anche dalla sua postura dritta (che aveva conquistato grazie alla continua fisioterapia cui era sottoposto, inizialmente anche in centri fuori dalla Sicilia. Salvatore da piccolo poteva stare seduto con la schiena dritta, senza accoffolarsi in avanti, come invece era negli ultimi della sua vita.
Mi sorprende guardare queste sue foto. Malgrado la sua grave disabilità, io credo che sia stato un bambino felice, perché era cresciuto in un ambiente familiare di totale dedizione, ma soprattutto per il fatto che i miei genitori - sin dall'inizio - avevano cercato di farlo crescere pienamente integrato nell'ambiente familiare allargato e nella dimensione sociale, dandogli l'idea e il feeling che lui non era un "diverso" e che, comunque, gli erano aperte molte possibilità.
Nello stesso modo, io fui addestrato da miei genitori a tenere conto dei suoi limiti, sempre, e nello stesso tempo, a fornire tutto l'aiuto necessario in modo tale che nessuno fosse insostituibile (e così è stato, quando mio padre è morto precocemente). I miei genitori per molto tempo della nostra infanzia facevano in modo che lui potesse partecipare a tutte le attività familiari, comprese gite, escursioni, picnic, brevi viaggi, oppure semplicemente l'andare al mare nei mesi estivi. Si faceva tutto assieme sempre, rispettando il principio del "Nessuno deve essere lasciato indietro". Per loro era importante che Salvatore venisse considerato alla pari: era per questo che, nei limiti del possibile, a volte lo mettevano in piedi per ritrarci in fotografia: e allora, da ragazzo, sempre grazie alla fisioterapia poteva reggersi in piedi, se sostenuto opportunamente e senza applicare una forza eccessiva per tenerlo su, perchè in questi casi in mancanza di una motilità volontaria era la stessa spasticità a fungere da leva (si può vedere questo in una delle immagini successive, in calce al testo). Ed erano fieri di lui e dei suoi progressi: non ritenevano - in difformità all'atteggiamento mentale di molti - che la disabilità fosse una cosa da nascondere o di cui vergognarsi, in quanto oggetto socialmente scomodo. In questo, i mei sostenuti dalla loro intelligenza e dall'amore che provavano per il loro primo figlio, furono dei veri pionieri.

E c'era da un lato la mamma che non perdeva mai il sorriso e papà che si assumeva il compito di infondere forza e di assumersi il privilegio/onere di svolgere i compiti più gravosi, soprattutto quando Salvatore crescendo era aumentato di peso: sino al 1962, dunque sino ai suoi 14 anni e rotti, abitammo in una casa senza ascensore, sia pure al primo piano. E quello del trasporto da casa sino all'auto divenne presto un compito esclusivo di mio padre: declinava quasi sdegnosamente ogni offerta di aiuto. Quando Papà non c'era, ero io ad aiutare la mamma nelle entrate e nelle uscite a casa.
Ecco, i miei genitori si fecero carico di tutto e per tutto di mio fratello, metaforicamente e materialmente.
Io sono cresciuto in questo clima, di parità. La mamma non aveva un comportamneto differenziato, in termini di maggiore tolleranza, nei confronti di mio fratello. Se la facevamevo innervorsire, con la ridarella, per esempio, di rimproveri ne dispensava in maniera eguale a me e a lui: un'attitudine di eguaglianza, mai viziata da un eccesso di buonismo protettivo di marca cattolicheggiante. E io appresi a comportarmi nei confronti di mio fratello come un'eguale: quando ebbe una prima carrozzina moderna (portata dalla Germania da mio zio Giovanni) che apparve ai miei occhi come uno spider rispetto alla precedente oesante e poco maneggevole, quando eravamo in casa da soli (anche se la nonna era presente, era come se fossimo soli), io da spingitore, mi lanciavo in corse pazze su e gù per la casaosa, affrontando gli angoli e i punti di svolta a tutta birra e rischiando qualche volta di far ribartare la carrozzina. E io stesso qualche volta mi ci mettevo seduto per provarla. Per via di questa attitdine di papà e mamma io sono diventato rapidamente capace di occuparmi di mio fratello, fondamentalmente con lo spirito che così facendo non stessi facendo nulla di eccezionale o di straordinario, ma soltanto una cosa assolutamente normale e ordinaria: cose come alzarlo dal letto, mettecelo, aiutarlo a mangiare, quando i miei uscivano. E anche in queste circostanze ci divertivamo da matti.

 

Salvatore Crispi: da piccolo, sul cavallo a dondolo

Poi, in una fase successiva, i miei decisero diversamente. Rifletterono sul fatto che, procedendo in questo modo, io sarei stato sacrificato e che avrei dovuto andare incontro a delle rinunce che non era giusto infliggermi. Con la crescita corporea di mio fratello le difficoltà logistiche erano aumentate a dismisura, anche perchè negli anni Sessanta e ancora dopo, ci si doveva muovere in un mondo irto di barriere architettoniche. E fu così che decisero di differenziare le cose: a partire dai miei 11 o 12 anni, ogni estate io facevo un breve viaggio con la mamma in luoghi relativamente lontani: le più grandi città italiane come Roma, Venezia, Napoli e alcuni paesi europei. Questo, una volta, pochi mesi prima di morire, mi raccontò la mamma, chiedendomi scusa - a mo' di preambolo - se, in tante circostanze, aveva privilegiato Salvatore, trascurandomi.
Forse proprio per questa forma di integrazione massima, mio fratello negli anni dell'adolescenza, assieme ai cambiamenti legati alla pubertà,  ebbe un lungo periodo di crisi, perché cominciò a non accettare più tanto la sua disabilità.
Ricordo di un periodo difficile durato mesi interi in cui chiedeva disperato ai miei genitori di aiutarlo a farlo guarire, dichiarandosi disposto a sottoporsi a qualsiasi intervento chirurgico che fosse possibile fare, anche se fosse stato a rischio di riuscito o se avesse potuto mettere a repentaglio la sua vita. Ricordo  notti insonni in cui mio fratello nel suo letto piangeva e si disperava, mentre i miei cercavano di consolarlo, sentendosi del tutto impotenti. Cosa non farebbe un genitore per far stare bene il proprio figliolo? A volte lo si fa, persino implorando il miracolo: la mamma mi ha raccontato, più avanti negli anni,di essere stata con lui persino da Padre Pio (ma questo accadeva nei suoi primi anni di vita).
Ovviamente, non c'era alcun tipo di intervento chirurgico che si potesse affrontare per sanare la situazione.
Alla fine, lui si rassegnò. Si ristabilizzò. Non perse il suo sorriso, che però da quella fase cruciale della sua vita, fu venato di malinconia.
Ed anche dopo quella crisi, non lesse più un solo romanzo, perchè i romanzi forse gli facevano sentire la discrepanza tra le infinite possibilità della fantasia e i limiti duri del suo mondo con cui doveva quotidianamente confrontarsi.  Viceversa, si avviò un processo di riconversione totale dei suoi interessi intellettuali ed ebbe inizio il lungo, inarrestabile, processo di approfondimento delle tematiche concernenti le disabilità in tutte le le loro sfaccettature: credo che ebbe un ruolo decisivo in questo percorso la creazione da parte di mio padre dell'ASAS (ovvero Associazione siciliana per l'Assistenza agli Spastici)

Il sorriso di mio fratello
Il sorriso di mio fratello
Il sorriso di mio fratello
Il sorriso di mio fratello
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Il sorriso di mio fratello
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14 aprile 2019 7 14 /04 /aprile /2019 18:05

Lettori - ossessivi, possessivi, ostinati, occasionali, distratti, sognatori - come tenete il segno?
Orecchietta o segnalibro?🤔
Rispondete al nostro sondaggio

Il Libraccio (Facebook Page)

segnalibri (fonte web)

Questo è l'interessante quesito - e non banale - che è stato posto in un "poll" (sondaggio) da Il Libraccio nella sua pagina Facebook.
Io, al quesito posto, ho risposto "segnalibro" (risposta che sino ad ora ha ottenuto l''80% dei consensi), anche se la semplice risposta "sì" o "no" non è di per sè esaustiva. E, pertanto, come molti altri che avevano aderito al sondaggio proposto, ho ritenuto opportuno aggiungere un mio commento che desse conto di alcune delle sfaccettature contenute, nel mio personale rapporto con i libri, tra i due corni del dilemma.
Ho condiviso nel mio profilo facebook il poll, invitando tutti i lettori a provare a dare una risposta, aggiungendo eventuali commenti esplicativi, come del resto mi sono sentito di fare io stesso, consapevole del fatto che ciascuna alternativa apre la stada ad infinite vartiazioni narrative relativamente al rapporto che ogni lettore intrattiene con i libri che si trova a leggere e allo story  telling che ne scaturisce.

Questo il mio commento al dibattito che si è attivato tra i partecipanti al sondaggio (riveduto e corretto, ma anche con qualche piccola - necessaria - aggiunta):

Segnalibro, anche se qualche volta il ricorso all'"orecchietta" si rende necessario (pur trattandosi di soluzione a breve termine).
A proposito di segnalibri, qualche volta me li creo da me, incollando delle piume trovate per strada su di un cartoncino bianco oppure su di un preesistente segnalibro e poi plastificando il tutto. Si possono utilizzare ovviamente anche fogli di carta ripiegati, cartoline, biglietti da visita, bastoncini del gelato). La fantasia nell'uso del segnalibro è di prammatica, anche se conviene avere sempre sottomano sempre un'ampia scorta di segnalibri pubblicitari di altri libri che a volte non sono triviali.
Di rigore, il segnalibro va lasciato dentro il libro finito di leggere, mai riciclato per una differente lettura. Quindi i segnalibri a disposizione devono essere necessariamente numerosi.
Personalmente, non ho alcuna remora a "macchiare" i libri. Scrivo sempre sui libri che leggo: per me non è sciuparli, ma personalizzarli. Di prammatica annotare la data di inizio e di fine dellla lettura (cosa che ad un approccio successivo mi consente di circostanziare quella prima volta, dandomi dei riferimenti per ricordarmi "come ero" e illuminarmi sulla prima chiave di lettura). Si sa che, lo stesso libro può essere letto in modo diverso nelle diverse età della vita.
A volte, i miei libri sono segnati da macchie di caffè o dalla caduta di gocce di marmellata o miele. dipende da cosa facevo mentre li leggevo.
Anche questi segni fanno parte della storia dei libri che si sono letti.
Leggere un libro significa farlo proprio, possederlo, farne un'estensione della propria mente.

Un esempio di orecchietta al libro che si legge

Vorrei ricordare qui che mettere le "orecchiette" ai libri che si leggono, come quella di sottolineare o di scrivere a margine, oppure quella di utilizzare le pagine bianche alla fine del volume per annotare pensieri che con il contenuto di quel libro non c'entrano niente, o quasi, come anche quella di incollare su alcune pagine delle decalmanie, per non parlare di quella consuetudine ben più antica di applicare a ciascun volume della propria biblioteca un ex libris personalizzato, sono considerate da taluni abitudini deplorevoli, o comunque controverse.
Ma fatto sta che ciascuno, con i propri libri, debba avere un rapporto assolutamente personale ed unico.
Io vedo maggiormente aderente con le mie attitudini di lettore il bisogno di personalizzazione di ogni libro, in ogni modo possibile ed immaginabile: ma questa mia tendenza ha preso piede e si è sviluppata nel corso degli anni. Nei miei primi anni di lettore "adulto" prevaleva il bisogno di mantenere ciascun libro il più possibile intonso. Il cambiamento è sopravvenuto più avanti forse in relazione al bisogno di costruire con ciascun libro un rapporto dialogico e di interazione, lasciando traccia di questa dialettica nel caso di una sua riapertura nel corso del tempo.

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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