Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
19 maggio 2021 3 19 /05 /maggio /2021 10:23
Covid manager (immagine presa da internet: vegaformazione.it))

(19 maggio 2021) Sommo gaudio! Mentre diventa concreta la possibilità che, a breve, riaprano le cerimonie nuziali con relativi banchetti, ma anche tutta una serie di altri eventi collettivi, viene statuita la creazione di una nuova figura professionale (occhio dunque ai corsi di formazione che verranno presto attivati per ottenere il relativo brevetto!) che sarà quella del "Covid Manager", ovvero colui che avrà la responsabilità - in tali contesti - della corretta applicazione delle norme anti-Covid, oltre che della conservazione per un periodo di tempo congruo di tutti i documenti di supporto della sua attività in ogni singolo evento (quali tipologia e natura dell'evento, elenco dei partecipanti con relativi numeri di cellulare nonché estremi del Green Pass, etc etc).
Il Covid Manager sarà una specie di sommo controllore, ma anche maestro delle cerimonie, in tali eventi, la materializzazione del Grande fratello che controlla capillarmente tutti i partecipanti e ne analizza i comportamenti con occhio severo. Con pieni poteri di esclusione e di allontanamento nei confronti di tutti coloro che non sono in regola. Entro anch'io! "No tu no!" - egli dirà.
Ma il fatto è che, siccome per questa tipologia di eventi collettivi ci sono, da un lato, le norme generali che riguardano l'ambiente, la collocazione degli arredi, l'adeguata aerazione dei locali etc etc, e dall'altro lato la necessità di  monitorare i comportamenti delle singole persone partecipanti oltre alle necessarie verifiche sulla validità del green pass (o dei certificati vaccinali, di avvenuta guarigione o di negatività del tampone nelle48 ore precedenti), la normativa varata prevede anche che un Covid Manager debba avere - al massimo - la tutela di 50 partecipanti. Di conseguenza se ad un evento X prendono parte 100 persone, i Covid Manager da reclutare dovranno essere in due, se ci sono 150 persone ne saranno richiesti tre e così via.
In effetti, questa nuova "professione" potrà essere molto richiesta nei mesi futuri. E dunque occorre darsi da fare. E' un'occasione ghiotta per organizzatori di corsi di formazione, poiché non sarà cosa semplice fare il Covid Manager, dal momento che le normative in materia evolvono di continuo e quindi occorre avere di continuo il polso della situazione (con attività di aggiornamento, etc).
Se consideriamo che nella conta del numero dei partecipanti vanno inclusi anche tutti coloro che lavorano all'evento (camerieri, personale di sala, musicanti, intrattenitori vari) è facile anche dire che i futuri Covid Manager (attualmente ancora non esistono i soggetti con questi requisiti) andranno a ruba, ma anche che i costi degli eventi lieviteranno notevolmente, poiché bisognerà includervi i costi del/dei Covid manager.
Anche qui staremo a vedere.
Io non so all'estero, ma qui in Italia abbiamo la capacità di burocratizzare velocemente tutto, creando delle infrastrutture aggiuntive che appesantiscono il funzionamento delle cose, anziché facilitarle.
Sono di quelle cose incomprensibili. In Italia, siamo maestri nell'incasinare le cose e nel creare burocrazia inutile. Voglio vedere se in altri paesi europei hanno reso indispensabile ai fini delle riaperture una figura come questa.
Aggiungerei che negli anni che fecero seguito alla grande pandemia influenzale del 1918-1919, gradatamente le persone presero a riunirsi, i teatri furono aperti, i concerti all'aperto furono riavviati, i grandi raduni di massa furono di nuovo possibili, ma non credo che nessuno si preoccupò di istituire delle figure tipo "Covid Manager", che - a quel tempo - avrebbero dovuto essere battezzati "flu-manager".
Inutili del resto, perché - dopo le diverse ondate pandemiche di quei due terribili anni del secolo scorso - le persone (i cittadini) seppero semplicemente usare il buonsenso,
E allora?
Il fatto è preoccupante, in verità, perché rappresenta la prova tangibili di quanto, attraverso il passaggio - avventuroso e fortunoso - all'interno della "zona rossa della mente"
ne siamo usciti più proni e più arrendevoli, argilla malleabile nelle mani del grande Leviatano hobbesiano, ovverossia la "ragion di stato" che sempre di più e sempre più estensivamente, ha preso a controllare i nostri corpi e le nostre menti.


PS - del Covid Manager ne ho sentito parlare proprio ieri in radio, eppure facendo una rapida rassegna nella rete, risulta chiaro che già molti hanno cominciato da tempo ad attrezzarsi promuovendo dei corsi che conferiscano ai partecipanti il brevetto di "Covid Manager".
Ci sono quelli che fiutano immediatamente l'odore del denaro che si annida nelle pieghe di norme e decreti. E quindi fanno in modo da essere sempre pronti.
Quindi c'è da pensare che i primi Covid Manager abilitati e brevettati, al momento delle riaperture saranno pronti ad essere reclutati.
Evviva!

 

Quello che segue è una dettagliata disamina dei compiti e delle funzioni del"Covid Manager" come si può trovare in un sito web che si occupa di attività di formazione (Formazione Vega), con il titolo "IL RUOLO E I COMPITI DELLA FIGURA DEL COVID MANAGER"

 

(vegaformazione.it) Il legislatore italiano ha sin da subito provveduto ad emanare dei protocolli anticontagio da applicare nelle attività produttive industriali e commerciali, indicando specifiche misure di sicurezza da adottare attraverso protocolli anticontagio interni.

A fronte di questi protocolli nazionali, la Regione Veneto ha pubblicato nel mese di aprile 2020 il “Manuale per la riapertura delle attività produttive” con lo scopo di dare indicazioni esaustive per consentire la riapertura delle attività economiche dopo il periodo di lockdown che aveva colpito l’intero territorio italiano. Nel manuale, per la prima volta a livello nazionale, viene indicata la figura del Referente Unico Covid o Covid Manager con compiti di coordinamento per l’applicazione delle misure anticontagio in azienda. Riportiamo nel seguito lo specifico passaggio del Manuale dove si descrive il ruolo e i compiti del Covid Manager: “Premesso che anche per l’attuazione delle misure di prevenzione dal contagio da SARS-CoV-2 negli ambienti di lavoro rimangono confermati ruoli e responsabilità previsti dal decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, per ogni azienda potrà essere individuato dal datore di lavoro un referente unico (“COVID Manager”), con funzioni di coordinatore per l’attuazione delle misure di prevenzione e controllo e con funzioni di punto di contatto per le strutture del Sistema Sanitario Regionale. Tale referente deve essere individuato tra i soggetti componenti la rete aziendale della prevenzione ai sensi del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81, verosimilmente nella figura del Datore di Lavoro stesso (soprattutto per le micro- e piccole aziende) o del Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione (RSPP), o comunque tra i soggetti aventi poteri organizzativi e direzionali. Rimane confermata in capo a dirigenti e preposti di ciascuna organizzazione aziendale, in sinergia con il comitato previsto dal protocollo nazionale di regolamentazione, la vigilanza e la sorveglianza dell’attuazione delle misure di prevenzione, sulla base dei compiti e delle attribuzioni di ciascuno come ripartiti dal datore di lavoro”.

  • I COMPITI DEL COVID MANAGER

In base a quanto affermato i compiti del Referente Unico Covid (Covid Manager) sono sia di coordinamento all’attuazione delle misure anticontagio aziendali, sia di punto di riferimento con il Sistema Sanitario Regionale anche per agevolare le attività di contact tracing. Il Referente Unico Covid (Covid Manager) dovrà ovviamente relazionarsi con il Comitato per l'applicazione e la verifica delle regole del protocollo di regolamentazione, istituito in azienda come previsto dal Protocollo nazionale del 24 aprile 2020. Ricordiamo che nel Comitato è necessaria la partecipazione delle rappresentanze sindacali aziendali e del RLS (ove presenti) ed il suo compito è proprio quello di verifica del protocollo aziendale per evidenziare le eventuali sue carenze, suggerendo al datore di lavoro le necessarie implementazioni e aggiornamenti.

Analogamente i soggetti deputati a verificare l’applicazione delle misure di sicurezza definite dal protocollo aziendale sono, come previsto dallo stesso Manuale della Regione Veneto, i dirigenti e i preposti con i quali il Referente Unico Covid (Covid Manager) potrà interfacciarsi proprio per garantire il coordinamento per l’applicazione del protocollo anticontagio aziendale.

  • QUANDO E’ OBBLIGATORIO IL REFERENTE UNICO COVID?

La figura del Referente Unico Covid, se facoltativa nelle aziende, risulta invece necessaria in taluni settori quali le Scuole e le Residenze Socio Sanitarie Assistenziali.

  • COVID MANAGER NEI MATRIMONI: QUANDO E COME?

La figura del Covid Manager è prevista nell’organizzazione di matrimoni e cerimonie dalla Prassi di Riferimento UNI/PdR 106:2021 (ratificata dall’UNI il 11/5/21).

Negli eventi organizzati per il festeggiamento dei matrimoni la UNI/PdR 106:2021 prevede l’individuazione di una Covid Unit o di un Covid Manager che operano con specifica delega da parte dei “clienti” e dei vari fornitori e professionisti impiegati nell’organizzazione e nello svolgimento dell’evento, impartendo direttive vincolanti per lo svolgimento in sicurezza del matrimonio. Ovviamente il Covid Manager si accerterà che i festeggiamenti per il matrimonio avvengano in accordo con quanto previsto dalle “Linee guida per la ripresa delle attività economiche e sociali” emanate dalla Conferenza permanente Stato Regioni.

  • DOCUMENTI UTILI: MODULO DI NOMINA DEL REFERENTE UNICO COVID (COVID MANAGER)

Per effettuare la nomina del Referente Unico Covid (Covid Manager) e del suo sostituto, Vega Engineering ha predisposto un fac-simile di nomina utilizzabile dal datore di lavoro.

Condividi post
Repost0
17 maggio 2021 1 17 /05 /maggio /2021 10:20
Giorgia Meloni, Io sono Giorgia

Questa notte ho sognato nientemeno che Giorgia Meloni
C'erano altre due persone con me, due amici o conoscenti, non so.
I loro volti rimanevano anonimi, come se il loro volto fosse stato cancellato, lasciando una sorta di chiazza vuota.
Io parlavo e parlavo, facevo l'avvocato del diavolo. Elogiavo - davanti ai miei due interlocutori che mi ascoltavano in silenzio - la Giorgia Meloni che, del pari, non proferiva una parola.
In particolare, andavo dicendo che il libro autobiografico della Meloni recentemente uscito [Io sono Giorgia] era un buon libro ed anche ben scritto.
Dicevo che ingiustamente alla Giorgia stavano facendo la guerra e siccome i suoi detrattori non potevano appigliarsi a nulla, poiché sostanzialmente il racconto narrava di cose vere, tutti quanti - e in testa a tutti quella Selvaggia Lucarelli di Radio Capital [LeMattine di Radio Capital] - si accanivano a contestarle che lei aveva mentito spudoratamente su un punto che è poi l'incipit della sua narrazione autobiografica, quando la madre decise coraggiosamente di non abortire e di tenersi il figlio (che poi sarebbe stata la figlia, cioè Lei, la Giorgia), andando - invece che a farsi fare l''interruzione di gravidanza - a festeggiare mangiando in un bar cornetto e cappuccino, riconciliata con la vita. Ebbene  tutti (e in testa all'orda sempre quella Selvaggia Lucarelli) le rinfacciavano di aver  mentito poiché negli anni cui si riferisce la Meloni (il 1975-76) l'aborto era ancora clandestino.
Io, nel mio sogno, supportavo invece Giorgia Meloni, quasi fossi un suo devoto o un suo fan, ma sicuramente in contrapposizione con la Selvaggia.

Questo sogno rimane per me un mistero. Non è che faccia pazzie per la Giorgia. Ma al tempo stesso quando noto da parte di altri ingiustificati accanimenti, allora io tendo a mettermi immediatamente dalla parte di chi viene viene vilipeso ed offeso, anche se ideologicamente sono in dissenso con costui/costei.
Saltando di palo infrasca, evviva! Si riaprono le danze, le danze delle aperture, delle ri-aperture e delle tri-aperture, danze e ri-danze e perfino le tri-danze. L'Italia divenuta finalmente (quasi) monocromatica riapre all'economia drogata delle ristorazioni e delle spese dissennate. Questo significa per i più e per chi ci governa "fare ripartire l'economia".
Orsù, caliamoci le maschere e gettiamoci nella mischia!
Piatto ricco mi ci ficco!
Esperimenti sociali, vaccini antivirus in pillole, conviveremo con il virus.
Taralluci e vino.
Festeggiamo, festeggiamo!
Il mondo riapre. Halleluiah! Deo Gratias!
Negli USA è stata decretato l'abolizione dell'uso obbligatorio della mask e i cittadini sono stati invitati a cominciare di pensare di farne a meno nelle situazioni domestiche, quando si va in visita a parenti ed a amici.
Addirittura si parla di dare il via ad attività di ri-condizionamento all'avere il viso libero e scoperto a favore dei renitenti.
Le ville di Palermo invase da folle vocianti.
Molte le famiglie di pacchioni che sfilano in rassegna, pacchione il padre, pacchiona la madre, pacchioni i figli.
Boteriani fidanzati pacchioni che si tengono per mano grassoccia e camminano con andatura ondulante, come pinguini, la ciccia tremolante,i ventri penduli.
Evviva la "panza" del palermitano tipo!
Ma dove andremo?
Cosa ci ha insegnato un anno e qualche spicciolo tra parentesi causa Covid?
Io speravo che ci avrebbe insegnato tanto.
Ma temo che tutti i possibili insegnamenti ne avessimo potuto trarre  siano già stati buttati alle ortiche.
O, in altri termini, temo che - affrettandoci a buttare via l'acqua sporca e lurida del bagno - stiamo buttando via anche il bambino che stava dentro la vasca.
Follia, follia, follia.
Non amo l'umanità, così come è.
Forse capisco perchè GIorgia Meloni abbia messo lo zampino nel mio sogno: in fondo lei è stata la più accanita nello strepitare contro le chiusure e le limitazioni. E dunque proprio in questi e nei prossimi giorni, eccola accontentata.
In fondo, di fronte a tanta dissennatezza, si possono comprendere in qualche misura le scelte di alcuni survivalisti che non volendo dipendere in alcun modo dal mondo tecnologico e rifiutando in blocco le regole della convivenza e le leggi e i regolamenti che la normano vanno a ritirarsi a vivere in qualche luogo isolato, sulla cima di una montagna o nel bel mezzo del deserto, e lì stanno senza collegamenti tecnologici, ma attrezzati di tutto punto per poter sopravvivere alla catastrofe e alla fine del mondo incombente di cui, secondo costoro, un evento pandemico, come quello che ci afflige, può essere un avvisaglia.

 

Condividi post
Repost0
8 maggio 2021 6 08 /05 /maggio /2021 10:50
Fonte: inconscienzazen.it

A posto siamo! Ci mancava soltanto il razzo cinese a colorare di ansia i nostri giorni.
Il missile cinese "Lunga marcia 5B" sta per fare un rientro incontrollato sulla superficie terrestre.


(Larepubblica.it) Un razzo in caduta libera e dieci regioni italiane del Centro-Sud in allerta. Umbria, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna potrebbero essere interessate dalla caduta di frammenti del razzo spaziale cinese 'Lunga marcia 5B'.
La previsione di rientro sulla terra è fissata per le ore 2:24 del 9 maggio, con una finestra temporale di incertezza di circa 6 ore, avanti o indietro sull'orologio. Il consiglio della Protezione civile è di stare al chiuso e non in luoghi aperti dal momento che "è poco probabile che i frammenti causino il crollo di edifici".
La protezione civile avverte anche che è più sicuro stare nei piani bassi delle abitazioni e raccomanda di "stare al coperto".

 

Le misure di protezione suggerite mi hanno fatto pensare a quando feci l'ufficiale medico di complemento: durante il corso a Firenze, tra le diverse materie in programma, ci fecero studiare anche "Difesa ABC" che significa allora "difesa contro armi atomiche, biologiche, chimiche". Spiegavano che in caso di esplosione nucleare andava bene, per proteggersi, anche mettersi sotto un tavolo se non c'era nessun altro riparo a portata di mano. E del resto, negli Stati Uniti, negli anni della guerra fredda, facevano fare alla popolazione civile delle esercitazioni, simulando un attacco nucleare: e, anche in questo caso, venivano date analoghe indicazioni.
In uno dei film con Indiana Jones (Spielberg, il regista; ma non ricordo esattamente quale della serie inaugurata con "Indiana Jones e i Predatori dell'Arca Perduta"), Indy in una sequenza di antefatto viene a trovarsi in una città finta, ma costruita alla perfezione con tanto di manichini che simulano le persone di una tranquilla cittadina della provincia americana (esempi: una famigliola seduta a tavola a fare colazione, gente per strada intenta in varie attività, una mamma con passeggino). Indiana Jones, dopo un attimo di smarrimento, comprende che si tratta di uno scenario per l'esecuzione di un test nucleare e, fino a questo punto, è ancora tranquillo. Negli anni Cinquanta e Sessanta, negli Stati Uniti, facevano esattamente così, ed inserivano manichini ed oggetti di uso quotidiano per studiare gli effetti dell'esplosione nucleare su persone e cose.
Ma, in un crescendo di ansia, il nostro protagonista sente una voce diffusa dagli altoparlanti che invita tutti i tecnici a sgombrare il campo e a ritirarsi nei rifugi appositi, e quindi comincia un conto alla rovescia. Non avendo vie di fuga, Indiana Jones apre un frigorifero - messo lì come arredo - lo svuota di tutto il contenuto e ci si chiude dentro. Il conto arriva allo zero: grande deflagrazione, tempesta di vento e di fiamme, fungo atomico. Quando il furore della bomba si placa, dove c'era la finta città si vede soltanto un deserto di macerie, e - al centro di questa distesa desolata - il frigorifero-rifugio anti-atomico intatto. Dopo un attimo di sospensione, si apre la sua porta, spinta dall'interno: ed ecco che si vede uscire Indiana Jones, un po' impolverato, ma sostanzialmente illeso.
Quei test nucleari negli Stati Uniti, condotti all'insaputa della popolazione che viveva attorno e a media ed anche a notevole distanza causarono molti morti nel lungo termine per via della contaminazione radiottiva e della ricadute delle scorie nucleari: ma tutto era secretato. Si trattava di attività - come si dice oggi - "classificate". E quegli scienziati militari (pazzi!) ebbero modo di studiare anche, in questo modo crudele e disumano, gli effetti, a media e a lunga distanza, delle ricadute radioattive.
Quante cose, ancora oggi, avvengono a nostra insaputa, con ricadute gravi sulla nostra salute e sul benessere del pianeta? Non lo sappiamo, ma possiamo soltanto immaginarlo!
E non abbiamo modo di difenderci...

Condividi post
Repost0
5 maggio 2021 3 05 /05 /maggio /2021 07:28
Francesco Crispi giornalista (1918-1972) - Foto di Maurizio Crispi

Oggi è il 5 maggio e ricorre il 49° anniversario dell'incidente aereo di Montagna Longa, nel quale perse la vita mio padre Francesco, assieme a tutti i passeggeri e ai componenti dell'equipaggio di quel volo, in tutto 115. E successo 49 anni fa, ma a me sembra ancora ieri:  Molte vite, troppe, furono spezzate in una vampa sul monte. Il ricordo di quel dolore è tuttora vivido per tutti.

In quella circostanza perse la vita anche una mia cugina, figlia del fratello di mamma, Giovanni, Elisabetta Salatiello (e, ovviamente, cugina di Maria Patrizia) che, in quel periodo, aveva avviato un lavoro a Roma. Quell'aereo era pieno di palermitani "impegnati" su vari fronti e che si muovevano con notevole frequenza da Palermo per lavoro. Tutti ritornavano quel venerdì che era esattamente alla vigilia delle elezioni politiche e, dunque, quel disastro colpì duro. Da Carini la folla radunata in piazza per l'ultimo comizio prima del silenzio elettorale vide la vampa sul monte.
In questa ricorrenza, a seguito di alcuni post condivisi e in risposta ad alcune domande, sono arrivati alcuni frammenti di ricordi (cose di cui forse ho già parlato in altre circostanze).
L'orologio che mio padre aveva al polso non venne mai restituito: si dice che subito, prima ancora che sulla montagna potessero salire i primi soccorsi ufficiali, ci fu il tempo perchè alcuni mettessero in atto esecrabili azioni di sciacallaggio, alla ricerca di denaro e di preziosi.
Per esempio, a distanza di tempo, ci convocarono al comando dei Carabinieri di Palermo per restituirci il portafoglio di mio padre con i documenti che aveva con sé (carta d'identità, patente e poche altre cose) e che, però, non conteneva alcuna banconota (una mancanza che saltava all'occhio, poichè a quel tempo non esistevano ancora i Bancomat). Ci restituirono la fede nuziale, un po' deformata (e si poteva immaginare perché) e la chiave per aprire la valigetta samsonite, con cui papà viaggiava, e l'impugnatura della chiave era scalfita da uno sfregio (e si può immaginare perché). Un autentico, triste, reperto, tengo tuttora nel mio mazzo di chiavi in uso e ogni tanto percorro con il polpastrello quella scalfittura (e quando lo faccio non posso non pensare alla potenza dell'esplosione e dell'impatto). La fisicità di quest'oggetto minuscolo e la presenza fisica di quello sfregio, inciso indelebilmente sulla superficie di metallo, mi riconducono ogni volta in quel uogo e in quel momento.
Quella fede ammaccata mia madre la indossò assieme alla sua, mettendola sotto perchè essendo il dito di mio padre, altrimenti sarebbe sfuggita via. Ma dopo qualche anno la mise via, non so perchè.
Non andai mai all'Istituto di Medicina Legale dove erano state raccolte le salme o quel che restava dei corpi. Mi dissero che non era necessario che io mi sottoponessi a quel supplizio ed io accettai supinamente quest'indicazione. Ero troppo stralunato per oppormi.
Rimasi ad aspettare a casa, assieme alla mamma e a mio fratello.
A distanza di tempo mi dispiaccio di non essere andato e di non aver assaporato quel calice sino in fondo.
Di mio padre vidi, dopo un paio di giorni, soltanto una cassa da morto che venne portata in casa per la veglia funebre, già sigillata. E non potei che accettare il fatto, ma senza io averne alcuna evidenza fisica, che lì dentro ci fosse proprio lui. Forse per via di questa mancanza, quando la mamma è morta, l''ho voluta fotografare per un ultima volta, composta nella bara. E così ho fatto per mio fratello.
Un mio zio mi mostrò una foto pubblicata su "L'Ora" che ritraeva una chiazza scura (che faceva pensare ad un corpo) addossata ad una barriera di filo spinato, e uno in piedi che guardava ad essa, un po' chino in avanti, una foto ripresa in notturna con il flash e quindi con i contrasti sparatissimi: e mi disse che forse si trattava di papà per come era stato trovato.
Sono dei ricordi indelebili che ogni tanto riaffiorano.
Quando mio padre è morto aveva da poco compiuto 54 anni ed io ne avevo 22.
Oggi che, dalla sua scomparsa, ne sono passati 49 di anni, io ho vissuto per 15 anni più a lungo di mio padre e pertanto sono diventato più vecchio di lui che, per me, è fissato nel ricordo quando all'improvviso non torno più.
Le cose strane della vita.
Se avesse continuato a vivere (e lui diceva sempre che avrebbe vissuto a lungo perché tutti nella sua famiglia erano stati longevi), avrebbe da poco compiuto 103 anni.
Quando è morto, io ero in difficoltà nel rapportarmi con lui, visto che aveva una grande statura intellettuale ed io, nel confronto, mi sentivo piccino ed insignificante. Ero alla ricerca della mia identità e, dunque, cercavo di prendere le distanze da lui, a volte rifiutandolo quando lui cercava di essermi vicino.
E poi è morto e, quindi, il possibile confronto è rimasto in sospeso, lasciandomi dentro molto rimpianto ed amarezza, per le parole che non ero stato capace di dire.
Così vanno le cose della vita.

Condividi post
Repost0
4 maggio 2021 2 04 /05 /maggio /2021 08:41
assembramenti in occasione di Inter vincitrice scudetto 2020-2021 (fonte: MilanoToday)

A posto siamo.
Con quattro partite di anticipo rispetto alla fine del Campionato di Serie A, è certo che per l'Inter è assicurato lo scudetto dopo più di dieci anni trascorsi a stecchetto, nell'eterno antagonismo con il Milan (credo, almeno, del Calcio non me ne può fregar di meno).
Risultato immediato: festa di piazza con oltre trentamila (dico TRENTAMILA!) tifosi e supporter scesi in piazza a festeggiare: quindi, assembramenti megagalattici, ovviamente niente mascherine, niente distanziamenti, conversazioni urlate e sputacchiamenti assicurati. Nube tossica e letale che si spande su questa bolla di abbassamento radicale delle precauzioni.
Non ci sta proprio.
Ma quello che non capisco è l'atteggiamento tiepido degli amministratori e dei commentatori nei media.
Come se, nel nome del Calcio, tutto dovesse essere consentito e che, di conseguenza, occorra guardare a simili eventi con atteggiamento paternalistico: "In fondo sono solo ragazzi che festeggiano". Oppure: "Sarebbe stato peggio se tutto ciò fosse avvenuto allo stadio!" [ma cosa vuole significare questa frase, poi: forse questo "Non stateci a rompere i coglioni perchè gli stadi sono ancora chiusi al pubblico"?.
E, in ogni caso, con assoluta tranquillità, dicono: "Be', tra due settimane si vedranno le conseguenze di tutto questo!". E ci sono altri che chiosano: "Al tempo dei festeggiamenti partenopei per una vittoria del Napoli, sempre in tempo di Covid, ci fu in piazza un analogo furor di popolo, ma in quella circostanza non si verificò il temuto incremento dei contagi". E quindi - sembrano suggerire, con questo riporto: non demonizziamo, non preoccupiamoci! Dai, vedrete che non succederà nulla! Assurdo.
Mi sento di poter dire che, in fondo, dal tempo dei combattimenti dei gladiatori nell'antica Roma non è cambiato nulla. Date loro panem et circenses e tutto andrà bene.
Ma in che mondo viviamo?

A queste scene ignobili hanno fatto da contrappunto quelle verificatesi nell'ultimo week-end in molte piazze d'Italia, con assembramenti giganteschi (sempre senza mascherina) ed infrazioni di massa alle regole del coprifuoco.
Sono profondamente arrabbiato!
Ci sono i cittadini che si uniformano alle regole per la propria salvaguardia, ma soprattutto per quella della comunità.
Cittadini che per questi motivi fanno sacrifici e si limitano costantemente, anziché dare libero corso ai propri istinti e desideri (più che legittimi).
Ci sono altri cittadini, invece, (per me "non cittadini") ai quali tutte le trasgressioni sono consentite, in questo caso per una futile causa e cioè "in nome del Calcio".
A questo punto ci vorrebbe la famosa e sonora esortazione di Grillo (che è da sempre stata il suo marchio di fabbrica - quasi un logo - e che penso soltanto, ma non dico perché Grillo mi sta del tutto antipatico).
Quell'esclamazione qui ci starebbe proprio bene.
E' mai possibile - dico io - che, per alcune migliaia di coglioni che inneggiano ad una vittoria calcistica (da includere nella casistica dei "coionavirus" di cui ogni tanto si parla a TG0 di Radio Capital), molti milioni di cittadini debbano trovarsi in un prossimo futuro a poter patire conseguenze in termini di aumento dei contagi, malattie, morti e sofferenze, per non parlare di future ulteriori limitazioni che verranno.
Per me il Calcio andrebbe abolito seduta stante, come espressione delle peggiori manifestazioni mai registrate in questi tempi tristi di Covid contro il senso di far parte di una comunità civile.

 

Condividi post
Repost0
27 aprile 2021 2 27 /04 /aprile /2021 10:02
Gli impenitenti e i recidivi della movida (foto presa da internet)

Scocca l'ora delle riaperture: ma c'è da esser davvero contenti e gongolanti?
Su questo interrogativo c'è poco da dire o molto, a seconda dei punti di vista. Secondo me, le manifestazioni di totale contentezza fanno parte di una vuota e pericolosa retorica.
Forse, il monito più appropriato cui ricorrere in questo frangente è il manzoniano "Adelante, Pedro, con juicio!" (esortazione autoriale che, qui, è sorta spontaneamente nel mio flusso associativo, anche se dopo, dando un'occhiata su internet ho visto che è stata ampiamente utilizzata per titolare gli articoli e i post che parlavano della fase di riaperture dopo la fine del primo lockdown duro: ma ho voluto lasciarla e metterla nel titolo, per la sua icastica brevità ed incisività, al tempo stesso).
D'altra parte, propria rispetto ai rischi cui andiamo incontro, abbiamo l'esempio concreto della Sardegna, dichiarata (forse, con un certo azzardo) zona bianca qualche tempo  fa ed ora ritornata al rosso e, per il momento almeno, con poche prospettive di riaperture.
L'essere stata dichiarata "zona bianca" che, per la Sardegna, era stato un punto fermo che, invidiato da molte altre regioni, avrebbe potuto essere una garanzia per il rilancio delle attività economico-turistico nel lungo termine e che si è invece trasformato in un "carta bianca" per i comportamenti più irresponsabili da parte di tutti: e il risultato è ora sotto gli occhi di chiunque: zona rossa, senza sconti.
Eccoci di nuovo, dunque, dopo un periodo prolungato di magra ad una fresca fase di riaperture.
In molte regioni d'Italia - di fatto, nella maggior parte -  si torna al Giallo, un colore prima scomparso dalle mappe del contagio.
C'è da esser contenti o, piuttosto, preoccupati? Io sarei propenso alla preoccupazione, anche se capisco che parlare in questi termini può suscitare da parte di molti l'accusa di voler essere menagramo e disfattista.
Alcune scene trasmesse in radio e nei canali social, su quanto è avvenuto in alcune città italiane, alla vigilia del cambiamento di colori, non sono confortanti: è come rivivere qualcosa che si è già verificato in passato. il ritorno di un famigerato e pericoloso "liberi tutti", senza alcuna prudenza. Niente uso della mascherina, folla, assembramenti inverosimili, gente che si parla addosso, conversazioni concitate e urlate con sputacchiamenti potenziati.
Una celebrazione forsennata, insomma, del "diritto a divertirsi", in spregio a qualsiasi comportamento dettato più che dalle norme etero-imposte dal buon senso.
E, quindi, auspichiamo riapertura, sia pure con moderazione e regole e, soprattutto, con il senso dell'autodisciplina.
A proposito delle riaperture scattate ieri, ho visto delle immagini in TV di gente rarefatta negli spazi aperti (nei dehors, come va di moda dire), seduta ai tavoli di un ristorante o a prendere un aperitivo.
Devo dire: immagini tristi e non liete, poiché tutto sembra innaturale, forzato.
I locali pubblici, soprattutto quelli della movida sono fatti per la ressa, la confusione, l'assembramento, e vivono di questi elementi, il rumore di sottofondo delle chiacchiere che crea una colonna sonora assieme all'acciottolio di stoviglie e al tintinnare delle posate, senso-percezioni che accrescono la consapevolezza dell'esser parte di un tutto.
La regolamentazione (necessaria) introduce un elemento di non naturalezza in queste consuetudini conviviali fuori da casa propria. Ma questi sono i tempi e questo è ciò che ci viene richiesto.
Io, personalmente, non avrei voglia di andare a prendere un aperitivo oppure di sedermi al ristorante, in una dimensione in cui tutto viene pesato e misurato.
Ma, probabilmente, non lo farei nemmeno se i pesi e le misure fossero del tutto aboliti. Sotto questo profilo, non sono un animale sociale, io.
Hanno aperto anche i cinema, con ingressi contingentati. E hanno fatto il pieno di gente, cinefili come me, che avevano una voglia spasmodica di grande schermo. In un cinema di una città del Nord - forse Milano (sì, Milano, il cinema Beltrade)- per celebrare l'evento della riapertura, hanno deciso di fare una sorta di super-matinée, con un primo spettacolo addirittura alle 6.00 del mattino, e l'iniziativa ha avuto un pieno successo, con l'arrivo di spettatori prenotati e di altri addirittura senza il booking online.
Sì, a cinema, invece, ci sarei tornato volentieri, anche perchè il cinema, per me, il più delle volte è qualcosa da gustare in solitudine, anche per non dovermi sobbarcare il fastidio di qualcuno che mi dà colpi sulla spalla o mi stringe il braccio, se per caso mi dovessi addormentare per qualche minuto.
Il cinema mi manca molto, sì.
La Sicilia è passata in arancione, si sì. Ma in realtà, la mia - la nostra - è una regione in bilico, dal momento che sono ancora molte (e, per giunta, in crescita) le zone rosse: interi territori comunali o provinciali, come è nel caso della provincia di Palermo.
Se si guarda la mappa della Sicilia con i diversi colori che la percorrono e la intersecano si potrà avere l'impressione di osservare una forma di gruviera.
Mi fa ridere il dibattito sul coprifuoco, questa specie di forsennato tiro della fune forsennato per spostare di un'ora (alle 23.00) l'inizio del coprifuoco. Per come i litiganti si accaniscono su questo punto sembra di essere davanti a questioni di vita o di morte di primaria importanza, quando le cose gravi sono ben altre. Chi non è assordato e accecato dal rumore mediatico di questi dibattiti, potrà guardarsi attorno, senza pregiudizi o filtri, e rendersi conto di ciò che veramente accade.
Tutti questi dibattiti, inoltre, a certi livelli sono utili, poiché distraggono l'attenzione da eventi tragici, su i quali è comodo stendere un velo di silenzio, evitando che nei canali ufficiali si apra un pubblico dibattito, come nel caso del barcone di migranti con 130 anime a bordo, affondato alcuni giorni fa: e nessun superstite.
Una tragedia che è passata nel silenzio generale (e colpevole) dei nostri governanti.
L'emergenza non più emergenza Covid è un grande coperchio che ha permesso di coprire tutte le questioni scomode sulle quali sarebbe stato necessario attivare un dibattito politico e pubblico.
I probleni sono risolti: non se ne parla più, quindi non esistono più.

E' davvero tragico, questo.

Condividi post
Repost0
15 aprile 2021 4 15 /04 /aprile /2021 22:03

La sera stavano distesi sulle loro brande (...) ammazzavano il tempo infiammando scorregge, cosa che ai loro occhi era "uno sport nazionale svevo".
Eisbrand spiegò a Fussman come funzionava: "Ti stendi sulla branda su di un lato, pieghi la gamba come fanno i cani mentre tieni un accendino acceso vicino ai pantaloni. Ne molli una e il gas che fuoriesce dalla stoffa si infiamma, capi'?"
Il fenomeno ricordava il lancio di un razzo e, a seconda della quantità e della spinta dei gas si potevano osservare delle notevoli fiammate. Eisbrand era il detentore del record assoluto. Dopo una 'fagiolata'aveva mandato un'imponente 'fiaccola' di più di venti centimetri, ma da allora la sua "rosellina" gli bruciava come il fuoco.

"Bruciatura di terzo grado all'ano", queste le parole del dottor Leimtraut che con Eisbrand lesinava sulla pomata per ferite.

da Thor Kunkel, Pornonazi, Fazi Editore, p. 349

scorreggia infuocata (internet)

Questo passaggio (dal romanzo "Pornonazi") che ha suscitato la mia ilarità mi ha fatto ricordare due episodi.

In uno, molti anni fa - ero ancora studente - ero a casa di amici inglesi a Sheffield nello Yorkshire. Eravamo riuniti nel soggiorno, la mia "fidanzata" di allora, la sorella e il ragazzo di lei, e altri. Si parlava del più del meno e si mangiavano dei dolciumi posti in apposite ciotole. All'improvviso nel bel mezzo della conversazione, il ragazzo della sorella che era un tipo lungo e allampanato con i capelli lunghi e sottili tenuti assieme in una coda si alzò improvvisamente in piedi, levò il alto il braccio con il dito indice teso verso il soffitto e lampiò un pirito (o peto) potente e rumoroso (di quelli che si possono definire "sfardalenzuoli"), dopo di che si sedette - nell'indifferenza generale - e continuò la sua conversazione.
Nel secondo episodio di non molto tempo dopo (anche qui ero ancora studente), stavamo facendo una cena casalinga tra amici (frequentavo allora  una compagnia di un mio cugino, ed erano tutti più giovani di me di qualche anno). All'improvviso uno di loro (ricordo chi,ma non dirò il nome) si alzò da tavola e si buttò a terra di schiena, allargando e sollevando le gambe le gambe.
"Presto, fate presto! - disse - Datemi un accendino!".
Qualcuno glielo porse con concitazione e lui lo prese, lo portò vicino alla cucitura del cavallo dei pantaloni lo accese e ... una fiamma colorata di arancione si dipartì dal suo culo, una vera e propria vampa (ma senza alcun rumor di tuono): un effettaccio pirotecnico! E ci furono sghignazzate e meraviglia, ovviamente.
D'altra parte in  quegli anni la "scienza" delle scorregge e la loro frequentazione  ludica era parte del gioco. E, in fondo, si trattava di un'attività sociale...a cui nessuno poteva sottrarsi... in applicazione del ben conosciuto proverbio la cui formula base, pur con tutta una serie di varianti, era "Chi non piscia in compagnia o fa il ladro o fa la spia".

In tema vedi anche i seguenti articoli

Alla partenza di una maratona i subdoli artiglieri sono tra noi (30 aprile 2015)

Il contrapasso del subdolo artigliere (2015)

Vanvere e piritere: così sappiamo cosa stiamo facendo quando parliamo a vanvera (2013)

Condividi post
Repost0
13 aprile 2021 2 13 /04 /aprile /2021 13:47
Dal gelataio in tempo di Covid (foto di Maurizio Crispi)

Dopo una breve permanenza di giochi in una piazzetta alberata dalle parti di via Pacinotti, abbiamo portato i bambini a mangiare un gelato.
C'è appunto un gelataio lì vicino, proprio accanto alla Chiesa di Sant'Ernesto.
Siamo in zona rossa, tuttora (in Sicilia i nuovi contagi galoppano gagliardi): quindi, solo e rigorosamente gelati da d'asporto. Ma come si fa a distinguere un gelato d'asporto da uno che non lo sia? Una bella domanda, davvero!
Si potrebbe pensare che i gelati (in forma di cono, o di brioche o di coppetta) vengano asportati nudi e crudi, visto che il più delle volte sono fatti per essere consumati all'istante, magari deambulando oppure intenti in peripatetiche attività.
Ed invece no! Perché essi siano considerabili da asporto devono essere ben impacchettati e confezionati, come se uno li dovesse portare sino a casa.
Un piccolo paradosso, visto che poi gli utenti si fermano a consumare subito fuori dalla gelateria, utilizzando le panche predisposte per i tempi non-Covid.
Qui, i clienti si fermano a spacchettare gli incarti per poi consumare.
Non sarebbe più semplice consegnare i gelati così come sono, lasciando che i clienti li mangino nei paraggi, senza tante complicazioni, visto che quasi nessuno intende portarseli sino a casa? In fondo, basta che siano in movimento mentre mangiano e che non facciano assembramento.
E invece no: perché i gelati possano essere considerati d'asporto, non è sufficienti che siano "asportati" da un cliente deambulante, ma lo devono anche dichiarare esplicitamente con il loro incarto: "Siamo dei gelati d'asporto".
Invece di una simile complicazione i maestri gelatai potrebbero attaccare ai gelati d'asporto senza incarto un cartellino che dice "Io sono un gelato da asporto": giusto per non dar luogo a fraintendimenti...
E questa regola riguarda anche alcune delle spregiudicate e golose essenze messe in evidenza in uno speciale settore del banco d'esposizione, gelati di grido - si potrebbe dire: come lo "Sputnik", il "Johnson&Johnson", il "Moderna", lo "Pfizer" e l'"AstraZeneca".
Tutti in fila a scegliere queste esotiche e avveniristiche essenze, dalla ricetta segretissima, rigorosamente in confezione da asporto...

 

Condividi post
Repost0
13 aprile 2021 2 13 /04 /aprile /2021 09:33

Una pantera è stata avvistata e fotografata dai cittadini di Castellana Grotte, in provincia di Bari. Il sindaco ha raccomandato prudenza alla cittadinanza.
Non è ancora certo se questo sia lo stesso esemplare che era già stato visto qualche settimana fa a San Severo, in provincia di Foggia, e poi nella Valle d’Itria.
Il primo cittadino di Castellana ha scritto su Facebook che, dopo aver allertato la Prefettura, sono stati inviati sul posto i Carabinieri del Corpo Forestale con i veterinari dello Zoo Safari di Fasano. La speranza è quella di poter catturare l’animale e riportarlo in un habitat più adeguato.
L’avvistamento della pantera in provincia di Bari è solo l’ultimo di molte altre segnalazioni già avvenute in provincia di Foggia, nella Valle d’Itria e ad Ostuni.

Internet

Il Mastino dei Baskerville

E sembra anche che, da più parti, siano stati segnalati episodi similari, i più antichi sarebbero avvenuti nelle Marche e, da lì, per una sorta di contagio, si sono spostati via via più a Sud.
Sarà poi vero? Si tratterà davvero di animali selvatici, detenuti illegalmente e sfuggiti alla cattività?
Forse sì: non voglio mettere in dubbio la veridicità dell'avvistamento...

Oppure, e io sarei più propenso ad abbracciare questa ipotesi immaginifica, non si tratterebbe piuttosto di avvistamenti, dovuti alla suggestione e ad una sorta di "contagio" psichico, con la trasformazione di altri animali neri di grossa taglia in "pantera"?
Le evocazioni letterarie in questo ambito sono forti e numerose. Basti pensare ad un prototipo - un vero e proprio "monumento" della narrativa poliziesca - che è "Il Mastino dei Baskerville"di Conan Doyle.
Ne ricordo un altro, di autore più recente, in cui tutta la vicenda è imperniata attorno agli avvistamenti di un grosso felino nero nelle campagne dello Yorkshire: si tratta del magistrale "Black Cat" del romanziere britannico Martyn Bedford che si muove tra zoologia fantastica, rabdomanzia e tematiche ecoterroristiche. Un bel romanzo davvero che mi ha aperto interi orizzonti di riflessioni.

Martyn Bedford, Black cat, Einaudi

Questo il mio commento al libro su ibs:
(25/03/2002) "Il libro mi è sembrato interessante, perché il riferimento alla bestia che infesta la brughiera e che uccide gli animali delle fattorie è secondo me la metafora di un'ossessione interiore di cui Ethan Gray, co-protagonista della vicenda, è l'incarnazione. Ho avuto la sensazione che, nel corso della storia, il piano narrativo si vada spostando da quello reale a uno sempre più metafisico...
"Il passaggio a questo secondo livello ben più eterogeneo è reso possibile dal deuteragonista di Ethan, la singolare Chloe Fortune, eco-guerriera e rabdomante, che utilizza il suo potere psichico in una particolare declinazione della rabdomanzia, intesa come scienza paranormale, che è quella della ricerca di "oggetti mentali". Capisco che la storia possa non piacere, in quanto non vi è lieto fine, ma soltanto la conclusione per Chloe Fortune di un percorso interiore tormentato, che probabilmente le consentirà di vivere altre storie. L'altra parabola che si evidenzia dal testo è che in natura non vi sono realtà "bestie" feroci e che la vera bestia è quella che può iniziare ad agitarsi dentro di noi alimentata dalle nostre personali paure ed ossessioni".

La pantera, d'altra parte, con la sua forza scattante ed elastica, con la sua capacità di compiere balzi potenti, con la sua capacità di uccidere negli agguati anche animali di taglia molto maggiore, è un essere iconico, dotato di grandi valenze simboliche, e Hillman sicuramente lo collocherebbe (o lo ha collocato: devo andare a controllare il suo testo) nella galleria degli "animali del sogno".
E no! Sono andato a verificare il testo di Hillman e della pantera vi è una diretta menzione, a differenza di altri animali a cui egli dedica interi paragrafi,  nella sua galleria di "animali del sogno". Eppure, anche la pantera - secondo me - entra a pieno titolo nella galleria degli animali archetipici che nel sogno vengono a visitarci e dunque ad essa possono applicarsi le argomentazioni generali del grande psicologo analitico.
In ogni caso, la pantera - animale primigenio ed archetipico (mi viene anche in mente qui un magistrale romanzo in noir di Cornell Woolrich, nel quale sembrerebbe che sia una pantera l'assassino di turno) - può essere l'emblema di ciò che fa paura e che irrompe nella nostra realtà quotidiana.

In tempo di Covid in cui la paura è divenuto un ingrediente essenziale della nostra vita e dei nostri scenari possiamo compiere uno spostamento efficace da essa soltanto al prezzo dell'evocazione allucinatoria della "bestia" che attiva - assieme alla paura di poter essere oggetto di agguati devastanti - i nostri timori inconsci e li mette all'esterno.
Il virus, causa del "terrore" quotidiano ed onnipresente, è per definizione e per anatomia invisibile, mentre la "Pantera" ha una consistente materica, occupa uno spazio, può essere avvistata (anche se il suo essere totalmente nera la mimetizza nella notte) e, eventualmente, ci si può difendere da essa, anche se - paradossalmente - riporta ancora una volta alla situazione del confinamento tra le mura domestiche, poichè - nell'attesa che si faccia chiarezza attorno alla realtà dell'avvistamento - è misura prudenziale chiudersi in casa per scongiurare eventuali attacchi.
E torniamo così alla situazione dell'uomo ancestrale che, di notte, si riparava in una grotta con il fuoco acceso per avere protezione dalle intemperie, dal freddo e dalle bestie selvagge.
Ma, per quanto stesse nel cerchio illuminato dalle fiamme, era pur sempre indifeso dal pericolo strisciante (e innominabile) che, prendendolo di sorpresa dalle spalle, poteva giungere dalle profondità della terra e dai cunicoli che si diramavano dal riparo sicuro dove si era rifugiato.
Quindi, il pericolo maggiore, quello più difficilmente padroneggiabile, era quello che veniva dal profondo della grotta (o per usare la metafora dai meandri della mente)
Noi temiamo le paure innominabili, perché ci riempiono di terrore oscuro: ed è allora che si creano dei ponti, che si fanno delle associazioni e che si trasformano gatti e cani neri in pericolose pantere.

Apprendendo di questi strani avvistamenti, mi sono ricordato che qualche giorno addietro (il 4 aprile scorso), ho fatto un sogno in tema.
Era questo: e si articola in due diverse parti.
Sono dapprima in un negozio per acquistare dolci ed altre cose da mangiare. Dopo aver completato la mia scelta e mi faccio confezionare il tutto. Vado via con i miei pacchetti e sul più bello mi accorgo che non ho pagato quanto dovevo.
Mannaggia!
Dovrò tornare indietro, ma subito non posso; ho altre cose da fare, urgenti.
Ci tornerò appena possibile, penso.
Quindi mi ritrovo con una pantera, tutta nera, nera come la notte, proprio come uno si immagina le pantere. Con il pelo fitto, corto e lucido.
Questa pantera è il mio animale domestico e lo porto spasso al guinzaglio.
Sono un po' timoroso che possa avere delle reazioni anomale nell'incontro con altri passanti e nell'avvistamento di altri cani al guinzaglio (o semplicemente per annusarne l'usta) e che possa far del male a qualcuno.
E' forte e possente, i muscoli guizzanti sotto la pelle, ma ho piena fiducia nella mia capacità di tenerla sotto controllo: anche se l'imprevisto è sempre possibile.

Condividi post
Repost0
26 marzo 2021 5 26 /03 /marzo /2021 12:28
Luca Ricolfi, La notte delle ninfee, La Nave di Teseo, 2020

Nel panorama variegato dei numerosi saggi sinora usciti sulla Pandemia nella quale siamo tutt'ora impantanati (e forse solo ora cominciamo a vedere la luce alla fine del tunnel) spicca particolarmente per il suo vigore espositivo La notte delle ninfee. Come si malgoverna un'epidemia, saggio di Luca Ricolfi (uscito in libreria a gennaio 2021 per i tipi di La Nave di Teseo): non a caso, Luca Ricolfi, in quanto persona che parla fuori dai luoghi comiuni e che espone le sue idee non sulla base di opinioni, ma di fatti comprovati e supportati dalla scienza statistica, è considerato una delle "Cassandre" italiane nel generale appiattimento determinato dalla retorica governativa a proposito del fatto che con le misure intraprese "stesse andando tutto bene" (ed era "eretico" chi si discostava anche di poco da questa verità).
Ricolfi sostiene, con l'ausilio delle leggi della statistica, che le scelte governative sono state lente ed impacciate, che non hanno rispettato una tempistica rigorosa, che sono state contraddistinte da temporeggiamenti e ritardi, laddove sarebbero serviti interventi ben radicali di quelli che sono stati varati.
A partire dalla metafora iniziale, quella appunto dello stagno infestato dalle ninfee (cui si ispira il titolo del libro) e del modello matematico che ne deriva, mostra gli errori che sono stati fatti e come si sarebbero potuti evitare. E' molto interessante, ad esempio, il raffronto tra quello che è accaduto in Italia e quanto si è verificato in Germania al tempo della prima fase della pandemia (con pochi morti in confronto al numero degli infetti, rilevati). Ricolfi sostiene che, da un lato, la strategia iniziale avrebbe dovuto essere quella di fare molti, moltissimi, tamponi, mentre all'inizio - a parte l'anomalia, da alcune parti contestata, di Vo' Euganeo e della Regione Veneto - i tamponi sui soggetti asintomatici erano sistematicamente scoraggiati.
L'altro indicatore importante - sempre secondo Ricolfi - da tenere sotto controllo è il numero dei morti giornalieri: quando le vittime crescono a dismisura i giochi sono già stati fatti, in altri termini.
Alla luce delle statistiche e dei grafici comparativi con quanto è accaduto altrove, Ricolfi sostiene che il lockdown "duro" subito sarebbe stato la migliore ricetta, proprio per evitare successive derive incontrollabili.
E, secondo il suo ragionamento, anche una settimana di anticipo su certi provvedimenti, può fare una profonda differenza.
Per molti motivi, le misure più efficaci sono quelle - secondo il nostro autore - che attenuano il senso di paura delle persone: più che la semplice riapertura di alcune attività, sono proprio queste quelle che inducono la gente e a consumare di più. Quindi: efficace tracciamento, molti tamponi, attenzione sanitaria elevata e capacità di trattamento potenziata il più possibile, oltre a miglioramento e potenziamento del sistema dei trasporti, per evitare il sovraaffollamento.
Quando Ricolfi scrive e dà alle stampe il suo volume, siamo alle soglie di Dicembre: e l'autore commenta amaramente che ben poco il Governo ha fatto per creare le premesse per una risposta veramente efficace oppure per anticipare il più possibile le misure di lockdown.  Quando l'ha fatto , anche in autunno, i buoi erano già usciti dalle stalle, per così dire, e i morti erano già aumentati a dismisura.
Al contrario, il governo ha posto una fiducia quasi salvifica nell'arrivo dei vaccini, mentre ben di più avrebbe potuto fare se avesse agito con maggiore efficacia prima: Ricolfi parla di diverse decine di migliaia di morti in meno, se si fossero prese le decisioni giuste.
Aggiungo io, e mi trovo sulla stessa linea di Ricolfi, che in Italia ha purtroppo dominato la retorica, mentre la burocrazia ci ha messo costantemente lo zampino, assieme all'incapacità di creare un'unitaria strategia, fondata su coerenza operativa e su una piena sintonia tra governo centrale e Regioni.
Insomma, il saggio di Ricolfi è da leggere per chiarirsi le idee, abbandonando idee preconcette o "di regime" su di un tema su cui i media procedono utilizzando solo luoghi conuni e formule trite e ritrite.

(soglie del testo) L'autore vi spiega anche in questo libro perché i nostro Natale poteva essere diverso: si tratta di un indagine basata su dati rigorosi che smaschera gli errori italiani nella gestione dell'epidemia.
“Come andranno le cose? L’ottimismo della volontà mi fa sperare che, finalmente, si cambierà strada, e si guarderà con più attenzione al modello dei paesi che hanno avuto successo nella lotta al virus. Ma il pessimismo della ragione mi avverte: l’attesa messianica del vaccino avvolgerà tutto e tutti, quasi niente cambierà davvero, nessuno sarà chiamato a rispondere delle sue azioni. Né ora né mai”.
Luca Ricolfi, dal suo osservatorio della Fondazione Hume, fin dallo scorso febbraio sta studiando i dati relativi alla pandemia e alla sua gestione. Analisi non circoscritta alla sola Italia, bensì allargata sempre all’insieme delle società avanzate, a partire dai paesi europei. Sulla base dei dati – che sono il faro della sua attività – raccolti in questo libro in modo sintetico, ordinato e leggibilissimo, Ricolfi smaschera gli errori italiani nella gestione della pandemia e le conseguenti bugie, volte a nasconderli, di governanti, politici e amministratori.
E giunge a conclusioni che in pochi hanno avuto finora l’attenzione di cogliere:
(1) la seconda ondata era evitabile, tanto è vero che più di un terzo delle società avanzate l’ha evitata;
(2) le omissioni, i ritardi e le incertezze dei governanti ci sono costati decine di migliaia di morti, e decine di miliardi di PIL;
(3) se non facciamo subito quel che avremmo dovuto fare da tempo, altre ondate saranno inevitabili, e il disastro economico completo e difficilmente reversibile.

 

Luca Ricolfi

Lontano da ogni ideologia e fuori dalla assurda dicotomia tra negazionisti e rigoristi, fra aperturisti e paladini dei lockdown, Ricolfi ci dimostra che la tragedia che ci ha colpito avrebbe meritato ben altra gestione, che era possibile farlo e che altrove è stato fatto.

 

L'autore. Luca Ricolfi  (Torino, 1950), sociologo, docente di Analisi dei dati presso l’Università di Torino. Ha fondato la rivista di analisi elettorale “Polena” e l’Osservatorio del Nord Ovest. Attualmente è Presidente e responsabile scientifico della Fondazione David Hume. Fra i suoi libri: Perché siamo antipatici? (2005), Tempo scaduto. Il contratto con gli italiani alla prova dei fatti (2006), Illusioni italiche (2010), Il sacco del Nord (2012), La sfida. Come destra e sinistra possono governare l’Italia (2013), L’enigma della crescita (2014, 2020), Sinistra e popolo (2017), La società signorile di massa (2019, La nave di Teseo).

 

 

Condividi post
Repost0

Mi Presento

  • : Frammenti e pensieri sparsi
  • : Una raccolta di recensioni cinematografiche, di approfondimenti sulle letture fatte, note diaristiche e sogni, reportage e viaggi
  • Contatti

Profilo

  • Frammenti e Pensieri Sparsi

Testo Libero

Ricerca

Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


frammenti-e-pensieri-sparsi.over-blog.it-Google pagerank and Worth