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4 giugno 2018 1 04 /06 /giugno /2018 09:14
Non soffermarti ad amare

Camminando al Foro Italico Umberto I di Palermo mi sono imbattuto in un writing, forse nuovo o comunque recente), ma era da molto tempo che non mi capitava di passeggiare da quelle parti, e quindi non sparei dire quanto recente.

Non soffermarti ad amare (foto di Maurizio Crispi)

Questa la frase, tracciata con caratteri stampatello con vernice verde: "Non soffermarti ad amare".
Chi sa quali pensieri hanno spinto l'anonimo writer a vergare l'insolito messaggio...
Una sua autoconsapevolezza cinica e disincantata, un invito rivolto a se stesso ad andare oltre senza sforzarsi di amare alcuno/a?
Oppure ha voluto essere il tangenziale rimprovero a colui/colei che non ha ricambiato l'esplicitazione dell'amore?
In ogni caso, quale che sia l'interpretazione della frase, rientriamo pienamente nella definizione di Zygmunt Bauman sugli "amori liquidi" della contemporaneità e tutt'altro che imperuturi come si soleva pensare un tempo.
Anche il più grande amore è destinato a naufragare e allora tanto vale non soffermarsi ad amare...

A volte il writer scrive alla luce della sua esperienza personale, a volte il senso di ciò che scrive è quello stesso del lanciare in mare un messaggio sigillato dentro una bottiglia di vero, sperando che il capriccio dei venti e delle correnti lo facciano arrivare un giorno tra le mani giuste (anche se il lettore delle parole così lanciate  in mare rimarrà per sempre anonimo). A volte, tuttavia, nel caso dei messaggi dei writer metropolitani ci può essere il desiderio che proprio uno specifico destinatorio possa leggerli.
Come capita a volte nelle bacheche dei social, dove può comparire a volte un messaggio criptico. Tu lo commenti, ma il suo "proprietario" ti bacchetta e ti corregge: "Non avresti dovuto commentare, quello status non era rivolto a te. E' indirizzato ad una persona. Solo quest'ultima potrà commentarlo. Aspetto che si faccia avanti"

Palermo, Foro Italico

(foto di Maurizio Crispi)

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31 maggio 2018 4 31 /05 /maggio /2018 08:36
Francesco D'Adamo, Storia di Iqbal (edizione speciale 20 anni dopo), Einaudi ragazzi, 2016

La storia del piccolo pakistano Iqbal Masih, "bambino senza paura", costretto al lavoro forzato in una fabbrica di tappeti, e poi impegnato in una lotta contro i suoi sfruttatori e di tanti altri bimbi come lui, sino a parlare pubblicamente davanti ad un consesso delle Nazioni Unite, ha fatto il giro del mondo. Iqbal è diventato a tutti gli effetti l'emblema e il simbolo della campagna contro il lavoro minorile e contro quella che appare come una forma moderna di schiavitù, tanto più odiosa perchè riguarda i bambini costretti a condizioni di lavoro disumane.

L'impegno di Iqbal, prima sfruttato e poi "lottatore", venne malvisto dai potenti della sua terra (e dalla "mafia" dei tappeti) che nel 2004, quando lui aveva l'età di 14 anni, ne commissionarono l'uccisione, malgrado la notorietà che il piccolo pakistano aveva raggiunto a livello mondiale con il suo "No!" forte allo sfruttamento del lavoro minorile.

Francesco D'Adamo ha saputo farsi cantore della storia di Iqbal, trasformandola in un opera narrativa per lettori di ogni età a partire da10-12 anni, dall'indubbio valore umano e didattico, anche se le emozioni che scaturiscono dallo story telling non sono certamente subordinate alle finalità didascaliche ed educative, con il titolo di "Storia di Iqbal"
Il volume di D'Adamo, che ha visto la luce la prima volta nel 2001 per i tipi di EL, è stato rieditato venti anni dopo la barbara uccisione di Iqbal (a tutti gli effetti un'edizioni speciale, per i tipi di Einaudi Ragazzi, nel 2016, con una prefazione di Gad Lerner).

La storia di Iqbal è stata successivamente trasformata in un film TV drammatico nel 1998 e, più recentemente, in un film d'animazione, molto bello. Iqbal. Bambini senza paura  (Francia, 2015).

(dal risguardo di copertina) La storia vera, riproposta a vent'anni dalla morte, di Iqbal Masih, il ragazzo pakistano di 14 anni diventato in tutto il mondo il simbolo della lotta contro lo sfruttamento del lavoro minorile. Ceduto dalla sua famiglia di contadini ridotti in miseria, in cambio del prestito di 26 dollari, costretto a lavorare in una tessitura di tappeti dall'alba al tramonto, incatenato al telaio, in condizioni disumane, come milioni di altri bambini nei Paesi più poveri del mondo, Iqbal troverà la forza di ribellarsi, di far arrestare il suo padrone, di denunciare la "mafia dei tappeti", contribuendo alla liberazione di centinaia di altri piccoli schiavi. Introduzione di Gad Lerner.

Francesco D'Adamo

L'autore. Francesco D’Adamo è nato nel 1949 a Milano, dove vive e lavora. Scrittore, giornalista e insegnante, è stato tra i primi, agli inizi degli anni ’90, a percorrere la strada del noir all’italiana. Nel 1999 ha esordito nella narrativa per ragazzi col romanzo Lupo Omega (Edizioni EL), finalista ai premi «Cassa di Risparmio di Cento», «Città di Penne» e «Castello» di Sanguinetto. Il suo romanzo Storia di Iqbal, «Premio Cento 2002», tradotto e pubblicato negli Stati Uniti, nel 2004 è stato segnalato dall’American Library Association come libro «raccomandato e degno di nota», e ha avuto il «Premio Christopher Awards (USA)».

 

 

Chi è Iqbal Masih? È un ragazzino pakistano di 12 anni diventato in tutto il mondo il simbolo della lotta contro lo sfruttamento del lavoro minorile. Ceduto dalla sua famiglia di contadini ridotti in miseria, in cambio del prestito di 26 dollari. Ecco la sua storia. Ci sono Paesi dove i bambini anziché andare a scuola sono costretti a lavorare. Il Pakistan è uno di questi e Iqbal era uno di quei ragazzi obbligati a passare ore ed ore ad annodare tappeti. Uso l’imperfetto perché il piccolo operaio che difendeva gli amici che come lui erano schiavi di qualche padrone, è morto a dodici anni per motivi che non si conoscono. La sua storia la potrete conoscere venerdì sera, 17 novembre, grazie al film Iqbal – Bambini senza paura che sarà trasmesso a partire dalle 21,15 su Rai3 in prima visione assoluta. Questa pellicola, uscita in Francia nel 2015, ora arriva per la prima volta in Italia dove sulla storia del piccolo pakistano è stato pubblicato il romanzo Storia di Iqbal scritto da Francesco d’Adamo. La storia. Il film racconta di questo bambino povero che ha imparato dalla sua famiglia l’arte di annodare tappeti con i raffinatissimi nodi detti bangapur. Un giorno per poter comprare le medicine al fratello Aziz, malato, viene avvicinato dall’impostore Hakeem: l’uomo gli promette le medicine di cui ha bisogno se realizzerà un tappeto per l’amico Guzman. In realtà Iqbal finirà male e verrà venduto a Guzman che è un produttore clandestino di tappeti che sfrutta il lavoro nero dei bambini che restano imprigionati in quell’officina senza poter far ritorno a casa. Ma Iqbal non si arrende. Tela dopo tela, nodo dopo nodo, elabora un piano per fuggire e liberare anche gli altri bambini operai Fatima, Emerson, Maria, Ben, Salman e Karim. La vita di Iqbal. Una storia ispirata alla vera vita di Iqbal che se fosse ancora vivo, oggi, avrebbe 34 anni. Nato da una famiglia poverissima, a quattro anni già lavorava e a cinque fu venduto dal padre a un produttore di tappeti per pagare un debito. Da quel giorno trascorse la sua vita dietro a un telaio per dieci-dodici ore al giorno. Passarono anni ma nel 1992 Iqbal riuscì a fuggire per partecipare con altri ragazzi a una manifestazione contro lo sfruttamento minorile. Quando tornò dal suo padrone si rifiutò di continuare a lavorare. Lo picchiarono ma lui non si arrese al punto da dover lasciare con la sua famiglia il villaggio. Iqbal fu ospitato in un ostello, cominciò a studiare, a viaggiare, a partecipare a incontri internazionali per portare la sua testimonianza proprio sulla questione del lavoro minorile nel suo Paese. Un cammino che si fermò il giorno di Pasqua del 1995 quando il bambino operaio e difensore degli altri ragazzi morì misteriosamente. In sua memoria... A Iqbal sono dedicate molte scuole anche in Italia. Questo film in onda su Rai3 ci ricorda quanti Iqbal ci sono nel mondo. Si contano più di 150 milioni di “fratelli” del piccolo pakistano: in Africa lavora un bambino su tre prevalentemente nell'agricoltura familiare e nel piccolissimo commercio. In America Latina lavorano il 15 - 20% dei bambini al di sotto dei 15 anni e non pochi di loro sono anche ragazzi di strada: si occupano delle piantagioni ma vanno anche nelle miniere e nelle fabbriche d'abbigliamento. Ma anche in Italia secondo l’associazione “Save The Children” sarebbero 350 mila i bambini e gli adolescenti che lavorano magari proprio nell’azienda di famiglia.

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23 aprile 2018 1 23 /04 /aprile /2018 09:58
Come se io fossi te. Andrea Caschetto e Azzurra: il racconto coinvolgente di un viaggio dell'anima

Non smetterò mai di viaggiare il mondo.
E fra la gente, sentirmi a casa.
Tutti dovremmo sentirci a casa sempre.
Spogliarci dell’uniforme che indossiamo nel quotidiano e finalmente essere noi.
Diversi l’uno dall’altro.
È nell’abbraccio alla diversità che si consuma il futuro prossimo del mondo
Sono qui per imparare e per trasformare la paura in meraviglia

Andrea Caschetto, Come se io fossi te (Pretesti)

Andrea caschetto, Come se io fossi te, Chiarelettere, 2017

Andrea Caschetto, dopo l'esperienza descritta in "Dove nasce l'Arcobaleno" (Giunti) in cui ci ha raccontato il suo giro del mondo per orfanatrofi, con la missione di portare il sorriso a 8008 bambini (con il corollario che il 22 marzo 2016, nella Giornata della Felicità, egli sia stato invitato a parlare alle Nazioni Unite, in "Come se io fossi te" (pubblicato da Chiarelettere nel 2017) Caschetto, ci ha regalato il racconto di un'altra impresa di viaggio scaturita dalla sua forte attitudine empatica.

Andrea Caschetto, a ragione, è stato definito un "campione del sorriso" o anche un "ambasciatore del sorriso", ma possiede anche la capacità di immergersi nel lato malinconico delle cose e delle persone, dal momento che possiede il dono dell'empatia, scaturente dal fatto di essere stato lui stesso colpito da una malattia neurologica - un tumore cerebrale, da cui è stato operato e che lo ha lasciato con un lieve deficit della memoria -e di essere passato attraverso il tunnel della malattia che gli ha lasciato qualche stigmate.

In questa nuova avventura, Andrea Caschetto, profondamente legato sentimentalmente ad una ragazza, Azzurra di nome, divenuta per incidente paraplegica e confinata su di una sedia a rotelle, decide di partire per un viaggio nella lontana Argentina, assieme ad una sedia a rotelle che battezza "Azzurra". Perchè l'Argentina? Ma perchè l'Azzurra in carne ed ossa ha sempre deisderato visitare questo paese e adesso da paraplegica avrebbe difficoltà ad andarci. Perchè portando con sé la carrozzina (identica per tutto e per tutto a quella utilizzata da Azzurra) e utilizzandola, egli vuole vedere questa parte del mondo come la vedrebbe Azzurra, cimentandosi con tutte le difficoltà con cui la donna Azzurra dovrebbe cimentarsi se fosse con lui, per vedere il mondo al posto suo e per lei, per imparare a capirla meglio e per dichiararle così il suo amore.
Questo suo viaggio ha il valore del compimento di un voto, di una promessa, di un pellegrinaggio ed è anche, in altri termini, un "viaggio dell'anima".
Come scoprirà Andrea, cimentandosi con mille difficoltà e con le barriere architettoniche, con un mondo che al 90% non è pensato per persone con difficoltà motorie, il fatto di essere su una carrozzina (non sempre però, perchè le difficoltà si fanno estreme, può sempre chiuderla e caricarsela sulle spalle), l'essere su una carrozzina, oltre a dargli un punto di vista fisico differente (vedere il mondo con uno sfguardo che va dal basso verso l'alto), lo fa diventare catalizzatore di incontri e di racconti.

Ed è così che egli durante il suo viaggio ha potuto raccogliere storie ed aneddoti, storie di persone che si aprono con lui, forse più facilmente che se fosse in piedi sulle sue gambe: storie divertenti, commoventi, con un lieto fine o con un finale malinconico, a seconda delle persone che incontra via via e dei luoghi in cui sono ambientate le narrazioni. E nello stesso tempo, Caschetto ci fornisce il duplice punto di vista, su come sono il mondo e le persone viste dallo sguardo di una persona che cammina sulle sue gambe e da quello di chi sta seduto in carrozzina; e, in contemporanea, i vissuti di un modo di essere e nell'altro. Sostanzialmente eguali, ma resi differenti dal fatto che ancora, nei più diversi contesti, la persona con difficoltà motorie - il disabile o diversabile, si potrebbe anche dire - non sono pienamente "normalizzati" e dunque possono incarnare una diversità, un "altro da sè" difficilmente assimilabile (con la conseguenza di un'inevitabile barriera comunicativa, che qualora venga superata con un sforzo attivo di "andare verso l'altro", lascia sorpresi ed anche pieni di speranza.
E poi ci sono mille incontri ciascuno dei quali è memorabile, mai banale e suggellato dalla capacità epatica che è la sua forza intrinseca, potenziata dall'essere sulla carrozzina e che sancisce una "diversità" non omologabile, una "diversità che è pronta ad accettare e ad accogliere le diversità altrui, comprendendole.
Il mondo visto da una carrozzina: Andrea Caschetto propone con il suo racconto un'esperienza memorabile e che tutti dovrebbero fare propria. Tutti, probabilmente dovrebbero fare l'esperienza di stare su di una carrozzina a ruote, cercando di farsi avanti con traversie e difficoltà in ambienti spesso irti ancora oggi di barriere architettoniche. Lo stare su di una carrozzina a rotelle, spingendosi da sè o spinto da altri, arricchirebbe anche sicuramente il proprio bagaglio spirituale, consentendo di affinare gli strumenti per comprendere meglio chi disabile lo è per davvero.
E' questo il senso del "carrozzina day", di recente istituito presso alcune amministrazioni comunali in Italia, Ma è anche questo il senso di includere in alcuni sport per disabili chi disabile non è, come ad esempio nel Basket per disabile il cui regolamento ammette la presenza in squadra di un elemento non disabile, purchè giochi anche lui in sedia a rotelle, quindi con analogo handicap.
Spesso con mio fratello Salvatore Crispi, dalla nascita disabile per aver contratto una tetraplegia perinatale e grande "lottatore" per la tutela dei dirittti delle persone con disabilità, abbiamo discusso di questi aspetti e del fatto che spesso la parte attuativa delle normative esistenti sull'abbattimento delle barriere architettoniche è messa nelle mani di persone che disabili non sono. Mentre, invece, prima di realizzare definitivamente determinate opere occorrerebbe chiedere ai disabili delle diverse tipologie di "provare" i percorsi protetti e il tipo di dispositivi realizzati per il superamento (o l'abbattimento) delle barriere: facendo un vero e proprio "collaudo", qualitativamente valido, insomma.
Come anche, nelle scuole dei diversi livelli, occorrerebbe insegnare ai giovani la capacità empatica nei confronti delle persone con disabilità, studiando degli opportuni percorsi didattivci, tra i quali potrebbe avere un'importante funzione quella di dedicare delle ore di esperienza preziosa sulla carrozzina a rotelle, oppure quella altrettanto importante di provare ad essere come i non vedenti.
La carrozzina del disabile può assumere in sè una forte valenza simbolica: ed è così che Vincenzo Marino, impegnato a Palermo nel fronte della tutela dei diritti dei disabili e pedagogista, dopo la morte di mio fratello, ha preso a portare con sè la sua carrozzina vuota (l'ultima da lui usata), per ricordare a tutti attraverso l'assenza e la mancanza la sua presenza ancora costante in spirito in tutte le manifestazioni che riguardano i disabili.

 

Andrea Caschetto

(dal risguardo di copertina) Andrea Caschetto ha inaugurato la categoria dei viaggi necessari. Il suo è un turismo dell’anima, dove i luoghi sono le persone e le persone sono i luoghi. Andrea è un viaggiatore lento, perché serve tempo per ascoltare davvero le vite degli altri, per entrare in punta di piedi nelle esistenze, laddove la porta viene aperta, e con garbo accarezzarle e accudirle. E non crediate che questo tempo sia perso: prima o poi ritorna, in forme e sembianze mai uguali, ed è linfa per il mondo. Questo viaggio nasce da varie necessità, che nell’ordine sono: esaudire il desiderio di una ragazza molto amata che ama l’Argentina ma non può andarci; imparare che la disabilità ha bisogno di manutenzione e non di cure, perché non è una malattia; e ancora, raccontare la straordinaria meraviglia della diversità, dando voce agli Invisibili. E allora via, lungo le strade dell’Argentina. Unica compagna, una sedia a rotelle, metafora del vivere disabile. Da usare per sedersi e per far sedere, per confidarsi e far confidare. Per raccontare storie e invitare a raccontarle. A proposito, la sedia ha un nome. Si chiama Azzurra, come la ragazza amata che ama l’Argentina e finalmente, con Andrea, ci è andata. Perché la realtà ha la forma che uno vuole darle. E i sogni contano.

L'autore. Andrea Caschetto ha 26 anni ed è uno straordinario viaggiatore. I suoi migliaia di amici virtuali lo conoscono come l’ambasciatore del sorriso grazie ai colori e alle parole dal mondo che posta sulla sua pagina Facebook. La sua voglia di regalare sorrisi, comunicare idee, immagini e sogni lo ha fatto diventare un vero e proprio catalizzatore internazionale di positività fino a portarlo alle Nazioni Unite, dove, il 20 marzo 2016, ha parlato di felicità a una nutrita platea di diplomatici che lo hanno ringraziato con una magnifica standing ovation.

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15 febbraio 2018 4 15 /02 /febbraio /2018 08:52
Salvatore Migliore, I diritti delle persone con fragilità nelle sentenze della magistratura e nelle proposte organizzative e finanziarie

A Palermo, lunedì 19 febbraio 2018, alle ore 15.30, nella sala convegni "Lanza" dell'Orto Botanico (in Via Lincoln n. 2), avrà luogo la presentazione del nuovo saggio scritto da Salvatore Migliore, dal titolo: "I diritti delle persone con fragilità nelle sentenze della magistratura e nelle proposte organizzative e finanziarie". L'incontro sarà una preziosa occasione per confrontarsi su rapidi interventi politico-amministrativi in modo che la Regione Siciliana possa garantire al meglio i diritti dei disabili.
Fra gli altri interverranno anche gli assessori regionali Armao e Lagalla.
La presentazione del volume di Salvatore Migliore, inoltre, potrà servire sia ad un rilancio dell'attenzione culturale ai temi della disabilità, sia ad un'inversione di tendenza pratica, concreta, reale, dell'atteggiamento degli organi istituzionali nei confronti delle persone con disabilità e dei loro familiari.

 
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30 gennaio 2018 2 30 /01 /gennaio /2018 09:58

Conosce tutto di te. Vede ogni tuo gesto. Quello che non sai è se vuole proteggerti o farti del male.

Dalla quarta di copertina di "Io ti Controllo"

Gina Wohlsdorf, Io ti contrtollo, Einaudi, 2017

Presupposto della sicurezza (nel senso del termine inglese "security", ovvero la protezione da atti intenzionali che potrebbero ledere cose o persone), oggigiorno, è il controllo totale (o comunque sempre più capillare) dell'ambiente. E come si sa la Sicurezza è divenuta una delle ossessioni del XXI secolo. Anche se è ben noto che qualsiasi misura di sicurezza, anche la più sofisticata prima o poi può essere elusa.
A partire dal problema della sorveglianza dei carcerati nelle prigioni, gli uomini si posero presto il problema del controllo, senza dover ricorrere necessariamente ad uno stuolo di guardiani, inmpegnati in estenuanti turni di guardia.
A risolvere questo problema arrivò il britannico Jeremy Bentham, un filosofo e giurista "utilitarista", che con il suo dispositivo architettonico (ma in primis filosofico) il cosiddetto "Panopticon" (o "Panottico").
Si tratta di un dispositivo carcerario in base al quale i guardiani stavano in una struttura architettonica centrale (avendo tra l'altro la possibilità di entrarne e uscirne non visti, mentre i detenuti erano alloggiati in edifici connessi a quello centrale in modo tale che tutto fosse in corrispondenza visiva da parte dei guardiani. In una struttura siffatta i prigionieri, all'interno dei loro bracci, avevano una relativa libertà di movimento. La struttura panottica, tra l'altro, consentiva degli interventi immediati laddove sorgessero dei problemi.
Il filosofo francese Michel Foucault si interesso molto del dispositivo panottico nel suo studio sulle istituzioni totali manicomiali e carcerarie in particolare (si veda, ad esempio, il suo saggio "Sorvegliare e punire. La nascita della prigione", Einaudi).
Prima di Michel Foucault e delle sue teorizzazioni sui dispositivi di sorveglianza e, eventualmente, di punizione, ci fu George Orwell con la sua utopia negativa (ispirata allo stalinismo di quegli anni), 1984, nella quale Il Grande Fratello (e chi per lui) può seguire capillarmente ogni cittadino, avendo la facoltà di interloquire con lui e di interferire con le sue azioni, fermandolo (e punendolo) oppure attivando su di lui delle procedure di ricondizionamento che ne assicurino la sottomissione, laddove egli manifesti deviazioni comportamentali rispetto alla regola o esca dal solco del conformismo prescritto.
Nel campo della narrativa di intrattenimento abbiamo su questa falsariga un pregevole esempio nel romanzo di Ira Levin, Scheggia (titolo originale: Sliver), da cui fu tratto un film avvincente con titolo omonimo (Sharon Stone protagonista: in questo racconto, il proprietario di uno stabile tiene sotto stretto controllo per mezzo di un sistema segreto di videocamere a circuito chiuso tutti i suoi inquilini e ciò al fine di soddisfare i suoi impulsi da psicopatico ed assassino che, prima di compiere le azioni più efferate, vuole essere, sotto un certo punto di vista come un dio che sa tutto delle sue vittime potenziali, fin nei più minimi dettagli

 

George Orwell, 1984

Oggi, il dispositivo di Bentham è dovunque: viviamo in un mondo panottico, in cui l'occhio vigile di sempre più telecamere a circuito chiuso ci tiene d'occhio e ci registra nelle nostre azioni quotidiani: e di ciò talvolta siamo avvisati preventivamente, talaltra no.
Nulla sfugge alla registrazione continua. E tutto ciò è ovviamente - in una società di liberi cittadini (apparentemente) - all'insegna della tutela della sicurezza degli stessi individui e del contesto sociale più ampio, ma è nello stesso tempo un elemento indubbio di forte limitazione delle libertà personali e della privacy, valori a cui viene richiesto di rinunciare in cambio della "sicurezza".
Io stesso ne ho sperimentato una tipologia "soft" per così dire, ma che a quei tempi (fine anni Settanta) all'avanguardia. Ero alla scuola di specializzione di Milano guidata da un cattedratico bravo e accogliente nei confronti delle modalità più moderne - "scientifiche" - di far psichiatria, ma nello stesso ambizioso e affamato di potere. L'edificio dove mi trovavo ospitava una divisione di Pschiatria d'urgenza per quei tempi decisamente all'avanguardia perchè la Riforma psichiatrica italiana non era stata ancora attuata. Bene, il "Capo" aveva equiggiato tutte le stanze con un sistema di altoparlanti e microfoni incorporati nelle pareti di ogni stanza: con questi dispositivi la cui attivazione/disattivazione poteva essere governata soltanto da lui (all'interno della sua stanza dove si trovava la complessa centralina rice-trasmittente) egli non soltanto poteva ascoltare tutte le conversazione (senza che si sapesse mai quando era in ascolto, oviamenter), ma poteva interferire con le conversazioni in corso o poteva convicoare con urgenza chiunque dei suoi collaboratori nella Stanza del Comando. E queste chiamate, ovviamente, erano molto temute. Nello stesso il fatto di sapere che in qualsiasi istante egli potesse essere in ascolto faceva sì che, sempre, si cercasse di essere molto misurati con le parole e ligi ai compiti istituzionali assegnati a ciascuno.
Insomma, un'applicazione - apparentemente a fin di bene - delle strategie del Grande Fratello e sicuramente al servizio della paranoia del potere.

Io ti Controllo di  Gina Wohlsdorf (con il titolo originale "Security. A Novel", nella traduzione  di Alfredo Colitto), pubblicato da Einaudi nel 2017 (Collana Stile Libero Big) parla proprio di questo.
In un grande avveniristico albergo di lusso per VIP, il Manderley Resort, dotato di tutte i possibili e immaginabili confort, ma anche di un imponente apparato di sorbeglianza che abbina il principio della sicurezza a quello delle massime garanzie della privacy, a due giorni dall'inaugurazione fervono i preparativi. Solo il personale dell'hotel al completo è presente per comnpletare i lavori in vista della grande festa d'esordio.
E, intanto due killer spietati - di cui uno, indubbiamente, fortemente psicopatico - vanno uccidendo ad uno ad uno i membri dello staff. Non si sa - e non si saprà - chi siano i loro mandanti e perchè mettano in scena questa sequenza di efferati delitti. Lo fanno e basta. Vengono solo ventilate, in corso d'opera, possibili ipotesi. Ma non è questo quello che conta: cio, il sapere perchè fanno quello che fanno. Cò che conta è l'incalzare degli eventi che si susseguono come se fossero presentati ed esposti nei dettagli da un narratore che sembra essere onnisciente.
Questo è tutto quello che si può dire d'una trama avvincente ed incalzante, senza rovinare il piacere della lettura.
Il montaggio narrativo con i suoi frequenti cambiamenti di scena e, in alcuni casi, con la scrittura di eventi che si svolgono in contemporanea con l'introduzione di parti di pagina screitte a due o a tre colonne, ha un suo perchè ed è sempre meglio comprensibile alla luce di indizi continuamente sparsi nel testo e delle rivelazioni finali, sino alla conclusione, felice per i due protagonisti ma devastante per il resto dello staff e forse anche per il futuro dell'Hotel. E solo alla fine si comprenderà pienamente il perchè della particolare titolazione che è stata data ai singoli capitoli.
Si tratta indubbiamente di una prova narrativa che meriterebbe di essere trasformata in film, in un thriller dalle tinte forti e dal ritmo incalzante.

(nota nel risguardo di copertina) Due assassini si muovono per i corridoi vuoti di un albergo di lusso, tra stanze impeccabili e sale silenziose e sfolgoranti, dove tutto è pronto per un'inaugurazione che non avverrà mai. Perché, a uno a uno, i membri dello staff vengono isolati e uccisi. E prima che la notte finisca, mentre i superstiti lottano per la vita, si farà strada una verità inquietante: al Manderley Resort c'è sempre qualcuno che guarda.
Mancano solo quattro giorni alla serata di apertura del Manderley, l'hotel piú esclusivo del mondo. Il prestigioso resort sul mare offrirà ai suoi fortunati clienti il massimo in termini di lusso e sicurezza. Tessa è la persona incaricata dell'organizzazione e, nonostante l'arrivo inaspettato e spiazzante di Brian, il suo amico d'infanzia, ogni cosa sembra andare per il meglio. Ma due killer con il volto coperto iniziano a eliminare in maniera sistematica i membri del personale sotto gli occhi impassibili di centinaia di telecamere. Chi li manda? Cosa vogliono? E perché la Security non interviene? Tessa e Brian dovranno usare tutta la loro intelligenza e il loro coraggio per uscire vivi da quel luogo di sogno che si è trasformato in una trappola.
L'Autrice. Gina Wohlsdorf è nata a Bismarck, in North Dakota, e si è laureata all'Università di Tulane prima di prendere un MFA in scrittura creativa all'Università della Virginia. Io ti controllo è il suo primo romanzo.

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21 novembre 2017 2 21 /11 /novembre /2017 08:33
Svapo io che svapi tu

E' in crescita la tribù degli svapatori.
"Svapare" è un neologismo di recente introduzione che sta ad indicare l'attività di coloro che utilizzano i dispositivi sostitutivi delle sigarette che consentono di inalare vapore acqueo aromotizzato con essenze varie e arricchito con una certa percentuale di nicotina.
Gli svapatori sono inconfondibili perchè emettono spesso, per strada (negli spzi chiusi non sempre è consentito svapare) nuvole di denso fumo che altro non è che vapore acqueo.
Una batteria di solerti svapatori potrebbe sostituire efficacemente una macchina della nebbia, di quelle usate nel corso degli spettacoli per produrre effetti speciali, oppure in azioni militari avere lo stesso effetto dei dispositivi atti a produrre le cortine funogene.
C'è di norma una grande solidarietà tra gli svapatori e ci si incontra sul tema della comune attitudine.
Cosa svapi?
Quanta nicotina metti nel tuo svapatore?
In alcuni casi si crea una rete di implicità complicità e solidarietà e si accendono legami reciproci, quasi tribali.
L'aspetto tribale è in fondo accentuato dal fatto che i dispositivi per svapare, in alcuni casi, possono assomigliare in maniera straordinaria ad un calumet della pace.
C'è anche un confronto serrato tra i rispettivi dispositivi, alcuni dei quali sono arricchiti da design ricercati, da quello più funzionale a quello più arzigogolato e prezioso.

 

svapare

Per gli svapatori esistono negozi specializzati che vendono di tutti dai congegni svapanti, agli accessori, alle ricariche agli aromi da utilizzare e alla soluzione di nicotina da addizionare.
L'altro giorno passando davanti ad uno di questi negozie specializzati, ho visto che il gestore se ne stava seduto dietro al banco svapando egli stesso. Quale migliore pubblicità per questa tipologia di esercizi commerciali? Coerenza e il tipo di messaggio trasmesso all'acquirente potenziale: "Anche io svapo, quindi ti puoi fidare! Sapro consigliarti per il meglio". Peccato che il negozio in questione fosse desolatamente vuoto di clienti...
Sul termine "svapare" si trovano giù delle entry interessanti da parte dell'Accademia della Crusca, che mostrano quanto questo termine e altri correlati siano entrati nell'uso corrente.

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31 maggio 2017 3 31 /05 /maggio /2017 08:31

Santa Rita da Cascia(Maurizio Crispi) Possiedo indubbiamente un forma di religiosità laica e non confessionale che mi spinge a raccogliere da terra le immaginette sacre nelle quali mi imbatto.
Capita sovente di incontrarne buttate sui marciapiedi e sull'asfalto. La maggior parte delle persone passano avanti, calpestandole. Forse (e lo dico qui a loro discarico) non se ne accorgono nemmeno.
Io, invece, cammino dando sempre un'occhiata in giro e davanti a me, senza alcuna intenzionalità con lo stato d'animo del cercatore che cerca senza alcuna intenzionalità consapevole. Ed è così che trovo le cose più disparate, talvolta anche preziose (orologini da polso, braccialetti, orecchini spaiati).
Se vedo un santino più volte calpestato, lo raccolgo quasi con sentimento devozionale, lo alliscio, lo spolvero e lo porto a casa: qui, lo inserisco in un grande album a tasche trasparenti dedicato alle immagini sacre. Alcuni li infilo tra le pagine di un libro che sto leggendo al momento. Altri li metto nel portafoglio.

Come mi gira, insomma. Ma sempre questi santini li salvo dal loro martirio "pedonale".
Mi sembrerebbe quasi sacrilego lasciare queste immaginette sacre (figura sul davanti, preghiera sul retro) abbandonate sulla pubblica via: e questo è certamente uno dei modi in cui io vivo la mia religiosità laica e selvaggia, del tutto aconfessionale.
In questi tempi di campagna elettorale, c'è profusione di ben altri santini, abbandonati per le strade.
Quelli che recano le facce dei "candidati", volti fissate in uno sberleffo sorridente, occhi freddi, sorriso di circostanza: questi li calpesto volentieri e con piacere. Se il mio cane fa la cacca, non disdegno di prenderli e di usarli con sottile piacere per nettare il marciapiedi dalla merda del mio cane, che il più delle volte è molto più pregiata di quelle facce ipocrite e false, fasulle e laide.
Non per nulla, d'altronde, tali figurine di propaganda vengono sparse a piene mani proprio per terra, l'unico posto degno per accoglierle.

Santa Rita da Cascia, da me salvata dal suo martirio pedonale... Le irregolarità sulla superficie dell'immagine sacra sono state causate dal ripetuto calpestio da parte di passanti disattenti.

Santa Rita da Cascia, da me salvata dal suo martirio pedonale... Le irregolarità sulla superficie dell'immagine sacra sono state causate dal ripetuto calpestio da parte di passanti disattenti.

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16 maggio 2017 2 16 /05 /maggio /2017 21:11
Pinocchio e le bugie, ma al contrario: Non dire le bugie, Babbo!

Nel mio immaginario, plasmato dalle storie che ho assorbito nell'infanzia, quando qualcuno dice le bugie, gli cresce il naso come a Pinocchio e non sempre poi arriva la Fata Turchina a ridimensionare quel naso smisurato, cresciuto come un albero con rami e foglie e perfino uccelletti che vi fanno il nido, dietro la promessa "Non lo faccio più"...
Chi ha mentito puntualmente ci ricasca. E per usare un altro modo di dire le bugie hanno le gambe corte e il bugiardo non va mai troppo lontano senza essere smascherato.
Per il bugiardo inveterato, non sempre tuttavia c'è una redenzione possibile come nella storia edificante del burattino di legno che, attraverso un duro apprendistato e molte monellerie, finisce per diventare un bambino "perbene".
Il dialogo telefonico intercettato (e divulgato nella stampa) tra il nostro Matteo e il padre Tiziano farebbe tanto pensare ad un dialogo collodiano, specie per quel toscanismo che risalta nel fraseggiare di Matteo indirizzato al padre: "Babbo, hai detto bugie?"; oppure nella variante in tono esortativo: "Non dire bugie, babbo!".
Assistiamo ad un capovolgimento radicale rispetto al racconto di Collodi, in cui è Pinocchio a dire le bugie e sono Geppetto, il Padre, oppure la Fata Turchina (la Madre) o il Grillo Parlante (la Voce della Coscienza) ad esortarlo a non dirne, perchè "dire le bugie porta ad un'infinità di guai".
Ma qui siamo immersi sino in fondo in una commedia degli errori e dei falsi indizi.
Chi sarà poi a dire le bugie? E colui che esorta il babbo a non dire le bugie, avrà la coscienza limpida e cristallina per quanto riguarda il non dire le bugie?
E che senso avrebbe questa telefonata, fatta in una situazione in cui, date le premesse, avrebbe potuto essere facilmente intuibile anche da parte dei più sprovveduti che quel telefono fosse sotto controllo?
Molti gli interrogativi, poche le risposte, ma rimane in fondo tutto molto divertente ed ironico, grazie all'uso di quel toscanismo "babbo"...

 

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16 maggio 2017 2 16 /05 /maggio /2017 18:00
Dovere civico e feci da asporto: piglia, incarta e porta a casa

Uscire con il proprio cane a passeggio comporta il dovere civico di rimuovere le sue inevitabili deiezioni ( a meno che lui/lei non abbia già provveduto a liberarsi dentro casa, magari su di un tappeto pregiato).
A tal uopo, svolgono una funzione davvero encomiabile le numerose cartacce di "pubblicità condominiali" che arricchiscono (anzi stipano) gli appositi contenitori all'entrata delle nostre dimore.

Uscendo per la rituale passeggiata con il nostro amico a quattro zampe, conviene sempre arraffarne una, giusto per non essere sprovvisti in caso di bisogno (o, per dirla in altri termini, al manifestarsi di "quell'ineludibile bisogno") di un prezioso strumento di rimozione del malfatto.
Ma se si dimentica il foglio della pubblicità condominiale, poco male, la strada è provvista di simili fogli che svolazzano in giro e, in tempi di campagna elettorale, di stampati a singolo foglio oppure in format pieghevole, in cui gli eligendi con foto patinati, il più delle volte fallaci a causa del massiccio lavoro di photoshop altre volte assolutamente grottesche, promuovono se stessi.
E quindi, nel rimuovere la cacca dei nosti amici cani, rendiamo anche un servigioa lla cittadino rimuovendo la spazzatura svolazzante in giro per le strade.

L'altro giorno, ad esempio, ho avuto l'onore di mettere la faccia di uno dei candidati al ruolo di sindaco (e non dirò di chi si tratti), in lizza nelle prossime elezioni amministrative della nostra città nella civica bisogna di rimuovere la cacca del mio cane: e devo dire senza reticenze che l'ho fatto con un malizioso piacere.
Io espleto tale dovere con solenne consapevolezza e gonfio di orgoglio, mettendomi di molti gradini più in alto di coloro che - sprezzantemente - continuano a non farlo, e ai quali si devono ascrivere le numerose deiezioni canine che ancora punteggiano le nostre strade (ma se non ci fossero costoro, come potrebbe essere messo in atto il "Trattamento Ridarelli"?).
Poi, dopo aver effettuato la raccolta, continuo a camminare - senza ombra di imbarazzo - con l'involto di carta pubblicitaria o di propaganda elettorale ben cummighiatu, sino al prossimo cestino dei rifiuti.
A volte, incontro persone conosciute, mentre ho ancora quell'odoroso pacchetto tra le mani e mi fermo a salutare e a chiaccherare, badando di tenerlo a doverosa distanza dai miei interlocutori, ma vedo che essi se ne stanno sulle loro, alquanto sulle spine, quasi che temessero che io - in un improvviso accesso di follia e di malacreanza - potessi contaminarli con il contenuto del pregiato pacchetto (e, in ogni caso, osservando in essi espliciti segni di imbarazzo anzichè di compiacimento nell'aver incontrato un esemplare umano ligio al civico dovere di asportare le feci canine: reazione che  me pare quasi paradossale...).
Ma io li rassicuro, dicendo loro che essi sono perfettamente al sicuro e che non c'è pericolo alcuno: non dovranno rimuovere da sé macro- o microscopici frammenti fecali al loro ritorno a casa.
Oggi, procedendo alla consueta operazione, ho pensato che in fondo la migliore descrizione del civico gesto possa essere la sicula frase: "Pigghia, 'ntruscia e porta a casa"... E che dunque noi solerti cittadini ci ritroviamo ad essere latori di una specie concettuale prima impensabile che è quella delle "feci da asporto"...

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8 maggio 2017 1 08 /05 /maggio /2017 10:37

The Circle, il ilm del 2017, tratto dall'omonimo romanzo di Dave EggersThe Circle è un film del 2017 scritto e diretto da James Ponsoldt, interpretato da Tom Hanks, Emma Watson, John Boyega e Karen Gillan.
E' un film che denuncia un possibile totalirismo (una sorta di "dittatura della mente") realizzabile attraverso l'uso sempre più estensivo dei Social: di fatto, allo stato attuale, stando in uno qualsiasi dei social (come capita a molti, sempre di più oggi, in molti social contemporaneamente, con uno o più profili di cui uno passabilmente vero, mentre altri magari sono dei fake, giusto per l'ebbrezza di sperimentare identità differenti) si è ipercontrollati, grazie al fatto che si rinuncia volentieri alla propria privacy, in modo sempre più estensivo, per "raccontarsi" in rete, utilizzando le emoticone, postando foto, condividendo link, esprimendo le proprie opinioni.
Le nostre scelte, le nostre preferenze, le nostre idiosincrasie diventano così trasparenti e pubbliche, specie quando c'è questa corsa sfrenata ad illustrare la propria vita privata, potenziata dal desiderio narcisistico di apparire e dall'ossessione di essere "wired", di essere connesso a tutto il "mondo" dei propri contatti e di patire viceversa un intollerabile isolamento.
Intanto, attraverso algoritmi sempre più potenti siamo monitorati, osservati e registrati. Riceviamo poi, attraverso il web, delle pubblicità personalizzate e onnipresenti oppure l'invito a partecipare a dei giochi (applicazioni queste che richiedono una liberatoria per condividere tutti i tuoi dati e i tuoi contatti con il gestore del social che ti popone il gioco).
E se qualcuno decidesse di accentrare tutto ai fini del controllo della società? Non arriveremmo forse ad una versione ammodernata del "Grande Fratello", con l'illusione di essere più liberi e capaci di autodeterminazione, con la conseguenza di entrare in una dittatura mascherata dietro una maschera di "democrazia e universalità delle relazioni sociali"?
Interrogativo davvero inquietante: considerando anche che tutto ciò che entra nella rete "è per sempre", considerando il caso di videoclip talvolta violenti ed espressione di prevaricazione che, entrando nella rete, diventano rapidamente "virali" oppure l'ansia e la frenesia che spingono molti a postare compulsivamente le proprie foto in una voglia di condivisione capillare di ogni momento della propria esistenza, con il volontario abbatimento delle barriere della propria privacy. E quando tutta la nostra vita viene riversata nella rete, cosa resta delle vita vera e del nostro rapporto con la realtà? Ben poco probabilmente... Ed uno dei sintomi eclatanti di ciò è dato certamente dal fatto che, spesso e volentieri, le persone preferiscono comunicare attraverso il social che non nella vita reale, quando sono faccia a faccia o seduti accanto: nella storia proposta dal film, la protagonista e tutti gli altri personaggi vivono una vita asessuata, in cui i contatti fisici sono pressocchè esclusi.
D'altra parte, le recenti dichiarazioni pubbliche di Zuckerberg, in un momento in cui Facebook sembrerebbe in dleclino, visto il "sorpasso" da parte di altri reti social maggiormente tarate per una diffusione delle immagini, utilizzando non soltanto il computer, ma anche i dispositivi di telefonia mobile di nuova generazione, con l'enfasi posta sulla nuova mission di Facebook di dare un maggiore spazio alle "relazioni sociali", sembrerebbero dare conferma a questo trend e a fare apparire quanto proprosto da questa storia non più semplicemente una fiction avveneriswitica, ma qualcosa che si sta già realizzando ora.
La storia in sintesi. Una giovane informatica viene assunta presso una potente azienda di telecomunicazioni. In breve tempo, col suo diligente lavoro, porta l'azienda a livelli altissimi per poi trovarsi in una complicata situazione di pericolo a causa delle implicazioni di privacy, sorveglianza e della libertà degli individui. La ragazza si rende presto conto che le sue decisioni e azioni saranno determinanti per il futuro dell'intera umanità.
La pellicola è l'adattamento cinematografico del romanzo "Il cerchio" (The Circle) di Dave Eggers del 2013, con una Emma Watson ancora acerba, ma in un percorso in cui cerca di scrollarsi di dosso il personaggio di Hermyone Granger della saga di Harry Potter, nel confronto serrato con Tom Hanks che si trova ad impersonare il leader che anima The Circle, sornione, accativante e, in fondo, tremendamente plagiante.
Di seguito, qualche notizia sul volume cui il film si è ispirato (Dave Eggers, Il Cerchio, Mondadori, Scrittori italiani e stranieri, 2016)

 

Dave Eggers, Il Cerchio, Mondadori(Soglie del testo) Benvenuti al Cerchio. Tutti i tuoi amici sono qui. Il Cerchio mette tutti insieme. Le tue ricerche e i social media. I tuoi messaggi. Le notizie. Le transazioni finanziarie. Le tue foto. La tua storia clinica. I tuoi film preferiti. Con il Cerchio sono finiti i tempi degli account multipli, della serie infinita di password, app, portali e piattaforme.
«Sapere è bene. Sapere tutto è meglio
"Mio Dio, questo è un paradiso" pensa Mae Holland un assolato lunedì di giugno quando fa il suo ingresso al Cerchio. Mai avrebbe pensato di lavorare in un posto simile: la più influente azienda al mondo nella gestione di informazioni web, un asteroide lanciato nel futuro e pronto a imbarcare migliaia di giovani menti. Mae adora tutto del Cerchio: gli open space avveniristici, le palestre e le piscine distribuite ai piani, la zona riposo con i materassi per chi si trovasse a passare la notte al lavoro, i tavoli da ping pong per scaricare la tensione, le feste organizzate, perfino l'acquario con rarissimi pesci tropicali. Pur di far parte della comunità di eletti del Cerchio, Mae non esita ad acconsentire alla richiesta di rinunciare alla propria privacy per un regime di trasparenza assoluta. "Se non sei trasparente, cos'hai da nascondere?" è uno dei motti aziendali. Cioè, condividere sul web qualsiasi esperienza personale, trasmettere in streaming la propria vita. Nessun problema per Mae, tanto la vita fuori dal Cerchio non è che un miraggio sfocato e privo di fascino. Perlomeno fino a quando un ex collega non la fa riflettere: il progetto di usare i social network per creare un mondo più sano e più sicuro è davvero privo di conseguenze o rende gli esseri umani più esposti e fragili, alla fine più manipolabili? Se crolla la barriera tra pubblico e privato, non crolla forse anche la barriera che ci protegge dai totalitarismi
L'autore. Dave Eggers è nato a Boston, e si è laureato in giornalismo alla University of Illinois. È autore di libri di successo come L'opera struggente di un formidabile genio (Mondadori, 2001) ed Erano solo ragazzi in cammino (Mondadori, 2008), finalista del National Book Critics Circe Award. Da quel libro, su Valentino Achak Deng, sopravvissuto alla guerra civile nel Sudan meridionale, è nata la «Valentino Achak Deng Foundation», che si dedica a costruire scuole medie nel Sudan meridionale. Eggers è il fondatore e il direttore di McSweeney's, una casa editrice indipendente di San Francisco che pubblica una rivista trimestrale, il mensile «The Believer», e «Wholphin», un DVD trimestrale di film brevi e documentari. Nel 2002, insieme a Nínive Calegari ha fondato «826 Valencia», un centro nonprofit di scrittura e tutoring per ragazzi del Mission District di San Francisco. Ha pubblicato per Mondadori: Conoscerete la nostra velocità (2003), La fame che abbiamo (2005), Le creature selvagge (2008), Zeitoun (2009), Ologramma per il re (2013) e Il cerchio (2014), I vostri padri, dove sono? E i profeti, vivono forse per sempre? (2015), Eroi della frontiera (2017). Il Gruppo Editoriale L'Espresso ha pubblicato nel 2011 La storia di Capitano Nemo raccontata da Dave Eggers.

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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