Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
14 aprile 2015 2 14 /04 /aprile /2015 16:04
L'inciviltà dei Palermitani e le barriere architettoniche

(Maurizio Crispi) A volte, i meno educati pensano che le barriere architettoniche siano di impedimento solo per una ristretta categoria di cittadini: i cosiddetti disabili o come si dice oggi i "diversamente abili" o "diversabili".

Ed invece no!

Bisogna sempre riflettere sul fatto che ogni cittadino può diventare "disabile" per quanto temporaneamente in un periodo della sua vita, o lo può diventare permanentemente per via di un incidente o di una malattia. Oppure può cominciare a presentare per via dell'avanzare dell'età problemi di deambulazione sempre più marcati, sino a dover ricorrere a speciali ausili. Pe rnon parlare poi di quelli che cominciano ad avere gravi problemi di vista o di udito.

E poi che dire delle mamme o delle papà con passeggino?

Allora, è facile capire che il problema delle barriere architettoniche è di tutti. E non si può certamente dire: "Non mi riguarda".

Palermo è una città difficile per i disabili.

Da noi, il superamento delle barriere architettoniche ancora non è universale, ma è stato affrontato a macchia di leopardo in zone diverse della città.

In più, laddove è stato fatto qualcosa, si è trattato sempre di soluzioni imperfette, mai realizzate a regola d'arte e mai fatte collaudare da un comitato di disabili, portatori di disabilità diverse e dunque di esigenze differenti.

Ci vuole un approccio pragmatico che sarebbe doveroso e razionale per evitare inutili sprechi di denaro pubblico: una cosa è che un ingegnere qualsiasi alle dipendenze del Comune (o di una ditta in appalto) faccia gli scivoli (ed eventuali percorsi protetti) come pensa che si debbano fare, altra cosa è che i parametri realizzativi vengono attentamente discussi (e poi collaudati, prima della definitiva messa in opera) dagli stessi disabili.

A Palermo, c'è poco e quello che c'è è spesso poco funzionale e in più sommerso letteralmente dalle auto in sosta selvaggia.

Non parliano poi dei marciapiedi troppo stretti, spesso ridotti di larghezza per creare più parcheggi per le auto e stracolmi di ostacoli di vario tipo: cassonetti, insegne pubblicitarie, pali della luce, segnaletica stradale verticale, il tutto messo a caso senza una pianificazione, solo seguendo il non-principio delle progressive e caotiche giustapposizioni.

Nello stesso pomeriggio di alcuni giorni fa mi è capitato di imbattermi in due diversi insormontabili ostacoli, mente conducevo il passeggino di mio figlio, episodi che voglio raccontare proprio perchè illustrano la mia tesi che l'abbattimento delle barriere architettoniche e il rispetto dell'integrità e della piena fruizione dei percorsi facilitati è un problema che riguarda tutti e non soltanto i cosiddetti "disabili".

Il primo, in via Lazio, dove un'auto parcheggiata irregolarmente chiudeva il passaggio dello scivolo, ma quel che é peggio tutte le auto in un ampio raggio erano posteggiate così a ridosso le une delle altre che, per uscire da quello che si è rivelato essere un vicolo cieco, ho dovuto ritornare sui miei passi.

Alle mie spalle, un'anziana signora, malferma sulle gambe, con la sua accompagnatrice, ha avuto analoghe difficoltà.

Il secondo, in Viale delle Magnolie, angolo via Lombardia: qui una donna un po' anziana è disinvoltamente salita sul marciapiedi con tutta la parte anteriore della sua auto, portandola a ridosso del muretto di recinzione d'un giardinetto privato e, ovviamente, occludendo ogni passaggio.

Avendola colta sul fatto e in procinto di andarsene a piedi, dopo aver controllato le serrature che fossero ben chiuse, l'ho redarguita aspramente: "Signora, ma é questo il modo di parcheggiare?"

La donna un po' piccata è tornata indietro borbottando: "Lei ha ragione, e come se ha ragione!E dire che io ci sto sempre attenta a queste cose! E, per una volta che sbaglio, mi tocca pure essere rimproverata!".

Insomma, una "brava" cittadina, colta però in flagranza di reato di inciviltà!

Ha spostato la macchina per farmi passare: io sono rimasto nei pressi ad osservarla, per vedere se avrebbe avuto la faccia tosta di riparcheggiare irregolarmente la sua auto.

Ma se ne è andata. E, quando se ne è andata, me ne sono andato anch'io.

Penso che se tutti facessero la loro parte, protestando quando c'è da protestare, prendendosela (civilmente) con chi non rispetta le necessità dei diversamente abili e di tante altre categorie di cittadini, lasciando da parte le inadempienze dell'amministrazione locale, nulla cambierà mai veramente.

Il vero problema è quello di costruire nei cittadini una coscienza civica.

Molti cittadini infatti, cittadini lo sono solo di nome, ma non nei contenuti, nei principi morali o nei comportamenti.

Impariamo ad essere cittadini di una società civile!

Rimbocchiamoci le maniche e seguiamo quella che è una lunga strada in salita, per superare inveterate cattive abitudini.

Se ci sorvegliamo a vicenda, se saremo capaci di attivare il senso della vergogna per le infrazioni relative a tutto ciò che attiene al rispetto della Comunità in cui viviamo, o il timore della riprovazione sociale, il percorso sarà più facile.

Condividi post

Repost0
10 aprile 2015 5 10 /04 /aprile /2015 17:05
Gesù é morto per i peccati degli altri. Dopo il Festival dei Popoli, in programmazione nelle sale cinematografiche: sette storie di vita e di prostituzione tra omosessualità e religione

Gesù è morto per i peccati degli altri, con il sottotitolo "Sette storie di prostituzione tra omosessualità e religione" (Italia, 2014) è un coraggioso lungometraggio (84') realizzato dalla cineasta Maria Arena che documenta un viaggio profondo nell'umanità e nella spiritualità di un gruppo di trans siciliani che vivono nell'antico quartiere catanese di San Berillo, oggi profondamente degradato, e della loro quotidiana battaglia di dignità. Un'opera coraggiosa, dura ed intensa che ha avuto un lungo periodo di gestazione, durato ben cinque anni. 
Presentato al Festival dei Popoli di Firenze lo scorso dicembre, nel concorso Panorama (3 dicembre), è in questi giorni andato in proiezione nelle sale cinematografiche.
La mia corrispondente Elena Cifali lo ha visto visto, emozionandosi, e ne ha scritto nel suo neo-nato blog.
Qui di seguito il suo commento, ed altri link utili per ulteriori approfondimenti.

Gesù è morto per i peccati degli altri: eh, sì! Sono riuscita a vederlo questo film, e ne sono entusiasta! Tornando a casa, in macchina, non ho acceso la radio e ho cenato in silenzio perché non volevo che l'eco di quelle musiche, di quelle voci, di quelle parole fosse inquinato.
È un film dai superlativi assoluti: bellissimo, intensissimo!
La regista Maria Arena, avvalendosi di uno staff competente, ha saputo cogliere una realtà difficile e tormentata e l'ha sapientemente raccontata in un film-documentario.70 ore di pellicola concentrate in 90 minuti di opera finita. Avrei voluto che mai finissero quei 90 minuti!
Sono scene di cui ci si innamora. Tanto per usare una frase di Francesco Grasso, ovvero Franchina (una delle sette protagoniste): "In ognuno di noi, in fondo, c'è un po' di San Berillo".
E come darle torto! In sala, mentre le scene scorrono sotto i miei occhi, vivo il tormento dei transessuali, degli omosessuali, costretti in un involucro che non sentono proprio, che non calza, costretti a mutarlo per piacersi e piacere.Il film commuove, ricco di sensibilità coinvolge e avvolge in maniera toccante lo spettatore.
Diventa a tratti ironico e strappa non poche risate. Un film coraggioso, che non teme d'essere anticonvenzionale.
Mi toccano i gesti, le parole e la limpidezza degli occhi dei di Wander.
L'animo generoso e gentile di Franchina e poi l'umiltà e la fede cristiana di tutti. San Berillo è lì, cuore di una città tra le più belle e amate d'Italia.
San Berillo è una realtà che noi Catanesi ci portiamo a spasso sotto le ascelle pensando che se non abbassiamo lo sguardo non siamo costretti a vederla.

San Berillo vive e, forse, è arrivato il momento di riflettere e rimboccarsi le maniche per dare un futuro a un quartiere "storico" e ai suoi ospiti.

Elena Cifali (Libera la Mente)

(mymovies.it - Emanuele Sacchi) Franchina, Meri, Alessia, Marcella e le altre sono prostitute, prostituti e trans che si prostituiscono da decenni nel quartiere San Berillo di Catania, degradato e conteso da interessi economici. Quando immaginare un futuro diverso in società diviene un obbligo, le "Belle" di San Berillo si iscrivono a un corso per badanti.

Fin dall'incipit - un'inquadratura che fluttua quasi planando sui tetti catanesi - risulta chiaro come lo sguardo di Maria Arena sia refrattario all'ovvio e quindi come siano scongiurati i peggiori stereotipi nel viaggio che ci si appresta ad affrontare. Con un'attenzione sincera e una curiosità esente da voyeurismi, la macchina da presa si avvicina al privato delle "Belle" per scoprire cosa si nasconde dietro la maschera che sono solite indossare. Il loro passato, le ragioni della loro scelta di trasformazione, la loro dimensione umana e quella spirituale, di chi si sente figlio di Dio anche quando nessuno è disposto a considerarlo tale. Figure tragiche, nel senso più vicino a Euripide, o sorprendenti, come Franchina, che sfoggia una cultura non comune senza che questa risulti incompatibile con un modus vivendi apparentemente così distante.
Uno sguardo inconsueto e privo di retorica, che studia gli eccessi delle Belle senza traccia di compiacimento né di cinismo. Fino a trasformarsi in carezza, il cui affetto cresce man mano che emergono i dettagli, in un'operazione di maieutica che permette alle Belle di rivelare qualcosa di più sulla loro personalità. La regia si fa così strada, vicolo, porta accostata, intervenendo in maniera non invasiva sull'evolversi anche drastico (una delle Belle è costretta da uno sfratto a trasferirsi sulla tangenziale) della vicenda, mentre si rafforza il senso di comunità di chi sa di rappresentare, a modo suo, un quartiere e una storia. Un lavoro emblematico del percorso di crescita che sta attraversando il documentario italiano, sempre più consapevole della propria maturità e del proprio potenziale.

 

"Le prostitute hanno perduto il senso del loro corpo, non gli danno nessun valore, gli danno solo la morte... Per questo siamo in procinto di entrare nel Regno dei Cieli": una delle protagoniste del film evoca le parole di Gesù per spiegare come si sente a essere una "buttana" di San Berillo, storico quartiere di Catania che da cinquant'anni è universo di travestiti. 

Una rassegna di immagini
Una rassegna di immagini
Una rassegna di immagini
Una rassegna di immagini
Una rassegna di immagini
Una rassegna di immagini
Una rassegna di immagini
Una rassegna di immagini

Una rassegna di immagini

Condividi post

Repost0
18 febbraio 2015 3 18 /02 /febbraio /2015 07:52

Il mondo scientifico é in fermento: una nuova sindrome sorge all'orizzonteIl mondo scientifico è in fermento: negli ultimi anni si sta verificando una quasi-pandemia di grave artrosi bilaterale dell'articolazione tra la prima falange del pollice e il primo metacarpo.

Questa forma di artrosi (è noto che l'artrosi è una malattia degenerativa delle cartilagini articolari) evolve rapidamente in maniera virulenta ed ha come esito l'anchilosi massiccia dell'articolazione, lasciando il pollice in una posizione distorta senza più alcuna funzionalità per quanto riguarda il movimento di opposizione sulle altre dita della mano, con forte riduzione - se non abolizione - delle caratteristiche prensili della mano (il cui sviluppo determinato dall'evoluzione genetica ha favorito la nascita dell'Homo Sapiens).

 

Ad essere colpiti sono soprattutto i rappresentanti giovani della popolazione, senza distinzione di sesso tra maschi e femmine, mentre gli individui al disopra dei 50 anni sono tutti del tutto immuni da questa selettiva foma di artrosi.

Nell'anamnesi dei pazienti risulta che negli anni precedenti l'esordio della sintomatolagia vi è stato un uso intensivo di dispositivi di telefonia mobile, soprattutto per quanto concerne la composizione dei messaggio su tasterino analogico o (in anni più recenti) digitale e l'uso massiccio della connessione ad internet con i dispositivi smartphone.

La sindrome si presenta si presenta anche con forti ricadute sul piano comportamentale che ne rendono difficile la gestione al di fuori di Centri specializzati.

Da un lato coloro più severamente colpiti accusavo una forte componente depressiva, per non potere più interagire con il proprio strumento di telefonia mobile, dall'altro lato si presentano dei veri e propri sintomi da deprivazione come nel caso delle drug addiction, con una forte partecipazione (sintomi da liberazione) del sistema nervoso simpatico.

Molti di loro sono allo stremo e non sono in grado in alcun modo di mettere al lavoro delle coping strategies interiori.

Insomma, siamo davanti ad una vera e propria emergenza sanitaria e, a detta degli esperti, saranno necessarie, a breve giro di tempo, delle speciali clinica nelle quali combinare il trattamento dell'artrosi con la gestione del craving, elemento primario dell’addiction.

In più, un terzo problema, si profila all'orizzonte, ancora non ben definito nella sua portata.

Afferma John T. Walker del NHS (UK): "Quelli colpiti dall'artrosi bilaterale del pollice, ad un primo e provvisorio screening mediante Test d'Intelligenza ed altre Scale, presentano una marcata caduta delle prestazioni intellettive. Sono in corso dei cross-screening con una popolazione target sana (ed immune dall'uso spinto dei dispositivi mobili) per comprendere l'entità del problema. Ma siamo motivati a pensare che, in considerazione della vastissima diffusione dell'utilizzo di tali dispositivi tra i più giovani, siamo alle soglie di un tracollo mondiale con l'esordio anche di una grave forma di demenza giovanile. Temo di dover dire, senza timore di generare allarme, che l’artrosi  bilaterale degli alluci potrebbe causare una perdita secca di capacità da parte delle più giovani generazioni di contribuire fattivamente allo sviluppo sociale".

 

Il mondo scientifico é in fermento: una nuova sindrome sorge all'orizzonteAll'epidemiologo statunitense Terry Walton che – a capo di una task force appositamente costituita - sta raccogliendo i dati afferenti da tutto il mondo nello speciale Centro istituito a Santa Monica (California), è stato chiesto se lui e gli altri esperti abbiano già in mente un nome per definire l'entità patologica: "Pensiamo in via del tutto provvisoria - ha detto - e facendo riferimento alla sua presunta patogenesi - di battezzarla con il nome di Big Thumb Sindrome, ovvero di "Sindrome di Pollicione". Terry Walton ha aggiunto: "Nella denominazione della sindrome si è verificato un'involontaria sbavatura sarcastica, dal momento che 'Big Thumb' evoca il personaggio fiabesco 'Little Thumb' [Pollicino - ndr], con la differenza che il Little Thumb della tradizione fiabesca è arguto e mette a punto una tecnica di sopravvivenza e di coping, mentre l'individuo colpito dalla Big Thumb Syndrome è ottuso e sembra aver perso molte delle risorse interiori di cui un individuo dovrebbe essere normalmente dotato...". 

"Ma, d'altronde - ha anche aggiunto conclusivamente Walton - allo stato attuale delle conoscenze l'unica possibilità di sopravvivenza del genere umano all'impatto letale della Big Thumb Syndrome è quella di trovare una via evolutiva genetica che porti alla selezione naturale di individui dotati di grossi pollici che consentano l'utilizzo di dispositivi mobili senza stress per larticolazione in questione. E questo è un fronte di intervento che stiamo attenzionando e che tiene impegnate molte delle nostre risorse e mezzi".

Genitori, cominciate a guardare con apprensione i vostri figli che giocano con i tastierini dei giochi elettronici: poi sarà la volta dei dispositivi mobili e la "Sindrome del Pollicione" sarà già incombente!

 


Condividi post

Repost0
17 febbraio 2015 2 17 /02 /febbraio /2015 06:15

Di cosa parliamo, quando parliamo su Feisbuk? FB e le sue derive cognitive(Maurizio Crispi) I social network sono grandi, ma nello stesso orribili.

Grandi se li consideri come strumento per fare viaggiare rapidamente delle notizie, diffondere i tuoi pensieri, mettere in rete la tua creatività.

Orribili, perchè una tipologia di frequentatori dei Social Network danno vita a delle pessime sceneggiate: e questo capita soprattutto dentro Feisbuk.

Qui molti sono settari, tribali, professano i codici dell'appartenenza e dell'esclusione, tranciano giudizi, stroncano, fanno affermazioni che nella vita reale sarebbero considerate del tutto offensive e sconvenienti, ingaggiano lotte sovrumane per averla vinta in una guerra di futili opinioni.

Ma quel che è peggio, se si vanno a controllare alcune interminabili filiere di commenti generate da un singolo post - in alcuni casi dei veri e propri tormentoni - si può constatare facilmente che i singoli post vengono aggiunti uno di seguito all'altro, senza avere nessuna conoscenza del primum movens, sulla base del principio della consonanza e della libera associazione, con il risultato della creazione ibrida d'una demenziale insalata di opinioni.

Probabilmente i singoli contributi sono scritti di getto senza alcuna consapevolezza di ciò di cui si sta parlando: ma nessuno si chiede "Di cosa stiamo parlando?" o si prende l'incomodo di andare a leggere il post originario.

Si creano derive di pensiero che poi risulta essere un non-pensiero.

E per fortuna che qualcuno timidamente dice: "Ma hai letto il post originario?".

A questi inteventi segue un pietoso silenzio, come nel caso della fiaba di Andersen la voce del ragazzino che grida "Ma il re é nudo!", rimane inascoltata.Un tempo non molto lontano (ma parlandone adesso sembra un tempo giurassico) si faceva un gioco di società, in cui non c'erano mai né vinti né vincitori: era un gioco fatto soltanto per divertirisi.

Si stava seduti attorno ad un tavolo o in circolo (e in più si era più era divertente il gioco). 

Si stabiliva chi dovesse essere il "primum movens" di un messaggio (o una frase) che doveva essere sconosciuto a tutti gli altri.

Tale messaggio veniva sussurrato rapidamente all'orecchio del vicino alla destra del primo della filiera, senza diritto di replica. 

Il ricevente aveva il compito di trasmettere il messaggio altrettanto rapidamente e sempre sussurrando all'orecchio dell'altro accanto a lui. 

E così via.

Quando il giro era compiuto il messaggio ritornava a colui che lo aveva trasmesso per primo: la cosa più divertente era vedere, appunto, quali trasformazioni talvolta assude, talvolta grottesche, quali distorsioni il messaggio avesse subito. 

Di cosa parliamo, quando parliamo su Feisbuk? FB e le sue derive cognitiveIl capofila, infatti avendo ricevuto il messaggio aveva il compito di dare comunicazione del messaggio ricevuto e di rivelare subito dopo la lettera di quello originario.

E ci si divertiva tanto, si rideva a crepapelle: ma non c'erano ripeto né vincitori né vinti, perchè tutti avevano contribuito.

Ecco, i social network e feisbuk in particolare sono un po' così: le comunicazioni e i messaggi sono sottopost,i ad un processo di deriva e di deterioramento, in cui i vuoti cognitivi sono colmati da idee preconcette del ricevente che prende acriticamente informazioni solo dal messaggio precedente senza guardare a tutto ciò che era venuto prima. 

Ma tutti si prendono maledettamente sul serio e si arriva con facilità alle offese e alle risse, amicizie si deteriorano, contatti vengono cancellati. Salvo che poi qualcuno dei litigiosi arrivi anche a negare quanto scritto prima o meglio, accorgendosi del danno, cerchi di fare marica indietro, attribuendo ex-post a quanto ha appena scritto (eventualmente in lettere capitali che nel linguaggio scritto hanno il valore della parola urlata) magari un senso ironico che però rimane noto solo a lui [quest'ultima osservazione deriva dal contributo di un lettore]. O può anche verificarsi che colui che ha innescato il gioco della polemica all'ultimo sangue, dopo molti morti e feriti, finisca con lo scrivere: "Ma sì! Volemose tutti bene! Pace e bene a tutti!": insomma discorsi di café, taralluci e vino, ma poi ci si chiede di che cosa si era parlato veramente...
Qualcuno lo ricorda? Qualcuno lo hai mai saputo? O si è trattato di un'opinionismo di bassa lega gregario e presuntuoso, in cui si riflettono schieramenti campanilistici e rivalità personali, o a volte - peggio ancora - il gioco di tutti contro tutti?
A giudicare dalla velocità con cui alla pubblicazione di un post anche corposo fa seguito una pioggia di "like", io sarei propenso a pensare che quelli che indugiano a leggere siano veramente pochi e che si debbano cercare con il lanternino di Diogene.

E se qualcuno timidamente chiede "Ma qual'era il messaggio originario?" viene deriso o attaccato.

Viene considerato uno sconzaiocu del gioco preferito "Giochiamo a scannarci a vicenda", perchè in fondo con la sua battuta invita gli altri a non giocare più, cosa che in questi casi significa semplicemente andare a leggere con cognizione di causa ciò che era stato scritto all'inizio.

Parafrasando il titolo del celebre racconto di Raymond Carver, potremmo dire: "Ma di cosa parliamo, quando parliamo su Feisbuk?".

Condividi post

Repost0
4 gennaio 2015 7 04 /01 /gennaio /2015 06:15
Ritorna il Malizia SexyBar in una nuova locationMolti ricorderanno il Malizia Sexybar ubicato nella parte alta di Viale delle Magnolie a Palermo che dopo un'apertura di più di sette anni, ha chiuso i battenti all'inizio del 2013.
Il locale, ospitato in un seminterrato spazioso, nato come struttura da adibire a garage o magazzino, era inconfondibile per la sua insegna che rappresenteva a cavallo della scritta "Malizia Sexybar" una donnina flessuosa stilizzata intenta alla lapdance.
Il locale ha avuto negli anni una certa fortuna per le sue serate con ospiti alcune tra le più famose e quotate pornstar del cinema e artiste dello spettacolo e per ospitarvi feste di addio al celibato. 
Le sue serate erano caratterizzate da esibizioni di lapdance e da altre spettacolazione a cui rappresentanti del pubblico, occasionalmente, venivano invitati a partecipare.
Ma non vi accadeva mai nulla di veramente trasgressivo, come nei "privé" che, nello stesso periodo hanno cominicato a prendere piede anche in Sicilia, come "Le Sabbie Nere" di Linguaglossa o il "Morrigan"ubicato a Villafrati (Palermo).
A testimonianza di ciò il prezzo dell'ingresso, piuttosto basso (rispetto a quello richiesto per l'ingresso nei privé, pecie ai single) e corrispondente al costo di una consumazione alcolica al bar.
Il locale era caratterizzato per le sue tapezzerie "animalier" e le lapdancer spesso tentavano di intrattenersi con i frequentatori, per indurli all'acquisto di ulteriori consumazioni (possibilmente costose) come nella migliore tradizione dei locali dove si pratica lo striptease.
Ma, vista la prepotente avanzata della popolarità dei "privé", il Malizia - in assenza di atre offerte - ha visto un certo declino.
Ritorna ora in forma rinnovata in una nuova location: è il "Malizia SexyBar New Location", ubicato in territorio di Carini (Palermo).
Il Malizia SexyBar si riporopone e forse ha qualcosa di nuovo da dire, rispetto alla precedente esperienza.
Mercoledì 17 dicembre 2014 ha avuto luogo una grande inaugurazione, alle ore 23:00: ospite della serata é stata l'ungherese Simony Diamond
Come arrivare. Prendere l'uscita per Carini e, dopo essere entrati nella secondaria, al bivio si troveranno le indicazioni e, poi, durante il percorso.
Il percorso sulla secondaria, a velocità media, prevede un tempo di circa 5-10 minuti.
l secondo sottopasso si deve girare a sinistra, quindi proseguire dritto, mantenendo sempre la destra.
Sino ad arrivare al riferimento sulla destra che é il MOB (ex-Movida). Il Malizia SexyBar si trova dopo altri 150 metri sempre sulla destra della strada.

Vedi anche su questo blog: L'Eros burocratizzato di un locale "sexy" di Palermo: noia e fastidio i sentimenti prevalenti davanti a performance senza fantasia
Ritorna il Malizia SexyBar in una nuova location
Questi due articoli comparsi nel web in occasione della chiusura del malizia all'inizio del 2013, dei quali particolarmente il secondo ha un interesse perchè tenta di sviluppare un'analisi sullo stato dell'arte del mercato dell'Eros di Palermo.

Malizia addio, chiude i battenti l’unico sexy bar della città (29 Gennaio 2013, su Palermotoday)
Al suo posto arriverà una discoteca. La motivazione non è economica, ma di cultura. Il proprietario: "Le cose andavano bene, ma ero stanco di chi chiedeva o si aspettava di più: il nostro era solo show"
Dalle spogliarelliste ai dj. Dopo sette anni e mezzo chiude il Malizia, l’unico sexy bar della città. Al suo posto nel sotterraneo di via delle Magnolie è arrivata una discoteca [che, peraltro, ha avuto vita breve - ndr]. Un ritorno alle origini, si può dire. Visto che prima della “scommessa” del sexy bar si erano alternati diversi locali: dal Melagodo al Momix.
Palermo non è Amsterdam insomma. La chiusura del sexy bar infatti secondo il proprietario non è da attribuire alla crisi, ma ad una questione di cultura. “Le cose andavano sufficientemente bene – dice Giuseppe Tranchina al Giornale di Sicilia - soprattutto grazie ai numerosi addii al celibato organizzati nel nostro locale. Ma i Palermitani non hanno recepito che la nostra era un'attività di spettacolo ed ero stanco di chi chiedeva o si aspettava di più. Noi offrivamo soltanto intrattenimento, show, molta gente non lo ha capito”. Così la decisione: basta donne in abiti succinti, ma dj e musica.

Sexy bar addio, ma il mercato dell’hard resiste alla crisi (28 Gennaio 2013, Palermogds.it)
Dalla lap dance alla musica house. Il Malizia, per sette anni e mezzo unico sexy bar della città, ha chiuso i battenti. Le stripper lasciano spazio ai deejay. Colpa della crisi? Assolutamente no. Il titolare, Giuseppe Tranchina, che mantiene la gestione del locale, spiega che non è a causa di motivazioni economiche che ha deciso di abbandonare la strada del night club. «Solo un problema di cultura - confessa - i palermitani non hanno recepito che la nostra era un'attività di spettacolo ed ero stanco di chi chiedeva o si aspettava di più. Noi offrivamo soltanto intrattenimento, show, molta gente non lo ha capito».
E allora il ritorno alle origini. Perché Tranchina nel 1997, sempre in quel sotterraneo di via delle Magnolie, aveva la discoteca Melagodo, storico punto di riferimento della movida per i quarantenni di oggi. Poi spesso è cambiata l’insegna (Cocobongo, Zelig, Momix), ma la sostanza è rimasta quella. Lì si è ballato, di notte e a volte anche di pomeriggio o agli indimenticabili matinée per gli studenti, fino al 7 aprile 2005.
Quel giorno è cominciata l’avventura del Malizia. Splendide ragazze inerpicate sui pali, spogliarelli lenti e intensi, un drink, luci soffuse e musica ammiccante. E spesso le ospitate con le star del mondo erotico a surriscaldare l’atmosfera. «Abbiamo avuto Edelweiss, Roberta Gemma, Milly D’Abbraccio, Mercedes Ambrus, Sofia Gucci e tante, tantissime altre artiste», ricorda con abbondante amarezza Tranchina, che parla del Malizia come se fosse un figlio perduto. «Il pubblico non ha risposto come ci aspettavamo - dice - qui non c’è la mentalità. Nonostante i nostri sforzi per garantire esibizioni uniche nel loro genere, la gente non era mai contenta. E non è affatto un problema di affari. Anzi, le cose andavano sufficientemente bene, soprattutto grazie ai numerosi addii al celibato organizzati nel nostro locale». Così, alla fine del 2012 la decisione di mettere un punto. «Ho tolto il vizio del Malizia come si toglie quello della sigaretta - continua Tranchina - improvvisamente». Ma non ha smesso con le attività legate al popolo della notte. Adesso c’è l’Elite. E lo spazio di via delle Magnolie ha cambiato completamente volto anche a livello strutturale. «Facciamo serate con musica commerciale, house e deep house». Il massimo dell’erotismo? La domenica sera, con la salsa e la bachata. Nulla a che vedere con le vorticose acrobazie delle venti prorompenti donne, molte dell’Est europeo, che si alternavano al Malizia.
Che la crisi non influisca più di tanto sugli affari legati al pianeta eros lo dimostrano anche i sexy shop. Sono due i punti vendita aperti in città e nonostante i nomi siano diversi, sono sotto la stessa egida. Ed in entrambi i casi, la congiuntura economica negativa degli ultimi anni si avverte sì, ma non è letale come nel caso di altre attività commerciali.
In via Castellana, dal 1994, c’è Blue Moon. Alla cassa, unico impiegato, Oreste Inzerillo. Un giovane dalla dizione perfetta («Amo la recitazione e ho partecipato a dei corsi») che si muove tra oggettistica hard, lingerie bollente, dvd, riviste e libri sul sesso. «La crisi? Sì, si fa sentire come dappertutto, ma si va comunque avanti. Vendiamo parecchi gadget, soprattutto per gli addii al celibato e al nubilato. Qui tra l’altro abbiamo clienti che vengono dalla provincia». Il negozio, infatti, è in posizione strategica. A due passi dalla strada che si arrampica verso Bellolampo e raggiunge Torretta e tutti i comuni del comprensorio. Ritorna il Malizia SexyBar in una nuova location«Per la verità – afferma Inzerillo – arrivano anche da Cefalù dove da qualche tempo il sexy shop che c’era ha chiuso». Piuttosto Inzerillo fa notare che rispetto a 19 anni fa, quando Blue Moon ha debuttato in città, è cambiata la mentalità. Quella che nel caso del Malizia, invece, è mancata. «Prima la gente si guardava attorno prima di entrare – racconta Inzerillo - adesso lo fa con molta più tranquillità. Anche se capita, come qualche giorno fa, che una signora si presenti tutta imbacuccata e con gli occhiali».
Il gemello di Blue Moon è Mutandina Sexy Duck, da otto anni in via Cappuccini. Qui lavora, invece, Andrea Verdicaro. Anche lui gioviale e succoso con gli aneddoti. «L’oggetto più venduto? Da quando le donne hanno letto Cinquanta sfumature di grigio è nettamente cresciuta la richiesta di palline cinesi». Inutile spiegare a cosa servano. E non è la prima volta che i libri, il cinema o la televisione facciano da traino per un accessorio. “Quando esplose la serie Sex and the City – ricorda Verdicaro – le clienti non chiedevano altro che la paperella vibrante». Sui numeri della crisi, qui il quadro è un po’ più chiaro. «Posso dire – stima Verdicaro – che rispetto a un anno fa noto un calo del 30 per cento». Ma anche da Mutandina Sexy Duck, la fiducia è tanta e il rischio chiusura è molto molto lontano. «Teniamo duro», chiude Verdicaro. E c’è da credergli.

Condividi post

Repost0
17 dicembre 2014 3 17 /12 /dicembre /2014 05:51

Selfie, ultima frontiera(Maurizio Crispi) Selfie è un neologismo (usato per la prima volta nel 2002, in un magazine australiano) che sta ad indicare le foto che - con la macchinetta digitale o, ancora meglio, con un qualsiasi smart-phone o tablet - ci si fa da soli protendendo davanti a sé o verso l'alto il braccio, tentando di realizzare un ritratto con inquadratura di sfondo o anche senza. In sostanza, un selfie non è altro che un'auto-fotografia o auto-scatto, ma è più trendy dire selfie.
Chi ha avuto dismestichezza con le macchine reflex tradizionali ricorderà le acrobazie che occorreva fare per poter fare un autoscatto e riprendersi assieme al gruppo di amici, dopo aver dato l'avvio all'otturatore: era una corsa contro il tempo e, a volte, l'operatore veniva ripreso in movimento con la postura dinamica di un centometrista.
L'impulso decisivo alle selfie è venuto con l'inserimento della funzione "autoscatto fotografico" nell'I-Phone 4. L'ampiezza del grandangolo con la possibilità di fare buone foto all-inclusive- soggetto e sfondo - ha fatto il resto nel determinare il saldo atttecchimento della consuetudine.
Il selfie nella sua natura più profonda si deve considerare una foto di documentazione istantanea, secondo il principio odierno che tutto deve essere documentato e "socializzato", allo scopo di enfatizzare sempre di più il fatto che le nostre vite si svolgono dentro una gabbia di vetro attraverso le cui pareti tutti devono poter sbirciare.

Chi fa le selfie?

A volte sono gruppi di amici che si autofotografano per il semplice divertimento di farlo, facendo delle facce buffe o immprtalando dei momenti paticolari: il risultato è spesso quello di un mucchio di volti deformati che fanno le boccacce o che ridono.

La caratteristica del selfie è quella di prendere immediatamente la destinazione di internet e dei social networ.

Il selfie, in sé, è una testimonianza: "Io ci sono stato", "Noi c'eravamo".

A volte, però, il selfie è appannannagio di viaggiatori solitari che, senza più dovere mendicare il favore di una foto al primo samaritano di passaggio (ma in fondo anche quella era una forma di socializzazione, per quanto minimale), possono procedere in piena autonomia.
Selfie, ultima frontieraPoi, naturalmente ci sono le coppie per le quali la pratica del selfie é preziosa sia per fissare delle espressione volutamente comiche e buffe, sia per la rappresentazione di momenti romantici ed intensi.

Unoco limite nella realizzazione del selfie, è stata finire la limitata portata dell'inquadratura, dal momento che la massima distanza di ripresa è quella del braccio più lungo a disposizione.

Ma qualche buontempone, vista la crescente diffusione della pratica del selfie, ha pensato di mettere a punto (e, suppongo io, brevettandolo), un dispositivo che consiste in un braccio mobile estensibile (, si potrebbe dire, telescopico) che, alla sua estremità più sottile contiene una (culletta) a bracci per fissarvi il proprio dispositivo.
I soggetti del selfie si dispongono nella postura che è loro più congeniale, allungano il braccio telescopico secondo le loro necessità, studiano per un attimo l'inquadratura e, in quattro e quattr'otto, la autofoto è fatta, con uno sfondo spazioso.

Ora, soprattutto nei luoghi turistici, è possibile vedee tantissimi, solitari o in coppia, che si auto-fotografano utilizzando questo braccio mobile, e -come sempre - i Giapponesi sono leader di questa piccola avanzata tecnologica.

Ed è così che dovunque imperversano i i praticanti sempre più sofisticati delle selfie.

 

E buonanotte ai suonatori!

 

 

Selfie, ultima frontiera

Condividi post

Repost0
9 dicembre 2014 2 09 /12 /dicembre /2014 17:24

Mobile addiction
Quelli che camminano con il volto affondato nel display dello smartphone

Quelli che parlano al telefono con voce stentorea cosicchè tu sei obbligato a sentire le loro conversazioni futili

Quelli che portano a passeggio il cane ed intanto parlano al telefono (oppure inviano e ricevono messaggi in un fitto - interminabile - scambio), trascurando il bisogno del loro amico a quattro zampe di avere un compagno di giochi e di gioia nelle passeggiate quotidiane.

Quelli che sperano che, un giorno anche il loro cane, possa essere dotato d'un telefonino (un can-telefonino). 

Quelli che si connettono ad internet, perdendo il contatto con la Natura attorno e con i propri pensieri, mentre camminano o corrono.

Quelli che ogni pochi secondi compulsano nervosamente il display del loro mobile... e non solo di di uno, ma di due o tre che, tutti, devono essere accuditi e controllati. 

Quelli che stanno seduti al tavolo di un ristorante in attesa che qualcuno si decida a prendere gli ordini e, invece, di dedicarsi alla reciproca interazione, guardano in quel maledetto display e lavorano freneticamente sul tastierino.

Quelli che perdono il piacere di piccole conversazioni quotidiane - anche con sconosciuti e passanti -, perchè impegnati con il proprio cellulare.

Quelli che il telefonino é il loro Dio. 

Quelli che danno ai bambini piccoli - di pochi anni appena - un proprio telefonino, perchè essi pensano che sin dalla pù tnera età i bambini debbano essere educati all'uso dei moderni strumenti che ci offre la tecnologia.

Quelli che devono spararsi in vena una dose sempre più robusta di telefonia mobile - e sempre più frequentemente-, fino ad andare incontro ad una condizione di infusione costante, come dei malati terminali. 

 

L'ossessione di essere connessi.

La connessione è la loro ossessione. 

Connessi-ossessi.

Wired...

Ma wired significa anche legato, vincolato.

Se sei connesso tutto il tempo, in realtà, sei anche "legato" e continuamente localizzato; e perdi il senso della tua libertà, il piacere di essere solo e di stare nella compagnia sola ed esclusiva dei tuoi pensieri: e non c'è mai un attimo in cui tu possa rielaborare le tue emozioni.

Tutto si traduce in un fluire di parole in entrata e in uscita, senza alcuna "costruzione", nel mezzo.

Tutto si fa effimero.

E' tutto un bla-bla-bla ... una babele di parole e messaggini turbinanti nell'etere lanciati da Pollicini e da Pollicioni che digitano a velocità vertiginose, come se fossero stati creati solo ed esclusivamente a questo scopo.

 

Le cabine telefoniche (perfino quelle britanniche, inconfondibili per il loro legno lavorato a riquadri, dipinto di rosso, sono in abbandono e cadono a pezzi e, presto, saranno messe via, alla faccia del conservatorismo britannico), sono neglette e vengono rimosse dopo anni di incuria di vandalizzazioni e di pisciate: e nessuno più le degna di uno sguardo.
E così pure i telefoni a gettoni sono divenuti obsoleti, per non parlre delle telefonate tramite operatore (unico modo - in un tempo non lontano in termini di anni - per comunicare da certe parti del mondo).

Epifanie d'un tempo ormai lontano che per alcuni è anche più lontano della preistoria. 

Ricordo i viaggi della mia gioventù, in cui il viaggiare (e non era necessario andare troppo lontano) diventava un'avventura proprio perchè entravi nella "zona" della solitudine e della difficoltà delle comunicazioni che ti facevano sentire con maggiore intensità il distacco da casa ma che ti donavano, allo stesso tempo, una sensazione di enorme e sconfinata libertà.

 

Oggi, invece, tutti - prigionieri come sono dei loro strumenti di comunicazione -  documentano con rapide telefonate il progresso del loro viaggio, quasi centimetro per centimetro. 

"Sono appena salito sull'areo"

"Appena atterriamo, ti richiamo"

"Sono sul bus che ci sta trasferendo dall'aereo al terminal"

"Sono nella toilet e sto cacando"

Oltre a tante altre prosaiche e vili comunicazioni che, in realtà, dal punto di vista comunicativo, sono insulse perchè non danno nessuna "vera" informazione.

E in questo modo anche se sei lontano centinaia o forse migliaia di chilometri, non ti sei allontanato di un solo metro dal luogo di partenza.

 

Le catene sono più salde che mai.

Sei sempre nel villaggio, per citare Marshall McLuhan. 

Ogni tanto bisognerebbe provare a spegnere il telefono mobile e stare a vedere cosa si prova e come ci si sente ad essere disconnessi; provare anche a capire per quanto tempo tempo si resiste a stare disconessi, senza essere presi da tremiti di nervosismo e senza continuamente ricacciare la mano in tasca per consultare il familiare diplay, per constatare con un groppo d'ansia che è spento.

E cosa mai potrà essere accaduto in mia assenza?

O senza sentire prudere la lingua per non poter comunicare a chi di dovere l'ennessima banalità.

Proviamoci, ogni tanto, e rieduchiamoci.

Prima che sia troppo tardi.

Prima che la nostra involuzione mentale abbia inizio (se non è già iniziata). 

O prima che qualcuno inventi gli smartphone di nuova generazione che possano applicarsi al corpo del loro utilizzatore come protesi bionica, innesti di ferro, leghe leggere e plastica nella carne.

O prima che diventiamo noi stessi degli smartphone ambulanti.

Condividi post

Repost0
9 novembre 2014 7 09 /11 /novembre /2014 07:11

Il tatuaggio commemorativo ed affettivo: simboli, letttere e parole scritte

 

(Maurizio Crispi) Del tatuaggio si possono dire infinite cose, argomenti pro e altri contro. In ogni caso rappresenta un'interessante tendenza sociale, oggi sempre più diffusa, specie in quei paesi come l'Italia, dove nelle sue origini il tatuaggio era associato alla sottocultura carceraria.
Ci sarebbe anche molto da scrivere sulla "psicologia" del tatuaggio e credo che pochi sino ad ora l'abbiano fatto.

Certo è che, dal punto di vista dell'ontogenesi la pelle condivide una comune origine con il cervello, visto che quest'ultimo si sviluppa a partire dall'invaginazione di un foglietto ectodermico.
E quindi sarebbero molte le suggestioni che porterebbero ad ipotizzare che la pelle come veicolo delle emozioni possa essere strettamente correlata con il nostro cervello e con il Sistema Nervoso.
Il tatuaggio è qualcosa che si scrive sulla pelle e che una volta scritto vi rimane indelebilmente, invecchiando assieme al supporto in cui è contenuto. E sotto questo profilo specie se è tatuaggio non ostentato, non colllocato a beneficio di osservatori esterni (i tatuaggio estetici oppure quelli "esibizionistici") esprime il modo di vedere le cose del suo portatore, le sue inclinazioni affettive, i suoi desideri e le sue emozioni.
Un tatuaggio può nascere in un momento specifico nella vita di un individuo e può servire a suggellare un momento particolare intenso e momorabile oppure anche può avere un valore commemorativo. Il tatuaggio può esprimere una promessa d'amore e a volte può essere realizzato come "tatuaggio di coppia" consistente in una frase spezzata in due e ciascuno dei due partner ne porta un pezzo.
L'unico inconveniente è che, a differenza di altre modalità cn cui si esprimono emozioni e pensieri di per sé mutevoli come le nuvole che passano nel cielo sospinte dal vento, il tatuaggio é "per sempre", anche se adesso - con le costose tecniche laser - è possibile rimuoverlo. Altri a volte, quando ritengono di aver superato per sempre quel momento si fanno sovratatuare quel tatuaggio per trasformarlo in qualcosa d'altro. Ma i più vogliono che la propria pelle rimanga come testo scritto e memoria storica dei momenti più significativi. Altri ancora rendono il proprio tatuaggio mutevole, nel senso che lo vanno costruendo a poco a poco: una figura che si complerà soltanto nel corso degli anni e che esprime in un certo senso un grande affresco iniziatico.
Sono rimasto particolarmente da questa testimonianza rinvenuta su Facebook che mi ha indotto a queste piccole digressioni.

 

(FT) Ho tatuato l'iniziale del tuo nome, accanto a quella del mio, sul mio braccio sinistro, dal lato del cuore. È il simbolo dell'amore eterno, incancellabile, indelebile che nutro verso di te, Tu che vieni da dentro di me, Tu che nasci dalle mie viscere, Tu che ti nutri di me. È inspiegabile ed irrazionale il legame che solo a me appartiene, che é un dono naturale impagabile: ricompensa del travaglio emotivo e fisico.
Tu che sei la mia linfa, la mia energia, il mio sorriso, la mia voglia di resistere e andare sempre avanti, un passo oltre il confine, oltre l'orizzonte. Tu che mi emozioni e mi lasci attonita con il tuo amore e la tua protezione verso di me. Tu, animo puro, fatto uomo d'improvviso, custode del mio cuore, Tu piccolo, fragile e forte, Tu guerriero e determinato sei lo specchio dell'animo mio, la mia gioia per l'eternità e l'emozione più grande. Nascevi a quest'ora, 5 anni fa.

 

 

Vedi anche l'articolo correlato:  Il tatuaggio, oggi: tra pratica sociale ed esigenza interiore

 

Ed anche: La donna tatuata. Curiosità insoddisfatte e piccoli misteri irrisolti

Condividi post

Repost0
7 novembre 2014 5 07 /11 /novembre /2014 07:43

Il Knock Out Game sbarca - purtroppo - anche in Sicilia, ma è un ulteriore faccia della violenza e dell'intolleranza che allignano nella distrazione dei poteri dello Stato

 

(Maurizio Crispi) I sensation seeker sono individui che vanno alla ricerca costante di sesnsazioni forti e di scariche di adrenalina: quindi, imprese pericolose che possono mettere a rischio la loro vita sono pane per i loro denti, ma nei contesti metropolitani dove non è possibile affrontare "grandi" imprese ci si volge ad altre attività che possono egualmente portare ad intense scariche di adrenalina.  E così ci sono quelli che si danno alla guida pericolosa nei contesti cittadini e adesso (come segnalato in diversi metropoli del mondo, a partire dall'inizio degli anni Novanta il Knock Out Game che consiste nel prender edi mira un passante o un automobilista indifeso e nell'assalirlo con predominanza numerica (in genere si tratta di una manifestazione del "branco") e picchiarlo selvaggiamente, per poi dileguarsi.
L'obiettivo dell'azione selvaggia e violenta non è il furto, ma semplicemente l'eccitazione dell'esercizio della violenza e quella conseguenza all'impunità succesiva ottenuta con una fuga altrettanto fulminea.
Non ci sono parole per esprimere lo sdegno contro una simile pratica violenta che sino a qualche anno in Italia ha avuto come destinatari extracomunitari e soggetti senza fissa dimora, ma che ora si allarga ad includere comuni cittadini (ed è forse ora soltanto che si comincia a vedere il fenomeno con maggiore - giustificato peraltro - allarme).
Anni addietro uno scrittore-saggista britannico - Bill Bruford - che si era infiltrato tra gli gli hooligan del Calcio britannico (movimento ultrà che poi subì una regolata da parte delle forze dell'ordine, con un massccio giro di vite che solo in UK sono capaci di imprimere laddove le circostanze lo richiedano) ebbe a riferire nel suo studio-memoir finale di quell'intensa ed "indimenticabile" esperienza (I Furiosi dela Domenica. Viaggio al centro della violenza ultrà, Longanesi, 1992) che l'esercizio della violenza contro gli avversari (specie se fomentato da un concomitante consumo di alcool e/o altre droghe) può agire con gli stessi meccanismi di un'addiction e che, quindi, finisce con il creare una pericolosa forma di dipendenza.
Notizie di cronaca sparse stanno ad indicare che episodi sporadici di knock Out Game hanno preso a verificarsi in maniera endemica anche a Palermo, come in altre città della Penisola. A Palermo è successo ad un giovane che è stato tirato fuori dalla sua auto e picchiato selvaggiamente; qualche giorno prima era accaduto ad una ragazza, tra l'altro ambedue gli episodi accaduti nei quartieri residenziali della città "bene".
I meccanismi che generano questi episodi sono gli stessi che possono ritrovarsi nella genesi delle azioni vandaliche e di altre forme di violenza collettiva: noia, necessità di uscire dall'anonimanto sempre più intollerabile a cui si è condannati nelle grandi metropoli, la voglia di ottenere scariche di adrenalina, il desiderio e l'eccitazione derivanti dal vivere pericolosamente e, non ultimo, derive razzistiche e di intolleranza specie se gli episodi hanno come loro destinatari indifesi extracomunitari, a vlte meccanismi di rivalsa sociale.
Ma questo tipo di violenza che si prospetta oggi con il Knock Out Game (ultimo nato di una serie infinita di altri giochi di violenza) é anche un modo come un altro per accrescere il senso di insicurezza dei cittadini e le loro incertezze in tempi di crisi: e, a volte, la sbadataggine da parte delle forze dell'ordine su questi fatti di cronaca orribili potrebbe far parte di una strategia, come ventila Ottavio Cappellani nel suo thriller, futuristico e metaforico, L'Isola-prigione (Mondadori, 2012), in cui quelle che sembrano bande di cani feroci e mordaci assaltano e sbranano indifesi cittadini. E invece la verità che sta dietro questi proditori attacchi é ben altra e qui il romanzo di Cappellani si fa metafora avvicente di una terribile e spietata forma di esercizio del potere.

 

Knockout Game (da Wikipedia). The "knockout game" is one of many names given by American news media to assaults in which, purportedly, one or more assailants attempt to knock out an unsuspecting victim, often with a single sucker punch, all for the amusement of the attacker(s) and their accomplice(s).Other names given to assaults of this type include "knockout", "knockout king", "point 'em out, knock 'em out", "bomb", and "polar-bearing" or "polar-bear hunting" (allegedly called such when the victim is white). Serious injuries and even deaths have been attributed to the "knockout game". Some news sources report that there has been an escalation of such attacks in late 2013, and in some cases the attacker has been charged with a hate crime, while some politicians have been seeking new targeted legislation specifically against it. However, other media analysts have cast doubt on the reportedly widespread nature of the game and have labeled the trend, although not the attacks themselves, a myth. Liberal analysts claim that their conservative counterparts falsely promote a view that the "knockout game" trend is real and conservative analysts claim that the liberal media does not report on it due to the racial implications it may have

Condividi post

Repost0
25 ottobre 2014 6 25 /10 /ottobre /2014 07:19

Crescita delle vendite del sildenafil e declino del Mi-Sex di Milano: due fenomeni forse correlati e parte del fenomeno della cosiddetta pornification of lifeDopo 15 anni di monopolio esclusivo da parte della Pfizer, a giugno 2013 é scaduto il brevetto italiano del farmaco per la produzione e la commercializzazione del Sildenafil, principio attivo del "Viagra", il farmaco più famoso e contraffatto del mondo e i produttori di generici hanno preso a scaldare i motori per accaparrarsi una fetta di mercato molto ricca. (valutata in circa 73 milioni di euro l'anno).

Infatti, tanto per citare alcuni dati, nel 2011 nel nostro paese il Sildenafil era ancora il sesto principio attivo per giro di affari tra quelli di fascia C, per i quali ci vuole la prescrizione del medico ma che sono a carico dei pazienti. In testa c'è un farmaco simile, il Cialis, che cura sempre i problemi di disfunzione erettile (ma del genere "long acting", con una durata di azione garantita di circa 24 ore).
In questa graduatoria del 2011 seguivano alcuni ansiolitici e il paracetamolo.

L'apertura del mercato ai generici ha fatto abbassare il prezzo (oggi 53,85 euro per 4 compresse al dosaggio intermedio, 50 milligrammi) del 30-40%.
Nei 15 anni di vita del Viagra si sono avute conseguenze sanitarie, ma anche di costume, dirompenti. La storia della pillola blu è fatta di record. Si stima che nel mondo venga presa una pasticca ogni sei secondi, a fine dicembre 2011 erano state vendute 2 miliardi e mezzo di pillole.
L'incasso per il produttore, la Pfizer, è stato stimato in circa 2 miliardi di dollari all'anno. Nel giro di dieci anni nel nostro paese sono state acquistate 60 milioni di compresse, cioè 4.300 ogni mille uomini con più di 40 anni. Le città dove se ne consuma di più sono Pistoia, Roma e Rimini.
Quale il motivo di questo inatteso successo? Il fatto è che, innanzitutto, benchè messo in commercio con delle restrizioni prescrittive di farmaco curativo di ben circoscritte e diagnosticate, forme di impotenza erettile su base organica, i medici specialisti hanno cominciato a prescriverlo per forme di "impotenza erettile" psicosomatica (su base ansiosa) in cui il "paziente" era afflitto da una forma di ansia performativa che lo portava o all'eiaculazione precoce o ad un precoce inflaccidimento del pene.
A partire da questa prassi consolidata e con il concorso del contributo entusiasta di sperimentatori "fai-da-te" si è verificato il passaggio del Viagra (e dei farmaci analoghi) nell'ambito delle "droghe" performative e ricreazionali.
A quanto sembra il Viagra assicura prestazioni sessuali non comuni, in quanto consente il mantenimento a lungo della piena erezione o la sua ripresa poco dopo la conclusione del suo rapporto.
A quanto sembra molti dei performer dei set dellacinematografia porno tengono il viagra nel proprio bagaglio farmaceutico, proprio per questa funzione attivatrice sul livello di performance richiesto.

Proprio nell'anno in cui finalmente il Viagra é diventato generico (con le conseguenze presumibili di un più largo di un consumo più largo ed esteso ancora), chiude il Mi-Sex, il famose "salone dell'Eros" di Milano, dopo ben 18 anni. Il suo inventore e patron Zanetti afferma con senso di autocritica: «Performance sempre uguali, non ci siamo saputi innovare».
Crescita delle vendite del sildenafil e declino del Mi-Sex di Milano: due fenomeni forse correlati e parte del fenomeno della cosiddetta pornification of lifeAppena raggiunta la maggiore età, dunque, una delle fiere nostrane del sesso più celebrate al mondo, chiude i battenti, definitivamente. Qualche tempo fa ne hanno dato  il triste annuncio quattro pornostar italiane dop: Antonella Del Lago, Valentine Demy, Elena Grimaldi e Michelle Ferrari, le quali posano per una foto-ricordo dal sapore vagamente tintobrassiano. Il Mi-Sex era stato inaugurato nel 1994.

Un tempo preistorico, per il porno. Prima che internet ci inondasse di clip a loop rigorosamente free, era tutto diverso. Le emozioni pesavano di più. Lo spettacolo live aveva ancora fascino. All'inizio c'era la coda sin dal casello autostradale, in quello che un tempo fu il Palatrussardi dell'epoca yuppies.
A ideare il Mi-Sex fu un giornalista.
A decretarne la morte è stata la noia. Noia che pervade un intero settore. L'industria dell'hard è in crisi e si deve reinventare per non scomparire.
Il porno non ha più successo? Non sembrerebbe proprio, visto che ogni settimana nel mondo s'inaugurano almeno quattro-cinque mostre d'arte a tematica erotica hard (o similhard). Ma non è questo il punto.

Qui si parla di sesso come professione, all'interno dell'industria dell'entertainment. In Italia, ad esempio, è stato l'anno funesto della scomparsa di Riccardo Schicchi, il padre fondatore di tale business. L'elaborazione di questo lutto potrebbe durare molto a lungo. In un settore in cui la vita degli addetti viene consumata in fretta, il problema, quello vero, sono i film. Tutti li guardano, ma nessuno più si azzarda a farli. La gratuità del prodotto ne ha reso superflua la produzione. Allora prende piede la "prestazione" on demand. Difatti, la recessione ha colpito duro, ma l'unica realtà non toccata dalla crisi è stata finora l'industria della webcam. Uno dei pochi rami fiorenti del VM18, nato online, difficilmente piratabile, ma anch'esso a rischio oligopolizzazione.

Crescita delle vendite del sildenafil e declino del Mi-Sex di Milano: due fenomeni forse correlati e parte del fenomeno della cosiddetta pornification of lifeUna major del genere, ad esempio, si chiama Adult Webmaster Empire e occupa quasi 900 mila modelle sparse in tutto il mondo. Tante di loro sono studentesse che cercano di pagarsi gli studi in un mercato che non offre altre opzioni di guadagno. Il fenomeno delle webcam è un'indicazione di come il porno potrebbe riciclarsi. Produrre contenuti gratuiti, e far soldi con la pubblicità.

È noto come per il marketing di molti prodotti, dalle auto di grossa cilindrata al cibo per single, l'hard mostri curve demografiche perfette per ogni tipo di campagna promozionale. Però nessuno alla fine la fa perché teme ripercussioni negative presso il pubblico generalista, tendenzialmente bacchettone (ma ormai non più). Il porno è finito?
No, il porno ci sarà sempre, ma chi vorrà guadagnarci, dovrà cambiare modello d'impresa.
E' stato tentato un nuovo festival del sesso a Milano, il Sex Festival, tra il 1° e il 2 febbraio 2013, ma con scarsi risultati (malgrado il tentativo di rinnovarnele formule-base) e pareri decisamente sfavorevali, rapidamente rimbalzati sui social networks.


Queste le parole di Damiano Laterza su Il Sole 24 Ore.it. Ma a queste considerazioni ne vanno aggiunte altre, come ad esempio la sempre crescente penetrazione del porno nelle vite di ciascuno (quella che alcuni autori hanno definito la "pornification" of life), lacrescente diffusione dei Privé e del fenomeno dello scambismo nelle sue molte varrianti ed il fatto che sempre di meno sono quelli disposti a limitarsi ad essere fruitori passivi dei prodotti porno, ma che vogliono essere attivi performer di proprie personali fantasie porno.

Crescita delle vendite del sildenafil e declino del Mi-Sex di Milano: due fenomeni forse correlati e parte del fenomeno della cosiddetta pornification of lifeEd ecco l'anello che ci consente di riunificare la diffusione crescente del Viagra come droga performativa e l'evoluzione della scena del porno che diventa sempre più diffusa e capillare: proprio attraverso il"rafforzamento" perfomativo consentito dal Viagra si è insediata la fantasia/voglia di essere a propria volta dei performer. Da qui il declino del M-Sex che invece richiedeva una partecipazione di consumatori-fan-guardoni, ma il tutto rimaneva fermo lì, senza nessuna possibilità di evoluzione.
Questo assunto è stato ben compreso da Giada da Vinci e da Michelle Ferrari che hanno intrapresodelle iniziative quali il "porno-casting" per il reclutamento di volti nuovi e mai prima comparsi sullo schermo per la realizzazione di film porno oppure quella del " camper dell'amore" che viene messo a disposizione per realizzare la ripresa cinematografiche delle acrobazie sessuali di coppie esibizioniste e trasgressive.
Sembra essere proprio questa la strada vincente per inverdire il porno, in cui i produttori del porno diventano dei "facilitatori" che consentono ad un pubblico voglioso di poter essere essi stessi performer per poi potersi guardare, nella celebrazione di un estremo di narcisismo, nello schermo di casa mentre sono perfomer.
La perfetta oscillazione del pendolo dalla posizione di performer a quella di guardone, ma sempre nella dimensione deell'eccitazione masturbatoria e drogastica: una forma ancora più raffinata di addiction se vogliamo.
E il viagra dovrebbe essere privato dell'appellativo di farmaco "dell'amore" per ricevere quello - più appropriato - di droga per la perfomance sessuale.


Condividi post

Repost0

Mi Presento

  • : Frammenti e pensieri sparsi
  • : Una raccolta di recensioni cinematografiche, di approfondimenti sulle letture fatte, note diaristiche e sogni, reportage e viaggi
  • Contatti

Profilo

  • Frammenti e Pensieri Sparsi

Testo Libero

Ricerca

Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


frammenti-e-pensieri-sparsi.over-blog.it-Google pagerank and Worth