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28 gennaio 2019 1 28 /01 /gennaio /2019 06:57
Salta La Merda. Un nuovo gioco sociale, ovvero un passatempo ludico gratuito, offerto da padroni di cani maleducati

"Gioca anche tu a Salta la Merda": mentre leggevo il cartello, assieme avvisoe ingiunzione, disseminato in ogni angolo del piccolo giardinetto attraverso cui l'altro giorno mi sono ritrovato a passare - praticamente ogni albero ne aveva affisso uno, se non due - calpestavo voluttuosamente un ricciolo di merda canina o, forse, umana.
Ma nessuna sorpresa del resto...

 

Non calpestare! Salta!

Calpestare la merda è un fatto pressoché inevitabile: pensiamo ad esempio allo stuolo di senzatetto, oppure di runner presi alla sprovvista da un impellente bisogno, oppure dalle centinaia di uccelli commensali delle nostre città che mollano le loro deiezioni dall'alto dei cieli...
Oppure, potremmo pensare alle grosse "torte" (o "buse", come dicono su al Nord) lasciate dalle mucche al loro passaggio per i luoghi di pascolo, oppure alle più fini deiezioni delle colonie di conigli in cui ci imbattiamo durante le nostre passeggiate in natura.
La merda è così onnipresente da aver determinato - anche per via della ben nota equazione feci=denaro - alla ferma convinzione che calpestare una merda e imbrattare le proprie calzature di cacca di qualsivoglia origine sia sinonimo di una buona fortuna che verrà.
Le merde canine - a ben pensarci - rappresentano soltanto una piccola parte di un tutto ben più vasto. Ed anche quei beneducati padroni di cani che provvedono a rimuovere pazientemente le deiezioni dei propri beneamati (tra i quali io mi annovero) non possono certo fare ogni volta una pulizia perfetta, qualche traccia rimane sempre, a meno che (e questo sarebbe impensabile) non si uscisse di casa armati di secchio e spazzolone.
Bisogna guardare le cose con una certa dose di humour e di ironia, ricordandosi ad esempio, quando si è messo il piede su di una merda di chicchessia (animale o essere umano), della storia spassosa raccontata in una canzone da Elio e le Storie Tese, oppure immaginando di essere stati vittima di un Trattamento Ridarelli.
Il passatempo ludico gratuito, denominato "salta la merda" e proposto con tanta veemenza dall'anonimo estensore dell'avviso affisso pubblicamente nel giardinetto pubblico di Palermo, diventerebbe così un trattamento anti-fortuna: ma si può senz'altro essere empatici con il grave disagio da cui esso scaturisce.

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17 gennaio 2019 4 17 /01 /gennaio /2019 08:29

Nino Di Matteo è stato - ed è -  il magistrato più minacciato d'Italia. Perchè? Ma perchè ha portato avanti, assieme ad altri magistrati altrettanto valorosi, l'inchiesta giudiziaria sullo scellerato patto stato-mafia che, consumato negli anni 1992-1994, fu preceduto dall'uccisione di Falcone, della Morvillo, di Paolo Borsellino e delle relative scorte e fu punteggiato da altri eventi intimidatori e da attentati dinamitardi che hanno cercato di portare terrore e instabilità ai più alti vertici dello stato.
Nino Di Matteo è andato avanti, malgrado le minacce, l'indifferenza e la denigrazione, soltanto spinto dal desiderio di giungere ad una verità giudiziaria incontrovertibile.
Ha dovuto lottare anche contro la tiepidezza dei politici e dei governanti, se non contro una loro aperta ostilità, facendo i conti anche con organi di stampa "di regime", portati a minimizzare e a utilizzare principalmente la strategia del silenzio.
E intanto Di Matteo, superscortato e costretto ad una vita blindata assieme alla famiglia, ha portato avanti il suo compito di servitore di uno Stato che, per essere credibile, ha bisogno di verità incontrovertibili e di giustizia vera.
Chi vive a Palermo avrà spesso notato un corteo di grandi gipponi blindati con i vetri oscurati muoversi da un capo all'altro della città. Di Matteo viaggiava sempre all'interno di una di queste vetture, super scortato e superprotetto da minacce che sono state concrete e tangibili.
Ho avuto modo di vedere questo corteo con i miei occhi visto che abito a poca distanza dalla sua abitazione, oppure, qualche volta in autostrada.
Ma, a parte questa visibilità estemporanea, di ciò che egli faceva si sapeva ben poco. I giornali locali e nazionali hanno sempre dedicato ben poco spazio all'inchiesta giudiziaria sul patto stato-mafia e, poi, alle diverse fasi del processo in Corte d'Assise d'Appello, durato ben cinque anni.
Non avendo informazioni di prima mano sui quotidiani e non avendo io occasione di frequentare nel web siti di informazione alterrnativa, sapevo soltanto che Nino Di Matteo stava indagando su quello scellrato patto.
Ora, a sentenza emessa (il patto stato-mafia ci fu), esce un libro intervista in cui Nino Di Matteo sollecitato dalle domande del giornalista Saverio Lodato racconta di quel'inchiesta sino al suo esito giudiziario: un libro fondamentale per sapere tutto quello che i giornali stampati, con i loreo silenzi e con le loro omissioni non ci hanno mai detto.

“Chiediamoci perché politica, istituzioni, cultura, abbiano avuto bisogno delle parole dei giudici per cominciare finalmente a capire... Un manipolo di magistrati e di investigatori ha dimostrato di non aver paura a processare lo Stato. Ora anche altri devono fare la loro parte.”

Nino Di Matteo (quarta di copertina)

“Volevo che nelle pagine di questo libro parlasse il magistrato, parlasse l’uomo, protagonista e testimone di un processo destinato a lasciare il segno.”
Saverio Lodato

Saverio Lodato (quarta di copertina)

La testimonianza del pm più minacciato d'Italia. Le verità che molti volevano nascondere

Fascetta

Nino di Matteo e Saverio Lodato, Il patto sporco. Il processo Stato-Mafia nel racconto di un suo protagonista, Edizioni Chiare Lettere, Collana Principio Attivo Interviste e Réportage, 2018

In "Il patto sporco. Il processo Stato-Mafia nel racconto di un suo protagonista" (Edizioni Chiare Lettere, Collana Principio Attivo Interviste e Réportage, 2018), Nino Di Matteo, sollecitato dalle domande di Saverio Lodato, illustra tutto l'arco dell'iter giudiziario che ha condotto, alla fine, ad una sentenza di condanna in cui in maniera incontrovertibile si afferma la verità giudiziaria che il patto scellerato tra Stato e  Mafia ci fu, proprio al culmine degli anni delle stragi di mafia (1992-1994) e ci racconta una storia esemplare. Quella di un giudice caparbio che vuole andare sino in fondo alla ricerca della verità (anche al prezzo di dover vivere una vita blindata), malgrado le intimidazioni, i depistaggi, i tentativi di insabbiamento, le menzogne e le omissioni, il tiepido appoggio di politici altolocati di destra e di sinistra, se non la loro aperta opposizione, le campagne di denigramento in cui si è cercato di farlo apparire come uno che andava alla ricerca di verità risibili.
Gli anni dell'inchiesta, nella conversazione tra Nino Di Matteo e Saverio Lodato, ci sono tutti, dai primi passi sino a quando si è andati a processo, con un procedimento giudiziario in Corte d'Assise, lungo e accidentato, durato cinque anni e che ha, infine, portato il 19 luglio 2018, ad una sentenza liberatoria per coloro che avevano creduto a Di Matteo (e al gruppo di valorosi magistrati che si erano impegnati con lui per il trionfo della verità), una sentenza di condanna - storica ed epocale - per le parti implicate, supportata da un dispositivo articolato in migliaia di pagine (per l'esattezza, 5252).
Leggendo questo libro, ci si rende di quanto gli organi di stampa (soprattutto qelli cartacei, ma anche i conduttori di rubriche televisive di dibattiti a cui sono sempre invitati i soliti noti) abbiano attivamente disinformato su questi temi o non abbiano voluto informare correttamente: e, inoltre, si possono collocare tutti i passaggi del percorso dell'inchiesta giudiziaria e del processo nella giusta prospettiva.
Oltre alla parte dell'intervista in senso stretto, il volume è corredato da un commento di Nino di Matteo sui punti focali del dispositivo di sentenza (Questa storia la Corte d'assise di Palermo l'ha ricostruita così, pp.123-145) e da una serie di articoli, in appendice, di Saverio Lodato, pubblicati nel corso degli anni su fonti di stampa alternative (pp.147-207).
E' un libro che tutti dovrebbero leggere, poichè - come afferma Di Matteo - "...esso intende poter rappresentare un piccolo contributo alla realizzazione di un importante obiettivo: la conoscenza della verità presupposto e viatico irrinunciabile a libertà e domocrazia" (ib., p. 145).

Oggi questa sentenza rappresenta la piattaforma più solida sulla fondare un reale e storico cambiamento. Ma, come sempre, saranno in tanti a remare contro. E lo faranno, anzi lo stanno già facendo, ricorrendo alla sperimentata strategia di sempre: il silenzio, il nascondimento dei fatti, il tentativo di minimizzare il significato di ciò che è stato accertato. "Loro" continueranno ad agire così. Hanno iniziato a farlo ventiquattr'ore dopo una sentenza che li ha spiazzati e preoccupati, facendo subito scomparire quel processo dal riflettore dei "media". "Loro" sono tanti e sono forti perchè ancora in grado di manovrare importanti leve del potere; "Noi" abbiamo il dovere di raccontare, discutere, cercare di diffondere la conoscenza e la consapevolezza di ciò che è successo e che non deve più accadere.

Nino Di Matteo (ib. p.145)

(dal risguardo di copertina) Gli attentati a Lima, Falcone, Borsellino, le bombe a Milano, Firenze, Roma, gli omicidi di valorosi commissari di polizia e ufficiali dei carabinieri. Lo Stato in ginocchio, i suoi uomini migliori sacrificati. Ma mentre correva il sangue delle stragi c’era chi, proprio in nome dello Stato, dialogava e interagiva con il nemico.
La sentenza di condanna di Palermo, contro l’opinione di molti “negazionisti”, ha provato che la trattativa non solo ci fu ma non evitò altro sangue. Anzi, lo provocò. Come racconta il pm Di Matteo a Saverio Lodato in questa appassionata ricostruzione, per la prima volta una sentenza accosta il protagonismo della mafia a Berlusconi esponente politico, e per la prima volta carabinieri di alto rango, Subranni, Mori e De Donno, sono ritenuti colpevoli di aver tradito le loro divise. Troppi i non ricordo e gli errori di politici e forze dell’ordine dietro vicende altrimenti inspiegabili come l’interminabile latitanza (43 anni!) di Provenzano, la cattura di Riina e la mancata perquisizione del suo covo, il siluramento del capo delle carceri, Nicolò Amato, la sospensione del carcere duro per 334 boss mafiosi.
Anni di silenzi, depistaggi, pressioni ai massimi livelli (anche dell’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano), qui documentati, finalizzati a intimidire e a bloccare le indagini. Ora, dopo questa prima sentenza che si può dire storica, le istituzioni appaiono più forti e possono spazzare via per sempre il tanfo maleodorante delle complicità e della convivenza segreta con la mafia.

Nino Di Matteo

Gli autori. Sostituto procuratore della Repubblica a Caltanissetta e poi a Palermo, Nino Di Matteo è ora sostituto procuratore alla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo. Ha indagato sulle stragi dei magistrati Chinnici, Falcone, Borsellino e delle loro scorte, e sull’omicidio del giudice Saetta. Pm in processi a carico dell’ala militare di Cosa Nostra, si è occupato anche dei processi a Cuffaro, al deputato regionale Mercadante, al funzionario dei servizi segreti D’Antone, e alle “talpe” alla procura di Palermo. Diverse amministrazioni comunali (tra queste Roma, Milano, Torino, Bologna, Genova) gli hanno conferito la cittadinanza onoraria per il suo impegno nella ricerca della verità. È autore dei libri “Assedio alla toga” (con Loris Mazzetti, Aliberti) e “Collusi” (con Salvo Palazzolo, Rizzoli).

Saverio Lodato

Saverio Lodato è tra i più autorevoli giornalisti italiani in materia di mafia, antimafia e Sicilia. Per trent’anni è stato inviato de “l’Unità” in Sicilia e oggi scrive sul sito antimafiaduemila.com. Ha scritto: “Avanti mafia!” (Corsiero Editore); “Quarant’anni di mafia” (Rizzoli); “I miei giorni a Palermo” (con Antonino Caponnetto, Garzanti); “Dall’altare contro la mafia” (Rizzoli); “Ho ucciso Giovanni Falcone” (con Giovanni Brusca, Mondadori); “La linea della palma” (con Andrea Camilleri, Rizzoli); “Intoccabili” (con Marco Travaglio, Rizzoli); “Il ritorno del Principe” (con Roberto Scarpinato, Chiarelettere); “Un inverno italiano” (con Andrea Camilleri, Chiarelettere); “Di testa nostra” (con Andrea Camilleri, Chiarelettere).

L'intervista integrale di Paolo Borrometi per il Tg2000, al sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo, storico magistrato del pool che ha istruito il processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, e autore insieme al giornalista Saverio Lodato del libro "Il patto sporco".

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14 gennaio 2019 1 14 /01 /gennaio /2019 09:13

Accade a Palermo: una miriade di sacchetti di scorie di plastica abbandonati lungo il marciapiedi di una delle vie più importanti della città.
Una lunga teoria di sacchetti ed anche di oggetti singoli, ma più ingombranti, mescolati in un melange di colori con le foglie secche dei platani, inzuppate dalla pioggia.

Maurizio Crispi

Foto di Maurizio Crispi

Accade a Palermo: una miriade di sacchetti di scroie di plastica abbandonati lungo il marciapiedi di una delle vie più importanti della città di Palermo.
Una lunga teoria di sacchetti e di oggetti singoli, più ingombranti, mescolati in un melange di colori con le foglie secche dei platani, inzuppate dalla pioggia.
Ho osservato questo scemio lungo l'asse di via Libertà, nel giorno successivo a quello in cui - nottetempo - è prevista la raccolta differenziata dei rifiuti urbani solidi in plastica (in particolar modo il 4 gennaio mattina).
Sacchetti pieni di rifiuti di plastica, alcuni squarciati, singoli oggetti di plastica voluminosi sparsi lungo il marciapiedi dell'asse viario di via Libertà, quasi che - mentre veniva effettuata la raccolta - gli stessi sacchetti venissero buttati giù ad arte dal camioncino su cui erano stati caricati.
La loro disposizione, infatti, escludeva decisamente il fatto che essi fossero caduti durante la marcia da un camioncino stracarico. Per avallare questa ipotesi i sacchetti e gli oggetti di plastica avrebbero dovuto trovarsi sulla sede stradale, non sul marciapiedi.
Che sia stata una forma di boicottaggio da parte degli addetti dell'azienda preposta?
Insomma, una mano raccoglie, mentre l'altra insozza.
Una vera e propria forma di schizofrenia civica.

Altra causa possibile del malfatto (o misfatto che sia) discende dalla letale commistione di carenza di personale, da utilizzo di mezzi non adeguati e, least but not last, da strafottenza.
Dico questo sulla base di una mia recente osservazione.
Nottetempo, ho sentito dei rumori provenienti dalla mia via e ho guardato dalla finestra.
C'era ferma un camioncino del RAP davanti ad un cancello che dà accesso ad un condominio.
Era al lavoro un unico addetto (oggi, con termine politicamente corretto, dicesi "operatore ecologico", non più "spazzino" o "netturbino", termini entrati nel novero delle parole ingiuriose e per questo desueti) nella veste di factotum, quindi autista ed operatore al tempo stesso.
Con mia somma sorpresa procedeva in questo modo: ha rovesciato il contenuto di un grande contenitore condominiale (era la notte della raccolta organica, in questo caso) sull'asfalto e, quindi, con le mani ha sollevato i singoli sacchetti, lanciandoli nel cassone del camioncino. Tutto ciò che si è sparso per terra, le minuzzaglie, insomma, lo ha lasciato sull'asfalto.
Quindi, quasi allegramente, si è rimesso alla guida ed è ripartito per la prossima tappa.
Non c'è bisogno di altre parole per commentare: credo che ognuno possa trarre le debite conclusioni.

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3 gennaio 2019 4 03 /01 /gennaio /2019 10:12

Il povero gatto, morto sin dal 22 dicembre 2018, ancora giace senza pace e senza sepoltura: siamo al 6 gennaio 2019, e il servizio competente non si è ancora attivato per la sua rimozione, malgrado le numerose segnalazioni da parte dei cittadini residenti e persino da parte dei Vigili Urbani.
Forse quelli dell'azienda preposta aspettano che quel cadaverino sia totalmente mummificato o, meglio ancora, trasformato in polvere, così potranno recitare, quando interverranno troppo tardivamente, parole di requiem: "Polvere alla polvere...".

Aggiornamento sul mio profilo FB del 7 gennaio

Foto di Maurizio Crispi

Occhio che non vede, cuore che non duole.
In questo casa è l'occhio del Sindaco di Palermo, a non vedere il corpicino di un gatto ucciso per strada già da prima di Natale e lasciato lì, per strada, malgrado le numerose segnalazioni da parte dei cittadini residenti.
La RAP di Palermo (RAP S.p.A. – Risorse Ambiente Palermo) si disinteressa: il povero gatto è lì su quel marciapiede almeno dal 22 dicembre 2018. Anzi, prima era sotto il bordo di quel marciapiedi, parzialmente nascosto da un auto posteggiasta: qualche anima gentile si è premurata di issare il corpicino senza vita sul marciapiedi per evitare che venisse scempiato dalle ruote delle auto in manovra alla ricercha di parcheggio.
Siamo in via Lombardia, una delle vie di una delle residenziali della Palermo chic. A solo pochi metri di distanza c'è l'abitazione del Sindaco di Palermo che si vanta di essere alla guida di una città europea, capitale della cultura e dell'accoglienza, oltre che della solidarietà verso i migranti.
Eppure a meno di trenta metri, proprio al di là della strada e del numero civico in cui è domiciliato, c'è quel corpicino morto che ristagna, sempre più spelacchiato e grigio, mentre all'inizio aveva una folta pellicciotta bianconera.
Sono delle piccole note stonate, queste.
E i Vigili urbani che stazionano davanti alla casa del Primo cittadino non mi vengano a dire che loro hanno assolto il loro compito chiamando la linea telefonica dedicata della RAP, per segnalare il caso e chiedendo una pronta rimozione.
E che pertanto la responsabilità della non-rimozione è di quell'ufficio.
Il solito scaricabarile di competenze e di responsabilità, insomma.
Dicono che, a cavallo del passaggio tra il vecchio e il nuovo anno, la RAP sia in agitazione e che non garantisce più i minimi servizi indispensabili: verissimo, a giudicare dei cumuli di monniezza che si stanno accumulando ogniddove, con buona pace della rsaccolta differenziata.
Il fatto è che, come ho già detto altrove, è che quando tutto è burocratizzato e le competenze sono distribuite in maniera rigida a singoli enti pubblici o privati, il cittadino qualunque viene privato della possibilità di attivarsi autonomamente per risolvere i piccoli problemi oltraggiosi della quotidianità.
In questo caso, si è privati dunque della possibilità di attivarsi personalmente, per rimuovere questo animale morto dal luogo in cui giace, armandosi di pala, sacco della spazzatura e - ovviamente - guanti protettivi. Se un cittadino facesse questa lodevole azione (io ci ho pensato, sì, di attivarmi in prima persona) dove dovrebbe poi portare il cadaverino? Non rischierebbe forse di essere ripreso per aver compiuto un'azione illecita e che non gli compete, poichè esiste un'Azienda addetta a tale bisogna? E se, ad esempio, lo portasse in campagna per seppellirlo nella terra o sotto le pietre non rischierebbe forse di essere sanzionato per inquinamento ambientale?
Ma per tornare al punto, S
ono appunto queste le cose, apparentemente piccole omissioni e negligenze, a non farci onore e e ad offuscare tutti gli sforzi di rendere Palermo una città migliore e i riconoscimenti che la nostra città riceve, come testimonia il bellissimo e documentato articolo uscito su L?Espresso, nell'ultimo numero dell'anno.

Oggi, 4 gennaio 2019, il gatto è ancora lì.

Foto di Maurizio Crispi

5 gennaio 2019

Il gatto continua a giacere sul marciapiedi sempre più spelacchiato e tristanzuolo

Foto di Maurizio Crispi. Il gatto morto di Via Lombardia (5 gennaio 2019)

Al 7 gennaio 2019, la situazione è scandolasamente immutata.
E, alla fine, ...tra il l'8 e il 9 gennaio il corpicino è stato finalmente rimosso e il marciapiedi è ritornato libero da quell'inquitante e triste presenza...

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30 novembre 2018 5 30 /11 /novembre /2018 06:59

E' successo oggi.
Di prima mattina, mi seggo sul water per una cacata improrogabile.

Espleto la session rapidamente, in considerazione dell'urgenza dell'appello, tanto che non c'è nemmeno stato il tempo per una breve lettura.
Quando mi alzo, e già ho messo in azione il muscolo detto dagli antichi anatoministi "tersor ani" (vale a dire, più prosaicamente, il tricipite bracchiale), particolarmente implicato - anzi quasi essenziale - nel movimento della nettatura con carta morbida o altri materiali (nel caso di cacate outdoors), il mio I-Phone che era alloggiato nella tasca del cardigan scivola fuori e cade nel water, centrando prima la merda ancora giacente sul piano inclinato e poi cadendo di peseso, senza alcun elegante volteggio nell'acqua... E fortunatamente, ancora non avevo avuto il tempo di azionare lo sciacquone...
Pluff!!!!!!!
Rimango ovviamente esterefatto.
Paralizzato.
Ma l'azione è urgente.
Non si può indugiare.
Ogni attimo è prezioso.
Tuffo a mia volta la mano nell'acqua al fondo del water e tiro su l'I-Phone sgocciolante e tutto imbrattato di m***a. E cominciamo dal fatto che non so come maneggiarlo per non imbrattarmi io mi stesso (e per fortuna si tratta della mia di m***a!).
Il Display è illuminato, stranamente: e cosa mostra?
Mi chiede di cosa ho bisogno... Sapete quella funzione per cui si può dettare un messaggio vocale su alcune questioni specifiche: alcuni sostengono che con questa funzione si può accedere ai dati di un telefono, il cui display sia protetto da una password: sembra quasi ironico che sia il telefono, in questo frangente, a chiedermi di casa ho bisogno...
In questi casi non si sa cosa fare prima: molto opportunamente la carta igienica è finita e non c'è altra a portata di mano.
Cerca di pulire alla meno peggio...
Disastro!
Vado nell'altra stanza a procurarmi dello scottex...
Pulisco, netto, ma non è mai abbastanza...
Mi sembra che il telefono, per quanto faccia, continui a puzzare di m***a.
Sono pieno di trepidazione: funzionerà, non funzionerà?
Mah!
Noto tuttavia che alcuni dei punti di contatti tra esterno e interno, per i vari plug sono stati occlusi dalla m***a.
Dunque nella disgrazia, una fortuna: questo casuale evento, probabilmento ha impedito l'accesso dell'acqua all'interno.
Armato di uno spazzolino cerco di eliminare il materiale che occlude i vari buchi...
Un lavoro davvero certosino e devo fare buon viso a cattivo gioco.
Wow! Sembra che il telefono funzioni...
Mi sono ricordato di una scena di Jurassic Park, in cui alcuni dei protagonisti, in gravi difficoltà perchè le cose nel Parco stanno già andando a rotoli, sentono squillare un telefono: uno di loro (che nel difficile frangente è il leader naturale) corre nella direzione del suono, sperando che sia uno degli altri compagni d'avventura, pure disperso. E invece trova un gigantesco mucchio di cacca dinosauresca. Il suono del telefono viene proprio da lì (segno che il suo possessore è stato mangiato dal T-Rex redivivo). Siccome potrebbe essere una telefonata importante, da cui dipende la loro sopravvivenza, il nostro amico non ha esitazioni: affonda la sua mano nella cacata gigante, ancora fumante, e ci fruga dentro eroicamente (con la forza della disperazione) per afferrare il telefono e per rispondere. Riuscirà nel suo intento: non si tura nemmeno il naso, tanto è in ambasce.
Questo episodio mi ha fatto sorridere.
Uno, perchè ho pensato alla scena di una commedia all'italiana, stile Banfi, in cui un alto ufficiale dell'Esercito, prima di una parata, va in bago - ovviamente, alla turca - per una salutare cacata improgabile. E' in alta uniforme, con tanto di sciabola e fascia azzurra con giummo, piutto sto voluminoso in relazione al suo rango. Alla conclusione si alza dalla scomoda posizione e scopre che il giummo si è imbrattato di cacca. Cerca di pulirlo, ma si porca altre parti della sua sino a prima impeccabile divisa, in un crescendo che suscitaa nello spettatore una carnascialesca e scatologica ilarità.
Due, perchè mi ha fatto pensare, ovviamente, alla Legge di Murphy.
Tre, perchè come dicono molti comentatori accreditati contemporanei, i dispositivi mobili (I-phone, smartphone, tablet e quant'altro) stanno diventando sempre di più delle vere e propie protesi del corpo dei loro utilizzatori: quindi, se uno di questi dispositivi cade nella cacca e ci resta immerso, è il suo stesso prorpietario a sentirsi immerso nella cacca sino al collo.
Fortunamente, questa sensazione non l'ho sperimentata, indice del fatto che ancora sono abbastanza distaccato nell'utilizzo dei dispositivi mobili di comunicazione.

Far cadere il proprio telefono nella cacca, potrebbe essere così un buon test di verifica sullo stato dell'arte.

 

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27 novembre 2018 2 27 /11 /novembre /2018 09:04

«È vero, stava per uccidere un uomo, ma avrebbe anche liberato una donna. La somma algebrica delle sue azioni sarebbe stata uguale a zero. E poi un'altra persona avrebbe liberato lei»

Quarta di copertina

Camilla Lackberg, Donne che non perdonano, Einaudi Stile Libero Big, 2018

Esce in anteprima mondiale per i tipi di Einaudi (Collana Stile Libero Big) - quasi in concomitanza della Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne -  un romanzo di Camilla Läckberg, autrice da venti milioni di copie di libri venduti, che - seguendo la sua più recente vocazione - ha deciso di scrivere una storia fuori dai consueti canoni, avente per temi le donne, la violenza contro le donne e le possibili soluzioni - per quanto estreme possano essere - a queste diverse forme di violenza.
Donne che non perdonano (titolo originale: Kvinnor Utan Nad, nella traduzione di Katia De Marco) si presenta come un romanzo breve e agile, suddiviso in brevi capitoli che, in alternanza, si focalizzano su tre donne ciascuna delle quali patisce una forma diversa di violenza e che, ad un certo punto, sull'onda del movimento mediatico #MeToo decidono di ribellarsi per costruirsi una nuova vita.
Questo racconto lo si può considerare una fiaba noir in cui si racconta di come le donne vittime della violenza maschile possano ribellarsi e riapproparsi delle proprie vite: dico una fiaba poichè propone - sia pure nella cornice di una solidarietà femminile e del principio del mutuo aiuto - una forma di giustizialismo (che, ovviamente, nons arebbe "morale" applicare nella realtà) e anche perchè la storia si conclude con un lieto fine per le tre donne.
Scritto bene, si legge con piacere e riesce ad essere pienamente avvicncente.
Mi sento di raccomandarne la lettura.

 

(Dal sito Einaudi) «Con l’età ho realizzato che ho una voce pubblica e che la gente mi ascolta. Ora voglio usarla per parlare di temi che mi stanno a cuore»
Tre donne: Ingrid, Birgitta e Victoria. Umiliate, offese, disprezzate dai loro compagni ma costrette a vivere al di fuori delle mura domestiche una vita «normale», come se niente fosse. Sullo sfondo una Svezia che sembra guardare distrattamente l’onda del movimento #MeToo, anche se avrebbe molto su cui interrogarsi, come sostiene la stessa Camilla Läckberg nell’intervista rilasciata a D - la Repubblica: «La gente crede che la Svezia sia una società egualitaria. Certo stiamo meglio che da altre parti, ma ancora oggi ci sono il pay gap, molto sessismo e violenza. Una vera vergogna! Nessuna classe sociale è esonerata. La sopraffazione è questione di potere».
Donne che non perdonano parte da qui, da queste tre donne che si sono stancate di subire e hanno il desiderio di vendicarsi. Ingrid è la moglie di un famoso direttore di giornale: ha sacrificato la propria carriera per quella del marito che, oltretutto, la tradisce. Victoria è una donna russa a cui hanno ucciso l’ex compagno gangster davanti ai suoi occhi e che ora si ritrova prigioniera di un ubriacone obeso che la tratta «come una bambola gonfiabile capace anche di cucinare e tenere pulita la casa». Infine c’è Birgitta, la dolce maestra apprezzata da tutta la comunità che deve combattere contro una malattia trascurata a causa delle violenze costanti del marito. Le tre storie «...si intrecciano in un crescendo di suspense e violenza fino a culminare in un finale sorprendente e liberatorio» (Mara Accettura,«D - la Repubblica»).

Camilla Läckberg

L’autrice, una vera star internazionale i cui precedenti romanzi hanno ispirato anche una serie tv, non nasconde che il suo ultimo lavoro non è solo un thriller ma anche un libro impegnato sulla solidarietà femminile, che deve far riflettere: «Con l’età ho realizzato che ho una voce pubblica e che la gente mi ascolta. Ora voglio usarla per parlare di temi che mi stanno a cuore» (Camilla Läckberg, intervistata da Mara Accettura, D – «la Repubblica»).

 

Donne che non perdonano è «femminista e femminile, con le Donne che non perdonano è «femminista e femminile, con le protagoniste filtrate dalla divertita e commossa partecipazione della giallista. Prima lascia emergere le sofferenze, poi si staglia l’attimo preciso dell’”Adesso basta!”, infine arriva un sadico divertimento che aumenta di pagina in pagina» (Piero Colaprico, «la Repubblica»).

Piero Colaprico, «la Repubblica»

Leggi (o scarica) il file con i primi capitoli

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10 novembre 2018 6 10 /11 /novembre /2018 07:45
Locandina di Love (2015) di Gaspar Noè

 “Love” è un film erotico-esistenziale del 2015 scritto, diretto, prodotto e montato da Gaspar Noé, un regista di origini argentine che da tempo si è stabilito in Europa e autore di una filmografia, il cui filo rosso è stato definito come "il cinema del corpo", con immagini e rappresentazioni che vogliono illustrare senza veli e senza pudori la realtà fisica dei protagonisti.

Il film è incentrato sulla vita del giovane Murphy, studente americano in una scuola di cinema a Parigi, e della sua ex-fidanzata Electra, che Murphy ha frequentato per due anni (all'insegna di una passione amorosa senza mezzi termini e senza compromessi, totale e coinvolgente), prima di tradirla con  Omi, loro vicina di casa, rimasta poi incinta.

La gravidanza inaspettata di Omi pone fine - con grande astio da parte di Elektra - alla storia d'amore tra i due, intensa pur se anticonformista. Per Elektra, infatti, il deragliamento di Murphy è stato un tradimento imperdonabile, perchè - per accordo condiviso nel progetto di realizzare una fantasia comune - Murphy e Elektra avevano scelto  proprio Omi come partner sessuale in un terzetto trasgressivo che desse corpo e sostanze alle loro fantasie.
Qualche tempo dopo Murphy, infrangendo il codice di comportamento vigente in questi casi e approfittando di una momentanea assenza di Elektra, ha incontrato Omi per un rapporto esclusivo: da qui la percezione dell’imperdonabile tradimento da parte di Elektra.
Un giorno come tanti Murphy, quando è già diventato padre da due anni e si sente inscatolato in una routine familiare che non gli appartiene riceve una telefonata da Nora, la madre di Electra, che gli chiede se ha delle informazioni su sua figlia, dato che lei non ne riceve da diverso tempo.
Così il protagonista inizia a ripercorrere nella memoria la sua turbolenta e sregolata vita sentimentale con Electra, incluse le numerose trasgressioni di droga e di sesso che hanno compiuto assieme, alla ricerca del proprio piacere e per rafforzare il senso della condivisione e della complicità nel rapporto di coppia.
"Love" è decisamente un bel film che dimostra come si possa realizzare un’ottima cinematografica erotica senza veli e di qualità, abbinando assieme i temi dell’erotismo e gli stilemi del dramma essitenziale, in cui il protagnista intrappolato in una routine di vita nella quale non si riconosce più idealizza quel rappoerto amoroso del passato come fosse attinente ad una dimensione edenica ormai irrevocabilmente perduta.
Il film, inoltre, presenta senza pudore e senza veli alcuni trend contermporanei nei costumi sessuali, di una sessualità che, se da un lato continua a valorizzare i rapporti di coppia, dall’altro tende a diventare sempre più “liquida” e trasgressiva, ma sempre per far ritorno al "santuario" della coppia che anzi verrebbe ad essere rafforzata dalle trasgressioni condivise: è questo il senso della scena di sesso a tre oppure della frequentazione da parte dei due protagonisti di un locale scambista al quale i due approdano per consiglio di un commissario di polizia (davanti al quale Murphy è stato portato per via delle sue pbbliche intemperanze in preda alla gelosia nei confronti di Elektra), in modo tale da poter stemperare in una situazione di scambio di partner, condivisa ed esplicita, gli assalti e gli effetti della possessività esclusiva. Ma - come risulto essere in una comunità utopica del XIX secolo il cui fondatore aveva abolito il principio del rapporto di coppia esclusivo, considerato la causa della gelosia che finiva con l'avvelenare ed inquinare tutte le relazioni sociali, sostenendo viceverso il principio della promiscuità, assunta a regola di vita, la gelosia finisce sempre con il far la sua ricomparsa malgrado la "cura".
In questo senso “Love” è, a tutti gli effetti, un documento sul nostro tempo e delle derive contemporanee delle pratiche della sessualità cosiddetta "trasgressiva" che costiuisce certamente una delle forme di "sdoganamento" del Porno nella vita quotidiana, ponendo questo genere - o attitudine - entro i limiti posti dallo psichiatra e psicoterapeuta statunitense Robert J. Stoller che si è occupato di ciò in un uno studio di grande interesse, Il Porno. Miti per il XX secolo (Feltrinelli, 1993), opera fondamentale per la comprensione di alcune radici del fenomeno. In questo senso, siamo di fronte ad un'opera che testimonia efficacemente del processo illustrato nei numerosi saggi critici che compongono il volume "Il porno espanso: dal cinema ai nuovi media" (a cura di Enrico Biasin, Giovanna Maina, Federico Zecca, Mimesis, 2011).
Il lungometraggio, inolte, è come altri prodotti cinematografici d'avanguardia, un esempio notevole del fenomeno avanzato di "normalizzazione" dei linguaggi del Porno, cioè dell'abbattimento dei recinti dentro cui la rappresentazione pornografica stava racchiusa e che faceva sì che qualsiasi scena disesso esplicito oppure la visione integrale dei corpi dei protagonista, portassero immediatamente all'etichettatura di "pornografico" e facessero immediatamente scattare la repressione censoria.

Il film, che di recente è stato incluso nel portale Netflix, è stato presentato per la prima volta il 20 maggio 2015 al Festival di Cannes, mentre è stato distribuito nelle sale francesi dal 15 luglio dello stesso anno.
In Italia è stato presentato il 14 gennaio 2016 a Torino, durante il festival internazionale di cinema erotico Fish&Chips Film Festival.
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4 novembre 2018 7 04 /11 /novembre /2018 08:24
Rachel Carson, Primavera silenziosa (Silent Sspring), Feltrinelli

C'è un mercatino bio vicino a casa mia. Ogni sabato mattina.
Sin dall'inizio e per tutta la mattina c'è un flusso continuo di persone che vanno a fare la spesa.
Sono felici quando arrivano, festosi quasi, e sono felici quando vanno via, con un'epsressione di soddisfazione dipinta in volto.
Hanno la certezza di avere acquistato roba genuina.

Ma sarà poi vero? Io non so, personalmente.
So per certo tuttavia che il mondo non può essere diviso a comparti.
Se un agente inquinante è diffuso nell'ambiente, può arrivare molto lontano dal punto di immissione sia attraverso l'aria, sia con l'acqua, sia per mezzo di una serie di altri vettori che entrano a far parte della piramide alimentare degli esseri viventi.
Lo ha detto questo Rachel Carson nel suo "Primavera Silenziosa" (Silent Spring), opera di tutta una sua vita e presto divenuto un libro di culto considerato un vero e proprio manifesto seminale dell'ambientalismo.
Chi coltiva prodotti bio non può isolarsi con le paratie stagne dal resto di un mondo inquinato e quindi...
Rimane tuttavia il fatto che coloro che comprano e acquistano prodotti bio sono animati da una fede incrollabile che il sogno di un mondo incontaminato sia realizzabile ancora oggi.
E vanno avanti convinti che prodotti che incarnano la purezza edenica originaria siano tutt'ora accessibili.
E' per questo che sono felici quando comprano e mangiano prodotti bio.
La loro è una credenza, una fede, una religione.
Buon per loro, perchè così riescono ad essere felici.
Ma è una felicità, la loro, che si alimenta grazie ad un'illusione. Ciò nondimeno, è felicità: e la ricerca della felicità, anche al prezzo del vivere con delle illusioni, va rispettata.

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11 ottobre 2018 4 11 /10 /ottobre /2018 08:47
Il pacco di Cristiano Ronaldo e la fabbrica della pubblicità

Credo che la fabbrica della pubblicità abbia ormai di molto superato i limiti del buon gusto e il senso della misura.
Siamo bombardati in continuazione da aggressioni pubblicitarie, con tutti i mezzi possibili.
E quelli più fastidiosi sono quelli visuali.
E se non si guarda la telvisione, ripiegando su forme di di fruizione televisione del tutto sterilzzate rispetto ai messaggi pubblicitari (come, ad esempio, Netfix), quando ci si muove in giro ci si devono sorbire i messaggi della cartellonistica stradale, in fomato enorme oppure in in dimensioni piccole ma ripetute sino all'ossessione.

Per esempio, vorrei sapere cosa ci dovrebbe importare del messaggio pubblicitario in cui si vede Cristiano Ronaldo che si mostra con il pacco fasciato da un paio di mutande d'autore, espressione tra l'altro del fenomeno della cosidetta "ronaldomania".
Di Cristiano Roanldo non so nulla, nè tanto meno me ne frega nulla di lui.
Perchè io, libero cittadino, devo avere inflitta la pena di vedere in tutte in le salse questa foto?
E propinare questo tipo di pubblicità è anche un modo di sminuire la capacità di giudizio dei possibili fruitori dei quali i pubblictari "creativi" presumono che possano voler acquistare un qualsivoglia articolo, solo perchè ad esso è stato abbinato il volto, gli addominali scolpiti (e il pacco) di Cristiano Rolando.
Sarei lieto che tutta la pubblicità venisse abolita: sarebbe sicuramente un modo per abbattere le spese e per ridurre i costi.
Fessi coloro che abboccano alla seduzione pubblicitaria e che nei loro acquisti si fanno guidare da questo pesante condizionamento.

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20 settembre 2018 4 20 /09 /settembre /2018 08:22
Sulla mia pelle (Cremonini, Italia, 2018)

Visto su Netflix.
"Sulla mia pelle" è il coraggioso film sugli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi, morto nell'Ospedale protetto Sandro Pertini di Roma, dopo essere stato arrestato per possesso di sostanze stupefacenti ed essere stato "interrogato" da coloro che lo avevano tratto in arresto con brutalità sommaria. Il film è stato realizzato da Alessio Cremonini e prodotto da Andrea Occhipinti e Lucky Red.
Un film di denuncia (compressa, perché l'iter giudiziario è ancora in corso) sulle solitudini carcerarie e sul modo in cui il sistema (a partire dalla detenzione preventiva) possa di fatto sequestrare in maniera totale ed irrevocabile il corpo e la mente di coloro che vi entrano: istituzione totale e depersonalizzante, in cui anche i più elementari diritti - compresi quelli dei familiari - vengono cancellati con boria e tracotanza.
Il film termina con la morte solitaria del protagonista.
Dell'iter giudiziario nel film si parla poco, se non in poche note asciutte in sovraimpressione sullo schermo, prima che scorrano i titoli di coda.
Colpisce il dato finale della posizione che occupa Stefano Cucchi nell'elenco degli oltre 170 morti all'interno del sistema carcerario nel corso dell'anno della sua scomparsa.
E' un film duro e che fa soffrire istante per istante, ma che - malgrado questa sofferenza - tutti dovrebbero vedere per farsi delle idee e porsi degli interrogativi.
E questo è importante, a prescindere del fatto se Stefano Cucchi fosse più o meno colpevole: e, infatti. Cremonini ha scelto la strada di non cadere nella retorica buonistica, presentando Cucchi con tutte le sfaccettature della sua personalità, comprese le molte ombre.
Un film di denuncia dunque e che dovrebbe sollecitare a far sì che fatti del genere - come quello di Aldovrandi - non debbano più verificarsi: e che sopratttto si possano prevenire derive di violenza da parte delle istituzioni nei confronti di cittadini indifesi (anche nel caso che siano colpevoli di qualche reato), l'ottusità delle burocrazie e le insensibilità degli operatori della giustizia e del sistema penitenziario, combattendo anche la tendenza a far finta - per quito vivere - di non vedere ciò che è evidente.
La cosa interessante è che sulla base del passaparola si sono creati nelle piazze italiane dei momenti di aggregazione spontanea per la visione collettiva e pubblica del film che, essendo di produzione Netflix, avrebbero dovuto essere fruito solo privatamente: e questo è stato un fenomeno di grande rilevanza che ha dato la misura di quanto il ricordo delle ingiustizie subite da Stafano Cucchi sia ancora vivo e di quanto, di fronte a fatti di tale gravità, si possa sentire il bisogno di essere uniti e solidali.

Luca Moretti e Toni Bruno, Non mi uccise la morte. La storia di Stefano Cucchi assassinato due volte dallo Stato Italiano, Castelvecchi, 2014

Il film si pone al culmine di una serie di inziative, promesse prima dai familiari di Stefano Cucchi e dalla sorella Ilaria, in particolare, con grande coraggio e determinazione, poi riprese ed amplificate dall'ACAD (Associazione Contro gli Abusi in Divisa - onlus) che, con il suo attivismo, ha contribuito a varare un'importante inizativa editoriale. Si è trattato del volume a più voce, comprendente anche una graphic novel,  dal titolo "Non mi uccise la morte. La storia di Stefano Cucchi assassinato due volte dallo Stato italiano" (edito da Castelvecchi nel 2019 e rilanciato con una nuova edizione nel 2014, arricchita con lo scritto di Cristiano Armati sulle vittime della "legalità").
Il volume, curato da Luca Moretti e da Toni Bruno, ha tentato di ripercorre gli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi e riporta anche gli agghiacianti documenti fotografici del post-mortem di Stefano Cucchi e quindi dopo questo "diario di bordo" doloroso, scritto da Luca Moretti) segue la graphic novel che, disegnata da Toni Bruno, che si può considerare a tutti gli effetti un "precursore" dello story telling cinematografico sul "Caso Cucchi".

(12.10.2018) E' recentissima la notizia che finalmente uno dei Carabinieri implicati avvenuti nella Stazione dei Carabinieri Casilina di Roma, Francesco Tedesco, abbia cominciato a raccontare la verità di quel pestaggio e del fatto che gli altri due colleghi presenti gli avessero chiesto di mentire e di omettere.
C'è da chiedersi quanto abbia inciso in questo ripensansamento e nell'attivazione di di un intenso conflitto morale l'ampia risonanza che ha avuto il film di Cremonini.
La sorella di Stefano Cucchi, Ilaria, che di recente è stata fortemente impegnati in presentazioni della pellicola di cCremonini e in pubblici dibattiti, ha detto: "Finalmente abbiamo vinto la nostra battaglia".

 

(da www.mymovies.it) L'ultima settimana nella vita di Stefano Cucchi è un'odissea fra caserme dei carabinieri e ospedali, un incubo in cui un giovane uomo di 31 anni entra sulle sue gambe ed esce come uno straccio sporco abbandonato su un tavolo di marmo. Alessio Cremonini ha scelto di raccontare una delle vicende più discusse dell'Italia contemporanea come una discesa agli inferi cui lo stesso Cucchi ha partecipato con quieta rassegnazione, sapendo bene che alzare la voce e raccontare la verità, all'interno di istituzioni talvolta più concentrate sulla propria autodifesa che sulla tutela dei diritti dei cittadini, sarebbe stato inutile e forse anche pericoloso.
Cremonini sposa il racconto della famiglia Cucchi e la loro denuncia di un pestaggio delle forze dell'ordine come causa principale della morte del detenuto affidato alla loro custodia, e anche se non ci mostra direttamente la violenza ce ne illustra ampiamente le conseguenze.
La sua narrazione è imbavagliata e compressa, un po' perché l'iter legale è tuttora in corso, un po' perché questo è un modo efficace per rappresentare il tunnel in cui Cucchi è entrato, le pareti sempre più strette intorno al suo corpo martoriato, fino alla scena in cui la testa di Stefano è letteralmente incastrata fra due supporti che sembrano una morsa, uno strumento di tortura medievale. Intorno a lui si muove un universo magmatico e incolore fatto di rifiuti e ostruzionismi, di autorizzazioni non concesse e responsabilità non assunte, di ottusa burocrazia e di ipocrisia travestita da rispetto delle regole.
Cremonini sceglie di non fare di Cucchi un santino, anzi, ne illustra bene le debolezze e le discutibili abitudini di vita. Stefano acconsente alla propria odissea perché si vive come una "cosa da posare in un angolo e dimenticare": e perciò minimizza, non si fa aiutare, non cerca di rendersi simpatico, alle autorità come al pubblico. Ma è proprio sull'anello debole della catena che si misura la solidità di un sistema democratico, e giustizia, carcerazione e sanità dovrebbero comportarsi correttamente a prescindere dalla stima che nutrono per i soggetti affidati alla loro tutela.

Luca Moretti e Toni Bruno, Non mi uccise la morte, Castelvecchi, Edizione 2010

(dal risguardo di copertina del volume di Luca Moretti e Toni Bruno) La notte del 15 ottobre del 2009, il giovane geometra Stefano Cucchi viene fermato da una pattuglia dei Carabinieri nei pressi del Parco degli Acquedotti di Roma e trovato in possesso di una piccola quantità di hashish. I militari, dopo aver perquisito l'abitazione di Cucchi, arrestano il ragazzo e lo portano in caserma. Al momento dell'arresto - contrariamente a quanto si è sostenuto Stefano gode di ottima salute e frequenta quotidianamente un corso di prepugilistica. Il giorno dopo il suo arresto, processato per direttissima nel tribunale di piazzale Clodio, ha il volto segnato ma sta ancora bene. Quello è l'ultimo momento in cui i genitori di Stefano Cucchi hanno la possibilità di vedere loro figlio. Perché, una volta condotto nelle celle di sicurezza del tribunale e, da lì, nella sezione penale dell'ospedale Sandro Pertini, Stefano Cucchi emergerà dall'incubo in cui è precipitato soltanto grazie a una serie di immagini raccapriccianti: gli occhi incavati e la mascella rotta come uniche testimonianze di un trattamento crudele e disumano. "Decretato" morto la mattina del 22 ottobre, Stefano Cucchi da quel momento in poi diventa il simbolo dei diritti negati e dei tanti - troppi - omicidi commessi nelle carceri, sotto la tutela dello Stato. "Non mi uccise la morte" racconta con partecipata sofferenza gli ultimi giorni di vita del ragazzo e, con coraggio, squarcia il velo di omertà che è sembrato calare su un caso che ha commosso l'Italia.

 

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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