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10 aprile 2013 3 10 /04 /aprile /2013 06:15

Tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare. A Palermo, un convegno-seminario sulle disabilità viene organizzata in un luogo (Maurizio Crispi) Si è svolto a Palazzo Steri a Palermo, il 7 aprile 2013, il convegno-seminario sui temi della disabilità, dal titolo "Diverso da chi? Riflessioni ed esperienze dal mondo della disabilità", organizzato dal Goethe Institut di Palermo e dall'Università degli Studi di Palermo.
Il convegno si era annunciato (come era evidente, analizzandone il programma) come un luogo di discussione di temi importanti con l'apporto di molti ed originali contributi, come poi è stato.
Erano stati invitati i rappresentanti di alcuni associazioni di diversamente abili e di organizzazioni del Volontariato per mettere a confronto le rispettive esperienze. 
L'interesse del programma è, poi, stato confermato dalla ricchezza effettiva degli interventi e dalla vivacità del dibattito.
A rendere più vivo e affollato l'incontro è stato il fatto che la partecipazione avrebbe garantito ai partecipanti, se studenti universitari di diverse facoltà dell'Ateneo palermitano, un credito formativo.
E, quindi, proprio a causa di ciò, l'aula era davvero gremita di pubblico.
Era chiaro che molti degli studenti fossero venuti solo per ottenere il credito formativo, ma anche questi sono modi con cui si fa crescere la cultura e la conoscenza sui temi della disabilità.

Già, la cultura sui temi della disabilità e delle diversità...!
E da 30 anni che a Palermo, grazie all'impegno e alla dedizione di alcuni rappresentanti di Associazioni delle Disabilità, si dibattono questi temi e si cerca di mantenere viva l'attenzione di chi ha il potere decisionale perchè promuova leggi e attui normative.
Ma che dico trent'anni? Saranno 40 o forse anche di più!
Tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare. A Palermo, un convegno-seminario sulle disabilità viene organizzata in un luogo In quest'ambito, l'attenzione deve essere sempre elevata e la guardia va mantenuta costantemente alta, perché - specie di questi tempi di ristrettezze di budget - basta un colpo di spugna per cancellare alcune garanzie e sospendere l'applicazione di alcune normative. 
L'iniziativa è stata lodevole, ma su una cosa gli organizzatori hanno fallito, scivolando in verità su di una molto banale - e non solo metafisica - buccia di banana.
Hanno ceduto alla lusinga del luogo prestigioso, scegliendo come sede del convegno Palazzo dello Steri, risalente al XV secolo e sede del Rettorato dell'Ateneo Palermitano e, in particolare, hanno ottenuto come location la splendida Sala delle Capriate, anzichè valutare l'opportunità d'una sede - magari non altrettanto prestigiosa - ma funzionale all'obiettivo di rendere il luogo del convegno accessibile sia normalmente abili sia ai diversamente abili. Laddove, rivolgendosi al Comune di Palermo, avrebbero potuto disporre di luoghi "normalmente" accessibili ai disabili, spaziosi a sufficienza per accogliere un pubblico vasto ed attrezzati per le eisgenze di un convegno.
La Sala delle Capriate, ubicata al terzo piano dell'antico palazzo chiaramontano non è direttamente raggiungibile con i moderni ascensori e, per accedervi, bisogna usare le scale per passare dal secondo al terzo piano.
E' stato così che alcuni dei diversamente abili intervenuti hanno dovuto essere trasportati a forza di braccia su per una fuga di gradini stretti e dalle alzate di tutto rispetto.
Poi, dopo il danno, anche la beffa...
Infatti, il padrone di casa, in rappresentanza degli organizzatori, ha reso noto che poiché s'era verificata un'imprevista affluenza di pubblico, e non essendo la Sala delle Capriate idonea a sostenere un simile afflusso, bisognava pertanto confluire nella Sala delle Armi, ubicata al piano terra.
E, così, i disabili che, con tanta e fatica e sudore, erano stati trasportati a braccia hanno dovuto riprendere la via delle scale.
Poi, il convegno-seminario è andato benissimo e i contenuti esposti sono risultati di grande interesse.
Tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare. A Palermo, un convegno-seminario sulle disabilità viene organizzata in un luogo Ma è stato sufficiente un dettaglio di mala organizzazione a suscitare un interrogativo legittimo.
Un'iniziativa di questo tipo è stata intrapresa per motivi filantropici o piuttosto soltanto per esigenze di vetrina (cavalcando un argomento che suscita interesse sociale)?
E, in questa seconda ipotesi, se la motivazione più profonda era la "vetrina", non si potrebbe giustamente pensare che la scelta del Palazzo dello Steri come sede del seminario appropriata e prestigiosa fosse stata motivata dalle tali esigenze più che dell'attenzione alla funzionalità e al rispetto di quanti -  disabili o anziani - avrebbero dovuto confrontarsi con delle barriere architettoniche?
Lascio aperta la domanda ad eventuali risposte.
 

 

In ogni caso, una mossa falsa come questa solleva dei seri dubbi circa il fatto che proprio chi ha organizzato non sia stato capace di attenersi ad un'assodata e chiara "cultura sulle disabilità".

 

 

Tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare. A Palermo, un convegno-seminario sulle disabilità viene organizzata in un luogo

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21 marzo 2013 4 21 /03 /marzo /2013 08:35

Per lo sviluppo degli interventi sociali sulle disabilità occorrono razionalizzazione, pianificazione e crescita culturaleSi è svolto il 14 febbraio 2013 a Caltanissetta, presso il CEFPAS, un convegno di studi sulle disabilità, promosso dalla Federazione Italiana per il Superamento dell'Hanfdicap (FISH).

Salvatore Crispi, Responsabile del Coordinamento H per i diritti delle persone con persone con disabilità nella Regione Siciliana - Onlus, fa il punto della situazione e riferisce in sintesi dell'andamento dei lavori.
 

 

(Salvatore Crispi) Nel Convegno svoltosi il 14 febbraio c.a., promosso dalla Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap (FISH) e dal Coordinamento H fra le Associazioni che tutelano i diritti delle persone con disabilità nella Regione Siciliana - Onlus, nell’ambito del Progetto “A difesa dei diritti - interventi di sostegno della capacità di tutela dei diritti delle Associazioni delle persone con disabilità” (L. 328/2000 - annualità 2011 - Lettera D) è emersa la necessità che per attuare concretamente, nello spirito e nella lettera, l’ampia, puntuale e precisa legislazione sull’area della disabilità e del sociale in genere, ci deve essere l’impegno da parte di tutti per una crescita culturale della società.

 

Non si comprende, infatti, perché le vigenti normative che, se attuate, potrebbero consentire di offrire alle persone e, in particolar modo, ai cittadini con disabilità e fragilità delle condizioni di vita migliori e con servizi di qualità non vengono applicate introducendo il sistema da esse voluto che avvierebbe un processo affinché le modalità sul territorio possano essere sempre più rispondenti alle esigenze delle persone.

 

La razionalizzazione degli interventi e delle risorse umane ed economiche è un principio base su cui si deve fondare il principio che le erogazione dei conseguenti servizi devono avere caratteristiche di efficacia ed efficienza, trasparenza, qualità ed economicità.

 

In questo quadro forse bisogna sottolineare che la mancata crescita culturale può essere a volte, o spesso, un alibi per non attuare a pieno le normative e per continuare a non avere quella visione organica e globale dei problemi per permettere ancora l’emanazione e l’attuazione di provvedimenti settoriali che favoriscono il permanere di incrostazioni che si sono formate nel tempo sul territorio e nei vari ambiti, ma che configgono con interessi collettivi e, soprattutto, entrano in competizione con la filosofia, la lettera e lo spirito, delle stesse normative.

 

In sostanza è indispensabile che dalla legislazione attuale nasca un programmazione coerente che consenta di avviare dei processi virtuosi che abbiano come capisaldi, come per esempio l’integrazione socio-sanitaria, o l’integrazione scolastica, ecc.

 

Esiste, tuttavia, una complessiva scarsa crescita culturale, sia nella terminologia sia nell’organizzazione della Pubblica , che preferisce una superficiale “contabilità” rispetto ad un efficace ed efficiente modalità di interventi che, anziché a reali risparmi, si porta dietro come conseguenza un notevole esborso di denaro ed una minore efficienza nei servizi da erogare alla cittadinanza che non rispecchiano le stesse normative. 

 

Il primo esempio riguarda proprio i docenti specializzati a sostegno dell’integrazione scolastica degli alunni con disabilità.

  

Il TAR, infatti, ha emesso numerose sentenze con cui la Pubblica Amministrazione viene condannata al risarcimento di 1.000,00 (mille/00) per ogni mese in cui il docente specializzato è stato assente più, ovviamente, le spese di giudizio.

 

Per lo sviluppo degli interventi sociali sulle disabilità occorrono razionalizzazione, pianificazione e crescita culturaleQueste cifre inducono alla riflessione, poiché le stesse somme che lo Stato deve erogare in maniera forzosa potevano essere impiegate a monte per offrire, per altro secondo le normative, docenti specializzati fin dall’inizio dell’anno scolastico e a parità di spesa, anzi, forse, con qualche risparmio senza, per altro, essere costretti a rimborsare o a resistere in un’azione giudiziaria che è sempre, comunque, un contro senso in una società civile, che deve sempre tutelare e rispettare i diritti. 

 

Altro esempio per cui ci si adagia sulla ridotta e/o mancata crescita culturale è la vicenda di Oscar Pistorius, poiché tutti gli organi di informazione parlano (o scrivono) di lui, indicandolo con un'ossessiva stereotipia linguistica come “campione paralimpico” in modo tale che questo termine viene confuso con la parola “paralitico” (termine anacronistico e desueto, nonchè improprio, che ci riporta indietro di decenni), se non addirittura designandolo tout court come "atleta paralitico".

 

Sarebbe, invece, più corretto “parlare” di Pistorius come campione dello sport che per la sua disabilità affronta le diverse specialità dell’atletica leggera in cui si cimenta nell’ambito delle manifestazioni dedicate agli sport paralimpici.

 

Su questo filone un giornale locale “Il Giornale di Sicilia” dando notizia di spazi che l’Amministrazione Comunale di Palermo vuole mettere a disposizione dei ragazzi con disabilità per praticare dello sport ha scritto di “sport paralitici”!.

 

Il substrato di crescita culturale, insomma, si deve creare in due direzioni: la prima riguarda, sicuramente, la possibilità di avere una visione organica e globale della collettività che si porta dietrol’attuazione e la piena comprensione dell’attuale legislazione per una coerente ed omogenea programmazione sul territorio dei servizi e dei sostegni da offrire ai cittadini, soprattutto a quelli con maggior fragilità.

 

La seconda riguarda una maggiore attenzione, ricerca e comprensione nella terminologia usata e negli accertamenti quotidiani che devono anch’essi crescere, adeguandosi ai tempi ed alle esperienze già vissute

 

Salvatore Crispi, 

Responsabile del Coordinamento H per i diritti delle persone con persone con disabilità

 

 

 

Per lo sviluppo degli interventi sociali sulle disabilità occorrono razionalizzazione, pianificazione e crescita culturale

 


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21 febbraio 2013 4 21 /02 /febbraio /2013 11:07

Giornata su Disabilità e Diritti a Caltanissetta, il 14 febbraio 2013. Ecco una carrellata sugli interventi più significativi e il bilancio complessivo della giornata di lavoriIl 14 febbraio 2013, si è svolta a Caltanissetta, nell'aula Garsia del CEFPAS la "Giornata su Disabilità e Diritti", un'iniziativa prevista dal progetto "A difesa dei diritti - Interventi di sostegno delle Capacità di Tutela dei diritti delle Associazioni delle persone con disabilità - Legge 383/2000 - Annualità 2011 Lettera d)".

La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità ha trovato in Sicilia, con l'emanazione del Piano Triennale sulle Politiche per le Persone con Disabilità e con il PSR 2011-2013 uno spazio di applicazione ottimale. Il problema siciliano é che, comunque, le buone norme emanate in questo ambito non sono applicate. Alla luce di ciò c'è bisogno che si prenda coscienza che bisogna tutelare i diritti dell epersone con disabilità e, quindi, attivare tutti gli strumenti per dare una risposta efgficace ai bisogni delle persone.

La giornata si è articolata tra interventi di relatori e una tavola rotonda in una prima sessione di lavori.
Dopo una breve pausa pranzo i lavori sono proseguiti, ma il programma pomeridiano non ha potuto essere rispettato del tutto, a causa dell'assenza di alcuni degli interlocutori invitati, tra cui alcuni esponenti politici e i rappresentanti delle organizzazioni sindacali che hanno dato forfait senza giustificazioni, malgrado l'invito inoltrato loro tempestivamente. Del pari ben poco rappresentati sono stati gli esponenti delle ASP.
Di seguito, un resoconto dettagliato della Giornata di lavoro e di confronto sia per quanto riguarda il contenuto delle singole relazionii sia per ciò che concerne un suo bilancio complessivo, scritto da Salvatore crispi, responsabile del Coordinamento H fra le Associazioni che tutelano i diritti delle persone con disabilità nella Regione Sicilia
- Onlus

 

(Salvatore Crispi) Il programma della mattinata del Convegno del 14/02/2013, che si è svolto al Centro per la Formazione Permanente e l’Aggiornamento del Personale del Servizio sanitario (CEFPAS) è stata coordinato da Angela Maria Peruca, portavoce regionale della Sicilia del Forum del Terzo Settore.

 

Michele Ricotta, Direttore Generale del CEFPAS, nel porgere i suoi saluti e nell’augurare ai relatori ed ai partecipanti al Convegno proficui lavori, ha assicurato la continuazione dell’intensa collaborazione con gli Organismi del Terzo Settore, con l’organizzazione di eventuali corsi di formazione e di aggiornamento sulla disabilità, ma anche su ambiti specifici di essa.

 

Giornata su Disabilità e Diritti a Caltanissetta, il 14 febbraio 2013. Ecco una carrellata sugli interventi più significativi e il bilancio complessivo della giornata di lavoriSalvatore Crispi, Presidente del Coordinamento H fra le Associazioni che tutelano i diritti delle persone con disabilità – Onlus, ha illustrato il programma del Convegno ed i relatori della mattinata auspicando che dai lavori della giornata potessero scaturire degli stimoli affinché si prospetti al Governo Regionale d alle sue forze politiche la necessità dell’attuazione delle normative vigenti sull’area della disabilità in Sicilia per un sostanziale avvio di un processo per incrementare la qualità dei servizi sui territori per  migliorare la vita quotidiana delle persone con disabilità.

 

Pietro Barbieri, Presidente della Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap (FISH) e portavoce del Forum del Terzo Settore nazionale, dopo aver illustrato i contenuti della Convenzione Internazionale dell’ONU sui diritti delle persone con disabilità, che è stata recepita dall’Italia con un atto legislativo del Marzo 2009, ha sottolineato che, per una corretta applicazione dell’ottima legislazione già vigente sull’area della disabilità e del sociale in genere, è indispensabile una contestuale crescita culturale della società.

 

Rosario Fiolo, Vice-presidente della Fondazione Odigitria ha sottolineato le ottime normative, a partire dal Piano triennale per le persone con disabilità della Regione Siciliana e dal Piano Regionale Sanitario – Piano della Salute, devono essere attuate al più presto, nella lettera e nello spirito e, contestualmente, è necessaria quella crescita culturale che impedisca di fornire alibi per provvedimenti e/o interventi che non siano scaturiti da una programmazione organica e globale.

 

Francesca Moccia, Vice-segretaria Nazionale di Cittadinanzattiva ha illustrato l’attività dell’Organizzazione a favore dei cittadini, in particolar modo per le persone con disabilità, soprattutto per quanto riguarda il riconoscimento dell’invalidità, dell’accertamento dell’handicap e dell’integrazione scolastica. 

 

Manuela Mantineo, Dirigente d’Italia Lavoro ha illustrato le attività dell’Ente del mondo del lavoro con particolare riguardo all’inserimento lavorativo delle persone con disabilità; sotto questo aspetto si sta provvedendo ad attivare un Protocollo di intesa con la Regione Siciliana per sviluppare, ancora più intensamente, il processo di integrazione lavorativa che, in qualche modo, è applicato in quasi tutte le Province dell’Isola e, soprattutto, a Catania e nella sua Provincia.

 

Edoardo Barbarossa, esperto sull’area della disabilità, ha sottolineato come sia necessaria un’applicazione corretta della legislazione esistente ed ha riferito di un’audizione che con altre persone ha avuto con la II Commissione Legislativa Permanente dell’Assemblea Regionale Siciliana, nel corso della quale ha suggerito di istituire all’interno del Bilancio della Regione Siciliana un Capitolo unico per convogliare tutte le somme disponibili a favore dell’area della disabilità e del sociale in genere.

 

Si è poi svolta la Tavola rotonda prevista con le Associazioni, durante la quale si  è dovuta registrare l’assenza degli Assessori della Regione Siciliana per la Salute e della Famiglia, delle Politiche Sociali e del Lavoro.

 

Complessivamente le Associazioni intervenute hanno unitariamente sottolineato come anche dal proprio versante sia indispensabile utilizzare tutti gli strumenti messi a disposizione dalla normative per realizzare sul territorio i servizi necessari elevando contestualmente la qualità della vita delle persone con disabilità e dei loro familiari fornendo anche una corretta e continua informazione che favorisca una maggiore consapevolezza nelle persone con disabilità dei propri diritti, delle opportunità, dei servizi e dei punti di riferimento presenti nel territori.

 

Nel pomeriggio si è tenuto, come programmato, un dibattito molto intenso per avviare le procedure per l’elaborazione di un Manifesto unitario da sottoporre al Governo della Regione ed alle Amministrazioni Locali, alle Aziende Sanitarie Provinciali e agli altri Enti, Organismi ed Istituzioni sociali.  

 

 

 

Vedi anche: Giornata su Disabilità e Diritti a Caltanissetta, il 14 febbraio 2013: purtroppo assenti politici e organizzazioni sindacali

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16 febbraio 2013 6 16 /02 /febbraio /2013 10:21

E fu subito ruzzlemaniaE' scoppiata la "ruzzlemania" a livello globale.
 Ruzzle è il diretto erede in versione digitale di giochi da tavolo quali Il Paroliere  (in Inglese, Boggle) oppure "Scarabeo" (variante italiana del britannico "Scrabble").
Giochi che si praticavano in alternativa alla tombola nelle feste comandate, oppure in serate tra amici. Il gioco da tavolo aveva delle sue regole ed dei suoi tempi scanditi da una certa "lentezza".
 
Di recente il gioco del Paroliere è diventato virtuale, grazzie ad una nuova App creata dalla Società svedese Mag Interactive, ma soprattutto grazie al fatto che nella rete si può giocare con degli avversari virtuali di ogni parte del mondo, ha assunto lo statuto di gioco online di tipo "social".

Da quando è stato immesso nella rete, Ruzzle ha conquistato oltre 11 milioni di utenti globali e, secondo alcuni, é l'esempio "di una programmazione virale che sviluppa la mente e le abilità linguistiche dei giocatori".

Sta di fatto che Ruzzle per alcuni sta diventando una vera e propria mania dal momento che si può giocare sia contro un altro utente online, ma anche contro se stesso, solo per esercitarsi.
Il dito devo correre veloce sul touchscreen dell'Iphone e può capitare che in una singola sesssion di gioco, un utente in gioco possa percorrere con il suo dito qualche chilometro.
E fu subito ruzzlemaniaMio figlio - come tanti altri suoi coetanei - è un giocatore di Ruzzle e, spesso e volentieri, lo vedo intento sul tastierino a comporre freneticamente parole: occorre un grande coordinamento occhio-mano per poter comporre velocemente le parole, ma nello stesso è necessaria un'attivazione dei centri del linguaggio per poter vedere quante più parole in una semplice griglia di lettere.
L'impulso a giocare è forte: vedo che mio figlio smette, ma l'impulso a riprendere il gioco è piuttosto forte, concretizzandosi di lì a poco in una session di gioco.
Ho conosciuto di recente una coppia di coniugi che, presi dal virus "ruzzle", giocano volentieri uno contro l'altro, stando nella stessa stanza o in luoghi diversi della stessa casa: un modo per socializzare attraverso un gioco virtuale.
Mi chiedo perchè, in questi casi, non ritornare all'antico "Scarabeo" o "Paroliere che sia...
Forse, perchè non piace più la lentezza del gioco manuale...
Oppure, forse, perchè si preferisce stare immersi nel proprio solipsismo, senza la fatica di doversi mostrare o interloquire con una persona in carne ed ossa.

Misteri della modernità...

 

 

(fonte: nannimagazine.it) Scoppia la Ruzzlemania, quando il gioco di parole diventa Social. Dal Paroliere all'iPhone, questa nuova App creata dalla società svedese Mag Interactive, ha già conquistato 11 milioni di utenti globali ed è l'esempio di una programmazione virale che sviluppa la mente e le abilità linguistiche dei giocatori


Creare parole nuove, una diversa dall'altra, chesi incrociano attraverso una lettera in comune con altre già presenti su un tabellone. Un tempo si chiamava Paroliere o Scarabeo ed era un gioco da tavola, oggi si chiama semplicemente 'Ruzzle' (ovvero la fusione delle parole 'Rumble' il nome iniziale del gioco e che significa 'scoprire', e 'puzzle', ndr) ed è la nuova App gratuita che sta letteralmente coinvolgendo e mandando in visibilio milioni di persone tecnologicamente evolute. Che sia un iPhone o un Android, poco importa, basta che sia connesso e Social.

Il meccanismo è semplice: si tratta di partite da tre 'round' di 2 minuti ciascuna. Poco tempoma molto concentrato per i due sfidanti devono utilizzare le 16 caselle con le lettere (disposte su una tabella di 4 colonne da 4 righe ciascuna), per tentare di formare il maggior numero di parole di senso compiuto. Vince la partita chi ottiene il punteggio più alto, dato dalla somma delle tre 'manche'. Si può giocare con gli amici di Facebook o Twitter, oppure sfidare uno sconosciuto attraverso la ricerca random, e ci si può divertire anche in maniera asincrona, vale a dire uno dei due gioca la sua mano e l'altro può rispondere anche in un altro momento. La partita in sospeso e da concludere, infatti, verrà notificata sul dispositivo che si sta utilizzando.

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3 febbraio 2013 7 03 /02 /febbraio /2013 09:00

sigaretta-elettronica(Maurizio Crispi) Come è noto, sa prendendo piede la Sigaretta elettronica.
Molti hanno fiutato l'affare e hanno aperto dall'oggi al domani dei negozi dedicati.
Intanto, è in corso una guerra tra Monopoli di Stato e Ministero della Salute, con un'accesa disputa su chi deve acquisire delle royalties su questo dispositivo e, eventualmente, il controllo della sua commercializzazione.
Insomma, ai danni, dei cittadini - intesi come consumatori - è in corso una spietata battaglia.
Intanto, la sigaretta elettronica va a ruba.
In tanti si precipitano ad acquistarla, spinti dall'esempio dei primi precursori, dal carisma di testimonial d'eccezione e dai primi spot pubblicitari dedicati (ed anche piuttosto aggressivi nel loro impatto).

Come è noto, la sigaretta elettronica consiste di un dispositivo (non disposable) che brucia un liquido aromatizzato (nella versione con nicotina o senza) che è la cosiddetta ricarica, in quanto va aggiunto periodicamente al dispositivo.
Il dispositivo, una volta attivato, emette fumo (in realtà vapore) che ha caratteristiche organolettiche (calore, aroma) simili a quello del funo della sigaretta.
Sotto questo profilo, quindi, il dispositivo in sé può essere un ottimo succedaneo della sigaretta, privo di tutti i prodotti dannosi derivanti dalla combustione del tabacco e della carta, compresi gli additivi aggiunti per la lavorazione del tabacco, altamente tossici.
Nello stesso tempo, non è un dispositivo che elimina la dipendenza tabagica: anzi, se è possibile ipotizzarlo la può incrementare, sia per la frequenza praticamente illimitata delle inalazioni di fumo (sin tanto che c'è liquido da bruciare nel dispositivo) sia per il mantenimento della gestualità, anzi nel radicare il consumatore nel compiacemento dell'ostentazione del gesto che si avvale del nuovo gadget "à la page".
E' chiaro che il rischio dell'incremento della dipendenza è tanto più elevato, se si usa per la ricarica il liquido contenente nicotina.
E' confortante tuttavai sapere che è stato stabilito il divieto della vendita di simili dispositivi ai minori di 16 anni, proprio perchè è stato accertato il rischio della dipendenza tabagica.

sigarette elettroniche shopIn più,  tuttavia, c'è da dire che la sigaretta elettronica sta rapidamente diventando un gadget di lussso, da utilizzare come oggetto di moda e come status symbol.
Il dispositivo interno è infatti "carrozzato" e ha un suo rivestimento: ed è qui che si giocano tutte la differenza e l'originalità di un tipo di sigaretta elettronica rispetto ad un altro.
Quindi, come ogni funatore sceglie la sua marca preferita di sigarette, così il fumatore di sigaretta elettroncia potrà scegliere tra un infinità di modelli, che variano per dimensioni, per foggia, per dimensioni per peso: ci saranno quelle da lavoro, quelle per lo sport, quelle da "sera" per le serate eleganti e così via... sino a quelle esclusive e griffate, facendo leva sull'esigenza di alcuni di distinguersi...


Benvenuti dunque nel mondo delle sigarette elettroniche!

Ma c'è da chiedersi: perchè complicarsi la vita con le sigarette elettroniche?
Non è sufficiente lasciare le cose come stanno e che ognuno faccia come crede?


Diaciamocelo pure, con l'immissione della sigaretta eletrtronica nel commercio stiamo assistendo allo strutturarsi di un neo-bisogno.
E, quindi, staremo a vedere come si sviluppano gli eventi.
Ma c'è da preoccuparsi: tutto ciò che è manovrato come nepo-bisogno spesso by-passa le attitudini di pensiero e riflessive del nostro cervello.


 

 


 

 

Negozio per la vendita di sigarette elettroniche a Palermo - Foto di Maurizio Crispi

 

 

 


 

 

 

Divieto di vendita ai minori di 16 anni - Palermo - Foto di Maurizio Crispi

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24 gennaio 2013 4 24 /01 /gennaio /2013 11:46

fake(Maurizio Crispi) Navigando nella rete e soprattutto frequentando i social network ci imbattiamo sempre di più nella parola “fake”, nel senso di oggetti e persone che vengono bollate con tale appellativo.
Nel gergo di Internet, e in particolare di comunità virtuali come newsgroup, forum o chat, un fake (dall'inglese per "falso", "posticcio") è un utente che falsifica in modo significativo la propria identità.

In contesti basati sull'anonimato e sull'identificazione attraverso nickname, tale falsificazione non ha in genere a che vedere con l'identità in senso stretto (comunque ignota), ma ad alcune caratteristiche importanti della persona. Così, per fare un esempio, verrà giudicato fake chi partecipa ad una discussione in cui siano coinvolti elementi di medicina fingendosi un medico (o un malato); chi frequenti un sito di incontri romantici fingendosi un esponente del sesso opposto; chi si introduca nelle discussioni di un gruppo con un certo orientamento politico, religioso, (o altro), limitandosi a fingere di condividerne i valori.
Un caso particolare di fake è l'utente che finge di essere un certo altro utente più o meno noto alla comunità, assumendone il nickname allo scopo di ottenere qualche vantaggio o di operare contro la reputazione del "proprietario" usuale del nickname stesso.
Altri ancora fingono di essere persone famose, e così via.

Uno degli episodi più celebri inerenti al fenomeno dei fake avvenne nel 1982-1983 sulla chat americana di CompuServe, ed è ricordato col nome "AlexAndJoan" ("Alex e Joan"). Alex (nella vita reale un riservato psichiatra cinquantenne di New York) si spacciò a lungo per Joan, una donna muta, neuro-psicologa altezzosa e antireligiosa, divenuta paraplegica in seguito ad un incidente stradale.
La sua spiegazione fu che il suo era un esperimento messo in atto "per poter meglio relazionarsi con le proprie pazienti".
L'impostura andò avanti per due anni e "Joan" divenne un personaggio assai dettagliato, con una complessa rete di relazioni emotive: la storia finì solo quando "Joan", coinvolse un amico conosciuto online in un incontro con Alex. Anche quelli che conoscevano poco Joan si sentirono coinvolti (e in qualche misura traditi) dall'inganno di Alex. A molti di quelli che “vivono” nel mondo online piace pensare di essere una comunità utopica del futuro, e l'esperimento di Alex ci ha dimostrato che la tecnologia non è una difesa contro le truffe.

Il termine Fake, peraltro, diventa anche un modo per descrivere un modo di essere e di relazionarsi: "essere fake" è un modo per dire "essere fasullo".

Nelle reti sociali, ci si incontra e ci si conosce in contesti che prescindono dalla vita reale: quasi esclusivamente si sta dentro l’universo sintetico.
Molti costruiscono di se stesso un profilo interamente “fake”, presentandosi per altro da quello che sono.
Donne che, in realtà, sono uomini (come il caso - testé citato - di Alex and Joan), uomini che si spacciano per donne, trans o travesta si presentano come donne, singole che dichiarano di essere una coppia, etc. etc. e si potrebbe snocciolare una casistica di tipologie fake pressoché infinita.
I nodi vengono al pettine, quando si decide di uscire a far due passi fuori dall’universo sintetico, quando si cerca di incontrare nella realtà una delle persone che si sono incontrate in rete e, aall'improvviso, traumaticamente, si scopre che la persona cui abbia dato un appuntamento era in realtà un “fake”. In questi casi, a parte la "doccia fredda" del duro impatto con la realtà - l’incontro rischia di trasformarsi in un flop oppure di avere degli inaspettati (e a volte) sgradevoli sviluppi.
Quindi, proprio per effetto dell’utilizzo - sistematico o involontario – del fake, gli incontri (desiderati, invocati, promossi) finiscono con l’essere una trappola deludente che conferma nei più l’idea che il confronto con la realtà è deludente ed insidioso e che sia meglio, tutto sommato, stare dentro i confini dell’universo virtuale.

Per esempio, uno dei miei contatti in una rete sociale così scirve, scottato da un incontro avvenuto poco prima nella realtà, così scrive:

 

angeles-caidos-de-pablo-gallo(Anonimo) Ci si conosce qua [dentro FB], poi la chat di facebbok, poi le mail... Poi, una foto, … poi ancora altre due foto… E, in un ulteriore upgrade, si arriva allo scambio del numero di cellulare. Si fanno quattro chiacchiere, una bella voce, tante belle parole.... Poi, a questo punto, si decide di conoscersi di persona. Mi sposto da Malpensa a Como... Seduto in un bel bar... Assaporo l'attesa... Poi,  squilla il telefono… Una voce – quella voce -  mi dice: Sono qua di fronte al bancone del bar!
Mi volto... E… Delusione! Ma chi cazzo é?

Perché certe persone non riescono a farsi vedere per quello che sono, belle o brutte che siano? Che bisogno c'è di mandare o di mostrare foto fake? 
Io non capisco e, purtroppo, non riesco ad adeguarmi!

 

Quando si frequentano i social network, c'è sempre il rischio di imbattersi nella falsificazione, non c'è dubbio.
A volte, si tratta di falsificazioni spudorate, come nel caso riportato sopra, nell’esperienza diretta del mio contatto.

A volte si tratta di contraffazioni più sottili e meno deliberate: a volte le immagini, anche se vere, possono mentire sulla persona che rappresentano, o perché si riferiscono ad un periodo precedente, o perché sono state fotoshoppate, o perché hanno un taglio particolarmente accattivante.

D’altra parte, anche quando uno non mente su se stesso e mette le proprie immagini reali, non è detto che, poi, nell'incontro, si attivi un feeling o che si ritrovi quel feeling che si era ritenuto di sperimentare nel contatto attraverso la messaggeria private o nella conversazione telefonica e che, a ben guardare, era solo il risultato di un costrutto (che ci porta a vedere soltanto ciò che vogliamo vedere e a dare risalto a ciò che riteniamo significativo, spesso soltanto sulla base di un nostro percorso proiettivo.

Io ritengo che, fatte salve determinate garanzie, bisogna essere disponibili alle incertezze dell'incontro reale, quando si decide di uscire fuori dall’universo sintetico.

Del resto è così, quasi fosse una legge ferrea: quando si esce dalla dimensione delle relazioni virtuali per entrare nel mondo reale, si deve necessariamente accettare il rischio che qualcosa non funzioni a dovere.
Esci dal tuo guscio e ti esponi indifeso: sarai davanti ad una persona reale, con le sue caratteristiche, con i suoi pregi e con i suoi difetti.

E, se la persona che incontri non ti piace, non è detto che tu sia stato ingannato: semplicemente quella persona non ti piace.

Una volta - molti anni fa (molto prima che esistesse FB) ho incontrato nella rete una donna che abitava su al Nord, abbiamo conversato a lungo, ci siamo sentiti un paio di volte al telefono, abbiamo preso un appuntamento, ci siamo incontrati, siamo andati a cenare assieme, abbiamo chiaccherato... E poi non è successo nulla.

Non è scattata quella scintilla: pelle a pelle, la cosa non ha funzionato.

Non che lei avesse qualcosa di sbagliato o che non fosse attraente o gradevole, ma semplicemente non è scattata quella scintilla.
Ci siamo salutati, alla fine della serata, e tutto è finito lì.

E non è che io mi sia sentito ingannato, turlupinato o incazzato perchè avevo fatto un viaggio a vuoto, o quant'altro.

Come succede nel caso degli incontri sin dall'inizio sotto l'egida del reale, anche in questa circostanza, si pote constatare nel confronto diretto che, al di là di tutti i costrutti e delle speculazioni immaginative, non c'erano le premesse (quelle vere e fondamentali) per un rapporto "reale".

Assodato questo, non ci sentimmo più.

L'incontro reale spazza dalla strada tutte le finzioni che derivano da ciò che noi vogliamo vedere nella persona che supponiamo ci interessi e che vogliamo incontrare...

E, quindi, alla lunga, l'incontro nella realtà è la vera cartina al tornasole: necessario e indispensabile.

Il rischio, altrimenti, è quello di prendere a vivere in un universo di relazioni "fake"... e di rimanere impriogionati in una finzione che in parte noi stessi abbiamo contribuito a costruire.





Per un approfondimento sul termine Fake

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11 gennaio 2013 5 11 /01 /gennaio /2013 10:20

blogosfera.jpg(Maurizio Crispi) Leggendo la “La strada delle Croci” di Jeffrey Deaver (RCS Libri, nella traduzione di Viola Alberti, p. 79) mi sono imbattuto nel neologismo (coniato evidentemente, con una certa abilità, dalla traduttrice) di “escribizionista”, che secondo il testo originario è "colui che tiene un diario personale on line" (o che - aggiungerei io - scrive molto di sè in uno qualsiasi dei tanti social network).
La parola mi è sembrata molto calzante e azzeccata, a dir poco suggestiva, proprio per le assonanze tra "scribacchino" ed "esibizionista" (come peraltro rilevato dall'autore della piccola nota in www.neteditor.it), che rimandano ad alcune delle non-qualità che sembrano possedere i molti frequentatori (ed utilizzatori) della rete.
La parola è a tutti gli effetti un neologismo, tanto che non ne esistono tracce nel web (effettuando una ricerca con Google), se non per i rimandi allo stesso testo di Deaver nella sua traduzione italiana e ad una chiosa nel sito web che citato subito prima.
Peraltro, il romanzo in questione di Deaver prende in esame i rapporti tra realtà virtuale e realtà vera e i meccanismi in base ai quali dei reati possono essere perpetrati e degli omicidi compiuti da personaggi che agiscono nel mondo reale in continuità con le finzioni e gli artefatti della rete, passando dal doocing online a forme di persecuzione e vessazione vere.

Si tratta di un tema molto interessante proprio per questo motivo, poichè pone delle interessanti questioni: un esempio brillante dei modi - come osserva il citato commentatore della rete - in cui autori di bestseller possono offrire analisi delle tendenze odierne che gli scrittori mainstream (i rappresentanti blasonati della letteratura "alta") non riusciberebbero mai a rappresentare con la stessa lucidità.

Allora, si potrebbe dire che oggigiorno siamo tutti degli "escribizionisti", dal momento che tutti coloro che frequentano la rete, i social networrk e i blog, immettono se stessi e i propri pensieri quotidiani nel mondo virtuale e che, in una certa misura, tutto ciò che vi immettono è "per sempre", almeno sintantochè rimarranno in piedi il World Wide Web e la Blogosfera (o blogsfera),  con il quale neologismo (calco dell'inglese blogosphere o blogsphere) si indica, nell'ambito di internet, l'insieme dei blog (o diari in rete) caratterizzati dalla forte interconnessione: i blogger (o blogghisti o blogonauti) leggono i blog altrui, li linkano (creando dei collegamenti), e li citano nei propri post (messaggi). A causa di ciò i blog fra loro interconnessi hanno sviluppato una propria cultura.
Nel termine "blogosfera", in cui si può, peraltro, notare una certa assonanza con il termine biosfera, venne coniato coniato il 10 settembre 1999 da Brad L. Graham e successivamente fu "riscoperto" nel 2001 da William Quick.



Vi è a volte un senso di futilità, nel leggere certi commenti umorali e/o aggressivi da cui si scatenano dei tread che a poco a poco presentano delle derive inarrestabili che nulla hanno più a che vedere con il post originario.
Tuttavia, non sono d'accordo nel bollare tutti quelli che scrivono in rete come degli "esibizionisti della parola scribacchiata".
Penso che, a ben cercare, nella rete si possano trovare degli esempi di scrittura creativa di grande valore, oppure delle fonti di informazioni in tempo reale che nulla hanno da invidiare al migliore giornalismo della carta stampata.
In questo senso, la blogosfera - ed anche, con i debiti distinguo, le reti sociali - danno un contributo fondamentale a quelli che si definiscono i "new media".

 

 



La-strada-delle-croci.jpg(da www.neteditor.it) Deaver è un autore che si occupa spesso del rapporto tra mondo reale e virtuale (“Deep Blue”, “La finestra rotta”); non so se abbia inventato lui questa parola (non credo); certo descrive bene e sinteticamente un  fenomeno. Sarebbe bello se se ne diffondesse l'uso (ma è più facile che si diffonda l'uso del corrispondente termine inglese, quale che sia).  

Anche un sordo (onore alla traduttrice!) sente nella parola in questione l'eco delle parole “scribacchino” ed “esibizionista”;  personalmente, ho sempre pensato che il predominio della diaristica e dell'autobiografia più o meno romanzata, come il culto acritico dell'emotività, siano uno dei mali della scrittura in rete (forse il principale). Lui ha espresso meglio di me, insomma, quello che pensavo io. Credo sia un altro esempio di “sincronia” o di “risonanza” tra autore e lettore
Questa parola descrive, in modo credo più efficace di molti saggi, un fenomeno che è sotto gli occhi di tutti. Non è consentito, se non si vuole ridurre il proprio pensiero ad un coacervo di slogan e formulette, fermarsi ad esse, ma certo [questo neologismo] è un buon inizio. Ciò dimostra, a mio parere, che i così facilmente disprezzati (ma non dai lettori...) autori di bestseller hanno una capacità di penetrazione della realtà superiore a molti intellettuali – senza dubbio superiore a quella che molti intellettuali ritengono che essi possiedano.

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1 gennaio 2013 2 01 /01 /gennaio /2013 12:58

Tappo di spumante a capodanno - Foto di Maurizio Crispi

 

 

 

Il sole risplende,

ma la città è ancora vuota e silenziosa,

dormiente

 

Per terra, sull'asfalto e nelle aiuole,

i resti di mortaretti e i giochi di fuoco

sono dovunque,

da quelli in formato mignon

alla tipologia Vulkan

autentica bomba-carta

china made

 

Tappeti di cicche,

cocci di vetro e ceramiche,

a tempesta

 

Qua e là,

chiazze di vomito disseccato,

rivelano indiscrete

i cibi del cenone ingordo,

tipologia e abbondanza

 

Seminati al suolo

i tappi di spumante,

con l'apparenza di stronzi ben torniti

residuali da prosaiche defecatio

open air

 

Da essi, per certo, il prossimo anno

sbocceranno provvidenziali

alberi carichi di bottiglie

come insolito frutto

 

Due morti,

tanti feriti,

effetti collaterali

della febbre dei botti

e degli artifici pirotecnico-clastici

 

Ci sono, ci sono...

anche se non si vedono
E magari al conto di morti e feriti

ci aggiungiamo anche quelli in coma etilico

 

 

Un merlo allegro

svolazza ciarliero

da un ramo all'altro
in un giorno che per lui

è come ogni altro

 

 

Vulkan, dispositivo pirotecnico, made in china - Foto di Maurizio Crispi

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25 dicembre 2012 2 25 /12 /dicembre /2012 08:10

Il-cartolaio-con-la-sua-Lapa_byMaurizio-Crispi.jpgAncora oggi può capitare di vedere passare per le vie di Palermo una Ape della Piaggio, con il pianale di carico stipato all'inverosimile di cartoni degli imballi ripiegati alla meno peggio, che addirittura formano una montagna instabile. Prima, negli anni passati, prima della modernizzazione dei trasporti su ruota, avreste visto un carretto a traino animale, magari, ma stipato nello stesso identico modo.
Si tratta di "U cartunaru", ovvero  de "Il cartolaio"...

Chi é esattamente il "cartolaio"?
E' colui che, il più delle volte con l'ausilio di una "lapa", ovvero l'Ape della Piaggio (e prima era il semplice carretto trainato da cavallo o da asino), va in giro per le strade a raccogliere i cartoni degli imballi (non disdegnando nemmeno la carta, ma quella da imballo, mentre quella in forma di riviste e giornali era tradizionalmente più appannaggio del "robivecchi").
Il cartolaio esiste da sempre (e lo si ritrova dappertutto), prima ancora che si parlasse di "raccolta differenziata".
A Palermo, i raccoglitori di cartone li chiamano così: "Cartunari" (e ovviamente, l'accezione di "cartolaio" rientra nell'uso popolare del linguaggio).
Come ho imparato questa parola? Tanti anni fa mi chiamarono a fare una perizia psichiatrica su di un soggetto (per motivi che non sto a dire) di bassa cultura che, aiutato da buona parte dei suoi figli maschi, faceva appunto, secondo la definizione che lui stesso ebbe a darmi, il lavoro del "cartolaio".
Io gli dissi: "Cosa? Si spieghi meglio...". E lui mi spiegò.
Ero sempre crusioso di conoscere nel dettaglio le più strane attività lavorative e, nel corso delle anamnesi psichiatriche, mi dilungavo molto su questi aspetti (ma era anche un modo per conoscere le persone sotto il profilo specifico e per farsi idea dei modi del loro funzionamento psichici).
In realtà, avrebbe dovuto dire che faceva "u cartunaru", ma il tipo di cui racconto, trovandosi in una situazione che lo intimoriva in qualche modo e italianizzando alla meno peggio, disse per definire il suo lavoro questa parola: "cartolaio"... Insomma, gli parve male definire il suo lavoro con la parola dialettale.
Qualcuno obietterebbe: "Ma il cartolaio non è colui che lavora in una cartoleria". Non saprei proprio, anche perchè - a ben guardare - non credo che la lingua italiana possegga una parola specifica per definire questa categoria di lavoratori.
Il tizio mi diede tutte le spiegazioni del caso e, dalle sue parole, ebbi a desumere che no, non lavorava esattamente in una cartoleria...
La raccolta differenziata è il prodotto della civiltà post-moderna che è fatta di sprechi e di oggetti superflui: prima non se ne parlava, eppure si faceva lo stesso, dispiegando una grande inventiva a volte.
Prima, tutti gli scarti erano di valore, in quanto potevano essere riciclati per fare qualcosa d'altro. Nulla doveva essere buttato, tutto poteva essere riutilizzato, tutto prima o poi poteva servire.
Per esempio, sapete che al tempo delle foto in BN, esistevano i "raccoglitori dei fanghi" che si formavano al fondo dei bagni di sviluppo delle pellicole e delle stampe in BN: questi fanghi erano ricchi in sali d'argento e con un semplice procedimento catalitico da essi veniva recuperato l'argento che poteva essere poi rivenduto.Questi riciclatori ogni giorno a fine attività facevano il giro di tutti i fotografi della propria zona e raccoglievano gli scarti liquidi delle loro lavorazioni (che così non venivano buttati negli scarichi): e facevano questo senza che ci fosse nessuna norma che stesse a dire come si doveva operare.
Le norme e le regole, fatte con buone intenzioni, ci hanno fatto perdere qualcosa indubbiamente: qualcosa che a che fare con la buona volontà, con l'inventiva, con la capacità di iniziativa dell'individuo fresca e spontanea, mentre tutto ciò che è normato spesso finisce con il diventare un obbligo che viene sentito come una costrizione fastidiosa.

 

 

Foto di Maurizio Crispi: "U cartunaru con la sua lapa"  (Palermo, nei pressi di Viale Lazio).

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6 dicembre 2012 4 06 /12 /dicembre /2012 10:00

gioco-dazzardo-patologico(Maurizio Crispi) Una gran parte del reddito delle famiglie italiane viene dissipato in giochi e giochini d'azzardo: è stato calcolato che nel corso del 2011 la spesa media pro capite in un anno è stata di oltre 1600 euro.
Una cifra esorbitante, certamente destinata a crescere, visto che aumentano le forme di gioco d'azzardo e che vengono autorizzate nuove e più variegate "case" per il Gioco d'Azzardo.
Lo stato prende in tasse dagli introiti delle giocate il 10% del totale degli importi. Il resto viene redistribuito in vincite (a loro volta tassate) e guadagni dei gestori.
I governi subentranti della Bella Italia hanno egualmente favorito l'espandersi del gioco d'azzardo che è stato di fatto liberalizzato, con un progressivo e pervasivo incremento, se si pensa che adesso la nuova moda sono gli internet point "solo" per le giocate d'azzardo e che nel corso del prossimo anno verranno aperte in tutt'Italia - con regolare licenza - ben 1000 sale da Poker, mentre con un'apposita norma è stato reso possibile il gioco online direttamente da casa o tramite la telefonia mobile.
Alcuni sostengono che tutto ciò è immorale, perché non si fa altro che fomentare un "vizio"...
E' noto che il gioco d'azzardo, oltre un certo livello di intensità, tende a diventare "patologico" e a trasformarsi in vera e propria "Dipendenza non farmacologica".

I patrimoni di alcuni famiglie italiane sono così a rischio, perché il giocatore d'azzardo patologico non si ferma più davanti a niente.
Perchè lo stato indulge a tutto ciò: è chiaro, poichè si tratta di un grande quantitativo di denaro (pur piccolo, rispetto alla movimentazione complessiva) che entra nelle casse erariali.
Alcuni dicono: "Va bene. Ma tassiamo di più. E' giusto che lo stato prenda molto di più di quanto non accade adesso".
Altri vorrebbero che nei confronti dei Giochi d'azzardo si instaurasse un regime di de-liberalizzazione, se non di proibizione, andando in contro-tendenza rispetto alle norme permissive attualmente vigenti..
Altri ancora dicono: "Lasciamo le cose come stanno. Perché lo stato non può interferire con ciò che piace al singolo cittadino. Non può interferire con i comportamenti che sono sottoposti al libero arbitrio e alla propria personale responsabilità. Ognuno deve fare come gli pare, senza controlli restrittivi".
Argomentazione, peraltro, inoppugabile.
E qui, però, casca l'asino. Come dire: "Chiù pilu pi tutti, ma solo per le cose che decidiamo noi" (dove per "noi" si intende chi sta al governo.
Coerentemente con questo stato delle cose (e tenendo conto di tale argomentazione), allora la conseguenza più logica dovrebbe essere quella di liberalizzare tutto, ma proprio tutto, nell'ampio ventaglio di ciò che "piace", senza alcuna restrizione.
Quindi liberalizziamo (e tassiamo) la prostituzione che è il business sicuramente più prosperoso, l'uso delle droghe illecite (tassando adeguatamente, come è già per tabacchi e alcoolici).
Lasciamo che ogni cittadino - pagando adeguatamente in tasse - possa fare ciò che crede, ma senza fare discorsi di doppia morale, per cui una cosa è lecita (perchè fa comodo) e un'altra invece deve invece rimanere confinata nell'illegalità.

Se non si ha il coraggio di portare avanti coerentemente un simile principio, allora è giusto che nei confronti del Gioco d'Azzardo si mantengano le stesse leggi restrittive che si applicano ad altri comportamente potenzialmente pericolosi (anche sotto il profilo del dissesto economico personale e familiare) per il singolo e per la collettività.

Altrimenti, si rischia soltanto di essere ipocriti e di fare retro-pensiero, applicato in fondo una forma odiosa di Etica utilitaristica.

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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