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11 gennaio 2021 1 11 /01 /gennaio /2021 06:26
Foto di Maurizio Crispi

C'è una guerra: una spedizione navale è in partenza per riconquistare l'isola non lontana che è stata invasa dai nemici.
E vedo sfilare le navi da guerra, una appresso all'altra, in formazione.
Ma, nello stesso tempo, scorgo delle navi nemiche che, in lunga fila, stanno arrivando verso la terraferma.
Si prepara un grande scontro, definitivo.
Queste navi - mi ritrovo a pensare - non sono certo espressione degli armamenti più moderni: sembrano piuttosto una flottiglia messa assieme alla buona, con i navigli più disparati e in diverso stato d'uso. Una specie di armata brancaleone del mare, insomma.
O anche, passando ai toni dell'epopea, mi pare di vedere la flottiglia delle più disparate - a vela o a motore - imbarcazioni civili che partirono dalle coste di Albione per salvare l'armata inglese chiusa nella sacca di Dunkerque.
Vengo incaricato di raggiungere un grande cargo ormeggiato a poca distanza della costa, privo di tutto le sovrastrutture.
L'uomo al comando mi spiega che quel cargo, ormai ridotto ad un guscio vuoto, è utilizzato come deposito per scorte di acqua potabile e di carburante che saranno preziosi per l'esito della guerra in atto.
Il mio compito è di raggiungerlo con una piccola imbarcazione e di presidiarlo, soprattutto per evitare che, mollati gli ormeggi, se ne vada alla deriva sino ad incagliarsi o ad affondare.
Sugli ordini non si discute.
Quando arrivo non c'è nessuno a bordo.
Nessuna traccia di vita.
Preso atto di ciò, mi addormento e mi risveglio, dopo un lungo sonno, per scoprire che sono trascorsi ben undici giorni.
Non ho memoria di nulla. Non so bene cosa sia successo nel frattempo.
La guerra a quanto pare è finita: infatti, il cargo ora è ormeggiato quietamente ad un lungo molo.
Vorrei mettere qualcosa sotto i denti perchè avverto i morsi della fame dopo tanti giorni di letargo.
Ma ci sono solo delle merendine industriali.
Dopo, scendo dalla nave e comincio a costruire un muro a secco con delle grosse pietre.
Per quanto mi sforzi continuo a non ricordare nulla del mio passato.
Il passato è passato, pensiamo al futuro adesso - mi dico.

Ho camminato per le strade
Negozi chiusi e smantellati.
Vetrine vuote.
Saracinesche perennemente abbassate, con cumuli di rifiuti spinti dal vento davanti.
Cartelli di vendesi o di affittasi oppure di cessione dell'esercizio commerciale.
Passanti in maschera.
Cani in maschera.
Anche i gatti con la maschera, ma loro indossano anche un respiratore da palombaro.
E' questa la guerra, forse.
La guerra contro un nemico invisibile e dai molti volti.
Ci siamo cascati.
A forza di smantellare il pianeta siamo arrivati al punto di non ritorno.
E se - a dispetto dei facili ottimismi - il virus diventasse sempre più letale, attraverso successive mutazioni?
Stiamocene a casa a coltivare il nostro piccolo orticello.
Prendiamo un libro e leggiamo.
Oppure dormiamo.
Facciamo come il dormiglione di Woody Allen oppure come quel Rip Van Winkle (la nota creazione letteraria di Washington Irving) che, dopo essersi addormentato, si risvegliò ben vent'anni dopo, avendo saltato a pie' pari la rivoluzione americana e i primi anni della nuova repubblica.

 

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5 gennaio 2021 2 05 /01 /gennaio /2021 10:59
Ritorno al Fuoco Interiore (Andrea Bianchi)

(7 gennaio 2021) Nella prefazione all’edizione italiana della sua raccolta di saggi “Ritorno al fuoco”, l’ecologista, poeta e premio Pulitzer Gary Snyder scriveva nel 2008:
"[...] la metafora centrale che percorre tutti i brani è la necessità di confrontarsi con la distruzione, con la perdita, con i cambiamenti drastici e con il disordine, senza entrare in paranoia. Tutto ciò trova validità, sempre, nella natura (sia dolcemente benevola che implacabilmente severa), nelle nostre vite personali, nella storia e nella politica. Con la natura e con l’impermanenza delle nostre vite è possibile imparare ad andare d’accordo; aiuterebbero, di certo, saggezza e grazia”.
A distanza di più di dodici anni ci troviamo a varcare la soglia di un nuovo anno ancora alle prese “con la distruzione, con la perdita, con i cambiamenti drastici e con il disordine”. Il pensiero va alla pandemia, ma non vorrei passasse inosservato che il 2020 è stato anche l’anno di nuovi record nella classifica degli eventi climatici estremi: dalla più lunga stagione degli uragani nell’Atlantico, che si sono abbattuti sugli Stati Uniti e sull’America centrale, alle inondazioni in Cina, dall’invasione di locuste nell’Africa orientale alle tempeste in Europa, di cui quella in ottobre che ha devastato intere comunità in Piemonte e Liguria. Tutti eventi in cui dalla comunità scientifica è stato ravvisato come fattore decisivo il cambiamento climatico.
Gli incendi hanno imperversato sulla costa Ovest degli Stati Uniti: lo stesso fenomeno distruttivo a cui si riferiva Snyder già nel 2008, osservando che in ben altre epoche di equilibrio con la Terra, i nativi americani di quei luoghi provocavano piccoli incendi pilotati per conservare intatta la capacità rigeneratrice delle foreste, e che “gli esseri umani di tutto il mondo, per diverse centinaia di migliaia di anni, forse per mezzo milione di anni, si sono adattati al fuoco”, e - aggiungo io - al freddo.
Per centinaia di migliaia di anni, se non per milioni di anni, ci siamo lasciati guidare da un senso del Luogo in cui vivevamo per sviluppare la capacità di adattarci ad esso, alla ricerca di una relazione simbiotica con la natura. Oggi perseveriamo invece nell’illusione di imporci ai luoghi e alla natura, magari grazie all’aiuto di una tecnologia ritenuta onnipotente o di un vaccino “salvifico”.

L’”arte del fuoco” ci è sfuggita di mano, di essa abbiamo a stento memoria, ed anche per questo fuggiamo il freddo come tutte le situazioni “fuori comfort”, quelle che non controlliamo, per rinchiuderci nei gusci dove viviamo e facciamo smart working. Ci salutiamo, ci parliamo e ci scambiamo decisioni ed emozioni da un video all’altro, a distanza. Camminiamo sempre meno. Trascorriamo all’aperto sempre meno tempo, ancor meno in natura. Poche volte - o quasi mai, o mai - ci togliamo le scarpe per camminare a piedi nudi sulla neve.
Cari Amici, se non vi riconoscete in questa prospettiva, se questa non è la strada che desiderate percorrere, se sentite che - pur se il destino non vi è chiaro - questa non è la via alla vostra meta, allora condividerete con me un altro passo del testo di Snyder: “Dobbiamo ritornare al fuoco svariate volte, dobbiamo ritornare al nostro sé [...]”.

Che il 2021 sia l’anno della consapevolezza del respiro e del cammino, l’anno del freddo e del caldo vissuti in modo egualmente aperto, l’anno in cui fortificheremo il nostro sistema immunitario con le docce fredde mattutine e i bagni nelle acque naturali, l’anno in cui impareremo a parlare con gli alberi, l’anno dei piedi nudi sull’erba bagnata.
Che il 2021 sia l’anno del ritorno alla Terra.
L’anno del ritorno al nostro fuoco interiore.


Per saperne di più su Andrea Bianchi segui i due link riportati sotto.
 

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3 gennaio 2021 7 03 /01 /gennaio /2021 10:46
Codadi auto per l'ingresso a ldrive in per l'esecuzione dei tamponi rapidi alla Fiera del Mediterraneo di Palermo

Oggi, domenica 3 gennaio, ho deciso di fare una camminata con i cani in direzione di Monte Pellegrino, cosa che non ho fatto per lungo tempo.
Dopo aver percorso a passo gagliardo via Imperatore Federico, arrivo alla Piazzetta Nelson Mandela, dove si trova l'ingresso principale (a suo modo monumentale) della Fiera del Mediteranno, non più Fiera.
E, lasciando alla mia sinistra l'ingresso laterale al Parco della Favorita, comincio a costeggiarne il perimetro in direzione della piazzetta (Largo Antonio Sellerio) dove si origina la strada vecchia per il santuario di Santa Rosalia.
E' ancora piuttosto presto, ma fa già luce, e mi accorgo che lungo il marciapiedi sono parcheggiate in fila continua delle auto e, all'interno, dei dormienti, a volte uno soltanto seduto al posto di guida, altre volte due o più per auto: molte delle auto hanno il motore acceso per tenere in funzione l'impianto di riscaldamento e quindi, in contrasto con il panorama delle numerose teste ciondolanti ed imbaccucate in berretti di lana e cappucci, si avverte il ronfare continuo dei motori al minimo e il lezzo di gasscarico invade le mie narici.
Molti degli occupanti nelle auto (come già detto dormienti) indossano la mascherina chirurgica.
Penso: "Ma che ci faranno qui, tutti questi a dormire in auto?"
Forse sono qui per una partita di calcio oppure per partecipare ad un evento.
Insomma, il mio cervello non la smette di almanaccare.
Beata ignoranza!
Solo in una delle auto il finestrino lato guidatore è abbassato e, allora, mi decido a chiedere al suo occupante: "Ma perchè tutte queste auto e tanti addormentati dentro? C'è forse una manifestazione o un evento?".
Il tipo (che tiene la mascherina abbassata sul mento), mi risponde gentilmente: "No, noi siamo  qui in coda perchè dobbiamo fare il tampone!".
"Ah! - faccio io - Già! Che scemo! Me ne ero proprio dimenticato che qui alla Fiera hanno messo il drive-in per l'esecuzione dei tamponi rapidi!".
Il tipo continua a parlare, ma io - a quel punto - non l'ascolto più. Già sono in preda ad una forte ansia.
"E se il tipo con cui sto parlando fosse infetto?" - mi ritrovo a pensare. Anch'io, essendo nel pieno di una passeggiata a passo svelto, ho la mascherina abbassata sul mento.
Quindi, mi sento esposto, vulnerabile, anche se sono a distanza di sicurezza dal mio interlocutore.
Sono sulle spine, vorrei concludere quella che sento essere una malaugurata conversazione il prima possibile.
E andarmene via, il più possibile lontano.
Riesco a disimpegnarmi e metto le ali ai piedi, quasi volando, alzandomi la mascherina a coprire bocca e naso a proteggermi da quella che immagino essere un'aria mefitica e contaminata dal virus, con un'elevata carica.
Scappo via ingloriosamente e lo dico senza vergognarmene.
Mentre cammino avverto già sintomi fastidiosi, tra i quali un allarmante pizzicore alla gola.
Ma so bene che tutti questi pensieri sono solo il frutto della mia immaginazione, fin troppo fervida, e di una subitanea elaborazione ipocondriaca.
Procedendo, vedo che la colonna di auto si estende a vista d'occhio lungo il muro perimetrale della Fiera in direzione dell'incrocio con via Ammiraglio Rizzo.
Incredibile!
Ma soprattutto, ciò che è incredibile, è stata la mia reazione, assolutamente irrazionale: anche se so che sono tanti quelli che vanno a fare il tampone di propria iniziativa, soltanto perchè - magari prima di un incontro con i propri familiari - vogliono essere certi di essere negativi.

Ma tant'è! Se tu vedi qualcosa che ti porta a toccare con mano una realtà temuta, proprio quella che ha piagato quasi tutto il 2020 - un vero e proprio "annus mirabilis" -, allora non puoi più fare finta di niente e pensare che se, sino ad adesso,  non ne sei stato toccato, è perché godi di una qualche forma di invulnerabilità. Devi arrenderti all'evidenza che qualche cosa di sgradevole può accadere pure a te, che anche tu puoi trovarti a dovere fare un incontro ravvicinato con il Coronavirus.
Occhio che non vede, cuore che non duole, insomma.
Viceversa, se l'occhio vede, allora il cuore duole.
Le stesse cose viste nei notiziari non provocano lo stesso effetto di immanente ed ineludibile realtà che è provocato dal vederle di persona: e, in ogni caso, tutto ciò che si vede nei notiziari, può essere facilmente rimosso dalla propria coscienza e collocato nell'ambito a cui pertengono le cose che riguardano gli altri, ma non me.

 

Ho continuato la mia passeggiata, avventurandomi per la prima volta dopo molti anni per la mitica Via Castellana Bandiera ed entrando in un mondo a se stante, una specie di capsula temporale nel cuore della moderna metropoli. Ma questa è un'altra storia di cui forse racconterò nei prossimi giorni.

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28 dicembre 2020 1 28 /12 /dicembre /2020 10:20
Manichini senza volto

Esco dalla banca e mi avvio verso l'uscita: c'è da attraversare un piccolo giardino e poi da scendere alcuni gradini, bagnati e invasi dalle foglie cadute.
Dietro di me esce una signora in là con gli anni, bassa e grassottella, bardata di tutto punto con una mascherina che, a momenti, le copre anche gli occhi.
Richiama la mia attenzione con un perentorio: "Scusi, Lei!"
Mi fermo e mi giro a guardarla: sono già sul primo gradino della breve rampa di scale.
Mi dice: "Guardi sono sofferente, ho problemi di deambulazione e la sciatica, mi aspetti! Non ci possiamo toccare però!"
Rimango fermo dove sono e lei arranca giù per i gradini.
Quando è giunta sul piano della strada, non posso fare a meno di chiederle: "Ma scusi, signora, in cosa l'avrei dovuta aiutare?".
"Ma è chiaro - replica lei - se non ci si fosse stato il Covid, le avrei chiesto di consentirmi di prenderLa sotto braccio per essere sorretta e guidata nella discesa... Ma, visto che non ci possiamo toccare, almeno lei è stato lì fermo, giusto per potermi afferrare se per caso fossi caduta".
"Ma in questo modo poi, alla fine,ci saremmo dovuti toccare comunque, saremmo entrati in contatto fisico e rovinoso per giunta..." - faccio io.
"Già, è proprio vero, ma in in questa ipotesi, si sarebbe verificato uno stato di necessità!".
Vabbè, ho pensato, uno stato di necessità che avrebbe comportato un contatto disordinato e non governabile, molto meno pulito e asettico che una semplice discesa avendo la signora sottobraccio...
Ma alle regole non si comanda e soprattutto a quella quota di irrazionalità che poi pervade il loro modo tutto umano di applicarle.
A volte, infatti, la paura determina delle convinzioni irrazionali e dei falsi convincimenti...

In un momento successivo, sempre nella stessa giornata, sono a far la fila fuori dal panificio. In questi casi, durante l'attesa, io tendo ad intavolare una conversazione con gli altri in coda come me, cercando di creare un momento di intesa e di ironia che spezzi la cupezza dei volti coperti e celati.
C'è una signora che, subito dietro di me nel turno, indossa un berretto di lana azzurro-mare con una visiera che le scende dagli occhi, una mascherina sovradimensionata rispetto all'ampiezza del volto e - a coronare il tutto - un grosso paio di occhialoni da sole.
"Mamma mia - le faccio - Ma, signora mia, lei fa proprio paura, così bardata, mi sembra come minimo una marziana!"
E lei si è messa a ridere, cogliendo lo spirito delle mie parole.

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21 dicembre 2020 1 21 /12 /dicembre /2020 14:05
Gabbiano ferito (Foto di Maurizio Crispi)

Vita da piccione viaggiatore
Vita da fattorino

E la vite americana trascolora dall'autunno all'inverno

Cadono anche le foglie dei platani e marciscono in mucchi,
spinte dal vento in anfratti e angoli

Natale rosso sangue
Capodanno rosso, del pari

Ma che importa
Non sono queste le cose che contano
ogni tanto, forse, serve un colpo di spugna
per spazzare un mucchio di cose incancrenite
Come nel caso delle foglie morte,
quando arriva lo spazzino a raccoglierle
e a chiuderle dentro ai sacchi
pronti per lo smaltimento

Siamo messi alla prova
da un dio crudele non crudele in fondo
che vuole verificare quanto possiamo tollerare
in termini di sospensione delle abitudini di sempre,
a favore di stili di vita più spartani ed essenziali

Per una volta, forse,
il consumismo non ci consumerà

Piccioni morti
Gabbiani in volo
in picchiata

Grida di dolore nel cielo vuoto

Spettri danzanti del solstizio d'inverno

Un barbone
nel suo riparo improvvisato
- il suo piccolo regno -
tra cassonetti della spazzatura
a poca distanza da un benedicente Padre Pio
se ne sta seduto nel suo giaciglio di strada,
poco più di una cuccia,
e, appena sveglio, tracanna
nel mattino piovoso
la prima birra

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16 dicembre 2020 3 16 /12 /dicembre /2020 13:51
Gioconda con mascherina (murales)

Ho sognato questo. Mi sentivo infastidito da una pellicina rotta sul bordo di un dito che, mentre dormivo e mi agitavo nel sonno, s'impigliava sempre nelle lenzuola. Il leggero attrito della pelle dura e sporgente mi risvegliava di continuo.
Molto istintivamente - per porre termine al fastidio - mi portavo il dito alla bocca per rimuovere quella pellicina con i denti, come faccio di solito da sveglio.
Ma niente, mi accorgevo che indossavo la mascherina.
Che seccatura, pensavo, pure di notte!
E la rimuovevo per poter riuscire nel mio intento.
Però, con angoscia, mi accorgevo che non avevo più la bocca: mi tastavo la faccia con le dita con frenesia e, al suo posto, soltanto pesce [pelle] liscia e giovane: nessuna traccia, nemmeno in forma di cicatrice residua, della rima buccale.
Dissolvenza...


Questo sogno mi ha portato molti pensieri.
Innanzitutto, ho pensato alla storia di Dr. Strangelove (in Italiano, il dott. Stranamore) divenuto cult negli anni Sessanta grazie al film cult di Stanley Kubrick con la magistrale interpretazione di Peter Sellers, il cui sottotitolo faceva "Come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la Bomba"(la sceneggiatura fu ispirata dal romanzo di Peter George, Red Alert, del 1958, meno fortunato), cui fece da contrappunto proprio in quegli anni il magistrale poema del poeta americano beat (underground) Gregory Corso ("Bomb"), i  cui versi, proprio per esorcizzare lo spettro della bomba atomica, sono scritti in modo tale da configurare nel loro sviluppo verticale in un foglio piegato a fisarmonica innumerevoli volte il temuto fungo atomico (AAVV, a cura di Fernanda Pivano, Poesia degli ultimi americani, Feltrinelli Le Comete, 1964).
 
Come succede nel caso del film di Stanley Kubrick e nella poesia di Corso, alla fine, nel rapporto con un manufatto ostile (l'epitome del Male, si potrebbe dire), non resta altro da fare che smettere di preoccuparsi e di odiarlo, semplicemente accettandolo e facendolo rientrare tra le cose che fanno parte del nostro ambito esperienziale, sino al punto da amarlo, paradossalmente (se si odia la bomba allora si devono odiare tutti gli altri manufatti costruiti dall'Uomo).
La bomba è dentro di noi, alla fine, sembrano indicare i versi di Corso, e non possiamo che amarla come parte della nostra natura.
E, in definitiva, è anche così nei confronti della pandemia attuale: Coronavirus (la "bomba" virale se pensiamo alle foto "esplose" del virus con tutte quelle punte minacciose che servono da aggancio con la superficie cellulare) e Covid-19, in questi dieci mesi, abbiamo finito con l'introiettarli in noi, cosicchè essi sono entrati a far parte del nostro immaginario individuale e collettivo, assieme a tutti gli oggetti di scena che vi sono correlati, come ad esempio i ventilatori polmonari per le terapie intensive, ma soprattutto le mascherine ed altri dispositivi di protezione individuali che, dell'evento pandemico, rappresentano - in forma di gadget - l'esperienza più universalmente accessibile da parte di tutti.
Mi è anche venuto in mente un libro letto parecchi anni fa. Si tratta di un saggio il cui Autore (professore universitario di tutt'altra disciplina), dopo aver tentato invano di smettere di fumare e basandosi in ciò su tutti quelli che si elencano solitamente tra gli aspetti negativi e pericolosi per la salute del tabagismo, ha deciso di fare una vera e propria rivoluzione copernicana, facendo il seguente ragionamento: "Forse se riuscirò ad enumerare tutte le ragioni per le quali mi piace fumare, alla fine - avendo più consapevolezza dei meccanismi della mia addiction - smetterò".
Da questo tentativo (un vero è proprio brain storming colto) è nato il suo libro che però in exergo non dice se il suo autore abbia, alla fine della sua poderosa compilazione, effettivamente smesso di fumare.
Ma anche qua viene fuori l'argomentazione discussa prima. Se una cosa non la puoi sconfiggere solo perchè la vedi come l'incarnazione del male, allora non ti resta che riconoscere che è dentro di te, amarla e forse soltanto così, depotenziarla.
Per quanto riguarda l'utilizzo delle mascherine che, in tempi di Covid assieme alle regole del distanziamento, rappresenta l'aspetto più emblematico e palese della pandemia in corso, potremmo dire - e qui sconfiniamo un po' nella narrazione ironica - una quantità di belle cose.
Proviamo ad elencarle.
E' diventato possibile sbadigliare in pubblico senza doversi preoccupare di coprirsi la bocca con la mano..
Con la mascherina correttamente indossata, si può eruttare in pubblico in piena libertà (silenziosamente si intende, ma i maleducati anche fragorosamente) senza timore che le proprie esalazioni gastriche raggiungano il nostro prossimo.
Si è sicuramente distolti dall'infilarsi in pubblico le dita nel naso per scavare gallerie ed estrarre minerali pregiati. Si potrebbe anche dire che coloro i quali tengono il naso fuori dalla mascherina sono degli impenitenti scavatori. In fondo, cos'è il tampone se non una forma estrema di scaccolamento, se vogliamo metterla così? Ma, negli scavatori che indossino correttamente la mascherina le attività di scavo giornaliere sono drasticamente ridotte.
Del pari, in tutte le situazioni pubbliche, si èprotetti dalportarsi le mani alla bocca nelcaso dei morsicatori e masticatori compulsivi di unghie.
L'uso della mascherina impedisce anche a coloro che ne hanno l'abitudine di masticarsi la punta dei capelli e, dunque, è un'ottimo strumento di prevenzione del tricobezoar.
L'uso della mascherina protegge il prossimo da coloro che soffrono di "fiatella", ovverossia di alito pesante, oppure per usare il termine scientifico, di "alitosi" di cui erano affetti - secondo documentate fonti - diversi fascinosi attori hollywoddiani, come ad esempio Clark Gable.
La mascherina nasconde forme sgraziate di naso, bocca e mento, mentre mette in risalto in maniera netta e decisa gli occhi, rendendoli profondi e pieni di fascino.
E poi si potrebbe anche dire: "Volti coperti, liberi pensieri...".

Rimane tuttavia il fatto che, quando cammino per strada e incrocio tutte quelle persone, uomini e donne, con la mascherina sul volto, a volte sono preso da una sorta di vertigine e da una sensazione di estraniamento,come se fossi piombato all'improvviso nel cuore di un pianeta alieno. Una sensazione tantomaggiore se mi trovo a confrontarmi con qualcuno che indossapesanti e grandi occhialoni scuri da sole.


Stranger things...

Volti coperti liberi pensieri

 

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14 dicembre 2020 1 14 /12 /dicembre /2020 20:15
Italia in zona rossa per le prossime festività di Natale

Mentre ci accingiamo a superare il giro di boa di metà dicembre, arrivano notizie confortanti dal Pianeta Covid.
Ieri, Gino Strada, intervistato da Lucia Annunziata, ha detto: «Sono preoccupato per quello che potrà succedere a gennaio o febbraio quando si vedranno le conseguenze degli atteggiamenti avuti durante il periodo di Natale. Vedo un Paese superficiale perché si dimentica che ogni giorno abbiamo centinaia di morti. Questo non viene considerato con il dovuto rispetto e la dovuta attenzione». E poi ha aggiunto: «Non ne usciremo prima di 2-3 anni, la responsabilità di ognuno è fondamentale». Entrando nel tema della vaccinazione anti-Covid che inizierà per fine dicembre in tutti i paesi UE simultaneamente, Strada ha anche precisato - dietro specifica di Lucia Annunziata - che, in un primo tempo, il vaccino ridurrà soltanto il numero delle morti e che, nel frattempo, il virus continuerà a circolare.
In sostanza, non c'è da attendersi risultati miracolosi dal vaccino, mentre il mantenimento dei contagi al di sotto della soglia critica dipenderà esclusivamente dalla capacità dei singoli di assumersi le proprie responsabilità, attuando le misure-base, cioè il corretto uso della mascherina, evitando in qualsiasi modo le situazioni di sovraffollamento.
L'avvio delle operazioni vaccinali, addirittura pria dell'inizio del nuovo anno, a dispetto di ciò che alcuni superficialmente ritengono, non potrà essere dunque il segnale per un indiscriminato "Liberi tutti" e un invito a fare ciò che si vuole come si vuole.
L'altra notizia di cui ho sentito nei notiziari, ma in stretta correlazione con il discorso della responsabilità individuale, è che a livelli governativi si parla di nuovo di rendere l'Italia tutta zona rossa, a causa del fatto che in questa anticipazione del periodo festivo che ci attende si sono verificate situazione di sovraffollamento e di troppo gente in giro e nei negozi per lo shopping natalizio senza riguardo delle misure anti contagio.
Io mi chiedo se per un anno non sia possibile rinunciare al natale consumistico che a volte finisce con il diventare una corsa coatta all'acquisto di doni.
Proviamo per una volta a starcene a casa, provando a sperimentare in modo inedito il Natale nel nostro cuore, piuttosto che attraverso il potlach dei doni.

Alcuni media, scherzando sui colori con i quali vengono indicati gradi crescenti di diffusione del virus e, quindi, di restrizioni, hanno scritto che ci aspetta un "Natale Rosso" e ci sono quelli che storcono il muso in attesa del prossimo DPCM che dovrà limitare la mobilità dei cittadini in corrispondenza del prossimo e ormai imminente periodo delle festività.

E dire qualsiasi cosa, opporsi, brontolare o protestare vivacemente sino alla bagarre più accesa è indubbiamente un segno di scarso rispetto nei confronti delle centinaia di morti giornalieri che vengono registrati giornalmente e che continueranno ad esserci nei prossimi giorni, ed anche verso gli oltre 250 medici (oltre a tutti agli altri operatori sanitari) sinora morti di contagio per avere adempiuto il loro dovere.

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13 dicembre 2020 7 13 /12 /dicembre /2020 13:54
Taccheggio (foto tratta dal web)

Ci sono dei negozi dove quando, appena entri, hai la netta sensazione di essere un ospite sgradito, oppure - chiunque tu sia - di essere considerato un potenziale ladro.
Ci sono posti nei quali il commesso ti si appiccica addosso, tanto da sentirne il fiato sul collo,  per spiare qualsiasi tua mossa sospetta, come intascare un libro o farsi scivolare nelle pieghe del vestito o nella borsa un giocattolino, un cosmetico, una boccetta di dopobarba e quant'altro.
Trovo questi posti insopportabili e li cancello immediatamente dalla mia lista delle preferenze.
E' vero che il taccheggio è una realtà indiscutibile: non bisogna peccare di buonismo, dicendo che non c'è.
Ma è anche vero che si tratta di un'attività più frequente nei grandi magazzini e nei centri commerciali, piuttosto che nei piccoli negozi a gestione familiare o quasi.
Nei posti di quel tipo, d'altra parte, vengono messi in opera accurati sistemi di sorveglianza, il più delle volte, con guardie addette alla sicurezza discretamente vestite in borghese, oltre ai sistemi di videosorveglianza.
Nei piccoli negozi che detesto, invece, proprio in quelli dove uno si aspetterebbe un'accoglienza calorosa, vengono messe in opera azioni rozze e villane, partendo dal presupposto fallace che ogni cliente  sia anche un potenziale ladro e che quindi debba essere trattato da sorvegliato speciale.
E così sicuramente, in un civile consesso, non va; c'è qualcosa di sbagliato e di patologico in un atteggiamento che è anche un vero e proprio orientamento paranoico nei confronti della realtà.
Qui, l'avventore viene letteralmente perseguitato e si rimane letteralmente basiti, quando si scopre che l'esercizio commerciale in questione è anche fornito di un ridondante sistema di videosorveglianza.
Ma, tant'è, dal punto di vista dei gestori, evidentemente, la sicurezza non è mai troppa.
Se uno cerca di difendere la propria dignità vilipesa, opponendosi alla vessatoria richiesta, ne discendono le intimidazioni e le offese, fioccano gli inviti (rozzi il più delle volte) a lasciare alla cassa borse, sporte, involucri, zaini e quant'altro.
"Queste sono le nostre regole", dicono, "Se non le piacciono, se ne vada altrove".
Un libero ed onesto cittadino si sente allora offeso da questo atteggiamento.
Replica, si incazza, si infuria. Ma niente, quelli sono irremovibili e arrivano addirittura ad affermare che il loro cliente (ora nei panni di antagonista) li stia offendendo.
Mondo matto, davvero!
All'avventore, qualora non abbia altre alternative) non resta da fare altro che calare la testa, accettando la regola implacabile della casa, oppure andarsene.
Se accetta, alla fine delle sue operazioni di scelta degli articoli e di acquisto, potrà richiedere indietro i suoi beni e tutto ciò che in quanto "contenitore" idoneo ad accogliere la refurtiva lo bollava come potenziale ladro. E, nelriavere indietro le proprie cose, il vessato cliente potrebbe accuratamente(e platealmente) ispezionare le proprie borse e sacchetti per verificare che non manchi proprio nulla, giusto per rendere pan per focaccia (magra consolazione davvero!).
Credo che la perdita di fiducia nei confronti del nostro prossimo sia, in definitiva, una grande ed irrimediabile sconfitta

 

Nello scrivere questa nota, mi sono ispirato ad un'esperienza realmente vissuta, in un negozio di articoli per la casa, di cui non farò il nome, ma dove non ritornerò per certo mai più.

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13 dicembre 2020 7 13 /12 /dicembre /2020 09:22
Peter May, Lockdown, Einaudi (Stile Libero Big), 2020

Di Peter May ho letto tutti i romanzi sinora tradotti in Italiano ed anche qualcuno in lingua originale (in mancanza della traduzione).
E' autore di geniali e colte crime story che, riflettono peraltro - quanto ad ambientazioni - le esperienze di vita dello stesso autore con scenari che cambiano dalla Cina, all'isola di Lewis nell'estremo della Scozia alla Francia.
Insomma, dal primo casuale approccio con le scritture di May, dei suoi romanzi non me ne perdo uno.  
Lockdown (nella traduzione di Alessandra Montrucchio e Clara Palmieri) che, pubblicato da Einaudi nella collana Stile Libero Big nel 2020, mi sono affrettato ad acquistare e a leggere , è una bella detective story, ma è attualissimo, perchè si svolge in una Londra devastata da una pandemia, nella quale si respirano cupe atmosfere da grande Fratello.
In realtà, come ci avverte l'autore nella sua prefazione, il libro fu scritto nel 2005, quando era in discussione la possibilità della possibile diffusione su scala mondiale e con andamento pandemico dell'influenza aviaria, proprio in quel periodo. In quel caso, lo scenario peggiore venne scongiurato grazie a drastici interventi per limitare la diffusione dell'agente patogeno dai volatili (in altri termini per abbattere lo spillover), prima  che si generassero ceppi che potessero trasferirisi da uomo a uomo.
Gli editori, quando lessero lo scritto, lo bocciarono e lo ritennero non idoneo, poichè prospettava una situazione troppo cupa e pessimistica, non realistica per di più.
Peter May, in tempo di pandemia Covid, ha tirato quello scritto fuori dal suo cassetto e lo ha riproposto agli editori  che questa volta non lo hanno rifiutato riconscendo in esso una piena attualità.
La devastante pandemia che fa da sfondo al plotnarrativo, è anche - in definitiva - il primum movens di una crime story ben orchestrata, a lieto fine ma non troppo, in definitiva, come potrà verificare chi avrà modo di leggere questo romanzo.
L'ho apprezzato e ne suggerisco la lettura.

(soglie del testo) Strade deserte, negozi sbarrati, la polizia che impone con la forza il coprifuoco: in una Londra in quarantena, un detective alla sua ultima indagine si ritrova a fare i conti con una borsa piena di ossa e un killer psicopatico sulle sue tracce.
In una Londra epicentro di una pandemia, con il parlamento che ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale, tutti gli sforzi sono concentrati nella costruzione di un ospedale che possa contenere le migliaia di infetti. Ma quando tra le macerie del cantiere viene rinvenuto un borsone di pelle con le ossa di una bambina di origini cinesi, i lavori vengono interrotti e a occuparsi del caso è chiamato Jack MacNeil, detective scozzese alle soglie della pensione. Nel frattempo, un sicario di nome Pinkie è stato contattato da un mandante segreto per occuparsi di recuperare la sacca con le ossa, sbarazzarsene ed eliminare tutti i testimoni. Inizia cosí una corsa contro il tempo tra Pinkie e MacNeil, il cui epilogo rivela un’elaborata e scioccante cospirazione.
Scritto piú di quindici anni fa e giudicato dagli editori troppo inverosimile per essere pubblicato, Lockdown è stato appena tradotto in quattordici Paesi e ha venduto 50 000 copie a poche settimane dall’uscita.
Il libro profezia di Peter May.

Hanno detto di Peter May e di questo romanzo
«Peter May è uno scrittore raffinatissimo e questo è un libro scioccante» (The Guardian)
«Un ritratto spaventosamente profetico di una città in lockdown» (The Observer)
«May è uno dei piú grandi maestri della suspense» (New York Journal of Books)

L'autore. Peter May è nato a Glasgow nel 1951 e vive in Francia. Giornalista e autore di innumerevoli serie televisive, ha scritto una quindicina di romanzi. L'isola dei cacciatori di uccelli (Einaudi Stile Libero 2012) è il primo volume di una trilogia ambientata sull'isola di Lewis, e ha ottenuto uno straordinario successo di critica e pubblico in Gran Bretagna e in Francia. Nel 2013 Einaudi Stile Libero ha pubblicato il secondo volume della trilogia, L'uomo di Lewis, e nel 2015 il terzo e conclusivo, L'uomo degli scacchi. Sempre per Einaudi, ha pubblicato, nel 2017, Il sentiero e nel 2020 Lockdown. Nel 2018 Einaudi ha pubblicato nei Super ET la Trilogia dell'isola di Lewis che comprende: L'isola dei cacciatori di uccelli, L'uomo di Lewis e L'uomo degli scacchi.

Nelfile allegato in pdf si possono leggere le prime pagine del romanzo e, in particolare, la prefazione di Peter May

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9 dicembre 2020 3 09 /12 /dicembre /2020 08:37
Il grande Black a Capo Zafferano (Foto di Maureen L. Simpson)

Sto facendo una passeggiata lungo la stretta strada che porta sino al faro di Capo Zafferano.
E' il ritorno ad uno dei miei posti del cuore, dopo tanto, tanto, tempo.
Ho al guinzaglio il grosso cane nero che mi ha regalato - per così dire - il Coronavirus e il Tempo di Covid: un nuovo arrivato affamato e solo, quando lo trovai, il quale si èaffiancato alla cagnetta Flash,anch'essa trovatella, ma sin da quando era cucciola di poche settimane.
Questo cagnone è enorme, tutto nero (ed è per questo che l'ho battezzato - forse con poca fantasia, ma con efficacia - Black) e, a chi lo vede per la prima volta, può indubbiamente, incutere qualche timore, anche perchè - senza essere consapevole della sua stazza - si muove con irruenza. Quanto a dimensioni, è indubbiamente ilpiù grande tra i cani che io abbia mai avuto.
E, poi, è possente.
Sono già arrivato al Faro e, dopo aver indugiato a guardare i gabbiani in volo trascinati dal vento, sto già tornando indietro.
Ha anche cominciato a piovere.
Cadono grosse gocce rade, ma ancora il diluvio non si scatena.
Avanzano verso di me, intente ad imbacuccarsi, due escursioniste, probabilmente straniere.
Quando siamo vicini, ad una decina di metri l'uno dall'altro, forse, noto che le due hanno una qualche incertezza nel loro incedere e che rompono il passo, prima regolare, per quanto rilassato.
Io ho la "celata" calata dal volto, ed anche loro (celata, alias mascherina: perchè viene da pensare ai guerrieri antichi che quando si preparavano alla battaglia, cioè allo scontro ravvicinato si calavano la celata sul volto).
Mi fanno dei cenni, quasi a chiedermi se possono passare.
Io mi discosto il più possibile (per quanto la via sia piuttosto stretta): ho inteso, infatti, che sono intimorite dal fatto che io non abbia il volto coperto.
Ma loro continuano a farmi cenni: poi, infine, comprendo.
In realtà, mi stanno chiedendo se possono passare impunemente, visto che ho con me quel grosso cagnone nero e che,pur al guoinzaglio, avanza impetuosamente.
Colto il messaggio, dico loro: "Tranquille, tranquille! E' buonissimo! Non avete da temere alcun male!".
Poi aggiungo: "E' che avevo capito che aveste paura di transitarmi vicino, visto che sia voi che io abbiamo il volto scoperte. Pensavo che aveste paura del Covid. Invece, si tratta solo solo di una banale paura davanti ad un cane sconosciuto!"
Sgombratoil campo dal fraintendimento, proprio mentre ci incrociamo, scoppiamo in una grassa risata condivisa. E per fortuna che, una volta tanto, il Coronavirus porta a fare grasse risate!
E poi ognuno per la sua strada.
Tempo di Covid, tempo di malintesi: e si perdono di vista le banali paure quotidiane che punteggiano la nostra vita.

Larga è la foglia, stretta la via. Dite la vostra che ho detto la mia...

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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