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7 dicembre 2013 6 07 /12 /dicembre /2013 09:24

La casa violataVado a dare un'occchiata alla mia nuovaa casetta al mare che si trova in un posto d mare.

Quando arrivo mi sembra che sia tutto a posto,  come sempre.

E' in una piccola casa, ma è' la mia nuova caa e la sto arredando a poco a poco per viverci.

Dispongo alcune delle cose che ho portato con me in un ultimo viaggio.

Mi guardo soddisfatto attorno.

Penso a come disporre meglio alcuni arredi.

Sono in quella che, apparentemente, sembra essere una piccola cucina.

Mi accingo a prepararmi un the.

Nello stesso tempo, penso che sono contento di questo cambiamento.

Penso che non dovrei concentrarmi solo sulla cucina, ma che dovrei dare un'occchaita anche al resto e cominciare così a pensare come fare per arredarla al meglio, pur con poveri mezzi a disposizione.

Mi affaccio verso un ampio salone e poi, guardando meglio, mi rendo conto una delle sue finestre è stata scardinata. Mi avvicino per guardare meglio e attraverso l'apertura posso vedere che l'intera stanza è ridotta in uno stato caotico, con tutte le cose - mobili e arredi - messe in mezzo, mentre il tetto e il pavimento sono stati parzialmente rimossi.
La stanza sembra adesso quella di una stamberga.


Sono arrabiatissimo ed esclamo: "No, di nuovo!".
E mi chiedo il motivo di tanto accanimento. Penso alle altre circostanze della mia vita in cui mi soo trovato davanti a spettacoli simili di ruberie e, soprattutto, di vandalismo.

Entro nella stanza per constatare meglio i danni e prendere nota mentalmente delle cose da fare per mettere la casa di nuovo in sicurezza: ci sono già passato altre volte da queste situazioni e sono stato sovrastato dalla sensazione di impotenza e di rabbia che ti prende, quando sei di fronte all'evidenza che un tuo spazio è stato violato.

Controllo tutto e, all'impovviso, quasi per magia (come fosse un genio improvvisamento evocato dalle mie richieste) si materializza accanto me l'uomo di fiducia al quale la mamma ed io stesso abbiamo sempre fatto ricorso in queste circostanze.

Con lui, taccuino alla mano, prendiamo nota dei lavori che occorrrà fare per ripristinare, sistemare, mettere in sicurezza: una lista infinita.

Penso costernato: "Ma come farò ad affrontare questa spesa" Con quali soldi?" e mi sento piutttosto avvilito.

Poi, sempre con Massimo saliamo sulla terrazza soprastante.

Il tetto di questa casa è del tutto piatto: ed è recintato da una ringhiera di ferrro dipinta di verde scuro, oltre alla quale si gode della vista d'un panorama pozzafiato sulla scogliera e sul mare di un profondo zzurro.

Con mia sorpresa la terrazza è gremita di persone sedute ai tavoli: tutti estranei.

"Cosa ci fanno qui?".

Ma c'è un cameriere che gira ai tavoli, prendendo le ordinazioni. E da questo dettaglio arguisco che il posto è stato abusivamente utilizzato per farne un locale all'aperto con vista mare.

In un impeto d'ira, afffero l'uomo per le spalle, mentre passa trafelato tra un ordine e un altro.

Lo scuoto selvaggiamente, gridando come un forsennato: "Questa è casa mia!"

Lo sollevo furibondo e lo lancio oltre la ringhera.

Il poveretto si attacca ad un appiglio provvidenziale che sporge dal muro e, allora, io lo afferro per i capelli e lo tiro di nuovo su con una forza sovrumana e gli grido: "Qui non ci deve stare nessuno! Questa è casa mia! Anzi domani stesso manderò una denuncia con il mio legale al titolare di questo esercio per utilizzo abusivo di una proprietà privata!".

E così dicendo gli strappo dalle mani il blocchetto delle comande per avere con me le ragioni sociali dell'esercizio che sono trascritte sull'intestazione di ogni foglietto.

Quindi, lo ributto giù come se fosse un fantoccio inanimato.

Mi giro: tutti quelli che erano seduti beati di fronte alla rabbia sono fuggiti a gambe levate.

Indugiano solo pochi ritardatari, ai quali ripeto ancora una volta la mia ingiunzione, anche se - mi rendo conto - loro non hanno colpa di nulla.

Alla fine di tutto rimane, questo grande spazio vuoto, al cospetto di un paesaggio marino bellissimo , di una bellezza da mozzare il fiato.

 

 

[Mi chiedo se alla base di questo sogno non ci sia il mio travagliato e maldestro tentativo di riconettermi ad internet, nel corso del quale non ho fatto altro che pasticciare il computer senza peraltro riuscire nel mio intento. E, soprattutto, pasticciando e messing around, non riesco più a rimettere le cose a posto]

 

 

Sono in viaggio con Gabriel.

Ci sarà una maratona ed io sarò lì per fare le foto.

Inspiegabilmente siamo da soli.

Tutto mi appare piuttosto complicato.

Arriva il giorno della gara e tutti gli atleti nei loro abiti colorati cominciano a dirigersi a frotte verso il punto di partenza.

Ho l’urgenza di raccogliere le nostre cose e di andare verso il punto di partenza e in queste procedure mi sento alquanto impacciato.

Gabriel è disteso sul letto, molto tranquillo come sempre quando si è appena svegliato da un lungo sonno. E borbotta e sospira tra sé e sé.

Penso che sia meglio se, nel frattempo,  vado a prendere l’auto che è parcheggiata poco più in là.

Lo faccio, ma quando arrivo e cerco di entrare in auto, vedo che tutte le maniglie sono state rimosse.

Vado a chiamare qualcuno perché provveda alla bisogna.

Passa un po’ di tempo….

Il tempo stringe e i maratoneti ciarlieri passano sempre più numerosi .

Finalmente, la macchina è a posto.

La guido sino all’albergo.

Mi ricordo con ansia che Gabriel è stato da solo per tutto questo tempo.

“Forse è caduto dal letto!” – mi dico.

Arrivo con il cuore in gola e, sul prato antistante la stanza del nostro alloggio, una donna anziana su di un sedia, coccola e culla il Gabriel.

Dobbiamo partire, ma penso che non ci sarà il tempo di fare le foto della gara, come era nei miei piani.

Devo intraprendere il lungo viaggio verso casa.

E’ tempo di tornare.

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26 novembre 2013 2 26 /11 /novembre /2013 21:20

Due frammenti oniriciFaccio delle foto
C'è uno spettacolo e dei ballerini danzano dietro un velo, con una fonte di luce alle loro spalle sicchè sul velo e oltre, verso gli spettatori, vengono proiettate delle ombre gigantesche.
Sono molto intrigato da questa situazione nuova.
Qualcuno mi batte sulla spalla ripetutamente ed io mi sento infastidito da questa insistenza.
Mi giro per guardare chi stia cercando di attirare la mia attenzione e, invece, mi sveglio.

Più avanti sono in una situazione indefinita.
Ci sono delle piccole larve infomi in quella che sembra essere una gigantesca piastra di Petri.
Dalle queste larve, ad una velocità stupefacente, si liberano dei grossi insetti alati, enormi, tanto grandi che sembrano essere elicotteri, tutti bianchi come se fossero fatti di ghiaccio.
E subito cominicano a volare freneticamente, ronzando.
Cerco ripetutamente di scansarsi da questi insetti giganti: reputo che il contatto con essi potrebbe essere pericoloso.
Il sogno è tutta una fuggire e un divincolarsi, mentre gli insetti volano attorno a me su di me senza darmi tregua.
So di essere esposto ad un pericolo grave e, in qualche modo, mi ritengo resposnsabile di avere scatenato sul mondo questa iattura: una sorta di guerra dei mondi, nata da una sperimentazione folle, demiurgica.
E' come se io stessi avessi compiuto delle manipolazioni genetiche: e quella capsula di Petri con le larve che vi si sviluppano a velocità inaudita ne è la prova.

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4 ottobre 2013 5 04 /10 /ottobre /2013 07:35

E se si dovesse tornare all'Università, per la convalida della propria Laurea?Ho sognato che tornavo all'Università.
Dovevo presentare dei moduli e, quindi, sostenere una prova scritta di cultura generale.
Il tutto per la convalida della mia laurea, pena la compromissione - se non l'invalidazione totale - di tutta la mia successiva carriera.
Mi avevano detto che si trattava di un semplice adeguamento alle nuove normative per l'iscrizione all'Università che, per un errore del Legislatore, erano state varate con un valore retroattivo totale.
Un grande caos regna negli uffici dell'Università.
Chi ci capisce qualcosa è bravo.
L'atrio, le stanze enormi, le grandi scale scenografiche sono piene distudenti che si agitano o che bivaccano.
Impossibile chiedere informazioni a qualcunoche sia addetto ai lavori.
Qualcuno mi dice che bisogna urgentemente procedere alla prova scirtta e mi consegna due fogliettini delle dimensioni di un francobollo.
In uno c'è un testo in italiano che riguarda il Papa.
L'altro è bianco.
Mi dicono che, in pochi minuti, devo fare una traduzione in Inglese, trascrivendola nel foglietto bianco, senza l'ausilio del dizionario.
Cerco di trovare un posto comodo per sedermi e fare con comodo la traduzione.
Inutile dire che non riesco nel mio intento.
Tutto congiura contro di me.
Non trovo da sedermi, varie cose mi ingombrano le mani, altre non le trovo, come - ad esempio - una semplice pennai fogliettini che mi hanno dato sono autoadesivi e mi si incollano sulle dita e, nel tentativo di spiccicarli, mi cadono per terra e li perdo di vista.
Poi arriva un colpo di vento e li porta via, chissà dove.
Raccatto tutte le mie cose e vado alla ricerca di un bidello che distribuisca i fogliettini.
Non lo trovo.
Controllo l'orologio e il tempo a disposizione si restringe sempre di più...
Decido di risalire al piano di sopra dove vi sono gli sportelli della segreteria. Per far presto mi sposto con delle corde che pendono dal soffitto, come se fossi Tarzan che si sposta nella giungla da un albero all'altro, con l'ausilio di resistenti liane.
Alla fine, riesco ad atterrare con leggerezza ed agilità, davanti ad uno degli sportelli.
Ma il tempo stringe, inesorabilmente.

 

Che angoscia...

 

 

Il fatto che la propria identità professionale venga messa in discussione (o che possa essere cancellata) è sovente ricorrente, essendo legata a quelle vasta area di ansie per la perdità o per la disgregazione del proprio Sé e, in particolare, di quello che fa da interfaccia con il mondo degli altri.

Poi, confluiscono in questi sogno i racconti di mio figlio Francesco che, di recente, si è dovuto cimentare con le faticanti procedure di iscrizione all'Università di Palermo con il confronto estenuante con code, incompetenza, scarsa professionalità degli addetti ai lavori e assoluta inefficacia dell'informatizzazione.

Un clima che sembra essere ancora di marca borbonica, benchè siamo già nel pieno dell'"avveniristico" XXI secolo. Avveniristico dovunque, ma non qui a Palermo.

E poi, ci sono, naturalmente, le mie personali esperienze di code, di incomprensioni, di informazioni elargite con il contagocce di code nei vari uffci di Palermo (Tra ASP e Comune) per regolarizzare la posizione di Gabriel Babacino...

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10 agosto 2013 6 10 /08 /agosto /2013 09:50

La Legge della Giungla

 

 

Di notte,
strade che sono ampi canali
pieni di acqua nera come l'inchiostro

 

Arrivano delle barche a motore
reduci da battute di pesca
i colpi del motore  a scoppio
rimbombano e luci sgargianti si riflettono
sulla superficie liquida,
nera come ossidiana

Io mi sposto in acqua,

vestito con una muta nera da subacqueo
mimetizzato nella notte

 

Mi muovo a pelo d'acqua
e respiro liberamente

le barche a motore mi sfiorano

 

Nessuno mi vede
perchè sono nero come la notte e come l'acqua
che mi avvolgono come un sudario

 

Il fondale si fa basso e comincio a camminare
gocciolando acqua da tutte le parti

E adesso corro in una folla
sempre indossando la muta nera

Corro e mi faccio largo a spinte e spallate
buttando altri a gambe all'aria

E' la legge della Giungla a comandare

Ed è solo un sogno...

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22 luglio 2013 1 22 /07 /luglio /2013 08:17

Corsa senza fine

Vado di corsa

A volte sono da solo
A volte in compagnia
Corro
lungo strade desolate
lungo percorsi aggettanti su alte orride scogliere
dentro palazzi e lungo interminabili corridoi
 
Quando passo, ci sono riunioni di lavoro in corso
manifestazioni ufficiali e file compunte di dignitari
celebrazioni e ricorrenze
ed io attraverso queste diverse situazioni
di corsa, senza mai fermarmi
Molti mi guardano distratti,
ma non proferiscono verbo
 
Passo accanto ad una fossa scavata di fresco
e c'è la parte posteriore di un auto emergente dallo scavo,
con una targa nuova e risplendente in buona evidenza
 
Ci sono dei musicanti che provano i loro strumenti
 
Qualche volta sono con Frida, la mia cagnolozza,
che mi segue fedele
anche se qualche volta è riottosa
e mi fa disperare
(si pianta sulle zampe e si volge indietro,
perché vorrebbe tornare a casa: ma dove?)
 
Mi ritrovo all'interno di antichi monumenti
chiostri romanici e strutture arabo-normanne
con lievi arcate e meravigliosi colonnati,
e delicati merletti di pietra a fare da decorazione
e fontane chioccolanti che rendono l'aria fresca
 
Correndo, passo anche dalla casa di famiglia al mare
e lì c'è mia madre ad aspettarmi, con mio fratello
e mi fermo per un attimo a mangiare con loro,
ma poi riprendo a correre
 
 
So che alla fine della mia corsa
dovrò prendere la mia canoa
e andare per mare
 
Diverse volte, infatti,
ci passo davanti
ma non è mai tempo di distogliermi dalla corsa
 
Eppure so che devo metterla in acqua ed andare
Dove?
Non so!
 
Ogni volta c'è una faccia di plastica sporgente dal pozzetto
che mi guarda ghignante
e mi chiedo cosa ci faccia lì
 e m'inquieto, come di fronte ad un presagio

Forse per questo rimando sempre
il fatidico momento di mettermi per mare
 
E intanto giro e rigiro,
sempre correndo
 A volte imbocco dei vicoli ciechi
e dei sentieri promettenti che si perdono nel nulla
 
Per riprendere la strada giusta
talvolta dovrei fare dei salti oppure protendermi nel vuoto,
e ogni volta, pusillanime, preferisco rinunciare
e ritorno sui miei passi
 
Poi, mentre sono all'interno di un antico chiosco,
con un porticato di esili colonnine
nel tentativo di saltare da un punto all'altro
(sotto di me il vuoto)
quasi fossi un esperto acrobata
rompo una delle pregiate colonne
e si scatena un sommovimento improvviso,
come un terremoto, morbido e continuo

E il porticato inizia a disgregarsi in frammenti
minuti e sottile pulviscolo impregna l’aria

Fuggo via spaventato
e riprendo a correre

Non ci sarà mai fine alla mia corsa

 

 

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20 luglio 2013 6 20 /07 /luglio /2013 11:49

SfideVado a trovare Lara e Roberto. dopo la loro Gara dei Tre Rifugi e passo a prenderli da un piccolo villaggio dove si trovano in vacanza.
L'idea  è di spostarci di qualche chilometro e di andare a mangiare nella mia casa di campagna.
Arrivo con la mia auto e parcheggio scioltamente: tutto bene, se non fosse che sono sull'orlo di un dirupo.
Quando scendo dall'auto mi accorgo che sia la ruota anteriore sia quella posteriore sono piazzate esattamente sopra un'esile lastra (anzi, poco più di una sfoglia...) di roccia che è già tutta incrinata: quindi, basta un niente perchè si spezzi.
Sono spaventato all'idea di rimettermi in auto.
Si aprono scenari mentali in cui precipito con tutta l'auto e mi sfracello nel dirupo sottostante.
Ma Roberto mi di incoraggia, dicendomi più volte che ce la posso fare e ripetendomi che devo avere fiducia  in me.
Dopo quest'iniezione di fiducia, evidentemente ce la faccio a manovrare e rimango incolume. Infatti, poco dopo, siamo tutti assieme in auto e stiamo viaggiando.

 

In un altro momento del sogno, sono in un posto dove è radunata molta gente.
Sono andato lì per fare delle foto.
C'è un gruppo di donne - non esattamente in forma  - intente a far ginnastica sotto la guida di uno sprovveduto istruttore...
Poi ci sono dei podisti sparsi.

Sembrano tutti a riposo, per il momento.
Almeno la maggior parte.
Mi spiegano che altri sono ad allenarsi su di un percorso - di cui mi dicono anche il nome (che non riesco a ricordare).
SfideAggiungono che, quando si va a fare l'allenamento lì, si  parte tutti assieme, ma che poi - ad un certo punto - tutti cominciano a tirare a più non posso e si "scannano" a vicenda.
C'è un'altra donna che tira foto, ma sembra piuttosto inesperta.
Ed io cerco di dispensarle dei consigli, chiedendole tra un cosa e l'altro, cosa sia venuta a fare qui.
Ad un certo punto visto, che le cose ristagnano e mi sto annoiando a morte, decido di andare via.
Ma ero lì per fare le foto o per fare altro?
Legittima domanda!

Perché, prima andare via arrotolo nel suo alloggiamento un tubo da giardinaggio e ne stacco l'estremità fissata con un giunto a vite al rubinetto che è aperto a tutta forza, sicchè una grande quantità d'acqua comincia a fluire dappertutto.
Lasciandomi alle spalle i podisti a riposo e le loro signore che fanno attività ginniche (ma senza grandi risultati), mi avvio per uscire fuori, attraversando una grande folla.
Quando sono già abbastanza lontano, mi accorgo di aver dimenticato la mia attrezzatura fotografica , ma è ormai troppo tardi per ritornare a prenderla.
Penso che qualcuno la custodirà per me sino alla prossima volta.
La folla che sto fendendo è troppo fitta.
SfideC'è gente che sembra aver bivaccato lì per giorni e giorni, ci sono hippie e figli dei fiori come in un grande raduno alla maniera di Woodstock o dell'Isle of White, ci sono saltimbanchi e giocolieri, ma anche brigatisti e black blok.
E poi venditori ambulanti di cibarie e altri ammenicoli.

Il gelataio, il venditore di fette di anguria agghiacciate, il pannellaro con la sua lapa e il venditore di spincione, ma anche il baracchino degli hot dog.
Molti mangiano e bevono, altri si fanno le canne.

Ma nello stesso tempo, una parte della grande folla freme e i diversi gruppi fremono e tendono a mescolarsi assieme.
La folla diventa animata e dotata di una vita propria, un immenso corpo con migliaia di propaggini.
Ho un ultimo colpo d'occhio della folla come se stessi ascendendo su di un aerostato, passando da una visione limitata dei singoli gruppi che mi circondavano alla visione di un campo di corpi e di teste brulicanti che si estende sempre di più man mano che la mia visione si va allargando.
E capisco che sta per ricominciare una rivoluzione.

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16 luglio 2013 2 16 /07 /luglio /2013 10:06

Il monasteroCammino lungo un sentiero di montagna, impervio, benchè ombreggiato da alcuni alberi secolari.
Più che un sentiero è una scala di roccia.
Nei punti più scoscesi infilo nelle fessure tra un masso e l'altro un grosso bastone  e mi ci aggrappo per tirarmi su.
L'ascesa non è facile perchè sono appesantito da uno zaino piuttosto ingombrante e molto, molto pesante.
Vado avanti, tuttavia, sapendo che mi rimangono soltanto le ultime centinaia di ascesa e che poi sarò arrivato alla mia meta.
In effetti, dopo un po' la pendenza si va stemperando e il sentiero si fa più largo e agevole, conducendomi nel cuore di un grande slargo chiuso in fondo da un enorme edificio dalle pareti a picco e sormontato da tetti ricurvi e da guglie, incorniciato da uno sfondo di cime azzurrine aguzze e dentellate (le più alte rivestite di ghiaccio scintillante) che si stagliano contro il cielo di un intenso e insostenibile azzurro.
Varcando l'arco di un grande e maestoso portale, entro con passo stanco in un grande cortile interno.
So che altri sono arrivati qui prima di me.
Ma non posso passare subito.
Si fa avanti un monaco, vestito d'una semplice tunica marrone che scende sino ai piedi scalzi.
E quando arriva vicino a me, azionando un pulsante invisibile o con la sola forza del pensiero, mette in funzione un meccanismo ...
Non capisco dapprima...
Poi guardo meglio... Sì, è un nastro trasportare, come quelli che si vedono negli aeroporti per la riconsegna dei bagagli, ma è di piccole dimensioni.
Sul dispositivo mobile che sembra originari dalle viscere insondabili dell'edificio viaggia un unico oggetto: una cassettina metallica di piccole dimensioni e ammaccata da molteplici urti e cadute, smaltata di bianco un tempo, ma con lo smalto tutto scheggiato.
La cassettina mi passa davanti ed io non capisco cosa debba fare...
Dopo un' attesa che sembra interminabile eccola arrivare di nuovo...
Il monaco mi guarda intensamente...
Ed io capisco... Forse, per potere entrare nel convento devo prima mettere un piccolo obolo nella cassettina.
Mi pare giusto.
Comincio una ricerca frenetica nelle diverse tasche del mio zaino...
Non è facile, anche perchè non ricordo l'esatta disposizione delle cose... Ho viaggiato tanto a lungo senza aver bisogno di alcune cose e quindi mi manca la naturelezza derivante dall'uso quotidiano di ogni oggetto. In più le mie mani sono impacciate e prive di ogni sensibilità.
Rovisto a vuoto alla ricerca di un portafoglio, di un borsellino: non riesco a cavare un ragno dal buco.
La ricerca è resa più complicata dal fatto che, avendo posato lo zaino sul nastro trasportatore, devo continuamente inseguirlo, man mano che viene sospinto in avanti.
Sono affannato, come se per questa mia ricerca ci fosse una scadenza, dopo la quale le porte del monastero per me si chiuderanno per sempre.
Eccolo alla fine! Ma, guardandolo, ho una sensazione di estraneità, come se non lo vedessi da tanto tempo: mi appare tutto stropicciato, quasi raggrinzito e vizzo.
Lo apro con dita nervose ed ecco che dentro c'è una banconota da 10 sterline che mi sembra l'obolo perfetto per la cassetta delle offerte che, nel frattempo, è passata un numero apparentemente infinito di volte.
Ora non mi resta che attendere il suo prossimo passaggio per inserire la mia piccola offerta, al suo interno, mi sarà concesso di entrare.

Per questa volta ce l'ho fatta...

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15 luglio 2013 1 15 /07 /luglio /2013 09:33

Libri e segreti(Maurizio Crispi) Torno a casa e trovo, inaspettatamente, tante persone e una grande confusione.
A quanto pare, un elettricista sta lavorando all'impianto elettrico.

Cado dalle nuvole.

Chiedo cosa stia succedendo e mi dicono che, a causa di un problema urgente si sono dovuti avviare questi lavori.
Tutto è sottosopra. I mobili sono stati spostati. I libri rimossi. Tutte le miserie e i vezzi di una vita trascorsa in questa casa sono stati impietosamente messi a nudo, mentre degli strati archeologici e dimenticati sono riemersi.
Mi sembra che tutto abbia un aspetto diverso.
Tutte le persone intervenute (alcune che non vedo da tempo) sono sedute e chiacchierano amabilmente.
I libri rimossi dalle scaffalature sono stati accatastati sul balcone.
Mi precipito fuori, gridando e sbraitando.
"Ma come è possibile? Cosa avete fatto? I miei poveri libri! Sta per iniziare a piovere! Aiutatemi a portarli dentro casa! Si rovineranno!"
Ma nessuno si muove.
Ed io comincio ad affannarmi, ma assieme ai libri ci sono anche delle cianfrusaglie delle quali non ricordavo l'esistenza che attraggono la mia attenzione (diventano dei veri e propri "reperti", ognuno dei quali ha una sua storia da ricostruire) e che mi distolgono dal mio compito primario che è quello di mettere in salvo i libri.

Tra i libri ci sono anche delle cose vecchissime, tra le quali degli enormi volumi rilegati con annate intere della rivista "Epoca" e "Arianna" che i miei compravano regolarmente e che, all'inizio del nuovo anno, facevano rilegare, ma poi - per problemi di spazio - smisero. E ricordo che quegli enormi volumi io adoravo sfogliarli, soffermandomi ad odorare il misto ineffabile di odori della carta patinata e della colla da rilegatoria.
Ma ora - nella vita vera - quei volumi sono giù in garage.
Sia come sia, a poco a poco, riesco a mettere i libri al sicuro, anche se l'ingombro è davvero tanto ed è tutto sottosopra.
E intanto continuano i lavori da parte degli operai, mentre i miei proseguono nelle loro amabili conversazioni: il tutto in una dimensione di allegro caos che però non genera alcuna stella danzante...
 

 

Più avanti sto seguendo una seduta di psicoterapia che vede un bimbo piuttosto piccolo come paziente. Io sono presente come uditore, mentre due giovani psicoterapeute in formazione conducono la sedute.
Presente anche, comodamente sdraiato di tre quarti su di un lettino da Psicoanalisi nello stile di quello usato da Freud, anche il mio analista e didatta,  Francesco Corrao.
Io sono seduto un po' alla periferia della stanza e, sopra la mia testa, incombe una piccola scaffalatura di libri.
Con il capo rovesciato verso l'alto vado prendendo questo o quel libro, ma poi non riesco a metterli al loro posto e, mentre maldestramente, tentavo di ricollocare i volumi al proprio posto mi sentivo puntato addosso lo sguardo di Corrao.
 

 

 

Un'angoscia che mi riporta ai tempi della mia analisi personale, quando stavo seduto nel salottino adiacente alla stanza della terapia e osservavo quella quantità incredibile di volumi, ordinatamente collocati in una libreria che andava dal pavimento al tetto: ricordo che stavo a guardare il dorso di tutti quei volumi, cercando di leggerne il titolo: e avrei voluto alzarmi e prenderne qualcuno in mano, per sfogliarlo e carpirne i segreti, ma non lo feci mai. Questa semplice azione rimase per tutta la durata dell'analisi al livello di semplice e bruciante desiderio.
Una volta vidi sporgere dalle pagine di una rivista un messaggio vergato a mano, scritto su di un foglio vergato a mano e pensai che un paziente che mi aveva preceduto avesse voluto lasciare un proprio messaggio nella bottiglia, ma quest'azione puramente immaginata mi sembrò allora una "profanazione" di uno spazio quasi sacrale e, in seduta, nemmeno ne parlai.

In un'altra parte del sogno, un mio segreto compromettente sta per essere rilevato.

Ho fatto dei passi falsi e ho lasciato dietro di me tracce ed indizi.
Ho in mano una busta dal contenuto compromettente e vorrei liberarmene.
Penso di andare in Polizia o dai Carabinieri a denunciare che ho ricevuto questa busta in un uffcio postale in cui sono esplose delle bombe e che, pertanto, temo che anche dentro il plico possa esserci del materiale esplosivo.
Ma, poi, penso di essere del tutto fuori di testa.

Rifletto bene al fatto che, dovunque io vada, poi aprirebbero la busta per verificare se la mia teoria sia vera, per poi ricondurre tutto il materiale all'interno a me.
E la frittata sarebbe fatta.
Che fare?

 

Dopo aver fatto questo sogni (o questi sogni) pensavo a me, quando ero piccolo, ai miei genitori.
Penso che i genitori di rado parlino con i propri figlio.

Loro, il più delle volte, sono chiamati ad agire, a fare delle cose, cercando di comportarsi nella maniera che sia il più possibile giusta.

Non ricordo di aver fatto mai dei discorsi particolarmente profondi con uno o con l'altro dei miei genitori, nell'età della ragione.

Mi ricordo di cose fatte assieme, questo sì, oppure di cose mancate, di momenti in cui c'è stato un allontanamento e la creazione di una distanza.
Per una parte della nostra vita siamo impegnati a distanziarci e a differenziarci dai nostri genitori.
per esempio, quando ero ragazzino non sopportavo che dovessi venire identificato come il "figlio di Ciccio Crispi".
Volevo essere identificato per quello che ero e, tuttavia, non conoscevo quale fosse la strada per diventare un'entità autonoma.
Spinti da questo bisogno di differenzaizione ci allontaniamo e, poi, va a finire che si siamo allontanati così tanto che una nuova convergenza su basi diverse è impossibile, finche i nostri genitori sono in vita.

Poi, quando non ci sono più, delle convergenze inaspettamente si verificano: noi, in qualche modo, diventiamo loro.

Ma loro non ci sono piiù: e non è più possibile parlare, intavolando un discorso.

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13 luglio 2013 6 13 /07 /luglio /2013 09:06

Una scuola molto specialeSono in una situazione complessa e difficile.
Devo fare delle cose, incontrare persone, parlare, fuggire, allontanarmi, ritornare, correre, il tutto con delle connotazione di un'ossessiva circolarità..
E sempre ho la sensazione di essermi dimenticato di qualcosa di essenziale, di non avere focalizzato, di non aver centrato il problema.
Poi, mi rendo conto di qualcosa.
Sono a scuola: una speciale scuola e sto facendo un corso.
Ma tutto è interamente deduttivo.
Che scuola? Lo devo scoprire da me.
Che corso? Anche questo è un argomento che non viene comunicato in anticipo: sarò io a dover scoprire di cosa si trattI.
Cosa devo studiare? Cosa devo fare? Come costruire il saggio scritto finale?
Tutto da scoprire e da documentare, anche raccogliendo del materiale fotografico, facendo misurazioni, raccogliendo note diaristiche in stile impressionistico...
Ci sono insegnanti e guide didattiche a cui chiedere qualche informazione oppure ottenere delucidazioni?
Sì, ma non puoi conoscere in anticipo la la loro identità.
Lo puoi scoprire soltando relazionandosi agli altri che, all'inizio, ti sembrano tutti eguali a te, tutti brancolanti.
Hai degli indizi a disposizione e non è detto che quegli indizi ti possano servire subito: ma possibilmente ti aiuteranno a identificare delle tracce a posteriori, cumulandosi con altri.

Quindi, qualsiasi evidenza tu possa raccogliere è preziosa, anche se, sul momento, non sai cosa fartene.

Poi, alla fine, scopro che sono in una Scuola di Architettura e che la nostra guida è un'importante e illustre  architetto giapponese, molto celebrato in tutto il mondo per le sue Opere.  che ci conduce  nel nostro percorso di formazione come se fossimo monaci zen, osservandoci con sguardo imperscrutabile e volto sempre impassibile.
Alla fine scopro di aver - non so come - focalizzato un compito che mi era stato assegnato e di aver raccolto senza essermene nemmeno accorto una ricca documentazione fotografica ad hoc.
Forse ce l'ho fatta.

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9 luglio 2013 2 09 /07 /luglio /2013 08:07

Clandestino in albergoHo fatto un sogno in cui ero con il piccolo Gabriel, qualche anno più avanti.
Eravamo in viaggio, io e lui soltanto.
E ci trovavamo a vagare per i corridoi di un grande albergo, nel quale eravamo già stati ad alloggiare qualche giorno prima, ma eravamo poi andati via.
Gabriel doveva andare con urgenza in bagno a fare la pipì ed io non sapevo come fare ... "Mi scappa la pipì, papà!".
Decido di tentare la sorte, provando ad entrare in una delle stanze e, quasi fosse fatto apposta, mi si presenta davanti la porta della stanza che avevamo occupato in occasione del nostro precedente soggiorno.
Provo la maniglia che è libera: la porta si apre senza sforzo.
Entriamo (io furtivo, ma non Gabriel che non la percezione del fatto che stiamo commettendo un'infrazione) e ci dirigiamo verso il gabinetto, la cui porta si trova al di là del grande letto matrimoniale che è accuratamente rifatto.
Nel passare succede che metto in disordine il copriletto, rivoltandolo.
Apro la porta del bagno, ma - a questo punto - sono preso dal rimorso per essere un intruso ed un clandestino: decido di ritirarmi in buon ordine, trascinando Gabriel per la mano che, in tutta questa incursione, non ho mai abbandonato.
Nel momento di uscire mi rendo conto che, allineate vicino alla porta, ci sono delle scarpe tra cui alcune paia piccine, da bambino: e capisco che la stanza è in realtà occupata da una faglia ospite. Panico! Cosa fare?
Apro la porta e sbircio nel corridoio, due adulti e due piccoli si stanno avvcinando lungo il corridoio. troppo tardi.
Chiudo la porta alle mie spalle e cerco di sgattaiolare via come se nulla fosse, sempre trascinando con me Gabriel, ma l'uomo, barbuto e grosso, incombe minaccioso dietro di me, attendendosi delle spiegazioni.
Clandestino in albergoAllora, eroicamente, anzichè continuare a fuggire, lo prendo da parte e gli racconto, parlando in Inglese, tutta la storia, a voce bassa, quasi si trattasse di una confessione resa ad un prete.
Gli dico che, pur rendendomi conto di avere infranto la sacralità della stanza (il che è imperdonabile), vi ero entrato tuttavia per un giusto motivo, solo solo perchè il mio bimbo aveva bisogno di andare al bagno.
Ma che poi, una volta dentro ero stato preso dagli scrupoli di coscienza e avevo deciso di lasciare tutto intonso e pulito (a parte il copriletto messo fuori posto) e di abbandonare l'impresa. E, alla fine, ribadisco ancora che tutto questo lo avevo fatto per il piccolo Gabriel.
L'uomo - che è anche padre di due piccini - sembra comprendere ed assente con gravità alle mie parole.
Mi pare anche di capire che il mio racconto lo abbia commosso, toccando qualche corda dentro di lui.
Mi stringe la mano e mi fa cenno che posso andare via indisturbato.
Nella scena successiva io e il piccolo Gabriel - tenendoci per mano - stiamo scendendo lunghe scalinate di questo stesso albergo, ricoperte di una spessa guida rossa, che in taluni punti è arricciata, sicchè devo condurre accuratamente Gabriel per evitare che inciampi.

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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