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13 marzo 2021 6 13 /03 /marzo /2021 06:55
Il Lazzaretto di Milano durante la Peste del 1630

Vado in ospedale, ma non perché sono ammalato. E' una missione di lavoro: infatti ci vado accompagnato da un'assistente sociale. E dobbiamo andare a parlare con un altro team di un caso clinico che ci preoccupa.
Raggiungere l'ospedale è un vero e proprio viaggio: in primo luogo, perché non riesco a raccogliere preliminarmente tutto ciò che mi occorre. Poi, perché devo affrontare un lungo tragitto su di una metropolitana che non ho mai visto prima, come se nel frattempo il tempo fosse andato avanti. In terzo luogo poichè, una volta arrivati davanti all'immensa struttura, questa ci appare come un castello inespugnabile, contornato da una corte dei miracoli convulsa ed agitata.
E non ci solo solo malati che si fanno sotto per essere ricoverati, ma vi è anche un intero sottobosco di strani ceffi, tossici, prostitute, faccendieri in attesa di cogliere la loro opportunità.
Arrivando all'ingresso non sappiamo a chi rivolgerci per chiedere la via per giungere all'ufficio dove dovremo conferire con altri operatori, e c'è una ressa pazzesca, autoambulanze che vanno e vengono di continuo, macchinari per la respirazione, barelle e lettini, per non parlare di giacigli improvvisati con effetti letterecci buttati lì alla rinfusa. E poi la colonna sonora di grida e urla, per non parlare del rumore violento ed assordante delle sirene dei mezzi di soccorso.
Altri se ne stanno a terra con le spalle appoggiate al muro, in posture contorte che esprimono grande prostrazione, malamente protetti da coperte e da altri ripari di fortuna.
E ci sono quelli che si muovono inquieti trascinando dietro di sé dei respiratori portatili. Colpi di tosse e scaracchiamenti, sputi grassi che volano sino al pavimento, lamenti.  L'aria deve essere sicuramente inquinata da ogni sorta di schifezza, mi ritrovo a pensare e cerco di coprirmi il volto con la mascherina.
Mi rendo conto che sono senza. L'ho dimenticata, malgrado gli accurati preparativi di prima. Deplorevole e sorge immediata la sensazione di una drammatica vulnerabilità.
Cerco di sopperire coprendomi il volto con la mano e tirandomi su a mo' di protezione il collo del maglione, ma con scarso successo.
Nel frattempo sono stato messo in stand-by, la situazione è semplicemente troppo convulsa per poter sperare di esporre in maniera intellegibile il mio problema e di essere indirizzato dove devo andare. E poi non riesco a spiegarmi. Edanche trovare qualcuno del personale addetto all'accoglienza disposto ad ascoltarmi.
Mi seggo e poggio lo zaino davanti ai miei piedi.
Nell'attesa vengo preso da un grande, irresistibile, sopore. La testa mi ciondola e le palpebre mi si appesantiscono: e scivolo in un microsonno di fuga da questo caos.
Mi risveglio di colpo quando sento uno strattone impresso allo zaino che, per uno dei suoi spallacci, ho ancorato al mio piede.
Uno con l'aria furbetta e la faccia da topo, dalla barba ispida, ha appena cercato di rubarmelo. Quando vede che mi sono risvegliato si ritrae spaurito: uno vero sciacallo.
Cerco di riscuotermi e mi rimetto in piedi, zaino in spalla. Meglio cercare di mantenere la lucidità.
E continuo ad aspettare.
Non credo che riuscirò a portare a termine ciò per cui sono venuto qua.
Sono in una valle di lacrime in attesa che ritorni il tempo ordinario.

Gustave Doré

Dissolvenza...,

I miei sogni vanno tutti in dissolvenza: in essi non c'è mai una storia di senso compiuto nella quale si possa riconoscere una fine. Rimane sepre tutto in sospeso... E non credo a quelli che dicono che se il loro sogno è rimasto in sospeso, non sentendosi soddisfatti, si rimettono a dormire cercando un finale adeguato. In questo caso, se davvero lo trovano, il finale è soltanto un artefatto. Ma, del resto, anche la narrazione del sogno che noi facciamo a noi stessi, è un artefatto: ed é ciò che dice Freud quando parla del processo di "elaborazione secondaria" del materiale onirico emergente. La mancanza di un finale, forse, dipende anche dal fatto che i sogni - spesso soprattutto quelli che si ricordano al mattino, appena svegli - hanno un carattere di istantaneità, nel senso che si formano a partire da uno stimolo esterno che penetra nella mente dormiente e fa da trigger (o forse meglio da catalizzatore) per la costruzione dell'intero sogno (se non ricordo male qualcosa del genere viene argomentato da Freud in uno dei capitoli preliminari della sua opera fondamentale).
In ogni caso, poi, non ha importanza che nel sogno vi  siano un inizio o una fine.
Di questa punteggiatura sentiamo l'esigenza nel nostro tentativo di costruire una narrazione coerente, mentre al sognare si attaglia ben di più un processo di giustapposizioni impressionistiche che servano a dar forma alle nostre emozioni e preoccupazioni e a fornirci eventuali vie di uscita da una situazione problematica che sperimentiamo nella veglia (questa è un'altra e differente ermeneutica dei sogni che tuttavia non entra in conflitto con l'esegesi freudiana, ma la integra e la rende sfaccettata).
Inoltre, è notevole come nella composizione del sogno possano entrare sia residui diurni sia immagini stratificate nella nostra memoria e che provengono da suggestioni letterarie, pittoriche, iconografiche e cinematografiche. Tutto diventa materiale di costruzione per il nostro sognare.

Non è la prima volta che mi ritrovo a sognare di un ospedale, da quando è iniziata la pandemia. Già in questa sede ne ho trascritto un altro, che potete ritrovare con il titolo "L'assurdo universo della città-ospedale".

 

 

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8 marzo 2021 1 08 /03 /marzo /2021 12:53
Hieronymous Bosch, Il Giardino delle Delizie, pannello centrale

Sono in un grande resort vacanziero al mare
Faccio parte di una numerosa comitiva in cui vi sono molte donne, forse più donne che uomini.
Alcune le conosco, altre no.
C'è una grande ressa al momento della prima colazione con i buffet allestiti in vasti saloni con le volte a botte.
C'è profusione di tutto, infinita ed impressionante, e non si sa cosa scegliere prima. Il solito dilemma tra dolce e salato, ovviamente.
Poi si va al mare.
C'è una spiaggia sabbiosa poco lontano, attrezzata con sdraio ed ombrelloni, dove abbiamo prenotato.
Ma prima vogliamo esplorare.
A quanto pare dal piano sotterraneo dell'hotel si può accedere ad una scogliera e da lì per un impervio sentiero alla spiaggia.
Nel piano sotterraneo, a quanto vediamo, ci sono centri benessere, saune e hammam che attraverso grandi vetrate guardano verso l'esterno.
Tutti sono nudi e portano fieramente in giro la propria nudità, sia all'interno sia fuori.
Il mare ancora non si vede, ma soltanto un grande spazio stretto tra le fondamenta dell'albergo e una sorta di immenso muro di controscarpa, costruito con grandi blocchi di calcare, che lo separa dal mare.
E qui ci sono acque gorgoglianti, fontanili, piccole piscine con acqua calda e fredda, jacuzzi, grotte ombrose e chioschi.
Sono molti quelli che fanno sesso tranquillamente in coppie o in gruppo.
Altri se ne stanno indolenti a guardare, in piedi o seduti o sdraiati. Si respira un'aria di grande libertà e di rilassatezza e a me [che sogno] pare d'essere in un sogno il cui scenario è costruito come Il Giardino delle Delizie di Hieronymous Bosch.
Ci facciamo strada un po' distratti da quanto accade: ed anche noi, nella mia piccola comitiva, siamo totalmente nudi senza nemmeno avere addosso un minimo brandello tessile.
E continiamo a cercare una via che ci conduca verso il mare.
L'incertezza del poter trovare un passaggio crea un senso di aspetattiva ed uno stimolo in più, accompagnato da un brivido di avventura di fronte all'ignoto (Troveremo mai la via? Riusciremo ad arrivare al mare?). E poi c'è il piacere di vedere tutta quella libera e disinvolta nudità attorno a noi e quello più immediato dei corpi flessuosi ed abbronzati delle mie compagne ancheggiare davanti a me, mentre avanzano lungo il percorso, seguendo le mie indicazioni, quasi che fossi il loro pastore.
Dopo vari attraversamenti perigliosi che richiedono agilità, salti da capra ed equilibrismi vari, arriviamo alla fine ad un ampio scivolo scavato nella roccia che scende a spirale e percorso da un sottile velo d'acqua che, nel corso degli anni lo ha reso lipposo con chiazze di muschio qua e là.
E ci lasciamo scivolare lungo di esso con grida di gioia infantile per ritrovarci in un largo spiazzo levigato di fronte al mare che vediamo percorso da piccole creste di spuma bianca, in netto risalto sul colore dominante di uno straniante azzurro nel quale cielo e mare si confondono. Più in là si intravede la linea della scogliera e il profilo di una grande scalinata di pietra per la quale probabilmente si potrà accedere alla tanto agognato spiaggia sabbiosa e alle dune retrostanti.
E siamo avvolti dall'odore intenso di alga e della salsedine nebulizzata che rende l'aria vibrante.
Meraviglia.
E c'è sulla mia pelle elettrica un leggero brivido per il piacere che verrà.

Dissolvenza

 

Stendardi nel vento (foto di Maurizio Crispi)

 

 

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24 gennaio 2021 7 24 /01 /gennaio /2021 13:42
ambulanza di notte

Nel buio del pomeriggio d'inverno
è arrivata un'ambulanza
che si è fermata proprio davanti al portone di casa,
il girofaro in funzione a lanciare sprazzi bluastri
tutt'attorno
lame di luce, taglienti
spettri bianchi ne sono discesi e sono entrati
E i girofari sempre accesi e rotanti
senza suono
di lì a poco (o forse dopo molto tempo)
i due sono usciti di nuovo
accompagnando un'anziana donna
imbacuccata e in mascherina
che in mezzo a loro camminava a fatica
e che, non riuscendo a salire l'alto gradino allo sportello laterale,
è stata issata a bordo dai due spettri bianchi
Poi l'ambulanza ha fatto manovra e se n'è andata
senza sirena,
lasciando dietro di sé una scia di ghiaccioli di luce blu.

Poche ore dopo, ho sognato che i familiari di questa donna,
sbucavano all'improvviso,
mentre rientravo a casa,
quasi che mi avessero teso un agguato,
e mi si avvicinavano, molto, troppo,
senza rispettare una minima distanza di sicurezza
e, soprattutto, senza indossare la maschera
Si protendevano verso di me
e mi dicevano che era tutto a posto,
che la loro nonna
dopo tutti i necessari accertamenti
era rientrata a casa,
che no, non c'era nessun problema e
che non si trattava di Covid.
Io ero spaventato
Mentre parlavano si avvicinavano sempre di più a me,
parlando concitati e sputacchiando
ed io, dopo aver arretrato quanto più era possibile,
mi ritrovavo con le spalle al muro
senza più scampo dalla loro materia oscura

Qualcuno mi ha fatto notare che, per produrre un simile sogno, probabilmente, dovrei avere dentro di me un bel po' di angoscia. Queste le esatte parole della mia corrispondente (GM): "Caro Maurizio, scrivi bene come sempre ... ma sei un po' troppo spaventato per sognare subito un mezzo incubo o, chiamalo come vuoi, un sogno angoscioso. Francamente quando vedo un ambulanza con le sirene, non penso mai al virus, penso: speriamo bene per chi ne ha bisogno, penso ad altre patologie, altre necessità. Il periodo è brutto e delicato, bisogna stare attenti (mascherina distanziamento ecc.) ma non lasciarsi prendere dal panico, poi ci sveglia di cattivo umore. A me capita di sognare spesso che sono richiamata a lavorare, dopo un periodo di pensionamento e quindi completamente "rimbambita" e non all'altezza dei miei compiti ... ecco questo sì un bell'incubo".
Io, a dire il vero, non mi sento particolarmente angosciante. Semplicemente, in modo realistico prendo atto della situazione...
E, quindi, ho risposto così alla mia amica sul social: "La situazione è quella che è... e quando il gioco si fa duro i duri ballano, per così dire. Tante cose ce le hai sotto gli occhi... Alcune le neutralizzi con l'ironia, altre invece entrano dentro di te un po' più a fondo, malgrado le barriere che tu cerchi di frapporre.
E poi, dopo essere penetrate, magari, ritornano nel sogno: d'altra parte il sogno può servire a tante cose, tra le quali - non ultima - vi è indubbiamente l'elaborazione di strategie utili al problem solving cui siamo chiamati quotidianamente. Quindi, il sogno ti avvisa, ti prospetta delle possibilità e delle ipotesi.
In fondo, in una maniera molto personale ed istantanea assolve alla stessa funzione della scrittura creativa.
Affronti nel sogno molti mondi possibili e verifichi come potrebbe essere fronteggiare determinate situazioni. Molto di rado i miei sogni si configurano come incubi: il più delle volte suscitano in me un senso di meraviglia
".

 

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18 gennaio 2021 1 18 /01 /gennaio /2021 06:40
Blobmonster

Gioco a nascondino con mio figlio
Quando è il mio turno di andare a nascondermi
apro la porta di casa ed esco nel pianerottolo
E' mia intenzione di andare a trovare un buon nascondiglio nell'appartamento accanto.
Ma sono impacciato nei movimenti
non riesco a fare i passi necessari con scioltezza e fluidità
Per di più la porta sbatte con violenza,
attirando l'attenzione di mio figlio
verso la via d'uscità verso l'esterno
Allora, sempre con la sensazione
di avere tutte le membra molli e collose
imbocco le scale
e mi ritrovo a scivolare lungo di esse a testa in giù
Dovrebbe essere una discesa veloce,
ma anche in questa modalità il mio corpo è vischioso
e non prende la necessaria velocità
per poter arrivare rapidamente in un punto nascosto
Mentre con un senso d'inutilità
cerco di imprimere un movimento alle mie membra collose,
non so come, riesco a girare la testa
Mio figlio apre la porta
ed eccolo lì a guardarmi
pieno di stupore
mentre io sono spiaccicato sulle scale
come una gelatina tremolante
o un blob oppure uno skifidol, uno slime
oppure una forma di vita
tornata allo stato dell'ameba primigenia


Dissolvenza...

E' un sogno quasi kafkiano che propone al mio io cosciente l'idea di una dissoluzione o anche di una trasformazione: ma come sempre accade nei sogni non c'è angoscia, ma piuttosto un senso di meravigliata contemplazione quasi che il caleidoscopio delle immagini oniriche fosse una sorta di apparecchio cinematografico nel quale si è attori e spettatori al tempo stesso...

Cercando delle immagini per corredare questa nota, ho fatto delle scoperte interessanti, come sempre capita quando si fa una ricerca su internet.
1. esiste un pesce che viene chiamato "blobfish" (assomiglia infatti ad un blob informe) ed è considerato il "pesce più brutto al mondo": poverino!
2. il nascondino è un gioco che di movimento e di gruppo con delle sue regole consolidate (ma questo lo sanno tutti) ed esistono persino dei campionati nazionali e mondiali di nascondino. Mi chiedo a questo punto: per bambini o per adulti che giocano a fare i bambini?
Vabbé...

Alla variante inglese e a quella sudafricana, si è aggiunta da pochi giorni quella brasiliana, considerata ancora più temibile, ma - dicono gli esperti - ancora da studiare.
Le strade al mattino sono vuote, poche le auto in giro, molte le saracinesche abbassate.
Un'attività gioiosa, come dovrebbe essere il gioco del nascondino, diventa all'improvviso angosciante.
L'essere ritrovato non è più una fonte di piacere e nemmeno c'è più il liberatorio "Liberi tutti" finale.
In effetti, il nostro "liberi tutti" dopo il gioco collettivo del nascondino  nel corso del primo lock down c'è stato, epperò si è trasformato: anziché essere qualcosa che potesse avere degli effetti benefici e gioiosi, è diventato un boomerang che ci è tornato addosso con effetti ancora più devastanti, sicchè all0illusione della liberazione è seguito un nuovo imprigionamento.

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13 gennaio 2021 3 13 /01 /gennaio /2021 19:40


 

Foto di Maurizio Crispi (Tempi di Covid)

Il contesto è una lunga passeggiata su sentieri montani, ardimentosi, resi cupi dal velluto dei boschi. E facevo parte di una lunga teoria di passeggiatori, uomini, donne e bambini.
Tanto da far pensare anche ad un grande esodo ordinato, per superare clandestinamente un confine di stato.
Poi mi ritrovo sullo scenario di un grande meeting. Qui un predicatore su di un pulpito improvvisato arringa la folla, con la sua retorica e con la forza dei suoi gesti fanatici.
E c'è un pezzo di plastica appartenente ad un oggetto complicato che, essendo stato smantellato, è tecnicamente un "rifiuto".
Attira la mia attenzione per via della sua foggia strana e dei colori sgargianti.
Lo raccolgo per portarmelo, ubbidendo al mio gene del"raccoglitore", come la gazza che che viene attratta da oggetti scintillanti.
Ma quando  sto per caricarlo in auto, ecco che arriva una macchina di pattuglia della polizia.
Inutilmente (è troppo tardi) cerco di disfarmi dell'oggetto, lanciandolo lontano da me.
Mi prendono e mi conducono in commissariato. e, assieme a me, l''oggetto, vero e proprio corpo del reato e prova a mio carico.
Nulla può essere asportato dal loro territorio, mi spiegano.
Parlano in un tedesco gutturale. E' veramente difficile comprendere ciò che mi dicono.
Ma ce la faccio, raccogliendo le reminiscenze del breve periodo in cui mi ritrovai a studiare questa lingua.
Mi dicono che per questa volta non sarò imprigionato, ma che prima che io venga rilasciato dovrò compilare un apposito questionario e loro, per contro, scrivere un verbale sui fatti così  come sono accaduti.
Decifrare il significato delle frasi che compongono il questionario è un compito ben arduo.


Dissolvenza.


Con la consapevolezza di avere dormito una lunga e riposante nottte di sonno, costruttivo, mi risveglio.
Mi sento assediato. Qui in Sicilia, le zone che sono state dichiarate rosse - o che lo saranno presto - con l'incremento dei nuovi contagi si stanno moltiplicando.
La sensazione di essere in un posto sicuro - quella che ha caratterizzato il primo lock down - sta rapidamente svanendo.

Ed è davvero difficile non sottostare ad inquietanti suggestioni.
Cosa sarà mai quello scolamento di naso che mi capita la mattina presto al risveglio?
E quella leggera tossetta? E quel catarro vischioso che mi sento al fondo della gola e che mi sforzo di rimuovere, senza riuscirci?
Nulla più che ordinaria amministrazione... ma tant'è.
Vado a camminare a passo svelto e avverto una leggera dispnea da sforzo?  Non sarà per caso l'esordio strisciante di una polmonite atipica?
Forse sarà meglio che io vada subito ad acquistare un saturimetro...
Ecco il genere di pensieri da cui sono preso in questi giorni...
Eppure ci sono le cose quotidiane da fare, compiti da svolgere, bisogna presidiare il fortino e, per così dire, tirare la carretta.
Non fermarsi mai.
E se...
E se...
Questo dunque il tipo di pensieri che mi affligge in questi giorni.
E ieri, preso dall'inquietudine, imbacuccato come un tonnetto (simpatico refuso che voglio lasciare, anche se volevo scrivere "nonnetto") per timore di prendermi un'infreddatura, macinavo proprio questi pensieri e ruminavo, ruminavo...
Una forte ed ipnotica ruminescenza (perdonatemi il neologismo) che mi faceva avvolgere e rotolare in un loop senza via d'uscita.

E poi, senza neppure leggere la pagina di un libro, mi sono addormentato e ho sognato....

E ed ero lì che facevo una passeggiata nei boschi...

 

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11 gennaio 2021 1 11 /01 /gennaio /2021 06:26
Foto di Maurizio Crispi

C'è una guerra: una spedizione navale è in partenza per riconquistare l'isola non lontana che è stata invasa dai nemici.
E vedo sfilare le navi da guerra, una appresso all'altra, in formazione.
Ma, nello stesso tempo, scorgo delle navi nemiche che, in lunga fila, stanno arrivando verso la terraferma.
Si prepara un grande scontro, definitivo.
Queste navi - mi ritrovo a pensare - non sono certo espressione degli armamenti più moderni: sembrano piuttosto una flottiglia messa assieme alla buona, con i navigli più disparati e in diverso stato d'uso. Una specie di armata brancaleone del mare, insomma.
O anche, passando ai toni dell'epopea, mi pare di vedere la flottiglia delle più disparate - a vela o a motore - imbarcazioni civili che partirono dalle coste di Albione per salvare l'armata inglese chiusa nella sacca di Dunkerque.
Vengo incaricato di raggiungere un grande cargo ormeggiato a poca distanza della costa, privo di tutto le sovrastrutture.
L'uomo al comando mi spiega che quel cargo, ormai ridotto ad un guscio vuoto, è utilizzato come deposito per scorte di acqua potabile e di carburante che saranno preziosi per l'esito della guerra in atto.
Il mio compito è di raggiungerlo con una piccola imbarcazione e di presidiarlo, soprattutto per evitare che, mollati gli ormeggi, se ne vada alla deriva sino ad incagliarsi o ad affondare.
Sugli ordini non si discute.
Quando arrivo non c'è nessuno a bordo.
Nessuna traccia di vita.
Preso atto di ciò, mi addormento e mi risveglio, dopo un lungo sonno, per scoprire che sono trascorsi ben undici giorni.
Non ho memoria di nulla. Non so bene cosa sia successo nel frattempo.
La guerra a quanto pare è finita: infatti, il cargo ora è ormeggiato quietamente ad un lungo molo.
Vorrei mettere qualcosa sotto i denti perchè avverto i morsi della fame dopo tanti giorni di letargo.
Ma ci sono solo delle merendine industriali.
Dopo, scendo dalla nave e comincio a costruire un muro a secco con delle grosse pietre.
Per quanto mi sforzi continuo a non ricordare nulla del mio passato.
Il passato è passato, pensiamo al futuro adesso - mi dico.

Ho camminato per le strade
Negozi chiusi e smantellati.
Vetrine vuote.
Saracinesche perennemente abbassate, con cumuli di rifiuti spinti dal vento davanti.
Cartelli di vendesi o di affittasi oppure di cessione dell'esercizio commerciale.
Passanti in maschera.
Cani in maschera.
Anche i gatti con la maschera, ma loro indossano anche un respiratore da palombaro.
E' questa la guerra, forse.
La guerra contro un nemico invisibile e dai molti volti.
Ci siamo cascati.
A forza di smantellare il pianeta siamo arrivati al punto di non ritorno.
E se - a dispetto dei facili ottimismi - il virus diventasse sempre più letale, attraverso successive mutazioni?
Stiamocene a casa a coltivare il nostro piccolo orticello.
Prendiamo un libro e leggiamo.
Oppure dormiamo.
Facciamo come il dormiglione di Woody Allen oppure come quel Rip Van Winkle (la nota creazione letteraria di Washington Irving) che, dopo essersi addormentato, si risvegliò ben vent'anni dopo, avendo saltato a pie' pari la rivoluzione americana e i primi anni della nuova repubblica.

 

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28 dicembre 2020 1 28 /12 /dicembre /2020 08:05
Deserto d'acqua, disegno di copertina Karel Thole, edizione originale

La notte ancora ancora indugia
e non trascolora nel giorno
Le vie sono deserte,
bagnate della pioggia di prima
mucchi di foglie morte intrise d'acqua
pozze profonde di oscurità
e ogni tanto l'ombrello di luce di un lampione
il natale appena trascorso sivede
in luci tremolanti che addobbano alcuni balconi
in alberetti di natale tristanzuoli
e altri addobbi luccicanti
negli atri dei palazzi
e su in alto nei balconi
e dalle finestre bagliori azzurognoli che trascolorano
nel rosa e nel verde
auto in corsa rade
lanciano lame di luce
che accendono l'asfalto di riflessi
La vuota retorica si disperde come polvere nel vento

Ho sognato che mi recavo in auto al Parco della Favorita
Lì era tutto mutato,
come se non ci avessi messo piede da tempo.
Trovo un sottopasso di cui non ho memoria
e imbocco poi uno sterrato prima non esistente
e aperto dalle auto
a forza di percorrerlo.
Ho un appuntamento con la mia famiglia
ma non trovo nessuno
In questo scenario così cambiato
non riesco a muovermi a mio agio
Scendo dall'auto:
ora, davanti a me, c'è un grande palazzo
Ne varco l'immenso portale
e salgo lungo uno scalone di dimensioni regali
Incongruamente,
ho un tubo dell'acqua in mano
e l'acqua scorre a fiotti
Chiedo informazioni, ma nessuno mi da risposte
Da un ufficio viene fuori un tipo
piccolo ed insignificante
radi capelli con riporto megagalattico
imbrillantinati
baffetti minuscoli taglio stile Hitler
Mi saluta affabilmente
dando mostra di conoscermi da lungo tempo
ma non mi sovviene chi sia
Per me è un perfetto sconosciuto,
l'ometto
L'acqua continua a scorrere e a ruscellare
giù per le scale
Mi rendo conto di non potere più stare lì
in queste condizioni
E scendo trascinando con me il tubo per innaffiare
che adesso sembra peso come piombo
Esco fuori su di un grande prato
e vado alla ricerca del rubinetto
per chiuderlo

Dissolvenza

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18 dicembre 2020 5 18 /12 /dicembre /2020 12:51
Teatro anatomico

(il frammento di un sogno) Ero all'Università, in un'aula ad anfiteatro e una platea gremita. In basso al centro delle file di banchi semicircolare, il professore di psichiatria con la testa pelata ed un camice bianco indosso teneva una lezione dotta,
Io, appollaiato  su di uno degli scranni più alti, a dispetto del silenzio reverente generale, non facevo che interloquire ed interrompere l'eloquio dell'oratore.
I miei interventi si trasformavano presto in una specie di gara tra me e l'oratore, in cui io cercavo in ogni modo di prevalere ed averla vinta.


A partire da questo piccolo frammento, mi sono ricordato di una volta quando andavo all'università, al secondo anno. C'era un assistente fascistoide che teneva alcune lezioni di fisiologia e aveva i capelli tagliati come un nazi. Faceva antipatia a tutti.
Io stavo seduto in alto, perchè era nel mio stile tenermi sempre defilato e dissi qualcosa al mio collega seduto ad un posto di distanza. Questo mio collega era uno timorosissimo dell'autorità e zelante negli studi, ma una persona buonissima d'animo.
L'assistente fu disturbato dalle mie parole bisbigliate e disse: "Lei, cosa ha da dire, perchè disturba?".
Io feci ostentatamente finta di nulla (allora ero barbuto e con i capelli abbastanza lunghi). Replica della stessa domanda di prima, ma con tono irato adesso.
Io sempre con ostentazione mi guardai alle spalle, come a dire "Magari quello sta parlando con uno dietro di me di cui ignoro la presenza".

Ma non c'era nessuno, ovviamente, e lo sapevo benissimo
Scrollai le spalle. E rimasi seduto in silenzio.
Arrivò a questo punto l'intimidazione ingiuntiva: "Lei all'ultimo banco, si alzi ed esca dall'aula!".
Di nuovo, io mi guardai alle spalle per indicare che sicuramente l'assistente così villano e con quei toni autoritari da operetta non stava certamente parlando con me. Intanto, il mio collega timoroso da morire, prendeva le distanze da me e, senza farsene accorgere si spostava di alcuni posti, cercando di defilarsi (una forma di distanziamento sociale protettivo).
A quel punto, in una sorta di braccio di ferro improvvisato, l'assistente sbottò: "Se lei non esce immediatamente dall'aula, me ne vado io".
Silenzio di tomba da parte di tutti e immobilità da parte mia.

Non mossi un muscolo, la cosa non mi riguardava.
A quel punto, l'assistente disse:"Va bene. Allora me ne vado!". E ci lasciò in asso, prendendo la via della porta e sbattendola con fragore.
Alla fine, tutti si congratularono con me, per aver sconfitto l'autoritarismo impersonato da quel docente.
Solo il mio collega, il mio vicino di posto, era contrito: "Maurizio, mi hai rovinato - mi disse - adesso, quello agli esami si ricorderà di me!".

Comunque, anche io, quando a Luglio arrivò la sessione di esami di fisiologia, mi premurai di tagliarmi barba e baffi e di accorciarmi i capelli... una forma di mascheramento protettivo, insomma, giusto per arrivare all'esame in incognito. Non si sa mai...

Dedico questo ricordo alla memoria del mio amico e collega di allora che, alcuni anni, fa ci ha lasciato prematuramente.

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16 dicembre 2020 3 16 /12 /dicembre /2020 13:51
Gioconda con mascherina (murales)

Ho sognato questo. Mi sentivo infastidito da una pellicina rotta sul bordo di un dito che, mentre dormivo e mi agitavo nel sonno, s'impigliava sempre nelle lenzuola. Il leggero attrito della pelle dura e sporgente mi risvegliava di continuo.
Molto istintivamente - per porre termine al fastidio - mi portavo il dito alla bocca per rimuovere quella pellicina con i denti, come faccio di solito da sveglio.
Ma niente, mi accorgevo che indossavo la mascherina.
Che seccatura, pensavo, pure di notte!
E la rimuovevo per poter riuscire nel mio intento.
Però, con angoscia, mi accorgevo che non avevo più la bocca: mi tastavo la faccia con le dita con frenesia e, al suo posto, soltanto pesce [pelle] liscia e giovane: nessuna traccia, nemmeno in forma di cicatrice residua, della rima buccale.
Dissolvenza...


Questo sogno mi ha portato molti pensieri.
Innanzitutto, ho pensato alla storia di Dr. Strangelove (in Italiano, il dott. Stranamore) divenuto cult negli anni Sessanta grazie al film cult di Stanley Kubrick con la magistrale interpretazione di Peter Sellers, il cui sottotitolo faceva "Come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la Bomba"(la sceneggiatura fu ispirata dal romanzo di Peter George, Red Alert, del 1958, meno fortunato), cui fece da contrappunto proprio in quegli anni il magistrale poema del poeta americano beat (underground) Gregory Corso ("Bomb"), i  cui versi, proprio per esorcizzare lo spettro della bomba atomica, sono scritti in modo tale da configurare nel loro sviluppo verticale in un foglio piegato a fisarmonica innumerevoli volte il temuto fungo atomico (AAVV, a cura di Fernanda Pivano, Poesia degli ultimi americani, Feltrinelli Le Comete, 1964).
 
Come succede nel caso del film di Stanley Kubrick e nella poesia di Corso, alla fine, nel rapporto con un manufatto ostile (l'epitome del Male, si potrebbe dire), non resta altro da fare che smettere di preoccuparsi e di odiarlo, semplicemente accettandolo e facendolo rientrare tra le cose che fanno parte del nostro ambito esperienziale, sino al punto da amarlo, paradossalmente (se si odia la bomba allora si devono odiare tutti gli altri manufatti costruiti dall'Uomo).
La bomba è dentro di noi, alla fine, sembrano indicare i versi di Corso, e non possiamo che amarla come parte della nostra natura.
E, in definitiva, è anche così nei confronti della pandemia attuale: Coronavirus (la "bomba" virale se pensiamo alle foto "esplose" del virus con tutte quelle punte minacciose che servono da aggancio con la superficie cellulare) e Covid-19, in questi dieci mesi, abbiamo finito con l'introiettarli in noi, cosicchè essi sono entrati a far parte del nostro immaginario individuale e collettivo, assieme a tutti gli oggetti di scena che vi sono correlati, come ad esempio i ventilatori polmonari per le terapie intensive, ma soprattutto le mascherine ed altri dispositivi di protezione individuali che, dell'evento pandemico, rappresentano - in forma di gadget - l'esperienza più universalmente accessibile da parte di tutti.
Mi è anche venuto in mente un libro letto parecchi anni fa. Si tratta di un saggio il cui Autore (professore universitario di tutt'altra disciplina), dopo aver tentato invano di smettere di fumare e basandosi in ciò su tutti quelli che si elencano solitamente tra gli aspetti negativi e pericolosi per la salute del tabagismo, ha deciso di fare una vera e propria rivoluzione copernicana, facendo il seguente ragionamento: "Forse se riuscirò ad enumerare tutte le ragioni per le quali mi piace fumare, alla fine - avendo più consapevolezza dei meccanismi della mia addiction - smetterò".
Da questo tentativo (un vero è proprio brain storming colto) è nato il suo libro che però in exergo non dice se il suo autore abbia, alla fine della sua poderosa compilazione, effettivamente smesso di fumare.
Ma anche qua viene fuori l'argomentazione discussa prima. Se una cosa non la puoi sconfiggere solo perchè la vedi come l'incarnazione del male, allora non ti resta che riconoscere che è dentro di te, amarla e forse soltanto così, depotenziarla.
Per quanto riguarda l'utilizzo delle mascherine che, in tempi di Covid assieme alle regole del distanziamento, rappresenta l'aspetto più emblematico e palese della pandemia in corso, potremmo dire - e qui sconfiniamo un po' nella narrazione ironica - una quantità di belle cose.
Proviamo ad elencarle.
E' diventato possibile sbadigliare in pubblico senza doversi preoccupare di coprirsi la bocca con la mano..
Con la mascherina correttamente indossata, si può eruttare in pubblico in piena libertà (silenziosamente si intende, ma i maleducati anche fragorosamente) senza timore che le proprie esalazioni gastriche raggiungano il nostro prossimo.
Si è sicuramente distolti dall'infilarsi in pubblico le dita nel naso per scavare gallerie ed estrarre minerali pregiati. Si potrebbe anche dire che coloro i quali tengono il naso fuori dalla mascherina sono degli impenitenti scavatori. In fondo, cos'è il tampone se non una forma estrema di scaccolamento, se vogliamo metterla così? Ma, negli scavatori che indossino correttamente la mascherina le attività di scavo giornaliere sono drasticamente ridotte.
Del pari, in tutte le situazioni pubbliche, si èprotetti dalportarsi le mani alla bocca nelcaso dei morsicatori e masticatori compulsivi di unghie.
L'uso della mascherina impedisce anche a coloro che ne hanno l'abitudine di masticarsi la punta dei capelli e, dunque, è un'ottimo strumento di prevenzione del tricobezoar.
L'uso della mascherina protegge il prossimo da coloro che soffrono di "fiatella", ovverossia di alito pesante, oppure per usare il termine scientifico, di "alitosi" di cui erano affetti - secondo documentate fonti - diversi fascinosi attori hollywoddiani, come ad esempio Clark Gable.
La mascherina nasconde forme sgraziate di naso, bocca e mento, mentre mette in risalto in maniera netta e decisa gli occhi, rendendoli profondi e pieni di fascino.
E poi si potrebbe anche dire: "Volti coperti, liberi pensieri...".

Rimane tuttavia il fatto che, quando cammino per strada e incrocio tutte quelle persone, uomini e donne, con la mascherina sul volto, a volte sono preso da una sorta di vertigine e da una sensazione di estraniamento,come se fossi piombato all'improvviso nel cuore di un pianeta alieno. Una sensazione tantomaggiore se mi trovo a confrontarmi con qualcuno che indossapesanti e grandi occhialoni scuri da sole.


Stranger things...

Volti coperti liberi pensieri

 

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20 novembre 2020 5 20 /11 /novembre /2020 13:38
L'assurdo universo della città-ospedale

Ho sognato che ero all'interno di una città-ospedale enorme e labirintica.


Sembrava che questa struttura si estendesse per ogni dove, con corridoi interminabili su cui si aprivano porte che conducevano dentro sale di degenza grandi e piccole.

Ero lì perché dovevo andare in un posto ben preciso - ma quale fosse adesso non lo ricordo più.
Non riuscivo però ad arrivare mai: anche quando, per coprire distanze maggiori, mi imbarcavo sui bus navetta che circolavano di continuo.
Dovunque, attraversando spazi aperti e cortili vedevo giacere scompostamente e in pose strane i corpi ignudi di uomini e donne, ancora vivi, ma palesemente abbandonati alla loro sorte.
Dentro l’immenso ospedale c’erano anche le scuole di ogni ordine e grado. Ogni tanto mi imbattevo nelle scolaresche: e arrivavo persino alla scuola di mio mio figlio. Anche qui dovevo fare qualcosa, di sicuro parlavo con le sue maestre e poi me ne andavo.
La mia peregrinazione non aveva mai fine e mi sembrava che non sarei mai riuscito a venire fuori da questo assurdo universo

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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