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2 dicembre 2018 7 02 /12 /dicembre /2018 10:53

Mi capita sovente di sognare di un appartamento segreto.
Un posto che sembra essere quasi un rifugio, al quale soltanto io ho l'accesso.
Si trova ubicato in un grande palazzo, nell'intercapedine tra due altri appartmenti: ed in comunicazione con entrambi attraverso porte a scomparsa, occultate ad arte, che soltanto io posso aprire.
E' un appartamento attrezzato del minimo necessario, ma sostanzialmente di aspetto monacale: benchè sia segreto ed invisibile è dotato di finestre che si aprono all'esterno e che ne consentono aereazione e una buona illuminazione con la luce del giorno.
Dall'appartamento si accede ad un'enorme terrazza che occupa l'intera superficie dell'edificio.
Di fatto, questa terrazza è un enorme giardino pensile dove crescono piante da fiori e anche alberi che nel corso del tempo sono diventati enormi e ramificati sino a formare una vasta foresta incolta.
Non ho mai avuto tempo di curarla nelle mie fugaci visite, poichè c'è sempre qualche evento imprevisto che mi distoglie dal curarmi del mio giardino.
Ogni tanto, nei miei sogni, mi aggiro nei meandri di qesta piccola foresta, sorprendendomi ogni volta nello scoprire che nuovi virgulti sono cresciuti, fino a formare un fitto sottobosco e che alberetti prima piccoli sono diventati enormi e fronzuti.
Ogni tanto mi affaccio alla ringhiera e vedo dei bambini che nei cortili sottostanti giocano e si rincorrono, ma nessuno di loro si accorge mai di me che li osservo dall'alto. E' come se da questo rifuggio segreto nessuno mi potesse vedere e, d'altra parte, è impossibile qualsiasi comunicazione a voce, in considerazione dell'altezza.
Qualche volta nei sogni, sono all'esterno dell'appartamento, e mi soffermo a trastullarmi con l'idea che posso entrarci qando voglio, passando in rassegna le diverse stanze che lo compongono: trattandosi di una cosa che sento solo ed esclusivamente mia non ha davvero importanza entrarci, perchè so che sono l'unico a possedere le chiavi di questo piccolo regno nascosto.
Altre volte, invece, mi aggiro al suo interno, ma sempre senza particolarmente soffermarmi in una stanza o nell'altra: ma i sogni non mi dicono mai cosa faccio quando sono al suo interno. In effetti, le stanze sono spoglie, come in attesa di essere occupate.
Le porte d'accesso sono nascoste e soltanto io ne conosco il segreto: mi sorprendo a volte che questo appartamento possa esistere ignorato da tutti.
A volte mi chiedo come ciò sia possibile: a volte, mi rispondo dicendo che l'appartamento si trova in un'intercapedine di cui nessuno conosce l'esistenza e in cui io, per qualche bizzarria della sorta, mi sono imbattuto. Altre volte, contagiato dalle mie letture di fantascienza, mi dico che si tratta piuttosto di una porta verso un altro mondo che, tuttavia, rimane in un rapporto di stretta contiguità con quello da cui provengo. Ma questo pensiero è di per sé inquietante, poichè a volte mi trovo a pensare che le porte d'accesso possano chiudersi definitivamente anche per me, proprio quando sono al suo interno. O anche - con un pensiero più ardito - penso che possa essere una camera per il teletrasporto di cui ignoro il meccanismo di funzionamento.
Sì, sembra essere decisamente una dimora da vivere in solitudine, quasi fosse la dimora di un eremita che ha fatto il voto del silenzio, ma quando sono lì dentro o sulla sua soglia, non mi sembra mai che mi manchi qualcosa di essenziale. E dire che, nel corso delle mie visite, non ho mai visto al suo interno, alcun libro, o cd. C'è sì uno spazzolino da denti nel bagno che presenta tracce d'uso.
L'altro giorno, per la prima volta, ho sognato che Gabriel era con me dentro quell'appartamento segreto. Un po' giocavamo assieme, un po' Gabriel faceva qualcosa per cui io lo rimproveravo. Malgrado questi piccoli screzi, avevo la netta sensazione che io e lui stavamo bene assieme, come quando ci ritroviamo a giocare assieme.
Quest'ultimo sogno, a differenza degli altri simili, era molto lungo: mi dava un una percezione soggettiva di interminabilità.
Mi svegliavo e ripiombavo nel sonno per sognare lo stesso scenario, oppure - mi sono poi detto - i risvegli non erano reali e facevano pure parte di quel sogno. Non saprei.
Ma, ad un certo punto, mi sono angosciato: ho pensato di essere intrappolato lì dentro una volta per tutte e di non poterne uscire più: come se il paradiso segreto stesse per trasformarsi in una prigione dalla quale non ci sarebbe più stata una fuga possibile.
Una sorta di concamerazione segreta della mia mente, nella quale sarei rimasto bloccato per sempre.
Un luogo, dal quale non potrei più essere recuperato, come se un dio che gioca con l'Universo potesse decretare: "Quelle porte che erano per aperte per te, ora saranno chiuse per sempre e tu non potrai mai fare ritorno".
E, a questo punto di quest'ultimo sogno, mi sono risvegliato in preda ad una profonda ed inesprimibile angoscia.


 

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23 agosto 2018 4 23 /08 /agosto /2018 08:55
Foresta Ginko Biloba

Ho sognato che vagavo in una foresta di Ginko Biloba
Una foresta labirintica e mai addomesticata, forse preistorica
Silenzio e solitudine,
il suolo ticco di humus,
ricoperto di foglie cadute
i rami ritorti mi costringevano
a fare lunghi giri
a piegarmi
ad arrotolarmi
ad attorcigliarmi
a strisciare ventre a terra
Ma non c’era stanchezza in me
malgrado il protrarsi di uno sforzo acrobatico,
soltanto il senso della meraviglia

 

E sentivo lontana la presenza del grande mare
sempre irragiungibile

Il suo profumo ed un accenno di scoloritura
degli scampoli di cielo sovrastanti
Thalassa, thalassa

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7 agosto 2018 2 07 /08 /agosto /2018 08:24
Sul vulcano

E' in corso una potente eruzione vulcanica

Forse è l'Etna, a Muntagna

Ma potrebbe essere dovunque

Io sono lì, nell'epicentro dell'eruzione

per identificare il cratere "pilota"

e giungo con il mezzo

simile a quello disegnate per attività esterne extramodulari

sui pianeti in esplorazione

in un profondo canalone fiancheggiato da ripide pareti di roccia lavica

e il fondo di sabbia nera molto mobile

Mi metto lì in attesa dei segni premonitori della formazione del Cratere Pilota

- e non so cosa sia -

Poi, comprendo di aver sbagliato del tutto le mie stime

e di essere nel mezzo del posto sbagliato

Comincia una corsa contro il tempo per spostarmi in una differente location

ma il fondo di sabbia del canalone si fa instabile

e minaccia di inghiottirmi

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29 aprile 2018 7 29 /04 /aprile /2018 22:30
Macerie

Spesso, negli ultimi tempi, faccio sogni, carichi d'angoscia, in cui mi muovo con dolente rassegnazione in scenari che mi sono familiari, ma devastati come se fossero stati attraversati da Katrina o altre analoghe calamità.

Le stanze sono vuote e spoglie di tutto, come se fosse stato messo in atto un frettoloso trasloco.

Non c'è più traccia delle cose che si accumulano in una vita.

Nessun oggetto personale, mio o dei miei familiari, tranne frammenti e macerie. Segni sui muri al posto dei quadri che li occupavano, polvere si anni e lanina.

Mobili, sopramobili, libri: tutto scomparso: é bastato un attimo di distrazione.

Vorrei lottare con tutte le mie forze contro il gorgo del tempo che inghiotte tutto e contro questa potente spinta alla disgregazione che sento in azione.

Ma non ci riesco e non trovo in me alcuna forza antagonista. Anzi, mi rendo conto che ogni energia mi abbandona, fluendo inesorabilmente fuori dalla mia carne e dalle mie ossa.

Sento di essere sul punto di divenire polvere, anzi meno ancora che polvere.

E, a questo punto, posso sentire il vento arrivare con un turbine a disperdere tutto, pagine sparse di libri soprattutto che si allontano in un vortice, come foglie morte.

Penso spesso a come sia fragile il nostro equilibrio e a come fondiamo, magrado ogni evidenza, la nostra identità su gli oggetti della memoria. Carabattole spessp di nessuna importanza, ma piene di significati.

Se questi oggetti scompaiono, se vengono distrutti prematuramente, cosa rimane veramente di noi, dove andrà a puntellarsi la nostra memoria?

Dopo questi sogni, mi risveglio in preda all'ansia: solo dopo qualche istante, vedendo che nulla attorno a me è veramente cambiato, mi rassicuro.

I miei ancoraggi, i miei percorsi di memoria supportati da pietre miliari tangibili, per il momento ci sono ancora.

La partita vera e più cudele si gioca tra ciò che è nella realtà e ciò che riusciamo a trattenere nella mente.

Come nel caso del professore sinologo, indimenticabile protagonista di Autodafè di Elias Canetti.

Tiro un sospiro di sollievo... sino al prossimo sogno.

Ma rimane sempre il dubbio: e se ciò che ho sognato fosse stata una visione della realtà com'è dietro il velo dell'illusione?

 

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29 dicembre 2016 4 29 /12 /dicembre /2016 16:58
La vita clandestina dei sogni
La vita clandestina dei sogni
La vita clandestina dei sogni
La vita clandestina dei sogni
La vita clandestina dei sogni
La vita clandestina dei sogni
La vita clandestina dei sogni
La vita clandestina dei sogni

I sogni
come le nuvole
vanno e vengono

Ti visitano ogni notte,
ma non hai quasi mai una presa salda su di essi

Svaniscono come una lieve rugiada
evapora via al primo calore del sole
senza lasciare traccia
(e se questa rimane è effimera)
Persino quando li ricordi e li trascrivi,
a distanza di tempo
ti sembrano estranei al te e al tuo essere

Come se il tuo sognare
fosse quello di un'altra persona
con la quale non hai alcuna dimestichezza

E, quindi, c'è un'intera parte della nostra vita
- quella del sogno - che, salvo rare eccezioni,
rimane a noi totalmente preclusa

Nei sogni si dipana un'altra esistenza, parallela,
della quale soltanto di tanto in tanto
possiamo cogliere sprazzi meravigliosi e iridiscenti
Perchè tutto quello che accade nel sogno
è come un film proiettato sullo schermo della mente
che parla ogni, volta, di vicende
a cui guardiamo con curiosità,
raramente con spavento o con terrore

Il territorio del sogno è anche quello della nostalgia
e del desiderio

Forse anche per questo il contenuto dei sogni
deve sempre essere dimenticato
per rinnovarsi di continuo in molteplici forme,
poiché sia la nostalgia sia il desiderio
sono potenzialmente infiniti,
never ending,
e fanno da motore inesauribile
della nostra vita interiore e della nostra ricerca

I sogni sono la nostra Via Lattea
E, in essi, noi siamo i vagabondi delle stelle,
ma ci è precluso tracciarne una mappa

Disvelamento
Disvelamento

Disvelamento

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15 settembre 2016 4 15 /09 /settembre /2016 10:22
Nel tempo del sogno

Nostalgia dell'estate
con la sua siccità,
con il caldo asfissiante,
ma anche con la dolce brezza carica di salsedine
che giunge dal mare

Nella mia mente (o forse nel sogno)
c'è un padiglione sulle dune
con tende da sole di canapa bianco sporco
svolazzanti con piccoli schiocchi,
logorate da anni di esposizione alla canicola
e dall'azione abrasiva della sabbia sospinta dal vento
e c'è una spiaggia ripulita di fresco,
spazzolata e rasata,
liscia come un pavimento di pietra
appena lavato,
e pedane di legno per arrivare sino alla battigia
a piedi scalzi senza bruciarsi i piedi

C'è la gioia di sorrisi condivisi
Ci sono i giochi nell'acqua
e i castelli di sabbia

Ecco l'istantanea di un ricordo
che il tempo non farà mai sbiadire

La memoria crea eterei ponti
che annullano per incanto
tempo e spazio

 

Nel tempo del sogno
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19 aprile 2016 2 19 /04 /aprile /2016 19:43
Non sono più Silver Surfer

Cammino all’alba
in solitudine
lungo vie deserte

Attraversando il piccolo parco vicino casa
cè la pace
c’è l’aria fresca e pulita del primo mattino,
mentre s'intrecciano le voci degli uccelli,
tutte diverse, a formare un piccolo mosaico sonoro

E’ un equilibrio dinamico, in continua trasformazione,
un dispositivo caleidoscopico che incanta la mente

Poi, spostandomi ancora,
raggiungo la via principale
dove scorre il traffico mattutino

Una moto passa con un rombo fastidioso,
si sente l’ansimare pesante dei bus,
carichi dei lavoratori più precoci
Insidiose polveri sottili cominciano a levarsi

Come accade ogni mattina,
incrocio una camminatrice, elegante e profumata:
passa di lì sempre allo stesso orario, facendomi da segnatempo
La saluto al passaggio: “Buongiorno!”,
ma lei mi ignora

Altri passano, volti ormai a me noti,
ma pur sempre persone sconosciute
Cosa fanno?
Chi sono?
Cosa pensano?
Dove vanno?

Nel sogno di questa notte, qualcuno arrivava
all'improvviso
e, come una furia, cercava di scaraventare il mio PC a terra,
io mio opponevo,
e, alla fine, la mia postazione di lavoro era salva,
una colluttazione senza spargimento di sangue.
Ma per quanto tempo ancora?

Poi, mi spostavo altrove

Ed ero in una casa, a più piani,
dov'era in corso una festa sfrenata,
ma nessuno mi prendeva in considerazione:
ero condannato all'invisibilità sociale
Cercavo di farmi notare,
di far sentire la mia voce,
di ricevere attenzioni,
ma nulla accadeva
Sino a che comprendevo:
per essere accettato da quella comunità festaiola
dovevo buffoneggiare,
coprendomi di ridicolo
E così ho fatto: funzionava davvero!
Ma poi, dopo un po’,
quando io stesso cominciavo a divertirmi,
ecco che un crampo doloroso alla gamba
mi ha costretto ad interrompere

Ed è rimasto solo il rammarico
per una cosa bella finita anzitempo:
con la scoperta che, spesso,
dietro l’odio si nasconde l’amore
Poi, poi, cos'è veramente l'amore?

Silver Surfer al femminile

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12 marzo 2016 6 12 /03 /marzo /2016 18:44
(Sarajevo, 1997, in occasione di una trasferta sportiva "per la pace" - Foto di Maurizio Crispi)
(Sarajevo, 1997, in occasione di una trasferta sportiva "per la pace" - Foto di Maurizio Crispi)
(Sarajevo, 1997, in occasione di una trasferta sportiva "per la pace" - Foto di Maurizio Crispi)
(Sarajevo, 1997, in occasione di una trasferta sportiva "per la pace" - Foto di Maurizio Crispi)
(Sarajevo, 1997, in occasione di una trasferta sportiva "per la pace" - Foto di Maurizio Crispi)
(Sarajevo, 1997, in occasione di una trasferta sportiva "per la pace" - Foto di Maurizio Crispi)
(Sarajevo, 1997, in occasione di una trasferta sportiva "per la pace" - Foto di Maurizio Crispi)

(Sarajevo, 1997, in occasione di una trasferta sportiva "per la pace" - Foto di Maurizio Crispi)

Un viaggio surreale in una periferia urbana dove si sta svolgendo un evento podistico.

Potrebbe trattarsi anche di un’immensa area adibita raffineria e ad attività petrolchimiche.

Sono sovrastato da enormi tralicci metallici, da ponteggi svettanti, da passerelle di lamierino che passano da una struttura all’altra, e da ciminiere alte e fumiganti.

Ma potrebbe anche essere la versione moderna di una prigione di Piranesi.

Ci sono anche - confuse in questo magma di ruggine e acciaio - delle modeste case di abitazione, muri di mattoni sbrecciati, comignoli, tetti sbilenchi rivestiti di eternit ondulato e, in alcuni casi, di tegole riciclate.

Mi muovo di continuo alla ricerca dell’inquadratura migliore per scattare delle foto.

Sono in attesa del passaggio dei runner: la loro strada non è agevole, costellata com’é di enormi chiazze di morchia nero-grigia e di distese di acqua di condensa, ampie come piccoli laghi e di detriti di ogni genere.

Nel frattempo, la mia attenzione è sollecitata da una specifica inquadratura, l’angolo di un tetto di coppi, sovrastato da un camino svettante e sullo sfondo crudeli tralicci di acciaio.

Ma non mi riesce di scattare la foto, prima perché non riesco a mettere a fuoco, poi perché si interpongono tra me e il mio soggetto, automezzi in transito e passanti.

Infine, arriva Uno in moto carico di attrezzature fotografiche e mi si ferma proprio davanti, occludendo il mio campo di ripresa.

Quando si accorge che sto per fotografare e che con la sua presenza mi disturba, scende dal suo motociclo e viene a sedersi accanto a me, su di un muretto di cemento polveroso da dove io, acquattato, cercavo di ottenere una migliore inquadratura dal basso.

Parliamo.

Gli chiedo se è un fotografo: “No”, mi risponde.

Gli chiedo come si chiami: “Simon Negro”, replica.

Quanti anni hai?

Sono vecchio. Più vecchio di quanto tu possa pensare...”, mi dice con una risata, per quanto tuttavia egli abbia un’aspetto decisamente giovanile.

Dai, dimmi quanti anni hai” - lo blandisco - “Se me lo dici di farò vedere, numeri alla mano, che rispetto a me sei veramente giovane”.

E lui ride di nuovo di buon gusto.

Nulla più.

 

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29 settembre 2015 2 29 /09 /settembre /2015 12:10
Il Cane, la Capra e il Leone, in un impasto onirico
Il Cane, la Capra e il Leone, in un impasto onirico
Il Cane, la Capra e il Leone, in un impasto onirico
Il Cane, la Capra e il Leone, in un impasto onirico
Il Cane, la Capra e il Leone, in un impasto onirico

Qualcuno ha lasciato aperta la saracinesca del mio garage: il leone mio ospite è uscito fuori e nessuno riesce più ad acchiapparlo.

Come farò? Non è un cane e non risponde al mio richiamo: e non è mica facile acciuffarlo per la collottola per ridurlo alla ragione. In meno d’una frazione di secondo potrebbe sferrarti una zampata micidiale con quei suoi possenti artigli.

Sì, nel mio garage tengo non solo il cane, ma anche una capra e questo leone.

La capra è venuta dopo il cane e ha sostituito le pecorelle di Tarling Street che si erano trasferite numerose e che, successivamente, si sono adattate a stare nei sottotetti.

Poi, siccome Frida non era soddisfatta della compagnia della capra che era sempre mugugnosa, poco cordiale e sempre intenta a ruminare, è arrivato il leoncino. E Frida è stata felice di averlo come ospite: presto lo ha adottato.

Il leone, ora é cresciuto a dismisura.

Però, soltanto ora che è scappato, mi sono reso conto che, da quando è arrivato, non gli avevo mai dato da mangiare.

Se è cresciuto e non è deperito, si sarà arrangiato da solo: forse avrà mangiato topi o scarafaggi.

Una volta quando ero bambino mi diedero una tartaruga terrestre. Grande fu la mia meraviglia nel tenere tra le mani questo essere rettiliano: dopo averla d io, per consiglio della mamma, la portai nel garage della casa di allora, umido e odoroso sempre di terra bagnata, perché alle sue spalle c’era un grande giardino selvatico. Mi dissero di tenerla là per l’inverno perché presto sarebbe caduta in letargo e, in funzione di ciò, si sarebbe cercata un anfratto tranquillo. Ed io, fiducioso, non le portai mai da mangiare, se non di tanto in tanto qualche foglia di lattuga. Ogni tanto andavo a trovarla e provavo a vitalizzala, dandole colpetti con uno stecco. Ma lei non si muoveva mai. Finché, con il sopraggiungere della primavera, andai a guardare meglio nel suo anfratto e la tartaruga era morta. Tutt’attorno a lei dominava un odore dolciastro di decomposizione che si mescolava a quello della terra umida e dello strato di foglie cadute. Ricordo che questa morte fu per me una grande delusione. Mi sentii tradito in qualche misura ed anche in colpa (al pensiero che non avevo fatto le cose per bene).

Ma il mio leone è ora un possente esemplare adulto, con i muscoli che guizzano sotto la pelle quando si muove ed una folta criniera fulva, e zanne possenti che si vedono, bianco giallastre quando ruggisce.

Come farò a catturarlo e a riportarlo dentro il garage?

E sì che gliel’avevo detto a tutti quanti: “Non aprite quella porta! E, se l’aprite, ricordatevi di chiuderla per benino subito dopo!”

Ma nessuno sta mai ad ascoltarmi.

C’è una festa nel cortile di casa. Ormai nel mio condominio e in quello di fronte ci abitano solo musulmani.

Posso vedere tutto bene dal mio vertice di osservazione: adesso io abito nel grande attico in cima al palazzo, le cui terrazze ampie e digradanti a scaloni come i Giardini di Babilonia, si sono trasformate in una foresta lussureggiante.

Forse il leone si sarà nascosto tra le piante della mia foresta.

E, di notte, in questo periodo che è quello del Ramadan si banchetta e si festeggia.

Dall’alto, sporgendomi oltre la ringhiera, posso vedere che tutte le luci sono accese, dentro gli appartamenti, e sembra che nessuno accenni soltanto a voler andare a dormire.

Si sentono risate e conversazioni sommessi, tintinnii di stoviglie e di posate.

Dal cielo, pendono festoni di corde a cui sono attaccate decine di bambini che cercano di dare la scalata al cielo per raggiungere un immaginario albero di cuccagna.

Sono un po’ preoccupato per loro: temo che qualcuno possa cadere e farsi del male.

Chiamerò the Catcher in the Rye. Sono certo che lui potrà aiutarmi.

Cosa dovrò fare prima di tutto? Aiutare i bambini ed impedire che cadano dabbasso? Oppure cercare il leone e riportarlo giù nel garage per impedire che faccia del male a qualcuno? Oppure occuparmi di Frida e della capra che sono rimaste entrambe giù in garage in attesa fiduciosa del loro pasto?

Che dilemma in insormontabile!

Sì, sì! Chiamerò the Catcher in the Rye. Lui saprà ben consigliarmi!

Nelle foto: I leoni rutelliani di Palermo (bronzi) e il monumento al Leone Morente a Lucerna (marmo)

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28 settembre 2015 1 28 /09 /settembre /2015 06:49
(foto di Maurizio Crispi)
(foto di Maurizio Crispi)

(foto di Maurizio Crispi)

Sono stato assunto come bus driver. Mi reco sul posto di lavoro. Entro all’interno d’una grande casamatta, poco sviluppata verticalmente verso l’alto, ma con degli intricati sviluppi sottoterra.

Dopo aver percorso interminabili rampe in discesa mi ritrovo in un’enorme spazio vuoto: solo qualche panca allineata lungo le pareti e per il resto nulla: non c’è traccia di autobus o di altri dispositivi similari. Guardo, esploro anfratti, ma non c’è anima viva. Nessuno a cui chiedere informazioni. Mi avventuro per una scala a chiocciola che sprofonda nel sottosuolo, attorcendosi su se stessa. Mi pare che, seguendo questa via, potrei arrivare a certi macchinari di lucente acciaio che ho visto baluginare molte decine di metri più in basso. Ma , dopo poco, mi rendo conto che la strada è sbarrata da un’impenetrabile inferriata. E con me non ho nemmeno una lima.

Ritorno nell'immenso stanzone di prima. Questa volta c’è un uomo con addosso un’unifome stazzonata e un berretto con la visiera un po’ sulle ventitré. Quando mi avvicino, avverto che emana un sentore di vestiti non lavati da lungo tempo, di sudore e di tabacco a poco prezzo. Stancamente, mi chiede se io non sia tra i nuovi assunti.

Al mio assenso, mi dice: “E’ inutile che cerchi degli autobus o dei tram qui! Sì, questa era un tempo il Terminal delle autolinee, ma ora non più. Tutto il lavoro si svolge a distanza per mezzo di autobus-droni. Tutto il lavoro viene svolto per mezzo di uno schermo e con una consolle che consente di lanciare i comandi fondamentali”.

E, mentre mi fornisce queste spiegazioni, digitando delle lettere su di un piccolo tastierino e cliccando su invio, dispiega un enorme schermo. Mi spiega che stando seduto alla mia consolle, potrò teleguidare gli autobus con una panoramica totale sul fronte della direzione di marcia, oppure modificando opportunamente l’angolo di ripresa, a seconda delle necessità. E così dicendo preme altri tasti e lo schermo si segmenta in tanti diversi riquadri che danno una panoramica a 360° della situazione attorno all’automezzo-drone che dovrei telecomandare.

Son un po’ turbato, anche perché dovrò iniziare questo lavoro senza alcun tirocinio preliminare, ma procedendo per prova ed errore.

Ed intanto macino le parole che mi ha detto in coda, prima di congedarsi, l’uomo in uniforme. “Ormai, il sistema dei trasporti pubblici mondiale - ha soggiunto - sia che si tratti di bus, treni, aerei, navi è del tutto automatizzato e, con questi dispositivi di comando e controllo a distanza, i guidatori virtuali possono essere dislocati anche a centinaia - se non a migliaia di chilometri di distanza -; è un po’ come il meccanismo di funzionamento dei call center odierni, in cui di fatto non c’è mai un responsabile che sia reperibile o identificabile in quanto tale”.

E cosa succede in caso di guasti o di incidenti?” - ho replicato.

Intervengono sul posto delle squadre - pure automatizzate - di manutentori o di soccorritori. - ha replicato l’uomo in uniforme (e se fosse stato anche lui un drone? o un ologramma?) - E’ chiaro che con questo sistema possono aversi tra i trasportati - cioè gli utenti ultimi del servizio -, in caso di incidente, morti e feriti. Ma ai gestori nulla viene addebitato: si tratta soltanto di effetti collaterali di un sistema la cui mission principale è l’abbattimento dei costi. Via, mettiti al lavoro, non farti troppi problemi e vedrai che tutto andrà liscio come l’olio”.

Insomma, spero di farcela.

Ma, a differenza che nella vita reale, nel caso di incidenti, provocati da un qualsiasi errore del manovratore a distanza , sarà sufficiente premere un bottone e fare un rapido rewind, sicuro e indolore (per l'operatore).

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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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