Nella cappa grigia del cielo
grandi gabbiani veleggiano
stridendo di tanto in tanto,
come afflitti dalla solitudine dell’esilio,
e da un dolore che mai potrà essere lenito
Attendono
I quattro cavalieri si preparano
a scendere in campo,
preceduti da ominosi presagi
A notte inoltrata
il vento continua a soffiare,
ma le nubi si sono diradate,
lasciando intravedere
poche stelle sparute
che baluginano
come frammenti di diamante
incastonati in una nera trapunta
Guido un'auto in affitto
presa per un lungo tour
Dopo centinaia di chilometri,
sta per finire la benzina
Sono all’estremo limite,
con le ultime gocce da spremere
L’auto scassata e ansimante
va comunque
Poi ci fermiamo e, grazie tante,
c’è una stazione di servizio
Gabriel mi aiuta a inserire i soldi nella slot
Ci sono molte piccole difficoltà
per mettere qualche litro appena
nel serbatoio prosciugato
Prima, la banconota non è riconosciuta
Poi, viene mangiata dalla macchina ed è persa
E infine, voilà, con una seconda banconota,
siamo più fortunati
Ecco che spilliamo una piccola quantità di carburante,
quanto basta per tirare avanti
Poi parlo al telefono con il gestore
delle auto in affitto
Devo ancora portare il mio veicolo spossato, per la consegna
La mia destinazione è lì, a meno di cinquecento metri
Giro la chiave nello starter
Il motore, scoppiettando, si mette in moto
E vado, lasciandomi dietro
nuvole di gas di scarico e polvere
Quando arrivo dove mi è stato indicato
non c’è nulla, nemmeno un’insegna,
solo una strada vuota, desolata
Chiamo il gestore
Almeno lui risponde
Mi dice, perentorio: Non preoccuparti
Lasciala lì, con la chiave nel parasole.
Vattene!
Qualcuno verrà a prenderla!
Mi incammino, obbediente
Ho ai piedi delle scarpette da corsa,
di foggia strana
Mi metto a correre,
per attraversare un grande parco naturale,
forse un'oasi protetta
Le gambe girano che è un piacere
Mille ostacoli si frappongono
alla fluidità della corsa
E sono alberi antichi, mi sembrano ginepri,
bassi e contorti,
d'un legno denso e duro,
cresciuti fitti proprio sul sentiero
Mi devo piegare o strisciare,
a volte, per superarli
E poi ci sono delle vasche piene d’acqua
su cui galleggiano le ninfee
e altre specie vegetali
Uno di questi bacini è tanto grande
che non v’è altra alternativa,
se non guadarlo
La via più diretta, insomma
Mi immergo sino a mezza gamba
e vado
Un filo duro, metallico,
mi afferra il piede
Inciampo e vado nell’acqua Splash!
Mi dibatto, liberandomi dal cappio, Splash!
Mi rialzo, zuppo, grondante,
ma sono dall’altra parte,
e riprendo il mio andare
Ora il percorso é più semplice,
tutto lastricato di pietre
e adornato di magnifiche statue classicheggianti,
con ampie ondulazioni
Sento dietro di me
le voci di altri corridori
che avanzano,
senza raggiungermi mai, tuttavia
Il solo suono di queste voci,
echeggianti nella mia testa
come un'ipnotica nenia orientale,
basta ad infastidirmi
Cerco di accelerare l’andatura
per non essere raggiunto,
anzi per prendere le distanze,
ma invano
Quel chiacchiericcio mi perseguita
Mi chiedo quando riuscirò mai
a raggiungere Gabriel
che ho lasciato da solo alla stazione di servizio
Nel cielo sopra di me
quattro poiane ascendono
in ampi cerchi verso l’alto,
imperturbabili,
maestose
Mi sembra di riconoscerle
e con il loro volo spiraliforme
mi indicano la via di casa
Si svolge nell'ampio slargo
davanti ad un edifico condominiale
I negozi e le botteghe che danno sulla strada
sono chiusi,
le saracinesche abbassate,
dovunque segni di degrado e abbandono
la pavimentazione davanti è di terra battuta
(Questo è strano)
tutta invasa da erbacce e da arbusti infestanti
Ero lì che passeggiavo,
quando all’improvviso
le mie gambe hanno cominciato
a muoversi in modo diverso,
manifestando in modo autonomo
il loro desiderio di correre
Sto correndo dunque
Vado avanti e indietro
Un centinaio di metri in una direzione
Poi giro di boa,
quando sono arrivato all'estremo limite dello slargo
E di nuovo
Di nuovo
Di nuovo
Ci vuole molta pazienza
Ma poi creo nella mia mente
scenari di natura
mutevoli e va bene così
Vedo montagne
paesaggi marini,
cittadine pittoresche,
ghiacciai e fiumi che scorrono,
foreste immense palpitanti di vita invisibile e visibile
La corsa va avanti a lungo
Il mio corpo reagisce bene
Nello spiazzale (che è di terra battuta,
come ho detto)
si vanno creando - dopo molteplici passaggi -
dei solchi, come crepature nel terreno,
profonde sino al mio ginocchio e di più
Una corsia, un sentiero,
tracciato dal continuo calpestio dei miei piedi
Al giro di boa più lontano,
ora devo anche muovermi tra due grossi teschi
di dinosauro,
bianchi e calcinati
dopo la lunga esposizione al sole
Sono davvero enormi
Ogni volta li osservo senza sorpresa
Fanno parte di quel paesaggio
e lo ampliano a dismisura
nello stesso tempo
Questa sensazione mi dà le vertigini,
un senso di dislocazione
Dove sono veramente?
Chi sono?
Perchè sto correndo?
Corro, le mie ginocchia sono in sofferenza,
soprattutto ai giri di boa
Eppure continuo a girare
a girare
a girare
a girare
Il cane fedele al guinzaglio
mi segue, senza nulla chiedere
Ogni tanto mi guarda in tralice
Siamo vagabondi nello spazio
ma anche nel tempo
Ho l'impressione che, ad ogni giro in senso anti-orario,
ci muoviamo verso un passato sempre più arcaico
Lo sento
Dove arriveremo?
Ero in campagna,
impegnato nei soliti lavoretti
Attorno a me
era tutto particolarmente rigoglioso,
pieno di verde e di fioriture
L'aria era profumata di zagara
Guardavo in alto e vedevo
un ramo, carico di pesche,
piegarsi verso il basso
Gridavo dalla sorpresa
“Guarda qui! È pieno di pesche!”
I frutti parevano tutti maturi
e belli grossi
Da alcuni gli uccelli si erano nutriti
senza ritegno
lasciandoli sbocconcellati,
ma le pesche erano tante
e c’era da mangiare per tutti (E' giusto che anche loro mangino, mica soltanto noi!)
Le tastavo per vedere quali fossero mature
e quali ancora no
Ne afferravo una e la coglievo
La mordevo
Era morbida, dolce e succosa
Gridavo: “É matura, é deliziosa!”
“Prendine anche tu!”
dicevo ad A., mio interlocutore nel sogno,
“Assaggiane!”
Non c’é frutto più buono
di quello appena colto
Guardavo poco più in là
dove ci sono le viti
e mi accorgevo che dai tralci
pendevano grossi grappoli d’uva
anche questi con i chicchi maturi
e un po’ becchettati dagli uccelli
In questo tripudio,
gli ulivi erano carichi di zagara
Una cosa mai vista!
L’albero di gelso, poi,
era tutto punteggiato del rosso scuro
di grosse more mature
Ovunque volgessi gli occhi c’erano
fioriture e frutti in abbondanza,
api laboriose e farfalle svolazzanti
E il frinire assordante delle cicale
con le sue continue variazioni
e le pause di silenzio
altrettanto assordanti
mi hanno stordito,
facendomi scivolare
nel tempo del sogno
Ho sognato che andavo a mangiare in una rustica trattoria
Ero con un amico che rimaneva senza un volto identificabile
Forse, facevano parte della compagnia anche mio figlio piccolo e un suo compagno di scuola
Entravamo nel locale dove, a vista, c’erano delle pietanze già pronte
Mi ha ricordato, questo posto, certe locande della Grecia dove nel corso dei miei viaggi in quelle lande mi è capitato di consumare dei pasti frugali
Il mio amico, non contento di osservare da lontano, si addentrava nello spazio destinato al lavorante
Esaminava il cibo a distanza ravvicinata
Scoperchiava gli intingoli fumanti
Annusava
Alla fine decideva: Prenderò quella salsiccia arrosto e un contorno di melanzane alla parmigiana
Il locandiere annuiva contento
Sembrava soddisfatto della scelta
Io mi aggregavo e dicevo: Per me va bene lo stesso! Però prenderò anche quello!
E indicavo una grande teglia di sfoglio polizzano
Fuori, ai tavoli, c’era il problema della scelta del tavolo cui sedersi
Alcuni erano in ombra sotto una sorta di pergolato con le prime foglie tenere già spuntate e lì faceva troppo freddo per via del venticello leggero
Altri tavoli erano in pieno sole ed era troppo caldo
Del mio amico che aveva già preso il suo cibo per portarlo fuori non c’era più traccia
Ad un tavolo - l’unico ad essere solo parzialmente ombreggiato - era già seduto il compagno di mio figlio, Mio figlio, però, era scomparso, come svanito nel nulla
Rientravo per prendere le mie pietanze
Il locandiere aveva sistemato salsiccia e melanzane in un unico piatto, mentre lo sfoglio polizzano lo aveva messo in un cartoccio di carta ruvida, del tipo che usa il fruttatolo per fare i coppi o che era di comune utilizzo per l’asporto nelle friggitorie, prima dell’avvento delle vaschette di alluminio
Prendevo tutto quanto e mettevo le diverse cose impilate su di una mano sola in precario equilibrio
Uscivo nel sole, senza avere ancor risolto il problema della scelta del tavolo
Del mio amico e di mio figlio nessuna traccia. Ma ora anche l'amico di mio figlio si era dileguato
Pregustavo il momento in cui mi sarei seduto e avrei assaporato il cibo
Il cielo è sempre più blu
I contorni dei monti e delle case
sono nitidi, tanto da essere iper-reali
L’aria è ferma, quasi calda
L’odore della primavera é già nell’aria
Gli alberi, dopo il lungo inverno,
tardano a sbocciare,
anche se la linfa
invisibile agli occhi
spinge verso l’alto,
con impeto
Cammino con i miei cani
a passo felpato
guardandomi attorno
osservando il cielo
sorpreso che le nubi di ieri
si siano dileguate
anche loro in una morbida danza
2.
Oggi poi ho sentito pigolare
un rondone
nel cassone della serranda
I platani sono adorni
delle prime foglioline tenere
Qua e lá,
ho visto occhieggiare
le fioriture dei glicini
e percepito tracce
del loro sontuoso sentore
E mi sembra di cogliere
la fragranza della zagara
In campagna, l'albero delle perine
si è caricato di fiori, come non mai prima
3.
C'è un luogo sulla pubblica via
per la pipì e la popò
Subito dopo il viandante stanco
vedrà un bel materasso
che gli offe riposo,
sporchino, ma pur sempre invitante
E infine c’è una bici
per potersene fuggire via
4.
E poi c’è un posto
dove vorrei andare,
a volte
Un mio posto segreto
dove poter stare dimentico
di problemi e sofferenze e fastidi
Un posto per stare ad osservare,
non visto,
gli altri che rumoreggiano e gridano
Un posto dal quale io possa librarmi
in alto
e sperimentare l’ebbrezza d’un volo
sorretto dalle mie sole forze
Eppure, dopo aver coltivato
questa mia fantasia di un luogo segreto,
penso che soltanto la lotta
possa ben qualificare una vita
Vivere è lottare Our earthly condition
Is that of passers-by
Of incompleteness moving towards fulfilment
And, therefore, of struggle
Spero di poter lasciare una traccia
del mio passaggio
che non sia effimera come la bava
di una lumaca
Amen
5.
Ho sognato che volavo
con la semplice azione delle mie braccia
forti e leggere come ali
Mi libravo sul mare scintillante
Poi planavo verso un grande teatro all’aperto
gremito di persone
mentre era in corso uno spettacolo
e tutte le teste si levavano verso di me
con sguardi pieni di stupore
Poi riprendevo a veleggiare sul mare
Ero libero
Ero felice
(Dissolvenza)
«Dio, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare,
il coraggio di cambiare le cose che posso,
e la saggezza per conoscere la differenza.»
La preghiera della serenità (Serenity Prayer) è stata scritta nel XX secolo dal teologo protestante tedesco-statunitense Reinhold Niebuhr.
Viene spesso riportata in una forma breve, che costituisce solo un estratto dell'originale (le prime tre righe) e che si ritrova anche in leggere variazioni.
Mi sono imbattuto per la prima volta in questa preghiera-mantra leggendo Mattatoio n.5 di Kurt Vonnegut.
La fama della preghiera crebbe enormemente quando gli Alcolisti Anonimi la adottarono, nel periodo della seconda guerra mondiale o poco dopo, nel loro programma dei dodici passi, del quale fa parte tuttora; uno dei fondatori degli Alcolisti Anonimi, Bill W., asserì nel suo libro Alcoholics Anonymous Comes of Age di "non aver mai visto così tanto degli A.A. in così poche parole".
Secondo alcuni critici, almeno negli ambiti inglese e tedesco, la preghiera della serenità è divenuta la più diffusa preghiera originatasi in tempi moderni, rivaleggiando forse in popolarità anche con il Padre nostro; il libro dei fatti (1868) la inserì tra le dieci citazioni di statunitensi più celebri.
La mia barba era cresciuta a dismisura,
ecco cosa ho sognato oggi,
durante un breve pisolino post-prandiale
Era diventata simile ad un cespuglio incolto
Ed io ero con l’apparenza di un barbone,
di un homeless, d'un ultimo,
o di Sant’Onofrio Pilusu
Andavo dalla mamma
con un paio di grosse forbici in mano,
proprio come quelle del Gran Sartore,
e le dicevo:
“Mamma, per favore,
spuntami la barba,
qui qui e qui!”
La mamma mi ascoltava e sorrideva
Poi prendeva con grazia le forbici che le porgevo
e cominciava a potare di buon grado
la siepe incolta che aveva davanti
Zac zac e zac e poi ancora zac!
Gli schiocchi della forbice erano
musica per le mie orecchie
Mi abbandonavo fiducioso al taglio,
chiudendo gli occhi,
senza alcun timore di essere ferito
da quel forbicione
Forse mi addormentavo anche,
e sognavo
Abbondanti ciuffi di pelo cadevano a terra,
fluttuando
come grossi fiocchi di neve
Altri mi finivano addosso
ed io ero preoccupato
perché non avevo portato con me
un lenzuolino tipo quelli
che usa il barbiere
ed ora avrei dovuto scuotermi e spazzolarmi
ben bene
Ma ero contento
che a fare questo lavoretto
ci avesse pensato la mamma
“La mamma è un bravo giardiniere!”,
pensavo
Non la vedevo da molto tempo
Adesso, dopo il taglio,
andavamo di fretta
perché dovevamo uscire,
io e la mamma,
con mio fratello che ci attendeva,
per andare da qualche parte
Stavo bene
Con la barba drasticamente ridotta di dimensioni
mi sentivo tornato a far parte
del consesso civile
ma - soprattutto -
mi sentivo ringiovanito
di qualche decennio
Ero tornato ad essere
come un esserino implume,
appena un pulcino,
con tutta la vita davanti
come se avessi bevuto
alla fontana della giovinezza,
traendone ristoro
Capivo che il grande orologio del tempo
aveva cominciato a scorrere all’indietro
e vedevo davanti ai miei occhi
il serpente mitologico
che si morde la coda
divorando se stesso
Il "gran sartore", ma anche l’immagine del forbicione, mi hanno fatto venire in mente la storia del bambino che si succhia i pollici di Heinrich Hoffmann
Questa versione è nella traduzione di Gaetano Negri (1882)
Dice la mamma: “Mio buon Corrado,
Per pochi istanti io me ne vado,
Vo’ che tu sia studioso e buono,
Non far disordine, non far frastuono.
E guai se il pollice succhiar vorrai!
In modo orribile ten pentirai.
Tu non l’aspetti, ma, di soppiatto,
Entrerà il sarto tutto ad un tratto,
Taglierà il pollice col forbicione,
Come se panno fosse o cartone”.
La mamma appena la soglia tocca,
Ed ecco il pollice è nella bocca!
S’apre la porta ed il sartore
Entra a gran salti pien di furore.
Col forbicione, zig zag, recide
Al bimbo i pollici; il bimbo stride,
Invan, ché il sarto se n’è già andato
Col forbicione insanguinato!
La mamma attonita e sbigottita
Vede Corrado senza due dita,
E quei due pollici, così tagliati,
Mai più a Corrado son rispuntati
Dice la mamma: "Mio buon Corrado, Per pochi istanti io me ne vado, Vo' che tu sia studioso e buono, Non far disordine, non far frastuono. E guai se il pollice succhiar vorrai! In modo orribile ten ...
Sono ospite di G.
Vago per il suo appartamento
che si trova all’ultimo piano
d'un enorme condominio,
attico e superattico
fusi assieme
Alcuni ambienti, infatti,
sono alti e ampi come cattedrali
Sono ammirato ed anche un po’ spaurito
Ci si perde in una simile vastità
Si riflette, inevitabilmente,
sulla propria piccolezza
Sono andato in visita da G.
accompagnato da A.
ma ci siamo subito persi di vista con A.
Lei e G. sono rimaste a chiacchierare
mentre io
- come un bambino irrequieto -
mi sono lanciato nell’esplorazione
dell’appartamento
Alcuni ambienti sono un po’ trascurati,
altri - chiaramente - appaiono scarsamente utilizzati,
forse da anni,
altre stanze hanno il soffitto
tanto alto che lì dentro
si potrebbero formare delle nuvole
e susseguirsi mutevoli eventi climatici
Mi rendo conto che ho indosso ai piedi
delle ciabatte da casa,
mentre in mano porto
delle mie vecchie timberland
tutte sformate
(che non vedevo da tempo)
Esco ed entro in continuazione
dall’appartamento,
pieno di meraviglia
Il bello di questa dimora è che ha
molteplici vie d’ingresso e di uscita
Alcune sono pienamente visibili e ovvie
Altre invece sono più occultate
e, in qualche misura, più discrete
Atre ancora sono vie
di salvamento o di emergenza
L’esplorazione è importante
per poterle conoscere tutte
Ma la cosa più bella
è che una volta fuori
dall’appartamento
sembra di ritrovarsi
nel punto più alto
di meravigliosi giardini pensili di Babilonia
Cammino a lungo
su queste terrazze digradanti
senza mai arrivare ad una fine
Porto sempre con me,
allegramente sotto il braccio,
le vecchie timberland
Cade una pioggia leggera
e soffiano raffiche di vento
Non so come farò a rientrare
nell’appartamento da cui provengo
per ritrovare G. e A.
Mi chiedo se siano preoccupate
per via del protrarsi della mia assenza
Ho perso la strada
Penso a quella enorme stanza
vasta come la navata di una chiesa
e mi chiedo se anche lì dentro
si siamo addensate le nubi
e stia piovendo
seduto su una delle panchine di piazza Ranchibile
di recente allogamento (e lievemente basculante
non so se a bella posta o per difetto)
Era pomeriggio
La piazza era illuminata in pieno dai raggi di sole
che volgeva al tramonto,
anche se parte di essa risultava ombreggiata
con ombre che si facevano via via più lunghe
Soffiava il vento, a raffiche,
che spostava cartacce e contenitori di plastica vuoti
I piccioni becchettavano a terra,
restii ad alzarsi in volo,
forse per via del vento
oppure per approfittare dell'ultimo sole per scaldarsi
Tubavano a tratti
C’era un tipo fermo nei pressi di una panchina,
ad una ventina di metri da me
All’inizio ho pensato che fosse lì
in attesa di qualcuno
o semplicemente a guardare i piccioni
Ma è rimasto in piedi,
a lungo,
facendo minimi spostamenti,
bilanciandosi sulle due gambe
oppure poggiando un piede
sulla seduta della panchina che gli era vicino
Io dalla mia panchina
potevo osservarlo
L'uomo ogni tanto si girava,
si guardava attorno
Avevo l’impressione che parlasse tra sé e sé
ma non coglievo traccia di telefono o auricolari
Ogni tanto sputava anche
(strano!)
E in controluce, come mi trovavo,
potevo vedere la traiettoria
del getto di saliva
che si arcuava verso terra
Sono stato lì seduto
per quasi un’ora
e il tipo non si è mosso
da quel metro quadrato che occupava
stando in piedi
quasi che quello spazio
fosse la sua querencia
Quando sono andato via
l’ho lasciato lì
Ho immaginato che sarebbe rimasto lì
anche dopo il calare del sole
Cammino
attraverso una serie di giardini squisiti
Aiuole elaborate, piante esotiche
Piccole fontane chiocchiolanti
Intensi profumi e fragranze
All’improvviso, vedo
al centro di un grande slargo
due enormi tigri
acquattate come gattoni
Si crogiolano al sole
Io mi blocco all’istante
Un fremito di paura
(paurissima!)
percorre la mia schiena
e subito prendo a retrocedere
Prima un passo, poi l’altro
sino a che i due tigroni
non scompaiono dalla mia vista
Ma anche se non li vedo più,
so bene che, con un sol balzo,
potrebbero ancora ghermirmi e trastullarsi con me
Ho il cuore in gola Tu-tum Tu-tum
Respira, mi dico, respira Tu-tum Tu-tum
Poi, qualcuno mi dice
che quelle sono delle tigri domestiche
e che non fanno male a nessuno come il pope Runo
Torno indietro
e vado a osservarle a distanza di sicurezza,
standomene nascosto tra le fronde
Davanti alle tigri
c’è adesso una danzatrice
(o forse è la sacerdotessa di un culto arcano)
che, avviluppata nei suoi sette veli,
balla lieve e sensuale,
incurante di tutto,
come in trance
Poi l’impensabile accade
La natura ferina ha il sopravvento
Le tigri balzano sulla Naiade
e la sbranano
in quattro e quattr’otto
Ed io?
Che faccio io?
Io fuggo terrorizzato
e non torno più indietro
Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre
armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro
intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno
nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).
Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?
La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...
Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...
Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e
poi quattro e via discorrendo....
Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a
fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.
E quindi ora eccomi qua.
E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.