Picco
Picchio
Piccante
Pikante vorspeisen
Pasta con il picchio-pacchio
Pacchio-nacchio
Mmmmmmm
Picca
S’e spezzata la picca
A picca a picca
il monaco f***a,
il fuoco appicca
e poi,
dopo aver tanto peccato,
con un cordone s’è impiccato
La pioggia picchia e nicchia,
e canticchia
in sincronia con la musica delle sfere
Il fulmine martella
Il tuono rimbomba
Tanto tuonò che piovve
Cade l’acqua dal cielo
Pioggia a catinelle
Bomba d’acqua bomba
Era ora
Perturbazione
Sono perturbato, scioccato, ammaliato
da cotanta perturbante d'acqua bomba
e allora indosso un turbante
molto andante,
quasi cascante
La testa mi ci fascio
per proteggere il cranio
da martellanti chicchi di grandine
grossi come uova di piccione
e, così, prevenir delle ossa lo sfascio
Ma ancora non è grandine,
solo pioggia,
In compatte cortine,
vento fulmini e tuoni
che tutti assieme compongono
la sinfonia d’una notte di tregenda
I gruppi di preghiera
e la danza della pioggia
hanno funzionato alla grande!
Essì! Parrebbe proprio di sì!
Vedremo quanto dura la pioggia
e se il suolo arriverà ad assorbire
l’acqua come si deve
e come Dio comanda
Ma, dopo poco,
la tregenda s'è dileguata,
tornato è il sereno
e si sono affacciate la luna e le stelle
sino ad un mattino di aria fresca,
pulita e radiosa
Radiosa aurora ci saluta
Bye-bye pioggia!
Rimani nei miei sogni
Ho scrollato a lungo le spalle,
poi la testa e infine le mani
per togliermi l’acqua di dosso
E, poi, per finire mi sono lanciato
in una salutare scrollata di palle
e anche in una sgrullata a volo d’uccello
E poi me ne sono andato
a capo basso,
sino a Campobasso,
come fece Torquato Tasso,
meditando - mentre andavo -
sull’incongruità delle cose
non solo terrene,
ma anche celesti
Allora, diamoci tutti una bella scrollata
e tutti giù per terra!
Cosa dire?
È Halloween
o quasi
Ma chi si ricorda più del significato della parola?
È la festa del Great Pumpkin?
O è quella di Jack’o’Lantern?
O é la festa pagana di Samhain
che segnava il passaggio
dall’autunno all’inverno?
Oppure quella di All Hallows’ Even?
O quella di dolcetto o
scherzetto?
O quello di Treat or Trick?
Tutto e niente di questo
Tante cose assieme
in stratificazioni di significati,
contaminazioni,
a layer cake,
un melting pot
C’è a chi piace in un modo
e c’é a chi piace in un altro
Il mondo é bello perché é vario
Ma non dimentichiamoci
della nostra festa dei morti El Dias de Los Muertos
della perturbante e sfrenata
celebrazione messicana
Ricordiamoci di loro,
dei nostri morti,
e celebriamo con loro
Oggi ho visto per le strade
piccole comitive di adolescenti
mascherati e con mantelli neri
camminare qua e lá
ed accingersi alla questua porta a porta
all’insegna del Treat or Trick
Vedere queste piccole bande
pronte all’azione
un po’ mi ha inquietato
É Imitation Game?
É Moda?
É Omologazione?
Non cerchiamo di qualcos’altro,
sulla base di effimere spinte
Ricordiamo di essere noi stessi
chi siamo
da dove veniamo
dove andiamo
“Trick or treat?” è la frase che tanti bambini in tutto il mondo ripetono la notte di Halloween, sulle soglie delle case dove cercano di ottenere dolci nella serata più spaventosa dell'anno. A essere precisi, la traduzione di “trick or treat” non è “dolcetto o scherzetto”, bensì “scherzetto o dolcetto”. Infatti in inglese “trick” significa scherzetto, mentre “treat” indica il piccolo premio che si vuole ricevere in cambio, ovvero un dolcetto.
L’usanza vuole che i bambini bussino di casa in casa presentandosi mascherati e pretendendo dolci. “Trick or treat?”, dicono poi in inglese, mentre in Italiano diventa "dolcetto o scherzetto?". L’opzione “trick”, lo scherzetto, consiste in una piccola vendetta per chi intendesse sottrarsi al dono di un dolcetto, “treat”. Queste stesse
E' cominciato il tormentone di Halloween... Valpurga... La notte delle streghe... Il grande cocomero (o "The great Pumpkin") Chi più ne ha, più ne metta... Aiutoooooooooooooooooooooooooo ...
E' cominciato il tormentone di Halloween...
Valpurga...
La notte delle streghe...
Il grande cocomero (o "The great Pumpkin")
Chi più ne ha, più ne metta...
Aiutoooooooooooooooooooooooooo...
Maurizio Crispi
Dolcetto, scherzetto!
Zucca!
Oh, Grande Zucca!
Oh, Great Pumpkin!
E’ Halloween!
Ci sono anche i Morti che vengono in visita,
malgrado Halloween,
e non vogliono essere dimenticati, loro
Sono caparbi nel loro ritornare
e vengono accolti con mestizia
ma anche con gioia
perché portano doni e pupiaccena,
con essi facendo dimenticare i guai
e lenendo dolori e sofferenze
“Armi santi, armi santi
Io sugnu unu e vuatri siti tanti:
Mentri sugnu ‘ntra stu munnu di guai
Cosi di morti mittitiminni assai”
Mi chiedo: Where are all the wild things?
E bisogna anche fare attenzione
a quando arriva il custode pazzo
dell’antico cimitero abbandonato,
lapidi sdirrupate
sacelli profanati
sepolture di famiglia aperte
sarcofaghi rovesciati
e il corvo che fa cra cra cra
chiamando a raccolta le armate della notte
Non appena ti vede,
il custode a grandi passi ti insegue minaccioso
brandendo una vanga insanguinata,
come un maniaco uscito da un racconto splatter
mentre vecchi gufi gufeggiano,
lugubri
Rispondo così alla mia domanda di prima: All the wild things are gone!
Eppure, eppure...
le cose selvagge c’erano un tempo,
a long time ago...
Once upon a time
E ora?
Non più avventure,
No imprevisti,
Niente più sorprese dietro l’angolo
Fine della meraviglia
e del terrore
Oppure sì?
Sì? No? No? Sì?
M’ama non ama
Chi potrà mai dirlo?
Eppure,
camminando
non mancano mai - e non smettono di sorprenderti -
strani incontri
con esseri mattacchioni che ti guardano ammiccanti
dall’ombra in cui si nascondono
e che, mentre ti fanno l’agguato
e il cuore ti balza in gola,
palpitando a duemila
tirano fuori la lingua in un simpatico sberleffo
esibendosi al contempo in una sonora pernacchia
– come quella di Barbariccia –
e in una scorreggia altrettanto rumorosa
Oppure, ti puoi imbattere in facce ghignanti,
che generano inquietudine e paura
Allora un brivido freddo ti percorre la schiena
e alle tue narici arriva una ventata gelida e putrida
E questi volti sono quelli dei mostri più pericolosi,
quelli generati dalla ragione
e striscianti fuori dai meandri della tua mente
La wilderness per essere tale
deve potere attrarre il viandante
con le sue armi di seduzione,
incantarti come solo le Sirene
sanno fare con il loro canto,
ma nello stesso tempo terrorizzarti
e spingerti verso la perdizione,
talvolta alla salvezza
Nessuno può sapere in anticipo
se si perderà o se si salverà,
se naufragherà
o se galleggerà
sino al prossimo Halloween
Poi, la lotteria della vita e della morte
partirà con un altro giro
(Palermo, 31 ottobre 2021)
Si discuteva della scelta di una lettura spaventevole (ad alta voce) da fare per Halloween ed io scrissi:
“Non saprei cosa scegliere
E poi come la mettiamo con la timidezza?
Infine, già sarebbe sufficiente postare la mia faccia per fare scantari (sicula parola per spaventare) tutti quanti.
Potrei travestirmi da zucca di Halloween…”
E poi decisi di ampliare il mio testo precedente e di fare un video mentre - nella sua versione rimaneggiata - lo leggevo ad alta voce per poi condividerlo nel gruppo "Parliamo di libri, parliamo di noi"
Dolcetto, scherzetto Zucca, Grande Zucca, Great Pumpkin Where are all the wild things gone? E bisogna anche fare attenzione, quando meno te lo aspetti arriva alle tue spalle il maniaco custode ...
Bythos e Orthrus
Kraken,
Sinciziale
My friends
Amenità
Disquisizioni
Ogni tanto una news
Ma non gliene frega più niente a nessuno
Passata é la tempesta
Odo augelli far festa
Ieri sono stato all’ufficio postale
Affollatissimo
Sbracato
Gente che scatarrava e tossiva
Tutti tranquilli
Tutti sereni
Amo respirare mefitici vapori
Mascherine appese ad un chiodo
ad impolverarsi
Oggi ho un lieve mal di gola
Cough! Cough!
Che sarà mai?
(07.05.2023)
L'ittiocentauro è una creatura immaginaria con busto umano, zampe anteriori da cavallo e coda di pesce. Gli ittiocentauri sono "molto usati nell'iconografia, ma assenti nella mitologia". Sono spesso raffigurati come cavalcature delle ninfe. I due ittiocentauri più famosi sono Aphros (personificazione della schiuma del mare) e Bythos (personificazione della profondità del mare). Bythos è stata denominata una delle varianti COVID. E' curioso il fatto che le ultime varianti del Coronavirus identificate in ordine di tempo abbiano ricevuto il nome di esseri mitologici oppure di misteriosi animali viventi (possibilmente pericolosi e letali). Interessante vedere che dalla nomenclatura ispirata a criteri scientifici e neutrali si sia passarti ad una nomenclatura mitopoietica.
2.
Ho sognato
Ero con mio fratello
Prendevamo parte ad un banchetto
Eravamo seduti ad un lungo tavolo
in mezzo a numerosi convitati
Non c'era servizio al tavolo
Ognuno doveva alzarsi e andare a prendere
ciò che voleva ad un buffet allestito poco più in là
Invece, sul tavolo erano già disposte
caraffe d'acqua e di vino, ma anche bottiglie di birra
Io mi alzavo e andavo a riempire un piatto per me e mio fratello,
solo uno - si badi bene -
perché altrimenti mio fratello sarebbe andato in escandescenze
accusandomi di volerlo fare mangiare troppo
Ho dunque riempito il piatto per entrambi,
ma un po' più ricco
Piccoli trucchi di armoniosa convivenza
La stessa cosa che faceva la mamma, per alcuni versi,
con bonomia e con grazia,
ma soprattutto animata di amore materno, inestinguibile
Al buffet c'era un po' di tutto,
di tutto e per tutti i gusti
Non mancavano gli allestimenti fantasiosi
Io procedevo lentamente nel riempire il piatto,
sentivo una specie di impaccio cognitivo
nel riconoscere le diverse pietanze
e nel capire come fossero fatte
Quindi, dedicavo molto tempo
all'analisi di ogni singola entry
cercando di capire appieno quali ne fossero gli ingredienti
In più cercavo in ogni modo di evitare
cibi contenenti abbondante cipudda
Quelli non avrei potuto proprio sopportarli
Sia come sia, alla fine, riuscivo nel mio intento
e tornavo al nostro tavolo con il piatto stracolmo
Mio fratello non era contento, però
Tentennava la testa e disapprovava con energia
Mi diceva che voleva soltanto bere un bicchiere di vino
e poi fumare una sigaretta
Nulla più
Io rimanevo paziente ad ascoltarlo,
senza contraddirlo
e, poi, cominciavo a piluccare qualcosa dal piatto,
porgendogli ogni tanto un boccone
che lui accettava, mostrando di gradire
Mai fargli notare, però, che stesse mangiando!
Era sempre così - è sempre così - che vanno le cose
Quasi rituale il suo rifiuto di cibarsi
Poi, però, si cibava a condizione che anche lo spingitore si cibasse
dello stesso cibo
Una specie di comunione - mangiando per di più dallo stesso piatto-
che scaturiva da una preliminare contrattazione
Faceva parte del suo modo di essere,
specie negli ultimi anni,
di non gioire mai del cibo,
di non accettare i piaceri della tavola,
di non cercarli
Fosse stato per lui
si sarebbe accontentato di una patata bollita a pranzo
e di una a cena
Cibo da anacoreta:
dopo la morte della mamma mio fratello
avrebbe voluto essere sempre un quaresimante spinto
Ma il bicchierino di vino
e la santa sigaretta
non dovevano mai mancare
Mi accorgevo che una delle entrée a cui avevo attinto
era guarnita di abbondante cipudda
Questa ingrediente era sfuggito al mio esame minuzioso
e ormai il danno era fatto
Pazienza!
Chissà perché ho sognato questo sogno
A volte i morti nei sogni ritornano
Forse questa volta sono stato stimolato
dall'aver dormito, per motivi organizzativi,
nella stanza che, da ragazzo,
dividevo con mio fratello,
ancora gravida della sua presenza
In attesa del sonno
questo pensavo:
Sto bene
Sono al caldo
Sono archetipico
Mi fa piacere dormire qui di quando in quando
Quando sono in questo lettuccio striminzito
é come se il cerchio si chiudesse
ed io potessi coltivare l’illusione di essere tornato ragazzino
con un enorme carico di speranze e sogni
davanti a me
Un giovane virgulto
verde e flessibile
elastico e duttile
tanta strada davanti
ancora tutta da percorrere e scoprire
Non so perché i nostri morti
si manifestano a noi
Forse, lui o altri, a volte,
ritornano,
perché sentono il bisogno di dirci qualcosa,
un annuncio in alcuni casi,
una premonizione,
oppure un semplice memento
La vita è fatta ed intessuta di ricordi
Senza, noi moriamo
Senza di loro, i nostri morti,
senza la loro presenza intessuta di ricordi
non non siamo nulla,
più fantasmi di un fantasma
Questo è quello che penso
(7 marzo 2023)
3.
Questa notte ho sognato mio fratello
Lo accompagnavo ad un evento
che si teneva in un grande palazzo storico,
irto di barriere architettoniche
Ad ogni passaggio
bisognava prenderlo di peso
con la sua carrozzina
e spostarlo al di là dell’ostacolo
Era una fatica da Titani
oppure degna di quel traghettatore
che poi ebbe nome di Cristoforo
Poi lo perdevo di vista
Ogni tanto lo scorgevo
Era come se avesse acquisito
la capacità di spostarsi da solo
pur imprigionato in quella carrozzina
(forse solo con la forza della mente)
E, da lontano, lo vedevo
andare a cacciarsi in posti impossibili
In cima a vertiginose scalinate
oppure su davanzali di enormi finestroni
aggettanti sul vuoto
Da queste postazioni
pareva che osservasse ciò che accadeva,
enigmatico o sornione,
come un Lone Ranger in carrozzina a rotelle,
anziché a cavallo
Avrei voluto raggiungerlo per aiutarlo,
ma ogni volta ostacoli
si frapponevano tra me e lui
oppure si attivavano complesse situazioni di folla,
acclamazioni o anche tumulti
Cercavo di gridare il suo nome,
di attirare la sua attenzione
ma dalla mia gola non usciva suono alcuno,
solo inefficaci gorgoglii
Lui si allontanava sempre di più,
sino a diventare evanescente
come un fantasma
oppure come un’entità metafisica
E poi non lo vedevo più,
la sua figura andava in dissolvenza
come in un film,
per poi scomparire del tutto
(29 ottobre 2022)
4.
Il sogno infinito
imprigionato in un loop
Vado ad un raduno di giovani anime
Siamo alloggiati all’ultimo piano
di un grande hotel in stile liberty
alquanto vecchiotto
Ci indicano di salire sino all’ultimo piano
per mezzo di un ascensore cigolante
Ci é stata assegnata una grande camerata
dove dei lettucci striminziti sono disposti affiancati
su ciascuna delle due pareti lunghe
Di fronte, possiamo accedere ai bagni comuni
piuttosto sporchi
Non succede mai nulla
Siamo lì imprigionati, come in attesa in un limbo
Poi ci sono all’improvviso delle scosse violente
e la torre dell’ascensore crolla,
fortunatamente senza vittime
Mi ritrovo a camminare per strada
poiché devo andare a recuperare la mia auto
Poiché indosso ai piedi
due paia di scarpe sovrapposte
non posso camminare bene
e vado avanti strascinando i piedi e ciabattando
Mi imbatto in un mio conoscente d’antan
e gli chiedo se voglia fare la strada
con me, per tenermi compagnia
Ma anche qui non succede mai nulla
Non arrivo mai da nessuna parte
(come spesso accade)
(30 ottobre 2022)
5.
Ho sognato
sognato
sognato
Ho viaggiato
Questa volta ero in una metropoli
e mi pareva che fosse
Roma Capitale
Facevo cose,
mi giravo e rigiravo,
mi muovevo
a volte annoiato
a volte pieno di meraviglia
Dovevo anche fare qualcosa d’importante
e mi rendevo conto
di aver dimenticato
tutto ciò che mi serviva
e soprattutto la mia consueta scorta di libri
C’era molta folla
Solcavo le strade con la sicurezza
di colui che sa
Poi dovevo accompagnare qualcuno
e diventavo, per così dire, lo duca suo
I sogni aprono scenari,
immettono in multiversi
La notte, quando dormo,
vorrei subito scivolare nel sogno
per entrare nella dimensione magica
che mi viene proposta
Se non ricordo il sogno,
poi, mi adiro
e penso di essermi perso
qualcosa di importante
La dimensione del sogno
mi è più congeniale
Non mi stanco mai
Devo sempre vivere sino in fondo
le avventure che il sogno
mi propone,
anche se talvolta
sento di provare un po’ di paura
ma poi mi dico;
“É solo un sogno!”
Mi chiedo come sarebbe
se - una volta o l’altra -
si rimanesse impigliati per sempre
nel proprio sogno,
specie se è uno di quelli inquietanti
A volte ho la sensazione
che sto sognando il sogno di un altro
E allora penso che il sogno
dia l’opportunità di vivere molte vite
E ancora una volta,
quando penso ciò,
torno ad essere
vagabondo delle stelle
Giornata intensa di raccolta delle olive e abbiamo riempito un po’ di sacchi
Domani si continua
Alcuni degli “armali”
(come li chiama u zzu Vicé)
si sono comportati bene, altri meno
La scarsità d’acqua ha fatto la sua parte
Il giorno dopo abbiamo ripreso
e abbiamo raccolto altri sacchi
Siamo stati contenti
La raccolta delle olive di quest'anno si è svolta in due giorni dal 24 al 25 ottobre
Il secondo giorno è successo un comico episodio
Maurizio Crispi
Ho sbagliato orario
Ho dormito in campagna,
poiché anche stamane ci sarebbe stato da fare il lavoro delle olive
Mi sono svegliato di colpo
Al buio ho sbirciato l’ora
“Presto, presto! Stanno arrivando!”
(Chi? Il contadino e quello con la macchinetta!)
Mi alzo in tutta fretta
Rinuncio a caffè e a the
per non fare rumore
Faccio tutti i miei preparativi
Mi affaccio alla porta
Fuori è buio pesto
e non c’é anima viva,
solo un Black, can che latra non morde mai
Come mai non sono ancora arrivati?
(In genere sono molto mattinieri…)
Guardo l’ora
E…
…
…
Niente…
Sono appena le 6 del mattino
Ed ero invece convinto,
quando avevo aperto gli occhi
che fossero già le 6.30!
Niente male!
In fondo, il mattino ha l’oro in bocca
Mi accomodo sul divano,
assaporando l’attesa di circa un’ora
che mi attende
Un po’ scrollo
Un po’ leggo
E poi mi addormento
Sogno e non ricordo nulla
Poi mi sveglio di botto
Sento il ronzare della macchinetta
Gli operai sono già al lavoro
e sono già le 7.30
Gli “armali” cominciano a donare i propri frutti
È proprio vero che il mattino ha l’oro in bocca!
Sono in un circolo nautico
Voglio uscire in mare
con una barca a remi
Ci sono vari contrattempi
È bello essere lì
Mi ritrovo a parlare del più e del meno
con persone diverse
Non riesco mai
a realizzare il mio piccolo progetto
Chiudo gli occhi 👀
e vedo i tenerumi degli ulivi
carichi di drupe
verdi tendenti al giallo
faccio scorrere le dita su di esse
e le faccio cadere
E cadono, picchiettando
sulla tenda disposta sotto
come grossi chicchi di grandine
Anche sulla mia testa cadono
e subito rimbalzano via
Il lavoro di ieri
interferisce
Il vento soffia di nuovo
Sono stanco
e vorrei dormire ancora,
sognando l’altrove,
elsewhere
Questo mio scritto è dell'ottobre 2010.
L'ho rinvenuto casualmente nel mio profilo Facebook e, per quanto abbia ricercato, non ve n'é traccia nel mio blog.
Evidentemente; non l'ho mai trasferito in questa sede.
Lo pubblicai il 21 ottobre del 2010, un giorno dopo il ricorrere del primo onomastica della mamma dopo la sua morte:
Durante tutto quell'anno - ed anche in quelli successivi - scrissi tante cose, come palese e tangibile segno di un lungo e faticoso processo di elaborazione del lutto.
Mi son messo davanti al PC, come di consuetudine e avrei voluto scrivere qualcosa, non sapendo ancora cosa.
Nulla di strano: mi capita spesso.
Mi piace l'idea di scrivere ogni mattina qualcosa, in assenza dell'esercizio di un compito specifico.
Solo per il puro piacere della scrittura.
Mi sono confrontato tuttavia con il vuoto totale.
Non c'era nulla che mi venisse in mente, non una traccia per quanto esile, non uno spunto.
Anche guardando vecchi scritti da rendere eventualmente visibili nella rete, in uno dei miei blog, avvertivo una strana ed inquietante svogliatezza.
Dopo un po' di questa sterile permanenza davanti allo schermo vuoto del PC, improvvisamente ostile, me sono andato a correre con il cane.
Durante questa vivificante attività ho riflettuto parecchio e sono giunto alla conclusione che ero sotto l'effetto del film visto il giorno prima, Una sconfinata giovinezza di Pupi Avati.
La trama è nota - e semplice, anche - tratta dall’opera letteraria omonima dello stesso regista.
E' la storia di Lino Settembre, un giornalista sportivo (Fabrizio Bentivoglio) molto noto ed apprezzato, la cui mente improvvisamente comincia a deragliare a causa dei primi sintomi del Morbo di Alzheimer.
Vi si dipana dolente il racconto delle vicissitudini di quest’uomo e della sua compagna Chicca, un’affermata ricercatrice universitaria (Francesca Neri),
Nell'Alzheimer è colpito l'individuo, la cui mente si va ritirando sempre di più sino ad un nucleo primitivo di memorie forti ed incancellabili, ma ad essere interessati sono anche la coppia e la famiglia nella sua globalità perché il Sé relazionale e lavorativo viene colpito insidiosamente con improvvisi blackout o con imbarazzanti deficit performativi.
Per quanto il soggetto colpito cerchi di mascherare il progredire delle sue mancanze, queste ad un certo punto esplodono, diventando evidenti in modi imprevedibili, sicché ad essere colpita è anche l'identità sociale sua e quella della propria famiglia.
C'è lo spegnersi progressivo delle capacità e delle abilità, anche di quelle acquisite e ben consolidate: è come se tutto, a poco a poco, si sgretolasse e poi prendesse a franare sempre più precipitosamente.
A volte la malattia progredisce con una progressione continua, a volte invece a balzi con crolli rovinosi, ai quali segue una lieve ripresa, ma mai un recupero allo stato antecedente.
Per quanto il soggetto cerchi di mascherare (e di negare) l’evidenza - anche a se stesso - la deriva è inesorabile, sino al momento in cui perderà definitivamente sè stesso e si perderà in un metaforico paesaggio nebbioso, alla ricerca di qualcosa che lo leghi alla sua infanzia perduta.
A differenza che nel duro compito di adattamento alla sofferenza e alla malattia cui deve andare incontro l’individuo affetto da cancro terminale, il processo di elaborazione qui è ridotto ai minimi termini: delle cinque “tipiche” fasi descritte da Elisabeth Kubler-Ross (in La morte e il morire, nel 2005 alla sua 13^ edizione), al malato di Alzheimer rimane soltanto la possibilità di sperimentare le prime due che - turbolente e tormentose - sono quella della negazione (con una serie di strategie per l’occultamento del/i sintomo/i) e quella della rabbia che, spesso, si traduce in reazioni di violenta aggressività nei confronti di familiari o amici che, di fronte all’evidenza della malattia, cercano di essere d’aiuto.
Forse nell'Alzheimer, non c’è quell'evoluzione successiva sino alla serena accettazione, come accade nei malati di cancro che abbiano svolto un percorso di elaborazione interiore, perché qui quella che si spegne e finisce con il disattivarsi è proprio la mente dell’individuo, mentre il corpo rimane molto più a lungo a segnare il passo, quando la mente consapevole lo ha già abbandonato.
Cosa resta come esito di questo processo? L'ancoraggio ad alcuni ricordi, sempre più remoti e collegati a forti emozioni che rimangono come esile traccia dell'identità adulta di un tempo (o, meglio, delle sue fondazioni).
Nel presente, il malato di Alzheimer regredisce sempre più alla condizione di un bambino, in una dimensione che prima pare senza tempo e che comincia a scivolare indietro verso uno stato della mente sempre più indifferenziato, sino a che quello che è sopravvissuto al deterioramento come un tessuto ormai logoro e sfilacciato, improvvisamente svanisce e con esso l'individuo medesimo, il cui corpo rimane indietro come un guscio vuoto.
Ai mariti, ai compagni di vita, alle mogli, ai figli in questo percorso malinconico all’indietro verso una giovinezza e un’infanzia “sconfinate” rimane soltanto la possibilità di interagire utilizzando quei pochi spazi di manovra ancora preservati, accettando il fatto che il proprio congiunto stia rivivendo una seconda infanzia e che, dopo questa moratoria più o meno breve, la sua mente svanirà per sempre.
Con quale parte della mete (e nel senso più lato della psiche, compreso il livello emozionale, dunque) si può interagire nelle fasi più avanzate della malattia?
Forse con il gioco, commisurato con l'età mentale in cui l'individuo sta sostando prima di riprendere a scendere la china e con gli esercizi di memoria, anche questi adeguati alla fase involutiva: sembra assodato che l'esercizio costante delle facoltà mnesiche possa aiutare a trattenere un po' più a lungo i ricordi (e questo vale naturalmente per tutti noi, anche per chi non è affetto da Alzheimer).
Il film di Avati contiene tutto questo, descritto con tenera levità, con delicatezza, sino alle immagini finali di un paesaggio annebbiato in cui il protagonista si aggira sperduto nelle nebbie della sua mente alla ricerca dell'ultimo ricordo vivo in lui e poi quelle di un bellissimo prato in piena luce, appena tosato, in cui lui cammina con Perché, il cane che aveva amato da ragazzo, sino alla dissolvenza finale.
Il film mi ha messo di fronte ad alcuni interrogativi, che sono quelli comuni a chi, avendo superato alcuni fondamentali giri di boa della propria cronologia, molto naturalmente si trova ad interrogarsi su cosa l'aspetti, su come si dipanerà la propria esistenza negli anni prossimi venturi, mentre - al tempo stesso - si ritrova a rivisitare sempre più spesso il proprio passato, angustiato del fatto che una parte dei ricordi di eventi del trascorsi, che prima apparivano così saldi, si vadano dileguando e si facciano via via più evanescenti ed imprecisi.
Per questo motivo, c'è forte il desiderio di poter trasmettere tutto questo, passando di mano il testimone dei propri ricordi, con dentro quanti più pezzi sia possibile della propria vita.
A volte, non c'è nessuno a cui indirizzare questo lascito: verrebbe voglia di lanciare una capsula del tempo, a postuma memoria di sé, piena di carte, di oggetti, di piccole storie: ma anche questo il più delle volte rimane un sogno velleitario.
Spesso, impotenti, attendiamo che i nostri giorni trascorrano e non facciamo nulla per fissare i ricordi del tempo che fu: forse, vorremmo che ci fosse qualcuno vicino a noi a cui di storie e ricordi che vengono da un passato remoto importi qualcosa.
La regola è che una cosa simile non capiti quasi mai.
Non ci si deve illudere.
Tante opere letterarie nascono proprio con questo intento che è quello di preservare nel tempo qualcosa (frammenti o un intero affresco) appartenente al passato dello scrittore.
Alcuni lo fanno in maniera esplicita con delle scritture diaristiche, altri invece hanno la capacità di trasformare tutto in opera letteraria: La recherche di Marcel Proust è un impareggiabile monumento alla memoria del tempo perduto, spesso citata e studiata dagli studiosi della Memoria.
Ci si chiede anche come finiremo: ed è normale, in fondo, che questa domanda ogni tanto faccia capolino da qualche angolo della nostra mente.
Ci sono cose che non fanno paura, perché abbiamo avuto modo di conoscerle direttamente, essendone testimoni.
Ciò che non conosciamo, invece, ci fa paura e ci paralizza.
Per esempio, mi ritrovo a pensare al modo in cui i miei genitori se ne sono andati.
Ho visto mio padre morire per un incidente aereo, quando ancora era nel pieno delle sue forze e delle sue energie, avendo ancora davanti a sé la prospettiva di una lunga vita laboriosa.
Mia madre, invece, è stata longeva, ma ad un certo punto benché la sua mente fosse lucida, il corpo non l'ha seguita più: ha cominciato a indebolirsi troppo velocemente e lei, pur positivamente legata alla vita (gioiosamente, ma anche con un fortissimo senso del dovere), ad un certo punto ha quasi deciso di andarsene, ritirandosi dalla vita, quando ha compreso che non poteva più essere d’aiuto e anzi creava problemi e difficoltà con la sua mancanza di autonomia.
Lucidamente, nei suoi ultimi giorni, vagheggiava l’Alaska e il grande Nord, ricordando di un romanzo che le avevo fatto leggere dei miei (Il paese dalle ombre lunghe di Hans Ruesch) in cui si parlava della maniera di morire degli Eschimesi che, quando sono divenuti incapaci di essere autonomi e sentono di essere solo di peso, si allontanano nel ghiaccio sconfinato e nella neve per sedersi lontano da tutto e da tutti e qui addormentarsi dolcement, trapassando così in un altro mondo. Ci diceva: Viva l’Alaska! oppure Portatemi fuori nella neve, con una sedia e una coperta magari e lasciatemi lì ad addormentarmi tranquilla nel freddo.
E, poi, se ne è andata, quando ha deciso lei: questa è stata la mia impressione e nessuno potrà mai convincermi del contrario.
Altri miei parenti sono deceduti per accidenti neuro-vascolari, in cui il danneggiamento neuromotorio è andato avanti di pari passo con il deterioramento mentale.
Tutto questo mi è noto.
Papà e mamma mi hanno dato due diversi modelli del morire: papà è stato il primo ad andarsene e lui ha avuto il beneficio della morte che desiderava, cioè uscire di scena in un attimo senza dover subire nessuno dei fenomeni legati all'invecchiamento. E’ stata la sua una morte repentina ed improvvisa che lo ha colto di sorpresa senza che nemmeno se ne accorgesse. Quando ero ancora molto piccolo, mi disse, dopo aver appreso della morte di un suo amico e collega giornalista trovato morto per infarto alla poltrona della sua scrivania: E’ così che mi piacerebbe morire!
Mamma, invece, ha vissuto vigorosa e piena di forze sino a pochi mesi dalla sua morte e, sino alla fine, ha lottato strenuamente per non venir meno ai suoi compiti e a ciò che, nella sua vita, aveva ritenuto prioritario. Poi, quando ha capito che non ce la faceva più a stare al passo con il suo elevato standard e che sarebbe stata soltanto "di peso", s'è abbandonata al sonno e all’oblio.
Sembrerebbe quasi incredibile dirla in questa termini, ma io che sono stato testimone del suo "transito" mi sono fatto una ferma convinzione che le cose siano andate proprio così.
Io non ho idea di come saranno i miei ultimi giorni e soprattutto di come avverrà la mia fine.
Come uscirò di scena?
Non lo so.
Anche se potessi saperlo, comunque, non vorrei saperlo.
Certo è tuttavia che l'Alzheimer attiva degli inquietanti fantasmi: e forse proprio per questo l’altra mattina non riuscivo a scrivere proprio nulla. Pensavo alla storia del film visto il giorno prima e il soffermarmi su di essa aveva un effetto ottundente su qualsiasi altra mia facoltà.
Non mi piacerebbe svanire nel modo tracciato in modo così dolente dal film di Avati: anche perché in un processo come questo – essendo intaccata la mente pensante - si perde la possibilità di dar testimonianza di ciò che accade e si perde, al contempo, la possibilità stessa dell’elaborazione del processo di decadimento che ci sta accadendo, come dicevo prima.
Da un certo momento in poi si svanisce e basta.
E tutto quello che sei stato prima non conta più.
Si finisce con il frammentarsi e con il franare dei propri ricordi personali, fino a che, anche davanti agli altri, di te, non rimane altro che un guscio vuoto: una figura che dapprima si sgrana e poi va in dissolvenza.
Si può lottare contro questa erosione della propria capacità di ricordare: Jonathan Franzen lo racconta a proposito del proprio padre in un denso amarcord (Jonathan Franzen, Il cervello di mio padre, in Come stare soli. Lo scrittore, il lettore e la cultura di massa, Einaudi, 2003).
"Una delle storie che intendo raccontare, quindi, mentre cerco di perdonare a me stesso la lunga cecità nei confronti della malattia di mio padre, riguarda la sua propensione a nascondere quella malattia, e il fatto che per parecchio tempo conservò un carattere abbastanza forte da riuscirci.
(…)
In un cassetto trovammo le prove di piccoli, furtivi sforzi per non dimenticare. C’era un mucchio di biglietti su cui aveva scritto l’indirizzo dei suoi figli, un indirizzo su ognuno, ripetuto su parecchi biglietti. Su un altro biglietto aveva scritto la data di nascita dei figli maggiori…" (ib. P. 31-32).
E questo ha scritto una lettrice (mio contatto su FB, dopo aver letto le mie parole
(OF) Mi hai commosso Maurizio, e ciò che scrivi potrei sottoscriverlo anche io. Ho visto, nella mia famiglia, come si muore di cancro (mia madre, in 2 mesi) e come si muore di Alzheimer (il marito di una zia) con un'agonia durata vent'anni che ha spazzato via (senza troppi favoleggiamenti) la sua vita personale e quella della sua famiglia. Per questo non sono andata a vedere il film di Avati: per quanto possa essere lucido e realistico il suo modo di rappresentare la malattia non mi sognerei mai di descrivere lo stato di chi si ammala di questa "cosa" orribile come un viaggio verso una "sconfinata giovinezza"... Dimenticare chi si è, regredire senza rimedio ad uno stato in cui non controlli neppure i bisogni e le funzioni primarie non ha nulla di "poetico"...Tutto questo mi mette addosso solo un'immensa tristezza e ti ringrazio per aver focalizzato nel tuo testo tanti aspetti sui quali anche io rifletto da tempo. Tu scrivi: "...vorremmo che ci fosse qualcuno vicino a noi a cui di storie e ricordi che vengono da un passato remoto importi qualcosa..."
Tanto basta per dirti GRAZIE…
Pupi Avati, Una sconfinata giovinezza, Garzanti, 2010
(risguardo di copertina) Sono passati molti anni dal momento in cui si sono innamorati, ma Lino Settembre e sua moglie Chicca continuano ad amarsi. Anche se in apparenza sono persone molto diverse: lei insegna Filologia medievale all'università, lui è un popolare giornalista sportivo che parla spesso di calcio in televisione. Non hanno avuto figli, ma proprio questa mancanza ha finito per rendere ancora più solido e sereno il loro legame. Finché un'ombra non inizia a offuscare la mente di Lino. All'inizio solo momentanei cali d'attenzione, poi vuoti di memoria sempre più ampi e preoccupanti. E a quel punto che comincia la seconda vita di Chicca e Lino, un nuovo amore. Con le sue storie e i suoi personaggi, Pupi Avati sta tracciando uno straordinario autoritratto del nostro paese e del nostro tempo, rivelatore e commovente, tra costume e sentimenti, tra attualità e memoria. Il protagonista di Una sconfinata giovinezza, Lino, perde il contatto con il mondo che lo circonda ma trova rifugio nel ricordo dell'infanzia, nelle sue emozioni e nei suoi profumi. E Pupi Avati, nel raccontare una vicenda che affronta temi di drammatica urgenza, ci sa emozionare e sorprendere.
"La morte e il morire" di Elisabeth Kubler Ross è stato per me una lettura di fondamentale importanza. I tardi anni Settanta (dalla conclusione dei miei studi di Medicina) e i primi anni anni ...
Odori letali,
fetori e afrori,
escrementi freschi/vecchi,
tracce di piscio pluristratificate
(raramente dilavate via dall'acqua),
organico decomposto,
Il sontuoso concerto di odori e molecole vaganti
favorito dal caldo anomalo
e degno dei giorni mitici
della Grande Puzza londinese
C’è da morire!
Le mosche impazzano
ronzano,
ti si appiccicano addosso,
ti molestano
Il sole picchia
Il sudore scorre
Di nuovo, gli incendi divampano
attizzati da bastardi piromani
Per terra abbandonato, giace un oggetto marroncino un po’ nerastro e smangiato ad un’estremità Non è - come qualcuno potrebbe pensare - uno stronzo abbandonato dal Malefico e Strafottente Padrone di Cane, figura archetipica di questi nostri giorni tristi
bensì un sicarro semi consumato, sin quasi alla radice,
da avide boccate
The Great Stink was an event in Central London during July and August 1858 in which the hot weather exacerbated the smell of untreated human waste and industrial effluent that was present on the ...
Oggi è il 20 ottobre ed è il giorno dedicato a Santa Irene.
Quindi era il giorno in cui ricorreva la piccola festa familiare per celebrare l’onomastico della mamma.
Era un giorno speciale in cui tanti della famiglia, anche se in orari diversi della giornata, venivano da noi, come anche tanti altri ed altre che ci tenevano a farle gli auguri.
Mio fratello, alla vigilia, mi ricordava sempre di trovare un regalino per lei.
E poi, siccome lo consideravamo un giorno speciale, c’erano i dolci oppure una piccola torta.
Era bello.
Era un giorno spensierato.
E quindi, anche adesso, che la mamma non c’é più (e non c'è più nemmeno mio fratello), io continuo a ricordarmene e a celebrarlo in silenzio, anche se ormai - in queste occasioni che potrebbero essere rievocative o celebrative - nemmeno con i miei cugini ci incontriamo più.
Fu mio nonno a volere per la mamma il nome Irene (che peraltro era già in famiglia perché lo portava una sorella della nonna).
E perché il nonno volle proprio quel nome?
Alla nascita della mamma (8 marzo 1918) la I Guerra Mondiale era ancora in corso e dunque lui volle fortemente questo nome come augurio per una prossima pace tra i popoli.
Il nome Irene è di origine greca ed era quello portato dalla dea della Pace.
Eirene o Irene (in greco antico: Eἰρήνη, Eirḕnē) era nella mitologia greca la dea della pace, di cui costituisce la personificazione. Figlia di Zeus e di Temi, era una delle Ore. Il corrispondente nella mitologia romana era Pax.
E credo che mio nonno pensasse a questa simbologia del nome piuttosto che alle caratteristiche della Santa che, comunque, sono pure interessanti.
Irene di Tessalonica, o Irene di Salonicco (Aquileia, III secolo – Salonicco, 304), fu una cristiana che subì il supplizio a Tessalonica; è venerata come santa dalla Chiesa cattolica e da quella ortodossa.
Irene era la più giovane di tre sorelle; le altre due erano Agape e Chionia. Secondo la tradizione, questi non erano i loro nomi originali: divenute cristiane, furono battezzate e furono loro attribuiti i nomi di Agape, nome con il quale i Greci chiamavano la Carità, la stessa predicata da Paolo di Tarso durante i suoi viaggi; Chionia, che in greco significa neve, a ricordo della purezza; e Irene, che simboleggia la pace. Esse vivevano ad Aquileia ed erano figlie di genitori pagani.
Oltre che ornate di virtù, le tre sorelle dovevano essere anche molto ricche e di nobili origini.
Agape, Chionia e Irene furono sempre additate come modello di santità, da parte degli altri fedeli; alla giovanissima Irene furono addirittura affidati i Libri Sacri contenenti la parola di Dio, ed ella fu sempre una custode affezionata e scrupolosa: li depose dentro delle cassette e li posò insieme ai tanti scrigni che racchiudevano i suoi innumerevoli gioielli.
La cosa curiosa è che il sogno che segue è delle prime ore del 20 ottobre 2012, giorno dell'onomastico di nostra madre
Sognavo di essere a casa di mio fratello che prima era anche di mia madre e quella dove ho abitato anche io [e dove sono tornato ad abitare da alcuni anni]
C'era dovunque una grande confusione, tutto era fuori posto
Poi, mi rendevo conto che gran parte delle cose (mobili e suppellettili) venivano proprio dalla stanza della mamma che, dopo la sua morte, è rimasta così com'era
Forse, come una specie di tempio: sappiamo che c'è, ma non c'entriamo mai: solo una volta alla settimana vengono fatte le pulizie e si fa arieggiare
Io sono propenso a non cambiare niente: in fondo che motivo ce ne sarebbe?
La stessa cosa vale per mio fratello
Eppure, era tutto sottosopra
Andavo nella stanza a sbirciare
La porta era aperta (solitamente sta chiusa) e, all'interno, non c'era più il solito arredo di sempre, ma era arredata come un'anonima stanza da letto realizzata con semplici mobili di Ikea [orrore!]
Pareva più che altro una stanza d'albergo, senza nessun segno di vita vissuta
Pensavo di primo acchito che fosse stato il nostro collaborante domestico a fare tutti questi indesiderati cambiamenti, desideroso di farsi una camera tutta per sé
Assurdo! - riflettevo tra me e me - Che motivo ce ne sarebbe visto che la sua stanza già ce l'ha?
Era tutto confuso, però, e non riuscivo nemmeno a ragionare con lucidità, immerso com'ero in quella gran confusione
Più avanti, senza avere ancora risolto il mistero di come si fosse arrivati a quel punto, cercavo di fare ordine nel caos
Prendevo le cose le spostavo, cercando di catalogarle e chiedevo al nostro collaborante se avesse fatto delle foto della stanza prima di rimuovere tutto quanto, in modo tale da avere delle indicazioni su come ricollocare gli oggetti nella loro posizione originaria
Il collaborante si risentiva di questa mia domanda, come se lo rimproverassi
Mi sentivo angosciato, perché non riuscivo a ricordare come fossero disposti alcuni degli oggetti, ma ce n'erano anche altri che non corrispondevano a nessun mio ricordo
In questa fase del tentativo di riordino, mia madre era accanto a me e mi dava dei suggerimenti
Era come se con la sua presenza benevola mi volesse dire che non sono gli oggetti in sé, mantenuti come in un museo, ad essere importanti, ma che vale di più la memoria delle persone che si serba viva dentro di noi
Ero distratto di continuo da piccoli eventi microscopici
Vedevo un piccolo ragno esotico zampettare sul pavimento e cercavo di catturarlo, ma senza successo.
Ed ero incurante del pensiero che potesse essere velenoso
è un sogno di dolcezza e tristezza…
la tua mamma ti dice di andare avanti: anche se è assente, sarà sempre presente nella tua vita, a prescindere dagli oggetti…
In fondo, è un sogno bello, con tua madre al tuo fianco a mettere a posto le cose, no?
Dirò anche che sto partecipando
ad una podistica di 10 km
in una piccola cittadina siciliana
(potrebbe essere Balestrate)
C’è Pino Giordano che segna i passaggi
(ma non c’è accanto a lui
l’amico Pino Sutera
che è mancato qualche tempo fa)
Corro corro e corro
Ma siccome é tanto che non corro
vado veramente lento,
sempre più a rilento,
e sono l’ultimo
anzi l’ultimissimo della fila
(alcuni direbbero tapascione,
altri filosofo delle retrovie)
Avevo capito che bisognava fare due giri
ma, quando con immane fatica
arrivo al secondo passaggio,
il Pino mi dice che c’è da fare un terzo giro
e aggiunge: Mauro non ti preoccupare!
Ti aspetto!
Prenditi il tempo che ti serve!
Io vado, continuo ad andare,
ma sono davvero stremato,
sfibrato e con la lingua di fuori
E vado avanti per questo terzo giro
che è diventato come un calvario
Mi accorgo lungo il percorso
che gli addetti (lo staff di volontari)
stanno smobilitando e mettendo via tutto
Sicché - senza punti di riferimento -
è anche diventato difficile orientarsi
prendendo la strada giusta
laddove vi sono delle biforcazioni
Vado avanti anche
davanti ad anomalie evidenti,
quando si deve passare
attraverso delle case abitate
con gli arredi e tutto quanto,
compresi vasi fioriti e tendine alle finestre
Non ci capisco nulla
Eppure continuo ad andare avanti
trafelato, ansimante,
sentendomi le gambe di piombo
e impossibilitato a volare
e poi la sete che mi attanaglia la gola
Dio, che sete!
(Volare oh oh
cantare oh oh oh
nel blu dipinto di blu
felice di stare lassù)
Sentivo in bocca
una devastante arsura
che cresceva e cresceva
(non c’era nessuno in giro
a cui chiedere un bicchier d’acqua)
e tuttavia continuavo ad andare
prolungando all’infinito la mia agonia
e sognando di un traguardo
che sembrava allontanarsi sempre di più
(Volare oh oh
cantare oh oh oh
nel blu dipinto di blu
felice di stare lassù)
Poi, mi sono svegliato
mi son levato dal letto
che pareva diventato
un letto di Procuste
e sono andato a bere
due gran bicchieri di acqua di rubinetto
Com’era buona!
Anzi, buonissima!
(Volare oh oh
cantare oh oh oh
nel blu dipinto di blu
felice di stare lassù)
E questo è stato un sogno dolce-amaro
Eppure non mi arrendevo,
continuavo a lottare
e a tirare la carretta,
inseguendo un traguardo
che si faceva sempre più lontano,
irraggiungibile
evanescente
Illusorio
Eppure avevo fiducia
Pino, il grande Pino,
mi aveva detto che mi avrebbe aspettato
Si narra che tre ragazze arabe provenienti dalle montagne avessero un solo grande sogno: quello di bere il tè nel Sahara; per questo misero assieme tutto il denaro che avevano e si fecero portare nel deserto, dove di duna in duna andarono in cerca si quella più alta: verranno poi ritrovare da una carovana nella stessa posa in cui si erano addormentate, con le tazze piene di sabbia.
C’è qualcuno
che vive alla ricerca dell’onda perfetta
ma è semplice
l’onda perfetta non esiste
Esistono, sì, delle circostanze
che, a volte, interagiscono
in modo perfetto,
creando il caso,
pressoché unico e irripetibile
Quindi la ricerca dell’onda perfetta
è - in sé - vana e futile
Se la cerchi, non la troverai mai
Se l’aspetti, non arriverà mai
Puoi spendere tutta la vita, invano,
aspettando l'onda perfetta di Daniel Alexander Dolphin,,
cercando il volo perfetto di Jonathan Livingstone Seagull,
cercando di arrivare alla duna più alta
dalla quale contemplare il deserto all'alba,
dove a sedersi per una cerimonia del The,
avendo la veduta più bella,
ma questa ricerca non avrà mai fine
(sarà sempre interrotta dalla morte
e il desiderio rimarrà inesaudito)
Invece, sei tu stesso a crearla,
quell’onda perfetta,
unica ed irripetibile,
solo se sei orientato nel modo giusto
(ricettivo, disponibile, aperto)
nei confronti del mondo
delle cose
delle persone
di te stesso
L’onda perfetta
sta tutta racchiusa
nell’incontro con la meraviglia
nell’incontro con il Dio delle piccole cose
È la pagliuzza d’oro
che brilla in mezzo a migliaia
di pagliuzze di mica
Anche nell’incontro con una mosca
che ti affligge con il suo ronzio molesto
può esserci la meraviglia
oppure nella foglia ingiallita
che cade fluttuando lenta
nella brezza autunnale
E dunque l’onda perfetta
è sempre lì a portata di mano,
a portata di te
Allunga la mano e prendila,
afferrala,
falla tua,
prima che ti sfugga per sempre
E' la storia di un delfino di nome Daniel Alexander Dolphin che,anche da adulto, non smise di rincorrere i propri sogni. Mentre i suoi simili pescavano tutto il giorno lui andava alla barriera ...
non condivido pienamente la storia scritta da Sergio Bambaren, ne "Il Delfino" e che potete leggere seguendo il link. In un tempo remoto forse sì, quando per un po' di tempo dominavamo i cascami new age
Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre
armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro
intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno
nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).
Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?
La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...
Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...
Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e
poi quattro e via discorrendo....
Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a
fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.
E quindi ora eccomi qua.
E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.