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16 ottobre 2025 4 16 /10 /ottobre /2025 11:38

Si arrivava in genere per nave, essendo partiti nel tardo pomeriggio dal Pireo, alle prime luci dell'alba.
Si metteva piede a terra e ci si doveva inerpicare su per una ripida strada sino al centro abitato. Non ricordo che ci fossero taxi o bus, allora, se non un servizio rudimentale di trasporto dei bagagli per chi non avesse lo zaino, a dorso di mulo.
Infatti, c'erano i muli "parcheggiati" all'inizio della strada (simile a quella che conduce al santuario di Santa Rosalia, per intenderci) e vicino a loro i mulattieri che si proponevano per il loro servizio. I più affaticati potevano anche essere trasportati sul mulo.
Vedere tutto ciò all'arrivo, alle prime brume dell'alba, sembrava riportare all'indietro l'orologio del tempo, rispetto al luogo da dove si veniva...

Correva il 1990 e a Santorini volli andare

Il mio viaggio a Santorini avvenne nella tarda estate del 1990.
Fu come tante cose che feci in quegli anni il risultato d'una decisione d'impeto.
Perchè scelsi di andare proprio a Santorini? 
Non saprei.

Veduta di Santorini (foto di Maurizio Crispi)

Forse - pochi mesi prima - mi era capitato di leggere un breve romanzo di Henry Miller ambientato nelle isole dell'Egeo (Il Colosso di Marussi) anche se dei diversi luoghi citati non si parla affatto di Thira.
Forse, nel mio animo riecheggiavano anche altre letture, tra cui Il mago di John Fowles che vede come sua ambientazione principale una piccola isola greca, ma per certo ebbe un notevole peso in questa mia decisione il riecheggiare di un viaggio effettuato alcuni anni prima in assetto familiare e che ci portò anche ad esplorare l'isola di Creta e la regia di Cnosso.

Molte e tante furono dunque le suggestioni che mi indussero a pensare a Satorini, come mia meta di viaggio, una scelta che fu di sicuro molto poco riflessiva e guidata dalla pancia, per così dire, oltre che dal desiderio di confrontarmi con un luogo in qualche misura mitico e dotato di grande fascino

Fu una vacanza di circa 15 giorni.
Ero allora nel pieno della mia preparazione per la partecipazione ad una maratona (forse avevo in programma la maratona di Berlino nel settembre successivo).

Quindi andai, fermamente deciso ad unire assieme lo sport e il turismo, realizzando al contempo  uno stacco in solitudine da realtà controverse, conflittuali, nelle quali mi sentivo ancora dolorosamente immerso.

Cosa ricordo della mia vacanza a Santorini?
Innanzitutto il primo impatto con una natura selvaggia ed ostica, pietra lavica dovunque, nera e scura, in taluni punti rossastra.
Un'enorme mezzaluna di roccia vulcanica che racchiudeva un ampia laguna al cui centro si stagliava un isolotto brullo (Nea Kameni) che era quel che rimaneva dell'antico cratere vulcanico.
Al di là, altri isolotti nerastri racchiudenti l'orizzonte e che contribuivano a chiudere, per quanto con dei segmenti spezzati un vastissimo cerchio attorno all'isolotto centrale; di questi il più ampio è Therasia.

Santorini vista dal satelitte (dal web)

L'isola principale che è Thira e quelle perimetrali - queste ultime scarsamente abitate - rappresentano ciò che rimane di una vastissima caldera, dopo un'immensa esplosione eruttiva che portò una parte degli ampi terreni che costituivano un'isola ben più grande dell'attuale (di forma grosso modo circolare) ad inabissarsi nel mare.

Forse proprio da quest'evento catastrofico che si verificò nel XVI secolo AC e che, secondo gli storici antichi fece oscurare il sole per via delle polveri vulcaniche sollevate nell'atmosfera, si originato il mito del continente sommerso di Atlantide.

Appena arrivato, mi resi conto che per girare l'isola occorreva un mezzo e fu così che, sin dal primo giorno (arrivai in nave alle prime luci dell'alba), affittai una scassata motorella, ma tuttavia sufficiente a portarmi in giro da un capo all'altro dell'isola principale.

Le mie giornate presero rapidamente un ritmo ben preciso.
La mattina presto mi dedicavo all'allenamento di corsa e, per l'esattezza, correvo per circa venti chilometri al giorno, raggiungendo ogni volta l'estremità della mezzaluna e tornando indietro, un giorno andando in una direzione e il giorno successivo nell'altra.
Per arrivare all'estremità partendo sempre dal centro abitato principale che si trovava a metà circa della mezzaluna c'era una distanza di circa 10 km: quindi erano, ogni volta,10 km all'andata e dieci al ritorno: a giorni alterni, sempre correndo sulla stessa distanza, facevo dei lavori specifici, seguendo un piano di allenamento che un mio amico aveva predisposto per me.

Mentre correvo, pensavo e riflettevo, riempendomi  la testa di un distillato di emozioni e sensazioni per il fatto di trovarmi lì in quell'isola in cui sembrava che si unissero le forze primordiali dell'acqua e del fuoco.

Tornato dalla corsa e dopo una breve seduta di ginnastica e stretching (e spesso con una pausa di lettura e di aggiornamento della mia agenda) me ne partivo in esplorazione con la motorella e andavo girando per l'isola minuziosamente senza lasciare che una singola parte di essa mi sfuggisse, peraltro guidato da ciò che avevo visto e osservato durante le mie corse quotidiane e che aveva attivato la mia curiosità.
A volta, sì, andavo anche al mare, mi mettevo in costume, me ne stavo al sole o sulla riva delle spiaggia sabbiose di bigia sabbia vulcanica che si trovavano tutte sul lato esterno dell'isola, decisamente più morbido e digradante, ma per me era più importante esplorare, e direi quasi "bere" - sino ad inebriarmene - l'atmosfera dell'isola, fermarmi nei punti più panoramici ad osservare, oppure sedermi in piccoli caffè ad osservare la gente.

La gente! Si c'era tantissima gente, di ogni nazionalità, in centinaia e centinaia, se non in migliaia, alcuni sbarcavano soltanto per poche ore o rimanevano per pochissimi giorni, altri erano più stanziali. Gli autoctoni quasi scomparivano di fronte alla numerosità degli stranieri.
Tantissimi gli americani e i tedeschi.
Il pregio dell'isola, tuttavia, risiedeva anche nel fatto che, essendo molto grande, durante il giorno tutti si disperdevano in giro qua e là. 
Soltanto la sera si acquisiva la consapevolezza della compattezza e della vastità di queste falangi di turisti in massima parte e di viaggiatori veri (solo una minoranza), poiché andava a finire che tutti si ritrovavano nelle piazze principali del borgo abitato principale (Thira) e della cittadina abbarbicata ancora più in alto sul costone della montagna (Imerovigli).
Imerovigli era più frequentata per i suoi deliziosi piccoli caffè che consentivano a chi si sedesse a quei tavoli in portici ombreggiati di far spaziare lo sguardo verso il centro della caldera,  dove sovente in corrispondenza di Thira stava ormeggiata una grande nave da crociera o da dove partivano imbarcazioni più piccole per escursioni verso Nea Kameni oppure Therasia.

Thira (o Santorini), invece, era più frequentata di sera dove frotte di gente si muovevano chiassose per consumare dei pasti raffazzonati presso numerose bettole fumose allestite al centro delle strade e protette da rozzi ripari di tela grezza, oppure alla ricerca di piccoli ristoranti un po' più raffinati. 
Io mi limitavo alle bettole, sia perchè non volevo spendere troppo, sia perché adoro il cibo che vi si ritrova (molto simile al nostro cibo da strada), dove è possibile sempre un'ampia scelta di cibi gustosi e speziati (a partire dai souvlaki, sino agli involtini di riso e carne il cui esterno è fatto di foglie di vite (dolmades), passando dalla moussakà e dai peperoni o pomodori ripieni (Gemistà), buonissimi, per quanto indigesti) da innaffiare con birra oppure con l'onnipresente retsina.
Ogni tanto arrivava un violento acquazzone serale determinando un fuggi fuggi generale e il cibo mezzo mangiato rimaneva abbandonato sui tavoli, in piatti frugali di ceramica povera semiallagati.
Come di giorno ero determinato a perseguire il mio allenamento (i famosi 20 km), così di sera vagavo oziosamente, lasciandomi trascinare dalla folla, andando dove mi portava il vento, ma non indugiavo mai in queste peregrinazioni da flaneur oltre una certa ora, poiché dovevo essere pronto il giorno dopo per il mio allenamento da stakanovista.

 

Santorini (foto di Maurizio Crispi)

Vivevo tutto come trasognato, devo dire, senza mai stabilire relazioni di nessun genere con altri, o almeno molto di rado.
Stavo molto sulle mie. Osservavo, guardavo, registravo dettagli nella mia mente.

Non ero interessato alla dimensione interpersonale. Non c'era spazio per altre persone con cui interfacciarmi; fondamentalmente, ero intento a risanare le mie ferite. Ero forse come un guaritore ferito.
Forse, ero  più focalizzato sulla mia interiorità sofferente, ma ciò nondimeno aperta alla meraviglia. 

Ricordo che, in quei giorni, scrivevo molto nella mia agenda e in foglietti volanti che avevo con me, cercando di catturare i miei stati d'animo, anche i più volatili, e i miei sogni: cercando di tradurre in parole e frasi i colori, i suoni, gli odori e tutte le altre sensazioni che mi attraversavano nell'intera gamma delle loro sfumature.

Leggevo anche, ma non ricordo proprio quali libri mi fossi portato da leggere in quei giorni: su questo aspetto c'è il buio più totale, a differenza di altri viaggi che ho compiuto nella mia vita, nel ricordo di ciascuno dei quali campeggia un libro (talvolta due) che hanno lasciato il segno dentro di me, integrandosi perfettamente nel mio ritmo interiore e nella meraviglia della scoperta.

Facevo anche cose da turista. Un giorno andai a visitare gli scavi archeologici dell'isola, in un sito dove è stata scoperta un'intera città che rimase sepolta sotto le ceneri della grande eruzione vulcanica che decretò la scomparsa della evoluta città (ed isola di Santorini), una sorta Pompei, insomma.
Poi, partecipai anche ad una gita organizzata che portava i partecipanti per mezzo di una semplice imbarcazione a Nea Kameni e forse anche a Therasia (ma adesso non ricordo bene): vedo nella mia mente un'immagine di tanti che camminavano in fila lungo un brullo crinale di pietre vulcaniche e poi mi sovviene ancora sul punto più altro di Nea Kameni il ricordo di un grosso masso di ossidiana (che debitamente fotografai) sulla cui superficie liscia una mano ignota aveva vergato in grandi caratteri a stampatello quest'esortazione: "Make love slowly" che mi lascio incantato, per quanto malinconico, poiché in quel momento non avevo riserve d'amore da poter dare e niente amore del tutto da ricevere (e l'amore, in quanto sesso, non lo facevo nè rapido, nè lento).
In fondo ero solo nell'intero universo. un corridore solitario - a volte un camminatore - sperso nel bel mezzo di infiniti campi di lava e, giorno dopo giorno, la sedimentazione del sommarsi di queste impressioni, emozioni e sensazioni, mi porto a scrivere un lungo racconto in cui si narrava di uno che instancabilmente correva in una corsa solitaria, infinita e interminabile.

Ero inebriato da ciò che vedevo.
Densi contrasti cromatici
Il nero o il rosso della pietra lavica
Il bianco abbacinante delle pareti delle case ricoperte da intonaci grossolani
L'azzurro delle cupolette soprastanti le unità abitative e delle cupole ben più grandi delle chiese costruite nei luoghi più elevati dell'isola, attorno alle quali le casette si addensavano come greggi di pecorelle.

E poi ancora l'azzurro dei tetti e degli scuri delle finestrelle che si intonava perfettamente con l'azzurro del mare e del cielo.

C'era da ubriacarsi di sensazioni ed emozioni. E ogni giorno bevevo avidamente da questo calice che il luogo mi offriva
 

La turista americana affine (foto di Maurizio Crispi)

Un giorno, andavo sulla mia motorella (forse proprio nel giorno in cui feci l'escursione al sito degli scavi archeologici) e vidi che una tizia (una turista) camminava sulla strada sconnessa e polveroso, borsa a tracolla e un berrettino che le copriva solo parzialmente dei lunghi capelli). Quando fui alla sua altezza mi fermai e le chiesi dove stesse andando e se volesse un passaggio. Ci intendemmo alla perfezione poiché parlava inglese (era americana, come scoprii in seguito)
Mi disse che stava andando proprio dove ero diretto io
Le dissi di montare in sella che saremmo andati assieme.
E da lì partì una giornata fantastica di esplorazioni e di conversazioni
Forse capitò anche che andassimo al mare assieme (ma adesso questo dettaglio non lo ricordo bene).
Forse ci furono anche lievi conversazioni in cui scoprimmo di avere delle affinità. Era una psicologa statunitense e lavorava ad un progetto di studio sulle personalità borderline, mi disse. 
E io ero psichiatra. Eccellente sintonia, anche su questi aspetti. Ma non parlammo solo di questo.
Parlammo di ciò che vedevamo e di ciò che ci colpiva.
Era una conversazione disincantata come solo può accadere tra due persone di sesso diverso che, incontrandosi, accantonano sin da subito qualsiasi intento di reciproca seduttività o semplicemente non ci pensano.
Riguardando indietro a quell'incontro, devo dire che quella che mi capitò di incontrare era una giovane donna carina, se non addirittura bella, oltre che intelligente e di gradevole conversazione.
Eppure quell'incontro non portò a nulla: al termine della giornata trascorsa assieme con grande diletto ci separammo. Forse ci scambiammo i rispettivi indirizzi al fine che io le potessi inviare copie delle foto che avevo scattato. Ma non saprei dire se lo feci veramente. In ogni caso, quell'indirizzo, se mai l'ho avuto, l'ho smarrito.
Ci separammo e fu un incontro conchiuso in se stesso. Io ero troppo oberato dalle mie vicissitudini di vita dalle quali desideravo soltanto di potermi disintossicare per potere pensare ad altro.
Non ci incrociammo più durante il mio restante soggiorno nell'isola.
Eppure fui grato di quell'incontro che mi donò lievità e spensieratezza.

In una diversa circostanza mi imbattei in una giovane svedese, anche lei molto giovane, che girava a fare delle foto alle cupole delle chiese e ai tetti delle case, azzurri e bianchi abbaglianti che si stagliavano contro lo sfondo del cielo azzurro e luminoso, e che poi - come mi spiegò - avrebbe usato per dipingere le sue tele, delle quali - aggiunse - di lì a poco avrebbe organizzato una mostra (oggi con parola più raffinata e blasé, si direbbe vernissage) mi uno spazio che le era stato messo a disposizione.
Ci andai a quella mostra e passammo molto tempo a chiacchierare delle sue opere, alcune delle quali erano di grandi proporzioni, non certamente miniature.
Lena - così si chiamava - pensava in grande: non si limitava alle miniature.
I suoi colori e il suo tratto riuscivano perfettamente a catturare l'essenza di quelle case e di quelle chiese ed anche forse una parte del segreto di quel cielo così intensamente azzurro.

Mi invaghii di uno dei suoi quadri. Fu un colpo di fulmine e, senza esitare, le dissi che avrei voluto comprarlo.

Il quadro della pittrice svedese Lena Johanson (Foto di Maurizio Crispi)

Al momento del pagamento risultò che, quando le avessi pagato il prezzo della sua tela, sarei rimasto senza denaro per i restanti giorni del mio viaggio (ed eravamo ancora in un'epoca in cui i prelievi bancomat internazionali non erano attuabili).
Lei si fidò di me e mi disse che io avrei potuto pagarle il dovuto tramite bonifico bancario al mio ritorno in Italia (cosa che io, ovviamente, feci puntualmente).
Le scrissi in seguito, mandandole anche una foto per farle vedere dove avevo collocato, a casa, quel suo quadro e come l'avessi fatto incorniciare, per valorizzarlo ancora di più (per comodità di trasporto, mi aveva dato soltanto la tela, schiodata dalla sua intelaiatura in legno).
Ci vedemmo ancora qualche volta prima della mia partenza
Avrei voluto invitarla a cena, ma poi non ne feci nulla.

Avevo con me la mia agenda che adesso a distanza di oltre trent'anni ho riesumato, un'agenda piena zeppa di appunti fitti e quasi indecifrabili, quasi geroglifici al mio sguardo di adesso. E quando le pagine non bastavano aggiungevo dei foglietti volanti datati. Descrizioni minuziose dei paesaggi e di ciò che vedevo. Annotazioni maniacali e ossessive dei miei allenamenti giornalieri. Poco o nulla su incontri con altri e con queste due persone di cui ho brevemente parlato, attingendo esclusivamente ai miei ricordi.
Vivevo come in un guscio che, all'esterno, mi proteggeva dall'impelagarmi in storie e relazioni che in quel momento non desideravo e che, con la sua faccia interna mi proteggeva dal dovermi confrontare con emozioni che non desideravo sperimentare.

Da alcune di queste annotazioni nacquero degli scritti più compiuti, tra i quali il lungo racconto di cui ho parlato prima e che venne ospitato in due numeri della rivista CorriSicilia.

E questo è quanto

Fu questo viaggio una terapia per il mio animo esacerbato?

Non so, ma sicuramente mi lasciò dentro molte cose.

 

Una piccola chiosa. In quegli anni, quando non c’erano ancora i telefonini, viaggiare significava “staccarsi” totalmente del luogo di origine e dalle consuetudini quotidiane.
per tutto il tempo del viaggio si usava scrivere cartoline o lettere ai parenti lontani (che magari sarebbero arrivate dopo il nostro arrivo). Ma, pur con questa sfasatura temporale, questo modo serviva a tenersi in contatto con i propri cari, anche se in maniera meditata e “lenta”.
Ogni tanto, occasionalmente si telefonava anche, utilizzando i luoghi di telefonia pubblici (evitando di chiamare dagli alberghi che aumentavano il costo della chiamata a prezzi di strozzinaggio), e si parlava con collegamento vocale incerto e con un sottofondo di suoni da disturbo della linea: erano queste, peraltro, telefonate, peraltro scarsamente significative dal punto di vista della comunicazione, ma era giusto un modo per far sentire la propria voce.
Al giorno d’oggi con l’abuso dello smartphone e per il fatto di essere continuamente collegato in rete in tempo reale con il luogo dal quale, viaggiando, intendiamo allontanarci, é mortificata profondamente l’esperienza del viaggiare in cui occorre principalmente essere soli con se stessi per potere assorbire tutti gli elementi della nuova realtà che stiamo esplorando, per riflettere sulla nuova esperienza che stiamo conducendo e per ricomporre pezzi della nostra esistenza, per poi riportare tutto a casa per poterlo narrare a noi stessi e agli altri.
In questo senso - prima dell’avvento della telefonia mobile - tanti anni fa viaggiare era davvero un’esperienza autenticamente "terapeutica".

Paradossalmente, allora avevamo di meno, ma nello stesso tempo - e forse proprio per questo - avevamo molto di più e non ce ne rendevamo conto.

Le mie foto a Santorini (solo alcune, prevalentemente quelle in BiancoNero)
Le mie foto a Santorini (solo alcune, prevalentemente quelle in BiancoNero)
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Le mie foto a Santorini (solo alcune, prevalentemente quelle in BiancoNero)

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14 ottobre 2025 2 14 /10 /ottobre /2025 11:28

Sono stati disseminati degli indizi
sul terreno
Gli intrepidi dovranno compiere
un percorso, seguendoli
Non è facile individuarli questi segnali
Bisogna aguzzare l’ingegno,
occorre interpretare
Nulla è ovvio,
nemmeno scontato o facile
Si sa questo per certo:
alla fine del percorso
si arriva ad un grande albero
Qui bisogna girarsi di 90 gradi
e quindi, dandogli le spalle,
occorre muovere dei passi precisi e misurati
verso destra,
quindici per l’esattezza
E poi non rimane che scavare
Chi sarà così bravo
da seguire il percorso
sino alla fine
sarà ricompensato
La ricompensa andrà al di là
di ogni suo sogno

Maurizio Crspi (12 ottobre 2024)

La mappa del tesoro disegnata da mio padre, per me bambino

La mappa del tesoro disegnata da mio padre, per me bambino

Un ricordo d'infanzia. L'Ospizio Marino (così si chiamava allora questa struttura) era sul mare, costruita appositamente in un luogo soleggiato, poiché era stata inizialmente pensata come luogo di cura per il rachitismo (che all'inizio del XX secolo, ancora imperversava).

E, quindi, dal piano dove si trovavano i padiglioni, si poteva discendere al mare, seguendo delle misteriose scalette e attraversando una fitta boscaglia, sino ad arrivare al "solarium" una vecchia costruzione costruita proprio per esporre al sole i corpicini deformi dei bimbi rachitici.

Papà aveva trovato il modo di irreggimentare attraverso il gioco la mia passione per l'esplorazione di questo spazio misterioso. E, in questo modo, metteva a freno la mia impazienza.

E così mi aveva disegnato una mappa, piena di toponimi dai nomi accattivanti, tipo "balcone dei Serpenti", "sentiero delle Tigri", "bosco degli Orsi", "passaggio dei Draghi", seguendo i cui percorsi - come nei migliori romanzi di avventure salgariani e stevensoniani - sarei arrivati infine al "tesoro".

io andavo in esplorazione, seguendo le istruzioni della "mappa" e poi tornavo da lui per riferirgli dei risultati delle mie esplorazioni.

In questo gioco, lui si metteva nei panni del geografo ed io in quello dell'esploratore.

Del resto, nel rapporto tra l'adulto che sa molte cose e il ragazzino che si affaccia alla vita e che ha tanto da imparare non dovrebbe essere sempre così? 

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29 settembre 2025 1 29 /09 /settembre /2025 06:09
Salita sulla tatamobile (foto di Maurizio Crispi)

Non ho dormito bene

A lungo ho vegliato

Poi, a poco a poco,
ho cominciato ad addormentarmi
e sono transitato in un altro mondo 

Ero in un ospedale 
E mi trovavo a visitare i locali del Pronto soccorso 
C’era anche mio fratello che arrivava accompagnato da mia madre 
In questa dimensione alternativa, era laureato in medicina e doveva per la prima volta fare l’esperienza di lavoro al pronto soccorso 
Mia madre lo accompagnava come sempre, ma poi lo lasciava entrare da solo nell’Area di Emergenza 
Era una cosa storica, emozionante, vedere mio fratello che affrontava questa esperienza con forza e con determinazione
Mia madre lo ha aspettato fuori per tutto il tempo necessario e con lei c’ero anche io, anche se non mi vedeva, pronto ad aiutare se ce ne fosse stato bisogno
Poi, per mio fratello arrivava la fine del suo turno, e lo aiutavo a uscire fuori dai locali del pronto soccorso
Spingevo la sua carrozzina e, per superare delle asperità ed evitarne così il capovolgimento, staccavo da terra le ruotine anteriori
Facevo questo movimento con tale veemenza che il povero Salvatore si ribaltava totalmente nella sua seduta e finiva a testa sotto
Ero molto dispiaciuto che ciò accadesse proprio nel luogo delle sue prime esperienze lavorative
E, comunque, lo accompagnavo in un altro pronto soccorso ospedaliero, dove ci si occupava di cose diverse e questa volta mio fratello, lasciato da solo, avrebbe dovuto gestire tutto in autonomia
Ma non avevo alcun dubbio che sarebbe riuscito come riusciva in tutte le cose in cui si applicava, sostenuto da forza interiore e determinazione

[Nei diversi eventi cui partecipava il mio fratellone parlava quasi sempre al pubblico, sia quando faceva parte del tavolo dei relatori sia quando essendo intervenuto come ascoltare prendeva la parola per dire la sua
Tutti volevano parlare con lui
Tutti volevano che dicesse qualcosa
Salvatore, non si risparmiava e cercava di essere sempre presente agli eventi promossi dalle diverse Associazioni
A volte mi chiedevo come facesse
Aveva come un fuoco, dentro, che gli dava una energia quasi inesauribile e che gli consentiva di travalicare il suo limite
Aveva fede in ciò che faceva
Aveva una sua vision e la perseguiva con la forza di un leone guerriero
]

Poi mi ritrovavo in un immenso casale campagnolo e qui c’era un grande fermento, perché si attendeva l’arrivo di una troupe cinematografica per l’attuazione di parte delle riprese di un film, esattamente in questa location
Con le truppe e con la troupe sarebbe anche arrivata l’attrice Ana de Armas, prima protagonista di questa produzione e, al riguardo c’era palpabile nell’aria una grande tensione: tutti avrebbero voluto vederla, stringerle la mano, chiederle un autografo
Arrivava anche il mio amico ed anche collega nella professione, GDS
Gli dicevo di questo evento e lui si mostrava interessato e quindi assieme, stavamo lì in attesa dell’arrivo della grande attrice

Succedevano molte altre cose, ma nulla più ricordo, perché ho indugiato troppo tempo per trascrivere il sogno

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27 marzo 2025 4 27 /03 /marzo /2025 13:31
Selfie modificato (foto di Maurizio Crispi)

Per nascere son nato 
(come ebbe a dire un poeta, 
se non ricordo male)

Sono stato un bambino irrequieto
Passavo molte ore da solo 
oppure affidato alla nonna

E ne facevo di tutti i colori

Con grande energia lanciavo oggetti 
dalla finestra e dal balcone
(stavamo ad un primo piano)
non tirandomi mai indietro 
di fronte alle dimensioni degli oggetti da lancio
(sino ad arrivare all’entusiastica defenestrazione 
d’un piccolo desco e sediolina abbinata)
e non parliamo poi di ortofrutta varia
e di uova di cui amavo
l’effetto pirotecnico 
quando si spiaccicavano

Facevo esperimenti 
da piccolo chimico 
allo stato brado
Mescolavo, ad esempio, 
i dopobarba e i profumi di papà
E poi davo fuoco alle diverse miscele
(e talvolta il contenitore si rovesciava e colate di fuoco 
si spandevano per il pavimento)

Facevo con grande pazienza e solerzia buchi nei muri
Ero instancabile in questo

Prendevo i soldatini di piombo,
li mettevo in un tegamino e guardavo 
quei poveri cristi in divisa
sciogliersi al calore,
le loro fattezze disfarsi
in un un magma rovente
che poi, incautamente, 
mettevo sotto il rubinetto
e con l'acqua fredda il piombo fuso sfrigolava
lanciando attorno schizzi di metallo ancora semi solidificato
a temperatura ustione 

Forse un angelo benevolo mi proteggeva
Non mi sono mai fatto male

Una volta però, 
armeggiando con un paio di grosse forbici per scavare un buco 
nella pancia d’un cavallo di plastica,
mi sono conficcato una punta aguzza 
nell'eminenza tenar della mano destra
Ma ho fatto fronte bene
a quell’inatteso dolore
e soprattutto alla vista del buchetto
che si riempiva di sangue

E poi che altro?

Ero piuttosto stizzosetto 
e mettevo a punto tanti piccoli dispetti 
di cui la vittima designata 
era la collaboratrice domestica di turno
(che però mi proteggeva 
e non diceva mai nulla ai grandi)

Insomma ne facevo di cotte e di crude
Un piccolo giamburrasca, forse
(la mamma esitò a lungo 
prima di darmi una copia di Giamburrasca 
che ricevetti come regalo di prima comunione
E non a torto!)

Se allora fosse stato già vigente il DSM 5
sarei stato catalogato 
come un "non normale"
e avrei potuto essere 
incanalato in percorsi di cura 
(di distruzione, in verità)

Ma non mi è toccata questa sorte infelice
La mamma era di larghe vedute
(anche nel suo ruolo di insegnante)
e diceva sempre "Passerà"

Ho dunque esplorato il mondo, 
a modo mio

Ce l'ho fatta 
Ho raggiunto un livello di passabile normalità
sia pure venata di eccentricità,
ma con una fondamentale curiosità nei confronti del mondo,
con tempeste di piccole-grandi ossessioni
che hanno strutturato il mio modo di essere,
come la passione per i libri o i viaggi 
(sino ad un certo punto, poi la stasi)
o i miei periodi vigoressici
e la smania di accumulare maratone e ultra 
(che si è estesa per oltre un ventennio)

Insomma, 
si potrebbe dire proprio dire che io ce l'abbia fatta 
e sono ancora qua
a chiudere cerchi e ad aprirne altri 
e posso raccontare ciò che ho fatto
e ciò che ho visto,
fallimenti e conquiste,
colpi di scena,
transiti e piccole metamorfosi

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20 marzo 2025 4 20 /03 /marzo /2025 09:16

Di questi tempi, sogno sempre molto, ma ricordo veramente poco.
Sono minime le volte in cui al risveglio riesco a ricordare abbastanza di un sogno da poterlo trascrivere.
Questo che segue è uno dei miei sogni più recenti, forse di una settimana fa (all'incirca)
Ed è un sogno in cui compare mio fratello ed io sono il suo spingitore, alle prese con molti ostacoli ed infinite barriere architettoniche

Maurizio Crispi (10 marzo 2025)

La moltiplicazione dello sguardo (foto modificata di Maurizio Crispi)

Conduco mio fratello in carrozzina lungo un percorso accidentato
All’inizio siamo in ufficio o in un’altra struttura: forse, si tratta di una facoltà universitaria, ma è sicuramente un luogo molto affollato e ci troviamo in un atrio spazioso, alla ricerca di una via di uscita, ma dovunque ci sono barriere architettoniche
Chiediamo se ci sia qualche percorso per disabili e ci rispondono che si, delle rampe mobili per i disabili ci sono, ma sono state temporaneamente smontate e messe nello scantinato, accatastate 
Ci dicono allora, davanti alle nostre proteste vivaci, che manderanno qualcuno a prenderle per rimetterle in posizione, cosicché noi possiamo essere messi in condizione di uscire 
Aspettiamo per un tempo lunghissimo, senza che nulla accada
Aspettiamo
Aspettiamo
Alla fine, seccati da questa lunga attesa sospesa (nessuno ci dice nulla) decidiamo di andarcene comunque e allora io sistemo mio fratello per bene per compiere questo lungo percorso all’aperto
Non so per quale motivo, prima di uscire all’aria, gli faccio indossare una specie di sacco a pelo total-body per proteggerlo dal freddo e questa operazione è - come si può immaginare, considerando le condizioni di mio fratello - piuttosto indaginosa: eppure, riesco a portarla a buon fine, facendo tutto da solo
Superiamo alla fine tutti gli ostacoli che ci si frappongono davanti e ci ritroviamo a camminare per strada, ma anche qui le difficoltà non mancano: anzi, mi sembra che dobbiamo misurarci con un percorso di guerra, irto di asperità
In un momento del sogno, per esempio, ci imbattiamo in una zona in cui ci sono dei lavori in corso, e si può passare soltanto utilizzando una stretta scaletta, peraltro ingombra di strumenti e attrezzi
Gli operai sono indifferenti a tutto, continuando il loro lavoro senza battere ciglio e tenendo gli occhi bassi
Io sono alquanto adirato con loro e, ancora una volta, dico che farò da me, ma prima vado a liberare il passaggio da tutti quegli attrezzi, buttandoli di mala grazia di lato
Quelli cercano di protestare, ma poi si zittiscono e mi lasciano fare 
Prima di compiere quest’ultimo trasporto, devo mettere mio fratello giù dalla carrozzina, perché la scala è troppo stretta per poter passare agevolmente con tutto l’ambaradan
Quindi lo metto giù a terra, ripiego la carrozzina, la trasporto dabbasso e risalgo per prendere mio fratello 
Ma prima di sollevarlo, decido di tirarlo fuori da quella specie di sacco a pelo (o bozzolo) nel quale era rinchiuso
Gli dico che non ce n’è più bisogno, perché tanto stiamo arrivando alla nostra meta 
Quindi compio l’operazione del trasbordo, sempre da solo senza chiedere aiuto e soprattutto senza ricevere supporto spontaneamente da altri 
Quegli operai se ne stanno immobili - sempre con gli occhi rivolti in basso - senza muovere un muscolo

Prima di ciò, c’era un’altra parte del sogno, nel quale io andavo alla ricerca di un posto dove potessi attivare una nuova connessione Internet
Era una ricerca molto complicata, perché il negozio cui mi ero rivolto la volta prima, non esisteva più e, quindi, dovevo trovarne uno nuovo
Cosa che accadeva in effetti
Stavo a conversare con una tizia che gestiva il negozio e che mi chiedeva la qualità della mia attuale connessione ad Internet ed io rispondevo che non potevo assolutamente lamentarmene
Allora, lei replicava proponendomi un affare paradossale, cioè quello di assumere come sua la mia connessione ad Internet, che io da quel momento in poi avrei potuto continuare ad usare gratuitamente, senza pagare il calore mensile

Mi trovavo anche in visita, sempre con mio fratello, a casa di due giovani laureandi, un fratello e una sorella, ambedue impegnati a lavorare davanti ad un computer nella preparazione della loro tesi di laurea: io, alla presenza di mio fratello, davo loro consigli su come procedere nel modo migliore

Le conversazioni erano molto lunghe e articolate, ma non ne ricordo i dettagli, solo che quando veniva il momento di andare via facevo dei commenti sul modo in cui il fratello dei due camminava (si era alzato dalla sua postazione al computer per accompagnarci alla porta) e lo immaginavo nel momento in cui fosse andato a discutere la sua tesi di laurea, avendo dimenticato a casa le scarpe

Visualizzando questa situazione, ridevo come una iena, ma quel tizio sembrava a non capire assolutamente il motivo di tanto ilarità 

Credo che fosse del tutto privo del senso dello humour 

Dissolvenza

Nel ricordo di mio fratello, quando andavamo in giro capitava di frequente che ci fossero dei momenti in cui ci confrontavamo con difficoltà oggettive nei nostri spostamenti, per via di inattese barriere architettoniche.
Capitava anche, in queste circostanze, che si facesse avanti qualche volenteroso, disposto a dare una mano.
Qualche volta accettavo l'aiuto, ma altre volte - più frequentemente - dicevo "No, grazie. Faccio da solo".
E mi impegnavo a far da solo.
Nostro padre - sempre nel mio ricordo - era più portato a dire di no, piuttosto che ad accettare.
E perché ciò? Innanzitutto, poiché per lui portare mio fratello aveva una valenza forse espiatoria: Salvatore era il suo fardello, non di altri (ed anche per me era così).

Ma - nello stesso tempo - mio padre rifiutava fermamente l'aiuto altrui perché pensava che la profferta d'aiuto fosse frutto di condiscendenza e di compatimento e che, in altri termini, discendesse da un atteggiamento ipocritamente pietistico, non motivato da un movimento interiore di cristiana e fraterna condivisione.
In più, alla base, c'era una diffidenza rispetto all'aiuto fornito da altri e che si fondava sulla non consuetudine ad aiutare in simili circostanze, a causa della quale sarebbero probabilmente state applicate forze esagerate ed asimmetriche, poco funzionali, che - in definitiva - avrebbero potuto fare danno, facilitando un'eventuale caduta di mio fratello.
In estrema sintesi, l'aiuto prestato avrebbe potuto trasformarsi in un bene che faceva male.

Maurizio Crispi

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7 febbraio 2025 5 07 /02 /febbraio /2025 06:13
Pensoso (selfie, Maurizio Crispi)

Ho sognato che andavo a New York
Partivamo tutti quanti per andarci: mio padre, mia madre, mio fratello e ci andavamo con la Tatamobile (La speciale vettura con rampa mobile per consentire l'accesso su di essa di mio fratello in carrozzina) e c’era anche il cane, come nei due famosi romanzi di 
Jerome K. Jerome
A New York ci andavamo per mare e, infatti, a bordo del veicolo giungevamo fino a un porto dove avremmo dovuto imbarcarlo 
Arrivati ai moli e agli attracchi, io scendevo dall’auto e cominciavo a scattare delle foto a un gruppo di marinai che si facevano degli scherzi tra loro e che saltavano in alto, facendo piroette con abilità degna di artisti circensi e mettendo alla prova la propria abilità in una sfida reciproca
Riuscivo persino a congelare uno in aria in una strana postura  (ed ero molto fiero di questo scatto)
Più tardi, il viaggio era già compiuto e con la Tatamobile parcheggiavamo in uno spazio dedicato alle vetture per disabili, proprio davanti all’hotel a cui eravamo destinati
Due vigilanti nerboruti e con il volto di pietra  (di quelli con il dispositivo auricolare nell’orecchio, per intenderci) ci guidavano sino al nostro parcheggio
Entravo nell’hotel, con la mia attrezzatura fotografica, e qui trovavo una grande folla fatta di tanti, uomini, donne, per non parlar dei cani, che erano venuti sin da Palermo per correre la maratona di New York
Io non ero là per questo, ma solo per fotografare 
Eppure mi ritrovavo immerso in questo turbine di folla oceanica, uno sterminato fiume di persone intente nel loro scopo, immerse nel loro sogno e nella loro visione, tutti camminanti a testa alta e con vigore nella stessa direzione
Mi univo a loro
il mio cuore batteva all'unisono
All’improvviso, comprendevo che anch’io avrei fatto parte della squadra, che avrei indossato un pettorale e che avrei corso la maratona di New York, pur non avendo alcuna preparazione per portare il complimento la sfida della grande mela 
Ricevevo gli indumenti idonei, pantaloncini e canotta, scarpe da corsa e indossavo il numero che mi viene assegnato, con foga quasi sacrale ed iniziatica
Nient'altro, niente orpelli tecnologici, niente computerini da polso, niente cronometro, niente smartphone per tracciare il percorso fatto, niente cardiofrequenzimetro: voglio correre la distanza di maratona alla maniera di Fidippide
Non ero pronto, eppure mi sentivo pronto 
Avevo il cuore in gola 
Trepidante sono in attesa del segnale dello start 
Non so se ce la farò 
Ma sicuramente ce la metterò tutta 

Il dado è tratto!

Ready Player Number One!

Dissolvenza

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30 gennaio 2025 4 30 /01 /gennaio /2025 14:55
Levanzo 1989 - Imbarco a Trapani (foto di Maurizio Crispi)

Fu questo viaggio improvviso e alla ricerca di un senso di benessere (o forse la fuga dal malessere), tra il 28 marzo 1989 (il martedì dopo il Lunedì dell'Angelo) e il successivo 1° aprile, con l'idea di andarmene a Levanzo (la mia isola preferita di quegli anni) "via dalla pazza folla", in un periodo in cui sicuramente non avrei trovato affollamento vacanziero. 
Come sempre facevo (e faccio tuttora) avevo con me la mia fedele attrezzatura fotografica ed anche una macchinetta polaroid, molto divertente da adoperare e che consentiva di avere foto immediate in un tempo in cui la fotografia analogica richiedeva tempi e attese (durante i quali le foto fatte si potevano pregustare solo nell’immaginazione).
Mi portai appresso persino la canoa, in modo da poter fare, oltre alle passeggiate instancabili e ai miei allenamenti di corsa, poiché quello fu anche l'anno in cui decisi di andare a correre la mia prima maratona (a New York), anche delle escursioni in canoa lungo la costa dell'isola. Furono giorni di solitudine e di pensieri che mi arrovellavano. 
Fuggivo, in verità, dalla mia depressione e cercavo soluzioni interiori senza però trovarne. Come dice Orazio in una delle sue satire, rivolgendosi all'amico tormentato da pene d'amore, è inutile spostarsi in un altro luogo pensando che il cambiamento d'aria e di latitudine possa giovare, poiché il tuo dolore si sposterà con te. 
Ero cieco e sordo a tutto in quei giorni e sentivo di avere il cuore straziato e sofferente. 
Ricordo che una delle letture che mi portai appresso fu un grosso volume sui medici nazisti (una lettura non certo rallegrante) che lessi avidamente sino alla fine. 
Avevo con me altri libri, ma di quelli i titoli non li ricordo (forse si trattava di letture “più leggere”, ma non ho memoria). 
Andai bene attrezzato di walkman e delle molte musicassette dove avevo registrato la musica che in quei mesi avevo imparato a preferire.
Correvo, passeggiavo, andavo in canoa, una serie di attività frenetiche ed ardite. Con la canoa, soprattutto, feci delle cose ardite ed imprudenti, come ad esempio spingermi a fare l'intero giro dell'isola, mettendo tra parentesi il rischio implicito (pur sempre possibile) del guastarsi del mare e del capovolgersi del fragile guscio della mia imbarcazione (se ciò fosse accaduto sarebbero stati guai, perché con quella canoa, risalire dall'acqua non si poteva e il tratto di costa esposto ad ovest era impervio e poco praticato dalle imbarcazioni locali.
Ma anche dedicavo molto tempo a scrivere nella mia agenda e a leggere.

 

Scalo a Faviglana (Marzo 1989) - Foto di Maurizio Crispi)

(on the road, 28 marzo 1989

Viaggio magico 
all'alba 
Nastro d'asfalto 
corre sotto le ruote 
Velocità 
La luna alta nel cielo, 
una metà perfetta 
illumina di una luce quieta 
la campagna punteggiata di fioche luci palpitanti, 
sparse e remote 
Stelle brillano ancora nel cielo,
immote 
Ecco che a Oriente, 
alle mie spalle 
balugina il primo chiarore 
d'un nuovo giro 
Il miracolo del nuovo giorno che risorge, 
si ripete


 

Approdo a Levanza, dalla zia Sarina /foto di Maurizio Crispi)

(Levanzo, 29 marzo 1989)

Due gabbiani
si rincorrono
con volteggi arditi,
cabrate e picchiate
Il cielo è di un incredibile azzurro,
senza una sola nuvola,
senza nemmeno la traccia d'una scia
L'aria è ferma
Il sole picchia
ma senza far sentire il suo calore
sulla pelle
Forse ancora l'ora è giovane
Poi, più tardi,
si è levata la brezza
con un soffio che penetra nelle ossa
I gabbiani continuano le loro evoluzioni
con strida continue e laceranti
e salgono più su, più su,
oltre la cima della montagna
e, per certo, con il loro occhio vagante
possono scrutare la distesa di mare 
al di là
poi, d'improvviso,
i due gabbiani,
forse stanchi di ascendere e di osare,
prendono a scivolare d'ala,
paralleli, in perfetta formazione
come due cacciabombardieri
guidati da mani esperte,
quasi si toccano, 
pur tenendo la distanza
Scendono
Scendono,
sin quasi alla superficie del mare,
luminosa e mossa
Poi, con un colpo d'ala,
s'impennano di nuovo verso il cielo
Mi chiedo se questo non sia,
dei due gabbiani in coppia,
una sorta di volo nuziale,
oppure semplicemente un inno alla gioia
Non saprei dire
Mentre rimugino su questa domanda
i due si separano
e i loro voli prendono
inattese direzioni divergenti,
mentre compare d'improvviso 
un terzo gabbiano,
prima fuori dalla vista,
con intenti predatori 
o di prevaricazione
(così mi mi pare)
Uno dei due due gabbiani felici di prima
si allontana solitario e si perde nel blu
La nuova coppia
che s'è appena formata
riprende quota
e ricomincia i giochi aerei


 

Autoscatto a Levanzo (foto di Maurizio Crispi)

(Levanzo, 30 aprile 1989)

Il segreto del walkman è quello di questa musica magica
che ti penetra nelle orecchie e nella testa, 
inondando la mente
Si viene a creare una sorta di dissociazione percettiva
tra ciò che vedono gli occhi
e ciò che arriva attraverso il canale uditivo
Le percezioni uditive non sono più supportate e arricchite 
dal canovaccio di uno sfondo sonoro variegato
(fatto di voci, suoni, i rumori più diversi e casuali)
Le percezioni visuali 
vengono ad essere in un certo qual modo
de-affettivizzate

E' come vedere le cose che accadono
o che entrano nel proprio campo percettivo
e sentirsene distaccato
perché al tempo stesso attraverso gli auricolari 
hai questa musica che ti entra nelle orecchie
e ti fa sentire distante da ciò che vedi,
non coinvolto

In fondo, è come vedere un film
supportato da una bella colonna sonora
Sai, in questo caso, che ciò che vedi
è soltanto una finzione
Nel film qualcuno potrebbe essere ucciso
o torturato
o picchiato
e a te non importerebbe granchè
poichè hai quella bella musica nelle orecchio
che fa da filtro e stravolge del tutto 
il percetto visuale
In fondo il Walkman 
[come tutte le tecnologie successive]rientra perfettamente
nel tema generale della ricerca di un oggetto-droga
che consenta di frapporre un filtro rispetto alla realtà,

oppure di sentirsi distanziato dalla realtà degli altri

Ciò che vediamo diventa soltanto uno scenario,
nel quale non siamo più coinvolti

 

Tracce di nuvole (foto di Maurizio Crispi)

Il cielo sopra di noi

Una traccia bianca
distante
attraversa il cielo azzurro
(un azzurro tanto intenso che fa male agli occhi
e lacera il cuore)
Una mano invisibile traccia 
una sottile stria bianca 
che dopo un po' si sfalda e si perde
La sicurezza spavalda e perentoria di quella linea
si annulla,
rivelando la sua effimera natura

Lassù in alto una vita palpita
ai comandi della volta celeste 
e delle sfere sublimi
Gli uomini se ne stanno in basso,
minuti come formicole,
annichiliti di fronte all'immensità
e a loro è dato solo 
volgere gli occhi al cielo,
con sguardo carico di nostalgia

(Palermo, 14 marzo 1989, rielaborata)

 

Foto di Maurizio Crispi. Creta anni Ottanta

Un'immagine della fine

Colate nere,
come di inchiostro,
scendono giù dal cielo
e si spandono in basso,
cancellando a poco a poco
il mondo degli uomini
che si stravolge,
mentre perde i suoi dettagli e le sue varietà,
appiattendosi alla bidimensionalità,
come una foto che si va cancellando 
dalla periferia verso il suo centro 
ma anche da altri punti di nulla 
scaturenti dal suo interno

Ecco quello che succede, 
mentre io osservo 
pieno di meraviglia, ma anche di orrore,
perché son certo che presto 
tutto quel nero 
attraverso i miei occhi 
entrerà nella mia mente,
tutto annullando,
cancellando irrevocabilmente 
memoria e pensieri,
emozioni e desiderio,
sino a che anche il cuore 
annerito e divorato
cesserà di battere
Passano le ore
Passano i giorni 
Passano le settimane e i mesi
Passano gli anni, i lustri e le decadi
E questa processione procede sempre più veloce 
sino ad avere il ritmo frenetico di un tornado

Poi, 
senza che nemmeno ci si accorga,
la fine è giunta 

(testo originario del 21 marzo 1989, rielaborato)

Levanzo 1989 - foto di Maurizio Crispi
Levanzo 1989 - foto di Maurizio Crispi
Levanzo 1989 - foto di Maurizio Crispi
Levanzo 1989 - foto di Maurizio Crispi
Levanzo 1989 - foto di Maurizio Crispi
Levanzo 1989 - foto di Maurizio Crispi
Levanzo 1989 - foto di Maurizio Crispi
Levanzo 1989 - foto di Maurizio Crispi
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Levanzo 1989 - foto di Maurizio Crispi
Levanzo 1989 - foto di Maurizio Crispi
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Levanzo 1989 - foto di Maurizio Crispi
Levanzo 1989 - foto di Maurizio Crispi
Levanzo 1989 - foto di Maurizio Crispi
Levanzo 1989 - foto di Maurizio Crispi
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Levanzo 1989 - foto di Maurizio Crispi
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Levanzo 1989 - foto di Maurizio Crispi
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Levanzo 1989 - foto di Maurizio Crispi
Levanzo 1989 - foto di Maurizio Crispi

Levanzo 1989 - foto di Maurizio Crispi

Ho riflettuto a lungo su quanto sia sottile il confine tra la vita e la morte
Si può arrivare alla morte dopo una lunga malattia e con molta sofferenza
Si può morire per un trauma violento ed improvviso e, in tal caso, forse, non si avrà neppure la consapevolezza del trapasso
Oppure, il morire potrebbe consistere in un lento scivolamento, dolce e senza scosse, in cui l'atto finale - quello del transito (o, come dicono gli Inglesi, del "passing over") avviene insensibilmente, come se si fosse presi dal sonno e poi si entrasse in uno stato di incoscienza e di oblio (un dormire dal quale non ci sarà più risveglio, oppure forse sì, se si crede ad una vita possibile dell'anima dopo la morte)
Come accade con il sonno fisiologico, quando si chiudono gli occhi aspettando fiduciosi di essere ghermiti da Morfeo, così potrebbe accadere per il sonno definitivo e senza risveglio della Morte
Forse, in quest'ultima evenienza, il morire non dovrebbe essere una cosa così angosciante e terrificante (cosa a cui invece pensavo molto da ragazzo): il morire come strenua lotta, come battaglia, come agone...
La morte dolce e lenta è, in un certo senso, quella dei filosofi: una consapevole e desiderata transizione nel Mistero per andare a vedere cosa vi sia dall’altra parte

(Palermo, il 25 Marzo 1989)

Foto Polaroid, Primavera 1989
Foto Polaroid, Primavera 1989
Foto Polaroid, Primavera 1989
Foto Polaroid, Primavera 1989
Foto Polaroid, Primavera 1989
Foto Polaroid, Primavera 1989
Foto Polaroid, Primavera 1989
Foto Polaroid, Primavera 1989
Foto Polaroid, Primavera 1989
Foto Polaroid, Primavera 1989
Foto Polaroid, Primavera 1989
Foto Polaroid, Primavera 1989
Foto Polaroid, Primavera 1989
Foto Polaroid, Primavera 1989
Foto Polaroid, Primavera 1989

Foto Polaroid, Primavera 1989

(Per spiegare queste ultime foto) Negli anni Ottanta acquistai una macchina Polaroid. 
La usai solo per un periodo di tempo limitato: mi piaceva sperimentare e, soprattutto, mi piaceva vedere subito la foto già pronta.
Era l'unica tecnologia visuale, al tempo, che consentiva di far ciò. 
Oggi al tempo della digitale, uno può vedere subito l'immagine che ha catturato e di foto ne può fare quante ne vuole. 
Allora, benché la tentazione di fare tanti scatti polaroid fosse enorme, occorreva limitarsi, poiché le pellicole - se ben ricordo - avevano un costo levato.
Queste che ho trovato dentro una busta sono le uniche foto che mi rimangono di quel periodo. 
Altre c'erano (le ricordo), ma si sono disperse. 
Molti di questi autoritratti li ho fatti nel corso di una mia permanenza solitaria a Levanzo nell'Aprile del 1989 (come ho raccontato sopra) Fu una settimana di solitudine totale e benefica, l'isola in quel periodo era poco frequentata. 
Passavo le giornate correndo, andando in canoa, passeggiando e leggendo. 
Ricordo che ebbi il dono di giornate con un meteo eccezionalmente bello e temperature miti.
Nessun contatto esterno. 
Allora la telefonia mobile era ai suoi primordi e quindi non c'era nessuna possibilità di essere "connesso o "wired", come si direbbe oggi. Se uno si metteva fuori tiro, lontano da tutto e da tutti lo era per davvero.

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20 gennaio 2025 1 20 /01 /gennaio /2025 11:27

A volte Facebook e i social sono un autentico scrigno di tesori, dove si trovano proprie cose scritte estemporaneamente e poi lì abbandonate e dimenticate. Come è il caso di questa piccola storia che riguarda il ritrovamento di un elefantino abbandonato e alcune nefaste conseguenze che, a torto o a ragione ad esso attribuii. Da questo piccolo racconto si vede bene che il pensiero magico è sempre presente in noi ed è ben difficile che la razionalità possa estirparlo del tutto!

Maurizio Crispi (20 gennaio 2010)

Guanto di latex e foglie secche (foto di Maurizio Crispi)

Una volta ho raccolto da terra un elefantino di peluche
Era piccolo piccolo: stava confortevolmente nel palmo della mia mano chiusa a pugno
L'ho portato a casa, l'ho lavato e strigliato ben bene e l'ho messo ad asciugare
Quindi l'ho mandato per posta ad una mia amica, accompagnandolo con una lettera che era, a tutti gli effetti, una richiesta di adozione da parte di un elefantino smarrito e trovatello
Il plico arrivò a destinazione, ma purtroppo aperto e depredato proprio del povero elefantino del quale da quel momento si sono perse le tracce
Chi sa adesso su quali sentieri del mondo starà girovagando, tutto solo e ramingo?
Questa storia per arrivare al punto cruciale: dopo averlo raccolto e maneggiato, tempo due giorni, fui invaso da un prurito irrefrenabile in ogni parte del corpo, ma quello più penoso era nel palmo delle mani e nella pianta dei piedi. Passavo ogni notte, per quasi quindici giorni, a grattarmi irrefrenabilmente, insonne. E più mi grattavo più il prurito arrivava a vertici di insostenibilità. Cominciai a fantasticare che quell'elefantino fosse stato abbandonato a bella posta da qualche scienziato folle, dopo averlo intriso di batteri e virus da testare come armi biologiche (avevo letto poco tempo prima un medical thriller proprio incentrato su questo argomento)
Con il mio collega medico giungemmo alla conclusione che, probabilmente, si era trattato di un'infezione virale di tipo neurale, in forma blanda, partendo dall'osservazione che non vi erano i segni tipici (a livello locale) delle manifestazioni di tipo allergico, insomma una neuropatia diffusa di tipo virale
Poi a poco a poco, la sintomatologia si ridusse fino a scomparire del tutto
Ora non vorrei sbagliarmi ma cominciai a prendere anche del cortisone, dopo aver tentato, ma invano di lenire i sintomi, con gli antistaminici…
Ma il ricordo di quei giorni terribilmente pruriginosi è per me rimasto indelebile
Siccome, però, il lupo perde il pelo ma non il vizio, io continuai a raccogliere tutte quelle cose abbandonate per strada (purchè fossero di decente aspetto) che attraessero la mia attenzione, avendo l'accortezza di maneggiarle - prima del rituale (ed obbligatorio) lavaggio - con una certa cautela
Ancora non mi è capitato di imbattermi in un abito di latex con borchie sadomaso, ma non dispero, sono certo che prima o poi anche questo incontro si avvererà…
Una pura curiosità: quel guanto di latex della foto, l'ho ritratto a nemmeno dieci metri di distanza dal punto in cui quasi tre anni fa avvenne il rinvenimento dell'elefantino di peluche
E aggiungerò che stavolta mi sono ben guardato dal  toccare il reperto e semplicemente sfiorarlo, per timore di una ulteriore e letale contaminazione

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20 gennaio 2025 1 20 /01 /gennaio /2025 11:04

Parlando
Ridendo
Scherzando

Mi aggrondai
per futili motivi

Mi addormentai
entrando in uno stato crepuscolare
che a lungo si protrasse

Ne riemersi
ed era tutto a posto

Mi sentii rigenerato
pronto a ricominciare

Chi c'era, c'era
Chin non c'era, non c'era

Chi c’era
ha avuto modo di vedere
una classica reazione mauriziana
Tecnica auto-appresa
di dissociazione e fuga
a volte poco funzionale

Quando ci fu il terremoto
nel 1968
alla prima scossa notturna
cosa feci?
Niente!
Scesi il quadro appeso a capo del letto
mi rimisi sotto le coperte
e mi riaddormentai
senza pensieri

Questo l’esempio più icastico
di questa mia attitudine,
ma potrei raccontarne di episodi simili
molti altri
alcuni assolutamente esilaranti,
senza averne avuto l’intenzione

Maurizio Crispi (20 gennaio 2024)

Hey Teacher (Pink Floyd)

Another brick in the wall (Part I)

Daddy's flown across the ocean
Leaving just a memory
Snapshot in the family album
Daddy what else did you leave for me
Daddy what d'ya leave behind for me
All in all it was just a brick in the wall
All in all it was all just bricks in the wall


Another brick in the wall (Part II)

We don't need no education

We don't need no thought control

No dark sarcasm in the classroom
Teachers leave the kids alone
Hey teacher live us kids alone
All in all it's just another brick in the wall
All in all you're just another brick in the wall


Another brick in the wall (Part III)

I don't need no arms around me
I don't need no drugs to calm me
I have seen the writings on the wall (1)
Don't think I need anything at all
All in all it was all just bricks in the wall
All in all you were all just bricks in the wall

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18 gennaio 2025 6 18 /01 /gennaio /2025 07:21
Il fratellone con la mamma. Lettura del giornale a Capo Zafferano. 1989 (foto di Maurizio Crispi)

C’è questo sogno in cui arrivo con un carico di masserizie da mettere nel garage di casa (e intendo quella di via Lombardia)
È un’operazione complessa quella da fare, non lineare: del resto il garage è già ingombro di molte altre cose tra vecchi mobili, bici in uso e scassate, materiali vari, vecchie riviste, cumuli di VHS, vecchi giornali a fumetti e perfino molti dei libri della mia infanzia declassati, ma mai buttati

La sistemazione delle nuove cose appena arrivate richiede tutto un processo complesso di risistemazione, una cernita, una sorts di triage
Sono costretto ad abbandonare temporaneamente il carico di oggetti fuori, nel cortile, riservandomi di sistemare le cose dopo
La saracinesca del mio box è alzata e vedo l’interno ingombro di cose e di tramezzi ed anche di supporti metallici per soppalchi e c’è anche un’incongrua impastatrice per il cemento che occupa molto spazio
Devo prendere la bici per andare a prendere Gabriel a scuola e non è cosa semplice estrarla da quell’ammasso
Prima di partire per la mia destinazione salgo su a casa e trovo la mamma e Salvatore che si accingono a pranzare e con loro ci sono degli ospiti, forse una delle mie cugine e due o tre miei vecchi compagni di scuola del liceo
E’ una bella atmosfera, come ai bei vecchi tempi
Mi si stringe il cuore perché io invece devo andare e non posso partecipare al banchetto
Saluto tutti, indugio un po’ sulla porta della stanza, incerto sul da farsi, ma il tempo stringe inesorabile
Eppure quel banchetto che sta per iniziare mi attrae, mi ispira molta serenità e mi sembra la cosa più bella che mi sia capitata

Ma purtroppo devo andare e non posso indugiare oltre

Ed io ricordo
Casa nostra era così: la mamma era sempre molto ospitale

C’era sempre un posto a tavola per chiunque arrivasse e lei mi incoraggiava ad invitare i miei amici a rimanere a pranzo o a cena 
Si trovava sempre qualcosa da mangiare per un ospite e c’erano scorte in frigo abbondanti, quai per poter coprire simili evenienze
La mamma invitava estemporaneamente gli ospiti a restare e condividere un pasto, tanto che poi molti tornavano e si presentavano anche all’ultimo minuto, perché sapevano che sarebbero stati accolti
La mamma era accogliente e caritatevole, a suo modo: aveva sempre pronti attenzioni, ascolto e cibo per tutti
Forse meno per me, poiché era molto occupata con mio fratello per via delle sue condizioni e con tutto il resto del mondo che ruotava attorno a lui
Ha fatto in modo che “il resto del mondo” ruotasse attorno all''asse costituito da mio fratello (e la mamma accanto a lui) ed io usufruivo di questo vantaggio indubbio, traendo cioè vantaggio dal “mondo” che veniva a casa nostra
Io certamente godevo di queste atmosfere conviviali e ricche, godevo del piacere di condividere i pasti assieme e di quello altrettanto importante della conversazione che si protraeva attorno ad una tavola ancora semi-apparecchiata e cosparsa di briciole, mentre sorbivamo il caffè, mangiavamo un dolcetto o un biscotto e magari anche sorbivamo un dito di amaro, fumando l'immancabile sigarettina post-prandiale
Ma la cosa essenziale non era tanto il cibo, era piuttosto la parola che nasceva spontanea e cresceva rigogliosa nella condivisione di pietanze e bevande e nell’atmosfera agapica che si creava quasi magicamente 
I miei compagni di scuola erano attratti da questo e tornavano talvolta, anche quando io non c’ero, se ero impegnato nei miei viaggi
Quella casa, la mamma e mio fratello, erano in verità l’ombelico del mondo, al quale io sono sempre rimasto legato
Quando andavo via e partivo, c’era sempre un cordone ombelicale che mi faceva rimanere legato a questa casa e che mi nutriva, che continuava a nutrirmi anche quando mi allontanavo per raggiungere i luoghi più disparati
Questo cordone si tendeva, si tendeva, mentre si andava allungando ed era anche come un elastico che, poi, al momento opportuno mi avrebbe riportato indietro
Ed ora sono sempre qui, in quella stessa casa che è il centro e l’ombelico del mondo e continuo a nutrirmi di quei ricordi, io con i miei fantasmi

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Come sono arrivato qui

DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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