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29 maggio 2026 5 29 /05 /maggio /2026 07:11

Partendo da una premessa a tratti comica e assurda, Jonathan Miles costruisce un romanzo assolutamente unico. Una riflessione profonda sulla solitudine, sull'idealismo che si scontra con la brutalità del mondo reale, sulla crudeltà della natura e sulla propensione alla violenza spesso insita nell'animo umano.

Soglie del testo

Jonathan Miles, Eradicazione, Mondadori (Strade Blu), 2026

Ho letto con molto piacere Eradicazione. Una favola contemporanea, scritto da Jonathan Miles e pubblicato da Mondadori (Collana Strade Blu) nel 2026.
Adi, con alle spalle una carriera di docente (ed anche musicista talentuoso, come si scoprirà), ma provato dal dramma di un evento luttuoso ancora non elaborato, accetta un incarico speciale che consiste nel trascorrere quattro settimane in un isola semideserta, sita da qualche parte nel mondo (si immagina facilmente un clima tropicale). Un'isola che viene descritta specialissima per la sua flora e fauna assolutamente particolari e che sta per essere devastata dalla sovrappopolazione di capre che, originariamente portate in un tempo remoto nell'isola dai balenieri di passaggio per avere un serbatoio di carne fresca a cui rifornirsi, una volta cessata la pesca alla balena, sono state dimenticate e hanno cominciato a proliferare indisturbate, mettendo a repentaglio l'ecosistema originario dell'isola. 
Quest'isola, cui viene attribuito il nome di Santa Flora non esiste veramente e sembra essere piuttosto un luogo universale ed allegorico (ed infatti l'autore non si preoccupa nemeno dove sia ubicata).
Adi sbarca nell'isola con la convinzione che dovrà svolgere un "giusto" lavoro, un lavoro che avrà sicuramente una giustificazione morale ed una ragion d'essere, ma dovrà mettersi al confronto con un compito non facile: uccidere delle capre inermi non è una cosa semplice e, sin dall'inizio, egli si trova a dover lottare contro le sue resistenze interiori, anche trovandosi stretto in un confronto con alcuni bracconieri (cacciatori di squali per il semplice taglio delle pine e dorsali e laterali) che agiscono cinicamente, tenendo nel massimo spregio qualsiasi valore riconducibile all'amore e al rispetto per la natura. In più, l'isola è infestata da montagne di rifiuti di plastica gettati sulle scogliere dai marosi e provenienti dall'inquinamento marino provocato dalla pesca e dalla pratica di disseminare il mare di scarti di vario genere. Ed ancora: se egli compisse l'opera di eradicazione che gli è stata richiesta chi dovrebbe provvedere allo smaltimento delle decine di corpi morti di capre, in assenza di predatori naturali che di quei cadaveri possano nutrirsi?
Adi si pone dunque molti problemi etici (ed anche procedurali), mentre quegli altri due uomini (insediati all'altra estremità dell'isola) sono cinici, brutali e sprezzanti.
Le capre per contro sono "umane" nel loro modo peculiare di relazionarsi (o di non relazionarsi) con lui e, in un passaggio assolutamente lirico e poetico, si ritrovano a cantare assieme ad Adi quando egli inizia a suonare un rozzo e rudimentale flauto ricavato dal corno di un caprone (da lui ucciso poco prima), ritrovando così - attraverso questo canale espressivo - una connessione con il dolore primordiale per la morte improvvisa del figlioletto,  sino a quel momento totalmente negato e trasformando nello stesso tempo un oggetto morto in un strumento di vita e rivitalizzazione.
Adi, come si vedrà ad un certo punto, sarà spinto da un'improvvisa ed ineludibile epifania ad agire in tutt'altra direzione. Le capre - si rende conto - sono esseri innocenti ed inermi: che colpa hanno se sono state lasciate libere di proliferare, indotte a seguire null'altro se non la propria natura?
Il vero pericolo per l'ecosistema è rappresentato dagli uomini: sono loro che inquinano, sporcano, si mostrano insensibili verso ogni forma di vita animale e vegetale, perchè tutto deve essere piegato al raggiungimento dei propri fini e alla logica del profitto e, quindi, la conseguenza è che sono loro a doversi considerare il più che legittimo oggetto di un'azione di eradicazione.
Jonathan Miles ha concepito l'opera come una "favola" filosofica e un'allegoria: è per questo motivo che il sottotitolo del romanzo è "Una favola contemporanea".  
Il romanzo è una parabola intensa su cosa sia "giusto" fare per salvare gli ecosistemi e non sempre le soluzioni immaginate sono le migliori o le più sostenibili


(sinossi dal risvolto di copertina) Profondamente segnato da una recente tragedia familiare, Adi, ex musicista jazz diventato insegnante, decide di rispondere all'insolito annuncio di lavoro pubblicato da una fondazione impegnata in progetti umanitari, sociali e di tutela ambientale. Il ruolo, descritto con disarmante semplicità, sembra eroico: contribuire a salvare il mondo. Ma in che modo, esattamente? Per cinque settimane, Adi dovrà vivere in completa solitudine sulla minuscola e remota isola di Santa Flora, un tempo paradiso rigoglioso nel mezzo del Pacifico, oggi ridotto a paesaggio arido e vulnerabile per colpa di una terribile piaga: le migliaia di capre che hanno infestato l'isola e ne stanno definitivamente compromettendo l'ecosistema. Il vero incarico di Adi, che prima d'ora non ha mai fatto del male nemmeno a una mosca, consiste in un intervento di eradicazione. Dovrà ucciderle tutte. È l'unica via per preservare la biodiversità dell'isola e ristabilirne l'equilibrio, fondamentale anche per il resto del pianeta. Eppure, inizia a sorgere in lui il dubbio che la missione che gli è stata affidata sia meno limpida del previsto. Sarà per l'enorme cumulo di bottiglie, sacchetti di plastica, copertoni, lattine e reti da pesca in cui si è imbattuto poco dopo il suo arrivo? Di fronte al terribile dilemma morale che questa situazione gli presenta, Adi dovrà decidere in fretta da che parte stare. 
Partendo da una premessa a tratti comica e assurda, Jonathan Miles costruisce un romanzo assolutamente unico. Una riflessione profonda sulla solitudine, sull'idealismo che si scontra con la brutalità del mondo reale, sulla crudeltà della natura e sulla propensione alla violenza spesso insita nell'animo umano.

Hanno detto: 
«È già un classico. È Amleto, ma con capre ovunque.» - The Washington Post

Jonathan Miles

L'autore. Jonathan Miles, nato nel 1971, è un autore inglese. Ha vissuto un'infanzia nomade in Inghilterra, America e Canada. Dopo essersi laureato all'University College di Londra, ha conseguito il dottorato al Jesus College di Oxford. Tra i suoi libri ricordiamo The Medusa, The Shipwreck, The Scandal e The Masterpiece, che è stato pubblicato con successo internazionale e i cui diritti sonon stati acquistati per un film. Più recentemente, St. Petersburg: Three Centuries of Murderous Desire – uno dei libri di storia dell'anno per il Times. Once Upon A Time
World nasce dalla passione di Jonathan per la riviera francese, che dura da oltre tre decenni. In una prima recensione, il libro è stato nominato dal Sunday Times "libro della settimana" - "affascinante sia per la sua accuratezza storica che per la sua dedizione al pettegolezzo e al comportamento scorretto. Il libro diventa una delirante cronaca di eccessi. Il romanzo è un fenomenale lavoro di ricerca su centinaia di fatti storici, biografie, memorie e lettere. Si muove con magistrale controllo attraversando molteplici contesti, passando dall'arte più elevata allo scandalo più basso. È assolutamente coinvolgente, indelicato in modo sconvolgente e ne ho divorato ogni pagina".
Jonathan e sua moglie vivono tra Parigi e Roma.

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25 maggio 2026 1 25 /05 /maggio /2026 06:14
James Sallis, Drive, Nottetempo

Non ha un nome e cognome il protagonista di questo romanzo di James Sallis, solo "Driver", poichè è abile nella guida delle auto, tanto da essere assunto come stuntman nei film hollywoodiani. Proprio per questa sua abilità viene ingaggiato da bande di rapinatore, per offrire i suoi servigi come autista: Driver non vuole sporcarsi le mani, fa il suo lavoro e basta, ma un ultima rapina si trasforma in un bagno di sangue ed anche Driver viene ferito.
Si attiva allora in lui un desiderio di vendetta che è animato più che altro da dal voler fare giustizia a fronte di una situazione in cui tutta la banda è stata in un certo modo manipolata e spinta al massacro.
Da questo romanzo il bel film omonimo con Ryan Gosling (USA, 2011) diretto da Nicolas Winding Refn 
Il romanzo è Drive, di recente ripubblicato da Nottetempo nel 2026, nella nuova traduzione di  Mirko Zilahy.

Il film presenta numerose differenze rispetto al romanzo, mantenendone comunque l'atmosfera. Gli eventi, che nel libro sono divisi su due piani temporali diversi (presente e passato del protagonista), nel film vengono concentrati in un unico blocco narrativo, senza il ricorso ai flashback. 

Drive è considerato a tutti gli effetti un capolavoro del neo-noir e un perfetto esempio di hard-boiled contemporaneo, racchiudendo tutti gli elementi chiave del genere.
La storia è immersa in un'esistenzialismo urbano oscuro e disilluso, rappresentato in tinte crepuscolari.
Driver è l'antieroe solitario, taciturno e segnato da un passato oscuro, chiuso la sua vita di stuntman di giorno e di autista per rapinatori di notte.
Sono tanti gli elementi tipici del genere poliziesco: il crimine, i soldi sporchi, la lealtà messa a dura prova e l'inevitabile spirale di sangue.
Sallis utilizza una scrittura asciutta e frammentaria che esalta l'aspetto psicologico dei personaggi rispetto all'azione pura

(Sinossi dal risvolto di copertina) Cresciuto in una famiglia adottiva e fuggito di casa quand’era ancora un adolescente, Driver ha imparato presto ad arrangiarsi nella vita. E ha imparato pure quanto l’America possa essere dura con chi ha pochi mezzi. Dagli altri non si aspetta nulla e c’è solo una cosa che sa fare davvero bene: guidare. Guida per il cinema, come stuntman a Hollywood, prendendosi i rischi che gli attori veri non si prendono. E guida per i criminali, condividendo con loro pericoli e guadagni. Alle sue attività lecite e illecite è arrivato quasi per caso, tramite gli incontri in una Los Angeles fatta di contrasti, di spiagge assolate e sobborghi bui dove trovano rifugio gli scarti della città delle stelle. Come Irina, la sua vicina di casa, cameriera in un ristorante salvadoregno, madre del piccolo Benicio e moglie del carcerato Standard. Quando quest’ultimo esce dal penitenziario rimane presto invischiato in un giro pericoloso, e si porta dietro Driver. Che vorrebbe solo guidare, ma guidare non basta più.

Drive, locandina del film

Questo romanzo del grande maestro del noir James Sallis è una perfetta storia notturna, un racconto teso e avvincente di crimine, tradimento e vendetta. Ma è anche il ritratto indimenticabile di una città divisa tra sogni e incubi e di un antieroe silenzioso e leale, che si ostina a fare la cosa giusta in un mondo sbagliato.

L'autore. James Sallis, nato nel 1944, a Helena (Arkansas), è uno scrittore americano.
Ha studiato a New Orleans.
Successivamente ha vissuto a lungo a Londra e in varie parti d'America, prima di stabilirsi a Phoenix, in Arizona.
Autore di romanzi e racconti, di saggi critici su argomenti letterari e musicali, è inoltre traduttore dal francese e dal russo.
Agli inizi degli anni Novanta ha inaugurato una serie di sei romanzi noir dedicati all'investigatore privato Lew Griffin, grazie al quale avrebbe ottenuto grande notorietà.
Nel 2003 ha dato il via a una nuova serie di libri con protagonista John Turner, ex agente di polizia con un passato da carcerato.
Dal suo romanzo "Drive" il regista Nicolas Winding Refn ha tratto un film interpretato da Ryan Gosling.
I libri di James Sallis sono pubblicati in Italia da Giano/Neri Pozza, e sono stati tradotti da Luca Conti.

Di James Sallis, ho letto in passato e recensito "La Falena"

Maurizio Crispi (3 febbraio 2019)

James Sallis, La Falena, Giano

James Sallis, La Falena (Titolo originale: Moth, nella traduzione di Luca Conti), Giano Editore (Collana NeroGiano), 2005
James Sallis è uno scrittore black american, nato in uno stato del Sud dove ha vissuto per gran parte della vita (pur con una lunga parentesi europea). E' un personaggio eclettico e versatile, sia nella vita, sia nella scrittura. Ha insegnato letteratura in un'Università del Sud, ha fatto il traduttore e il curatore, ha scritto saggi rilevanti e si è dedicato, tra le molte cose alla narrativa fiction e poliziesca. Tra le sue molte prove narrative vi è la serie che ha come protagonista l'investigatore nero Lewis (Lew) Griffin che è, in sostanza, un alter-ego dell'autore. Infatti, Griffin è un investigatore privato molto sui generis che inserisce questa attività in quella più costante di docente di letteratura universitario e di scrittore, avendo tuttavia un passato tormentato e vario: è stato bodyguard, infatti, prima di una caduta a capofitto nell'alcoolismo, sino a toccare il fondo per poi rimergerne, ma senza una totale astensione, poichè - occasionalmente - non disdegna di fare ritorno all'alcool inteso come scacciapensieri e relax sociale. Ha anche avuto alcune storie sentimentali, per alcune delle quali ha dei rimpianti. Nella sua attività di investigazione è sagace ma anche irruento, nel senso che a volte perde il lume e manda tutti all'ospedale.
Ne "La Falena" (Titolo originale: Moth, nella traduzione di Luca Conti), pubblicato da Giano Editore - Collana NeroGiano -  2005) il compito che si è assunto è quello di ritrovare la figlia di una sua vecchia fiamma, una donna a cui non ha mai voluto dichiarare il suo amore e che poi ha perso. Questa ricerca ha inizio dopo la sua morte, per assolvere ad una promessa fatta, ma anche spinto dal peso in lui della scomparsa - anni prima - di un figlio. E nel cercare Alouette, invischiata in una storia di tossicodipendenza e probabilmente alla deriva, si imbatte nella figlia di lei, nata prematura a causa dell'abuso in gravidanza di sostanze psicoattiva da parte della madre: una "crack baby", a forte rischio di non sopravvivenza..
Troverà alla fine Alouette, ma senza poterla salvare sino in fondo. Ma almeno ci ha provato.
E' un romanzo che si svolge nel profondo sud degli States, tra Louisiana e Arkansas e una buona parte della vicenda è on the road, intessuta di incontri e di storie.
Lew Griffin è un personaggio che vive intensamente, ma nello stesso tempo immerso nella nostalgia di ciò che avrebbe potuto essere e non è mai stato per via della sua incapacità di dichiarare le cose e gli stati d'animo sino in fondo: una vita che non conosce trionfalismi, ma solo cose riuscite a metà, tali da lasciare bei ricordi, ma anche un bruciante senso di nostalgia per via della loro incompiutezza.
Mi è piaciuto: e una volta presa la necessaria confidenza con un investigatore così bizzarro e atipico, non ho potuto più lasciarne la lettura sino alla fine.


 

James Sallis

(sinossi sul risvolto di copertina) Baby Girl McTell. Nata: 15 settembre. Peso: 600 grammi. Madre: Alouette. Sono i dati della crack baby che Lew Griffin ha rintracciato in un ospedale di Clarksville, nel profondo Sud. Potevo reggerla nel palmo della mano senza problemi. Ci è arrivato cercando Alouette, la figlia che LaVerne voleva rivedere e che Lew si è impegnato a ritrovare. Per pagare almeno in parte il debito con la donna degli anni difficili, l'amore di una vita. Morta, quando sembrava salva. E così Griffin è di nuovo in strada, col cuore pesante e il diavolo alle calcagna. E Griffin dovrà scendere ancora di più nell'inferno del passato, per affrontare i propri demoni e la violenza che esplode in lui, mentre cerca di afferrare il fantasma di Alouette e della propria esistenza.

L'Autore. James Sallis è nato a Helena, Arkansas, nel 1944, e qui ha studiato. Romanziere e musicista, saggista e poeta, biografo e traduttore dal francese e dal russo (Queneau, Cendrars, Lermontov, Pasternak), ha scritto numerosi romanzi, quattro raccolte di poesie e una biografia di Chester Himes. Con Giano ha pubblicato Il bosco morto (2008), oltre a La Falena.
Ha vissuto a lungo a Londra e in varie parti d'America, prima di stabilirsi a Phoenix, in Arizona.
Agli inizi degli anni Novanta ha inaugurato una serie di sei romanzi noir dedicati all'investigatore privato Lew Griffin, grazie al quale ha ottenuto grande notorietà.
Nel 2003 ha dato il via a una nuova serie di libri con protagonista John Turner, ex agente di polizia con un passato da carcerato.
Dal suo romanzo "Drive" il regista Nicolas Winding Refn ha tratto un film interpretato da Ryan Gosling. I libri di James Sallis sono pubblicati in Italia da Giano/Neri Pozza, e sono tutti tradotti da Luca Conti.

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21 maggio 2026 4 21 /05 /maggio /2026 11:39

Un avvocato con troppi nemici. Un'ultima domanda lasciata in sospeso. «Tu che ci fai qui?»

Soglie del testo

Anthony Horowitz, La sentenza è morte (nella traduzione di Francesco Campisi), Rizzoli, 2024

Anthony Horowitz è uno degli scrittori e sceneggiatori più prolifici, eclettici e di successo del Regno Unito. Nato a Stanmore il 5 aprile 1955, è celebre in tutto il mondo sia per la narrativa cartacea sia per le sue produzioni televisive, caratterizzandosi per una scrittura avvincente e ricca di humour nero. Nel 2014 ha ricevuto l'onorificenza di Ufficiale dell'Ordine dell'Impero Britannico (OBE) per i suoi meriti in campo letterario.
E' un grande conoscitore del canone holmesiano e ha scritto ben due apocrifi holmesiani, ambedue di ampio respiro.
La sua passione holmesiana lo ha portato a mettersi in gioco anche nell'elaborazione di una trilogia di romanzi, in cui mettendosi in gioco in prima persona nei panni di un Watson si trova ad affiancare un detective, Daniel Hawthorne (un nome - peraltro - di grande suggestione letteraria), ex ispettore nella polizia londinese, che, da privato, viene ora consultato nei casi più difficile: Anthony Horowitz viene ingaggiato con il compito precipuo di osservare e seguire passo passo il suo lavoro per poterne scrivere, così come faceva il dottor Watson nei confronti di Sherlock Holmes, con un contratto inizialle di ben tre romanzi nel genere true crime.
Si ricrea così una "strana" coppia di investigatori, sguinzagliati per le strade di Londra (e non solo) alla ricerca di "chiavi" per la risoluzione dei casi più difficili.
La prima comparsa della "strana coppia" (strana e disfunzionale, ma efficiente nei risultati finali) è avvenuta con "Detective in cerca di autore" (2024).
Nel secondo volume "La sentenza è morte" (nella traduzione di Francesco Campisi e pubblicato da Rizzoli nel 2024), i due sono alle prese con l'uccisione di un avvocato di grido del Foro di Londra e si mettono alacremente alla ricerca di elementi di connessione con un caso di apparente suicidio avvenuto il giorno prima. 
Siamo ancora in attesa della traduzione italiana del terzo volume che è "A Line to Kill". 
A questi tre romanzi, se ne sono aggiunti altri tre.
Questa la serie completa:

  • The Word Is Murder (2017)
  • The Sentence Is Death (2019)
  • A Line to Kill (2021)
  • The Twist of a Knife (2022)
  • Close to Death (2024)
  • A Deadly Episode (2026)


Horowitz fa da spalla e da comprimario di Daniel Hawthorne e come Watson ha delle intuiozioni che sono solo parziali ed incomplete: sarà la mente analitica di Hawthorne a ricostruire una spiegazione convincente per tutti gli indizi e a completare il quadro.
Hawthorne è suicuramente un geniaccio, ma ha anche un pessinmo carattere ed è anche burbero e scostante. Horowitz ne fa le spese. Ma, in ogni caso, questa coppia - per quanto sgangherata - sembra funzionare e porta a dei risultati stringenti ed incofutabilmente, come il lettore si aspetta da un buon poliziesco.

(sinossi) Se a Londra c’è un business redditizio e con pochi rischi è quello dei divorzi. Almeno questo pensava l’avvocato Richard Pryce prima di venire tramortito e ucciso con una bottiglia da duemila sterline di Château Lafite Rothschild nella sua villa di Fitzroy Park. Un particolare bizzarro, considerato che Pryce, che si è assicurato una discreta fortuna rappresentando le celebrità londinesi in cause di separazione milionarie, era astemio. Ma i punti interrogativi non finiscono qui: a che cosa fa riferimento il numero a tre cifre (182) pitturato sulle pareti dello studio? E a chi erano rivolte le parole di Pryce – “Tu che ci fai qui? È un po’ tardi” – sentite pronunciare dal marito, al telefono con lui prima che cadesse la linea? Per il caso la polizia si affida a Daniel Hawthorne, ex piedipiatti che tuttora collabora con le forze dell’ordine nei casi più spinosi, e Hawthorne tira in mezzo ancora una volta lo scrittore Anthony Horowitz. Nonostante le incompatibilità caratteriali – uomo scontroso e iracondo il primo, decisamente più mite il famoso giallista – i due formano ormai una coppia ben collaudata, e si imbarcano in un’indagine che trabocca di sospettati con moventi più

Anthony Horowitz (wikipedia)

che validi ma alibi altrettanto solidi. Nonché, zeppa di segreti; perché qui, in questo Cluedo appassionante e dalle mille svolte impreviste, ogni personaggio sembra mentire, primi fra tutti lo stesso Hawthorne e il geniale scrittore.

L'autore. Anthony Horowitz, nato nel 1955, a Stanmore, è uno degli scrittori più prolifici ed eclettici del Regno Unito.

Noto soprattutto per la serie bestseller di Alex Rider, è anche sceneggiatore per la televisione, e ha prodotto, tra le altre, la prima stagione dell’Ispettore Barnaby.

Nel 2014 ha ricevuto il titolo di Ufficiale dell’Ordine dell’Impero Britannico per meriti in campo letterario. Nel 2023 esce per Rizzoli, Detective in cerca d'autore, primo titolo del detective Daniel Hawthorne.

Anthony Horowitz, Detective in cerca di autore, Rizzoli, 2024

Anthony Horowitz, Detective in cerca di autore (nella traduzione di Francesco Campisi), Rizzoli, 2024

Un mistero che ha numerosi e bizzarri punti di contatto con un vecchio caso di cronaca e che spinge Horowitz a posare la penna per vestire lui stesso i panni del detective.

«Detective in cerca d’autore non è soltanto un giallo, è davvero di più pur restando un giallo perfetto.» - Antonio D’Orrico


La signora Cowper viene trovata assassinata nel suo appartamento londinese. Appena sei ore prima si era recata in un’agenzia funebre per organizzare il proprio funerale: semplice coincidenza? O tessera di un losco puzzle da risolvere? Secondo Daniel Hawthorne, schivo e scorbutico ex detective, ora consulente della squadra omicidi, nulla è casuale. Per un caso singolare come questo Hawthorne coinvolge una sua vecchia conoscenza, lo scrittore giallista Anthony Horowitz, offrendogli di accompagnarlo nelle indagini e trarne un libro dal successo garantito e di cui poi dividere i proventi. La coppia si mette subito sulle tracce dell’assassino: un produttore teatrale accusato di frode, una domestica con un passato oscuro, un figlio attore dalla vita sregolata sono solo alcuni degli indiziati. Ma ogni personaggio, Hawthorne compreso, nasconde qualcosa.

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16 maggio 2026 6 16 /05 /maggio /2026 09:04
Ryü Murakami, Tokyo Soup (nella traduzione di Gianluca Caci), Atmesphere Libri), 2026

Tokyo Soup (titolo originale giapponese: In Za Misosuupu / イン ザ・ミソスープ, noto in inglese come In the Miso Soup, nella traduzione odierna di Gianluca Caci), è ora disponibile in una nuova edizione pubblicata da Atmesphere Libri nel 2026

E' un celebre e disturbante romanzo thriller psicologico di Ryü Murakami, scrittore e regista giapponese, pubblicato originariamente a puntate nel 1997 sullo Yomiuri Shimbun e vincitore del prestigioso Premio Yomiuri nello stesso anno

Lo avevo già letto più di vent'anni fa, pubblicato da Mondadori nella collana "Strade Blu" (2001). 
In questa versione, il romanzo di Ryü Murakami non è soltanto una nuova edizione, ma si presenta come una nuova traduzione e dotato di un buon apparato critica, inclusa la postfazione dello stesso traduttore che inquadra lo scrittore nel suo tempo e nel suo percorso e che fornisce un'interessante lettura critica del testo.
L'ho letto con molto piacere anche se il percorso narrativo richiede a tratti una forte resilienza soprattutto nella descrizione di alcuni eventi sanguinosi.
Inizia apparentemente come un'avventura nel mondo dei locali notturni di Tokyo in cui il giovane Kenji, in rotta con la tradizione nipponica e orientato verso il mondo occidentale (rappresentato dagli USA) e che svolge un lavoro come "guida" non accreditata (e non in regola dunque) nei percorsi attraverso il mondo dei divertimenti notturni della capitale, avvalendosi anche della sua discreta conoscenza dell'Inglese, viene ingaggiato da un americano apparentemente ricco perchè lo guidi per tre giorni (o meglio tre notti) nella Tokyo a luci rosse

 

rYU mURAKAMI, tOKYO sOUP, mONDADORI (sTRADE bLU), 2001

In realtà, Frank (così si chiama l'americano), si rivela essere altro e coinvolge Kenji in una sarabanda sempre più grandguignolesca, atroce e malvagia, alla ricerca di qualcosa, di una verità sulla sua vita e sul vivere (e intanto raccontando a Kenji spezzoni della sua vita turbolenta e piena di orrori), cercando anche di stabilire delle differenze tra l'animo giapponese e quello della società da cui proviene. E in questa parte si rivela il significato metaforico del miso per i giapponesi, in una conversazione che finisce con il diventare profondamente filosofica: la zuppa di miso, un alimento base rassicurante e quotidiano della cucina giapponese, infatti in questa conversazione assume un valore simbolico, rappresentando l'orrore e il vuoto morale che non arrivano dall'esterno, ma sono già profondamente mescolati e "annegati" nella normalità di tutti i giorni. 

Sembra, d'altra parte, che Frank abbia scelto Kenji come suo "testimone": alla fine, dopo avere ascoltato la "cerimonia delle campane", Frank lo lascia andare. 

Al di là della forte componente di suspense e di alcune scene horror/splatter molto crude, l'opera è una feroce satira sociale. Analizza la solitudine profonda, l'alienazione urbana della società giapponese, il consumismo sfrenato e il rapporto contrastante con gli stranieri e l'immigrazione.

La nuova edizione italiana di Tokyo soup di Ryū Murakami è pubblicata dalla casa editrice Atmosphere Libri all'interno della sua rinomata collana "Asiasphere", interamente dedicata alla letteratura dell'Estremo Oriente. Questo atteso ritorno in libreria, avvenuto il 5 dicembre 2025, ha finalmente colmato un lungo vuoto editoriale, dato che il volume era ormai fuori catalogo da anni in Italia. 

Il volume è curato da Gianluca Coci, uno dei massimi nipponisti e traduttori italiani. La sua traduzione garantisce un'altissima fedeltà filologica allo stile crudo, asciutto e "visivo" che caratterizza la prosa originale di Murakami

(soglie del testo e sinossi) Un mix tra Lost in Translation e Il silenzio degli innocenti, questo seducente e conturbante romanzo porta la suspense a un livello di estasi sublime.

 Manca poco a Capodanno: Frank, un inquietante turista americano sovrappeso, ha ingaggiato il ventenne Kenji per farsi accompagnare in un tour della vita notturna di Tōkyō. Ma il comportamento di Frank è così ambiguo che Kenji, giovane tutt’altro che candido e inoffensivo, inizia a nutrire un terribile sospetto: il suo cliente potrebbe celare intenti omicidi. I due precipitano in un inferno di violenza e malvagità inimmaginabili, nei club a luci rosse della capitale, e solo l’intervento della ragazza sedicenne di Kenji, Jun, forse potrà avere un effetto salvifico.

«Tokyo soup parte con la nonchalance di una narrazione virile su due compari che vanno a zonzo e pensano alle ragazze: uno fa da navigatore e l'altro attende il suo momento.» - Marco Del Corona, La Lettura

Ryu Murakami

L'autore. Ryū Murakami, nato a Sasebo il 19 febbraio 1952, è uno dei più celebri, provocatori e poliedrici scrittori, saggisti e registi cinematografici giapponesi contemporanei. Spesso definito l'enfant terrible della letteratura nipponica, Murakami ha costruito la sua intera carriera scardinando i tabù sociali del suo Paese attraverso una prosa cruda, visiva e profondamente influenzata dalla cultura pop occidentale.
Cresce a Sasebo, città portuale che ospita un'importante base navale degli Stati Uniti. Questo stretto contatto con la cultura americana (musica rock, cinema d'essai, letteratura) segnerà per sempre la sua estetica e la sua visione disincantata del Giappone.

Nel 1976, mentre è ancora uno studente, pubblica Blu quasi trasparente (Kagirinaku toumei ni chikai buruu). Il romanzo, incentrato sulla vita sregolata di un gruppo di giovani tra sesso e droga, sconvolge l'establishment letterario e vince il prestigioso Premio Akutagawa.

Oltre alla scrittura, Murakami è stato batterista in una rock band (Coelacanth), conduttore di talk show televisivi, e regista di adattamenti cinematografici dei suoi stessi libri, tra cui spicca la trasposizione di Tokyo Decadence.

I suoi temi fondanti sono l'alienazione giovanile e la ribellione contro le rigide convenzioni sociali; la subcultura metropolitana, la violenza psicologica, la depravazione e i disturbi della personalità.
E, infine, la satira politica, con una analisi critica e pressante analizzando del consumismo sfrenato del capitalismo asiatico e la perdita di identità culturale

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7 maggio 2026 4 07 /05 /maggio /2026 06:48
Norman Ohler, Tossici

Ho letto con molto interesse il saggio di Norman Ohler, Tossici. L'arma segreta del Reich. La droga nella Germania nazista (nella traduzione di Chicca Galli e altri), pubblicato da Rizzoli, 2018
Per quanto le soglie del testo facciano delle affermazioni piuttosto cospicue (e sempre meglio diffidare delle affermazioni troppo roboanti ed iperlaudative), si tratta di uno studio davvero interessante perché, alla luce di una serie di documenti originali che l’autore è andato a rintracciare in una serie di archivi della Germania contemporanea si evidenziano diversi punti con una sistematicità che non era mai stata tentata prima
Innanzitutto viene mostrato come nella Germania del Reich nel periodo precedente la deflagrazione del conflitto mondiale vi fosse un ampio e consistente consumo di sostanze stimolanti (il Pervitin prodotto dal gruppo farmaceutico Temmler che altro non è che una Metanfetamina o METH), sia a scopo ricreativo sia performativo
Viene mostrato - sempre con il supporto di ampie documentazioni - come questo consumo venisse incoraggiato attivamente nella costruzione di modelli di uomini e donne performanti e perfettamente aderenti alla visione ideologica del Reich.
Su questo terreno venne ad innestarsi il consumo delle sostanze stimolanti come droghe “di guerra” e "per la guerra". Fu l’uso (se non l’abuso) del Pervitin, favorito dall’alto comando germanico, a consentire gli esiti positivi della guerra lampo condotta dai tedeschi nell’invasione e nella capitolazione della Francia.
In momenti successivi, ad esempio nella campagna di Russia o nella ultima campagna delle Ardenne, con forze armate prostrate, i referti non ottenne gli stessi risultati, d’altra parte, a dimostrare che l’abuso della chimica ha dei limiti oggettivi
Il testo di Ohler, inoltre mostra alcuni degli usi aberranti che vennero fatti degli stimolanti chimici, ma anche dei farmaci sedativi di tipo oppioide, in ciniche sperimentazioni di resistenza umana in svariati contesti, tra cui quello del tentativo di condurre un’ultima offensiva di guerra (quando già si configurava la sconfitta) con l’utilizzo di missioni suicide su minisommergibili.
Ancora - ed è questa la parte più interessante del saggio - vi si mostra come - nel tempo - si sia costruito un rapporto quasi simbiotico tra Hitler e il suo medico personale, Theo Morell che sempre più si configurò come una relazione tra un soggetto dipendente e il suo spacciatore: sotto questo punto di vista emerge il quadro di un Hitler che, a partire dall’ultimo attentato subito nella cosiddetta “Tana del Lupo“ dal quale si salvò a stento, fu sempre più sorretto dalle iniezioni che continuamente il medico gli somministrava, di tutto e di più, estratti di fegato, zucchero d’uva, Pervitin, Eukodal (un oppiaceo molto potente): tutto ciò desunto dal diario giornaliero di Morell,  del quale si dice che ebbe come paziente anche Mussolini nell’ultima parte della sua vita. 
Morell era un ambizioso e un arrivista e approfittò della sua posizione privilegiata accanto ad Hitler (che assistette sino alla fine), per acquisire vantaggi di ogni genere, contribuendo con le sue iniezioni e somministrazioni di cocktail farmacologici ad allontanare sempre di più il Fuhrer dal contatto con la realtà, facilitandolo in derive decisionali catastrofiche.
Da medico e psichiatra, da esperto nei temi delle tossicodipendenze, la lettura di questo testo è stata per me realmente appassionante.


(Soglie del testo) Un libro che indaga il legame tra il regime nazista e l'uso delle droghe per plasmare e modificare la società tedesca, e getta una luce ancora più sinistra su uno dei periodi più cupi della storia dell'umanità.
«Un rimarchevole lavoro di ricerca.» – Anthony Beevor
«Questo libro è riuscito a sorprendere anche quegli studiosi che hanno passato decenni a fare ricerche sul nazismo.» – The New York Times

(Sinossi) Il 13 ottobre 1937, a Berlino, gli stabilimenti farmaceutici Temmler brevettarono il Pervitin, la prima metilanfetamina tedesca, la stessa molecola che oggi è diffusa in tutto il mondo sotto forma di "crystal meth". Il farmaco "rivitalizzante" si diffuse ben presto in tutta la società tedesca: lo prendevano studenti e professionisti per combattere lo stress, centraliniste e infermiere per stare sveglie durante i turni di notte, lavoratori per alleviare la fatica. E lo stesso accadeva per i membri del partito e delle SS. Anche Mussolini, il paziente "D", fu tenuto sotto osservazione dai medici nazisti. Nel 1939 il farmaco prese piede anche in ambito militare. Testato durante l'invasione della Polonia, venne utilizzato dalle divisioni corazzate di Guderian e Rommel pronte ad attraversare le Ardenne e a inventare il Blitz-krieg, in cui la capacità di resistenza degli uomini diventava un fattore essenziale. Basato sulle ricerche dell'autore negli archivi tedeschi, che conservano ancora le carte del medico personale di Hitler, "Tossici" indaga il legame tra il regime nazista e l'uso delle droghe per plasmare e modificare la società tedesca. Senza pretendere di sminuire la responsabilità dei nazisti per i crimini di guerra commessi, racconta un aspetto sconosciuto del Terzo Reich e, come afferma Hans Mommsen nella postfazione, getta una luce ancora più sinistra su uno dei periodi più cupi della storia dell'umanità. 

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5 maggio 2026 2 05 /05 /maggio /2026 11:37
Jo Nesbo, La stella del diavolo, Einaudi, 2017

Come molti tra gli appassionati del Giallo scandinavo sanno Harry Hole è un brillante ma tormentato ispettore di polizia norvegese, protagonista di una celebre serie noir di romanzi scritti da Jo Nesbø. Noto per l'alcolismo recidivante, per i metodi anticonformisti e non convenzionali, non in linea con i rigidi protocolli del corpo della Polizia di Oslo cui appartiene e con una vita personale disastrata, Harry combatte serial killer a Oslo e all'estero. Dal 2026, è il protagonista della serie Netflix, Detective Hole, in cui il ruolo di Hole è interpretato da Tobias Santelmann.

La prima stagione mette in scena la quinta indagine di Harry Hole che è "La Stella del Diavolo", già pubblicata da Piemme nel 2011 e successivamente da Einaudi nel 2017.
Vi era stato un precedente tentativo di dare un volto cinematografico ad Harry Hole e ciò era accaduto con "L'uomo di neve" (settimo romanzo della serie), non male, ma nemmeno al top come trasposizione filmica.
Questa prima stagione mi è parsa viceversa estremamente azzeccata sia nella costruzione dei personaggi e delle situazioni, nelle atmosfere e nella colonna sonora (lo stesso Nesbø ne ha realizzato lo script).

L'avere iniziato a vedere la serie Netflix, mi ha dato lo spunto di prendere in mano “La stella del diavolo” ed iniziarne la lettura e quindi ho portato avanti le due cose in parallelo: niente male la trasposizione cinematografica, con tutta la possibilità di dispiegare l'articolata e dettagliata narrazione di Nesbø nelle nove puntate che compongono la prima stagione. Non mi ha deluso, anche perché ho trovato davvero ottime le scelte della colonna sonora!

Per necessità di chiarezza, nel primo episodio della serie televisiva sono stati inclusi gli ultimi eventi topici del romanzo immediatamente precedente, quelli che conducono alla morte la collega di Harry e che, in realtà, appartengono al romanzo precedente che è Nemesi

.
Per puro caso, mi ero già trovato a leggere i primi quattro romanzi della serie, motivo per cui in questa narrazione mi sono trovato perfettamente a mio agio.

 

Jo Nesbo, La stella del diavolo, Einaudi, 2017

(Sinossi) Oslo è nella morsa di una delle estati più torride che la storia ricordi. Anche mettere due patate sul fuoco sembra un supplizio, ma quando, in un appartamento del centro, delle grosse macchie nerastre si allargano nell'acqua che bolle su un fornello, la signora che sta cucinando capisce che non può essere colpa del caldo e, sollevando gli occhi al soffitto, vede un denso liquido scuro colare attraverso l'intonaco. Al piano di sopra, il quinto, una giovane donna giace in una pozza di sangue, assassinata. Un dito è stato reciso dalla sua mano sinistra e dietro la sua palpebra è stato nascosto un minuscolo diamante a forma di stella a cinque punte, la stella del diavolo. Nello stesso momento, in un altro punto della città, il detective Harry Mole giace nel suo appartamento, completamente ubriaco. Dall'assassinio della sua collega Ellen non si è più ripreso, scivolando a poco a poco in uno stato di abbattimento che lo ha portato al completo isolamento e alla sospensione dal servizio. Tuttavia, è proprio il capo della polizia, Bearne Moller, a costringerlo a riemergere dal suo stupore alcolico. È a corto di uomini ma, soprattutto, vuole dare a Hole un'ultima chance.

 

Jo Nesbo

L’autore. Jo Nesbo, nato a Oslo nel 1960, é un personaggio multiforme: cantante, chitarrista e scrittore, in patria e non solo è stato insignito di numerosi premi letterari. Prima di votarsi completamente alla scrittura, ha fatto il calciatore di Seria A, il giornalista free-lance e il broker di borsa. Il pettirosso è il suo primo libro, votato in Norvegia come migliore crime novel. Ha scritto una serie con protagonista il detective Harry Hole, che appare in numerosi romanzi tra cui citiamo Il pettirosso (Piemme, 2004), Nemesi(Piemme, 2007- finalista all'Edgar Award 2010), La stella del diavolo (Piemme, 2008), La ragazza senza volto (Piemme, 2010), L'uomo di neve(Piemme, 2010), Il leopardo (Einaudi, 2011), Lo spettro (Einaudi, 2012) e Polizia (Einaudi, 2013). Oltre a questa serie, Nesbø ha scritto anche Il cacciatore di teste (Einaudi, 2013), Il confessore(Einaudi, 2014). Inoltre, ha dato alle stampe con Salani la serie per ragazzi Il dottor Prottor, che comprende, tra gli altri Il dottor Prottor e la superpolvere per petonauti (2009), Il dottor Prottor e la vasca del tempo (2011), Il dottor Prottor e la distruzione del mondo (2012) e Il dottor Prottor e il grande furto d'oro (2013). Altre sue pubblicazioni Einaudi sono: ScarafaggiSole di mezzanotteSeteL'uomo di neveMacbethIl coltello, Gelosia, L'intruso e La casa delle tenebre.

  1. Il pipistrello (Flaggermusmannen, 1997), Torino, Einaudi, 2014
  2. Scarafaggi (Kakerlakkene, 1998), trad. di Margherita Podestà Heir, Torino, Einaudi, 2015
  3. Il pettirosso (Rødstrupe, 2000), trad. di Giorgio Puleo, Piemme 2006; Torino, Einaudi, 2015
  4. Nemesi (Sorgenfri, 2002), trad. di Giorgio Puleo, Piemme, 2007; Torino, Einaudi, 2015
  5. La stella del diavolo (Marekors, 2003), trad. di Giorgio Puleo, Piemme, 2008; Torino, Einaudi, 2015
  6. La ragazza senza volto (Frelseren, 2005), trad. di Giorgio Puleo, Piemme, 2009; Torino, Einaudi, 2015
  7. L'uomo di neve (Snømannen, 2007), Piemme, 2010; Torino, Einaudi, 2017
  8. Il leopardo (Panserhjerte, 2009), trad. di Eva Kampmann, Torino, Einaudi, 2011
  9. Lo spettro (Gjenferd, 2011), Torino, Einaudi, Einaudi, 2012
  10. Polizia (Politi, 2013), Trad. Eva Kampmann, Torino, Einaudi, 2013
  11. Sete (Tørst, 2017), trad. di Eva Kampmann, Torino, Einaudi, 2017
  12. Il coltello (Kniv, 2019), trad. di Eva Kampmann, Torino, Einaudi, 2019
  13. Luna rossa (Blodmåne, 2022), trad. di Maria Teresa Cattaneo, Stefania Forlani ed Eva Kampmann, Collana Stile Libero Big, Torino, Einaudi, 2023
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17 aprile 2026 5 17 /04 /aprile /2026 06:40
Dean R. Koontz, Visioni di morte, Sperling&Kupfer

Ho appena finitao la lettura, assolutamente avvincente, di "Visioni di morte" (titolo originale The Vision, 1977, pubblicato da Sperling&Kupfer nel 1994)), un thriller paranormale (o anche sovrannaturale) di Dean R. Koontz, incentrato sul tema della chiaroveggenza e dell'importanza dei traumi passati nel determinare o rimodulare alcune facoltà psichiche.
Il romanzo appartiene alla prima produzione di Dean R. Koontz,, che si sviluppò nell'arco di un decennio a partire dalla fine degli anni Sessanta e per tutti gli anni Settanta, quando scriveva e pubblicava, utilizzando diversi pseudonimi, con una produzione più orientata verso il genere horror pulp (ciò evidente nel fatto che tutti i romanzi di quel periodo sono di dimensioni contenute, a differenza di quelli cronologicamente successivi, quando Koontz era passato agli onori delle edizioni hard cover).
Pur essendo questo romanzo un'opera giovanile, la scrittura e l'intreccio sono ottimi e per di più supportati per noi che leggiamo in Italiano dall'ottima traduzione di Vittorio Curtoni.
E' la storia di Mary che, a seguito di gravi psico-traumi subiti nell'infanzia (e di cui non ha memoria, a causa di una forte rimozione resistente a qualsiasi tentativo di riportare a galla il materiale rimosso), è divenuta chiaroveggente ed è in condizione di rivelare dettagli di fatti sangue già accaduti o prossimi ad accadere.
Sfrutttando questo suo "dono", Mary ha scritto molti libri che le hanno dato notorietà e si trova a tenere delle conferenze su questi temi, ma - soprattutto - viene frequentemente consultata dagli apparati investigativi delle polizie dei diversi stati USA per risolvere dei crimini violenti (e, talvolta, anche per cercare di prevenirli).
Nel perseguire questa attività si va avvicinando sempre di più alla cittadina che le ha dato i natali e qui cominciano a verificarsi dei fatti inspiegabili, come il ricorrere di visioni sempre più vivide e di fenomeni poltergeist apparente rivolti contri di lei e contro le persone che le stanno vicino.
Mary, anche con l'aiuto del suo terapeuta, si rende conto che si sta avvicinando sempre di più ad un nucleo di verità profondo, perturbante anche, con il quale un confronto si rende sempre più ineludibile.
Il romanzo viaggia veloce verso una risoluzione (con uno svelamento finale che qui non si può dire, in una narrazione che si fa sempre più incalzante.
Vi è una riflessione profonda, come spesso capita anche in altri romanzi di Koontz, sull'origine del Male e sul fatto che certi individui, in mancanza di tutti gli elementi descritti dai sociologi come favorenti l'attitudine al crimine, sono intrinsecamente votati ad esso, per loro profonda ed ineludibile natura.

 

(Nota editoriale retro di copertina) All'età di sei anni, Mary ha subìto pesanti sevizie e per poco non è stata assassinata. La terribile esperienza le ha però lasciato il dono della chiaroveggenza, che lei ha sempre utilizzato per aiutare la polizia in complicate indagini. Ma quando una catena di efferati delitti insanguina la città dove vive, Mary ha l'agghiacciante premonizione che il maniaco omicida non solo sia il suo antico persecutore, ma che stia inseguendo proprio lei. 
Ha inizio così una lotta all'ultimo respiro fra l'inerme donna e il suo crudele carnefice...

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14 aprile 2026 2 14 /04 /aprile /2026 13:40

Un romanzo che narra con misura perfetta l’iniziazione alla vita e alla morte di due bambini investiti dalla furia della guerra.

Adelphi

Boyer, Giochi proibiti, Adelphi

Ho letto recentemente il breve romanzo "Giochi proibiti" (Jeux Interdits, nella traduzione di Maurizio Ferrara), pubblicato da Adelphi (collana Fabula), nel 2022.
Il suo autore, François Boyer, è un esempio affascinante di come si possa arrivare al successo seguendo percorsi tortuosi: questo suo capolavoro, nacque inizialmente come sceneggiatura che venne rifiutata, per diventare un romanzo di successo negli Stati Uniti; solo allora tornò sul grande schermo con la regia di René Clement e la splendida colonna sonora con le musiche di Narciso Yepez,  per poi vincere un Oscar.

Giochi proibiti è un piccolo romanzo in cui si narra di eventi che accadono presumibilmente al tempo della guerra nel tempo dell'occupazione della Francia da parte dei Nazisti.
La guerra è nello sfondo, non irrompe in maniera diretta, ma soltanto mediata attraverso il personaggio della bimba protagonista che viene lasciata indietro nel corso di una marcia forzata (presumibilmente finalizzata alla deportazione) di un gruppo di ebrei (e questo si deduce,. del pari, solo indirettamente).

Paulette, la bimba protagonista è traumatizzata dagli eventi terribili di cui è stata testimone e cerca di superare ciò, attraverso un'attenzione speciale al proprio cagnolino che le muore tra le braccio e cui vorrebbe dare sepoltura e tutto ciò si traduce - con il supporto del suo coetaneo Michel che si sente attratto da lei e dalla sua "innocenza" in un'attenzione alle piccole creature morenti e morte e alle croci (del cui simbolismo, essendo ebrea, ha una totale ignoranza).
E' una lettura delicata e fortemente iconica al tempo stesso, in cui si affrontano i grandi temi del dolore, della perdita, dell'elaborazione del lutto e il dramma della guerra, ma anche il confronto con il Male, attraverso il vertice di osservazione dell'infanzia.
Un confronto con questi temi, il loro, serrato nella quasi totale indifferenza degli adulti, se non nella loro assenza.



 

Francois Boyeur

(Risvolto) Nel luglio del 1947 giunge nelle librerie francesi come un meteorite una sorprendente opera prima, del tutto estranea — benché a farle da sfondo sia l’invasione nazista — ai canoni imperanti della littérature de guerre di quegli anni. In Giochi proibiti, infatti, il conflitto vive unicamente nei gesti selvatici e scontrosi, negli impenetrabili occhi grigi di una bambina di nove anni, Paulette, cui le incursioni aeree hanno strappato padre e madre. E nella incantevole grazia, nel berretto nero calcato sulle orecchie, nelle rabbiose collere subito sciolte in pianto di Michel, il suo compagno di giochi.
Giochi attraverso i quali Paulette e Michel, abbandonati a sé stessi da adulti inebetiti dal lavoro nei campi, ottusi e violenti, da grotteschi uomini di fede, affrontano insieme l’immane compito di farsi una ragione del Male e di elaborare il lutto della loro infanzia. Ignorato dalla critica e dai lettori e poi scavalcato dal successo della trasposizione filmica di René Clément, questo romanzo, che narra con misura perfetta l’iniziazione alla vita e alla morte di due bambini investiti dalla furia della guerra, si impone oggi più che mai per l’audacia di Boyer, per il suo sguardo insieme feroce e compassionevole – e per il radicale rovesciamento di prospettiva che suggerisce.

L'autoreFrançois Boyer (30 marzo 1920 – 24 maggio 2003) è stato un romanziere e sceneggiatore francese, celebre soprattutto per aver scritto il romanzo Giochi proibiti (Jeux interdits, 1947), da cui è stato tratto l'omonimo film vincitore del Leone d'oro a Venezia e candidato al Premio Oscar.

Giochi proibiti (un'immagine del film)

Giochi proibiti (Jeux interdits) è un film del 1952 diretto da René Clément, vincitore del Leone d'oro al miglior film alla 13ª Mostra del cinema di Venezia, tratto dal romanzo “Les jeux interdits” di François Boyer (pubblicato da Adelphi in traduzione italiana nel 2022)
«La vera protagonista di Giochi proibiti è per me la guerra»
In un primo momento René Clément avrebbe voluto realizzare, ispirandosi al romanzo, un cortometraggio dal titolo “Croix en bois, croix en fer” che avrebbe dovuto far parte di un film ad episodi sul tema "I bambini e la guerra". 
Dopo aver scoperto l'interesse che suscitava la parte del film già girata e per consiglio di Jacques Tati, decise di completare il film per realizzare un lungometraggio.
Durante la seconda guerra mondiale l'aviazione tedesca mitraglia le masse di profughi che si allontanano da Parigi che sta per essere occupata dai tedeschi. La bambina di cinque anni Paulette perde i genitori e il suo cagnolino durante un attacco aereo. La piccola vaga sperduta sino a quando incontra Michel Dollé, un piccolo contadino di undici anni, che la porta nella casa dei suoi genitori. Paulette si affeziona a Michel come a un fratello maggiore e i due, che hanno avuto la triste esperienza di vedere molte sepolture, per gioco iniziano a costruire un piccolo cimitero per gli animali presso il mulino dove hanno sepolto il cagnolino di Paulette. Per dare un aspetto più simile a un cimitero reale rubano le croci dalle tombe del camposanto locale scatenando le ire degli adulti. Michel è punito e Paulette è affidata alla custodia di una volontaria della Croce Rossa dalla quale scappa subito perdendosi tra la folla per cercare Michel.
Il film vinse poi il Leone d'oro al miglior film alla 13ª Mostra del cinema di Venezia, il BAFTA al miglior film e l'Oscar al miglior film straniero.

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2 aprile 2026 4 02 /04 /aprile /2026 06:48

Una mia lettura di questi giorni,
perfettamente calzante,
dati i tempi che corrono

Maurizio Crispi (4 marzo 2026)

Il Bazar atomico (foto di Maurizio Crispi)

Mi sono ritrovato a leggere nei giorni scorsi, proprio in concomitanza dell'attacco all'Iran da parte di USA e Israele per stoppare il temuto accesso alla bomba atomica da parte del regime degli Ayatollah, una riedizione nei tascabili Adelphi (Gli Adelphi, 2025) di una brillante inchiesta giornalistica di William Langewiesche, Il bazar atomico (The Atomic Bazaar. The Rise of the Nuclear Poor, nella traduzione di Matteo Codignola), già pubblicato da Adelphi nel 2007 (ed ora anche nella collana Gli Adelphi, 2025).

L'autore prende in considerazioni quali sono le possibili vie dell'uranio dai paesi che ne posseggano delle riserve cospicue che non vengono sorvegliate con tutte le cautele e nello stesso tempo esamina quali possano essere i percorsi per avviare degli impianti per l'arricchimento dell'uranio allo scopo di ottenere quei quantitativi di uranio necessari per costruire un arsenale atomico che dovrebbe spaziare tra armi tattiche ed armi strategiche.
Da questo punto vista trampolino di lancio dovrebbe essere la costruzioni di centrali termonucleari per la produzione di energia elettrica, dal momento che le tecnologie per la produzione di uranio arricchito sono sostanzialmente identiche, solo che ai fini della costruzione di armi atomiche l'arricchimento dell'uranio dovrebbe essere in percentuale di gran lunga maggiore. 

Assieme all'autore percorriamo questi diversi scenari, per poi soffermarci molto sul Pakistan e sulle vicende che hanno portato questo stato a dotarsi della bomba atomica, con il ruolo cardine svolto da un personaggio di rilievo che Abdul Qadeer Khan (1936-2021), fisico e ingegnere metallurgico pakistano, considerato il "padre" della bomba atomica di questo paese, che ha sviluppato il programma nucleare del Paese negli anni '70 e '80, creando la rete di arricchimento dell'uranio, ed è stato una figura controversa, venerata in patria come eroe nazionale e accusata in Occidente di proliferazione nucleare e di irradiazione della tentazione del nucleare ad altri paesi al di fuori del Trattato di Non Proliferazione.

Ed ecco come conclude l’autore: “Forse, con un’azione di prevenzione capillare da parte dei governi, un attentato atomico si potrà scongiurare, ma nessuna tattica impedirà a chi lo voglia di costruirsi un arsenale nucleare. La Corea del Nord, l’Iran, forse la Turchia, l’Arabia Saudita, il Brasile-di tanto in tanto questo o quel paese potrà essere persuaso ad accantonare i propri programmi, ma a lungo andare nessuno si fermerà. Per quanto riguarda l’America, e al netto del risentimento post coloniale, la lezione che arriva dal Pakistan non è un invito ad abbandonare la diplomazia della non proliferazione, ma un’esortazione ad accettare la realtà parallela di un mondo in cui molte nazioni posseggono l’atomica, e alcune sono pronte a usarla" (ib. p. 182)


Una lettura che oggi è diventata tragicamente indispensabile

«Il mondo qui descritto è sconcertante. È il mondo del commercio clandestino di uranio, della connessione del traffico di droga con l’atomo e il terrorismo, delle possibili fabbricazioni artigianali e per così dire domestiche di ordigni nucleari rudimentali e sporchi, ma efficaci e devastanti» (Giuseppe Galasso)

«Un resoconto spassionato e devastante della recente storia nucleare del pianeta. In tempi dominati da un quarto potere mendace e irrazionale, la lucidità e l’obiettività di Langewiesche fanno di questo libro una lettura fondamentale». (Zadie Smith)

(Risvolto I edizione Adelphi) Dal mattino del 6 agosto 1945 il mondo sa che una guerra nucleare è possibile. Chiunque è in grado di immaginare come verrebbe combattuta, e anche con quale verosimile esito. Ma dopo gli eventi del 1989, e più ancora del 2001, al terrore di bombardieri strategici e missili intercontinentali se ne è sostituito un altro, più paralizzante ancora: l'idea che qualcuno, in un posto e in un momento qualsiasi, possa fare qualcosa. A capire chi sia davvero in condizione di fare che cosa è dedicata questa indagine di Langewiesche, che parte dal cuore incandescente dell'esplosione su Hiroshima, attraversa le città segrete dell'ex Unione Sovietica, dove sono tuttora custodite (non sempre il verbo è appropriato) migliaia di testate e tonnellate di uranio, esplora le strade del contrabbando anche nucleare che segnano le montagne del Caucaso, per approdare a due luoghi diversi, ma ugualmente inquietanti: il lago proibito che fornisce di acqua potabile Rawalpindi, dove negli anni Settanta A.Q. Khan - lo scienziato che trafugò i segreti nucleari dell'Occidente, consentendo al Pakistan, alla Corea del Nord e all'Iran di armarsi - era libero di andare in barca a vela, e lo studio di Francoforte dove un oscuro ricercatore americano, Mark Hibbs, elabora tutte le informazioni sul nucleare disponibili, per poi riversarle in articoli riservati a pochissimi specialisti e ai servizi di informazione di ogni paese.

 

William Langewiesche

L'autoreWilliam Langewiesche, nato nel 1955, a Sharon (Connecticut),  è stato un giornalista, saggista e antropologo statunitense. Dopo essersi laureato in antropologia nel 1977 all'Università di Stanford e aver intrapreso una breve carriera di pilota di aeromobili, si dedica alla scrittura. I suoi reportage sono riconducibili al genere del giornalismo d'inchiesta. Tra le opere pubblicate in Italia per Adelphi, American Ground (2003), La virata (2006), Il bazar atomico (2007), Esecuzioni a distanza (2011).

Il Bazar Atomico. Una brillante inchiesta giornalistica di Langewiesche, quanto mai attuale, sull'ascesa del Nucleare tra i "Poveri" del mondo
Il Bazar Atomico. Una brillante inchiesta giornalistica di Langewiesche, quanto mai attuale, sull'ascesa del Nucleare tra i "Poveri" del mondo
Il Bazar Atomico. Una brillante inchiesta giornalistica di Langewiesche, quanto mai attuale, sull'ascesa del Nucleare tra i "Poveri" del mondo
Il Bazar Atomico. Una brillante inchiesta giornalistica di Langewiesche, quanto mai attuale, sull'ascesa del Nucleare tra i "Poveri" del mondo
Hiroshima. Il giorno zero dell'essere umano

Giusto per ricordare qualcosa di essenziale, occorre leggere assieme al volume recensito sopra, anche questo di AA. VV. (a cura di Luisa Bienati), Hiroshima. Il giorno zero dell'essere umano, Marsilio, 2025, che contiene una rassegna di testimonianze di sopravvissuti alla bomba di Hiroshima, assieme al discorso del Presidente della Commissione per l'assegnazione dei premi Nobel per la Pace nel 2025.
Le testimonianze sono toccanti, il discorso tocca alcuni importanti punti, ed apre anche alla speranza, dal momento che dal 1945 nessuna altra bomba atomica è stata fatta esplodere in un contesto bellico (anche se vi sono stati innumerevoli test nucleari). In qualche modo la deterrenza nucleare funzione, anche se nel contesto più revente di corsa agli armanti nucleari da parte delle nazioni che sono ancora sprovvisti della bomba atomica, si aprono scenari per una possibile utilizzazione della bomba atomica per fini tattici ed in contesti di guerra circoscritti.
Ci si augura che ciò non accada e l'Associazione dei Sopravvissuti alle bombe di Hiroshima e Nagasaki, consapevole - sulla base di esperienze vissute tragicamente - dell'orrore dell'esplosione atomica - lavora attivamente in questo senso, perchè quell'orrore non debba più ripetersi.


 

Viviamo ancora nelle conseguenze di Hiroshima e Nagasaki, e di questo ci parla Luisa Bienati in questo libro, nell’ottantesimo anniversario del disastro atomico. Pagine quanto mai attuali oggi.

«Era estate. La natura era al culmine della sua fioritura ma, dopo le irradiazioni dell'atomica, nulla era rimasto uguale.»

«I racconti di autori che vissero la tragedia e la descrissero dopo la fine della censura americana.» - Marco Del Corona, La Lettura

«Hiroshima era appena stata bombardata. Mi trovavo a casa di un amico, nella periferia di Fukuyama, e vidi un iris fiorito fuori stagione» scrive Ibuse Masuji. È difficile, ed è inevitabile, vivere nelle conseguenze delle nostre azioni, ma bisogna comunque raccontarle. Raccontare è il modo di vivere nelle conseguenze delle nostre azioni. E così, accanto a tre racconti di famosi autori giapponesi che hanno scritto della bomba atomica – Ibuse Masuji, Hara Tamiki e Ōta Yōkō –, il volume contiene i discorsi pronunciati da Nihon Hidankyō, il movimento dei sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki che lavora per un mondo senza armi nucleari, e dall’accademia di Svezia, che a Nihon Hidankyō ha deciso di assegnare il Nobel per la pace 2024. Il titolo, «il giorno zero dell’essere umano», è un omaggio a Günther Anders, il filosofo che aveva subito capito – e lo aveva scritto – quanto il lancio dell’atomica non fosse il modo per far finire la guerra ma per continuarla con altri mezzi.

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24 marzo 2026 2 24 /03 /marzo /2026 13:00

Se Samuel Beckett, Clive Barker, Antoine Volodine e Raymond Chandler decidessero di incontrarsi per bere nel bel mezzo della notte, potete giurare che quel bar sarebbe gestito da Brian Evenson.

Orso Tosco, scrittore e traduttore di "Gli ultimi giorni"

Brian Evenson, Gli Ultimi Giorni, Nottetempo

"Gli ultimi giorni" (The Last Days, pubblicato in lingua originale nel 2019), di Brian Evenson (il secondo che mi ritrovo ad aver letto) nasce in realtà dall'unione di due lavori precedenti: il romanzo breve The Open Curtain (che ne costituisce la prima parte) e il suo seguito.

In Italia è stato pubblicato da Nottetempo nel 2023.

Il protagonista Kline viene aggredito e riporta l'amputazione della mano di netto. Per salvarsi la vita procede ad una cauterizzazione della ferita, ritrovandosi dopo a vivere in una condizione di straniante isolamento.

Viene contattato da una strana congrega il cui capo (ovviamente, dotato del carisma delle pluri-amputazioni) gli richiede di compiere un'indagine nel contesto di questa strana comunità.
Si tratta di una congrega di "amputati" (che conferiscono, in altri termini, un valore particolare all'amputazione e al loro numero. 
Sembrano essere tutti quanti dei fanatici esaltati, se non addirittura deliranti.
Kline viene considerato un personaggio "speciale", per il fatto che abbia provveduto da sé alla cauterizzazione della mano amputata, è divenuto per loro una sorta di "eroe", da imitare. 
Il fatto è che Kline, per accedere alle informazioni - riservate - che gli servono per portare avanti la sua indagine all'interno della comunità di amputati deve accettare di praticarsi o farsi praticare ulteriori mutilazioni. 

Una cosa folle che va avanti in un turbine di amputazioni subentrati.
Per contro vi è una contro-setta costituita dai "Paul", che si presentano tutti eguali (tutti con lo stesso nome) e portatori di una singola amputazione e che, vivendo anch'essi in una sorta di comunità chiusa, vogliono salvare Kline per assimilarlo all'interno del loro contesto, considerandolo come una specie di "messia" salvifico (la cui salvezza può scaturire soltanto dal fatto che lui accetti di rimanere all'interno della loro comunità).
Anche questa appare con una situazione folle.
Kline, alla fine, trova una via d'uscita che è è anch'essa, folle, paradossale, estrema

Con quest'opera Brian Evenson rivela di essere uno scrittore assolutamente estremo, in cui il grandguignol delle amputazioni (senza anestesia) si mescola e viene stemperato da un gusto per il grottesco e per il paradossale. 
La presenza degli amputati e la pratica della mutilazione assumono in questo contesto finzionale molteplici significati simbolici e filosofici, radicati in una critica feroce al fanatismo religioso e all'ossessione per la purezza. 
La mutilazione è dunque segno di Fede e Gerarchia: nella setta descritta da Evenson, l'amputazione non è da considerarsi una perdita, ma un guadagno spirituale.

La gerarchia del culto è basata sul numero e sulla gravità delle amputazioni: più un membro è mutilato, più è considerato vicino alla "perfezione" o a Dio.
Il corpo diventa così un campo di battaglia per dimostrare la propria devozione: privarsi di una parte fisica è visto come un atto di purificazione dal peccato o dal "mondo esterno". 
Si tratta di una rappresentazione che è al tempo stesso parodia del Fanatismo e della Religione
Evenson, che ha un passato legato alla comunità mormone da cui si è poi allontanato, usa gli amputati per rappresentare il fanatismo estremo:
La setta interpreta letteralmente i precetti di sacrificio, portandoli a conseguenze grottesche e assurde.
Il significato risiede nella critica ai modi in cui le ideologie possano trasformare la distruzione di sé (fisica o psicologica) in un valore morale positivo. 
Il protagonista, Kline, viene trascinato in questo mondo proprio perché ha perso una mano. Per la setta, la sua mancanza lo rende un "eletto", anche se per lui rappresenta un trauma. 
Sotto un profilo esistenziale, la mutilazione simboleggia la perdita di controllo dell'individuo sul proprio corpo e sulla propria vita di fronte a forze esterne (istituzioni, culti, destino).
In uno scenario "weird", gli amputati incarnano l'orrore del corpo (body horror), dove l'integrità fisica viene sacrificata in nome di una logica surreale e inquietante. 
Vi è inoltre declinato in molti modi (e sino alle conseguenze più estreme) il linguaggio del corpo "Ridotto"
Secondo diverse analisi critiche (come quella su Limina Rivista), la scrittura di Evenson stessa "mutila" il testo, usando uno stile asciutto e spietato che riflette la condizione dei personaggi. 
In sintesi, gli amputati rappresentano la follia del dogma che richiede la rinuncia a parti di sé per appartenere a un gruppo, trasformando l'invalidità (o le invalidità) in macabri simboli di status sociale e spirituale.

 

(Risvolto di copertina) Dopo l’amputazione di una mano Kline, agente sotto copertura, vive un’esistenza solitaria: trascorre il tempo nel suo appartamento, refrattario a qualsiasi tipo di contatto. Un giorno, però, il telefono squilla. “È la fortuna che bussa,” dicono due sconosciuti, offrono un’interessante opportunità di lavoro. Kline non ne vuole sapere ma i suoi interlocutori non stanno davvero chiedendo. Viene quindi portato controvoglia nel quartier generale della Confraternita della Mutilazione, ed entra nel mondo altro costruito da questa setta follemente fedele ai propri principi. Kline deve indagare su un omicidio avvenuto nella Confraternita, ma ogni apparente verità è il frammento di un’incomprensibile opera più grande, proprio come il suo braccio tronco che termina in una mano fantasma, inesistente eppure per lui vivissima.

Mentre tenta di farsi strada in un labirinto di menzogne, minacce e inganni, Kline scopre che la sua stessa sopravvivenza dipenderà da un atto di pura volontà ed emancipazione.

Nella sua ammirata postfazione Peter Straub considera Brian Evenson uno scrittore dell’estremo.
Gli ultimi giorni è un romanzo intenso e perturbante che guarda senza paura dentro l’abisso del cuore dell’uomo.

Brian Evenson

L'autore. Brian Evenson (Ames, Iowa, 1966) è scrittore, traduttore, critico e docente universitario.
Le sue opere gli sono valse numerosi riconoscimenti, tra cui il premio O. Henry per la narrativa breve e l’International Horror Guild Award. Con nottetempo ha già pubblicato i romanzi Gli ultimi giorni (2023) e Il padre della menzogna (2024). Con Canzone per il disfarsi del mondo ha vinto lo Shirley Jackson Award per la miglior raccolta di racconti.
Ex-membro della Chiesa mormone, la sua carriera di scrittore agli esordi è stata segnata dalle polemiche suscitate dal suo primo libro di racconti, Altmann's Tongue, che portò alle sue dimissioni dalla Brigham Young University sotto pressione delle autorità ecclesiastiche.

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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