Ho sognato che partecipavo ad un funerale.
Mi ritrovavo con persone che non vedevo da diverso tempo.
Altre le riscoprivo con piacere, ma nello stesso tempo - cosa poco appropriata al contesto - sentivo una certa attrazione nei confronti di alcune delle donne presenti.
C'erano di mezzo anche dei libri che ricercavo, ma che, da tempo, non riuscivo a trovare. Altri li avevo con me e poi li smarrivo.
Poi mi ritrovavo in una via fiancheggiata da alte ed imponenti magnolie e i rami delle loro chiome si intrecciavano tra di loro in alto formando una vera e propria cupola di impenetrabile verzura Erano davvero imponenti, con le radici pensili che scendevano verso il suolo in un movimento solitamente impercettibile ma qui a me ma visibile ad occhio nudo, in un modo tale da rendere l'aria intorno vibrante.
La via senza auto del tutto era transennata, forse per facilitare il passaggio del carro funebre o forse anche delle ambulanze, non so.
Il giorno prima ero andato a comprare delle frutta dal fruttarolo-verdumaio che, con il suo camioncino, sta parcheggiato davanti alla chiesa di Regina Pacis. Era in corso un funerale e c'era un sacco di gente in attesa. Chi sa chi è morto, ho pensato. Sarà uno che in vita è stato importante oppure uno a cui molti hanno voluto bene. Oppure entrambe le cose: una, in effetti, non esclude l'altra. E c'erano davvero tante persone, tutti vestiti in maniera appropriata, tutti in scuro, tutti con la mascherina indossata correttamente, tutti in attesa. Molti in silenzio, altri parlottavano tra loro.
Il feretro era ancora all'interno del carro funebre.
Forse aspettavano che venisse data indicazione per portarlo a spalle all'interno della chiesa per la funzione.
Ho notato che erano molte le presenze femminili, in maggioranza rispetto agli uomini. E molte delle donne mi sembravvano attraente, fasciate nelle loro calze nere, anche se incappottate con foulard sulla chioma e mascherate.
La folla sembra cospicua e occupava tutta la piazzetta, ma probabilmente era gonfiata a dismisura dalla regola del distanziamento.
Il funerale non mi riguardava, ma in questi tempi grami, l'ho sentito comunque come un momento importante di socializzazione e ho provato una punta di esclusione. Avrei voluto essere in mezzo a quella folla e sentirmi parte di quella comunità, magari scambiando qualche parola con gli altri astanti.
Ho fatto la mia spesa e me ne sono andato.
Ho notato anche - prima di andar via - che in alcuni locali della parrocchia è stata collocata (forse per via del Covid) una succursale della vicina scuola pubblica Niccolò Garzilli.
Tre diversi i momenti mescolati tra loro, la morte e i mesti addii, la gioiosità dell'infanzia e il commercio... tutto compenetrato in un nodo indissolubile.
C'è un tempo per vivere, e c'è un tempo per morire.
Vado in ospedale, ma non perché sono ammalato. E' una missione di lavoro: infatti ci vado accompagnato da un'assistente sociale. E dobbiamo andare a parlare con un altro team di un caso clinico che ci preoccupa.
Raggiungere l'ospedale è un vero e proprio viaggio: in primo luogo, perché non riesco a raccogliere preliminarmente tutto ciò che mi occorre. Poi, perché devo affrontare un lungo tragitto su di una metropolitana che non ho mai visto prima, come se nel frattempo il tempo fosse andato avanti. In terzo luogo poichè, una volta arrivati davanti all'immensa struttura, questa ci appare come un castello inespugnabile, contornato da una corte dei miracoli convulsa ed agitata.
E non ci solo solo malati che si fanno sotto per essere ricoverati, ma vi è anche un intero sottobosco di strani ceffi, tossici, prostitute, faccendieri in attesa di cogliere la loro opportunità.
Arrivando all'ingresso non sappiamo a chi rivolgerci per chiedere la via per giungere all'ufficio dove dovremo conferire con altri operatori, e c'è una ressa pazzesca, autoambulanze che vanno e vengono di continuo, macchinari per la respirazione, barelle e lettini, per non parlare di giacigli improvvisati con effetti letterecci buttati lì alla rinfusa. E poi la colonna sonora di grida e urla, per non parlare del rumore violento ed assordante delle sirene dei mezzi di soccorso.
Altri se ne stanno a terra con le spalle appoggiate al muro, in posture contorte che esprimono grande prostrazione, malamente protetti da coperte e da altri ripari di fortuna.
E ci sono quelli che si muovono inquieti trascinando dietro di sé dei respiratori portatili. Colpi di tosse e scaracchiamenti, sputi grassi che volano sino al pavimento, lamenti. L'aria deve essere sicuramente inquinata da ogni sorta di schifezza, mi ritrovo a pensare e cerco di coprirmi il volto con la mascherina.
Mi rendo conto che sono senza. L'ho dimenticata, malgrado gli accurati preparativi di prima. Deplorevole e sorge immediata la sensazione di una drammatica vulnerabilità.
Cerco di sopperire coprendomi il volto con la mano e tirandomi su a mo' di protezione il collo del maglione, ma con scarso successo.
Nel frattempo sono stato messo in stand-by, la situazione è semplicemente troppo convulsa per poter sperare di esporre in maniera intellegibile il mio problema e di essere indirizzato dove devo andare. E poi non riesco a spiegarmi. Edanche trovare qualcuno del personale addetto all'accoglienza disposto ad ascoltarmi.
Mi seggo e poggio lo zaino davanti ai miei piedi.
Nell'attesa vengo preso da un grande, irresistibile, sopore. La testa mi ciondola e le palpebre mi si appesantiscono: e scivolo in un microsonno di fuga da questo caos.
Mi risveglio di colpo quando sento uno strattone impresso allo zaino che, per uno dei suoi spallacci, ho ancorato al mio piede.
Uno con l'aria furbetta e la faccia da topo, dalla barba ispida, ha appena cercato di rubarmelo. Quando vede che mi sono risvegliato si ritrae spaurito: uno vero sciacallo.
Cerco di riscuotermi e mi rimetto in piedi, zaino in spalla. Meglio cercare di mantenere la lucidità.
E continuo ad aspettare.
Non credo che riuscirò a portare a termine ciò per cui sono venuto qua.
Sono in una valle di lacrime in attesa che ritorni il tempo ordinario.
Gustave Doré
Dissolvenza...,
I miei sogni vanno tutti in dissolvenza: in essi non c'è mai una storia di senso compiuto nella quale si possa riconoscere una fine. Rimane sepre tutto in sospeso... E non credo a quelli che dicono che se il loro sogno è rimasto in sospeso, non sentendosi soddisfatti, si rimettono a dormire cercando un finale adeguato. In questo caso, se davvero lo trovano, il finale è soltanto un artefatto. Ma, del resto, anche la narrazione del sogno che noi facciamo a noi stessi, è un artefatto: ed é ciò che dice Freud quando parla del processo di "elaborazione secondaria" del materiale onirico emergente. La mancanza di un finale, forse, dipende anche dal fatto che i sogni - spesso soprattutto quelli che si ricordano al mattino, appena svegli - hanno un carattere di istantaneità, nel senso che si formano a partire da uno stimolo esterno che penetra nella mente dormiente e fa da trigger (o forse meglio da catalizzatore) per la costruzione dell'intero sogno (se non ricordo male qualcosa del genere viene argomentato da Freud in uno dei capitoli preliminari della sua opera fondamentale).
In ogni caso, poi, non ha importanza che nel sogno vi siano un inizio o una fine.
Di questa punteggiatura sentiamo l'esigenza nel nostro tentativo di costruire una narrazione coerente, mentre al sognare si attaglia ben di più un processo di giustapposizioni impressionistiche che servano a dar forma alle nostre emozioni e preoccupazioni e a fornirci eventuali vie di uscita da una situazione problematica che sperimentiamo nella veglia (questa è un'altra e differente ermeneutica dei sogni che tuttavia non entra in conflitto con l'esegesi freudiana, ma la integra e la rende sfaccettata).
Inoltre, è notevole come nella composizione del sogno possano entrare sia residui diurni sia immagini stratificate nella nostra memoria e che provengono da suggestioni letterarie, pittoriche, iconografiche e cinematografiche. Tutto diventa materiale di costruzione per il nostro sognare.
Non è la prima volta che mi ritrovo a sognare di un ospedale, da quando è iniziata la pandemia. Già in questa sede ne ho trascritto un altro, che potete ritrovare con il titolo "L'assurdo universo della città-ospedale".
Ho sognato che ero all'interno di una città-ospedale enorme e labirintica. Sembrava che questa struttura si estendesse per ogni dove, con corridoi interminabili su cui si aprivano porte che ...
I bambini sono sorprendenti. Davvero. Stanno crescendo nel bel mezzo di una pandemia e si adattano molto meglio di noi adulti.
Ieri mio figlio mi ha sorpreso, indicando con il suo acronimo esatto la mascherina che in quel momento stavo usando (una ffp2) e poi dicendomi: "Papà, questa mascherina l'hai usata per troppo tempo e adesso la devi cambiare". Ha precisato anche il limite temporale oltre il quale questa tipo di mascherina non si dovrebbe usare più perché la sua efficacia è scaduta.
Io gli ho detto che la uso solo per poche decine di minuti alla volta e che, quindi, il tempo d'uso probabilmente si può allungare per un po'. Ma lui ha insistito e mi ha detto: "Papà, guarda la devi cambiare. Ecco che te ne do una delle mie! E' mi ha porto una mascherina chirurgica intonsa. Mi è sembrato molto tenero, ma anche anni luce davanti a me.
Non ho potuto sottrarmi alle sue sollecitazioni.
E' così: i bambini si adattano ed alcune cose che ancora a noi adulti sembrano essere eccezionali e a cui fatichiamo ad adattarci per loro sono diventate la normalità.
Intanto, prospera e cresce il club dei vaccinati. Quando vado a prendere mio figlio a scuola, ci sono gruppetti di genitori che parlano tra loro.
Talvolta mi unisco alla chiacchiera, talaltra mi tengo in disparte.
E questo accade soprattutto quando mi rendo conto oggetto della conversazione è il vaccino che hanno fatto, degli effetti collaterali che hanno sperimentato alla prima o alla seconda somministrazione, sintomi e sensazioni. Insomma, la rava e la fava del vaccino. Un'apoteosi delle proprie esperienze vaccinali.
Sembra quasi di sentire delle persone che parlano del rito di iniziazione che hanno affrontato per entrare a far parte di un club molto esclusivo di privilegiati: e, al momento il mondo è diviso in due, i vaccinati e gli esclusi, in certo qual modo. O forse dovrei dire in tre categorie, perché vi sono anche coloro che si sono infettati e che sono guariti (sui quali dovrebbe essere fatta un'indagine sistematica sul titolo anticorpale) e dei guariti (questi sì che possono considerarsi dei preziosi testimonial: eppure, come si noterà, sono ben pochi tra quelli che sono stati ricoverati in terapia intensiva e che ne sono usciti magari dopo ricoveri prolungati e pieni di tormento, disposti a raccontare della propria esperienza tra la vita e la morte. I racconti di queste persone, sì, mi intesserebbe davvero poterli ascoltare.
Di solito, quando vanno avanti questi discorsi, mi tengo in disparte: sento di non avere granché da dire.
Intanto ieri è stata una data davvero storica: è stata superata in Italia la soglia dei 100.000 morti per Covid, ogni singolo morto una tragedia.
E' come se fosse scomparsa l'intera popolazione di una città italiana, come Ancona, Udine, Piacenza o Bolzano... tanto per rendere l'idea. E' come se fosse scomparsa l'intera popolazione di una città italiana, come Ancona, Udine, Piacenza o Bolzano... tanto per rendere l'idea.
Nessun uomo è un'isola
Nessun uomo è un’isola
Completo in se stesso
Ogni uomo è parte della terra
Una parte del tutto
Se una zolla è portata via dal mare
L’Europa risulta essere più piccola
Come se fosse un promontorio
Come se fosse una proprietà di amici tuoi
Come se fosse tua
La morte di ciascun uomo mi sminuisce
Perché faccio parte del genere umano
E perciò non chiederti
Per chi suoni la campana
Suona per te
Sono in un grande resort vacanziero al mare
Faccio parte di una numerosa comitiva in cui vi sono molte donne, forse più donne che uomini.
Alcune le conosco, altre no.
C'è una grande ressa al momento della prima colazione con i buffet allestiti in vasti saloni con le volte a botte.
C'è profusione di tutto, infinita ed impressionante, e non si sa cosa scegliere prima. Il solito dilemma tra dolce e salato, ovviamente.
Poi si va al mare.
C'è una spiaggia sabbiosa poco lontano, attrezzata con sdraio ed ombrelloni, dove abbiamo prenotato.
Ma prima vogliamo esplorare.
A quanto pare dal piano sotterraneo dell'hotel si può accedere ad una scogliera e da lì per un impervio sentiero alla spiaggia.
Nel piano sotterraneo, a quanto vediamo, ci sono centri benessere, saune e hammam che attraverso grandi vetrate guardano verso l'esterno.
Tutti sono nudi e portano fieramente in giro la propria nudità, sia all'interno sia fuori.
Il mare ancora non si vede, ma soltanto un grande spazio stretto tra le fondamenta dell'albergo e una sorta di immenso muro di controscarpa, costruito con grandi blocchi di calcare, che lo separa dal mare.
E qui ci sono acque gorgoglianti, fontanili, piccole piscine con acqua calda e fredda, jacuzzi, grotte ombrose e chioschi.
Sono molti quelli che fanno sesso tranquillamente in coppie o in gruppo.
Altri se ne stanno indolenti a guardare, in piedi o seduti o sdraiati. Si respira un'aria di grande libertà e di rilassatezza e a me [che sogno] pare d'essere in un sogno il cui scenario è costruito come Il Giardino delle Delizie di Hieronymous Bosch.
Ci facciamo strada un po' distratti da quanto accade: ed anche noi, nella mia piccola comitiva, siamo totalmente nudi senza nemmeno avere addosso un minimo brandello tessile.
E continiamo a cercare una via che ci conduca verso il mare.
L'incertezza del poter trovare un passaggio crea un senso di aspetattiva ed uno stimolo in più, accompagnato da un brivido di avventura di fronte all'ignoto (Troveremo mai la via? Riusciremo ad arrivare al mare?). E poi c'è il piacere di vedere tutta quella libera e disinvolta nudità attorno a noi e quello più immediato dei corpi flessuosi ed abbronzati delle mie compagne ancheggiare davanti a me, mentre avanzano lungo il percorso, seguendo le mie indicazioni, quasi che fossi il loro pastore.
Dopo vari attraversamenti perigliosi che richiedono agilità, salti da capra ed equilibrismi vari, arriviamo alla fine ad un ampio scivolo scavato nella roccia che scende a spirale e percorso da un sottile velo d'acqua che, nel corso degli anni lo ha reso lipposo con chiazze di muschio qua e là.
E ci lasciamo scivolare lungo di esso con grida di gioia infantile per ritrovarci in un largo spiazzo levigato di fronte al mare che vediamo percorso da piccole creste di spuma bianca, in netto risalto sul colore dominante di uno straniante azzurro nel quale cielo e mare si confondono. Più in là si intravede la linea della scogliera e il profilo di una grande scalinata di pietra per la quale probabilmente si potrà accedere alla tanto agognato spiaggia sabbiosa e alle dune retrostanti.
E siamo avvolti dall'odore intenso di alga e della salsedine nebulizzata che rende l'aria vibrante.
Meraviglia.
E c'è sulla mia pelle elettrica un leggero brivido per il piacere che verrà.
Molti avranno notato che Palermo è stata invasa da un poderoso numero di monopattini elettrici. Qui e là si trova un monopattino parcheggiato: sono molti i curiosi che si avvicinano per capire di cosa si tratti. Su alcuni ci sono anche dei cartelli con delle leggende che spiegano le caratteristiche base dell'iniziativa.
Curiosando nel web ho scoperto che il Comune di Palermo per promuovere la mobilità sostenibile (seguendo a ruota altre amministrazioni comunali) abbia autorizzato quattro diverse società all'attivazione del servizio di monopattino sharing, ciascuna società per un totale di quattrocento monopattini.
Le prime quattro società già autorizzate all'attivazione del servizio di monopattino sharing sono Bird Rides, Bit Mobility, Helbiz e Link Your City - Italia. E le notizie reperibili sul web dicono che sono 1600 i monopattini elettrici che già nei prossimi giorni saranno disponibili per il noleggio in città, 400 per ciascuna delle società autorizzate.
Le autorizzazioni allo svolgimento del "servizio con monopattini a propulsione prevalentemente elettrica", sono state rilasciate dal servizio Mobilità urbana del Comune (con determinazioni n. 2003/2004/2005 del 23 febbraio 2021) e seguono l'avviso pubblicato a ottobre scorso cui avevano risposto 10 società, per un totale di almeno 4 mila mezzi disponibili a fronte della possibilità di una flotta cittadina totale di seimila monopattini
I primi che ho visto comparire nelle vie di Palermo sono quelli della Helbiz che li ha seminati in giro, in punti strategici, promuovendo tra l'altro (previa registrazione,è ovvio) 100 minuti di utilizzo gratuito.
E questi monopattini sono davvero dovunque abbandonati nei luoghi più impensati sui marciapiedi: non si capisce bene se per fare promozione o perché gli utilizzatori li abbandonano dove prima capita (probabilmente ambedue le cose).
Sembra che questi trabbicoli siano protetti da eventuali furti, poiché si attivano soltanto con un app scaricabile su smart phone e dopo aver dato il proprio numero di carta di credito. Inoltre sono dotati di un GPS che ne consente costantemente la tracciabilità. Eppure si trovano dei commenti nel web secondo i quali alcuni monopattini a Napoli sarebbero stati oggetto di tentativi di furto nemmeno 24 ore dopo l'attivazione del servizio.
E qui dico lamia: a me personalmente i monopattini elettrici, come anche le monoruote giroscopiche non piacciono granché (la mia antipatia si estende ovviamente anche alle bici con pedalata assistita, ma con minore impeto). Questi dispositivi costringono gli utenti ad una forzata immobilità, e avendo ruote molte piccole ed essendo utilizzati sull'asfalto o su marciapiedi notoriamente dissestati, sono soggetti a sobbalzi e a incidenti vari, sino al ribaltamento del malaccorto guidatore.
In più, sono silenziosi e dunque rappresentano un pericolo sia per altri mezzi motorizzati sia per i pedoni: considerando anche il modo per lo più spregiudicato con cui vengono utilizzati.
I loro utilizzatori sono, a mio avviso, un po' ridicoli, specie in questi tempi di Covid. Non utuilizzano il casco protettivo (la maggior parte di essi) e indossano tutti la mascherina. Chi sa perchè questa mascherina, in fondo alla guida del mezzo non ce ne sarebbe bisogno: forse la mettono soltanto perchè fa tendenza ed è trendy.
Lo sapete cosa mi sembrano questi qua, a dirla francamente? Ecco lo dico: delle mummie ambulanti, davvero un'immagine molto appropriata in tempi di Covid. Una città, anzi molte grandi città italiane, sono invase da uno stuolo di mummie ambulanti/svolazzanti in un silenzio tombale.
Ci sarebbe da sorridere, quasi, ma io sarei portato a piangere.
E va bene: anche questi monopattini elettrici ce li ha portati il Covid. E non possiamo lamentarcene, visto che la loro diffusione (che prosegue ormai ad un ritmo esponenziale, come la pandemia) serve a facilitare la mobilità sostenibile e a favorire l'economia (ma questa senza ipocrisie è la ragione principale: o, in altri termini, detto in modo più crudo, sono gli affari a guidare le danze). E, secondo me, dire che si tratta di una scelta tesa a favorire la mobilità sostenibile è semplicemente un'ipocrisia.
Che vengano prima costruite delle vere e autentiche piste ciclabili e che si promuova l'utilizzo delle bici tradizionali che rappresentano il vero sistema di locomozione ecologico, sostenibile ed eco-friendly. A volte devo dire che ci troviamo davanti a certe scelete decise inulateralmente da chi governa, scelte più o eno scellerate che siamo costretti a subire.
Ma è così che va il mondo. Chi pensa che non sia sia così è solo un povero illuso.
Queste alcune delle note esplicative che si trovano sul sito web di Helbiz.
Helbiz offre un servizio di sharing per eBike e monopattini elettrici. In Italia è attivo all'interno di diverse città: Milano, Torino, Verona, Cesena, Roma e Bari con altre che arriveranno in futuro: tra queste ci saranno Bergamo, Bologna, Firenze, Monza, Parma, Pisa ed ora anche a Palermo.
Tutto si gestisce da una comoda applicazione gratuita per dispositivi iOS ed Android. La prima cosa da fare è registrarsi per creare un account personale. E' possibile utilizzare un proprio indirizzo email oppure i profili Facebook, Apple e Google. Terminata la registrazione sarà richiesto di inserire un numero di cellulare su cui sarà inviato un codice di verifica da utilizzare per concludere e validare l'iscrizione. Il servizio richiede di caricare anche una copia della propria carta di identità. Bisognerà poi inserire la forma di pagamento preferita come la carta di credito
Helbiz evidenzia che utilizza il GPS dello smartphone non solo per mostrare con precisione i veicoli che si trovano nelle vicinanze ma pure per tracciare il percorso del viaggio ai fini di garantire sicurezza e affidabilità del servizio. Dall'app sarà possibile, in ogni momento, cancellare l'account. Gli utenti possono utilizzare un solo veicolo per account su cui si deve viaggiare esclusivamente da soli. Il casco non è obbligatorio ma Helbiz ne consiglia sempre l'uso.
(22.04.2021) Il monopattino elettrico in sharing a Palermo ha preso decisamente piede. Dopo il primo lotto di quattrocento esemplari della Helbiz sono arrivati quelli delle tre altre ditte che hanno ricevuto l'appalto dal Comune di Palermo.
Quindi, la città è adesso letteralmente infestata da questi dispositivi "ecologici" che a me continauano a fare una profonda antipatia.
Il fatto è che, siccome, tutto funziona in base ad una app che mette anche in connessione ad un dispositivo di geolocalizzazione, questi monopattini a differenza delle auto e delle bici in sharing non hanno bisogno di aree di parcheggio specifiche e possono essere lasciati pressocchè dovunque.
E' questo il motivo per cui nei luoghi più disparati, nel bel mezzo di un marciapiedi, davanti all'ingresso di uno stabile, sull'asfalto, se ne possono vedere parcheggiati, spesso isolati, alle volte in piccoli gruppetti.
Io li vedo come dei veri e propri parassiti meccanici.
Ecco, questo disordine mi fa adirare ancora di più: quando, camminando, mi imbatto in uno di questi aggeggi, il mio impulso più spontaneo e genuino sarebbe quello di dargli una bella spinta e farli crollare a terra.
Oppure, in un impeto di rabbia più profonda, avrei la tentazione di lasciare sulla pedana di uno di essi gli escrementi (ben impacchettati, per carità!) dei miei cani.
E, intanto, come folletti-zombie ambulanti gli utilizzatori dei monopattini elettrici impazzano per le strade cittadine.
E' divertente osservare l'infinita varietà delle pose leziose in cui essi pongono i piedi. vezzi che ingentiliscono l'immobilità da mummia cui sono obbligati da questo tipo di locomozione.
Vagabondando con lo sguardo sui banchi di esposizione della libreria che frequento ho scorto un libro di Alessandro Baricco, indubbiamente da poco uscito. Si tratta di uno smilzo volume con il titolo "Quel che stavamo cercando" (Feltrinelli, 2021).
Incuriosito l'ho preso e l'ho sfogliato per scoprire che vi si parlava di Pandemia e di Coronavirus: le soglie del testo ridotto al minimo, motivo per il quale per capire di cosa si si trattasse occorreva subito addentrarsi nel testo.
Brevi pensieri alcuni di poche righe soltanto, altri estesi nello spazio di una pagine. In tutto 33 frammenti di pensieri (e di riflessioni), ispirati alla situazione attuale. Subito l'ho fatto mio e l'ho letto velocemente.
Si potrebbe dire che Baricco abbia voluto tracciare una possibile "metafisica" della pandemia.
Nell'evolversi delle sue riflessioni e nel suo frequente ritornare a punti già trattati ma esaminati sotto angolature differenti, la pandemia travalica la realtà ed entra nell'immaginario collettivo come vero e proprio "mostro mitologico" secondo un meccanismo costruttivista.
La pandemia sarebbe dunque una sorta di iper-costrutto oppure anche un "costrutto dei costrutti".
Nei suoi incisivi frammenti Baricco offre degli spunti quasi di meditazione ed afferma anche che siamo noi stessi, gli "Umani", ad aver creato le premesse della pandemia intesa come mostro archetipico e pervasivo, essendoci posti nella posizione di avere voluto il suo arrivo e il suo insediarsi nella nostra vita (la pandemia, dunque, "come ciò che stavamo cercando").
"...bisognerebbe dunque provare a pensare la pandemia come a una creatura mitica. Molto più complessa di un semplice evento sanitario, rappresenta piuttosto una costruzione collettiva in cui diversi saperi e svariate ignoranze hanno spinto nella stessa direzione. (...) ... tutto ha lavorato per generare non un virus ma una creatura mitica che dall'incipit di un virus si è impossessata di ogni attenzione, e di tutte le vite del mondo. Prima e più velocemente della pandemia é quella figura mitica che ha contagiato l'intero mondo. Quella è la vera pandemia: riguarda l'immaginario collettivo prima che i corpi degli individui" (ib, frammento 14, corsivo nel testo).
Interessante lettura, soprattutto perché in modo piuttosto ardito fornisce degli spunti di riflessione, e su alcuni dei frammenti (da annotarsi) converrà ritornare di quando in quando. In qualche misura lo sforzo elaborativo di Baricco consente di gettare una luce di comprensione, del resto sul fenomeno dilagante, già segnalato da molti, della cosiddetta "infodemia" e consente di comprendere perchè - a differenza di quanto sia accaduto con la pandemia influenzale del 1918-19 - in tempo di Covid si sia sia avuta in parallelo con l'evolversi del contagio virale un'impennata nelle pubblicazioni divulgative di tipo sociologico o nell'ambito della narrativa che hanno aggiunto pezzi a questa baricchiana "creatura mitica", intesa come - parasfrasando Baricco - "figura" in cui la comunità dei viventi contemporanei ha organizzato il materiale caotico delle proprie paure, convinzioni, memorie o sogni (ib., frammento 2)
Si legge velocemente (e così ho fatto io), ed è un libro che rimane e da collocare tra i top ten di quelli sinora pubblicati in tempo di Covid.
Si potrà essere d'accordo o no con queste tesi (ed alcuni Baricco non piace per la sua magniloquenza: io stesso non lo colloco tra i miei preferiti), ma questo approccio intellettuale e visionario al problema pandemico è interessante, quantomeno. Qualcosa c'è. A me, personalmente, è piaciuto.
(Nota di presentazione del volume nel sito della casa editrice) Un libro intimo e audace per provare a capire, a leggere il caos, a inventariare i mostri mai visti, a dare nomi a fenomeni mai vissuti. Bisognerebbe provare a comprendere la Pandemia come creatura mitica. Le creature mitiche sono prodotti artificiali con cui gli umani pronunciano a se stessi qualcosa di urgente e vitale. Sono figure in cui una comunità di viventi organizza il materiale caotico delle proprie paure, convinzioni, memorie o sogni.
Ormai sappiamo che la pandemia di coronavirus è molto più di un'emergenza sanitaria. È come se sorgesse dall'universo delle paure che da tempo ormai detta la nostra agenda per soppiantarle tutte, e riscriverle. E se attraverso il mito gli umani generano il mondo, come ci insegna l'Iliade, allora la pandemia è una figura mitica, una costruzione collettiva. Che non significa che sia irreale o fantastica, anzi: si può dire che quasi tutte le scelte, di ogni tipo, fatte dagli umani negli ultimi cinquant'anni ne abbiano creato le condizioni. Così Alessandro Baricco prova a pensare la pandemia, in queste pagine lievi e dense, e ci invita, mentre salutiamo i morti, curiamo i malati e distanziamo i sani, mentre lo sguardo è fisso sul virus e i suoi movimenti, a chiudere gli occhi e metterci in ascolto di tutto il resto – come un rumore di fondo. Ci troveremo un misto di paura e audacia, di propensione al cambiamento e nostalgia per il passato, di dolcezza e cinismo, di meraviglia e orrore. Non perdiamo allora l'occasione per guardare dentro lo choc, per leggerci i movimenti che l'hanno generato e che ci definiscono come comunità. Se avremo il coraggio di affrontare la partita, una partita che ci aspettava da tempo, potremmo trovarci alcune sorprese, potremmo scoprire che questo deragliamento del corpo, personale e collettivo, è destinato a condurci in territori inesplorati, e che «chi ha amato, saprà».
Ambarabà ciccì coccò
tre civette sul comò
che facevano l'amore
con la figlia del dottore;
il dottore si ammalò
ambarabà ciccì coccò!
Che dire?
Siamo davanti ad una - del resto più volte annunciata - recrudescenza dell'epidemia.
Altro che piegare la curva con le vaccinazioni (che peraltro vanno a rilento e con numerosi intoppi)!
Santa illusione - quella di flettere la curva - nella quale i più ingenui si sono cullati al punto da tralasciare le misure prudenziali anti-contagio. Alcuni dei vaccinati professano: "C'è chi può e chi non può. Io può, senza la mascherina".
E adesso entrano in gioco massicciamente le variabili delle varianti, varianti su varianti, varianti più temibili (sia per la rapidità della diffusione, sia - in alcuni casi - per via della letalità dell'infezione.
Su di esse tanto si è parlato, ma considerandole un pericolo che riguardava l'"altrove", dal momento che all'inizio pareva che si fossero sviluppate in luoghi lontani, "che non ci riguardavano", secondo un meccanismo psicologico che ho preso in considerazione in un'altra riflessione.
E' lo stesso errore epistemologico nel quale i più erano incorsi al tempo della prima diffusione del Coronavirus.
Avevamo l'acqua dentro e non ce n'eravamo accorti.
Adesso, dopo che i buoi sono fuggiti è inutile (o pressoché) chiudere le porte delle stalle.
Penso nuovamente a scenari drammatici, come mi era capitato di fare più volte circa un anno fa al primo arrivo del Coronavirus in Italia e con il primo lockdown, quello duro.
La mia fantasia fertile fa voli pindarici verso scenari drammatici che vedono il virus trionfante ed un'umanità sconfitta e languente.
Penso a tutto ciò come la vendetta di una Gaia offesa e umiliata. Penso al discorso forte e carico di emozioni di Greta Thumberg davanti al consesso delle Nazioni Unite.
Che i virus (e questo Corona in particolare) siano gli anticorpi con cui Gaia sta sferrando un massiccio attacco contro l'Uomo suo distruttore? E di sicuro Gaia di questo tipo di anticorpi ne ha pronti molti altri, pronti allo spillover se ancora la Terra verrà selvaggiamente stuprata.
Essere aggrediti da questi anticorpi sarebbe indubbiamente (é) la nostra giusta punizione, se così fosse. Mai abbastanza, forse, per la tracotanza e la hubrys degli Uomini che si ritengono signori dell'Universo e che vogliono trattare la Terra che ci è stata donata e nella quale dovremmo vivere in armonia con disumanità e con attitudini rapaci.
Intanto stiamo a vedere.
Vorrei che tutti capissero che il problema non è soltanto la lotta contro questo virus, perchè altri ne verranno (e anche più letali), ma piuttosto è quello una radicale analisi dei nostri modelli di vita che partono proprio da un'impietosa revisione del nostro atteggiamento predatorio nei confronti del pianeta.
Se non si prende atto di ciò, siamo già sconfitti in partenza. Il cambio di paradigma: passare dall'arroganza all'umiltà. Smetterla con quella hubrys che ci fa dire di continuo frasi scellerate. La stesso slogan "Pieghiamo la curva" è parte di questo atteggiamento interiore.
Dobbiamo cessare di essere miopi e di limitarci a guardare la punta del nostro naso. Prima lo faremo e meglio sarà. E intanto aspettare e sperare, imparando a convivere con il nostro attuale convitato di pietra.
Ho letto (ma prima ancora sentito in radio) la notizia che, a causa dell'erosione, una parte di terreno dove era allocato un cimitero da qualche parte in Italia è franata in mare...
E' accaduto a Camogli, in Liguria. E naturalmente la magistratura ha aperto un'inchiesta, poichè molti degli abitanti di Camogli e fruitori del cimitero hanno da tempo e ripetutamente segnalato a chi di dovere (benchè, a quanto pare, infruttuosamente) la comparsa di vaste fenditure nell'area del cimitero prospiciente sul mare.
Ecco la notizia (reperibile su internet):
Una porzione del cimitero di Camogli (Genova) è franato in mare. Diverse bare sono finite in acqua. Residenti e amministratori della località turistica della riviera ligure di levante hanno osservato increduli la scena dalla costa.
Il crollo sarebbe stato provocato dall’erosione della falesia sotto all’area cimiteriale, aggravata con ogni probabilità dalle violente mareggiate che hanno colpito la Liguria negli ultimi anni. Tino Revello, assessore ai Lavori Pubblici del comune di Camogli, ha spiegato all’ANSA che la zona era sotto osservazione da tempo ed erano in corso lavori per il consolidamento della falesia rocciosa sotto al cimitero: “l’area era stata anche transennata perché negli ultimi giorni si erano uditi strani scricchiolii”. Tuttavia un simile crollo non era prevedibile, afferma il sindaco di Camogli Francesco Olivari. “Vicino all’area del crollo - ha spiegato il sindaco - sono in corso lavoro di consolidamento della falesia. Da una prima analisi, ma solo domani potremo fare esami più accurati, emerge che è stato un crollo difficilmente prevedibile e contenibile. Sulla cima di questa falesia c’erano una serie di loculi che sono precipitati”.
E, così, molte delle bare, improvvisamente strappate al loro riposo sotterraneo, hanno preso il largo tra i flutti procellosi.
E' un'immagine drammatica, ma forse al tempo stesso romantica, questa di centinaia di bare che hanno preso il largo e che fa pensare con immediatezza a Queequeg, il fiociniere polinesiano che, pensando che sia giunta la sua ora, cioè il tempo per morire, si fa costruire dal carpentiere di bordo una bara che comincia ad usare per dormirci. Ma poi decide di venire e la bara non è più necessaria per fini sepolcrali.
Con l'affondamento del Pequod la bara vuota e ormai non più reclamata dal suo committente (che è morto in mare per via di uno degli attacchi della Balena Bianca) e inservibile quindi per una futura sepoltura in terra sarà una vera e propria scialuppa di salvezza (a lifebuoy) per il narratore Ismaele.
E quindi, pur nella drammaticità dell'evento, non ho potuto non rappresentarmi queste bare che, dopo una forzata immobilità, prendono il largo alla volta dei sette mari.
Sicuramente verranno recuperate: ma io sono contento di pensare che siano lì a compiere questo insperato viaggio verso i confini del mondo.
Questa narrazione ci dice che, in questi tempi di Covid, con tutte le restrizioni imposte da una condizione di necessità, con le solide reti di solitudini intessute attorno a noi, persino i morti non ne possono più di lock down e che vogliono intraprendere un viaggio avventuroso verso l'ignoto.
C'è sempre la possibilità di dare letture diverse di uno stesso evento. E ciò che può sembrare una sciagura, una iattura, un disastro può tramutarsi in una narrazione di tipo diverso che ne sottolinei maggiormente la qualità di punto di svolta, di evento fondante per un nuovo corso delle cose.
Prima di chiudere questa riflessione, provo ancora a immaginare queste bare naviganti, nell'ipotesi che alcune di esse siano sfuggite ai tentativi di recuperi (mi ritrovo quasi a fare tifo per loro) e mi viene da pensare alle sepolture in mare degli antichi Vichinghi, popolo di conquistatori e di navigatori, quando una nave attrezzata di tutto punto veniva abbandondata alla deriva con la salma dell'estinto perchè egli potesse avere nell'ultimo viaggio, che lo avrebbe condotto nell'ignoto e nel cuore del mistero, tutto ciò che gli serviva e che potesse continuare nell'altra vita ciò che aveva fatto in questa vita terrena.
Osservare le vecchie foto o frammenti di video mi dà una sensazione di estraniamento.
Sono io, eppure non sono io, sono quello di un tempo antico.
Quelle immagini, statiche o in movimento, sono frammenti di un tempo trascorso e perso: fonti visive si potrebbe anche dire, testimonianze che riemergono come reperti fossili.
Si guardano [io le guardo così, quanto meno] con la sensazione straniante di osservare non visto la vita di un altro con le sue stramberie, le sue idisioncrasie, i suoi tic.
Eppure mi rendo anche conto, a volte con fastidio, che quelle cose mi appartengono, come anche (in certe immagini piuttosto infelici) quell'aria di tronfia sicumera, quel modo di parlare e quella mimica e quella gestualità.
Sono tutte cose che mi appartengono, mie, eppure le respingo.
Io nel frattempo sono andato avanti e ho lasciato indietro interi pezzi di me: un insieme di cose sepolte nelle brume di un passato remoto.
Andare a guardare dentro un PC non usato da tempo e scovare vecchie gallerie fotografiche, per alcuni versi, è come entrare nella camera funeraria di una sepoltura ancestrale. C'è l'alto rischio di scatenare fantasmi e di suscitare sventure, come nel caso della maledizione di Tutankhamon che fece seguito all'apertura di quella sepoltura rimasta chiusa per millenni.
Siamo quasi all'anniversario del primo caso di infezione da nuovo Coronavirus in Italia.
In un lampo, Carnevale è arrivato ed è passato e quasi non se n'è accorto nessuno.
Anche San Valentino è arrivato e se n'è andato senza grande sfarzo.
No mascherate (ma già la mask la indossiamo sempre e comunque, talvolta anche colorata e fantasiosa -di quelle che si possono anche comprare nei i negozi cinesi - e quindi non si è sentita la mancanza di altri mascheramenti), no party, non feste: anche se qualcuno ancora si assembra, infrangendo o sottovalutando le regole (basta aggirarsi nei dintorni di via Mazzini, uno dei luoghi clou della movida palermitana, attorno alle cinque del pomeriggio, per rendersene conto).
Da lunedì 15 febbraio, siamo entrati in zona gialla: bar e ristoranti prono nuovamente con la possibilità di consumare ai tavoli, dentro o davanti, ma soltanto sino alle 18.00.
Riapertura di musei e mostre: una timida riapertura alla cultura tanto desiderata e sospirata.
Le vaccinazioni procedono non ad un gran ritmo, ma procedono.
L'obiettivo adesso - ho sentito dire alla radio - è di arrivare alle 300.000 somministrazioni al giorno, in una corsa contro il tempo, mentre si diffondono sempre di più le temute varianti che potrebbero mettere in discussione l'efficacia dell'ambita meta dell'immunità di gregge.
A proposito delle vaccinazioni, vorrei esprimere il mio pensiero.
Per quanto concerne l'atteggiamento delle persone nei confronti dei nuovi vaccini contro il Sars-Cov-2 ritengo che si possano individuare fondamentalmente tre categorie umane:
quelli che accettano incondizionatamente il vaccino e che non vedono l'ora di vaccinarsi, giungendo al punto di stiracchiare le regole delle priorità per accedere il prima possibile alla prima somministrazione.
quelli che sono "tiepidi" semplicemente e che non ambiscono a mettersi in prima fila oppure quelli che sono in una forma più articolata vaccino-scettici. In questo gruppo ci sono quelli che sono disposti ad aspettare e che non vedono nessuna urgenza nell'essere vaccinati il prima possibile, ma che sono anche coloro che, quando verrà il loro turno, non esiteranno a sottoporsi ad esso.
E, ovviamente, quelli che possiamo collocare in un terzo gruppo, minoritario (ma nemmeno poi tanto) che è rappresentato dai negazionisti, dai fieri oppositori di tutte le pratiche vaccinali in genere, dai fondamentalisti "no-vax", dai complottisti etc etc. Tutti costoro faranno di tutto per non vaccinarsi, anche nel caso in cui occupino un impiego pubblico per il quale la vaccinazione è adesso è richiesta come prerequisito per il mantenimento dell'impiego. E rappresenteranno costoro lo zoccolo duro degli oppositori alle buone pratiche vaccinali.
Io, personalmente, con molta serenità mi colloco nel gruppo di mezzo.
E qui una parola va spesa su questo fenomeno meramente antropologico, che sta creando un solco tra vaccinati e non vaccinati.
Ho l'impressione che i vaccinati, specie quelli che hanno ricevuto entrambe le somministrazioni, si sentono (ed è percepibile in maniera netta da ciò che dicono quando parlano del vaccino che hanno ricevuto) come una "casta" di eletti che, per effetto di una sorta di "comunione", hanno ricevuto - quasi fosse un dono mitizzato - quell'immunità che ora consente a loro di sentirsi al disopra di ogni male e di ogni pericolo.
Qualche giorno fa è venuta fuori nelle agenzie il commento ad una circolare esplicativa da parte dell'Istituto Superiore alla Sanità, credo. In questa si dice che coloro che hanno completato il ciclo vaccinale, laddove tra i loro contatti risultino essere persone che si sono infettate devono in ogni caso affrontare la quarantena ed effettuare al termine del periodo prescritto il tampone di verifica. In detta comunicazione si precisa che la vaccinazione anti-Covid protegge dalla malattia, ma non dall'infezione.
Anche i vaccinati pertanto possono infettarsi e possono diffondere il contagio. Quindi, per lo stesso motivo, non sono esentati dall'uso della mascherina e dalle pratiche di distanziamento.
E - aggiungo io - a scapito di quello che vorrebbe il senso comune ed una sorta di wishful thinking la vaccinazione non si traduce in una sorta di "immunità" rispetto alla necessaria adozione di misure precauzionali di "attenuamento" e di mitizzata invulnerabilità.
Sostanzialmente, dunque, nel dettato dei comportamenti preacauzionali non cambia nulla e, per ancora molto tempo, non cambierà nulla.
Ho cercato di parlare di questo con alcuni dei vaccinati di mia conoscenza (molti sono medici) e costoro si sono indispettiti o addirittura adirati, quasi che - toccando questo argomento - io intendessi mettere in discussione proprio questa non razionale "mitizzazione" del vaccino ricevuto, con delle attribuite caratteristiche (dunque qualità connotative) di presidio "redentore" dall'afflizione cui siamo tutti condannati in tempi di Covid.
E, peraltro, la loro reazione mi ha dato l'impressione che il mio voler discuter di questa tema fosse stato nella loro interpretazione un modo per esternare una mia forma di invidia (se non malevolenza) nei confronti del loro status di "vaccinati".
Come a dire: "di cosa parli visto che tu non sei vaccinato?". Oppure: "Cosa ti rode per doverci rovinare la festa?".
Insomma, toccando l'argomento, è come se avessi frantumato il loro bel giocattolo nuovo.
Insomma, magari sto esagerando, però l'esagerazione e l'estremizzazione servono ad elaborare modelli e possibili gestalt.
Io sono sempre me stesso: da non vaccinato o da vaccinato per me non cambia nulla: anzi, da non vaccinato non ho alcuna posizione da difendere... e posso pertanto esprimere liberamente il mio pensiero.
Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre
armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro
intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno
nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).
Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?
La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...
Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...
Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e
poi quattro e via discorrendo....
Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a
fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.
E quindi ora eccomi qua.
E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.