Ero su di una strada che costeggiava il mare la cui superficie inquieta era percorsa da onde enormi che rotolavano verso la riva, gonfiandosi via via di più e poi rompendosi con effetti mirabolanti di creste e riccioli di spuma bianca brillanti nel sole
C’era un’imbarcazione con un vogatore che aspettava che arrivasse l’onda e, non appena questa cominciava a gonfiarsi l’uomo iniziava a vogare a perdifiato per cavalcare l’onda senza esserne sommerso
Non lo seguivo con lo sguardo sino alla fine del suo eroico tentativo
Poi, però scompariva in mezzo ai flutti
Forse, la prua della barca s'era impuntata o forse s'era del tutto frantumata nella risacca violenta, non so
Come che fosse, non ve n'era più traccia alcuna
Poi, sempre seguendo la strada, arrivavo in un punto dove si apriva allo sguardo una grande piana che era stata del tutto invasa dalle onde spumose che vi si rincorrevano come cavalli selvaggi ed io mi ritrovavo a correre lungo il perimetro di quella piana, proprio al limite della zona invasa dal mare tempestoso, cercando di non bagnarmi i piedi, come si fa quando si corre sulla battigia e la traiettoria del proprio incedere diviene ondulata e zigzagante, proprio per evitare i capricci della risacca e ogni tanto l'onda in arrivo cancella del tutto le impronte del corridore
Che sogno! Ragazzi, che sogno!
Troppo bello bellissimo!
Meraviglioso e singolare!
Questo mi dicevo, mentre sognavo
E la mia voce interiore mi diceva anche, nel sogno, “Orsù, svegliati!
Così il sogno trascriver potrai!”
Io, invece, non mi svegliai
Sordo a quelle esortazioni
a dormire saporitamente continuai
Il bel sogno dimenticai
Tutto il suo costrutto sprofondó nell’oblio,
come un magnifico veliero in avaria
nel giro di pochi istanti
nei flutti può inabissarsi
Alla fine di tutto, io mi svegliai
e, in accordo con la profezia,
il bel sogno non potei ricordare,
tutto perduto nella palude dell’oblio,
all’infuori di quella voce
che mi invitava a svegliarmi
per poter ricordare
Maurizio Crispi (11 gennaio 2025)
(11 gennaio 2026) Nel sogno mi trovavo nella stanza dei bottoni della Psichiatria, nell’ufficio del Capo dei Capi e qui io ero in attesa dell’arrivo di un importante documento che mi desse conferma del rinnovo mio attuale incarico.
Nell’attesa conversavamo, io e il Capo dei Capi, del più e del meno.
Uscivamo dalla stanza e passeggiavamo sempre conversando, come dei Peripatetici
Notavo che il Capo dei Capi indossava dei pantaloni da cavallerizzo neri che snellivano la sua figura alquanto tozza ma che mi parevano del tutto inopportuni in questo contesto
Nella conversazione che andava avanti io cercavo di essere disponibile e compiacente, per quanto dentro di me non sperimentassi una totale sintonia con il personaggio
Al centro del cortile che ci ritrovavamo a percorrere avanti e indietro nella nostra attività peripatetica c’era un grande albero contorto che, nel suo tronco, presentava una strana insellatura giusto all’altezza dell’inguine di un cristiano di media altezza
Ed io battezzavo, tra me e me (senza condividere il mio pensiero ad alta voce), tale formazione “scoglioniera”, pensando che un camminatore distratto avrebbe potuto con facilità andarci a sbattere, con il conseguente grande e lancinante dolore alle palle. Quest'evento nefasto, pensavo, avrebbe potuto essere altamente probabilmente, se mi fossi trovato ad aggirarmi per quella vasta corte di notte, quando tutte le vacche sono nere
Poi arrivava un altro cristiano vestito pure lui da cavallerizzo ed io mi sorprendevo a riflettere che quest’ultimo formava una coppia ben assortita con il Capo dei Capi
Pensavo anche che, nella struttura in cui ci trovavamo, da qualche parte potesse esserci anche un maneggio a disposizione di pochi eletti e che i due spesso e volentieri vi andassero a cavallo e passassero così il tempo, divertendosi tra loro
Dissolvenza
(12 gennaio 2026) Dovevo sostenere un esame finale
Era in realtà la discussione della mia tesi di laurea o di specializzazione
Non mi ricordo più quale fosse la disciplina e nemmeno l’argomento trattato
Andavo presto la mattina, avvertendo un modico livello di ansia da prestazione
Avevo con me un mucchio di libri, quaderni di appunti e la tesi che si presentava come un esile fascicolo, quasi insignificante
Aspettavo e aspettavo
Gente entrava e usciva
Tra quelli che uscivano c’era anche un mio conoscente che aveva appena concluso la sua prova ed era stato proclamato Dottore. Lo abbracciavo e mi felicitavo con lui
Poi chiamavano il mio nome
Ed io entravo in quella che sembrava essere un aula di tribunale, piena all’inverosimile di gente
I professori erano disposti davanti ad un lungo tavolo e davanti a ciascuno di loro era seduto un laureando
Altri stavano in fila, in attesa di essere chiamati C’è da aspettare anche qui!, mi dico con parole mute
Avevo pensato che, dopo la prima attesa in anticamera, tutto si sarebbe risolto abbastanza in fretta
Invece no! C’è sempre da aspettare!
Tutti quelli in attesa se ne stanno zitti
Sono visibilmente in apprensione … Mi ritrovo a pensare che il loro sia il silenzio degli innocenti
Prima, nell’anticamera, avevo ricevuto una telefonata da parte del mio correlatore che voleva da me delucidazioni sul contenuto della mia tesi e mi faceva domande su quello che era stato il mio progetto iniziale. Io cercavo di spiegargli che non avevo più seguito quello schema e che la mia ricerca mi aveva spinto in altre direzioni, motivo per il quale la tesi si era sviluppata in modo totalmente differente rispetto alla sintesi originaria
Cercavo anche di spiegargli che la mia tesi attuale era un caso di serendipity, in cui si parte cercando una data cosa e alla fine se ne trova un’altra, assolutamente inattesa e imprevista che, a tutti gli effetti, rappresenta una scoperta e un contributo valido e innovativo
Sono ancora nella sala, in piedi e in fila, assieme agli altri laureandi
Ogni tanto dal lungo tavolo uno si alza e va via e uno di quelli in piedi va a sedersi sulla sedia lasciata vuota
Le cose si facevano lunghe e già pensavo che avrei fatto più tardi del prevosto
Oltre all’ansia per l’imminente esame, si aggiungeva quella discendente del fatto che avevo lasciato tutte le mie cose - libri e appunti - nel grande atrio dove mi ero attardato ad attendere
Finalmente viene il mio turno e mi seggo
Mi capita di trovarmi proprio di fronte al titolare della cattedra, un ometto insignificante che, con noncuranza, si sta rollando una sigaretta e manco fa un cenno per mostrare che mi ha visto, né risponde al mio compunto saluto
Mi chiede qualcosa, mormorando parole a denti stretti, io non capisco bene
Guardo gli occupanti del lungo tavolo
Il mio correlatore è lontano, seduto ad un tavolo separato, ma non si sta interessando a me, è come se fosse occupato in un qualche compito burocratico
Le sedie, poi, sono molto scomode, un vero strumento di tortura, ispirato al segretissimo manuale della CIA con le più dettagliate istruzioni per creare il massimo livello di ansia e disagio in colui che viene sottoposto a interrogatorio
Poggiano su di un piano inclinato verso il tavolo, sicché i loro occupanti tendono a scivolare in avanti verso il tavolo oppure per contrastare la forza della gravità provano ad inclinarsi all’indietro tenendo sollevate le gambe anteriori, ma ciò comporta instabilità e il rischio di perdere l’quilibrio e di cadere di schiena
É esattamente quello che succede a me, con uno scoppio di ilarità generale da parte di tutti coloro che se ne stanno alle mie spalle, mentre il Professore che mi sta davanti inarca il sopracciglio in segno di disapprovazione. Se indossasse anche un monocolo sarebbe perfetto!, mi ritrovai a pensare
Sempre lui, il professore titolare di cattedra, burbero, torna a chiedermi qualcosa che di nuovo non capisco
Poi, di fronte al mio silenzio, si rivolge a qualcuno della folla di scherani e collaboratori che affiancano il tavolo e dice: Ma questo qua non é stato adeguatamente preparato a rispondere alle mie domande sulla riabilitazione! Lei!, E indica con il dito una collaboratrice, lo istruisca!
La tizia individuata nicchia, obietta, fa presente che ci sono molte altre persone laureande in attesa e che adesso, di sicuro, non può occuparsi di me
Allora torni domani!, tuona il professore, sempre rollandosi la sigaretta, rivolgendosi questa volta a me
Ed io replico: Ma professore…! Domani io non posso! Io lavoro, io! Sono al lavoro!
Mi accorgevo solo a questo punto che, dietro la cortina dei collaboratori assiepati in piedi dietro il tavolo oblungo, erano disposti in un grande slargo dei letti ospedalieri attrezzati per le terapie intensive, tutti occupati da malati intubati, i cui corpi e le cui membra appena si intravedano coperti com'erano dai macchinari e da una selva di tubi
Uno di questi letti superattrezzati cominciava ad avanzare verso il grande tavolo, senza che nessuno lo spingesse, peraltro
Un colpo di scena oppure un mistero paranormale? E ci mancava soltanto che l’esame di laurea si svolgesse con l’ausilio di una tavola ouij
Pensai: Non riuscirò mai a varcare quel cancello che mi attende in fondo alla strada!
Un alba fredda e gelida
I venti del Nord
si preparano a soffiare
Maurizio Crispi (saluto all'alba del 7 gennaio 2026)
Inverno, inverno
Freddo, freddo
Foglie secche a mucchi,
foglie cadute e crocchianti sotto i piedi
Palma strana, bitronco, bifolco
Pioggia, pioggia
Vento, vento
Maurizio Crspi (8 gennaio 2026)
Il mattino già freddo
era stato il preambolo
dell'improvviso morso dell'inverno
La temperatura è scesa ancora
Sento il gelo nelle mani
Oltre una certa quota potrebbe nevicare
Il cane mi conduce con forza,
mentre la sera incalza
Rami spogli e contorti
si stagliano contro un cielo livido
Raffiche di vento gelido
arruffano i miei pensieri
Uno se ne sta seduto
ingobbito,
con le mani tra le cosce,
su una panchina di pietra
Vicino a lui un monopattino elettrico,
con un grosso zaino
poggiato sul pianale
Cosa farà mai costui?
É in preghiera?
Medita?
O è semplicemente rattrappito per il freddo
e prigioniero di un suo stato d’animo cupo?
Non so
Non so dare risposta
Per contro, poco distante,
brillano le sfarzose luminarie
d’un basso edificio in stile moresco
che ospita un bar o un ritrovo,
ma i suoi cancelli
sono sprangati
e, all’interno,
non c’è anima viva
Il cielo si rabbuia ancora di più
e, in un battito di ciglia,
cala su tutto l’imperio della notte,
mentre le sagome degli alberi contorti
trasmutano e si animano
come fossero gli esseri fantastici e deformi di un sogno
o anche entalberi
Ho spognato questa notte di un mio paziente di tanti anni anni fa che seguii per un lungo periodo di tempo
Ora è lontano
Sta in un altra città, all'estremo opposto della Sicilia,
si potrebbe dire ch è su, "nel Grande Nord"
e in mezzo alle montaagne
Eppure, ogni tanto ci comunichiamo tramite mail
o ci sentiamo occasionalmente
per piccoli aggiornamenti telefonici
Non molto di recente, tuttavia
Non sono più scambi codificati,
ma interazioni venate di semplice amicizia,
un'amicizia che è maturata nel corso degli anni
Anche se un paziente rimane sempre un paziente
e dunque,
nelle interazioni successive
continuano a persistere
tracce del rapporto terapeutico codificato
del rapporto terapeutico di un tempo,
nel presente la relazione risulta maggiormente venata di sentimenti amicali
(in fondo con i pazienti di lungo corso
si è affrontato assieme un percorso di crescita e trasformativo
che non è stato soltanto unilaterale, ma comune e condiviso)
Sognavo, dunque, di questo paziente-amico
Era nel mio studio
(o all'interno di una sua perfetta riproduzione)
E se ne stava lì da solo
Mi diceva che gli era di conforto
starsene nel mio studio,
dove, assieme, negli anni trascorsi, avevamo trascorso lunghe ore
Standosene lì
(come se quella stanza fosse, in verità,
un luogo della sua mente),
immaginava di intrattenersi a parlare con me,
raccontandomi dei fatti salienti della sua giornata
e dei crucci che lo assillano
A volte c'era anche la moglie con lui;
ma la moglie era soltanto un'ospite silente
e, con la moglie, c'era anche una badante
(anche costei appariva come una presenza silenziosa)
forse lì presente al seguito della moglie
Il mio paziente non era affatto turbato
per la presenza della moglie,
ma traeva grande beneficio dal parlare con me,
pur in mia assenza
Non saprei dire se, nel sogno e in quella stanza
(reale o immaginaria che fosse)
egli parlasse ad alta voce
o semplicemente con il pensiero
Dissolvenza
Il naso mi cola un po'
Ogni tanto faccio una bella e vigorosa soffiata nel fazzoletto
non mi sento di certo al cento per cento
Scriverò al mio paziente per chiedergli come stia
e come sta affrontando il gelido inverno dalle sue parti
Pioggia cade battente
e poi si ferma
Pozzanghere e vento
Piccole raffiche adesso,
Ma di notte i bidoni della monnezza
sono stati rovesciati e sgangolati,
mossi poi qua e lá,
a ramengo
Lampioni accesi,
si spengono a tratti,
lasciando la via al buio più totale,
poi si riaccendono,
diffondendo una luce tremula ed incerta
Gli alberi si presentano
nella semioscurità
come mostri terribili e contorti
pronti a ghermire
l’incauto passante
Piccole vetrine illuminate
Altre al buio, appaiono come occhi ciechi
Nessuno passa,
all’infuori dei passeggiatori di cani,
ma ci avvistiamo soltanto alla lontana,
poi le nostre strade divergono
Un bar rischiarato a giorno dai faretti,
tavoli e sedie ben disposti
nel dehors
in attesa dei clienti che verranno
(con questo freddo?)
Siamo qui,
andiamo avanti,
l’alba di ogni nuovo giorno
é sempre il fondamento di tutto
I sogni sono strani a volte e si presentano come un rebus da decrittare
Ricordo questo del sogno di questa notte
Avevo da poco tempo un cagnolino piccolo, ma piccolo piccolo, non solo di età ma anche di dimensioni, uno scricciolo
Dopo molte vicissitudini (ero stato forse ad un convegno di psichiatria), ritornavo a casa e qui si imponeva la necessità di portare a passeggio il piccolo cagnolino, tenendo conto del fatto che occorreva gestire anche il cagnone grande da fare uscire
dovevo sormontare alcune difficoltà nel sistemare i cani per l’uscita, imponendo loro i rispettivi guinzagli
E alla fine ci riuscivo
Soprattutto il cagnolino piccolo mi aveva dato il filo da torcere
Era come se avesse il fuoco vivo addosso, guizzava da tutte le parti, ma non si faceva mai prendere
Ci avviavamo verso la porta, cane grande al guinzaglio, cane piccolo al guinzaglio
Ma, evidentemente, le lungaggini erano state troppe e, poco prima di arrivare davanti alla porta per uscire, il cane piccolo si accovacciava e mollava uno schizzetto di pipì e poi, per farla più completa sganciava anche un mucchietto di cacca
Ovviamente, in considerazione della sua tenera età, non potevo rimproverarlo e non mi rimaneva che pulire il malfatto
La cacca era strana: non era puzzolente affatto, ma aveva l’aspetto di un ricciolo di purè di patate molto compatto
Aprivo la porta per uscire e trovavo sul pianerottolo un antico amico di mio fratello che nella vita è fisioterapista
Mi diceva che aveva fame e io rispondevo che, se per lui andava bene, avrei potuto preparargli un panino con la mortadella, l’unica cosa che in quel momento avessi a disposizione a casa in dispensa
Lo facevo entrare, quindi, lui si accomodava al tavolo della cucina, mentre io armeggiavo per preparargli il panino
Nel mentre arrivava mia madre e le spiegavo ciò che era accaduto, della pipì e della cacca del cane piccolo e dell’arrivo inatteso dell’amico di mio fratello e della preparazione del panino con la mortadella
Lei era molto tollerante nei confronti del cagnolino piccolo ed era anche contenta che fossi stato tanto ospitale nei confronti dell’amico di mio fratello, avendogli preparato da mangiare, ma mi esortò a offrirgli anche qualcosa da bere.
La mamma voleva che gli ospiti fossero sempre a proprio agio e che si sentissero come a casa propria. Una visita si trasformava il più delle volte in un invito a rimanere a pranzo oppure a cena, occasioni in cui si condivideva con l’ospite occasionale ciò che c’era in casa.
Cercando e ricercando, riuscii a trovare una teiera semipiena con del tè appena fatto, ancora ben caldo, e gliene offrii una tazza, di cui lui mi fu grato.
Dissolvenza
(4 gennaio 2026) Questo scrissi un anno fa e oggi ricorre il 16mo anniversario della morte di mamma
“Mi sono svegliato questa notte proprio a quell’ora in cui all’improvviso mi risvegliai per accorgermi che la mamma non respirava più e che era, la sua anima, volata via: e mi sono ricordato di quel momento e degli eventi immediatamente precedenti
“Ed ora siamo al quindicesimo anniversario della sua dipartita e altri, nel frattempo, sono venuti a mancare
“Sono tutti nei pensieri, nella mia memoria, nel mio ricordo, nel mio cuore
“Noi continuiamo il nostro cammino, con un occhio al passato ed uno al futuro
Mio padre, la mamma e mio fratello sono sempre con me”
Ancora oggi, torno a ricordare
Certo i ricordi, nel corso del tempo si affievoliscono
E il dolore delle perdite è stato elaborato, poiché - come disse la Yourcenar - il Tempo è un grande scultore
Tuttavia coloro che non sono più ci accompagnano sempre - io ritengo - in modo silenzioso, ma ci sono sempre
Nel bene e nel male sono una presenza costante e noi siamo quel siamo - adesso - perché ci sono stati loro che hanno plasmato e orientato le nostre vite, a volte in modi evidenti e plateali, talaltra in modi sottili, a volte per somiglianza, altre per contrapposizione
Il loro ricordo va coltivato attivamente ed è un bene prezioso in questa nostra epoca che ha sempre più spregio del ricordo e della memoria
(4 gennaio 2023) Il 4 gennaio 2010, nelle prime ore del nuovo giorno, quando ancora faceva buio, la mamma se n’è andata via lievemente, in punta di piedi, quasi senza disturbare nessuno, come aveva sempre detto nei suoi desiderata.
Per andarsene, ha colto il momento in cui io, seduto accanto a lei in poltrona per vegliarla, mi ero addormentato.
Quando mi sono risvegliato, forse perché invaso dall’improvviso silenzio del suo respiro appesantito, la sua anima bella era volata via.
Dopo poche ore, alle 5.00, è suonata la sua sveglia che la mamma la sera prima, mi aveva chiesto di puntare alla solita ora, quando lei si alzava per supervisionare tutte le attività legate a mio fratello.
Quella sveglia ci ha ricordato che la vita, anche senza di lei, continuava e che, pur assente da quel momento in avanti, lei avrebbe continuato a vegliare su di noi.
Mamma, dovunque tu sia, riposa in pace.
Continui a vivere nel mio cuore.
Incrostazioni di luce,
nella notte
e riflessi colorati
Il primo quarto del XXI secolo
sta per concludersi
Solo una manciata di ore
ci separa dal passaggio fatidico,
e speriamo che avvenga
senza troppi tonfi e botti,
poiché non c’è molto da gioire
all’infuori del semplice fatto
che siamo ancora qua
Forse abbiamo solo sprecato
del tempo prezioso,
o forse no
Ai posteri (se ce ne saranno mai)
l’ardua sentenza
Maurizio 31 dicembre 2024
Solitudine notturna (foto di Maurizio Crispi)
Tra breve il 2025 ci abbandonerà
con il suo carico di cose
belle e brutte
che già conosciamo
e il nuovo anno entrante
altre ce ne porterà
di cui ancor non sappiamo
Possiamo soltanto
aspettare e vedere,
mentre ci liberiamo
dalle scorie dell’anno vecchio,
serbando i buoni ricordi
(separando cioè il grano dal loglio)
Maurizio Crispi (30 dicembre 2025)
Il porto al tramonto poco diopo il solstizio d'inverno (foto di Maurizio Crispi)
Non ricordo cosa ho sognato sinora,
ma di sicuro ne succedevano di ogni tipo
ed io ero supremamente
affaccendato, iterativamente
Dovevo far qualcosa,
risolvere un qualche problema
che mai veniva risolto
E quindi la stessa, identica, scena
di continuo si ripeteva
Non ho altro, questa volta
Maurizo Crispi (30 dicmbre 2025)
Foto generata Meta I dietro mie indicazioni
L’alba è ancora lontana
Il cammino è appena rischiarato
dalla luce gialla dei lampioni
Soffia a tratti una brezza leggera
e le foglie dei platani
tremolano lievi
Di rado passa un auto,
veloce, con il motore rombante
Uno, in solitudine,
cammina a passo leggero e felpato,
ombra tra le ombre,
e poi scompare
È l’ora fatidica,
quella del transito e dei passaggi
quando la notte non è più notte
e il giorno tarda ad arrivare
e gli uccelli non hanno ancora preso
ad intonare i loro canti e trilli e cinguettii
É l’ora del più grande Mistero
È l’ora in cui è sottile e tenue
la separazione tra la Morte e la Vita
Maurizio Crispi (29 dicembre 2025)
Il camminatore solitario di notte (foto di Maurizio Crispi)
Dormire
Sognare
Ero nel ventre della bestia
e dentro di lei,
del tutto cieco e sordo
viaggiavo ignaro
i sette mari
Mi ritrovavo poi,
vomitato da quel ventre acido e fumante
su di un greto aspro,
libero, ma senza gioia
Confuso e disorientato mi sentivo
E riprendevo incerto il mio cammino
Per andare dove?
Non so!
Dopo la spiaggia ostile
e priva di vita
mi addentravo in una foresta
di alberi morti
sui cui rami mozzi e calcinati stavano
appollaiate orrende arpie
dagli occhi di fuoco
ed io pregavo di non esserne ghermito
e divorato
Poi, uscito indenne da quella prova,
mi si presentò un deserto
di sabbia e rocce da attraversare
E camminai
Camminai
A tratti cadevo in ginocchio,
esausto
volgendo gli occhi al cielo muto
E poi basta
Dissolvenza
Ed ero qui, tra le mie lenzuola,
come Little Nemo
Maurizio Crispi (27 dicembre 2025)
Immagine generata da Meta I dietro mie indicazioni
Passeggiata nel giorno di Santo Stefano
Grande silenzio
Tubare di piccioni
Foglie secche che scricchiolano
sotto i piedi
e ombrelli rotti d’inciampo
Qualcuno cammina
Cani e padroni di cani
Qualcheduno corre
da quello baldanzoso e forte
a quello che si strascina
tutto sgommato
Qualche auto passa
solo ogni morte di papa
É un giorno quieto e tranquillo
il giorno di festa post festa
Il Natale alle spalle
con il ricordo di tavole imbandite
e il rosso dovunque
Il Capodanno prossimo a cadere
con altri ricchi buffet e tavole stracariche
Giano bifronte tutto osserva
e sorride enigmatico
al susseguirsi dei cicli di morte e rinascita,
alle innumerevoli rinascite e morti
che rappresentano, tutte assieme,
solo un minuscolo frammento
dell’incommensurabile eternità
Maurizio Crispi (26 dicembre 2025)
Via Notarbartolo a Palermo, il 26 dicembre (foto di Maurizio Crispi)
É arrivato il giorno di festa
ed è passato
Il giorno dell’Immacolata
che apre la strada alla sfilza
delle festività natalizie,
con la loro duplice faccia,
religiosa e materiale,
e l’impeto a cascata
delle abbuffate a ripetizione
e dell’orgia di regali,
degli scoppi e dei botti,
e delle intemperanze
Sogno poco di questi tempi
e ricordo meno
Sognavo che mi accingevo a cambiare casa
Fervevano i lavori di risistemazione
per preparare la mia nuova dimora
ad accogliermi
C’era il mastro di mia fiducia
che metteva a punto le ultime cose
ed io ero lì che mi aggiravo
in quella casa nuova e ancora senz’anima
chiedendomi “Perché?
Cosa mi ha condotto qui?
Cosa me lo fa fare?
Non ero contento
Anzi, ero un’anima in pena
Mi sentivo sottoposto ad una grande tensione
La casa (nuova) era spoglia
ma già dotata di un frigo,
funzionante e ben fornito
Aprivo il suo portello per curiosare,
confortato dal suo sommesso ronzio,
constatando che era strapieno
di ogni tipo di leccornia,
di quelle che si mangiano a profusione
nei giorni festivi,
come quelli che verranno a breve
Vedevo guantiere piene di
panelle,
crocché,
arancine,
teglie di pasta al forno e lasagne,
preparati di finocchi gratinati,
carciofi e broccoli in pastella,
e tanto altro
E poi dolci a profusione,
e un’intera colata di cioccolato fondente,
appena uscito dalla fabbrica di Willy Wonka
Di quest’ultimo spezzavo un pezzo,
con concupiscenza
e cominciavo a sgranocchiarlo
in estasi
Era buonissimo,
perfetto,
sublime
Tutto dimenticavo dei miei crucci
ed incertezze
Tanta roba!
É Natale (quasi)!
Auguri a tutti,
bagnati e asciutti!
Luci di Natale
Merry Christmas, dicono, ammiccanti
Ma nell’osservarle vedo soltanto gelo interiore e mancanza di emozioni
Ma sarà poi questo il Natale?
Che senso c’é,
Quando tanta gente muore di fame, di freddo e di guerra?
Ho sognato che ero istruttore in una palestra e qui, nel frammento di sogno che ricordo, ero impegnato a spiegare accuratamente ad un pubblico di astanti esclusivamente femminile la procedura per preparare le olive in salamoia.
La spiegazione era lunga e laboriosa, punteggiata di continue (e fastidiose) interruzioni e digressioni
Mi comportavo con sussiego, come se le mie spiegazioni fossero argomento degno di una Lectio Magistralis
Il tutto nasceva dal fatto che, poco prima, nelle pieghe degli abiti che indossavo avevo trovato una decina di “passuluna” in perfette condizioni e mi ero accinto a metterli in salamoia, appunto
Le mie spiegazioni procedevano in modo tormentato
Ogni oliva vale, mi ha insegnato il contadino, e non deve essere sprecata
Ieri, mentre i cutuliatori erano al lavoro, raccoglievo ogni singola oliva che saltava fuori dalla superficie delle tende…
Sognavo che correvo lungo il mare
un po' sulla sabbia,
un po' sul terreno duro
d'una strada che correva parallela alla spiaggia
Forse stavo partecipando ad una gara
(ma di questo non sono certo)
C'erano altri che correvano davanti a me
Ne vedevo la schiena oscillare ad ogni passo
e le gambe che pompavano su e giù
Cercavo di non farmi distanziare
Stavo sul pezzo
Tenevo breccia
Le braccia si muovevano regolari per assecondare il passo
Le gambe andavano su e giù come pistoni
Non mi pareva di sentire la fatica
Procedevo così per un tempo interminabile
Poi ci apprestavamo ad arrivare
a quello che pareva un traguardo
Cercavo di avvicinarmi al podista che mi precedeva
e almeno quello superarlo
Mi sembrava però di non potere in alcun modo riuscire
ad incrementare la mia andatura
Sentivo le gambe di piombo
e mi pareva di essere incollato a terra,
impastoiato
Rimaneva tutto bloccato
Come se il flusso del tempo si fosse arrestato
e ogni movimento in corso
si fosse cristallizzato
Eppure, malgrado tutto,
avvertivo una sensazione di benessere
e non c'era senso alcuno di frustrazione
Dissolvenza
La mattina dopo aver sognato, nella mia uscita mattutina con il mio fidato amico Black, senza alcuno sforzo le mie gambe hanno cominciato a muoversi e mi sono ritrovato a correre, cosa che negli ultimi tempi non faccio sempre volentieri perché a volte non sento proprio lo stimolo oppure perché è come se non partisse il comando di attivazione ai neuroni della corteccia motoria.
Penso di correre e mi blocco, mentre invece bisogna semplicemente correre, senza stare troppo a pensarci su...
Ecco che vengo fuori da un sogno movimentato nel quale sono successe, come spesso capita, molte cose
Ne ricordo solo pochi dettagli
Ero in un grande parco, che potrebbe essere con molta verosimiglianza quello della Favorita a Palermo, anche se non è esattamente identico a quello della realtà, come quando ci si muove in una situazione in cui tutto appare identico alla mondo che già conosciamo e però ci sono delle piccole e sottili differenze che introducono con un piccolo brivido, l’idea che forse non siamo proprio in quel posto e che forse stiamo vivendo in una realtà parallela, in un’altra dimensione. Ed è questo pensiero a generare sovente il perturbante
Stavo facendo un percorso (di salute, forse anche di vita)
In una radura in mezzo a grandi alberi trovavo, abbandonati fra l’erba, due marchingegni per scagliare delle frecce, simili nella loro concezione alle balestre.
Prima ne scorgevo uno, e poi ne vedevo un altro seminascosto dalla vegetazione
Lo prendevo, lo esaminavo accuratamente, constatando che era ancora in ottime condizioni d’uso e decidevo di prendermelo per portarlo a casa
L’altro decidevo di lasciarlo lì dov’era (giusto per non essere troppo avido). Peccato che, assieme a loro, non vi fossero abbandonati in giro anche dei dardi.
Poi proseguivo il mio giro esplorativo, occasionalmente incontrando qualcun altro che camminava stralunato lungo i viali altrimenti deserti del parco, anime perse come me.
Mi ritrovavo ad imboccare un vicolo cieco che mi conduceva ad un casale, attraverso un cancello lasciato aperto,
Non si poteva proseguire oltre
Da uno degli edifici che contornano la corte interna veniva fuori un tizio con un aria ostile e mi chiedeva brusco cosa ci facessi lì, aggiungendo che quello spazio era proprietà privata e che, dunque, io ero intruso, un trasgressore perseguibile anche ai sensi di legge
Mi scusavo allora, profondendomi in mille parole, cercando di mettere in evidenza la mia buona fede e l’assenza di malizia alcuna
E me ne andavo insalutato ospite
Alle mie spalle, appena varcata la soglia, arrivava uno che chiudeva un pesante cancello di ferro con forte clangore
Muovendomi in giro, mi ritrovavo in un’altra grande corte fiancheggiata da edifici magnifici, forse settecenteschi
Il pavimento della corte era rivestito di lastre di marmo sulle quali ruscellava dell’acqua
Camminarci sopra non era sicuro e c’era il rischio concreto di slittare e, quindi, di capitombolare
Anche qui cercavo una via di uscita, ma non ve ne erano
Anche questa volta dunque ero andato a ficcarmi cose in un vicolo cieco
Aiuto!
Come farò a venire fuori da questo mondo?
Dissolvenza
La foto ê l’elaborazione della scultura di grandi dimensioni intitolata "Écoute" (Ascolta).
È stata creata dallo scultore francese Henri de Miller.
Si trova a Parigi nel quartiere di Les Halles, più precisamente sul lato esterno della Chiesa di Saint-Eustache.
La scultura monumentale in pietra rappresenta una gigantesca testa con una mano portata all'orecchio, come in ascolto, che emerge parzialmente dal terreno o dal muro su cui è appoggiata.
Questa scultura è un punto di riferimento iconico e insolito della zona.
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Écoute è una scultura dell'artista francese Henri de Miller del 1986, posta di fronte alla Chiesa di Saint-Eustache, nel I arrondissement di Parigi. L'opera ...
Sono in un posto di lavoro
Molta parte del tempo la passo
in un corridoio dove sono alle prese
con una cassettiera
dove vorrei poter riporre le mie cose
Ci sono molti contrattempi
e non riesco mai a concludere
Vedo che l’interno del mobiletto
é ampio e spazioso,
pieno di scomparti
Farebbe proprio al mio caso!
É abbandonato lì
Nessuno lo utilizza
Vorrei spostarlo nella mia stanza,
ma qualcuno mi dice
che, prima di poterlo fare,
dovrei fare all’ufficio competente
specifica istanza scritta
in carta da bollo (se cartacea)
oppure tramite PEC
E già mi passau 'u priu
Una di quelle cose assurde
Nessuno utilizza quel mobile,
ma sei volessi usarlo per me,
qualcuno potrebbe farsi avanti,
accampando dei diritti pregressi Non fare e non far fare
(è uno degli inviolabili siculi principi)
In pratica, non se ne fa nulla
Continuo a vagare
come anima in pena
e arrivo in una parte dell’edificio
dove c’è un po’ più di vita
Mi ritrovo con varie genti
da me conosciute nel lavoro,
in passato e nel presente,
tutte mescolate assieme
C’è qui una stanza a disposizione
e penso che, infine,
potrò liberarmi del fardello delle mie cose
Infatti, c’è tra gli arredi della stanza
una cassettiera
(o, forse, trattasi un’armadietto)
disponibile e utilizzabile,
senza dover fare penose trafile burocratiche
La cosa mi mette di buon umore
C’è tutta una tarantella
per svuotare le mie tasche
e posare ciò che ho in mano
Poi, mi ritrovo
assieme a tutti gli altri, a bagno
nelle acque di un magnifico laghetto
(o forse è una piscina,
costruita in modo da non apparire tale)
contornato da una fitta vegetazione arborea
di araucarie e magnolie
Sembra di essere in un altro mondo
o in un luogo esotico
lontano da tutto e da tutti
Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre
armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro
intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno
nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).
Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?
La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...
Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...
Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e
poi quattro e via discorrendo....
Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a
fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.
E quindi ora eccomi qua.
E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.