Loop out. D’amore e di rabbia. Diario di un’adolescente in fuga, scritto da un'a giovane che si presenta sotto il falso nome di C. Betty e pubblicato da Mediter Italia, nel 2025) si propone come un interessante diario di vita vissuta, scritto nel web (utilizzando una specifica app, scaricabile nello smartphone) da un'adolescente che percorre diverse - precoci - esperienze nel campo delle nuove dipendenze e dei nuovi modi di assumere sia gli oppiacei, sia la cocaina, ambedue in forme che ne consentono il consumo attraverso il fumo che si libera dalla combustione delle "pietre".
Alle spalle di Betty C. vi sono esperienze di appartenenza ad un nucleo familiare poco consistente, scarsamente efficace sotto il profilo educativo e poco o niente contenitive.
L'ambientazione è il quartiere Ballarò del centro storico di Palermo, dove ha preso piede in anteprima rispetto ad altre realtà italiane la diffusione del crack.
E' - secondo me - un importante testo contemporaeo, un documento del nostro tempo, lucido e disincantato.
(soglie del testo) “Vi è mai capitato di buttare via qualcosa e poi di rendervi conto che vi serviva? A me è successo con la mia vita”. È l’incipit dell’autrice che ripercorre oltre dieci anni di dipendenza dalle droghe trascorsi tra comunità e ospedali, che descrive le conseguenze fisiche e psichiche di una adolescenza spesa tra la strada, con eroina e crack, e i rave, con anfetamina e MdM. È stato incredibilmente scritto al telefonino e, alcune parti, giravano su Wattpad, nella forma clandestina di brevi resoconti di giornate destinati soprattutto a se stessa. Un diario che, dopo anni, oggi viene pubblicato per essere un documento straordinario, necessario per una riflessione sulle conseguenze delle perdite affettive e sulla prevenzione dei rischi dalle dipendenze. Una memoria che è anche la prova di come i rapporti sociali dipendano sempre dall’uso del potere che genera conflitti e che produce un soggetto alienato per l’azione oppressiva dell’Altro, così come Lacan aveva spiegato. Perciò la vita è qui descritta come un’amara e instancabile routine, come se la protagonista fosse stata a lungo bloccata in un loop.
John Foot, docente di Storia Contemporanea Italiana e autore di numerosi saggi storici tematici, con "La «Repubblica dei matti». Franco Basaglia e la psichiatria radicale in Italia, 1961-1978" (nella traduzione di Enrico Basaglia), pubblicato da Feltrinelli nel 2014 e successivamente nella UE (Universale Economica) alcuni anni dopo (nel 2017) ci ha regalato un contributo di grande rilevanza e soprattutto "super partes" in un ambito storiografico italiano che all'interno del grande capitolo dell'evolversi della Sanità pubblica nel corso del XX secolo tracciasse la storia della "distruzione" dei manicomi e l'apertura di un'epoca di assistenza ai pazienti psichiatrici più umana e più rispettosa dei comuni diritti dei cittadini.
In italia, pochi lo hanno fatto: infatti, come osserva lo stesso Foot, sono mancati sostanzialmente degli studi obiettivi e onnicomprensivi che andassero alla ricerca delle fonti e che tracciassero un'effettiva articolazione del movimento - in fondo pluricentrico - che ha portato a sostanziali trasformazioni (laddove invece sono rintracciabili molteplici testimonianze parziali a firma di quegli stessi operatori che vissero il movimento oppure degli scritti (in forma di articoli o saggi) da parte dei detrattori di quelle esperienze. In entrambi i casi, siamo di fronte ad una letteratura che ha prodotto "fonti" scritte in termini di riflessioni, resoconti di accadimenti, testimonianze, ma di un tentativo storiografico accurato (non a caso John Foot, mette mano a questa storia, soltanto in occasione del trentennale della promulgazione della cosiddetta "Legge Basaglia", quando cioè, il tempo trascorso aveva consentito la messa a punto di un analisi più oggettiva e attendibile).
Rimane comunque valido interrogarsi sul perché nessun studioso italiano abbia voluto intraprendere questa fatica. Forse, secondo John Foot, ciò è accaduto perché in Italia si è rimasti fermi ad un dibattito di tesi contrapposte e nessuno si è sentito l'animo di proporre uno sguardo più esaustive che sormontasse le contrapposizioni e che potesse fornire un racconto dettagliato, mostrando tutti gli aspetti del cambiamento e delle trasformazioni.
Ma quale movimento si sviluppò a partire dai primi anni Sessanta sino al momento culminante del 1978 (anno che vide la promulgazione della 180) e che protrasse i suoi effetti trasformativi sino ai tardi anni Novanta sempre del XX secolo?
Allora si parò di "antipsichiatria", un termine che da certi orientamenti di pensiero fu ovviamente molto contestato perché faceva parere che ci si volesse muovere verso una totale cancellazione delle sindromi psichiatriche e dello stesso ruolo dei medici che si specializzavano in questo settore medico, ma giustamente John Foot ricusa quel termine poiché lo si può applicare soltanto ad un gruppo ristretto di esperienze nell'assistenza psichiatrica (si veda ad esempio il movimento transitorio dell'antipsichiatria britannica, impersonato in modo particolare da David Cooper e Ronald Laing) e preferisce optare sulla definizione di "psichiatria radicale" che meglio si attaglia ad un'applicazione storiografica non soltanto di quanto accade a Gorizia e a Trieste con Franco Basaglia, leader ed ispiratore della trasformazione, ma agli accadimenti che si verificarono in molti altri contesti, in ciascuno dei quali si ebbero delle specificità.
Quella che si verificò fu una trasformazione policentrica 8che ebbe a teatro diverse regioni e provincie italiane) sempre a partire da "psichiatri radicali" che poterono operare grazien ad alleanze virtuose con il potere politico (e nella fattispecie con le Amministrazioni provinciali locali, visto che i Manicomi (o Ospedali Psichiatrici) erano sotto la giurisdizione delle provincie.
A Basaglia, alla prima e alla seconda equipe goriziana, ma anche al gruppo di operatori che assieme a Basaglia operarono a Trieste (mentre ebbe scarsa rilevanza la parentesi di Colorno) va il merito di avere avuto una grande risonanza mediatica (grazie anche alle capacità di esposizione dello stesso Basaglia, ma sicuramente con il favore di certe circostanze e congiunture.
il "fenomeno Basaglia" impersonificò il cambiamento in corso (necessario e non più procrastinabile) che, in realtà fu policentrico, poiché i tempi erano ormai maturi per questo: molte altre esperienze coeve che, in diverse realtà manicomiali operarono tentativi di cambiamenti più o meno fruttuosi (come a Perugia o ad Arezzo) rimasero in ombra in quanto oscurati dalla invadenza mediatica (in senso buono) di Basaglia e di quanto collaborarono con lui in modo diretto tra Gorizia e Trieste e che poi andarono incontro ad una diaspora che li portò ad operare in diversi altri contesti per l'abbattimento delle mura manicomiali e per la trasformazione dell'assistenza psichiatrica.
Tutto questo ci racconta in modo appassionato e con dovizia di dettagli John Foot, con il supporto di un ricco apparato di note e di un'esaustiva bibliografia.
(Quarta di copertina) Nel 1961 Franco Basaglia assume la direzione del manicomio di Gorizia; nel 1978 la legge 180 decreta la chiusura definitiva dei manicomi in Italia. La battaglia per la riforma radicale dell'assistenza psichiatrica fu innescata dal rifiuto di pochi medici e amministratori locali di avallare gli orrori di una realtà spesso paragonata ai lager nazisti. Dal lavoro concreto per l'umanizzazione di un istituto meramente repressivo nasce una riflessione culturale e politica di vasta portata sui meccanismi dell'esclusione sociale e sull'idea stessa della malattia mentale. Nel clima febbrile degli "anni delle riforme" e del Sessantotto, libri come "Che cos'è la psichiatria?" e "L'istituzione negata" consegnano al Movimento, la realtà della lotta anti-istituzionale sul campo, mentre documentari televisivi come "I giardini di Abele" di Sergio Zavoli contribuiscono alla diffusione di una nuova sensibilità nell'opinione pubblica. Conclusa l'esperienza pionieristica di Gorizia, gli psichiatri radicali incontreranno a Trieste, Parma, Perugia, Reggio Emilia, Arezzo e in tante altre città italiane una nuova generazione di amministratori capaci di rischiare per le proprie convinzioni. John Foot ricostruisce questa complessa vicenda con appassionato rigore storico, documentando non solo i successi e i fallimenti ma anche le feroci controversie (esterne e interne) che inevitabilmente l'accompagnarono. E che ancora non si sono spente.
L'autore. John Foot, docente di Storia contemporanea italiana, ha insegnato presso il Dipartimento di italiano dell’University College di Londra e insegna all’Università di Bristol. Tra le sue opere pubblicate in italiano, ricordiamo: Il boom dal basso: famiglia, trasformazione sociale, lavoro, tempo libero e sviluppo alla Bovisa e alla Comasina (Milano, 1950-1970), (Annali della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 1997), Milano dopo il miracolo. Biografia di una città (Feltrinelli, 2003), Fratture d’Italia (Rizzoli, 2009), Calcio. 1898-2010. Storia dello sport che ha fatto l’Italia (Bur, 2010), Pedalare! La grande avventura del ciclismo italiano (Rizzoli, 2011) e La “Repubblica dei Matti”. Franco Basaglia e la psichiatria radicale in Italia, 1961-1978 (Feltrinelli, 2014; Ue, 2017). Fonte immagine: sito editore Feltrinelli.
Non appena ho cominciato a leggere cominciato a leggere il romanzo di Alessandro Perissinotto, La congregazione, (pubblicato da Mondadori nel 2020) mi ci sono subito appassionato
Non avrei mai potuto immaginare che nella trama ci entrasse la comunità fondata dal reverendo Jim Jones (predicatore e criminale) in Guyana e poi cresciuta sino a contare più di duemila residenti, uomini, donne e bambini.
In passato, spinto dalla mia curiosità professionale, ho avuto modo di leggere un saggio molto interessante proprio su questa comunitá/comune a forte impronta carismatica e sull’esito finale che ebbe a subire, quando un migliaio dei suoi abitanti, tutti cittadini USA, affrontarono un suicidio collettivo, bambini inclusi, un suicidio a cui furono condotti dal loro capo carismatico.
Fu un evento di estrema drammaticità che vide la morte contemporanea del maggior numero di cittadini americani, prima del crollo delle Torri Gemelle.
Si tratta del saggio di Domenico Arturo Nesci, La notte bianca: studio etnopsicoanalitico del suicidio collettivo, pubblicato da Armando Armando Editore nel 1991 (e successivamente, dello stesso autore, di una psico-biografia di Jim Jones, Revisiting Jonestown: An Interdisciplinary Study of Cults), ma si può anche fare riferimento all'altrettanto importante saggio di Enrico Pozziin cui si tratta della "conduzione carismatica malata" di Jim Jones, in Il carisma malato. Il People's Temple e il suicidio collettivo di Jonestown", Liguori 1992, per non parlare del racconto autobiografico di un'adepta della setta Deborah Laytonche riuscì fortunosamente a fuggire da Jonestown prima che si compisse la tragedia finale e che raccontò la sua personale vicenda, dalla sua cooptazione sino alla sua fuga, in "Veleno seducente", con il titolo originale Seductive Poison: A Jonestown Survivor’s Story of Life and Death in the Peoples Temple (Piemme, 2001).
Deborah ha 18 anni e studia a Berkley, in California. Come molti è attratta dal Tempio dei Popoli del reverendo Jim Jones per le idee di uguaglianza e giustizia che propugna. Con lei ci sono sua madre, suo fratello Larry e alcune delle "menti migliori di una generazione", come avrebbe detto Allen Ginsberg. Il Tempio è attivo nel sociale ed è guardato con interesse dalla stampa e dall'establishment politico. Ma dietro una facciata rispettabile, si nasconde una realtà di sottili violenze psicologiche, di abusi, di condizionamento. Il peggio però deve ancora arrivare. Quando il movimento trasferisce il proprio quartier generale nella giungla per fondare una nuova città, in 1000 prendono parte al nuovo esodo cercando il paradiso. Ma troveranno l'inferno.
In genere, ho sempre apprezzato molto i romanzi di Perissinotto.
Lo ritengo uno scrittore bravo e forse mi piace anche perché é lontano dalla ribalta mediatica e non è da grandi numeri di copie vendute
Anche questa volta non sono rimasto deluso.
(Risvolto) Frisco, Colorado. Un tranquillo paese delle Rocky Mountains, a tremila metri di quota e a un centinaio di miglia da Denver. È qui, in una vecchia casa appena ereditata, che Elizabeth si trasferisce per scontare la pena che il giudice le ha inflitto per guida in stato di ebbrezza: ventiquattro mesi con la cavigliera elettronica e il divieto di superare i confini del villaggio.
Per Elizabeth, spogliarellista a fine carriera, donna ancora molto bella e sempre più disincantata, Frisco è forse l'ultima occasione per cambiare vita.
La piccola comunità del paese è cordiale e accogliente, ma un giorno Elizabeth inizia a ricevere sgradevoli omaggi da un ignoto personaggio che sembra molto informato sul suo passato e soprattutto sembra conoscere molto bene ciò che lei ha impiegato una vita per tentare di dimenticare.
Torna così a galla un incubo degli anni '70, quando lei era solo una bambina, lo spettro di un massacro, a migliaia di chilometri da lì: la più grande strage di cittadini americani prima dell'11 settembre 2001.
Sembra passata un'eternità, ma non è così ed Elizabeth se ne renderà conto quando capirà che qualcuno, dal passato, è tornato a cercarla con uno scopo preciso: finire il lavoro che la Storia aveva lasciato a metà. Elizabeth, antieroina sensuale e ironica che potrebbe essere uscita da un film dei fratelli Coen, è un personaggio di invenzione, ma gli eventi drammatici che si affollano nella sua memoria sono verità e rappresentano uno dei capitoli più bui e sconvolgenti della storia americana.
linguista, scrittore e traduttore italiano Alessandro Perissinotto ( Torino, 20 dicembre 1964) è uno scrittore e traduttore italiano. Nato a Torino, dopo aver praticato diversi mestieri per ...
A shocking new Hulu docuseries, Cult Massacre: One Day in Jonestown, returns to 1978 and the tragedy that killed over 900 people on a controlling leader's orders
The Sacrament è un film horror prodotto negli Stati Uniti nel 2013 diretto e scritto da Ti West. Alcune scene vengono girate sotto forma di falso documentario. La pellicola è ispirata al massacro di
Queste considerazioni risalgono ad un anno fa
Le scrissi esattamente il 3 febbraio del 2024.
Da allora simili episodi si sono ripetuti molte altre volte
Maurizio Crispi (3 febbraio 2024)
La notte scorsa, tra il 2 e il 3 febbraio, un vandalo - o dei vandali - hanno spaccato i vetri di alcune macchine parcheggiate lungo Viale delle Magnolie - di ben sette auto! - e di una in Via Lombardia.
Di alcune delle auto colpite sono stati frantumati addirittura due vetri - sia dello sportello anteriore sia di quello posteriore!
S’è trattato di un atto vandalico del tutto gratuito, dal momento che la rottura dei finestrini non era finalizzata alla rimozione di oggetti contenuti all’interno o di parti delle auto parcheggiate .
Quando, passeggiando il cane, sono passato lungo Viale delle Magnolie due anziani signori, una coppia, si sforzavano di rimuovere tutti i frammenti di vetro dei sedili e di collocare dei sacchi della spazzatura in corrispondenza dei due finestrini frantumati per creare un precario riparo dalle intemperie.
Erano, i due signori, trasecolati e ci siamo soffermati a parlare un poco dell’accaduto
Hanno espresso la loro stizza, lamentandosi del fatto che nella zona non si vede mai nessuna macchina della Polizia o dei Vigili urbani passare quando fa buio a scopo deterrente, e hanno aggiunto: “Quando si tratta di prendere multe però ci sono sempre!”
Una grande espressione di sfiducia da parte di cittadini delusi e desiderosi di una città più vivibile!
Non ho potuto che condividere mestamente il loro pensiero…
Indubbiamente - penso io - sta andando tutto a rotoli con il manifestarsi a macchia di leopardo di fenomeni di questo tipo, violenze gratuite contro cose e persone, atteggiamenti sprezzanti nei confronti delle regole di una civile convivenza e così via
E sarà sempre peggio
Succede a Palermo (ma anche nel resto dell’Italia)!
Una decina le macchine prese di mira nella zona residenziale, ma nessun furto. Un residente a PalermoToday: "Agiscono per gioco, per il piacere di distruggere". Indagini in corso
Auto danneggiate ancora una volta in centro a Palermo. I vandali, come sette giorni fa, sono entrati in azione tra viale Campania e via Empedocle Restivo. Sono state prese di [...]
La situazione a Palermo sta diventando sempre più preoccupante a causa di una serie di atti vandalici che hanno colpito le auto parcheggiate in diverse aree residenziali. Recentemente, un giovane di
Passo in rassegna
facce e volti
in una galleria sfinita
alla ricerca di volti nuovi
o dimenticati
emergenti dalle brume del passato
Quante facce!
A volte anche non facce
Oppure anche cani, gatti,
cavalli, tramonti e nuvole
Alcuni la faccia non ce la mettono
Altri ce la mettono tutta
Alcuni se la fotoshoppano
Altri la piazzano lì
nuda e cruda,
talvolta comica o arruffata,
tal atra davvero impresentabile
Altri ci mettono volti falsi,
appartenenti ad altri
Tutti ammiccano e sorridono
Altri volgono
all’ignoto osservatore
uno sguardo che è solo cupo
o triste o anche inverecondo
È questo è il Libro delle Facce
che ogni giorno
ci chiama
e si fa esplorare
riportandoci talora
ad incontrare
anche coloro
che più non sono
Botti insulsi
Vetrine scintillanti
Luci colorate a festoni
Il vento soffia gelido
Fa freddo
Pochi passanti umani,
tristi, intristiti, grigi
a piedi, sulle loro gambe
Tutti gli altri viventi disumanizzati,
ficcati nelle loro scatole di metallo
procedono in lenta processione
consumando tempo prezioso
e tempo non ce n’é più molto
I negozi, pur scintillanti,
sono desolatamente vuoti
Il vento soffia e ulula,
smuove mucchi di foglie secche
con lievi scricchiolii,
squassa le chiome degli alberi
e questi, nel buio, paiono giganti
che si agitano scomposti
per liberarsi dalle catene
che li opprimono
Il fiume di auto scorre
implacabile
con il proprio carico
di prigionieri e coatti
Arriva un’ambulanza
con la sua sirena assillante,
il girofaro che lampeggia
ed è anche lei bloccata
Nessuno si premura di fare largo
Sono tutti coatti
accecati,
sordi,
insensibili
É questo il Natale?,
mi chiedo
e non so trovare risposta
Intanto, mi sento bloccato,
come un naufrago aggrappato
alle scogliere del Tempo
fermo ed immutabile
Una storia non storia
che si ripete ogni volta
e così sia
Scartabellando tra alcuni libri che raccontano della trasformazione della assistenza psichiatrica a partire dalle esperienze di Basaglia e di altri pionieri sino alla promulgazione della legge 180 del 1978 e al progressivo smantellamento degli ospedali psichiatrici, mi sono imbattuto in un volume che non ricordavo affatto.
Si tratta di una testimonianza, corredata anche di una impressionante documentazione fotografica, sulla sopravvivenza per un lungo periodo di tempo dopo la 180, dell'Ospedale Psichiatrico di Agrigento, venuto all'attenzione della cronaca nei primi anni Novanta per via di una epidemia di TBC tra alcuni dei suoi degenti cronici.
Sembra che l'Ospedale psichiatrico di Agrigento sia rimasto per lungo tempo a sopravvivere come in un'isola anacronistica fuori dal flusso temporale.
Il volume di Matteo Collura è intitolato "Perdersi in manicomio", ed è stato pubblicato nel 2014 dalla casa editrice Pungitopo (collana La Parola e l’immagine), corredato con le foto di Lillo Rizzo e Tano Siracusa ed con una postfazione di Armando Bauleo, uno dei riconosciuti fondatori della psicoterapia gruppale in Argentina.
La pagina scritta in questo libro ruota essenzialmente attorno alle foto scattate da Lillo Rizzo e da Tano Siracusa all’interno del manicomio di Agrigento, nel 1993, a distanza dunque di 15 anni dall’entrata in vigore della legge 180 del 1978.
Una sostanziale lentezza nel rendere fattiva e operante quella legge, ma anche l’ignavia e la colpevole negligenza dei vari amministratori che vi si sono succeduti nel tempo, ha fatto sì che si mantenessero per anni gli aspetti più deteriori della manicomialità.
Le foto contenute in questo piccolo libro, aspre e crudissime, riportano immediatamente alle immagini di “Morire di classe” con le foto di Berengo Gardin e Carla Cerati, scattate a Gorizia e a Colorno (Parma) quando già la rivoluzione basagliana muoveva i primi passi.
L’Ospedale di Agrigento, divenuto forse il più grande della Sicilia quanto a numero di degenti, venne alla ribalta della cronaca nel 1993 quando vennero denunciate pubblicamente dal partito radicale (e anche Domenico Modugno espresse delle critiche molto dure) le condizioni in cui vivevano gli internati in assenza dell’attivazione di un percorso di affrancamento e di restituzione alla società, con una serie di morti dimenticati (oltre duecento degenti in undici anni dal 1977 al 1988 vi morirono per una vera e propria epidemia di TBC).
L’ospedale agrigentino che, nelle pagine della cronaca, venne definito un “manicomio-lager” chiuse definitivamente nel 1996.
Oggi quella struttura è sede della ASP agrigentina e del Dipartimento di salute mentale.
(soglie del testo) Una drammatica testimonianza sulla follia umana di quanti si dicono «sani» e di quanti sono giudicati malati. Dal «caso Agrigento», una finestra sulla condizione del malato di follia, su una solitudine terribile, su un enorme vuoto dl relazioni, su una specie di desolata allegoria del nulla.
«Forse non abbiamo neppure fotografato i "folli", ma soltanto degli uomini e delle donne che si sono perduti in un ex manicomio».
L'autore. Matteo Collura è nato ad Agrigento nel 1945. Autore del bestseller Sicilia sconosciuta (Rizzoli 1984, 1997) e della versione teatrale del romanzo si Sciascia Todo modo, scrive articoli di cultura per il Corriere della Sera e vive a Milano
L’Ospedale Psichiatrico di Agrigento. Un po' di storia
L’Ospedale Psichiatrico di Agrigento fu costruito tra il 1926 ed il 1931 sull’estremità orientale della collina detta della “Rupe Atenea” nell’ex feudo San Biagio, in una zona prevalentemente rocciosa
L’intera struttura manicomiale si componeva di tre corpi centrali posti su tre livelli e di dieci padiglioni sempre posti su tre livelli.
Il primo corpo era situato al centro del primo livello sul viale centrale e qui si trovavano ubicati la Direzione Sanitaria, la Segreteria, la Biblioteca, la Farmacia, i laboratori d’analisi cliniche, anatomia microscopica, l'ambulatorio di terapia fisica e ionoforesi, marconiterapia, ultrasuono, diagnostica radiologica, settore
ammodernato nel 1960 con un complesso di psicodiagnostica. In questo livello si trovavano anche l’alloggio dei medici e il cinema-teatro con 150 posti a sedere.
Il Secondo Corpo, al centro del secondo livello, ospitava la Direzione Amministrativa, l’Economato, l’alloggio
dell’economo, la cucina, la dispensa, il forno, le caldaie, la calzoleria e l’alloggio delle suore appartenenti all’ordine “Figlie di Sant’Anna”, il servizio cassa e l’officina degli elettricisti, la falegnameria, i laboratori per i fabbri e calzolai, per rispondere a tutte le esigenze interne.
Nel terzo corpo al centro del terzo livello erano ubicati il guardaroba, la lavanderia, la sartoria e la sala cucito e la stireria.
Più in alto ancora, quasi al limite con il muraglione del costone nord della Rupe Atenea, sorgevano il serbatoio centrale dell’acqua potabile e una grande cabina di trasformazione elettrica. I Padiglioni dei degenti. A sinistra di questi palazzi, rivolgendo lo sguardo verso la montagna, si trovavano i reparti maschili mentre a destra si trovavano i reparti femminili sempre in numero di cinque, disposti simmetricamente a seconda della destinazione.
La I sezione, anche chiamata Reparto Osservazione, era destinata agli ammalati primi ammessi da sottoporre per legge a 15 giorni di osservazione prolungabili a 30, prima della destinazione ai reparti.
La II sezione era riservata agli ammalati con diagnosi di malattia mentale ma bisognosi di ulteriori terapie intensive; qui trovavano posto anche gli ammalati “calmi”, bisognosi di terapie generali, ricostituenti o in attesa di essere affidati alla famiglia.
La III sezione era destinata agli “incurabili”, agitati permanenti aggressivi, suicidi, coprofagi, dementi irrecuperabili e cronici. Il reparto era comunemente chiamato la “Fossa dei Serpenti”.
[NB- In questo padiglione è stata allestita la mostra “C’era una volta il manicomio” ed è visitabile il rifugio antiaereo scavato nel tufo dai degenti, fissando un appuntamento]
Nella IV sezione era un settore di altissima vigilanza dove trovavano posto gli epilettici, parafrenici, schizofrenici o detenuti in osservazione psichiatrica, questi prevalentemente nella sezione uomini, si ha ricordo soltanto di una donna detenuta in osservazione psichiatrica.
La V sezione era occupata dai malati tranquilli piuttosto paranoici, non laceratori, affetti soprattutto da ansia e depressione.
Nel settore orientale si trovavano altri tre isolati: La Chiesa, la camera mortuaria dove venivano praticate le autopsie, e una altro reparto dalla capienza di dieci posti che originariamente fu di isolamento il cosiddetto “Reparto Infettivi” fu chiuso dopo la scoperta dell’antibiotico e i malati furono trasferiti in strutture
ospedaliere specializzate.
La zona più a sud dell’odierna Casa della Speranza, oggi occupata dall’orto botanico, era denominata zona Agricola, un podere esteso centinaia di ettari e il con un ricco frutteto, mandorleto, orto e numerosi animali che permettevano all’intero Ospedale Psichiatrico di rendersi per buona parte autosufficiente nel fabbisogno alimentale Chiesa di Sant’Antonio. La chiesa di Sant’Antonio, seppur nelle sue piccole dimensioni, è costituita da tre navate con arcate gotiche, dello stesso stile sono le quattordici finestre, per cui all’interno si può godere di una penombra che facilita il raccoglimento e la percezione del soprannaturale tipico dello stesso stile gotico che sembra spingere lo spirito verso l’alto.
Fu progettata dall’architetto Donato Mendolia.
Originariamente la Cappella fu dedicata al “Sacro Cuore di Gesù”
La capienza della chiesetta è di circa 150 persone ed è dotata di un prestigioso organo elettronico “Mascioni” del 1958.
[Ricerca storica e testi curata dal Dr. Giorgio Patti e dalla Dr.ssa Chiara Minuta]
Morire di classe (1969) da tempo non era più reperibile nelle librerie. Abbiamo deciso di ripubblicarlo ora, nella sua integrità, perché possa testimoniare alle nuove generazioni quale fosse la condizione dei malati mentali prima della rivoluzione di Franco Basaglia, di Franca Ongaro Basaglia e di tutte le donne e gli uomini che insieme a loro hanno operato per scardinare quel sistema. Un lavoro collettivo che ha segnato una svolta epocale nella gestione della salute mentale e ha portato all’approvazione della legge 180. (Alberta Basaglia, Luca Formenton)
Ringraziamo Elena Ceratti e Gianni Berengo Gardin per la collaborazione alla nuova edizione di questo libro «simbolo».
(da Wikipedia) Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin, pubblicato per la prima volta nel 1969, è un'opera che critica le condizioni in cui si trovavano gli ospedali psichiatrici italiani dell'epoca, pubblicato da Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia con fotografie in bianco e nero di Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin, una introduzione dei Basaglia e vari altri testi.
Contesto. Negli anni sessanta lo psichiatra Franco Basaglia era il direttore dell'ospedale psichiatrico di Gorizia. Anche se lo avrebbe dovuto gestire secondo i criteri tradizionali, simili a un carcere, Basaglia, sua moglie Franca Ongaro e il loro gruppo invece ridussero la contenzione dei pazienti, tanto che nel 1967 furono rimossi i lucchetti da tutti i reparti, in linea con gli ideali della psichiatria democratica. Basaglia ne scrisse in un libro molto famoso pubblicato nel 1968, L'istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico; e i cambiamenti da lui apportati furono meglio conosciuti grazie al documentario televisivo, I giardini di Abele, realizzato da Sergio Zavoli nel 1968 e trasmesso per la prima volta nel 1969.
Fotografia. Come riferisce il fotografo Gianni Berengo Gardin, nel 1968 Franco Basaglia chiese alla fotografa Carla Cerati di documentare per una rivista le condizioni nei manicomi italiani. A disagio per l'incarico, Cerati chiese a Berengo Gardin di accompagnarla; lui accettò a condizione che fosse permesso anche a lui di scattare fotografie, e in seguito convinse Basaglia a realizzare un libro. Nel resoconto dello storico John Foot non è menzionata nessuna rivista, e uno dei primi progetti del libro prevedeva fotografie di entrambi gli autori, Cerati e Berengo Gardin, ambedue già conosciuti da Basaglia.
Cerati e Berengo Gardin realizzarono i loro scatti in quattro ospedali: a Gorizia (il manicomio diretto da Basaglia), Colorno (vicino a Parma), Firenze e Ferrara. Il grado di libertà dei due fotografi variava notevolmente: fu permesso loro di visitare il manicomio di Firenze soltanto una volta (dove non furono bene accolti dalla direzione), ma erano molto più liberi di lavorare a Gorizia.
La loro fotografia era soggetta ad altri vincoli. Anche se Berengo Gardin aveva fotografato incontri tra pazienti a Gorizia, e scene in cui era presente Basaglia, queste ultime furono omesse dal libro: Basaglia voleva evitare l'impressione del paternalismo e Foot fa notare che le foto di Gorizia non rispecchiavano la situazione dell'epoca (insolitamente libera per i tempi) e si limitano a descrivere il suo passato repressivo.
Prima della pubblicazione del libro, e con l'appoggio del politico Mario Tommasini, fu organizzata a Parma una mostra intitolata La violenza istituzionalizzata (e più tardi fu spostata a Firenze); questa fu la prima occasione in cui furono esposte al pubblico molte delle fotografie che più tardi sarebbero apparse in Morire di classe.
Alcune immagini del libro sono state utilizzate anche nel film I giardini di Abele e Nei giardini della mente, per altri libri e volantini.
Testi. Il libro contiene un'introduzione scritta dai Basaglia, inoltre testi di Erving Goffman, Michel Foucault, Paul Nizan, Luigi Pirandello, Primo Levi, Louis Le Guillant e Lucien Bonnafé, Jonathan Swift, Rainer Maria Rilke, Frantz Fanon, Peter Weiss e altri.
John Foot fa notare nel suo saggio sulla storia della psichiatria radicale in Italia che sia l'introduzione sia il testo fanno uso della nozione dell'istituzione totale, creata da Goffman o da lui resa famosa, nozione importante nel libro di Goffman (pubblicato nel 1961) Asylums, la cui traduzione italiana era stata pubblicata nel 1968. Il manicomio era totalitario (Goffman e Foucault), "colonizzava" i pazienti (Fanon), o li riduceva alla condizione di uomini "vuoti" dei campi di concentramento (Levi).
Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin , pubblicato per la prima volta nel 1969, è un'opera che critica le condizioni in cui si trovavano gli
Merda di cane abbandonata (foto di Maurizio Crispi)
Questa è bella
Intervento geniale e creativo
in cui la parola si unisce al (mis)fatto da parte di un Censore che dà voce allo sdegno di una parte dei cittadini offesi e vilipesi
Immagino questo Censore ignoto che, fornito di cartoncini bianchi e di pennarello, gira per le vie della mia città
con la mission di contrassegnare con il suo cartellino le deiezioni dei cani abbandonate da padroni incivili e irrispettosi. Questo Censore è come l’arbitro di una partita di calcio che assegna ai giocatori che non rispettano le regole cartellini gialli e rossi.
La sua mission alla fine potrebbe sortire dei risultati positivi, sulla base del principio: “Colpirne uno per educarne cento!”
Il problema è che i trasgressori della norma e delle regole di civile convivenza hanno stomaci foderati di cuoio e, il più delle volte, sono immuni dal senso della vergogna e, del pari, non si sentono in colpa (e nemmeno sono sfiorati dal sentimento di colpa)
É questa una foto che potrebbe diventare iconica del malcostume imperante
#fotodimauriziocrispi
La sempiterna lotta,
senza esclusione di colpi
tra quelli che lasciano
la propria merda in giro
(se è del loro cane è la loro merda)
e quelli condannati a metterci i piedi,
sbadatamente,
o anche ad essere appestati dal fetore
di quei lasciti
davanti alla soglia delle proprie case e giardini
C’erano una volta tre alberetti
messi a dimora in Piazza Noce
Due non passarono l’estate afosa del ‘22
e morirono prosciugati dalla calura
Né i giardinieri del Comune,
né la gente del quartiere
si preoccuparono di abbeverarli
Il sopravvissuto alla prima estate
dopo la piantumazione
ha tirato avanti per un anno ancora
Ma non è riuscito a passare l’estate del ‘23
altrettanto afosa della precedente
Anche quest'alberetto
è morto di sete,
perché nessuno s’è preoccupato
di portargli dell'acqua
per rinfrancarlo
Adesso il tronco disseccato
è stato rimosso
ed è stato collocato di traverso
su due cassonetti dell’indifferenziata
all’angolo della via
Se ne sta là
da qualche tempo
e nessuno lo rimuove
Probabile che gli addetti
allo svuotamento dei cassonetti
ritengano che non sia faccenda
di loro competenza
Fino a quando la reliquia dell’alberello defunto
se ne starà là?
Non si sa!
Certo a vederlo così,
gli animi più sensibili fremono d'indignazione
La sua presenza lì, come spoglia,
è un monumento all'insipienza, all'indifferenza,
alla sciatteria, al pressapochismo, alla inettitudine
e a tutte le altre buone (pessime) qualità
dei cittadini non-cittadini
dei governanti non governanti
Devo partecipare ad una mezza maratona in una località imprecisata. Arrivo sul posto in auto, assieme ad altri, e parcheggiamo.
Dall'area di sosta bisogna salire su per una scala: incito le altre persone a far presto (“Presto che è tardi!”), ma quelle se ne rimangono ad indugiare vicino alla macchina, indolenti.
Io mi inerpico e mi fermo a guardarli dall'alto, da uno dei pianerottoli della lunga fuga di scale. Accanto a me c'è la mia amica Laura, runner e trailer di valore.
Decidiamo di proseguire: che gli altri si arrangino, il tempo stringe.
Finite le scale, ci ritroviamo davanti ad un vasto terreno pianeggiante che è, In realtà, una distesa di acqua lacustre, immobile come una lastra di vetro e meravigliosamente limpida. Io e questa Laura attraversiamo il campo lacustre a guado, con l'acqua che ci arriva alla vita.
La bellezza del posto è tale che, in un primo momento ci dimentichiamo dell'impegno della gara di lì a poco e ci viene naturale intraprendere spensierati giochi d'acqua, tuffandoci e rincorrendoci.
Splash, splash e poi ancora splash…
Ma si deve proseguire.
L’imperativo categorico del podista prende il sopravvento sul piacere e sul più puro istinto ludico: entra in scena il Super-io podistico, in altri termini.
Più avanti, la distesa lacustre finisce e siamo di nuovo sul terreno solido.
E riprendono le infinite rampe di scale.
Il tempo è tiranno. La Laura adesso è scomparsa: mi accorgo all’improvviso di essere solo.
Penso: Si sarà affrettata per arrivare alla partenza… Tutto sommato, lei è una delle favorite.
Io, invece, indugio ad attendere quelli con cui eravamo arrivati che sono sempre più in ritardo e ancora fuori dalla vista.
La scala è percorsa da una continua processione di podisti vocianti che mi superano, costringendomi a farmi da parte per non esserne travolto.
Vanno d’impeto, come è naturale che sia, tutti presi dall’eccitazione della gara imminente.
Io, messo da parte rispetto alla corrente dinamica di uomini e donne in completini da runner, attendo: afferro il mio cellulare e cerco di connettermi con uno dei miei amici.
Mi confondo, però: è come se non riconoscessi più le singole funzioni del dispositivo. Poi, mentre me lo rigiro tra le mani, mi rendo conto che stavo cercando di telefonare con una macchinetta fotografica digitale compatta. Rimango stordito e semi-paralizzato. Gli addetti dell'organizzazione, che già vedo in cima all’ultima rampa di scale, mi incitano a gesti a sbrigarmi: mi rendo conto che il tempo sta per scadere...
Cerco, a questo punto, di rimettermi in movimento, anche se i miei amici non sono ancora arrivati, ma sono come paralizzato. Penso che non ce la farò mai ad arrivare in tempo alla linea di partenza. E più penso a questo, più mi sento diventare pesante, come fossi incollato al suolo e schiacciato prepotentemente da una maligna forza di gravità.
[questo sogno è dellanotte del 13 gennaio 2013]
Aggiungo in calce due spunti associativi, stimolati da alcuni commenti postati in calce allo scritto sul profilo Facebook
Prima ancora di iniziare a correre, sognavo di correre, di camminare e di andare di continuo in luoghi lontani.
La mia casa, in questi sogni, era sempre la strada. Non avevo mai requie.
Poi, ho cominciato a correre, ma i sogni in cui correvo e camminavo hanno continuato a visitarmi.
Anche se di base sono stanziale e non sono certo "leggero" (essendo pieno di ingombri tra i quali i molti miei - beneamati - libri) come il sinologo protagonista di Autodafè di Elias Canetti, in realtà con la mente - e qualche volta anche con il corpo - sono in movimento su qualche strada.
Credo di essere, fondamentalmente, un nomade e un vagabondo.
Quando da piccolo mi chiedevano - come si fa per gioco - cosa avrei voluto fare da grande, rispondevo con molta serietà e decisione: "Voglio fare il vagabondo!"
I sogni servono a questo: a ricordarci chi siamo e da dove veniamo, a dirci cosa vorremmo essere e a segnalarci dove vorremmo andare o dove potremmo essere
A proposito di telefono (che sembrerebbe essere uno degli elementi chiave del sogno), proprio in questi giorni vado rimuginando delle riflessioni che partono dal sentimento di stizza e di fastidio ogni qualvolta vedo qualcuno che declama per strada le sue telefonate, oppure che parla al cellulare mentre è alla guida della sua auto (sprezzante del divieto) oppure ancora intento a digitare messaggi sempre mentre è alla guida.
In questi casi, sono sopraffatto da un sentimento di stizza, che si tramuta in ira savonarolesca, se non addirittura in un movimento repentino (ed inaccettabile, per alcuni versi) di odio.
Poi, il tutto si stempera e rimane soltanto una bava di antipatia e futilità.
Ma che hanno da dirsi? - mi chiedo.
Perché non assaporare il momento della solitudine e dell'essere soli con se stessi alla guida della propria auto o mentre si cavalcano i "cavalli di San Pietro"?
Rimango del tutto basito da questa incapacità del mio prossimo di poter accedere ad un momento di fusione con se stessi e con il mondo, come potrebbe accadere mentre tu cammini solo con i tuoi pensieri e totalmente immerso nella realtà che ti circonda, in uno stato d'animo fluido e permeabile da dove - esattamente come quando ti siedi su di una panchina ad osservare il mondo che scorre accanto e attorno a te che te ne stai immobile - non sei isolato dagli altri, ma puoi osservarli e fantasticare su di loro.
La telefonia mobile ti riempie le orecchie di un costante brusio di fondo, mentre la messaggeria per sms ti annebbia la vista.
I tuoi sensi vengo ottusi e la tua mente non può più vedere.
Rimani prigioniero di invisibili fili.
Per quanto concerne, la meraviglia del telefono mobile che si tramuta in macchina fotografica digitale, questa trasformazione esprime molto la mia cifra personale di "catturatore d'immagini" (mentali innanzitutto).
Mi relaziono con il mondo, il più delle volte, con la macchina fotografica - non ho difficoltà ad ammetterlo e osservo le cose attraverso un mirino e, se non ce l'ho materialmente con me, è come se ce l'avessi.
Devo anche aggiungere che questo sogno si sta rivelando molto produttivo e che i commenti si dipanano quasi come se fossi sdraiato sul lettino di uno psicoanalista [commenti presenti sul profilo facebook e qui non riportati, all'infuori di quello sul telefono].
(Scrive, in un commento, Alice Ferretti, al secolo Tiziana Torcoletti, su FB)
Mauri in caso ti ricapitasse🙂:
"Telefonare è il gesto familiare che si compie molto di frequente con cui si ricerca o si riceve una comunicazione. Telefonare o ricevere chiamate è altrettanto frequente nei sogni proprio perché è un’azione ampiamente diffusa, con connotazioni che vanno al di là dell’ atto puro e semplice.
Telefonare è entrare in “contatto” con qualcuno di cui in quel momento si ha bisogno, qualcuno che si ama o con cui c’è un legame, è cercare notizie di chi provoca un interesse, è sentire una voce che può avere un profondo significato, è prendere accordi, chiarirsi, o anche affrontare argomenti scabrosi che la lontananza fisica può più o meno facilitare, è ricevere buone o cattive notizie, è l’ ignoto di una voce sconosciuta.
Il telefono è il mezzo che consente tutto questo e che, nella nostra epoca vissuta all’insegna della velocità, assume un’importanza esponenziale trasformato in cellulare, nella possibilità quindi di creare un collegamento in ogni situazione e in ogni momento.
Il vecchio telefono fisso che consentiva di parlare solo in determinati luoghi e solo previa ricerca del numero telefonico e del rituale ruotare del disco numerico, è stato così soppiantato dal cellulare che ci accompagna ormai in ogni luogo. Difficile pensare che un uso così ampio ed una diffusione ormai capillare di tale strumento non si accompagnino ad un investimento libidico e a proiezioni individuali molto forti.
Così nei sogni, telefono fisso, cordless o cellulare diventano il simbolo della possibilità di “comunicare“, possibilità che viene vissuta molto spesso come “potere” di risolvere una situazione, di ritrovare un legame, di trovare aiuto. Le immagini oniriche in cui il telefono appare sono varie ed accompagnate da emozioni molto diverse. L’analisi di ogni situazione e di ogni sfumatura emotiva sarà allora indispensabile per comprendere il significato simbolico che il telefono assume.
Frequentissimi sono i sogni in cui si tenta di telefonare al proprio partner o alla persona di cui si è innamorati, accade allora che: non si trovi più il cellulare, non si ricordi più il numero da digitare, non si riesca a digitare tale numero, oppure giunga all’orecchio una voce incomprensibile o suoni che disturbano la ricezione. Questi sono forse i casi più frequenti che possono alludere a difficoltà di comunicazione nella coppia, a tentativi fatti in tal senso che non hanno portato a buon fine, oppure, situazione anche questa molto frequente, ad un interesse a senso unico, un amore non condiviso.
Tuttavia essere ostacolati nel telefonare o non sentire con chiarezza ciò che l’ interlocutore dice, può fare riferimento anche a difficoltà presenti in rapporti più formali, in situazioni di lavoro di affari: “non ci si capisce” non si riesce a trovare un codice comune, non c’è un mezzo che consenta la “comprensione”.
Così telefonare e non ricevere nessuna risposta può indicare il “silenzio emotivo” da parte della persona che si cerca: un amore finito, un’amicizia incrinata, aspettative e bisogni che sono disattesi.
Ricevere una telefonata può mettere in evidenza la disponibilità di qualcuno nell’offrire sostegno, aiuto, amore al sognatore, mostrare che questi non è solo, che ha legami “attivi ” nella vita, mentre la qualità dell’interazione telefonica può mostrare la disponibilità a farsi aiutare e a saper ricevere.
Capita anche che il telefono funga nei sogni da tramite con il mondo dei defunti, numerosi esempi evidenziano quanto questo mezzo sia usato nelle situazioni oniriche alla ricerca di un ulteriore contatto con la persona cara scomparsa, e come sia straziante il silenzio, la comunicazione mancata o la ricezione che si interrompe, come avviene nel sogno seguente:
“Provo a telefonare a E. per metterci d’ accordo sul programma del pomeriggio. Il telefono squilla, ma lei non risponde. Non so come ma mi trovo proiettato a casa sua dove vedo che lei non vuole rispondere… fissa il telefono sorridente, guarda me (non so come ma si è resa conto che in un qualche modo sono li) e mi fa capire che questa, cioè rispondere ad una mia chiamata, sarà una di quelle cose che non potrà mai più fare! A questo punto io mi sveglio di soprassalto ed un’angoscia terribile mi assale, piano piano realizzo il sogno e metto a fuoco la realtà.” ( M.- Roma)
Sogni di questo genere possono ripetersi durante l’ elaborazione del lutto fino a che il sognatore infine “lascia andare” il legame terreno che ancora lo condiziona ed in lui subentra la rassegnazione."
( Maurizio Crispi ). Ho sempre fatto nella mia vita dei sogni in cui correvo e, se non correvo, camminavo lungo una strada senza fine. In entrambi i casi, se cambiavano di volta in volta gli scenari
Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre
armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro
intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno
nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).
Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?
La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...
Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...
Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e
poi quattro e via discorrendo....
Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a
fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.
E quindi ora eccomi qua.
E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.