Ho sognato che mi trovavo su di una lunga spiaggia,
immensa,
che si perdeva nella lontananza
e non se ne vedeva la fine
Era piatta
Lo sguardo correva lungo di essa,
senza incontrare ostacoli
Non vi era vegetazione ad interromperne la monotonia
e nemmeno una linea di dune alle sue spalle
verso l'entroterra
Era tutto un piattume
La sabbia era liscia e fine, compatta, umida
perchè frequentemente invasa dalle onde
nei giorni di tempesta
Se, da un lato, non ci fosse stata la linea grigio-blu del mare,
l'essere lì
avrebbe potuto dare l'impressione di stare
su di una vasta superficie desertica
Eppure era una lunga spiaggia infinita,
un limite, forse una linea di confine
Anche al di là della spiaggia
verso l'interno,
non si intravedeva alcunché
che servisse a creare una sensazione di movimentazione paesaggistica
Nulla di nulla
Partecipavo ad una gara,
prima correndo a piedi,
all'inseguimento di altri avversari,
anch'essi costretti a muoversi a piedi
Mi difendevo dagli assalti di quelli che erano alle mie spalle,
ma anche insidiavo con il mio passo costante
quelli che mi precedevano
Non v'erano giudici di gara,
del pari non v'erano spettatori o fan,
soltanto noi
che avanzavamo lungo la spiaggia-deserto
Eravamo dei benandanti, forse
Poi, invece, la corsa continuava,
ma in altro modo
Ognuno era in sella ad un trabiccolo fantasioso,
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del tipo che si vedono in Quei pazzi sulle macchine volanti
oppure nella Corsa più pazza del mondo
Anche qui, sulla mia bizzarra cavalcatura meccanica,
mi comportavo bene e non sfiguravo
Mi chiedevo quale senso potesse avere questa corsa eterna,
quale sarebbe stato il premio spettante a ciascuno di noi
Neppure sapevamo dove sarebbe stato il traguardo,
nemmeno sapevamo se ci sarebbe mai stato un traguardo
Eppure, malgrado le incertezze,
malgrado gli interrogativi e i dubbi,
sperimentavo un senso di grande pace interiore,
immerso com'ero,
nell'eterno ricorrere
del qui ed ora di quella corsa
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Dovevo acquistare un biglietto per il treno
C’era il grande dilemma se andare ad acquistarlo direttamente allo sportello, oppure telefonicamente o addirittura online
Innanzitutto c'era da scegliere tra queste
possibili alternative e il dubbio era lacerante
Poi, quando finalmente decidevo di usare il telefono per collegarmi online, c'erano delle complicazioni di ogni genere
Non riuscivo a fare funzionare il telefono
Provavo e riprovavo
Numerosi erano i tentativi che andavano a vuoto
Si avvicinava inesorabile il tempo della partenza ed ero ancora a niente
Più tardi, con Gabriel mi ritrovavo all'interno di un grande museo, in visita
Era un museo che esponeva le antichità di una regia casertana
Passavamo attraverso grandi e magnifici saloni, adornati di splendidi pezzi di mobilia d'epoca, sfarzosi, grandi specchiere dovunque, arazzi e dipinti di grandi dimensioni, oltre a ritratti di regnanti e dignitari di alto lignaggio
Era tutta una meraviglia
Bacheche, vetrinette, mensole ospitavano preziose collezioni di oggetti d'uso quotidiano, porcellane, cineserie, utensili e posate d'argento cesellato, ma anche statuine e altri oggetti privi di qualsiasi utilità pratica, madi squisita fattura: di tutto e di più, e persino pregiati pralli, vanvere e piritere, ma c'era anche un'intera collezione di dildi in ceramica, legno cesellato, vetro, oro e argento, di tutte le forme e dimensioni
Prendevo in mano una delicata tazza di porcellana per esaminarla meglio
Perdevo la presa del manico e whoops! la tazza cadeva a terra e si frantumava in mille pezzi, alcuni più grandi e altri minuti e minutissimi, più che altro schegge e materiale polverizzato
I cocci più grandi li raccoglievo da terra e li posavo su di una mensola molto alta, fuori dalla vista
Avevo il cuore in gola
Mi chiedevo quanto avrei dovuto pagare per risarcire il museo del danno che avevo causato
Raccolsi anche i più minuti frammenti e li misi in tasca
Nel mentre sopraggiungevano altri visitatori, ma forse di nulla si accorsero, costoro (o forse sì? Non potrei giurarci)
Entrando nella sala successiva, un Guardiano, vedendoci arrivare, intonò un canto melodioso e minaccioso al tempo stesso, le cui uniche parole facevano così:
Tazza rotta! Rotta tazza!
Tazza rotta! Rotta tazza!
Tazza rotta! Rotta tazza!
E questo canto si dipanava in tutte le possibili sfumature cantoriche e cantabriche
Era un modo per avvisare tutti della rottura appena avvenuta e che l’occhio onnipresente e onnisciente del Guardiano aveva colto
Pur continuando a camminare con quei minuti frammenti che ballonzolavano nella tasca e che, ogni tanto, attraverso il tessuto sottile mi pungevano la coscia, provavo un intenso imbarazzo ed un greve senso di colpa
Mi sentivo in pericolo
Quanto potrà costarmi riparare al danno fatto?, mi chiedevo di nuovo, con rinnovata ansia
Poi tutto andava in dissolvenza
(19.07.2026)
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