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23 gennaio 2026 5 23 /01 /gennaio /2026 11:56
Franco Basaglia e altri (a cura di Marina Setaro), Fare l'impossibile. Ragionando di psichiatria e potere, Donzelli, 2024

"Fare l'impossibile. Ragionando di psichiatria e potere" è un volume con la curatela di Marina Setaro (pubblicato da Donzelli, nel 2024) che raccoglie degli scritti e trascrizioni inedite conservate nell'Archivio Basaglia.
Il volume è stato pubblicato in occasione del ricorrere del centenario della nascita di Franco Basaglia

I preziosi documenti inediti che con questo volume vedono la luce si collocano tra il concludersi dell'esperienza goriziana e l'avviarsi di quella triestina, forse mentre è ancora in corso la breve parentesi di Colorno

Nel primo contributo è Basaglia che parla davanti ad un pubblico di studenti universitari, facendo il punto della situazione e esponendo se stesso, come un personaggio che, in un certo senso, è divenuto un "fantasma" dal punto di vista dell'immaginario; il secondo contributo contiene un dibattito e confronto di idee che vede coinvolti, oltre allo stesso Basaglia, Franca Ongaro, Michele Risso e un altro; il terzo, invece, è una relazione tenuta da Franco Basaglia sulla condizione della donna e sulle malattie psichiatriche in ambito femminile, come espressione di  emarginazione, controllo e scarsa emancipazione, assieme ad una mortificazione sistematica delle risorse interiori e delle qualità della Donna.

Il volume è arricchito dall'articolata presentazione da parte della curatrice e da un apparato di note a piè di pagina. 

(risvolto) «Noi psichiatri abbiamo il vantaggio che in qualunque istituzione psichiatrica andiamo, troviamo sempre la stessa faccia, lo stesso malato, cioè il malato dell’ospedale psichiatrico. Hanno tutti la stessa faccia, sembrano che abbiano tutti la stessa malattia: in effetti questa malattia è il prodotto dell’istituzione».
A cento anni dalla nascita di Franco Basaglia, quale traiettoria è possibile tracciare di una delle personalità più influenti della psichiatria italiana del XX secolo? Questo libro prova a rispondere con l’aiuto di tre nuovi documenti emersi dagli archivi e mai pubblicati fino a ora. Tre inediti che consentono di entrare nel vivo dell’esperimento che nei primi anni Settanta preparava il terreno all’abolizione dei manicomi e alla nascita dei servizi di salute mentale. «Abbiamo iniziato a fare quello che ritenevamo impossibile – scrive Basaglia – cioè trasformare una istituzione da violenta e bruta e mortificante in un’istituzione dove ci fosse la possibilità di chiamare un uomo “uomo”».
La persona che è diventata il simbolo di questa battaglia viene qui presentata come un corpo e un pensiero collettivi. Nel libro vengono raccolti, infatti, interventi dal tono discorsivo in cui Basaglia compare in relazione e rapporto con altre voci, quelle di Franca Ongaro, Michele Risso e altri protagonisti del movimento antimanicomiale.
Il saggio introduttivo di Marica Setaro e le note ai testi guidano il lettore nell’esplorazione di momenti, contesti e figure che raramente sono stati messi a fuoco. I dialoghi colpiscono perché mostrano una discussione aperta che coinvolgeva le assemblee di gruppo e che, a distanza di cinquant’anni, ci fa cogliere le contraddizioni che il nome Basaglia riassumeva in sé.
La posta in gioco è alta: il senso di essere psichiatri mentre si scardina l’impianto della psichiatria stessa; la fatica di rendere l’esperienza di Trieste un modello costruttivo dove imparare a praticare una piccola rivoluzione.
Emerge da questi tre scritti un uomo e uno psichiatra a cui non sfugge il rischio che il suo nome possa diventare soltanto un simulacro di libertà.
Così come risalta la consapevolezza della lunga marcia che ancora attende quanti vorranno lasciare il segno effettivo di una trasformazione politica, ma non solo. Più volte Basaglia sottolinea il peso scientifico e culturale di questo processo: quali logiche e quali metodi prenderanno il suo posto? Ieri come oggi sono domande cruciali per rispondere al «problema psichiatrico». Psichiatria senza manicomio; la necessità storica che la parola «cura» significhi restituzione di dignità, diritti e soggettività ai «dannati della terra» (gli ultimi e coloro senza diritto alcuna, secondo la definizione di Fanon)..

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9 ottobre 2025 4 09 /10 /ottobre /2025 12:44
Foto tratta dal volume Morire di classe con le foto di Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin

Nel mio lavoro di psichiatra in CTA (Comunità Terapeutica Assistita) ho momenti di grande sconforto
Dovremmo lavorare per la "riabilitazione", ma di progressi nella via della riabilitazione e dei reinserimento familiare e sociale ne vedo ben pochi.
Sembra di poter fare poco o punto per alcuni pazienti
Ciò è evidente in alcuni casi che cito di seguito con poche immagini-flash.
C'è quello assolutamente deteriorato dopo anni e anni di trattamenti farmacologici pesanti  - un tempo si sarebbe detto "istituzionalizzato", ma il termine rimane valido anche adesso - assillato dai bisogni più primitivi: "Ho fame! Ho fame!", ad esempio, quando non è certamente tenuto a stecchetto e riceve pasti regolari e abbondanti
C'è quello che non vuole più stare qua e che, ogni giorno, si profonde in litanie e preghiere: "Voglio andare a casa! A casa! A casa!"
C'è quello che si rifiuta fermamente di lavarsi e di provvedere alla benché minima igiene personale e si piscia di sopra sovente
C'è quello che se ne sta chiuso nella sua stanza e che non vuole avere a che fare con niente e con nessuno, salvo ad uscirne, solo nel momento dei pasti:
C'è quella che scappa in continuazione e che, dalle poche cose che ci comunica, ci fa capire di non avere un centro e che nessun posto possa andare bene per lei. Ma se scappa noi dobbiamo sempre cercare di riprenderla.
C'è quella che rifiuta di levarsi le lenti a contatto per andare a  dormire e non se toglie da mesi e ha gli occhi gonfi.

Ma la cosa che è più sconfortante è che per tutti - quasi - manca un progetto per un dopo
Dove dovranno andare.
Cosa potranno fare.
Cosa dovremmo fare noi, se abbiamo degli interlocutori istituzionali che sono il più delle volte latitanti e poco disponibili (a loro volta assillati dal numero davvero grande di prese in carico e dalla scarsità delle risorse umane)?

Spesso non c'è un progetto di uscita e/o di svincolo.
Mancano le alternative.
E' come se, al di là della cortina di belle parole e dell'enunciazione di programmi che rimangono prive di sostanza, questi pazienti fossero come depositati in un posto dove debbano semplicemente "stare" in una sorta di purgatorio.
Intanto chi, delle diverse istituzioni che li ha mandati a noi si dimentica di loro.
Qualche volta ho l'impressione che queste Comunità terapeutiche per pazienti psichiatrici siano una sorta di deposito o contenitore - dove i pazienti vengono posati per periodi più o meno lunghi e poi dimenticati.

Lo dirò con termini più idonei: a volte ho l'impressione le CTA sempre più si configurino come parte di una rete di servizi che qualcuno ha definito come elementi esprimenti una "mini-manicomialità diffusa", in barba alle più belle intenzioni della legge 180 del 1978.

Copertina del podcast omonimo

Sono certo che oggi, se Franco Basaglia sentisse di queste declinazioni delle prassi terapeutiche e assistenziali offerte dai servizi di tutela della salute mentale, si rivolterebbe nella tomba.
In verità, il manicomio non è morto, in quanto costrutto mentale generatore di esclusioni. 
E' ancora presente nella mente di molti. 
Poi, nella concretezza, ci si deve confrontare con i "manicomi chimici" e con tutte le derive fortemente coercitive per l'individuo indotte dai trattamenti psicofarmacologici a lunghissimo termine senza alcun progetto di svincolo dallo stesso Farmaco (o quanto meno senza mai provarci e dando per scontato che tutte le malattie mentali siano delle malattie "metaboliche" del cervello - come discendente dalla famosa ed esecrabile "teoria del cervello rotto") che si tratti d’un unico farmaco o, più sovente, di un cocktail di farmaci diversi e disparati che si aggiungono come stratificazioni ed incrostazioni man mano che progredisce e si cristallizza la "carriera" del malato di mente; e con la mini-manicomialità diffusa, di cui sopra, vi è il moltiplicarsi sempre più spinto delle strutture residenziali convenzionate per assicurare delle degenze medio-lunghe o lunghissime.

Sto leggendo proprio in questi giorni un manuale scritto dallo psichiatra americano Breggin1, il quale - con il supporto dei risultati di studi approfonditi - argomenta che gli psicofarmaci "fanno male" e che dovrebbero essere utilizzati in modo mirato e per il più breve periodo possibile, allo scopo di evitare complicanze e sindromi di vario genere. 
Muovendosi in un terreno di "psichiatria etica" non è pensabile continuare ad alimentare la pseudo-cultura (quella sostenuta a spada tratta - tra l'altro - dalle case farmaceutiche) della somministrazione ad oltranza degli psicofarmaci di qualunque tipo essi siano, sulla base dello pseudo-principio (enunciato spesso come un dogma) che queste tipologie di trattamenti sono come l'insulina per il diabete e che cioè vanno proseguiti a vita.
Niente di più falso!
Non c'è di fatto alcuna apertura verso l'ipotesi etica di una sospensione - sia pure con gradualità - delle terapie con i farmaci e il loro rimpiazzo con altre tipologie di interventi. 
Invece si è costretti a fronteggiare situazioni cliniche ingravescenti che vengono lette forzatamente come espressione di malattie mentali inemendabili, espressione di un ipotetico "guasto" al cervello (é la sopracitata teoria del "cervello rotto”, portata all'attenzione del grande pubblico in un volume specifico dalla psichiatra e neuroscienziata americana Nancy C. Andreasen2): e intanto i pazienti sottoposti a trattamenti farmacologici a vita vanno incontro a manistazioni che compromettono la loro salute, con 
quadri come il CBI (Chronic Brains Impairment), la DT (Discinesia Tardiva) e le sindromi extra-piramidali, la sindrome dismetabolica, le complicazioni cardiovascolari, e il corollario di una forte riduzione dell'aspettativa di vita..

Foto tratta dal volume Morire di classe con le foto di Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin

Questo - quello determinato dall'uso cospicuo, generoso e continuo degli psicofarmaci - è  ancora, né più né meno manicomio, un manicomio senza mura, un manicomio invisibile, ma pur sempre manicomio.

Il Manicomio, uscito dalla porta con la la legge di riforma del 1978, è oggi rientrato dalla finestra sotto mentite spoglie ed è dentro i pazienti che sono paralizzati, bloccati, patologizzati, indeboliti dai farmaci che somministriamo loro, ma è anche dentro di noi che prescriviamo e che, spesso, manteniamo le terapie decise da altri.

Poi, si continua a dire di fronte a pazienti che, nel corso di anni di trattamenti sono stati trasformati in relitti per i quali si dice che non sono più "riabilitabili" e che tutto ciò è effetto della malattia mentale stessa, con la rinuncia ad assumere una posizione mentale critica che consenta di fare una revisione autentica delle prassi correnti.

Si segue costantemente la via della minore resistenza è una logica fortemente difensiva: continuando imperterriti a somministrare farmaci, senza mai ipotizzare un possibile scalaggio dolce, incrementando le dosi o la tipologia dei farmaci non appena si manifestano effetti avversi o effetti paradossi e, interpretando i segni astinenziali derivanti dalla sospensione di questo o quell'altro medicamento, come espressione di una mera ricaduta nella patologia e quindi come elemento motivante ad incrementare ulteriormente le dosi o ad aggiungere altri farmaci allo schema posologico.

E' chiaro che le CTA e le cliniche a lunga degenza, in questo contesto, tendono a diventare sempre più delle strutture a funzione puramente contenitivo, luoghi in cui degli esseri umani reificati vengono depositati e dimenticati. 
Questa è appunto la condizione di mini-manicomialità diffusa descritta in questi termini solo da pochi pensatori coraggiosi, tra i quali si annovera Piero Cipriano con i suoi numerosi scritti di critica e di denuncia, e che potenzia a dismisura l'altro manicomio persistente e tenace che è quello "chimico", in altri termini quello determinato dall'imperio dei farmaci.

Sì, sono davvero pochi quelli che sono disposti a dire le cose come stanno, a fare una critica serrata, a prendere posizione, anche perché modalità operative consolidate su posizioni preventivamente difensive non lo consentono

Eppure, è così che vanno le cose e scrivo tutto questo oggi alla vigilia pochi del ricorrere della Giornata Mondiale della Salute.

In questa psichiatria che, a parole, promuove la riabilitazione, ma che nei fatti la nega, non mi riconosco.

 

_________________________________

1. P.R. BregginLa sospensione degli psicofarmaci. Un manuale per i medici prescrittori, i terapeuti, i pazienti e le loro famiglie, Giovanni Fioriti editore, 2018
La regolare assunzione di psicofarmaci è e stremamente pericolosa e sono ancora più pericolose le variazioni di dosaggio, comprese la riduzione e la sospensione di tali farmaci.
Questo libro ha lo scopo di fornire informazioni cliniche e di ricerca aggiornate su quando e come ridurre o sospendere gli psicofarmaci. Descrive un approccio multidisciplinare centrato sulla persona concepito come una guida. Il team comprende prescrittori (psichiatri e altri specialisti, medici) e terapeuti (psichiatri, assistenti sociali, psicologi, counselor, terapeuti di coppia e familiari, professionisti della terapia occupazionale e ricreativa, infermieri e altri). Il team è concepito per includere anche il paziente, la sua famiglia e altri soggetti che svolgono un ruolo significativo per il paziente stesso. Questa guida inizia passando in rassegna gli effetti avversi che possono richiedere la riduzione o la sospensione dello psicofarmaco.
Passa poi a discutere gli effetti dovuti alla mancata assunzione di questi farmaci per far familiarizzare i medici, i pazienti e le famiglie con questi problemi

Nancy Andreasen, Il cervello rotto. La rivoluzione biologica in psichiatria, Longanesi

2. Il libro, pubblicato originariamente nel 1984 con il titolo The Broken Brain: The Biological Revolution in Psychiatry, e tradotto in italiano come Il cervello rotto. La rivoluzione biologica in psichiatria, descrive in dettaglio l'approccio biologico ai disturbi mentali. 
Nel suo volume, Andreasen non "avanza" una teoria critica (come talvolta l'espressione viene usata oggi), ma piuttosto sostiene con forza la prospettiva organicista della malattia mentale, vedendo i disturbi psichiatrici come patologie del cervello con cause fisiologiche identificabili, e promuovendo l'uso di farmaci come trattamento primario. Il libro è stato un punto di riferimento per la cosiddetta "rivoluzione biologica" in psichiatria. 

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18 febbraio 2025 2 18 /02 /febbraio /2025 12:07
John Foot, La «Repubblica dei matti». Franco Basaglia e la psichiatria radicale in Italia, 1961-1978, Feltrinelli UE

John Foot, docente di Storia Contemporanea Italiana e autore di numerosi saggi  storici tematici, con "La «Repubblica dei matti». Franco Basaglia e la psichiatria radicale in Italia, 1961-1978" (nella traduzione di Enrico Basaglia), pubblicato da Feltrinelli nel 2014 e successivamente nella UE (Universale Economica) alcuni anni dopo (nel 2017) ci ha regalato un contributo di grande rilevanza e soprattutto "super partes" in un ambito storiografico italiano che all'interno del grande capitolo dell'evolversi della Sanità pubblica nel corso del XX secolo tracciasse la storia della "distruzione" dei manicomi e l'apertura di un'epoca di assistenza ai pazienti psichiatrici più umana e più rispettosa dei comuni diritti dei cittadini.

In italia, pochi lo hanno fatto: infatti, come osserva lo stesso Foot, sono mancati sostanzialmente degli studi obiettivi e onnicomprensivi che andassero alla ricerca delle fonti e che tracciassero un'effettiva articolazione del movimento - in fondo pluricentrico - che ha portato a sostanziali trasformazioni (laddove invece sono rintracciabili molteplici testimonianze parziali a firma di quegli stessi operatori che vissero il movimento oppure degli scritti (in forma di articoli o saggi) da parte dei detrattori di quelle esperienze. In entrambi i casi, siamo di fronte ad una letteratura che ha prodotto "fonti" scritte in termini di riflessioni, resoconti di accadimenti, testimonianze, ma di un tentativo storiografico accurato (non a caso John Foot, mette mano a questa storia, soltanto in occasione del trentennale della promulgazione della cosiddetta "Legge Basaglia", quando cioè, il tempo trascorso aveva consentito la messa a punto di un analisi più oggettiva e attendibile).
Rimane comunque valido interrogarsi sul perché nessun studioso italiano abbia voluto intraprendere questa fatica. Forse, secondo John Foot, ciò è accaduto perché in Italia si è rimasti fermi ad un dibattito di tesi contrapposte e nessuno si è sentito l'animo di proporre uno sguardo più esaustive che sormontasse le contrapposizioni e che potesse fornire un racconto dettagliato, mostrando tutti gli aspetti del cambiamento e delle trasformazioni.
Ma quale movimento si sviluppò a partire dai primi anni Sessanta sino al momento culminante del 1978 (anno che vide la promulgazione della 180) e che protrasse i suoi effetti trasformativi sino ai tardi anni Novanta sempre del XX secolo?

Allora si parò di "antipsichiatria", un termine che da certi orientamenti di pensiero fu ovviamente molto contestato perché faceva parere che ci si volesse muovere verso una totale cancellazione delle sindromi psichiatriche e dello stesso ruolo dei medici che si specializzavano in questo settore medico, ma giustamente John Foot ricusa quel termine poiché lo si può applicare soltanto ad un gruppo ristretto di esperienze nell'assistenza psichiatrica (si veda ad esempio il movimento transitorio dell'antipsichiatria britannica, impersonato in modo particolare da David Cooper e Ronald Laing) e preferisce optare sulla definizione di "psichiatria radicale" che meglio si attaglia ad un'applicazione storiografica non soltanto di quanto accade a Gorizia e a Trieste con Franco Basaglia, leader ed ispiratore della trasformazione, ma agli accadimenti che si verificarono in molti altri contesti, in ciascuno dei quali si ebbero delle specificità.

Quella che si verificò fu una trasformazione policentrica 8che ebbe a teatro diverse regioni e provincie italiane) sempre a partire da "psichiatri radicali" che poterono operare grazien ad alleanze virtuose con il potere politico (e nella fattispecie con le Amministrazioni provinciali locali, visto che i Manicomi (o Ospedali Psichiatrici) erano sotto la giurisdizione delle provincie.

A Basaglia, alla prima e alla seconda equipe goriziana, ma anche al gruppo di operatori che assieme a Basaglia operarono a Trieste (mentre ebbe scarsa rilevanza la parentesi di Colorno) va il merito di avere avuto una grande risonanza mediatica (grazie anche alle capacità di esposizione dello stesso Basaglia, ma sicuramente con il favore di certe circostanze e congiunture.

il "fenomeno Basaglia" impersonificò il cambiamento in corso (necessario e non più procrastinabile) che, in realtà fu policentrico, poiché i tempi erano ormai maturi per questo: molte altre esperienze coeve che, in diverse realtà manicomiali operarono tentativi di cambiamenti più o meno fruttuosi (come a Perugia o ad Arezzo) rimasero in ombra in quanto oscurati dalla invadenza mediatica (in senso buono) di Basaglia e di quanto collaborarono con lui in modo diretto tra Gorizia e Trieste e che poi andarono incontro ad una diaspora che li portò ad operare in diversi altri contesti per l'abbattimento delle mura manicomiali e per la trasformazione dell'assistenza psichiatrica.

Tutto questo ci racconta in modo appassionato e con dovizia di dettagli John Foot, con il supporto di un ricco apparato di note e di un'esaustiva bibliografia.

(Quarta di copertina) Nel 1961 Franco Basaglia assume la direzione del manicomio di Gorizia; nel 1978 la legge 180 decreta la chiusura definitiva dei manicomi in Italia. La battaglia per la riforma radicale dell'assistenza psichiatrica fu innescata dal rifiuto di pochi medici e amministratori locali di avallare gli orrori di una realtà spesso paragonata ai lager nazisti. Dal lavoro concreto per l'umanizzazione di un istituto meramente repressivo nasce una riflessione culturale e politica di vasta portata sui meccanismi dell'esclusione sociale e sull'idea stessa della malattia mentale. Nel clima febbrile degli "anni delle riforme" e del Sessantotto, libri come "Che cos'è la psichiatria?" e "L'istituzione negata" consegnano al Movimento, la realtà della lotta anti-istituzionale sul campo, mentre documentari televisivi come "I giardini di Abele" di Sergio Zavoli contribuiscono alla diffusione di una nuova sensibilità nell'opinione pubblica. Conclusa l'esperienza pionieristica di Gorizia, gli psichiatri radicali incontreranno a Trieste, Parma, Perugia, Reggio Emilia, Arezzo e in tante altre città italiane una nuova generazione di amministratori capaci di rischiare per le proprie convinzioni. John Foot ricostruisce questa complessa vicenda con appassionato rigore storico, documentando non solo i successi e i fallimenti ma anche le feroci controversie (esterne e interne) che inevitabilmente l'accompagnarono. E che ancora non si sono spente.

 

John Foot

L'autore. John Foot, docente di Storia contemporanea italiana, ha insegnato presso il Dipartimento di italiano dell’University College di Londra e insegna all’Università di Bristol. Tra le sue opere pubblicate in italiano, ricordiamo: Il boom dal basso: famiglia, trasformazione sociale, lavoro, tempo libero e sviluppo alla Bovisa e alla Comasina (Milano, 1950-1970), (Annali della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 1997), Milano dopo il miracolo. Biografia di una città (Feltrinelli, 2003), Fratture d’Italia (Rizzoli, 2009), Calcio. 1898-2010. Storia dello sport che ha fatto l’Italia (Bur, 2010), Pedalare! La grande avventura del ciclismo italiano (Rizzoli, 2011) e La “Repubblica dei Matti”. Franco Basaglia e la psichiatria radicale in Italia, 1961-1978 (Feltrinelli, 2014; Ue, 2017). Fonte immagine: sito editore Feltrinelli.

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7 febbraio 2025 5 07 /02 /febbraio /2025 12:38
Lawrence Wright, L'anno della peste. L'America, il mondo e la tragedia Covid, 2021

Lawrence Wright, premio Pulitzer per il giornalismo, dopo aver raccontato della pandemia in un'opera di narrativa quasi "profetica"  (molto interessante) - e si tratta di "Pandemia", pubblicato in traduzione italiana nel 2020, ha deciso di applicare gli strumenti dell'inchiesta giornalistica per raccontare cosa accadeva dietro le quinte negli USA nei primi due anni della pandemia, dalle prime avvisaglie tra la fine del 2019 e i primissimi giorni del 2020, all'esplosione dei contagi.
Il libro è stato pubblicato con il titolo, "L'anno della peste. L'America, il mondo e la tragedia Covid" (nella traduzione di Paola Peduzzi), da NR Edizioni, nel 2021.
Racconta l'autore nella sua postfazione di avere intervistato più di 100 personaggi-chiave dell'intera vicenda per raccontare come gli USA abbiano affrontato la pandemia  nei suoi momenti più cruciali. Tanto si sarebbe potuto fare che non è stato fatto; molte strade percorribili sono state sbarrate dalla disinformazione e dai pregiudizi.

I morti avrebbero potuto essere molto di meno e gravano dunque sulle coscienze di coloro che avrebbero potuto fare e non hanno fatto quando avrebbero dovuto.

Quest'inchiesta è un atto d'accusa, in verità, contro l'amministrazione USA, guidata (o, forse, sarebbe meglio dire "malguidata") da Donald Trump al tempo del Covid.

(Risvolto) Dall'inizio dell'epidemia a Wuhan in Cina, fino all'assalto del Campidoglio di Washington e all'insediamento di Joe Biden in un'America devastata, il giornalista del New Yorker e vincitore del Pulitzer Lawrence Wright racconta la diffusione della COVID-19, grazie a fonti autorevoli e dettagli autentici, facendo luce sulle conseguenze sanitarie, economiche, politiche e sociali della pandemia. Questo libro è l'angosciosa e furiosa storia di un anno in cui tutti i grandi punti di forza dell'America – la sua conoscenza scientifica, le sue grandi istituzioni civili e intellettuali, il suo spirito di solidarietà e comunità – sono stati abbattuti, non solo da una nuova terrificante malattia, ma da un'incompetenza politica e un cinismo senza alcun precedente. Con intuito, compassione, rigore, chiarezza e rabbia, Wright è una guida formidabile, che fende la fitta nebbia della disinformazione per fornirci un ritratto della catastrofe che pensavamo di conoscere. Proprio come "Le altissime torri" di Lawrence Wright è diventato il racconto decisivo del primo devastante avvenimento del nostro secolo, l'11 settembre, così "L'anno della peste" diventerà il racconto decisivo del secondo.

L'autore.  Lawrence Wright (nato nel 1947 a Oklahoma City, è giornalista e autore statunitense. Dopo aver scritto per «Texas Monthly» e «Rolling Stone», dal 1992 collabora con «The New Yorker», dove pubblica importanti inchieste, tra cui i reportage investigativi che vanno a comporre Gli anni del terrore (Adelphi 2017), incentrato sulle storie e i personaggi relativi ad al-Qaeda, i metodi con cui due agenti dell'FBI tentano di ostacolarli, le prime esecuzioni in diretta web dell'ISIS. Altre sue pubblicazioni: "La prigione della fede", che fa luce sulla Chiesa di Scientology.

"The Looming Tower" (Le altissime torri, Adelphi 2007), il suo libro più conosciuto, delinea la nascita e lo sviluppo del terrorismo islamico fino all'attacco dell'11 settembre. Con questo libro Wright ha ottenuto ben nove premi e riconoscimenti, tra cui il prestigioso Pulitzer nel 2007 e il PEN Center USA Literary Award.

Ha lavorato anche come sceneggiatore e produttore nel film di azione Attacco al potere (1998) e in Going Clear: Scientology e la prigione della fede (2015); per quest'ultimo ha anche recitato la parte di sé stesso.

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19 dicembre 2024 4 19 /12 /dicembre /2024 16:29

«Mi sembra di vederli questi ragazzi, Franco che passeggia con i romanzi e i libri di scuola sottobraccio per le calli di Venezia, e Rosa che cammina sul ciglio della strada tornando dalla fabbrica, entrambi con i pensieri che si hanno a quell’età: un amore, le amicizie, il futuro.
Cent’anni dopo la nascita di Basaglia cerco di dipanare il groviglio di fili di due vite parallele, in cui si intrecciano storie di guerra, sofferenza, malattia mentale, speranza.»

Valentina Furlanetto

Valentina Furlanetto, Cento giorni che non torno, Laterza

Nel mio percorso di letture basagliane (molte riprese e altre del tutto nuove) avviate da quando ho rinnovato i contatti con le pratiche psichiatriche (senza averne mai abbandonato i saperi) non poteva mancare un approccio all'opera di Valentina FurlanettoCento giorni che non torno. Storie di pazzia, di ribellione e di libertà, pubblicato molto opportunamente nel 2024, anno in cui si è celebrato il centenario della nascita di Franco Basaglia, da  Laterza Editore (I Robinson Letture).
Si tratta di un testo che si muove tra biografia, ricostruzione storica degli eventi che hanno portato alla legge di riforma psichiatrica e oltre, sin quasi ai nostri giorni, ma è anche un amarcord accorato (e su questo aspetto c’è un disvelamento che sarà fatto in maniera chiara ed esplicita solo in conclusione del percorso).
Molto brava l’autrice che, partendo dal progetto di raccontare due vite parallele e coeve (quella di Rosa e quella di Franco Basaglia) riesce a raccontare con grandissima e ferrata documentazione la storia della psichiatria italiana a partire dai primi anni Sessanta sino all’attualità dei nostri giorni in cui, assieme al drammatico e radicale cambiamento della tipologia dei pazienti sofferenti di disturbi psichici, assistiamo un po’ al fallimento della visione di Basaglia e siamo costretti a doverci confrontare con la realtà dilagante della creazione di una rete di mini-manicomialità diffusa, per non parlare dei manicomi “chimici” (a cui l'amico e collega Piero Cipriano ha dedicato uno dei suoi volumi) e della persistenza di quelli mentali (o meglio con i costrutti mentali del Manicomio) e ciò in una situazione in cui è stato presentato un preoccupante progetto di legge sull’assistenza psichiatrica (momentaneamente fermo) che, sia pure in modo elegante, riaprirebbe le porte agli internamenti di lunga durata e ad una esplicita filosofia custodialistica, proprio quella che pensavamo di esserci lasciata alle spalle, anche se in chiave "modernistica", oltre a mettere nelle mani delle organizzazioni private a scopo di lucro fette ancora più grandi dell'assistenza psichiatrica.
E' un libro assolutamente da leggere, sia da parte degli addetti ai lavori (che sempre di più sono sono sommersi da informazioni in stile DSM-5 e di tipo psico-farmacologico, ma sempre meno (almeno in larga maggioranza) sono attenti ad un approccio alle problematiche della salute mentale (sia quelle del benessere psichico sia quelle della malattia) in chiave umanistica e di risoluzione dei conflitti.

(Soglie del testo) «Mi sembra di vederli questi ragazzi, Franco che passeggia con i romanzi e i libri di scuola sottobraccio per le calli di Venezia, e Rosa che cammina sul ciglio della strada tornando dalla fabbrica, entrambi con i pensieri che si hanno a quell’età: un amore, le amicizie, il futuro. Cent’anni dopo la nascita di Basaglia cerco di dipanare il groviglio di fili di due vite parallele, in cui si intrecciano storie di guerra, sofferenza, malattia mentale, speranza.»
Questa è la storia di Franco Basaglia, nato nel 1924, figura rivoluzionaria che ha dimostrato che i ‘pazzi’ potevano vivere fuori dagli istituti e che ha lottato per il superamento degli ospedali psichiatrici.
Ma è anche la storia di Rosa, coetanea di Basaglia, una giovane donna nata e cresciuta non lontano da lui, che viene investita da un’auto e che da quel momento combatte con le crisi epilettiche e con la malattia mentale.
Rosa per tutta la vita affronterà il manicomio, l’elettroshock, l’uso massiccio di psicofarmaci, l’assenza di diritti civili, lo stigma. 
«Cento giorni che non torno», ripete a una delle figlie che la va a trovare in manicomio di nascosto, perché una madre internata è una vergogna. 

 

Valentina Furlanetto

Le due vite di Franco e Rosa corrono parallele in un secolo in cui l’approccio alla malattia mentale cambia profondamente. 
Con l’approvazione della legge 180 si apre una stagione di speranze, ma l’iniziale entusiasmo lascia spazio presto alla lotta delle famiglie con servizi pubblici sottodimensionati, alla preoccupazione per i Tso violenti, alla diffusione di un ‘manicomio chimico’.
Valentina Furlanetto ci accompagna, con la lucidità della cronista e la sensibilità della scrittrice, in un viaggio tra dolore, vergogna, voglia di libertà.

L’autrice. Valentina Furlanetto, giornalista, lavora a Radio24 e collabora con “Il Sole 24 Ore”,“Il Foglio” e “Review”. A Radio24 conduce la trasmissione Immagini. Le storie della settimana e lavora ai radiogiornali. Ha pubblicatoSi fa presto a dire madre (Melampo 2010) e L’industria della carità (Chiarelettere 2013). Per Laterza è autrice di Noi schiavisti. Come siamo diventati complici dello sfruttamento di massa (2021, Premio Leogrande Studenti 2022).

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16 dicembre 2024 1 16 /12 /dicembre /2024 08:16
Matteo Collura, Perdersi in manicomio, Pungitopo

Scartabellando tra alcuni libri che raccontano della trasformazione della assistenza psichiatrica a partire dalle esperienze di Basaglia e di altri pionieri sino alla promulgazione della legge 180 del 1978 e al progressivo smantellamento degli ospedali psichiatrici, mi sono imbattuto in un volume che non ricordavo affatto.
Si tratta di una testimonianza, corredata anche di una impressionante documentazione fotografica, sulla sopravvivenza per un lungo periodo di tempo dopo la 180, dell'Ospedale Psichiatrico di Agrigento, venuto all'attenzione della cronaca nei primi anni Novanta per via di una epidemia di TBC tra alcuni dei suoi degenti cronici.
Sembra che l'Ospedale psichiatrico di Agrigento sia rimasto per lungo tempo a sopravvivere come in un'isola anacronistica fuori dal flusso temporale.
Il volume di Matteo Collura è intitolato "Perdersi in manicomio", ed è stato pubblicato nel 2014 dalla casa editrice Pungitopo (collana La Parola e l’immagine), corredato con le foto di Lillo Rizzo e Tano Siracusa ed con una postfazione di Armando Bauleo, uno dei riconosciuti fondatori della psicoterapia gruppale in Argentina.

La pagina scritta in questo libro ruota essenzialmente attorno alle foto scattate da Lillo Rizzo e da Tano Siracusa all’interno del manicomio di Agrigento, nel 1993, a distanza dunque di 15 anni dall’entrata in vigore della legge 180 del 1978.
Una sostanziale lentezza nel rendere fattiva e operante quella legge, ma anche l’ignavia e la colpevole negligenza dei vari amministratori che vi si sono succeduti nel tempo, ha fatto sì che si mantenessero per anni gli aspetti più deteriori della manicomialità.
Le foto contenute in questo piccolo libro, aspre e crudissime, riportano immediatamente alle immagini di “Morire di classe” con le foto di Berengo Gardin e Carla Cerati, scattate a Gorizia e a Colorno (Parma) quando già la rivoluzione basagliana muoveva i primi passi.

L’Ospedale di Agrigento, divenuto forse il più grande della Sicilia quanto a numero di degenti, venne alla ribalta della cronaca nel 1993 quando vennero denunciate pubblicamente dal partito radicale  (e anche Domenico Modugno espresse delle critiche molto dure) le condizioni in cui vivevano gli internati in assenza dell’attivazione di un percorso di affrancamento e di restituzione alla società, con una serie di morti dimenticati (oltre duecento degenti in undici anni dal 1977 al 1988 vi morirono per una vera e propria epidemia di TBC).
L’ospedale agrigentino che, nelle pagine della cronaca, venne definito un “manicomio-lager” chiuse definitivamente nel 1996. 
Oggi quella struttura è sede della ASP agrigentina e del Dipartimento di salute mentale.

(soglie del testo) Una drammatica testimonianza sulla follia umana di quanti si dicono «sani» e di quanti sono giudicati malati. Dal «caso Agrigento», una finestra sulla condizione del malato di follia, su una solitudine terribile, su un enorme vuoto dl relazioni, su una specie di desolata allegoria del nulla. 
«Forse non abbiamo neppure fotografato i "folli", ma soltanto degli uomini e delle donne che si sono perduti in un ex manicomio».

L'autore. Matteo Collura è nato ad Agrigento nel 1945. Autore del bestseller Sicilia sconosciuta (Rizzoli 1984, 1997) e della versione teatrale del romanzo si Sciascia Todo modo, scrive articoli di cultura per il Corriere della Sera e vive a Milano

La facciata del corpo principale dell'Ospedale psichiatrico di agrigento

L’Ospedale Psichiatrico di Agrigento. Un po' di storia

L’Ospedale Psichiatrico di Agrigento fu costruito tra il 1926 ed il 1931 sull’estremità orientale della collina detta della “Rupe Atenea” nell’ex feudo San Biagio, in una zona prevalentemente rocciosa
L’intera struttura manicomiale si componeva di tre corpi centrali posti su tre livelli e di dieci padiglioni sempre posti su tre livelli.
Il primo corpo era situato al centro del primo livello sul viale centrale e qui si trovavano ubicati la Direzione Sanitaria, la Segreteria, la Biblioteca, la Farmacia, i laboratori d’analisi cliniche, anatomia microscopica, l'ambulatorio di terapia fisica e ionoforesi, marconiterapia, ultrasuono, diagnostica radiologica, settore
ammodernato nel 1960 con un complesso di psicodiagnostica. In questo livello si trovavano anche l’alloggio dei medici e il cinema-teatro con 150 posti a sedere.
Il Secondo Corpo, al centro del secondo livello, ospitava la Direzione Amministrativa, l’Economato, l’alloggio
dell’economo, la cucina, la dispensa, il forno, le caldaie, la calzoleria e l’alloggio delle suore appartenenti all’ordine “Figlie di Sant’Anna”, il servizio cassa e l’officina degli elettricisti, la falegnameria, i laboratori per i fabbri e calzolai, per rispondere a tutte le esigenze interne.
Nel terzo corpo al centro del terzo livello erano ubicati il guardaroba, la lavanderia, la sartoria e la sala cucito e la stireria.
Più in alto ancora, quasi al limite con il muraglione del costone nord della Rupe Atenea, sorgevano il serbatoio centrale dell’acqua potabile e una grande cabina di trasformazione elettrica.
I Padiglioni dei degenti.  A sinistra di questi palazzi, rivolgendo lo sguardo verso la montagna, si trovavano i reparti maschili mentre a destra si trovavano i reparti femminili sempre in numero di cinque, disposti simmetricamente a seconda della destinazione.
La I sezione, anche chiamata Reparto Osservazione, era destinata agli ammalati primi ammessi da sottoporre per legge a 15 giorni di osservazione prolungabili a 30, prima della destinazione ai reparti.
La II sezione era riservata agli ammalati con diagnosi di malattia mentale ma bisognosi di ulteriori terapie intensive; qui trovavano posto anche gli ammalati “calmi”, bisognosi di terapie generali, ricostituenti o in attesa di essere affidati alla famiglia.
La III sezione era destinata agli “incurabili”, agitati permanenti aggressivi, suicidi, coprofagi, dementi irrecuperabili e cronici. Il reparto era comunemente chiamato la “Fossa dei Serpenti”.


[NB - In questo padiglione è stata allestita la mostra “C’era una volta il manicomio” ed è visitabile il rifugio antiaereo scavato nel tufo dai degenti, fissando un appuntamento]

Nella IV sezione era un settore di altissima vigilanza dove trovavano posto gli epilettici, parafrenici, schizofrenici o detenuti in osservazione psichiatrica, questi prevalentemente nella sezione uomini, si ha ricordo soltanto di una donna detenuta in osservazione psichiatrica.
La V sezione era occupata dai malati tranquilli piuttosto paranoici, non laceratori, affetti soprattutto da ansia e depressione.
Nel settore orientale si trovavano altri tre isolati: La Chiesa, la camera mortuaria dove venivano praticate le autopsie, e una altro reparto dalla capienza di dieci posti che originariamente fu di isolamento il cosiddetto “Reparto Infettivi” fu chiuso dopo la scoperta dell’antibiotico e i malati furono trasferiti in strutture
ospedaliere specializzate.
La zona più a sud dell’odierna Casa della Speranza, oggi occupata dall’orto botanico, era denominata zona Agricola, un podere esteso centinaia di ettari e il con un ricco frutteto, mandorleto, orto e numerosi animali che permettevano all’intero Ospedale Psichiatrico di rendersi per buona parte autosufficiente nel fabbisogno alimentale
Chiesa di Sant’Antonio. La chiesa di Sant’Antonio, seppur nelle sue piccole dimensioni, è costituita da tre navate con arcate gotiche, dello stesso stile sono le quattordici finestre, per cui all’interno si può godere di una penombra che facilita il raccoglimento e la percezione del soprannaturale tipico dello stesso stile gotico che sembra spingere lo spirito verso l’alto.
Fu progettata dall’architetto Donato Mendolia.
Originariamente la Cappella fu dedicata al “Sacro Cuore di Gesù”
La capienza della chiesetta è di circa 150 persone ed è dotata di un prestigioso organo elettronico “Mascioni” del 1958.

[Ricerca storica e testi curata dal Dr. Giorgio Patti e dalla Dr.ssa Chiara Minuta]

Franco Basaglia, Morire di classe, Nuova edizione per Il Saggiatore

Franco e Franca Basaglia (a cura di), Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin, Il Saggiatore, 

Morire di classe (1969) da tempo non era più reperibile nelle librerie. Abbiamo deciso di ripubblicarlo ora, nella sua integrità, perché possa testimoniare alle nuove generazioni quale fosse la condizione dei malati mentali prima della rivoluzione di Franco Basaglia, di Franca Ongaro Basaglia e di tutte le donne e gli uomini che insieme a loro hanno operato per scardinare quel sistema. Un lavoro collettivo che ha segnato una svolta epocale nella gestione della salute mentale e ha portato all’approvazione della legge 180. (Alberta Basaglia, Luca Formenton)

Ringraziamo Elena Ceratti e Gianni Berengo Gardin per la collaborazione alla nuova edizione di questo libro «simbolo».

(da Wikipedia) Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin, pubblicato per la prima volta nel 1969, è un'opera che critica le condizioni in cui si trovavano gli ospedali psichiatrici italiani dell'epoca, pubblicato da Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia con fotografie in bianco e nero di Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin, una introduzione dei Basaglia e vari altri testi.

Contesto. Negli anni sessanta lo psichiatra Franco Basaglia era il direttore dell'ospedale psichiatrico di Gorizia. Anche se lo avrebbe dovuto gestire secondo i criteri tradizionali, simili a un carcere, Basaglia, sua moglie Franca Ongaro e il loro gruppo invece ridussero la contenzione dei pazienti, tanto che nel 1967 furono rimossi i lucchetti da tutti i reparti, in linea con gli ideali della psichiatria democratica. Basaglia ne scrisse in un libro molto famoso pubblicato nel 1968, L'istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico; e i cambiamenti da lui apportati furono meglio conosciuti grazie al documentario televisivo, I giardini di Abele, realizzato da Sergio Zavoli nel 1968 e trasmesso per la prima volta nel 1969.

Fotografia. Come riferisce il fotografo Gianni Berengo Gardin, nel 1968 Franco Basaglia chiese alla fotografa Carla Cerati di documentare per una rivista le condizioni nei manicomi italiani. A disagio per l'incarico, Cerati chiese a Berengo Gardin di accompagnarla; lui accettò a condizione che fosse permesso anche a lui di scattare fotografie, e in seguito convinse Basaglia a realizzare un libro. Nel resoconto dello storico John Foot non è menzionata nessuna rivista, e uno dei primi progetti del libro prevedeva fotografie di entrambi gli autori, Cerati e Berengo Gardin, ambedue già conosciuti da Basaglia.

Cerati e Berengo Gardin realizzarono i loro scatti in quattro ospedali: a Gorizia (il manicomio diretto da Basaglia), Colorno (vicino a Parma), Firenze e Ferrara. Il grado di libertà dei due fotografi variava notevolmente: fu permesso loro di visitare il manicomio di Firenze soltanto una volta (dove non furono bene accolti dalla direzione), ma erano molto più liberi di lavorare a Gorizia.

La loro fotografia era soggetta ad altri vincoli. Anche se Berengo Gardin aveva fotografato incontri tra pazienti a Gorizia, e scene in cui era presente Basaglia, queste ultime furono omesse dal libro: Basaglia voleva evitare l'impressione del paternalismo e Foot fa notare che le foto di Gorizia non rispecchiavano la situazione dell'epoca (insolitamente libera per i tempi) e si limitano a descrivere il suo passato repressivo.

Prima della pubblicazione del libro, e con l'appoggio del politico Mario Tommasini, fu organizzata a Parma una mostra intitolata La violenza istituzionalizzata (e più tardi fu spostata a Firenze); questa fu la prima occasione in cui furono esposte al pubblico molte delle fotografie che più tardi sarebbero apparse in Morire di classe.

Alcune immagini del libro sono state utilizzate anche nel film I giardini di Abele e Nei giardini della mente, per altri libri e volantini.

Testi. Il libro contiene un'introduzione scritta dai Basaglia, inoltre testi di Erving Goffman, Michel Foucault, Paul Nizan, Luigi Pirandello, Primo Levi, Louis Le Guillant e Lucien Bonnafé, Jonathan Swift, Rainer Maria Rilke, Frantz Fanon, Peter Weiss e altri.

John Foot fa notare nel suo saggio sulla storia della psichiatria radicale in Italia  che sia l'introduzione sia il testo fanno uso della nozione dell'istituzione totale, creata da Goffman o da lui resa famosa, nozione importante nel libro di Goffman (pubblicato nel 1961) Asylums, la cui traduzione italiana era stata pubblicata nel 1968. Il manicomio era totalitario (Goffman e Foucault), "colonizzava" i pazienti (Fanon), o li riduceva alla condizione di uomini "vuoti" dei campi di concentramento (Levi).

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6 settembre 2024 5 06 /09 /settembre /2024 11:26
Antonio Slavich, All'ombra dei ciliegi giapponesi. Gorizia 1961

Ho letto con autentico piacere ed interesse, il volume di Antonio Slavich, All'ombra dei ciliegi giapponesi. Gorizia 1961. pubblicato da Alphabeta nel 2018, nel quadro di una collana dedicata interamente ai modi in cui è stata applicata la legge 180 del 1978 in Italia.
Nel racconto di Antonio Slavich vi sono gli anni cruciali dell'esperienza goriziana di Franco Basaglia e del nucleo di "adepti" che, nel corso del tempo andò formandosi attorno a lui, una piccola, ma decisiva coorte di "novatori", ma nel far questo non può non raccontare di alcuni antefatti e della cornice sociale e storica della Gorizia di quegli anni, oltre ad una coda in cui si accenna delle esperienze successiva a cui i diversi protagonisti di Gorizia andarono incontro successivamente.
Noi, ancora giovani in quegli anni, abbiamo imparato a conoscere l'esperienza goriziana attraverso la lettura de L'istituzione negata. Rapporto da un Ospedale Psichiatrico (pubblicato da Einaudi nel 1968) e successivamente del volume di contributi vari Cos'è la psichiatria?, che in realtà precedette L'Istituzione negata, ma che - inizialmente - ebbe minore divulgazione poiché fu inizialmente pubblicato a cura dell'Amministrazione provinciale di Parma, in occasione di un convegno-incontro tra operatori psichiatrici tenuto a Colorno.
L'idea che ci facemmo, allora, essendo lontani dallo svolgersi degli eventi, fu quella di un'azione epica e fondativa, a partire dalla celebre frase di Franco Basaglia, al primo giorno delle sue funzioni di direttore del manicomio di Gorizia, "E mi no firmo!", quando si rifiutò di firmare il registro delle contenzioni giornaliere e che da quell'enunciato, tutto ciò che concerneva la filosofia "no restraint" e "open door", l'apertura, l'abbattimento delle barriere (porte chiuse, muri, grate, griglie e barriere), sia scaturito quasi in un attimo in un'epopea travolgente.
Invece no, il racconto di Slavich ci mostra che si trattò di un processo lungo e lento che richiese alcuni anni per giungere alla sua più completa realizzazione, per quanto imperfetta e all'avvio della "comunità terapeutica" secondo il modello già sperimentato in Inghilterra dallo psichiatra di origini sudafricane Maxwell Jones.

Basaglia e Slavich con alcuni dei ricoverati goriziani

E, ancora, il racconto di Slavich ci mostra che si trattò di un lungo e faticoso processo che richiese negoziazioni e trattative con gli sponsor politici che rappresentavano la sponda decisionale ed amministrativa dei manicomi di quel tempo, con la necessità di mediazioni/negoziazioni con il personale infermieristico più anziano e refrattario - se non diffidente - nei confronti dei cambiamenti radicali e con passi indietro e, a volte, con incidenti di percorso (si veda ad esempio l'eclatante "caso Miklus") che mise in discusso l'intera macchina del cambiamento.
Un processo lento e faticoso, dunque, di cui Slavich percorre l'intera storia, avendo raggiunto Basaglia a Gorizia, solo pochi mesi dopo il suo insediamento.
Slavich, nella sua narrazione, si pone come un cronista, parlando di sè in terza persona, proprio perché vuole ribadire che la sua funzione è soltanto quella di un narratore super partes che vuole dare spazio ed eguale risalto a tutti i protagonisti dell'intera vicenda.
Il volume cruciale (divenuto quasi un cult per la generazione sessantottina) "L'Istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico" rappresentò il punto culminante dell'intera esperienza, ma anche il punto di partenza di nuovi, ulteriori, innovativi percorsi: poi, da quel momento in avanti, cominciò, prima in maniera strisciante e poi in modo ben più evidente la lunga e lenta stagione degli addii, in cui i diversi personaggi coinvolti presero strade differenti, che, in alcuni casi, portarono ad un'ulteriore maturazione e addirittura al superamento di quell'esperienza, mentre a Gorizia - dopo una fase iniziale di mantenimento dei risultati raggiunti - vide il suo avvio una fase di regresso e di ritorno alla filosofia "restraint" più oscurantista; al contrario, Franco Basaglia dopo la breve avventura a Colorno (Ospedale psichiatrico di Parma) raggiungeva in veste di suo nuovo direttore il manicomio di Trieste, avviando una stagione che avrebbe visto persino il superamento della comunità terapeutica goriziana e l'applicazione di una filosofia e di una prassi di intervento integralmente open door di cui il Marco Cavallo fu l'icona, oltre che la più piena e matura rappresentazione simbolica
Si vede chiaramente come in questa storia non solo  abbia influito un clima storico e culturale particolare in cui si sono verificate alcune convergenze favorevoli, ma abbiano anche avuto un peso non indifferente alleanze a livello politico e amministrativo, oltre che il loro fondamentale supporto; per non dire delle equazioni personali particolari di alcuni dei protagonisti coinvolti: senza tutte queste variabili in funzione in sinergia, probabilmente nulla sarebbe successo.
Dobbiamo citare anche il fatto che Basaglia - pur vivendo ancora il clima degli anni Sessanta in cui l'effetto dei media era ancora limitato e circoscritto - ebbe una particolare abilità nel coinvolgere fotografi, cineasti e giornalisti per fissare alcuni momenti fondamentali della piccola, grande, rivoluzione in corso: possiamo, ad esempio, citare il documentario "I Giardini di Abele" realizzato impareggiabilmente da Zavoli, quando Basaglia, alla domanda se gli interessi maggiormente il malato o la malattia, risponde con autorevolezza: "Indubbiamente il malato".
Tutto questo Slavich ce lo racconta magnificamente: e noi leggiamo queste storie come se fossero un romanzo, che ci mostra anche il difficile passaggio di Basaglia in primis (ma anche dello stesso Slavich) da un orientamento di studi psicologici e psichiatrici squisitamente fenomenologico (e dunque fondamentalmente astratto) ad una concezione più dinamica ed ancorata ai problemi reali del malato di mente in una funzione che sarà quella dell'"intellettuale specifico", in parte di derivazione foucaultiana, come viene discusso ampiamente nel recente volume di Marco Colucci e Pierangelo Di Vittorio, Basaglia (Feltrinelli, Collana Eredi, 2024).

 

(Risvolto) È una sera di marzo del 1962 quando il giovane Slavich viene depositato da un taxi davanti al cancello dell'ospedale psichiatrico di Gorizia, ultimo avamposto italiano prima della cortina di ferro. Solo pochi mesi prima, nel novembre 1961, Franco Basaglia aveva vinto il concorso da direttore in quel luogo dimenticato e aveva chiamato il suo unico allievo a collaborare con lui per avere almeno un alleato in quell'ambiente ostile. Inizia così la narrazione di quei primi mesi e anni in cui prende avvio il lento e progressivo smontaggio dell'istituzione manicomiale. Le grandi imprese hanno spesso un inizio modesto, quasi minimalista, commenta Slavich nel ripercorrere passo dopo passo le piccole conquiste quotidiane, i tentativi di scardinare le logiche manicomiali, il procedere per prove ed errori, senza aver chiaro in mente fin dall'inizio dove si vuole arrivare, ma facendosi guidare da un unico obiettivo: cominciare ad aver cura degli internati. In quel deserto immobile e squallido, con la sua violenza neppure tanto dissimulata, ogni gesto irrituale, ogni piccola azione che scalfisce un po' la superficie sembra già una riforma.

Antonio Slavich

L'autore. Antonio Slavich, nato a Fiume nel 1935, trascorse la giovinezza a Bolzano fino alla conclusione del liceo classico. Studiò medicina all’Università di Padova, dove conobbe Franco Basaglia, allora responsabile del reparto psichiatrico della Clinica neurologica. A partire dal 1962 affiancò lo stesso Basaglia nell’Ospedale psichiatrico di Gorizia, dove partecipò attivamente alla costituzione della prima comunità terapeutica italiana e all’avvio di quella radicale trasformazione dei manicomi che sarebbe culminata nella loro chiusura con la legge 180 del 1978. A Gorizia, infatti, Basaglia e Slavich diedero avvio a un percorso di democratizzazione e di miglioramento della qualità della vita dei ricoverati: aprirono le porte del manicomio, rifiutarono i sistemi di contenzione e scandirono la vita all’interno dell’ospedale con frequenti assemblee. Un’esperienza raccolta nel celebre volume L’Istituzione negata (1968), curato da Basaglia, a cui Slavich contribuì con un capitolo dal titolo Mito e realtà dell’autogoverno, incentrato sulla praticabilità e i limiti del modello comunitario.
Tra il 1970 e il 1971 i due psichiatri si trasferirono a Colorno, in provincia di Parma, e poco dopo Slavich iniziò a lavorare presso i servizi di salute mentale di Ferrara (1971), di cui divenne direttore nel 1975, assumendo anche la direzione dell’Ospedale psichiatrico. Nel 1973 contribuì alla fondazione del gruppo "Psichiatria Democratica", insieme, tra gli altri, a Franca Ongaro Basaglia, Gian Franco Minguzzi, Agostino Pirella e Lucio Schittar.
A Ferrara aprì progressivamente le porte del manicomio situato a Palazzo Tassoni, in via Ghiara, e della sua succursale di San Bartolo, antico convento fuori le mura. Istituì inoltre una navetta da via Ghiara a San Bartolo, dando la possibilità ai ricoverati di uscire e avere contatti con il mondo esterno. Sotto la sua direzione l’attività teatrale divenne strumento fondamentale di trasformazione del manicomio, grazie alla presenza di figure come Horacio Czertok e Cora Herrendorf, esuli argentini fondatori della compagnia Teatro Nucleo. Il documentario L’attore in manicomio racconta la loro esperienza nei reparti e nei cortili dell’istituzione psichiatrica nel 1977. Questo raro video contribuì a far conoscere le condizioni manicomiali precedenti alla riforma e mostrò come il teatro ne modificasse gli equilibri, dando la possibilità ai degenti di mescolarsi e confrontarsi con infermieri, medici e volontari.
Nel 1978, anticipando di qualche mese l’approvazione della legge 180, il manicomio di Ferrara fu chiuso. Il convegno “La Scopa Meravigliante”, tenutosi su iniziativa di Slavich nei locali aperti della struttura estense il 9 e 10 gennaio di quell’anno, sancì il ruolo che la fantasia creativa e la leggerezza avrebbero dovuto avere nell’attuazione della riforma sanitaria. Il convegno venne infatti dedicato alla funzione della ricerca teatrale e dell’immagine nella destabilizzazione dei manicomi. All’incontro parteciparono gruppi teatrali, psichiatri, operatori sociali e comuni cittadini.
L’esperienza ferrarese fu raccolta da Slavich nel volume La scopa meravigliante. Preparativi per la legge 180 a Ferrara e dintorni 1971-1978, pubblicato nel 2003.
Dal 1978 al 1993 lo psichiatra si spostò a Genova, dove divenne direttore dell’Ospedale psichiatrico di Quarto e dove ricoprì anche la carica di consigliere comunale e provinciale (scheda bio-bibliografica di Paola Panciroli, 23/12/2020)
 
Bibliografia
Basaglia, F. (a cura di) (2014). L’istituzione negata. Milano: Baldini e Castoldi.
Slavich, A. (2003). La scopa meravigliante. Preparativi per la legge 180 a Ferrara e dintorni 1971-1978. Roma: Editori Riuniti.
Slavich, A. (2018). All'ombra dei ciliegi giapponesi. Gorizia 1961. Merano: Alpha Beta.
Teatro Nucleo (1877/78). L’attore in manicomio, video disponibile su YouTube.

All'ombra dei ciliegi giapponesi. Un avvicente racconto sui modi e sui percorsi della "liberazione" dei matti di Gorizia
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20 aprile 2024 6 20 /04 /aprile /2024 09:41
Robin Cook, Sindrome fatale (Toxin), Sperling&Kupfer

Sindrome fatale (Toxin, traduzione di Linda De Angelis) è un thriller medico scritto nel 1998 dallo scrittore statunitense Robin Cook, pubblicato in Italia da Sperling&Kupfer, e mi sono ritrovato a leggerlo di recente, perchè, animato da un'improvvisa voglia di uno dei libri di questo autore, sono andato a pescarne uno in giacenza nella mia libreria e messo da parte appunto, per questo improvviso tipo di voglia.
Robin Cook è uno scrittore che coltivo di quando in quando.
Non di quelli i cui libri mi precipito ad acquistare in libreria appena sono usciti, no.
Solitamente non ricevono la mia priorità.
Li acquisto se ne ho la possibilità se ne trovo a prezzo scontato.
Nel corso del tempo ne ho infatti trovati diversi attraverso le vendite remainder.
Sono dei libri con titoli incisivi e inquietanti ero roboanti assieme, tipo “Febbre”, “Morbo”, “Epidemia”, “Contagio”, “Pandemic”, e così via (in calce a questo post sono elencati tutti i suoi titoli).

Di questi romanzi acquistati a prezzi scontatissimi e di cui ho fatto riserva, ogni tanto ne pesco uno e lo leggo.
Devo dire anche che le trame di Robin Cook, in generale, mi acchiappano (forse anche per via della mia formazione medica), perché in generale introducono il lettore immediatamente all’interno di una questione scottante che, a seconda dei casi, può riguardare la sanità pubblica e le sue storture, le malversazioni di sistemi corrotti le manipolazioni di Big Pharma ed altre tematiche scottanti e attuali.
In generale, si tratta di romanzi estremamente documentati che, senza ombra di dubbio, aprono la strada a delle riflessioni e aiutano a porsi degli interrogativi.
In questo romanzo, ad esempio, si affronta il tema delle aziende che forniscono il mercato alimentare di carni macinate, il problema della loro conservazione e del loro possibile inquinamento da parte di pericolosi agenti patogeni, ma anche delle collusioni tra i produttori e gli organismi statali di controllo.
Vi si parla anche delle tossinfezioni sostenute da un particolare ceppo di Escherichia coli che si diffondono attraverso le carni macinate non ben cotte (e possibilmente già contaminate in origine a causa degli inconvenienti procedurali legati alla gestione delle macellazioni su grande scala) e che negli Stati Uniti - al tempo della scrittura di questo romanzo - producevano diverse centinaia di morti all’anno, soprattutto come complicazione della sindrome tossica correlata (la cosiddetta Sindrome emolitica-uremica). 
Leggendo alcune pagine di questo “Sindrome fatale” (il cui titolo inglese tra l’altro è “Toxin”), viene indubbiamente voglia di non mangiare più le carni rosse, soprattutto quelle macinate che vengono dalla grande distribuzione.
Per Robin Cook scrivere è un modo per denunciare le malversazioni, le storture e le collusioni, ma anche per sensibilizzare il grande pubblico su queste grandi tematiche di sanità pubblica, sugli usi distorti dei progressi tecnologici in Medicina e sulla necessità di un superamento dei problemi segnalati attraverso l’adozione di comportamenti più responsabili.
Dal punto di vista stilistico, tuttavia, i romanzi di Robin Cook lasciano un po’ a desiderare (benché egli abbia venduto milioni e milioni di copie), soprattutto perché quando lo spunto tematico si esaurisce egli introduce nella macchina narrativa elementi che, essendo sono più da action thriller, a mio modo di vedere, fungono più da riempitivo e hanno uno scarso valore letterario.
Ciò non sminuisce il fatto che gli spunti narrativi siano sempre più che buoni.
E quindi mi sento di poter perdonare le sue cadute stilistiche.

 

Scrive l’autore in exergo:
Questo libro è dedicato alle famiglie che hanno sofferto per il flagello dell’Escherichia Coli 0157:H7 e per altre malattie contratte attraverso il cibo

 

Trama. Kim Reggis è un cardiochirurgo che non solo ha divorziato da poco, ma ha anche perso la posizione di primario del proprio reparto. E i suoi guai non finiscono qui, perché la figlioletta Becky viene colpita da una grave intossicazione alimentare. L'inesorabile progredire della sindrome, che porta alla morte Becky a causa del batterio E. coli, lo spinge a un'indagine dagli esiti agghiaccianti. L'industria della carne e l'organismo statale preposto al controllo risultano infatti legati da una segreta complicità ai danni dei consumatori e chi volesse far luce su questa sporca faccenda potrebbe rimetterci la vita.

 

Robin Cook (dal web)

L'autore. Robin Cook (New York, 4 maggio 1940) è un medico e scrittore statunitense, affermato autore di gialli, è considerato il padre dei thriller medici, e cioè dei gialli di argomento scientifico-biologico.
Si è laureato in medicina alla Columbia University e specializzato ad Harvard. Decise di abbandonare la professione dopo aver scoperto che in un ospedale in cui lavorava la cartella clinica di un paziente ricoverato da tre settimane non era stata ancora letta. Cominciò così a scrivere thriller per divulgare i maggiori problemi della sanità e della ricerca medica, temi che altrimenti non avrebbero appassionato. Dopo un primo tentativo con Year of the Intern, ottiene successo con Coma dal quale viene tratto il film Coma profondo, interpretato da Michael Douglas.
Cook ha scritto una trentina di libri che hanno ispirato anche altri film, tutti tradotti in italiano tranne il primo. Nei suoi romanzi Cook affronta diverse tematiche: dall'ingegneria genetica alle intossicazioni alimentari, dall'inquinamento chimico alla clonazione umana e qualcuno dei suoi lavoro appartiene al filone della fantascienza.
Ha venduto in tutto il mondo oltre 100 milioni di copie.

Cook scrive i suoi libri con l'assistenza di altri medici e specialisti della professione. 

 

Le opere
1972: Year of the Intern
1977: Coma (Coma)
1979: L'ombra del faraone (Sphinx)
1981: Cervello (Brain)
1982: Febbre (Fever)
1983: Al posto di Dio (Godplayer)
1985: Sotto controllo (Mindbend)
1988: Progetto di morte (Mortal Fear)
1989: La mutazione (Mutation)
1990: Sonno mortale (Harmful Intent)
1993: Vite in pericolo (Fatal Cure)
1993: Morbo (Terminal)
1996: Alterazioni (Acceptable Risk)
1997: Invasion (Invasion)
1998: Sindrome fatale (Toxin)
2000: Esperimento (Abduction)
2001: Shock (Shock)
2003: La cavia (Seizure)
2013: In caso di morte (Death Benefit)
2013: Nano
2014: Cell
2015: Host
2017: Charlatans
Serie Marissa Blumenthal
1987: Contagio (Outbreak)
1991: Segni di vita (Vital Signs)
Serie Stapleton e Montgomery
1992: Sguardo cieco (Blindsight)
1995: Epidemia (Contagion)
1997: Cromosoma 6 (Chromosome 6)
1999: Vector, minaccia mortale (Vector)
2005: Marker, segnali d'allarme (Marker)
2006: Crisi mortale (Crisis)
2007: Fattore di rischio (Critical)
2008: Corpo estraneo (Foreign Body)
2011: Il segreto delle ossa (Intervention)
2012: La cura (Cure)
2018: Pandemic

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28 marzo 2024 4 28 /03 /marzo /2024 13:47
Dario Musso sedato e sottoposto a TSO

Il video che riporto sopra racconta un evento increscioso al tempo del lockdown, accaduto qui in Sicilia, complici i camici bianchi in funzione puramente repressiva e nella veste di garanti dell’ordine pubblico.
Il camice bianco, in questa circostanza, in modo palese diventa emblema di potere, di cui si fa senza mezzi termini abuso.
Lo voglio riportare qui giusto per non dimenticare alcuni degli eccessi che sono stati perpetrati in tempo di Covid e per riflettere su alcune storture dell’apparato psichiatrico che continua, purtroppo, a ripetere quelle pratiche aborrite discendenti dalla legge manicomiale del 1904 che, pur essendo stata formalmente superata dalla legge 180 del 1978, continua ad essere viva e presente nella mente di molti (il Manicomio continua ad essere presente e vivo nella mente di molti, moltissimi, e rimane come costrutto di pensiero che salta sempre fuori).

Devo il recupero dell'assurdo episodio alla recente lettura (ancora in corso) di un testo di Piero Cipriano, Il libro bolañiano dei morti. Esercizi di ego dissoluzione (2020).

Complottista secondo me era pure Dario Musso ragazzo drammatico e teatrale di Ravanusa che il lockdown (non vedo l’ora di dimenticare questa parola) come a tutti gli aveva spezzato la pazienza e inizia a fare video inquietanti in cui si punta un cacciavite alla tempia e incita alla rivolta e pochi giorni prima viene fermato da un carabiniere Che assiste allibito a lui ti ha contrattacca gli dice che fare il carabiniere di questi tempi affermare persone innocenti è una merda e brucia la sua carta d’identità e il giorno del fermo sanitario e in giro nella sua auto con un megafono che incita alla disobbedienza a non abboccare alle favole governative non c’è nessun virus dice, togliete le mascherine riaprite negozi, uscite…
(ora confessate di non averlo pensato almeno una volta pure voi tutto ciò) lo circondano carabinieri e agenti municipali, lui fa un video in diretta in cui prova a mantenere la calma, scende, resta calmo, bravo Dario così si fa, ma non basta perché arrivano tre sanitari uno dei quali ha una siringa, il sanitario non gli va incontro davanti per parlargli no, lo aggira gli punta la siringa, vuol siringarlo da dietro con tutti i pantaloni, stato di necessità diranno poi nel processo che si farà ma io dico, dalle immagini, non c’era nessuno stato di necessità, legittima difesa dite? Nemmeno eppure un carabiniere lo prende per le gambe e lo atterra, il sanitario col camice e la siringa lo infila, la donna che fa il video grida atterrita in siciliano lo stanno sedando lo stanno sedando. Finisce il video inizia l’audio, il fratello di Dario, avvocato, prova per giorni a chiamare all’ospedale di Canicattì, al reparto psichiatrico dove Dario è ricoverato in TSO sedato legato cateterizzato ma la dottoressa balbetta, dice non possiamo dare notizie lui richiama e lei dice suo fratello dorme lui richiama lei dice non abbiamo il cordless lui richiama lei dice ho un’urgenza ho un ricovero ora non posso parlare, sono imbarazzato per lei per questa poverina che senza dignità né etica si schermisce. Dopo cinque sei giorni tali le pressioni, le lettere, le telefonate, ai medici e al sindaco, tra queste quella di Gisella Trincas dell’UNASAM (associazione di familiari dei pazienti psichiatrici) o del garante nazionale dei detenuti o di me stesso che provo a parlare invano con la dottoressa che ha sempre un’urgenza e non può rispondere, insomma Dario viene (altrettanto selvaggiamente) dimesso e per fortuna non fa la fine di Franco Mastrogiovanni o Giuseppe Casu o Elena Ca sì setto (cioè: non muore legato al letto).
” (ib., pp. 116-117)

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12 gennaio 2024 5 12 /01 /gennaio /2024 07:33
Piero Cipriano, La Società dei Devianti, Eleuthera

Con La società dei devianti. Depressi, schizoidi, suicidi, hikikomori, nichilisti, rom, migranti, cristi in croce e anormali d'ogni sorta (Altre storie di uno psichiatra riluttante), pubblicato da Eleuthera nel 2016,
ho completato la lettura del terzo volume della trilogia dello “psichiatra riluttante” di Piero Cipriano, preceduto da "La Fabbrica della salute mentale: diario di uno psichiatra riluttante" e da "Il manicomio chimico: cronache di uno psichiatra riluttante" (sempre editi da Elèuthera)

Quale sia il progetto che emerge da questi tre volumi così ricchi di contenuti, eppure percorsi da un unico - coerente - filo conduttore, ce lo chiarisce in una breve, ma efficace, sintesi di intendimenti lo stesso Cipriano nell'incipit dell'ultimo capitolo di questo terzo volume della "Trilogia": una dichiarazione di intenti che ha tanto il sapore - mutatis mutandis - di quella poetica ed intimista - eppure di intensa critica sociale dei suoi tempi - di H. D. Thoreau, quando in una delle più celebrate pagine di Walden, ovvero Vita nei boschi, cerca di spiegare a se stesso e ai suoi futuri lettori il motivo della sua scelta di ritirarsi a vivere in maniera semplice in un luogo appartato nella selva, in una capanna da lui stesso costruita. Thoreau rimane pur sempre un fulgido esempio di un pensiero anarco-libertario e credo che Cipriano si possa in qualche collegare a quel tipo di pensiero che io mi sento di condividere profondamente e, del resto, per lui la transizione dalla definizione di sé come psichiatra riluttante a quella di "psichiatra anarchico" è stata naturale e spontanea.

Ma ecco le parole di Cipriano:

"Prima vorrei chiarire perché ho deciso di scrivere questi tre libri: Perché ad un certo punto della mia carriera, ho deciso che non avevo più voglia di fare carriera nel mondo, per lo più fuorilegge (fuorilegge in senso lato, per significare selvaggio, primitivo, ferino, immorale, anetico) della psichiatria, e avevo voglia, al contrario di intraprendere (nel mio piccolo specifico, sull'esempio dei grandi maestri dell'anticarriera psichiatrica, Franz Fanon e Franco Basaglia, per capirci) una carriera ritroso, l'anticarriera del medico mentale che si distrugge come soggetto di sapere e potere ai danni del malato e si ricostruisce come suo alleato" (ib., p. 217)


In questo terzo volume della trilogia, in circa trenta capitoli, Piero Cipriano, basagliano convinto, porta avanti le sue riflessioni che seguono vari filoni con un’attenzione questa volta più accentuata verso diverse forme di devianza e di intolleranza nei confronti dei diversi.
Cipriano si definisce, oltre che seguace delle idee di Franco Basaglia, uno psichiatra “riluttante” nei confronti dell’applicazione di misure contenitive e restrittive nel trattamento di ogni forma di disagio psichico, e quindi si proclama contrario a tutte le pratiche psichiatriche “restraint” (siano esse fisicamente o chimicamente contenitive). In ciò, sicuramente è uno psichiatra non allineato, uno che assieme a pochi altri (eredi di Basaglia, come lui) cerca di praticare una psichiatria che curi e che consenta in maniera autentica di liberare dalle sofferenze, di risolvere le conflittualità e di promuovere percorsi di liberazione.
Porta avanti il suo pensiero con coerenza, in maniera non omologata, incurante del fatto che molti colleghi operanti nell’ambito della psichiatria possano considerarlo un eccentrico (o anche un rompiscatole).
Eppure - e Cipriano ce lo mostra con efficacia - dire di no a certe pratiche omologate, a sistemi curativi pseudoscientifici non è soltanto espressione di coerenza con le proprie idee, ma può portare a dei risultati e può aprire delle crepe in un apparato “curativo” omologato e omologante (non solo nei confronti dei “pazienti” ma degli stessi operatori che vi lavorano), con un’azione di dissenso (alla maniera del melvilliano Bartleby lo scrivano) verso l’imperante “manicomializzazione diffusa” nel territorio che, accanto ai circa trecento mini-manicomi a degenza breve sparsi nel territorio nazionale, vede il proliferare sempre più importante ed imponente di strutture per degenze medio-lunghe, come le CTA oppure di Case di Cura convenzionate che accolgono pazienti psichiatrici per periodi di svariati mesi, funzionanti in base al principio della “porta girevole”.
È un piacere profondo leggere le considerazioni e le riflessioni di Cipriano, poiché egli riesce a realizzare sempre una brillante sintesi tra letture e approfondimenti fatti, film visti e la propria viva e inconfondibile esperienza clinica nella quale s’intravede in filigrana una profonda umanità.
Nelle sue pagine si coglie un vivido percorso di volontà di crescita professionale che si arricchisce di giorno in giorno, dove letture e riflessioni scritte servono a decostruire e a ricostruire di continuo delle buone prassi e a trovare continuamente lo stimolo interiore per porsi delle domande (ed é più importante, sempre, porsi delle domande, nutrire dei dubbi, anziché procedere avendo delle certezze assolute ed irremovibili).
Esperienza quotidiana, letture, studio, confronto e reminiscenza sono tutti elementi che confluiscono nelle scritture diaristiche, nelle riflessioni e nelle narrazioni a volte fiction di Cipriano che, essendo fuori dagli schemi, si definisce (e può essere senz’altro definito) uno “psichiatra anarchico”.
Non manca - come nei due precedenti volumi della “trilogia” - un ricco apparato bibliografico, un vero e proprio pozzo delle meraviglie, che consente ai lettori più esigenti di approfondire dei propri percorsi di lettura o di lasciare che si attivino proficue risonanze intellettuali nel caso quelle letture le abbia già esplorate precedentemente, ma cogliendo l’opportunità di rivisitare alcune tematiche viste in una nuova, originale, sintesi.
Cipriano non è soltanto un neo-basagliano, uno psichiatra riluttante, uno psichiatra anarchico (o anarcoide), ma è anche un esploratore impenitente che cerca di venire fuori dalle sue personali contraddizioni, trovando una propria strada che, per successive approssimazioni, lo porta a vivere sempre più coerentemente la propria professione.
Non vedo l’ora di leggere gli altri suoi libri che scaturiscono appunto da questa continua ed indefessa ricerca che nella sua più recente evoluzione è approdato ad un interessamento nei confronti della neo-psichedelia e del potere curativo di certe pratiche rituali messe in atto nelle culture tradizionali e che, dunque, in questa sua più recente evoluzione di pensiero e di interessi culturali si allinea con i grandi psiconauti del nostro tempo (di cui il nostro Giorgio Samorini è un rappresentante importante nonchè portavoce di altri studiosi del settore).

Ma, prima di concludere, diamo voce a Piero Cipriano che, in un paragrafo sintetico e denso, ci spiega chi e cosa è uno psichiatra riluttante.

"Chi è, oggi, uno psichiatra riluttante?
Uno che non accondiscende ai dogmi della psichiatria e alle sue pratiche, quasi sempre repressive. Uno psichiatra critico, radicale. Non ho trovato di meglio per definirmi. Non sono il primo e spero di non essere l'ultimo. Anzi, lo so di essere in buona compagnia. Eppure per molti anni, nei luoghi dove ho esercitato il mio mestiere mi sono sentito completamente solo. Come un cane sciolto. O meglio, come un cane in chiesa. Come se fossi rimasto l'ultimo uomo sulla terra. Su pianeta abitato da zombie. E cosa può fare un uomo rimasto solo, su un pianeta disumanizzato, o su un'isola, o in un faro, o in un reparto psichiatrico blindato, se non scrivere, raccontarsi, provare a rimanere se stesso, o, perfino, rimanere vivo, per non lasciarsi andare alla disperazione, e cercare alleati, altri come lui: i riluttanti appunto." (ib.,
p11)

Trovo che queste parole di Piero Cipriano siano bellissime e particolarmente adatte per concludere questa breve recensione: molto meglio che una puntuale disamina capitolo per capitolo delle diverse tematiche trattate con competenza e con forte attitudine critica.


(Risguardo di copertina) "Ho vissuto metà del mio tempo nei luoghi dove si deposita la follia più indesiderata e tutta la possibile devianza dalla norma.
"E ho visto, da questo luogo privilegiato, in che modo gli uomini si trasformano, sia i curanti che i devianti
".
Si chiude con queste crude storie che raccontano il mal di vivere della nostra epoca la trilogia della riluttanza iniziata con "La fabbrica della cura mentale" e proseguita con "Il manicomio chimico".
A partire dalla sua frequentazione quotidiana con la sofferenza psichica, Cipriano si misura con quella stanchezza esistenziale, sbrigativamente definita depressione, che la nostra società antropofaga prima alimenta e poi cerca di etichettare con quel furore diagnostico e categoriale che le è proprio. A ogni deviante la sua etichetta, medica o psichiatrica, ma anche sociologica o giudiziaria, che così diventa una sorta di tatuaggio identitario, un destino imposto da cui tutto il resto deriva: gli obblighi, i percorsi, le scuole, le cure, i farmaci, le prigioni, ciò che ognuno potrà o non potrà fare (ed essere) nella sua vita.

Piero Cipriano (DAL WEB)

L'autore. Piero Cipriano (1968), medico psichiatra e psicoterapeuta, di formazione cognitivista ed etnopsichiatrica, ha lavorato in vari Dipartimenti di Salute Mentale d'Italia, dal Friuli alla Campania, e da qualche anno lavora in un SPDC di Roma. Autore di numerosi saggi sull'argomento, con Elèuthera ha pubblicato «la trilogia della riluttanza», che comprende, insieme a La fabbrica della cura mentale (2022 n.e.), anche Il manicomio chimico (2023 n.e.) e La società dei devianti (2016), oltre a un volume dedicato allo psichiatra che più lo ha influenzato: Basaglia e le metamorfosi della psichiatria (2018).

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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