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Nel mio lavoro di psichiatra in CTA (Comunità Terapeutica Assistita) ho momenti di grande sconforto
Dovremmo lavorare per la "riabilitazione", ma di progressi nella via della riabilitazione e dei reinserimento familiare e sociale ne vedo ben pochi.
Sembra di poter fare poco o punto per alcuni pazienti
Ciò è evidente in alcuni casi che cito di seguito con poche immagini-flash.
C'è quello assolutamente deteriorato dopo anni e anni di trattamenti farmacologici pesanti - un tempo si sarebbe detto "istituzionalizzato", ma il termine rimane valido anche adesso - assillato dai bisogni più primitivi: "Ho fame! Ho fame!", ad esempio, quando non è certamente tenuto a stecchetto e riceve pasti regolari e abbondanti
C'è quello che non vuole più stare qua e che, ogni giorno, si profonde in litanie e preghiere: "Voglio andare a casa! A casa! A casa!"
C'è quello che si rifiuta fermamente di lavarsi e di provvedere alla benché minima igiene personale e si piscia di sopra sovente
C'è quello che se ne sta chiuso nella sua stanza e che non vuole avere a che fare con niente e con nessuno, salvo ad uscirne, solo nel momento dei pasti:
C'è quella che scappa in continuazione e che, dalle poche cose che ci comunica, ci fa capire di non avere un centro e che nessun posto possa andare bene per lei. Ma se scappa noi dobbiamo sempre cercare di riprenderla.
C'è quella che rifiuta di levarsi le lenti a contatto per andare a dormire e non se toglie da mesi e ha gli occhi gonfi.
Ma la cosa che è più sconfortante è che per tutti - quasi - manca un progetto per un dopo
Dove dovranno andare.
Cosa potranno fare.
Cosa dovremmo fare noi, se abbiamo degli interlocutori istituzionali che sono il più delle volte latitanti e poco disponibili (a loro volta assillati dal numero davvero grande di prese in carico e dalla scarsità delle risorse umane)?
Spesso non c'è un progetto di uscita e/o di svincolo.
Mancano le alternative.
E' come se, al di là della cortina di belle parole e dell'enunciazione di programmi che rimangono prive di sostanza, questi pazienti fossero come depositati in un posto dove debbano semplicemente "stare" in una sorta di purgatorio.
Intanto chi, delle diverse istituzioni che li ha mandati a noi si dimentica di loro.
Qualche volta ho l'impressione che queste Comunità terapeutiche per pazienti psichiatrici siano una sorta di deposito o contenitore - dove i pazienti vengono posati per periodi più o meno lunghi e poi dimenticati.
Lo dirò con termini più idonei: a volte ho l'impressione le CTA sempre più si configurino come parte di una rete di servizi che qualcuno ha definito come elementi esprimenti una "mini-manicomialità diffusa", in barba alle più belle intenzioni della legge 180 del 1978.
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Sono certo che oggi, se Franco Basaglia sentisse di queste declinazioni delle prassi terapeutiche e assistenziali offerte dai servizi di tutela della salute mentale, si rivolterebbe nella tomba.
In verità, il manicomio non è morto, in quanto costrutto mentale generatore di esclusioni.
E' ancora presente nella mente di molti.
Poi, nella concretezza, ci si deve confrontare con i "manicomi chimici" e con tutte le derive fortemente coercitive per l'individuo indotte dai trattamenti psicofarmacologici a lunghissimo termine senza alcun progetto di svincolo dallo stesso Farmaco (o quanto meno senza mai provarci e dando per scontato che tutte le malattie mentali siano delle malattie "metaboliche" del cervello - come discendente dalla famosa ed esecrabile "teoria del cervello rotto") che si tratti d’un unico farmaco o, più sovente, di un cocktail di farmaci diversi e disparati che si aggiungono come stratificazioni ed incrostazioni man mano che progredisce e si cristallizza la "carriera" del malato di mente; e con la mini-manicomialità diffusa, di cui sopra, vi è il moltiplicarsi sempre più spinto delle strutture residenziali convenzionate per assicurare delle degenze medio-lunghe o lunghissime.
Sto leggendo proprio in questi giorni un manuale scritto dallo psichiatra americano Breggin1, il quale - con il supporto dei risultati di studi approfonditi - argomenta che gli psicofarmaci "fanno male" e che dovrebbero essere utilizzati in modo mirato e per il più breve periodo possibile, allo scopo di evitare complicanze e sindromi di vario genere.
Muovendosi in un terreno di "psichiatria etica" non è pensabile continuare ad alimentare la pseudo-cultura (quella sostenuta a spada tratta - tra l'altro - dalle case farmaceutiche) della somministrazione ad oltranza degli psicofarmaci di qualunque tipo essi siano, sulla base dello pseudo-principio (enunciato spesso come un dogma) che queste tipologie di trattamenti sono come l'insulina per il diabete e che cioè vanno proseguiti a vita.
Niente di più falso!
Non c'è di fatto alcuna apertura verso l'ipotesi etica di una sospensione - sia pure con gradualità - delle terapie con i farmaci e il loro rimpiazzo con altre tipologie di interventi.
Invece si è costretti a fronteggiare situazioni cliniche ingravescenti che vengono lette forzatamente come espressione di malattie mentali inemendabili, espressione di un ipotetico "guasto" al cervello (é la sopracitata teoria del "cervello rotto”, portata all'attenzione del grande pubblico in un volume specifico dalla psichiatra e neuroscienziata americana Nancy C. Andreasen2): e intanto i pazienti sottoposti a trattamenti farmacologici a vita vanno incontro a manistazioni che compromettono la loro salute, con quadri come il CBI (Chronic Brains Impairment), la DT (Discinesia Tardiva) e le sindromi extra-piramidali, la sindrome dismetabolica, le complicazioni cardiovascolari, e il corollario di una forte riduzione dell'aspettativa di vita..
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Questo - quello determinato dall'uso cospicuo, generoso e continuo degli psicofarmaci - è ancora, né più né meno manicomio, un manicomio senza mura, un manicomio invisibile, ma pur sempre manicomio.
Il Manicomio, uscito dalla porta con la la legge di riforma del 1978, è oggi rientrato dalla finestra sotto mentite spoglie ed è dentro i pazienti che sono paralizzati, bloccati, patologizzati, indeboliti dai farmaci che somministriamo loro, ma è anche dentro di noi che prescriviamo e che, spesso, manteniamo le terapie decise da altri.
Poi, si continua a dire di fronte a pazienti che, nel corso di anni di trattamenti sono stati trasformati in relitti per i quali si dice che non sono più "riabilitabili" e che tutto ciò è effetto della malattia mentale stessa, con la rinuncia ad assumere una posizione mentale critica che consenta di fare una revisione autentica delle prassi correnti.
Si segue costantemente la via della minore resistenza è una logica fortemente difensiva: continuando imperterriti a somministrare farmaci, senza mai ipotizzare un possibile scalaggio dolce, incrementando le dosi o la tipologia dei farmaci non appena si manifestano effetti avversi o effetti paradossi e, interpretando i segni astinenziali derivanti dalla sospensione di questo o quell'altro medicamento, come espressione di una mera ricaduta nella patologia e quindi come elemento motivante ad incrementare ulteriormente le dosi o ad aggiungere altri farmaci allo schema posologico.
E' chiaro che le CTA e le cliniche a lunga degenza, in questo contesto, tendono a diventare sempre più delle strutture a funzione puramente contenitivo, luoghi in cui degli esseri umani reificati vengono depositati e dimenticati.
Questa è appunto la condizione di mini-manicomialità diffusa descritta in questi termini solo da pochi pensatori coraggiosi, tra i quali si annovera Piero Cipriano con i suoi numerosi scritti di critica e di denuncia, e che potenzia a dismisura l'altro manicomio persistente e tenace che è quello "chimico", in altri termini quello determinato dall'imperio dei farmaci.
Sì, sono davvero pochi quelli che sono disposti a dire le cose come stanno, a fare una critica serrata, a prendere posizione, anche perché modalità operative consolidate su posizioni preventivamente difensive non lo consentono
Eppure, è così che vanno le cose e scrivo tutto questo oggi alla vigilia pochi del ricorrere della Giornata Mondiale della Salute.
In questa psichiatria che, a parole, promuove la riabilitazione, ma che nei fatti la nega, non mi riconosco.
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1. P.R. Breggin, La sospensione degli psicofarmaci. Un manuale per i medici prescrittori, i terapeuti, i pazienti e le loro famiglie, Giovanni Fioriti editore, 2018
La regolare assunzione di psicofarmaci è e stremamente pericolosa e sono ancora più pericolose le variazioni di dosaggio, comprese la riduzione e la sospensione di tali farmaci.
Questo libro ha lo scopo di fornire informazioni cliniche e di ricerca aggiornate su quando e come ridurre o sospendere gli psicofarmaci. Descrive un approccio multidisciplinare centrato sulla persona concepito come una guida. Il team comprende prescrittori (psichiatri e altri specialisti, medici) e terapeuti (psichiatri, assistenti sociali, psicologi, counselor, terapeuti di coppia e familiari, professionisti della terapia occupazionale e ricreativa, infermieri e altri). Il team è concepito per includere anche il paziente, la sua famiglia e altri soggetti che svolgono un ruolo significativo per il paziente stesso. Questa guida inizia passando in rassegna gli effetti avversi che possono richiedere la riduzione o la sospensione dello psicofarmaco.
Passa poi a discutere gli effetti dovuti alla mancata assunzione di questi farmaci per far familiarizzare i medici, i pazienti e le famiglie con questi problemi
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2. Il libro, pubblicato originariamente nel 1984 con il titolo The Broken Brain: The Biological Revolution in Psychiatry, e tradotto in italiano come Il cervello rotto. La rivoluzione biologica in psichiatria, descrive in dettaglio l'approccio biologico ai disturbi mentali.
Nel suo volume, Andreasen non "avanza" una teoria critica (come talvolta l'espressione viene usata oggi), ma piuttosto sostiene con forza la prospettiva organicista della malattia mentale, vedendo i disturbi psichiatrici come patologie del cervello con cause fisiologiche identificabili, e promuovendo l'uso di farmaci come trattamento primario. Il libro è stato un punto di riferimento per la cosiddetta "rivoluzione biologica" in psichiatria.
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Piero Cipriano, psichiatra neo-basagliano e attivista per un'idea di psichiatria più umana e attenta alle esigenze delle persone, ha dato alle stampe un nuovo saggio che ha come titolo " La salute...
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Trailer. Dall'8 marzo ascolta la nuova serie
Podcast · Piano P · Negli Anni 70, Franco Basaglia rivoluzionò la psichiatria insieme a un gruppo di collaboratori, liberando i malati dai manicomi. Che cosa resta di quella straordinaria avventura

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