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14 luglio 2026 2 14 /07 /luglio /2026 06:40
Donna Tartt, Il Cardellino

Finalmente ho portato a termine la lettura de "Il Cardellino" di Donna Tartt (The Goldfinch, pubblicato in edizione italiana con la traduzione di Mirko Zilahy.
Si tratta del terzo romanzo della Tartt: in esso si raccontano le vicissitudini che il personaggio principale, Theo Decker, un ragazzino di tredici anni, è costretto ad attraversare, in seguito all'evento fortemente traumatico della morte della madre) che lo condizionerà per tutta la vita.
Con quest'opera la Tartt ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa del 2014.
E' stata, questa, una lettura importante del 2026, il cui inizio ho a lungo rimandato.
Si soffre assieme al protagonista Theo e per tutte le sue vicissitudini che si potrebbero dire "abbandoniche", dopo la morte traumatica della madre e, per questo, segnate anche dagli effetti di una sindrome posttraumatica da stress, mai del tutto risulta nei suoi effetti lunghi.
Se, da un lato, la narrazione ruota attorno a questo evento (che è un po' la scaturigine di tutto), dall'altro lato vi è a fare da perno - non meno importante il celebre dipinto del pittore olandese Carel Fabritius "Il Cardellino" che egli - dopo la tragica morte della morte nel tragico attentato dinamitardo nella galleria del museo dove tale opera era esposta assieme ad altre - ha portato con sé. Il dipinto diviene per lui un po' oggetto-feticcio (che rimanda costantemente alla madre, poichè è l'ultima cosa che hanno guardato assieme in quel giorno di dolore, un oggetto transizionale (una sorta di coperta di Linus, in altri termini), ma anche via di salvamento,  zattera cui appoggiarsi, ma anche - alla fine - quando non lo avrà più con sé (e divenuto per questo motivo oggetto esclusivamente mentale) scaturigine di una prima presa di consapevolezza e di uscita verso una vita matura ed indipendente, con la messa in atto di una serie di azioni riparative.
E' indubbiamente un romanzo complesso, pieno di filoni narrativi  che hanno al proprio centro sempre il filtro della soggettività di Theo Decker e, in effetti, come si scoprirà alla fine - egli, sin dall'inizio, ha voluto tenere traccia degli accadimenti in una forma di diario, come tentativo di elaborazione del lutto e delle altre separazioni in cui è incorso.
Si può sicuramente considera un interessante esempio di romanzo di formazione, il cui protagonista, uscendo da una condizione di benessere edenico (il felice rapporto con una madre accudente, quasi senza tempo), per via di un evento fortemente traumatico, passa attraverso diverse fasi esperienziali in cui il processo di elaborazione del lutto autentico è ostacolato dal possesso di un oggetto "magico" (il quadro) che, per di più, considerando la sua natura di oggetto d'arte trafugato rende Theo vincolato al mantenimento del segreto più totale attorno ad esso (ed è quindi destinato ad una fruizione segreta), con una serie di attività diversive e compensative (l'alcol, le droghe, l'attivazione di attività di falsificazione e di frode (che sono il corrispettivo, nella realtà, di un processo di falsificazione del Sè), e perfino con l'attivazione di un compagno-ombra criminale (l'ucraino Boris, anche lui proveniente da una famiglia disastrata). Nella costellazione di personaggi che si muovono attorno a lui non mancano tuttavia figure importanti e salvifiche, punti stabili di una vita tormentata e alla deriva che sono, ad esempio, la signora Barbour, il paterno Hobie e l'amatissima Pippa. 
Il romanzo è a volte lento in una maniera irritante e ciò nonostante si va avanti lo stesso alla ricerca di una catarsi che arriva, alla fine.
Non so se sia ardito definirla questa vicenda una grande storia dickensiona, per il fatto che riguarda la storia di un'infanzia offesa e ferita con una serie di passaggi attraverso le terre morte e i pericoli del XX secolo (tra i quali si annoverano le esposizioni alle seduzioni della droga e dell'alcool), ma con le stesse angoscie abbandoniche e la necessità di trovare sempre delle vie di salvamento, anche quando tutto sembra indicare che si è statati sconfitti e soverchiati dalle circostanze della vita.
Ma - in qualche modo - si puà sempre ritornare ad essere artefici del proprio destino.
Il percorso di riparazione implica, come prezzo, la scoperta della solitudine pur con il supporto della contemplazione estetica dell'opera d'arte, in questo caso quell'unica opera d'arte, trafugata ed infine restituita che, rimane nell'immaginario di Theo in tutta la sua potenza iconica, come oggetto puramente mentale.

Il romanzo è tutto un unico lungo percorso esistenziale che pone al centro come cardine attorno a cui ruota tutto l'opera famosa del pittore olandese Carel Fabritius.
 

E, per concludere, dovrò dire qualcosa di quest'opera d'arte.

Carel Fabritius, Il Cardellino

Il cardellino è un dipinto a olio su tavola di Carel Fabritius, realizzato nel 1654 e conservato alla Mauritshuis dell'Aia.

La semplicità del disegno e le sofisticate tecniche prospettiche lo rendono quasi un unicum nella produzione della pittura del Secolo d'oro olandese.

La tavola fu realizzata nel 1654, anno in cui il suo creatore perse la vita a causa dell'esplosione di Delft. Il drammatico episodio distrusse anche l'atelier dell'artista e potrebbe aver causato dei lievi danni allo stesso Cardellino.

Della tavola si persero le tracce fino al 1859, quando Théophile Thoré-Bürger la identificò nella collezione di Joseph-Guillaume-Jean Camberlyn a Bruxelles.
Sei anni più tardi l'opera fu lasciata in eredità dagli eredi di Camberlyn allo stesso Bürger, che a sua volta la lasciò alla compagnia Apolline Lacroix nel 1869.
Il 5 dicembre 1892 fu venduto per cinquemila e cinquecento franchi al pittore Étienne-François Haro durante un'asta all'Hôtel Drouot. Quattro anni più tardi la tela sarebbe stata nuovamente battuta all'asta nel medesimo hotel e, in questa occasione, fu acquistata per 6,200 franchi da Abraham Bredius per la Mauritshuis.

Il dipinto di Fabritius ottenne la celebrità mondiale nel 2013 con la pubblicazione del romanzo Il cardellino di Donna Tartt, un bestseller da oltre un milione di copie premiato con il Premio Pulitzer per la narrativa.
Nel 2019 il romanzo fu adattato nel film omonimo per la regia di John Crowley, nel 2019..



 

Donna Tartt

(Sinossi dal risvolto di copertina) Figlio di una madre devota e di un padre inaffidabile, Theo Decker sopravvive, appena tredicenne, all'attentato terroristico che in un istante manda in pezzi la sua vita. Solo a New-York, senza parenti né un posto dove stare, viene accolto dalla ricca famiglia di un suo compagno di scuola. A disagio nella sua nuova casa di Park Avenue, isolato dagli amici e tormentato dall'acuta nostalgia nei confronti della madre, Theo si aggrappa alla cosa che più di ogni altra ha il potere di fargliela sentire vicina: un piccolo quadro dal fascino singolare che, a distanza di anni, lo porterà ad addentrarsi negli ambienti pericolosi della criminalità internazionale. Nel frattempo, Theo cresce, diventa un uomo, si innamora e impara a scivolare con disinvoltura dai salotti più chic della città al polveroso labirinto del negozio di antichità in cui lavora. Finché, preda di una pulsione autodistruttiva impossibile da controllare, si troverà coinvolto in una rischiosa partita dove la posta in gioco è il suo talismano, il piccolo quadro raffigurante un cardellino che forse rappresenta l'innocenza perduta e la bellezza che, sola, può salvare il mondo.

L'autrice. Donna Tartt, nata nel 1963 a Greenwood (Mississippi)è un'autrice statunitense. Nata a Greenwood, in Mississippi, dopo aver dimostrato capacità innate per la scrittura già in tenera età, ha pubblicato il suo primo sonetto a tredici anni. Si è laureata al Bennington College dove ha conosciuto lo scrittore Bret Easton Ellis, con cui stringe un'importante amicizia, fonte di ispirazione artistica.
Il suo romanzo d’esordio Dio di illusioni (The Secret History 1992) e Il piccolo amico (The Little Friend 2002, vincitore nel 2003 del WH Smith Literary Award) sono diventati bestseller internazionali tradotti in 30 lingue. Nel 2014 vince il Premio Pulitzer per la narrativa con Il cardellino (The Goldfinch 2013). Nel 2019 in romanzo è stato adattato in un film per la regia di John Crowley.

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10 luglio 2026 5 10 /07 /luglio /2026 06:47

La storia coraggiosa di una donna, usata e tradita, che decide di riprendere in mano il proprio destino. Un noir intenso e drammatico su inganno, riscatto e vendetta.

«Con l'età ho capito che ho una voce pubblica e che la gente mi ascolta. Ora voglio usarla per parlare di temi che mi stanno a cuore» – Camilla Läckberg

IBS

La gabbia dorata, Marsilio, 2019

La storia di Faye si articola in tre romanzi (con qualche sfumatura thriller), scritti dall’autrice svedese Camilla Läckberg, e che seguono la trasformazione di Faye Adelheim, una donna che si lascia alle spalle un oscuro passato trascorso a Fjällbacka per sposare Jack. Intrappolata in un matrimonio "tossico", dopo il tradimento del marito mette in atto una vendetta spietata e si riprende la propria vita.

Faye non è il vero nome della protagonista, o meglio non il primo, il primo nome è Matilde.
Faye, però, ha abbandonato quell’identità da tempo, e ha deciso di lasciare tutto, rinunciare ai suoi sogni, tarpando ogni ambizione pur di seguire il suo amato Jack.
Ora Faye e Jack sono sposati e hanno una bambina insieme, Julienne, ma il loro matrimonio non è dei più felici.

Faye, infatti, si sente intrappolata in una gabbia dorata, mentre il marito appare sempre più freddo e distante e tutti i sacrifici che lei ha fatto per assecondarlo improvvisamente iniziano a riaffiorare, rinvigoriti dal peso del rimorso.
La situazione precipita quando Faye scopre che Jack la tradisce. Ma quella che sembra un’unica fonte di dolore si trasformerà presto in un’occasione di riscatto, un’ancora a cui aggrapparsi per ricominciare da capo, riprendere la propria vita in mano, dedicandosi alle sue passioni e ai suoi talenti. Per superare l’umiliazione subita e ripristinare il controllo sarà affiancata da un gruppo scelto di donne, con cui affrontare al meglio ogni tipo di sfida.
In un certo senso la storia di Faye è una storia di vendetta - e non solo di riscatto - si presenta emblematica di una condizione femminile che anela all'emancipazione anche a costo di attuare questo percorso con mezzi non ortodossi e decisamente malevoli.
Faye, infatti, nasconde nel suo animo una parte oscura e legata alla sua antica (e tragica) storia familiare e questa componente fa sì che lei possa trova soluzione ardite e, potremmo dire, "nere" ai suoi percorsi di riscatto, con cinismo e senza alcuna forma di rimorso (e qui si ritrova la componente thriller e noir di questa trilogia che, altrimenti, sarebbe una semplice storia di riscatto femminile, con l'esaltazione dell'efficacia con altre donne vilipese ed offese).

Il lato oscuro è rappresentato dal cinismo di Faye nel costruire le sue vendette, un cinismo che scaturisce a dai traumi subiti nel passato burrascoso e tragico della sua famiglia di origine, sicuramente multiproblematica e abusante. La sua evoluzione la porta a sviluppare tratti psicologici molto specifici, in cui si riconoscono il disincanto (che fa sì che, sotto la superficie di donna raffinata, ella nasconda una profonda sfiducia nel prossimo e nel matrimonio), una forma di spietatezza (che la spinge ad usare il calcolo freddo e la manipolazione per ottenere vendetta contro chi l'ha tradita o offesa o umiliata), e infine la determinazione (che la aiuta a cancellare ogni traccia di vulnerabilità, mettendo il proprio riscatto sopra qualsiasi principio morale).

«Perché è così che fanno le donne. Indirizzano la rabbia verso l’interno, verso se stesse. Non si impongono e non pretendono giustizia.»

Il primo romanzo della serie è "La gabbia dorata", pubblicato in traduzione italiana da Marsilio (nella Collana, Le Farfalle), nel 2019.

(Risvolto) Faye sembra avere tutto. Un marito perfetto, una figlia adorabile e un lussuoso appartamento nel quartiere più elegante di Stoccolma. Ma, al di là della superficie scintillante, è una donna tormentata dai ricordi legati al suo oscuro passato a Fjällbacka, una donna che sempre più si sente prigioniera di una gabbia dorata. Un tempo era forte e ambiziosa. Poi è arrivato Jack, il marito, e lei ha rinunciato alla sua vita. Jack non è un uomo fedele, però, e quando Faye lo scopre, il suo mondo va in pezzi. Non le resta più niente, è distrutta. Fino al momento in cui decide di passare al contrattacco e di vendicarsi in modo raffinato e crudele…
Faye non è certo la prima donna al mondo a essere stata umiliata dal marito, trattata come una stupida e costretta a lasciare il posto a una più giovane e piacente. Ma per lei è arrivato il momento di dire basta: «Unite siamo forti, non ci rassegneremo mai più al silenzio.»


 

Camilla Läckberg nel 2025

(L'autore) Jean Edith Camilla Läckberg Eriksson, nata nel 1974, a Fjällbacka, un'autrice svedese.
È cresciuta a Fjällbacka, un paese sulla costa ovest della Svezia dove ambienta preferibilmente le sue storie e dove visse anche Ingrid Bergman.
Prima di diventare una delle più celebri e vendute autrici di polizieschi della Svezia, ha lavorato per diversi anni nel marketing.
Oggi, madre di due figli, vive a Stoccolma dove continua a scrivere la sua fortunata serie tradotta in moltissimi paesi, che ha venduto finora nel mondo più di sei milioni di copie.
Dal primo episodio della serie (La principessa di ghiaccio, scritto nel 2002 ed edito in Italia da Marsilio nel 2010), vincitore in Francia del Grand Prix de Littérature Policière, viene realizzato un film, il primo di una serie di successo in Svezia.
Dove scrive? in una piccola mansarda in legno, come la sua casa, cui si accede attraverso una minuscola scala a chiocciola. Tutto è dipinto di bianco e la postazione è semplicissima: una ridotta scrivania, il computer, una lampada da tavolo. Dalla finestra si vedono i tetti delle case vicine, la strada e il bosco.
Tra gli altri titoli pubblicati: Predikanten - Il predicatore (2004, edito in Italia da Marsilio nel 2010), Stenhuggaren - Lo scalpellino (2005, edito da Marsilio nel 2011), Olycksfågeln - L'uccello del malaugurio (2006, Marsilio 2012), Tyskungen - Il bambino segreto (2007, Marsilio 2013), Sjöjungfrun - The Mermaid (2008), Fyrvaktaren - Il guardiano del faro (2009, Marsilio 2014), 
Il segreto degli angeli (Marsilio, 2015), Tempesta di neve e profumo di mandorle (Marsilio, 2015), Il domatore di leoni (Marsilio, 2016), Ali d'argento (Marsilio, 2020), Il gioco della notte (Einaudi, 2021), Il codice dell'illusionista (Marsilio, 2021), La setta (Marsilio, 2022), Il figlio sbagliato (Marsilio, 2023), Il miraggio (Marsilio, 2024).

Camilla Lackberg, Ali d'argento, Marsilio

Camilla Läckberg, Ali d’argento (nella traduzione di Alessandra Albertari e Laura Cangemi), Marsilio (Le Farfalle), 2020.

Grazie al successo della sua azienda, la Revenge, Faye si è rifatta una vita all'estero. Tuttavia, deve tornare a Stoccolma quando una nuova minaccia mette in pericolo la sua impresa e le persone che ama.
Faye, una donna che dopo aver orchestrato una crudele vendetta contro il suo ex marito violento, Jack, ha ricostruito una vita di successo, ma è costretta a tornare in Svezia per difendere la sua azienda, la Revenge, da nuove minacce, unendosi a un gruppo di donne per combattere ancora una volta, affrontando le ombre del suo passato e i pericoli del presente.
Molto avvincente
“Ali d’argento
” é il secondo volume della “Trilogia di Faye” (o anche detta "La storia di Faye"), il cui primo volume é “La gabbia dorata” (2019), mentre il terzo é “Sogni di bronzo” (2025)
Un nuovo thriller della vendetta: per Faye la guerra non è ancora finita.
Faye era abituata a combattere. Lo faceva da quando era bambina. Faye non si arrendeva, si vendicava.
Grazie a un piano raffinato e crudele, Faye si è lasciata alle spalle il tradimento e le umiliazioni inflitte dall'ormai ex marito Jack e sembra aver ripreso in mano le redini della propria esistenza: è una donna autonoma, si è rifatta una vita all'estero, Jack è in prigione e la società da lei fondata, la Revenge, va a gonfie vele. Ma nuove sfide potrebbero incrinare la sua serenità così faticosamente conquistata. Sull'azienda e sul lancio del marchio Revenge negli Stati Uniti pesa una grave minaccia, tanto che Faye è costretta a rientrare a Stoccolma. Non può e non vuole rischiare di perdere tutto quello per cui ha tanto lottato. Questa volta, però, la determinazione non basta, e per risorgere dalle ceneri e riprendere il controllo della situazione ci vuole un piano ancora più diabolico. Così, con l'aiuto di un gruppo sceltissimo di donne, Faye torna a combattere per difendere ciò che è suo, e per proteggere se stessa e i propri cari.

Hanno detto
«Inebriante vendetta e inaspettata tenerezza: un giallo molto sexy che vi lascerà senza fiato» – Karin Slaughter
«Un thriller deliziosamente ingegnoso, con tanto sesso, scandali e segreti» – Kirkus Review

Sogni di bronzo (2024) è il capitolo conclusivo della trilogia, in cui Faye si troverà a pianificare una sua definitiva vendetta con l'aiuto di alcune alleate fidate
 

Sogni di bronzo, Marsilio, 2025

"Non sei sola. Non dimenticarlo mai."

«Ero furiosa. No, non sarei solo sopravvissuta. Mi sarei anche vendicata.»

Jack, l’ex marito di Faye, non c’è più e con lui se ne sono andati anche molti dei problemi che la tormentavano. Ma adesso la minaccia, se possibile ancora più molesta, arriva dall’unica persona al mondo realmente in grado di piegarla e di farle del male: suo padre. Ora che è fuggito dal carcere in cui stava scontando la sua pena, Faye è costretta ad affrontare le sue paure più profonde per fermarlo. E non è la sola a rischiare la vita, perché con lei sono in pericolo tutte le persone a cui vuole bene, e perfino l’impero di Revenge, l’azienda che ha costruito lottando contro mille ostacoli e che l’ha resa ricca e famosa, potrebbe andare in frantumi. Per pianificare la vendetta finale, Faye ha bisogno delle sue alleate più fidate. Anche se ancora non sa che, oltre alla polizia di Stoccolma, la sta tenendo d’occhio qualcun altro: una donna determinata e dal passato oscuro, una sua nemesi perfetta che si muove nell’ombra e potrebbe portarle via tutto.

Immagine generata da Gemini

Faye Adelheim, protagonista della trilogia noir di ⁠Camilla Läckberg, rappresenta l'archetipo letterario della metamorfosi femminile, evolvendo da moglie sottomessa a spietata mente criminale e imprenditrice di successo.
La sua parabola psicologica ed esistenziale si sviluppa attraverso i tre romanzi della serie.

Il nucleo psicologico del personaggio risiede nella sua identità frammentata. Prima di diventare l'elegante Faye di Stoccolma, la protagonista era Matilde, una ragazza fuggita da un passato traumatico a Fjällbacka segnato da abusi e violenze familiari. Matilde rappresenta la vulnerabilità originaria, il dolore rimosso e i segreti inconfessabili che Faye tenta di seppellire per ricostruirsi da zero. Faye, invece, è la maschera sociale perfetta, quella di una donna sofisticata che ha deliberatamente cancellato le proprie origini per integrarsi nell'alta borghesia svedese.
Nella prima parte della trilogia, Faye vive in una condizione di totale annullamento. Per amore del marito Jack, mette da parte la sua intelligenza matematica e le sue ambizioni commerciali, subendo continue umiliazioni psicologiche. Il tradimento di Jack agisce come un catalizzatore emotivo. La disperazione per la perdita della sua vita agiata si trasforma in una rabbia fredda e calcolatrice.

 

Faye-Matilde

Faye non si limiterà a subire il divorzio, ma pianificherà una distruzione finanziaria e personale del marito, dimostrando una spiccata attitudine per la strategia noir.Il ruolo della solidarietà e l'impero Revenge
Un elemento centrale nell'analisi di Faye è la sua transizione verso una consapevolezza collettiva e il riconoscimento dell'importanza del solidarietà tra donne. In questa cornice la fondazione dell'azienda di cosmetici Revenge non è solo uno strumento di arricchimento personale, ma un forte manifesto politico.
Per ottenere il raggiungimento dei suoi scopi Faye seleziona delle collaboratrici fidate e coopta esclusivamente donne che hanno subìto abusi o discriminazioni (a partire dalla fidatissima Kerstin), trasformando il proprio network in un'arma di mutuo soccorso e in uno strumento di protezione. L'indipendenza economica diventa per lei l'unica vera forma di scudo contro il potere patriarcale e i pericoli che minacciano la sua famiglia, per difendere la quale è disposta a mettere tutti i mezzi possibili, leciti ed illeciti.

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3 luglio 2026 5 03 /07 /luglio /2026 07:21
John Chapman. L'uomo che piantava gli alberi

John Chapman, vissuto a cavallo tra due secoli (precisamente nacque nel 1774 e morì nel 1845), é diventato famoso con il soprannome di "Johnny Appleseed" (Giovannino Seme di Mela) perché viaggiava a piedi piantando alberi di melo ovunque andasse tra l'Ohio e i territori confinanti che percorreva in lungo e in largo creando dei vivai di meli in modo che i coloni avessero di che nutrirsi e trovassero delle piantine già cresciute da piantumare nei propri orti
Non solo viene considerato uno dei primi ecologisti ed ambientalisti della storia, ma fu anche un mistico e accanito lettore degli scritti di Emanuel Swedenborg la cui conoscenza cercava di diffondere tra i coloni, leggendo loro ad alta voce alcuni suoi passaggi salienti o distribuendo loro singolo pagine dai libri stampati in suo possesso, attuando un modello di vita semplice ed essenziale, quasi francescano per alcuni versi, con una frugalità spinta che lo portava a scelte vestimentali eccentriche e bizzarre.
Rifuggiva dall'uso di calzature o a volte ne usava di spaiate che riceveva dai coloni quando le dismettevano per il proprio uso personale.
Era un esperto erborista, coltivatore e missionario cristiano.
A differenza del mito che lo dipinge come un vagabondo distratto che lanciava semi a caso, Chapman era un abile uomo d'affari. Precedeva i coloni occidentali per creare vivai recintati di meli in Stati come la Pennsylvania, l'Ohio e l'Indiana. 
Quando i coloni arrivavano, rivendeva loro i terreni e le piante.
Le mele nate dai suoi semi non erano dolci come quelle che mangiamo oggi, ma erano aspre e venivano usate principalmente per produrre sidro alcolico, la bevanda più comune della frontiera.
Era un pacifista convinto, vegetariano e profondamente legato alla natura e ai nativi americani. La leggenda dice che camminasse sempre scalzo e che usasse una pentola come cappello.
La sua storia venne narrata da W. D. Haley, ed ora disponibile in traduzione italiana con il titolo “Storia di John Chapman. L'uomo che piantava gli alberi” (nella traduzione di Davide Platzer Ferrero), Lindau, 2020. 

Johnny Appleseed

(Sinossi) Apparsa nel 1871 sulla rivista «Harper’s New Monthly Magazine», questa biografia di John Chapman, meglio conosciuto come Johnny Appleseed (Johnny «Seme di Mela»), ci restituisce il ritratto di un personaggio che è diventato leggendario (ed è considerato parte integrante dei miti di fondazione della nazione americana).. Vissuto ai tempi dei pionieri a cavallo tra ’700 e ’800 e considerato una sorta di ambientalista ed ecologista ante litteram, Chapman era un uomo semplice, che decise di vivere in povertà e a contatto con la natura, viaggiando a piedi attraverso terre ancora selvagge e piantando alberi di melo sul proprio cammino. Questo breve testo ricco di aneddoti curiosi racconta le gesta di uno spirito generoso, pieno di amore e di compassione per ogni essere vivente. Protettore degli animali, amico dei popoli nativi ― che lo chiamavano «grande uomo di medicina» ― ed esempio di vita radicale e alternativa, à la Thoreau, Johnny Appleseed è una figura di assoluta modernità, la cui spiritualità ecologica e inclusiva è una fonte di ispirazione per le nuove generazioni.
Spesso questo personaggio viene confuso con il protagonista di un altro famosissimo racconto intitolato L'uomo che piantava gli alberi di Jean Giono. che però è una sttoria inventata che parla di un pastore francese, Elzéard Bouffier, mentre il libello di Haley parla della persona reale che ha ispirato il mito americano.

L'autore. William D'Arcy Haley (1828 – 1890) è stato un predicatore unitariano, giornalista e scrittore britannico naturalizzato statunitense. È ricordato soprattutto per aver scritto e pubblicato la prima biografia ufficiale di Johnny Appleseed.
Svolse l'attività di pastore della chiesa unitariana e lavorò a lungo come giornalista. 
Di solito firmava i suoi articoli e le sue opere usando solo le iniziali, W. D. Haley.
Fu un importante collaboratore della celebre rivista letteraria e di attualità Harper's New Monthly Magazine.
Nel novembre del 1871, Haley pubblicò su Harper's Magazine un lungo e dettagliato articolo intitolato "Johnny Appleseed, a Pioneer Hero".
Questo testo fu fondamentale perché raccontò per la prima volta al grande pubblico la vera storia di John Chapman. Chapman era un uomo semplice che viaggiava a piedi nudi nell'America dei pionieri piantando alberi di melo ovunque andasse.
Haley trasformò la figura storica di Chapman in un vero e proprio eroe del folklore americano e in un simbolo dell'ecologismo primitivo.
Raccoglieva aneddoti preziosi dell'epoca che altrimenti sarebbero andati perduti, rendendo la storia accessibile anche ai lettori moderni 

Leggi un mio articolo recente in Dialoghi Mediterranei

Riflessioni sul taglio indiscriminato e folle degli alberi

(di Maurizio Crispi)


 

fratelli alberi (foto di Maurizio Crispi)

E’ osservazione sempre più comune, camminando per le vie della città, il vedere squadre di operai armati di motoseghe e dotati di carrelli elevatori, intenti a smantellare alberi di alto fusto, che – un tempo – nella mia gioventù – io guardavo con riverenza e che consideravo delle creature – esseri viventi ed anche senzienti alla luce delle più recenti ricerche di Suzanne Simard1  sulle micorrize e sulle interconnessione tra piante - che sarebbero state ben più longeve di me, 
Sembra che si tratti di operazioni – allo sguardo e nel pensiero del comune cittadino che si ponga degli interrogativi – azioni del tutto dissennate, condotte arbitrariamente.
Alberi che vengono capitozzati2  selvaggiamente sino a levare loro - in un’azione certosina – tutta la chioma verde che rappresenta l’apparato di respirazione e di organicazione dell’azoto della pianta stessa, oppure alberi integri (a giudicare dallo stato del durame di ciò che rimane del tronco) in condizioni di perfetta salute e che vengono prima privati di tutta la chioma e poi segati radicalmente alla base.
A mio modo di vedere queste azioni vengono condotte come dei veri propri blitz, quasi si trattasse di guerre contro il Verde, in totale controtendenza rispetto a quanto sostiene Stefano Mancuso in un saggio del 2023, Fitopolis. La città vivente3  che si presenta come un vero e proprio manifesto esprimente a piena voce (e in modo molto documentato) ciò che si dovrebbe fare per salvare i grandi agglomerati metropolitani - e il mondo intero - da una catastrofe ecologica.
Una delle chiavi di volta di questo cambio di prospettiva e, nello stesso tempo, uno degli argini più potenti all’incremento delle temperature medie del pianeta è dato proprio dagli alberi che servono a stemperare il surriscaldamento soprattutto delle metropoli. Occorre, dunque, fare una vera e propria rivoluzione verde che non è quella della transizione energetica “green” di cui dibattono i politici (e che sarà piegata solo all’interesse delle aziende) o quella degli ecologisti che si limitano a protestare con cartelli e striscioni, ma in realtà facendo poco di concreto.
Bisogna piantare molti alberi, trasformando le arterie cittadine in vie di alberi e riducendo del pari il traffico automobilistico a favore di trasporti pubblici ecofriendly (ma sempre rispettando gli alberi ).
Gli alberi da piantare dovrebbe essere centinaia di migliaia in ogni territorio, ricavando sempre nuove superfici in cui piantumare.
In questa nostra epoca di passioni tristi, occorre fare riferimento a personaggi quasi “mitologici” e di statura morale come lo statunitense John Appleseed, ambientalista d’antan5, oppure a personaggi letterari come quello costruito da Jean Giono, nel suo breve e corroborante racconto, L’uomo che piantava gli alberi6
Purtroppo molte amministrazioni comunali, oggi, sono nemiche degli alberi4, ma anche molti cittadini sono altrettanto nemici degli alberi sulla base di asserzioni di questo tipo: gli alberi sporcano, gli alberi danno alloggio agli uccelli che poi sporcano di guano le auto parcheggiate sotto, gli alberi producono rami che mettono in ombra balconi e finestre e danno facile transito a topi e ad altri insetti sin dentro le case, gli alberi uccidono gli umani quando all’improvviso crollano per una raffica di vento più violenta.
Palermo, per quel che ho avuto modo di vedere, quotidianamente, va in una dissennata controtendenza: gli alberi di alto fusto vengono abbattuti quotidianamente per futili motivi e, per di più, mai più rimpiazzati: soltanto le spoglie tristi degli alberi mutilati o i loro mozziconi rimangono poi come triste monito.
Tutti gli amministratori dovrebbero leggere il libro di Mancuso che potrebbe essere loro d’ispirazione per trarne preziose indicazioni.
Purtroppo chi amministra, chi fa politica, raramente legge e si documenta, poiché le scelte vengono fatte seguendo ben altri criteri.

 

Fratelli alberi (foto di Maurizio Crispi)

Sembra che a Palermo – come in molte altre città italiane - sia attualmente in corso un “importante”7  piano di gestione del verde pubblico (da noi presentato a gennaio 2026), che prevede sia interventi di manutenzione che, in casi specifici, l'abbattimento di grandi alberi. 
Sembra che il Comune abbia avviato un programma straordinario da 12 milioni di euro. L'obiettivo principale è effettuare circa 10.000 potature entro il 2026 per “mettere in sicurezza”8  le strade e “migliorare”9 la salute degli alberi.
Il piano include l'abbattimento di alberi, ma questi interventi sono dichiarati come “necessari per motivi di sicurezza”10  o perché le piante sono irrimediabilmente malate o pericolanti. L'Amministrazione ha rassicurato che "ogni albero abbattuto viene sostituito"11 con nuove piantumazioni.
Per la prima volta, la città utilizza un "censimento digitale 3D" (il cosiddetto gemello digitale) che monitora lo stato di salute di oltre 20.000 piante, permettendo diagnosi precise prima di decidere eventuali interventi drastici [e ciò nelle migliori intenzioni dichiarate e sbandierate, ma decisamente non applicate].
Negli ultimi mesi sono state sollevate forti proteste da associazioni e forze politiche. Ad esempio, è stata presentata una diffida contro l'abbattimento delle centinaia di esemplari di Ficus Magnoloides lungo via Ernesto Basile, a Palermo
13.
Alcuni gruppi di cittadini hanno presentato esposti chiedendo maggiore trasparenza sulle perizie tecniche che giustificano i tagli.
Si sono verificati anche episodi eclatanti, come nel caso del tentativo intrapreso ai primi di giugno di abbattere alcuni degli esemplari di Ficus Magnoloides lungo Viale Regina Elena, l’arteria che connette Palermo con Mondello, proteste esitate nell’arresto di un cittadino che protestava contro tali tagli indiscriminati14.
La LIPU ha criticato il calendario degli interventi, segnalando che abbattimenti e potature pesanti in questo periodo interferiscono con la nidificazione degli uccelli.
Sebbene il Regolamento Comunale preveda tutele specifiche per gli esemplari di particolare pregio, la gestione attuale è spesso al centro di un dibattito tra la necessità di sicurezza urbana (come ad esempio, nel caso di radici che distruggono i marciapiedi) e la conservazione del patrimonio storico-ambientale.
Per ignoranza, arroganza o semplicemente per bieco interesse si va in controtendenza rispetto a quanto affermano eminenti studiosi
Ci vorrebbero un Tribunale ad hoc e una figura (avvocato o altro), nominata dalla cittadinanza, che facciano da difensore civico dei nostri alberi per fermare la distruzione. 
Siamo ben lontani dal tempo in cui un Sindaco di Palermo degli anni passati inviò una lettera di apprezzamento ad un cittadino volenteroso che, di sua iniziativa, piantumò degli esemplari di Ficus in alcune aiuole del marciapiede di Via Principe di Paternò (a Palermo) che erano rimaste sguarnite dei loro alberetti15.

Ma quelli erano altri tempi.
 

____________________________________________________
 

[1] Il riferimento è a Suzanne Simard, L'albero madre. Alla scoperta del respiro e dell'intelligenza della foresta, Mondadori (Strade Blu), 2022

[2] La capitozzatura è un tipo di potatura drastica che consiste nel taglio indiscriminato del fusto principale o delle branche più grosse di un albero. Questo procedimento elimina dal 50% al 100% della chioma, lasciando l'albero privo di rami e ridotto a semplici monconi. E, più frequentemente, qui a Palermo si opta per il 100%.

[3] Cfr. Stefano Mancuso, Fitopolis, la città vivente, Laterza (I Robinson), 2023, ma anche il saggio precedente “La nazione delle piante” (Laterza, I Robinson, 2019) in cui l’autore spiega perché non possiamo fare a meno della vegetazione: “Dobbiamo mettere piante ovunque: nei muri, sui tetti, nelle facciate. La deforestazione dovrebbe essere [considerata] un crimine contro l’umanità”.  Si veda anche l’articolo di Andrea Fioravanti, “La deforestazione è un crimine contro l’umanità, dice Stefano Mancuso” (https://www.linkiesta.it/2019/03/stefano-mancuso-intervista-alberi/)

[4] Si veda il caso paventato della decisione (ancora non messa in atto e che sta suscitando non poche proteste da parte dei cittadini più sensibili) di abbattere alcune centinaia di grandi esemplari di Ficus Magnoloides per far posto alla linea tramviaria che dovrà correre lungo Via Ernesto Basile a Basile a Palermo.

[5] Johnny Appleseed o John Appleseed, italianizzato in Giovannino Semedimela, pseudonimo di John Chapman (Leominster, 26 settembre 1774 – Fort Wayne, 18 marzo 1845), è stato un precursore del movimento ambientalista statunitense. Deve il suo nome alla sua abitudine di piantare meli. Fu un pioniere e un devoto missionario della chiesa neo-cristiana fondata dal teologo svedese Emanuel Swedenborg, che indicava come scopo supremo per l'uomo l'unione mistica con Dio, da raggiungersi attraverso l'amore e la saggezza. Vedi anche Storia di W. D. Haley, John Chapman. L'uomo che piantava gli alberi, pubblicato in traduzione italiana da Lindau, nel 2020.

[6] Cfr, Jean Giono, L’uomo che piantava gli alberi, Salani, 1996

[7] Virgolettato mio

[8] Idem

[9] Idem

[10] Idem

[11] Idem

[12] Idem

[13] Si rimanda alla nota 4

[14] Il dibattito su viale Regina Elena si inserisce in un clima di forte scontro cittadino sulla gestione degli alberi storici. Le preoccupazioni per i ficus di Mondello si sommano, infatti, alle proteste per i progetti infrastrutturali legati alle nuove linee del tram, che prevedono – come già detto - la rimozione di centinaia di alberi in altre importanti arterie di Palermo.

[15] Si veda nel mio blog l’articolo, “Il signor Giacomo Minutella, l’uomo che piantò gli alberi”
(https://www.frammentipensierisparsi.net/2022/06/il-signor-giacomo-minutella-l-uomo-che-pianto-gli-alberi.html)

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26 giugno 2026 5 26 /06 /giugno /2026 10:56
Javier Cercas, Il Castello di Barbablù, Guanda

Il castello di Barbablù (pubblicato in Italia da ⁠Guanda nel 2022) è il romanzo noir che conclude la celebre "Trilogia di Terra Alta" dello scrittore spagnolo Javier Cercas.
Il libro segna l'atto finale delle avventure di Melchor Marín, un ex galeotto diventato poliziotto e, infine, bibliotecario. L'opera affronta tematiche crude come l'omertà, la violenza di genere e l'abuso di potere da parte delle élite economiche 
La trama. Melchor Marín ha ormai lasciato la polizia per lavorare come bibliotecario a Gandesa, nella Terra Alta catalana. La sua vita viene sconvolta quando la figlia adolescente, Cosette, scopre la verità sulla morte della madre (avvenuta anni prima) e smette di parlargli. Per ribellione, la ragazza parte per una vacanza a Maiorca con un'amica e scompare nel nulla.L'istinto paterno spinge Melchor a indagare. Una mail anonima lo porta sulle tracce di un potentissimo finanziere dell'isola. Quest'uomo, dietro la facciata di ricco filantropo, si rivela essere un predatore sessuale che organizza feste segrete nel suo "castello" per ricattare politici e imprenditori.
Per salvare la figlia, Melchor dovrà affrontare una fitta rete di omertà e corruzione.

(Sinossi) Melchor Marín, il poliziotto appassionato di libri con un passato da galeotto, dopo la morte della moglie Olga ha lasciato la divisa e lavora come bibliotecario a Gandesa, in Terra Alta. Con lui vive la figlia Cosette, ora adolescente, che non perdona al padre di averle nascosto per quattordici anni il vero motivo della morte di sua madre. Cosette attraversa una fase di ribellione e parte per una vacanza a Maiorca con un’amica, facendo perdere le proprie tracce. L’istinto suggerisce a Melchor che la scomparsa della ragazza non è un semplice capriccio e raggiunge precipitosamente l’isola per vederci chiaro. A Maiorca trova però un muro di indifferenza, finché una mail anonima lo indirizza verso la villa di un finanziere ricco e potente, stimato da tutti come benefattore per il suo impegno umanitario; ma nel messaggio viene descritto come un predatore sessuale, che organizza feste con personaggi di spicco della politica e dell’imprenditoria per poterli ricattare. Cosette sarebbe stata invitata proprio a una di queste feste. Comincia così per Melchor l’indagine più difficile della sua vita.

Le connessioni tra Il castello di Barbablù e il reale caso di

(nonché i relativi documenti processuali noti come Epstein Files) sono così profonde che la critica spagnola ha definito l'antagonista del romanzo come il "Jeffrey Epstein di Maiorca".
Sebbene il romanzo sia stato pubblicato nel 2022 – prima che l'opinione pubblica globale avesse avuto modo di avere contezza dei contenuti dell'enorme mole di file secretati e rilasciati dai tribunali – Javier Cercas ha anticipato l'orrore di quella realtà basandosi sulla struttura criminale del finanziere americano e sul movimento #MeToo.
Le analogie e le connessioni tra il romanzo e gli Epstein Files si articolano su diversi punti speculari.  
L'isola privata e il "Castello" blindato. Nella realtà, Jeffrey Epstein gestiva la sua rete criminale principalmente a ⁠Little Saint James, la sua isola privata nelle Isole Vergini Americane, un luogo isolato e inaccessibile dove le ragazze venivano portate lontano da occhi indiscreti. Nel romanzo, l'antagonista, Rafael Mattson - un uomo d'affari americano perverso e spietato che si è stabilito in una sfarzosa e inaccessibile tenuta a Pollença, a Maiorca - gode di un'immunità totale e dell'appoggio della politica e della finanza locale; dietro la facciata di rispettabile filantropo, gestisce il "Castello" (El Castillo de Barbazùl) in cui attira giovani donne per poi abusarne assieme ai suoi compagni di merende occasionali, collezionando al contempo materiale di ricatto contro gli ospiti delle sue feste private e sfruttando sia insularità sia sicurezza della proprietà privata come caposaldi per nascondere i festini e gli abusi.
Per quanto concerne il sistema del ricatto per ottenere l'impunità, nella realtà gli Epstein Files hanno confermato che la rete di magnate non serviva solo a soddisfare le perversioni personali del miliardario: il sistema era concepito per filmare, registrare e ricattare personalità di altissimo profilo politico, finanziario e reale, garantendo a Epstein un'immunità di ferro per decenni, ma anche per ottenere vantaggi economici di vario tipo. Nel romanzo il predatore sessuale creato da Cercas attira nella sua fortezza politici, giudici e imprenditori di spicco per poi collezionare - attraverso telecamere nascoste ed altri dispositivi di intercettazione ambientale - materiale compromettente da utilizzare poi come arma di ricatto politica ed economica, rendendosi di fatto intoccabile dalle autorità locali.
Infine, per quanto concerne la facciata del ricco filantropo, Epstein frequentava la Casa Bianca, università prestigiose come Harvard, scienziati e star globali, ripulendo la propria immagine attraverso massicce donazioni finanziarie e progetti di beneficenza. Nel romanzo, Il "Barbablù" creato da Cercas gode di una reputazione pubblica impeccabile; viene celebrato dai media e dalle istituzioni locali come un grande mecenate, filantropo e uomo d'affari illuminato, una maschera perfetta che rende le accuse iniziali del tutto inverosimili agli occhi della comunità. Infine, la rete di omertà e complicità coercitiva si struttura grazie ad una coorte di collaboratori (il caso più noto è ⁠quello di Ghislaine Maxwell) e suoi dipendenti incaricati del reclutamento di nuove ragazze, o che avevano il compito di gestire la logistica e mantenevano il segreto. Nel romanzo il miliardario maiorchino è circondato da una "coorte di lacchè, avvocati e spie" che gestiscono la sicurezza della tenuta, mettono a tacere le famiglie delle vittime con il denaro o le minacce, e monitorano il web per cancellare qualsiasi fuga di notizie.
Attraverso tutti questi parallelismi, Cercas non ha scritto un semplice thriller d'evasione, bensì utilizza lo schema dei crimini di Jeffrey Epstein per denunciare come la fusione tra miliardi di euro, tecnologia e depravazione possa creare una bolla di impunità feudale nel cuore dell'Europa contemporanea

La Trilogia di Terra Alta rappresenta una svolta radicale nella produzione letteraria di ⁠Javier Cercas, tradizionalmente legato al genere della non-fiction e del romanzo storico (come Soldati di Salamina). Con questa saga, l'autore abbraccia le convenzioni del giallo e del noir psicologico per esplorare i dilemmi etici della giustizia contemporanea, il peso del passato e la corruzione del potere.
Tutti i romanzi della serie sono pubblicati in Italia da ⁠Guanda con la traduzione di Bruno Arpaia.


 

Jean Valjean

1. Terra Alta (2020). Il ⁠primo capitolo introduce Melchor Marín, un giovane poliziotto dal passato tormentato ed ex galeotto. Trasferito da Barcellona alla quieta e isolata comarca catalana della Terra Alta per motivi di sicurezza, Melchor si trova a indagare su un crimine efferato: il duplice omicidio e la tortura dei coniugi Adell, proprietari della più importante azienda locale. In questa terra incontra l'amore della sua vita, la bibliotecaria Olga, e scopre una viscerale passione per i classici letterari, in primis I Miserabili di Victor Hugo.
2. Indipendenza (2021). Nel secondo romanzo, ambientato diversi anni dopo, Melchor torna a Barcellona per indagare su un torbido caso di ricatto ai danni della sindaca della città, presa di mira con un video a sfondo sessuale. Lo sfondo politico e sociale è quello della Catalogna contemporanea. Cercas usa l'indagine per sventrare il cinismo, l'ipocrisia e il senso di superiorità delle élite economiche e politiche di Barcellona, mostrando come i sogni di "indipendenza" vengano spesso cavalcati dai potenti a spese dei cittadini comuni.
3. Il castello di Barbablù (2022). L'atto finale della trilogia vede Melchor aver ormai abbandonato la divisa per diventare, a sua volta, il bibliotecario di Gandesa. L'indagine si sposta a Maiorca e si trasforma in una drammatica crociata personale per salvare la figlia diciassettenne Cosette, rimasta intrappolata nella rete di abusi del miliardario ⁠Rafael Mattson. Il fulcro narrativo si sposta interamente sul tema della violenza di genere, dello scontro generazionale tra genitori e figli, e della linea d'ombra che separa la giustizia formale dalla vendetta privata.

Nella saga, Melchor Marín è il vero collante della trilogia e la narrazione coincide con l'evoluzione del suo protagonista.
Melchor è profondamente influenzato da I Miserabili.
Egli vive scisso tra due modelli ideali che sono la rigidità cieca dell'ispettore Javert e il desiderio profondo di redenzione dell'ex carcerato Jean Valjean.
In tutti e tre i libri, Melchor si ritrova davanti allo stesso dilemma: la legge dello Stato non sempre coincide con la Giustizia. Per fare la cosa giusta, il protagonista si vede costantemente costretto a infrangere le regole, pagando ogni volta prezzi emotivi altissimi.

 

Javier Cercas

La Trilogia di Terra Alta si svolge nell'arco di circa tredici anni, ma con una particolarità cronologica unica: la storia inizia nel nostro recente passato e si spinge fino a un futuro prossimo, arrivando al 2035.

In Terra Alta, la vicenda principale si apre nel 2019, con flash-back che esplorano gli attentati terroristici di Barcellona e Cambrils dell'agosto 2017 (evento in cui il protagonista Melchor Marín si distingue per il suo coraggio). In questo primo capitolo nasce anche la figlia Cosette.
Indipendenza è  ambientato nel 2025, a circa sei anni di distanza dal primo romanzo, inserendosi in una Catalogna profondamente segnata dalle scorie sociali e politiche del movimento indipendentista.
Con Il castello di Barbablù si compie un salto temporale in avanti e la vicenda che vi è narrata si svolge interamente nel 2035. Questo sbalzo nel futuro prossimo è una scelta deliberata di Javier Cercas per permettere a Cosette, la figlia di Melchor, di raggiungere i 17 anni (l'età dell'adolescenza e della ribellione) e diventare così il motore centrale della trama che la porterà a Maiorca e a cadere nelle grinfie di Rafael Mattson,

L'autore. Javier Cercas è nato nel 1962 a Ibahernando, Cáceres. È docente di letteratura spagnola all’Università di Gerona e collabora abitualmente con «El País». Presso Guanda sono usciti: Soldati di Salamina (Premio Grinzane Cavour 2003), Il movente, La velocità della luce, La donna del ritratto, Anatomia di un istante (Premio Nacional de Narrativa 2010, Premio Salone Internazionale del Libro di Torino 2011, Premio Letterario Internazionale Mondello 2011), Il nuovo inquilino, La verità di Agamennone, Le leggi della frontiera, L’avventura di scrivere romanzi (con Bruno Arpaia), L’impostore, Il punto cieco e Il sovrano delle ombre.

Un'intervista fuori dagli schemi con un grande scrittore. Parliamo de "Il castello di Barbablù", terzo capitolo della saga che vede protagonista il bibliotecario (ed ex poliziotto) Melchor Marin, che stavolta è chiamato a indagare sul più odioso dei crimini.

(10 giugno 2022) A quattordici anni da Terra Alta, il primo libro della serie su Melchor Marín, sua figlia Cosette ha diciassette anni e scopre che il padre le ha sempre mentito sulla morte della madre. In preda alla rabbia parte per una vacanza a Maiorca, ed è qui che le sue tracce si perdono. Javier Cercas presenta "Il castello di Barbablu" (Guanda) con Bruno Arpaia.

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25 giugno 2026 4 25 /06 /giugno /2026 09:56

 

Robert Crais, Il mercante di corpi, Piemme

Il mercante di corpi (titolo originale Voodoo River, è un romanzo poliziesco di Robert Crais. È stato pubblicato nel 1995 negli Stati Uniti e, nello stesso anno, in Italia dalla casa editrice Piemme.
Esso costituisce il quinto capitolo delle vicende incentrate sulla coppia di investigatori privati Elvis Cole e Joe Pike.

E' stata una lettura molto avvincente ed incalzante. Ho comprato negli anni passati molti dei volumi con romanzi di Crais, ma a parte uno che lessi subito, alla sua pubblicazione, gli altri sono rimasti in attesa negli scaffali della mia libreria. La lettura de "Il grande vuoto" che ho acquistato recentemente mi ha talmente appassionato che ho deciso di intraprendere la lettura degli altri.
Ho finito rapidamente Il mercante di corpi e ho subito intrapreso la lettura de "La prova" che pure mi sta prendendo parecchio.

Nel 1996 questo romanzo ha ottenuto la nomination al Premio Dilys, vinto da Michael Connelly con L'ombra del coyote.

La vicenda de "Il mercante di corpi" narra un'indagine nella quale Cole viene incaricato di ritrovare genitori di una giovane donna che è stata data in adozione da bambina. Grazie al suo acume e grazie alle sue doti non comuni la ricerca non sarà difficile per lui. Ma quando arriva ad una certezza, Cole si troverà immerso in un pericoloso traffico di esseri umani e scoprirà che dietro quell'adozione su nasconde un segreto che lo porterà ad una nuova indagine ad alto rischio nella quale sarà accompagnato dal fedele socio Pike.


​(Sinossi) Jodi Taylor, famosa star televisiva, non sa nulla delle sue origini. Adottata in tenera età, non conosce neppure i suoi veri genitori. Per questo ingaggia il detective Elvis Cole. Perché le procuri un passato. Tutto sommato un caso semplice. Ma non appena Cole e il suo socio Joe Pike arrivano in Louisiana, dove Jodi è nata, tutto si complica. Lì, sotto un sole torrido che surriscalda gli animi, Cole si accorge che le sue domande danno molto fastidio. E quando un certo Rebenack, personaggio ambiguo coinvolto nella vicenda, viene trovato ucciso, il detective non ha più dubbi. Jodi Taylor sa molto di più di quanto gli ha fatto credere. Romanziere di successo, Crais è anche autore di serie televisive (tra cui "Miami Vice" e "Avvocati a Los Angeles").

Robert Crais

 

L'autore.  Robert Crais, nato nel 1953, Baton Rouge (Louisiana) si è dedicato alla carriera di scrittore dopo aver studiato ingegneria. Ha lavorato come sceneggiatore a Hollywood, firmando diversi telefilm di grande successo, come Miami Vice. I suoi ultimi romanzi pubblicati da Mondadori sono La sentinella (2013), Deserto di sangue (2014), Il sospetto (2016), La promessa (2019), Un uomo pericoloso (2021) e Luci su Los Angeles (2023).
Nel 2014 gli è stato assegnato il Grand Master Award, già vinto da scrittori come Stephen King, Elmore Leonard e Ed McBain.

 


 

  1. Corrida a Los Angeles, Il Giallo Mondadori n. 2120 (The Monkey's Raincoat, 1987)
  2. A caccia di un angelo, Il Giallo Mondadori n. 2200 (Stalking the Angel, 1989)
  3. L'angelo di New York, Il Giallo Mondadori n. 2302 - La città dorme, Piemme (Lullaby Town, 1992)
  4. Trappola per un angelo, Il Giallo Mondadori n. 2384 - La squadra, Piemme (Free Fall, 1993)
  5. Il mercante di corpi, Piemme (Voodoo River, 1995)
  6. L'ultima giustizia, Il Giallo Mondadori n. 2564, 1998 - La prova, Piemme (Sunset Express, 1996)
  7. Senza protezione, Il Giallo Mondadori n. 2606 (Indigo Slam, 1997)
  8. Los Angeles requiem, Piemme - L.A. Killer, Piemme (L.A. Requiem, 1999)
  9. L'ultimo detective, Mondadori, 2004 - L'ultimo detective, Il Giallo Mondadori n. 2879, 2005 (The Last Detective, 2003)
  10. L.A. Tattoo, Mondadori, 2006 (The Forgotten Man, 2005)
  11. L'angelo custode, Mondadori, 2008 (The Watchman. A Joe Pike Novel, 2007)
  12. Attraverso il fuoco, Mondadori (Chasing Darkness, 2008)
  13. La prima regola, Mondadori (The First Rule. A Joe Pike Novel), 2010
  14. La sentinella, Mondadori (The Sentry. A Joe Pike Novel, 2011)
  15. Deserto di sangue, Mondadori (Taken. Elvis Cole and Joe Pike Return, 2012)
  16. La promessa, Mondadori, 2019 (The Promise. An Elvis Cole and Joe Pike Novel, 2015)
  17. Caccia all'uomo, Mondadori, 2020 (The Wanted, 2017)
  18. Un uomo pericoloso, Mondadori, 2021 (A Dangerous Man, 2019)
  19. Luci su Los Angeles, Mondadori, 2023 (Racing the Light, 2022)
  20. Il grande vuoto, Mondadori, 2026 (The big Empty, 2025)

 

Queste sono, in ordine cronologico, tutte le indagini che vedono in azione Elvis Cole e il socio Joe Pike. Alcuni dei romanzi sono stati pubblicati soltanto nella collana del Giallo Mondadori e sono di più difficile reperibilità.

Robert Crais, La prova, Piemme, 2005

La Prova di Robert Crais (titolo originale Sunset Express, nella traduzione di Francesca di Pietro e pubblicto da Piemme nel 2005) è il sesto volume della saga che vede le investigazioni di Elvis Cole e Joe Pike.

In lingua originale ha visto la luce nel 1996.

Avvincentissimo!
L'ho letteralmente divorato.
E' il terzo romanzo di seguito che leggo, senza pause, di questo autore.

Elvis Cole è qui alle prese con un'indagine che presto assume dei pericolosi risvolti


 

(sinossi dal risvolto di copertina) La mano era pallida e immobile, con le unghie laccate di rosso. Avvicinandosi, la ragazza che quella mattina stava facendo jogging sulle colline di LA aveva capito subito che si trattava di un cadavere, il cadavere di una donna avvolto frettolosamente in un sacco e gettato in un dirupo. È il corpo di Susan Martin, moglie di un celebre uomo d'affari, il cui nome è sinonimo di soldi, potere e moltissimi guai. Quando la polizia trova una prova schiacciante a carico di Martin, la notizia rimbalza su tutti i giornali e, nel trambusto che segue, il famoso investigatore privato Elvis Cole viene contattato dall'avvocato dell'uomo per aiutarlo a scagionare il cliente, trovandosi invischiato in un'indagine con risvolti adrenalinici.
La trama de La prova si sviluppa come un classico legal thriller ad alta tensione, dove il confine tra colpevolezza e innocenza viene continuamente distorto da giochi di potere, mass media e corruzione

La vicenda narrata si apre con il macabro ritrovamento del cadavere di Susan Martin in un dirupo sulle colline di Los Angeles. La vittima è la moglie di Teddy Martin, un ricchissimo e influente ristoratore locale. La polizia raccoglie immediatamente indizi schiaccianti contro l'uomo, tanto che il caso sembra già chiuso.
L'arrogante e carismatico avvocato difensore di Martin, Jonathan Green, non ci sta e decide di assoldare l'investigatore privato Elvis Cole. L'obiettivo formale è dimostrare che la detective della polizia incaricata del caso, Angela Rossi, ha fabbricato o inquinato le prove pur di ottenere una condanna facile e rilanciare la propria carriera.
Mentre scava nel passato della detective Rossi per conto della difesa, Elvis Cole (supportato dal taciturno socio Joe Pike) scopre una fitta rete di inganni. Più l'indagine avanza, più Cole inizia a sospettare che i veri manipolatori della vicenda non siano i poliziotti, bensì lo stesso team di avvocati che lo ha pagato. L'investigatore capisce di essere stato usato come una pedina in un gioco molto più grande e pericoloso, dominato da avidità e cinismo.

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17 giugno 2026 3 17 /06 /giugno /2026 06:29

In un periodo di così drastici cambiamenti, in cui la resistenza e la capacità di adattamento diventano valori fondamentali, immaginare le nostre città come organismi diffusi e in comunità con il resto del vivente, in breve immaginare le nostre fitopolis costruite come fossero delle piante, potrebbe regalare enormi vantaggi alla nostra specie e al pianeta

Stefano Mancuso, Fitopolis, quarta di copertina

Stefano Mancuso; Fitopolis, Laterza, 2023

I libri di Stefano Mancuso sorprendono sempre e arricchiscono il nostro sguardo sul mondo che vive la crisi ecologica e climatica che ben conosciamo e di cui vediamo le conseguenze in modo sempre più palese.
Il recente saggio Fitopolis, la città vivente, pubblicato da Laterza (Collana I Robinson Letture) nel 2023,  è un autentico "manifesto" che esprime a piena voce (e in modo molto documentato) ciò che si dovrebbe fare per salvare i grandi agglomerati metropolitani e il mondo intero da una catastrofe.
Una delle chiavi di tutto, uno degli argini più potenti sono gli alberi che servono a stemperare il sovrariscaldamento soprattutto delle metropoli.
Occorre fare una vera e propria rivoluzione verde che non è quella della trasformazione "green" professata dai politici, né quella degli ecologisti che protestano per strada con tanto di striscioni, ma che ben poco fanno poco di concreto.
Il verbo è quello che bisogna piantare molti alberi, trasformando le arterie cittadine in arterie verdi e riducendo del pari il traffico automobilistico a favore di trasporti pubblici ecofriendly.
Il Verbo è che bisogna piantare milioni di alberi in ogni territori, ricavando nuove superfici in cui piantumare.
Purtroppo molti amministrazioni comunali sono nemiche degli alberi 
Molti cittadini, verità, sono nemici degli alberi 
Gli alberi sporcano con le loro foglie
Danno ospitalità agli uccelli nelle loro canopie che poi sporcano di escrementi le auto parcheggiate sotto.
Gli alberi con i loro rami che si protendono verso i balconi e le finestre danno facili vie di accesso agli appartamenti ai ratti e ad altri insetti immondi.
Gli alberi possono crollare all'improvviso ed uccidere i cittadini indifesi (ma quante persone effettivamente muoiono sotto un albero stroncato da un temporale?).
Questi alcuni dei molti luoghi comuni a proposito degli alberi rinfocolati spesso dallo stesso modo di dar notizie da parte dei media.
Invece, guardando, agli aspetti positivi, si può dire che
Gli alberi danno ombra e proteggono le vie e le piazze dal sovrariscaldamento
Accrescono l'umidità dell'aria:
Assorbono CO2 che viene utilizzata attivamente per i processi di organicazione dell'azoto e nella produzione attiva di ossigeno.
Gli alberi riducono di molto l'effetto albedo dal quale dipende in gran parte il sovrariscaldamento delle città.
Gli alberi danno riparo agli uccelli e dunque danno un potente contributo al mantenimento della biodiversità.

Rispetto a tutti questi assiomi quasi dovunque, in Italia, si va in controtendenza dissennata. Gli esempi sono molteplici, alcuni dei quali assolutamente eclatanti e stolti.

Piovono le segnalazioni di alberi di alto fusto che vengono rasi al suolo oppure selvaggiamente capitozzati in periodo dell'anno non idonei.

Ci vorrebbe forse un avvocato civico che faccia da dinfesore degli alberi a nome di tutta la comunità.

Gli alberi di alto fusto abbattuti non vengono rimpiazzati e, in ogni caso, quante plantule occorrerebbero per sostituire un singolo esemplare di alto fusto già pienamente sviluppato? 
Tutti gli amministratori pubblici dovrebbero leggere il libro di Mancuso e trarne preziose indicazioni.
C'è da augurarsi che questo libro possa essere d'ispirazione.
Purtroppo tuttavia - c'è da aggiungere - chi amministra, chi fa politica, raramente legge.

«In un periodo di così drastici cambiamenti, in cui la resistenza e la capacità di adattamento diventano valori fondamentali, immaginare le nostre città come organismi diffusi e in comunità con il resto del vivente, in breve immaginare le nostre fitopolis costruite come fossero delle piante, potrebbe regalare enormi vantaggi alla nostra specie e al pianeta

(Risvolto) Da troppo tempo ci siamo posti al di fuori della natura, dimenticandoci che rispondiamo agli stessi fondamentali fattori che controllano l’espansione delle altre specie. Abbiamo concepito il luogo dove viviamo come qualcosa di separato dal resto della natura, contro la natura. Ecco perché da come immagineremo le nostre città nei prossimi anni dipenderà una parte consistente delle nostre possibilità di sopravvivenza. Nel volgere di pochi decenni, l’umanità è andata incontro a una rivoluzione nelle sue abitudini ancestrali. Senza che ce ne accorgessimo, la nostra specie, che fino a poco tempo fa viveva immersa nella natura abitando ogni angolo della Terra, ha finito per abitare una parte davvero irrisoria delle terre emerse del pianeta. Cosa è accaduto? Da specie generalista in grado di vivere dovunque, ci siamo trasformati, in poche generazioni, in una specie in grado di vivere in una sola e specifica nicchia ecologica: la città. Una rivoluzione paragonabile soltanto alla transizione da cacciatori-raccoglitori ad agricoltori avvenuta 12.000 anni fa.
È certo che in termini di accesso alle risorse, efficienza, difesa e diffusione della specie questa trasformazione è vantaggiosa. Ma è altrettanto certo che ci espone a un rischio terribile: la specializzazione di una specie è efficace soltanto in un ambiente stabile. In condizioni ambientali mutevoli diventa pericolosa. Il nostro successo urbano richiede, infatti, un flusso continuo ed esponenzialmente crescente di risorse e di energia, che però non sono illimitate. Inoltre, fatto decisivo, il riscaldamento globale può cambiare in maniera definitiva l’ambiente delle nostre città e costituire proprio quella fatale mutazione delle condizioni da cui dipende la nostra sopravvivenza.
Ecco perché è diventato vitale riportare la natura all’interno del nostro habitat. Le città del futuro, siano esse costruite ex novo o rinnovate, devono trasformarsi in fitopolis, luoghi in cui il rapporto fra piante e animali si riavvicini al rapporto armonico che troviamo in natura.
Non c’è nulla che abbia una maggiore importanza di questo per il futuro dell’umanità.

 

Hanno detto:
«Mancuso ridisegna la città del futuro prossimo, in cui la natura dovrà essere riportata all’interno del nostro habitat, in una armoniosa convivenza, che non ha nulla dell’utopia ma che si fa necessità operativa.» - Lella Baratelli

 

Stefano Mancuso



L'autore. Stefano Mancuso (nato nel 1965) insegna Arboricoltura generale e coltivazioni arboree all’Università di Firenze ed è direttore dell'International Laboratory of Plant Neurobiology (LINV). È uno dei membri fondatori dell’International Society for Plant Signaling & Behavior, e accademico ordinario dell’Accademia dei Georgofili. Tra le sue pubblicazioni Verde brillante. Sensibilità e intelligenza del mondo vegetale (Giunti Editore, 2013, con Alessandra Viola), Uomini che amano le piante (Giunti Editore, 2014), Botanica. Viaggio nell'universo vegetale (Aboca Edizioni, 2017), Plant revolution (Giunti Editore, 2017), L'incredibile viaggio delle piante (Laterza 2018), La nazione delle piante (Laterza 2019), La tribù degli alberi (Einaudi, 2022), Fitopolis, la città vivente (Laterza, 2023), La versione degli alberi (Einaudi, 2024).

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9 giugno 2026 2 09 /06 /giugno /2026 07:05

Quellla che segue è la trascrizione del mio sogno del 9 giugno 2024
L?ho recuperata
Non trascritta qui nel blog

Maurizio Crispi (4 giugno 2024)

Ripetizione (selfie modificato)

Al risveglio, 
la mia sensazione 
è stata quella di essere stato immerso 
in un unico, interminabile, sogno 
nel quale mi ritrovavo a fare 
sempre le stesse cose
Fare, fare, ma non cose di malaffare
C’era un posto, 
forse una tipografia 
o anche una Casa Editrice 
ed io mi ritrovavo 
a gestire o a controllare 
la sua visibilità su Internet  

Insomma, ero una specie di supervisore 
di tutte le attività connesse al sito web
E quindi guardavo, 
controllavo, 
intervenivo 
laddove fosse necessario, 
per calibrare meglio le comunicazioni 
ed elaborare le strategie
Da questo punto di vista 
ero anche un addetto alle pubbliche relazioni
C’erano numerosi colloqui tra me 
e il proprietario (e fondatore) dell’attività
Lui mi raccontava anche la sua storia 
per farmi capire bene il perché
delle sue scelte attuali
In un lontano passato 
aveva militato in un gruppo di estrema sinistra extra-parlamentare, 
forse ad orientamento anarchico 
e dunque aveva sviluppato 
le sue attività editoriali 
in funzione di ciò, 
mettendole al servizio nella sua fede politica

Nel sogno facevo cose, 
trasportavo oggetti, 
parlavo con persone, 
discutevo in continuazione con il fatidico proprietario, 
ma poi ero sempre lì a controllare 
le immagini che comparivano nel web
e i contenuti, 
i messaggi, 
gli articoli,
I saggi, 
le discussioni, 
le chat
Tutto ciò mi rendeva stanchissimo,
spompato, 
esaurito
Non vedevo l’ora di finirla
e di farla finita,
ma ricominciavo sempre da capo

E c’erano sempre 
come motivo conduttore,
quelle interminabili conversazioni
e quei confronti
Non ricordo altri dettagli

Poi di nuovo sognavo 

Ero in un paese straniero 
in regime monarchico 
e me ne stavo in attesa d’una qualche cerimonia ufficiale
Di cerimonia ufficiali ce n’erano, in verità, in continuazione,
a bizzeffe 

Come al solito 
(come capita in alcuni sogni, almeno) 
c’è una grande confusione 
Io avevo un mio banchetto 
dove riponevo tutte le mie cose essenziali, 
tra le quali anche schizzi e disegni 
relativi ad un qualche progetto che stavo elaborando 
Era molto complicato e difficile 
tenere in ordine il contenuto del banchetto che era molto particolare, 
poiché era fornito d’una ribaltina 
la quale faceva anche da chiusura o coperchio
e che, quando veniva aperta di 180°, 
lo trasformava in un piccolo scrittoio,  lasciando visibile 
(e ben accessibile) 
l’interno che, allo scopo di riporre comodamente diversi oggetti, 
era suddiviso in scomparti di varia grandezza
I piedi di questo banchetto erano pieghevoli, 
in modo che quando la ribaltina era chiusa 
e i piedi opportunamente ripiegati 
il banchetto si trasformava 
in una comoda valigia 
di formato rettangolare, 
delle dimensioni, grosso modo, di una 24 ore
In una gran parte del sogno ero là vicino al banchetto 
Mettevo in ordine le cose,
sfaccendavo, 
ne cercavo altre che avevo smarrito,
rovistavo,
non concludevo granché

Eravamo fermi 
in uno spazio che ci era stato concesso vicino alla camera 
dove alloggiavano il Re e la Regina 
che, a seconda delle necessità del protocollo cerimoniale
e del programma della giornata, 
ne entravano e uscivano
Il protocollo era molto esigente
Non so cosa accade di preciso,
ma in un momento del sogno 
qualcuno ci chiama e ci chiede, 
in una forma di ospitalità estrema, 
di non rimanere a ciondolare lì 
ma di prenderci un po’ di riposo
e pertanto di accomodarci 
nella parte marginale dello stesso lettone 
in cui, al momento, 
stanno riposando le loro Maestà
Certo, è una situazione un po’ imbarazzante, 
ma non si può rifiutare una simile offerta quando vi è una tale disparità di ruolo
Non si può che accettare, 
tenendo l’imbarazzo per se stessi
e facendo buon viso a cattivo gioco
E così mi ritrovo disteso al letto, 
la mia compagna la mia sinistra, 
il corpo del re la mia destra
Il letto è davvero immenso, 
oppure sono io di statura molto bassa rispetto al Re
(si, il corpo di un Re è sempre immenso),
fatto sta che, pur essendo io comodamente sdraiato 
e con le gambe bene allungate,
il mio torace rimaneva appena all’altezza delle ginocchia del re
(un letto regale non può che essere grande come una piazza d’armi)

Le loro Maestà 
sono profondamente addormentate 
e non sembrano essere assolutamente disturbate 
dalla nostra intrusione nel regalo giaciglio
Superando il mio imbarazzo, 
entravo in quello stato di torpore che prelude al sonno 
e, in quel momento, muovo il braccio destro, 
allungandolo - alla ricerca di comodità - 
e posandolo, mi rendo conto solo dopo, 
sul ginocchio del re 
che non sembra rendersi conto di nulla
e rimane immobile

Divento improvvisamente lucido 
e, con estrema cautela e cercando di non fare frusciare le coltri, 
riporto il braccio nella posizione originaria, mettendomi cheto 
e provando a ritrovare il sonno, 
anche se non è cosa facile 
perché il cuore ha cominciato a battere a mille
e mi ritovo a tossire e a scaracchiare rumorosamente
per non parlare del fastidioso prurito
in punta di naso 
Faccio degli esercizi di rilassamento, 
con dei respiri profondi, 
inspiro, 
trattengo, 
espiro fino a ottenere lo stato fisiologico di relax 
che di nuovo prelude al sonno
Ed ecco che, mentre sono addormentato quasi del tutto, 
sposto il mio braccio destro sino ad afferrare un piede
(che è quello del re!)

 

Il re di Francia guarisce gli scrofolosi con l'imposizione delle mani

Un tocco, 
una stretta affettuosa, 
che poi però, purtroppo, diventa costrizione
Mi accorgo che il piede del re si scuote,
cerca di sbarazzarsi di ciò che lo infastidisce
Io, tornato ancora una volta lucido, 
ritiro la mia mano, 
procedendo velocemente e cautamente al tempo stesso, 
ma il danno è ormai fatto: 
il re si è svegliato
Ci ritiriamo dal grande letto regalo 
in buon ordine, 
sperando che il mio ardire 
non voluto consapevolmente 
non debba portare a conseguenze letali
Ma siamo preparati a tutto
Il re e la regina adesso sono attesi 
per una cerimonia ufficiale 
e la loro vettura è già nel cortile del palazzo 
in attesa che la regale coppia interrompa il suo riposino pomeridiano
Io dentro di me tremo al pensiero della punizione 
destinata a coloro che, senza averne il permesso 
o senza averne titolo, 
osano toccare il corpo del re, 
poiché - così facendo - depauperano il potere di guarire del Re
ma - sopratutto - profanano 
un ambito sacro ed inviolabile
Il corpo del Re, si sa, è taumaturgico
Forse io che l’ho toccato per ben due volte, guarirò da tutti i mali
Oppure verrò messo a morte
per la mia imperdonabile trasgressione

(Dissolvenza
       

I due corpi del re, Einaudi, 1995

Questo sogno mi ha fatto pensare al famoso saggio di Ernst H. Kantorowicz, I due corpi del re. L'idea di regalità nella teologia politica medievale, pubblicato in traduzione da Einaudi sin dal 1997, originariamente pubblicato nel 1954.

 

(Sinossi nel risvolto di copertina) Agli inizi del XVI secolo un oscuro giurista inglese diede alle stampe una singolare teoria sulla persona del re, già ampiamente diffusa in tutta l'Europa medievale e premoderna: di là dal suo corpo naturale, mortale, soggetto alle malattie e alla vecchiaia, il sovrano dispone anche di un corpo "politico", invisibile, incorruttibile, che mai invecchia, si ammala o muore. In questo secondo corpo, che passa da un re all'altro in una successione virtualmente senza fine, si concentra l'essenza della sovranità, del potere regale. Dalla scoperta di questa finzione giuridica, nasce la ricerca di Kantorowicz attorno al tema medievale del corpo doppio, della "persona ficta" e della "dignitas" immateriale che conferisce l'aureola dell'autorità, la legittimazione stessa del potere. "I due corpi del re" è ormai un classico e non solo della discussione storica e politica: la ricerca di una "dignitas" perpetua, che non muore mai, porta Kantorowicz alla scoperta della più grande, e laica, di queste figure: l'"humanitas", la dignità dell'essere uomo che accompagna, come un corpo mistico e perenne, ogni singolo individuo.

Ma ovviamente vi è un rimando importante al saggio di Marc Bloch, sui Re Taumaturghi


 

I Re Taumaturghi: Nelle figura il re Enrico II di Francia che cura gli scrofolosi (miniatura del XVI secolo)

I re taumaturghi erano i sovrani di Francia e Inghilterra ai quali, a partire dal Medioevo, il popolo attribuiva il potere di guarire i malati con il solo tocco delle mani.
Il termine deriva dal greco thauma ("miracolo") ed ergon ("opera"), ovvero "operatori di miracoli".
Questo fenomeno rappresenta l'altra faccia della medesima medaglia teologico-politica espressa dai "due corpi del re": serviva a legittimare l'origine divina del potere regio, elevando il monarca al di sopra dei normali laici.

Il concetto, formulato dallo storico francese Marc Bloch nel suo fondamentale saggio "I Re Taumaturghi" è diventato centrale nella storiografia moderna.
I re taumaturghi. Studio sul carattere sovrannaturale attribuito alla potenza dei re particolarmente in Francia e in Inghilterra è il titolo completo di quest'opera (titolo originale: Les Rois thaumaturges. Étude sur le caractère surnaturel attribué à la puissance royale particulièrement en France et en Angleterre), pubblicata nel 1924 (pubblicato da Einaudi nel 1973).
Bloch utilizzò questo mito per inaugurare la "storia delle mentalità", analizzando come una credenza irrazionale potesse condizionare la politica e la società per secoli e secoli.

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29 maggio 2026 5 29 /05 /maggio /2026 07:11

Partendo da una premessa a tratti comica e assurda, Jonathan Miles costruisce un romanzo assolutamente unico. Una riflessione profonda sulla solitudine, sull'idealismo che si scontra con la brutalità del mondo reale, sulla crudeltà della natura e sulla propensione alla violenza spesso insita nell'animo umano.

Soglie del testo

Jonathan Miles, Eradicazione, Mondadori (Strade Blu), 2026

Ho letto con molto piacere Eradicazione. Una favola contemporanea, scritto da Jonathan Miles e pubblicato da Mondadori (Collana Strade Blu) nel 2026.
Adi, con alle spalle una carriera di docente (ed anche musicista talentuoso, come si scoprirà), ma provato dal dramma di un evento luttuoso ancora non elaborato, accetta un incarico speciale che consiste nel trascorrere quattro settimane in un isola semideserta, sita da qualche parte nel mondo (si immagina facilmente un clima tropicale). Un'isola che viene descritta specialissima per la sua flora e fauna assolutamente particolari e che sta per essere devastata dalla sovrappopolazione di capre che, originariamente portate in un tempo remoto nell'isola dai balenieri di passaggio per avere un serbatoio di carne fresca a cui rifornirsi, una volta cessata la pesca alla balena, sono state dimenticate e hanno cominciato a proliferare indisturbate, mettendo a repentaglio l'ecosistema originario dell'isola. 
Quest'isola, cui viene attribuito il nome di Santa Flora non esiste veramente e sembra essere piuttosto un luogo universale ed allegorico (ed infatti l'autore non si preoccupa nemeno dove sia ubicata).
Adi sbarca nell'isola con la convinzione che dovrà svolgere un "giusto" lavoro, un lavoro che avrà sicuramente una giustificazione morale ed una ragion d'essere, ma dovrà mettersi al confronto con un compito non facile: uccidere delle capre inermi non è una cosa semplice e, sin dall'inizio, egli si trova a dover lottare contro le sue resistenze interiori, anche trovandosi stretto in un confronto con alcuni bracconieri (cacciatori di squali per il semplice taglio delle pine e dorsali e laterali) che agiscono cinicamente, tenendo nel massimo spregio qualsiasi valore riconducibile all'amore e al rispetto per la natura. In più, l'isola è infestata da montagne di rifiuti di plastica gettati sulle scogliere dai marosi e provenienti dall'inquinamento marino provocato dalla pesca e dalla pratica di disseminare il mare di scarti di vario genere. Ed ancora: se egli compisse l'opera di eradicazione che gli è stata richiesta chi dovrebbe provvedere allo smaltimento delle decine di corpi morti di capre, in assenza di predatori naturali che di quei cadaveri possano nutrirsi?
Adi si pone dunque molti problemi etici (ed anche procedurali), mentre quegli altri due uomini (insediati all'altra estremità dell'isola) sono cinici, brutali e sprezzanti.
Le capre per contro sono "umane" nel loro modo peculiare di relazionarsi (o di non relazionarsi) con lui e, in un passaggio assolutamente lirico e poetico, si ritrovano a cantare assieme ad Adi quando egli inizia a suonare un rozzo e rudimentale flauto ricavato dal corno di un caprone (da lui ucciso poco prima), ritrovando così - attraverso questo canale espressivo - una connessione con il dolore primordiale per la morte improvvisa del figlioletto,  sino a quel momento totalmente negato e trasformando nello stesso tempo un oggetto morto in un strumento di vita e rivitalizzazione.
Adi, come si vedrà ad un certo punto, sarà spinto da un'improvvisa ed ineludibile epifania ad agire in tutt'altra direzione. Le capre - si rende conto - sono esseri innocenti ed inermi: che colpa hanno se sono state lasciate libere di proliferare, indotte a seguire null'altro se non la propria natura?
Il vero pericolo per l'ecosistema è rappresentato dagli uomini: sono loro che inquinano, sporcano, si mostrano insensibili verso ogni forma di vita animale e vegetale, perchè tutto deve essere piegato al raggiungimento dei propri fini e alla logica del profitto e, quindi, la conseguenza è che sono loro a doversi considerare il più che legittimo oggetto di un'azione di eradicazione.
Jonathan Miles ha concepito l'opera come una "favola" filosofica e un'allegoria: è per questo motivo che il sottotitolo del romanzo è "Una favola contemporanea".  
Il romanzo è una parabola intensa su cosa sia "giusto" fare per salvare gli ecosistemi e non sempre le soluzioni immaginate sono le migliori o le più sostenibili


(sinossi dal risvolto di copertina) Profondamente segnato da una recente tragedia familiare, Adi, ex musicista jazz diventato insegnante, decide di rispondere all'insolito annuncio di lavoro pubblicato da una fondazione impegnata in progetti umanitari, sociali e di tutela ambientale. Il ruolo, descritto con disarmante semplicità, sembra eroico: contribuire a salvare il mondo. Ma in che modo, esattamente? Per cinque settimane, Adi dovrà vivere in completa solitudine sulla minuscola e remota isola di Santa Flora, un tempo paradiso rigoglioso nel mezzo del Pacifico, oggi ridotto a paesaggio arido e vulnerabile per colpa di una terribile piaga: le migliaia di capre che hanno infestato l'isola e ne stanno definitivamente compromettendo l'ecosistema. Il vero incarico di Adi, che prima d'ora non ha mai fatto del male nemmeno a una mosca, consiste in un intervento di eradicazione. Dovrà ucciderle tutte. È l'unica via per preservare la biodiversità dell'isola e ristabilirne l'equilibrio, fondamentale anche per il resto del pianeta. Eppure, inizia a sorgere in lui il dubbio che la missione che gli è stata affidata sia meno limpida del previsto. Sarà per l'enorme cumulo di bottiglie, sacchetti di plastica, copertoni, lattine e reti da pesca in cui si è imbattuto poco dopo il suo arrivo? Di fronte al terribile dilemma morale che questa situazione gli presenta, Adi dovrà decidere in fretta da che parte stare. 
Partendo da una premessa a tratti comica e assurda, Jonathan Miles costruisce un romanzo assolutamente unico. Una riflessione profonda sulla solitudine, sull'idealismo che si scontra con la brutalità del mondo reale, sulla crudeltà della natura e sulla propensione alla violenza spesso insita nell'animo umano.

Hanno detto: 
«È già un classico. È Amleto, ma con capre ovunque.» - The Washington Post

Jonathan Miles

L'autore. Jonathan Miles, nato nel 1971, è un autore inglese. Ha vissuto un'infanzia nomade in Inghilterra, America e Canada. Dopo essersi laureato all'University College di Londra, ha conseguito il dottorato al Jesus College di Oxford. Tra i suoi libri ricordiamo The Medusa, The Shipwreck, The Scandal e The Masterpiece, che è stato pubblicato con successo internazionale e i cui diritti sonon stati acquistati per un film. Più recentemente, St. Petersburg: Three Centuries of Murderous Desire – uno dei libri di storia dell'anno per il Times. Once Upon A Time
World nasce dalla passione di Jonathan per la riviera francese, che dura da oltre tre decenni. In una prima recensione, il libro è stato nominato dal Sunday Times "libro della settimana" - "affascinante sia per la sua accuratezza storica che per la sua dedizione al pettegolezzo e al comportamento scorretto. Il libro diventa una delirante cronaca di eccessi. Il romanzo è un fenomenale lavoro di ricerca su centinaia di fatti storici, biografie, memorie e lettere. Si muove con magistrale controllo attraversando molteplici contesti, passando dall'arte più elevata allo scandalo più basso. È assolutamente coinvolgente, indelicato in modo sconvolgente e ne ho divorato ogni pagina".
Jonathan e sua moglie vivono tra Parigi e Roma.

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25 maggio 2026 1 25 /05 /maggio /2026 06:14
James Sallis, Drive, Nottetempo

Non ha un nome e cognome il protagonista di questo romanzo di James Sallis, solo "Driver", poichè è abile nella guida delle auto, tanto da essere assunto come stuntman nei film hollywoodiani. Proprio per questa sua abilità viene ingaggiato da bande di rapinatore, per offrire i suoi servigi come autista: Driver non vuole sporcarsi le mani, fa il suo lavoro e basta, ma un ultima rapina si trasforma in un bagno di sangue ed anche Driver viene ferito.
Si attiva allora in lui un desiderio di vendetta che è animato più che altro da dal voler fare giustizia a fronte di una situazione in cui tutta la banda è stata in un certo modo manipolata e spinta al massacro.
Da questo romanzo il bel film omonimo con Ryan Gosling (USA, 2011) diretto da Nicolas Winding Refn 
Il romanzo è Drive, di recente ripubblicato da Nottetempo nel 2026, nella nuova traduzione di  Mirko Zilahy.

Il film presenta numerose differenze rispetto al romanzo, mantenendone comunque l'atmosfera. Gli eventi, che nel libro sono divisi su due piani temporali diversi (presente e passato del protagonista), nel film vengono concentrati in un unico blocco narrativo, senza il ricorso ai flashback. 

Drive è considerato a tutti gli effetti un capolavoro del neo-noir e un perfetto esempio di hard-boiled contemporaneo, racchiudendo tutti gli elementi chiave del genere.
La storia è immersa in un'esistenzialismo urbano oscuro e disilluso, rappresentato in tinte crepuscolari.
Driver è l'antieroe solitario, taciturno e segnato da un passato oscuro, chiuso la sua vita di stuntman di giorno e di autista per rapinatori di notte.
Sono tanti gli elementi tipici del genere poliziesco: il crimine, i soldi sporchi, la lealtà messa a dura prova e l'inevitabile spirale di sangue.
Sallis utilizza una scrittura asciutta e frammentaria che esalta l'aspetto psicologico dei personaggi rispetto all'azione pura

(Sinossi dal risvolto di copertina) Cresciuto in una famiglia adottiva e fuggito di casa quand’era ancora un adolescente, Driver ha imparato presto ad arrangiarsi nella vita. E ha imparato pure quanto l’America possa essere dura con chi ha pochi mezzi. Dagli altri non si aspetta nulla e c’è solo una cosa che sa fare davvero bene: guidare. Guida per il cinema, come stuntman a Hollywood, prendendosi i rischi che gli attori veri non si prendono. E guida per i criminali, condividendo con loro pericoli e guadagni. Alle sue attività lecite e illecite è arrivato quasi per caso, tramite gli incontri in una Los Angeles fatta di contrasti, di spiagge assolate e sobborghi bui dove trovano rifugio gli scarti della città delle stelle. Come Irina, la sua vicina di casa, cameriera in un ristorante salvadoregno, madre del piccolo Benicio e moglie del carcerato Standard. Quando quest’ultimo esce dal penitenziario rimane presto invischiato in un giro pericoloso, e si porta dietro Driver. Che vorrebbe solo guidare, ma guidare non basta più.

Drive, locandina del film

Questo romanzo del grande maestro del noir James Sallis è una perfetta storia notturna, un racconto teso e avvincente di crimine, tradimento e vendetta. Ma è anche il ritratto indimenticabile di una città divisa tra sogni e incubi e di un antieroe silenzioso e leale, che si ostina a fare la cosa giusta in un mondo sbagliato.

L'autore. James Sallis, nato nel 1944, a Helena (Arkansas), è uno scrittore americano.
Ha studiato a New Orleans.
Successivamente ha vissuto a lungo a Londra e in varie parti d'America, prima di stabilirsi a Phoenix, in Arizona.
Autore di romanzi e racconti, di saggi critici su argomenti letterari e musicali, è inoltre traduttore dal francese e dal russo.
Agli inizi degli anni Novanta ha inaugurato una serie di sei romanzi noir dedicati all'investigatore privato Lew Griffin, grazie al quale avrebbe ottenuto grande notorietà.
Nel 2003 ha dato il via a una nuova serie di libri con protagonista John Turner, ex agente di polizia con un passato da carcerato.
Dal suo romanzo "Drive" il regista Nicolas Winding Refn ha tratto un film interpretato da Ryan Gosling.
I libri di James Sallis sono pubblicati in Italia da Giano/Neri Pozza, e sono stati tradotti da Luca Conti.

Di James Sallis, ho letto in passato e recensito "La Falena"

Maurizio Crispi (3 febbraio 2019)

James Sallis, La Falena, Giano

James Sallis, La Falena (Titolo originale: Moth, nella traduzione di Luca Conti), Giano Editore (Collana NeroGiano), 2005
James Sallis è uno scrittore black american, nato in uno stato del Sud dove ha vissuto per gran parte della vita (pur con una lunga parentesi europea). E' un personaggio eclettico e versatile, sia nella vita, sia nella scrittura. Ha insegnato letteratura in un'Università del Sud, ha fatto il traduttore e il curatore, ha scritto saggi rilevanti e si è dedicato, tra le molte cose alla narrativa fiction e poliziesca. Tra le sue molte prove narrative vi è la serie che ha come protagonista l'investigatore nero Lewis (Lew) Griffin che è, in sostanza, un alter-ego dell'autore. Infatti, Griffin è un investigatore privato molto sui generis che inserisce questa attività in quella più costante di docente di letteratura universitario e di scrittore, avendo tuttavia un passato tormentato e vario: è stato bodyguard, infatti, prima di una caduta a capofitto nell'alcoolismo, sino a toccare il fondo per poi rimergerne, ma senza una totale astensione, poichè - occasionalmente - non disdegna di fare ritorno all'alcool inteso come scacciapensieri e relax sociale. Ha anche avuto alcune storie sentimentali, per alcune delle quali ha dei rimpianti. Nella sua attività di investigazione è sagace ma anche irruento, nel senso che a volte perde il lume e manda tutti all'ospedale.
Ne "La Falena" (Titolo originale: Moth, nella traduzione di Luca Conti), pubblicato da Giano Editore - Collana NeroGiano -  2005) il compito che si è assunto è quello di ritrovare la figlia di una sua vecchia fiamma, una donna a cui non ha mai voluto dichiarare il suo amore e che poi ha perso. Questa ricerca ha inizio dopo la sua morte, per assolvere ad una promessa fatta, ma anche spinto dal peso in lui della scomparsa - anni prima - di un figlio. E nel cercare Alouette, invischiata in una storia di tossicodipendenza e probabilmente alla deriva, si imbatte nella figlia di lei, nata prematura a causa dell'abuso in gravidanza di sostanze psicoattiva da parte della madre: una "crack baby", a forte rischio di non sopravvivenza..
Troverà alla fine Alouette, ma senza poterla salvare sino in fondo. Ma almeno ci ha provato.
E' un romanzo che si svolge nel profondo sud degli States, tra Louisiana e Arkansas e una buona parte della vicenda è on the road, intessuta di incontri e di storie.
Lew Griffin è un personaggio che vive intensamente, ma nello stesso tempo immerso nella nostalgia di ciò che avrebbe potuto essere e non è mai stato per via della sua incapacità di dichiarare le cose e gli stati d'animo sino in fondo: una vita che non conosce trionfalismi, ma solo cose riuscite a metà, tali da lasciare bei ricordi, ma anche un bruciante senso di nostalgia per via della loro incompiutezza.
Mi è piaciuto: e una volta presa la necessaria confidenza con un investigatore così bizzarro e atipico, non ho potuto più lasciarne la lettura sino alla fine.


 

James Sallis

(sinossi sul risvolto di copertina) Baby Girl McTell. Nata: 15 settembre. Peso: 600 grammi. Madre: Alouette. Sono i dati della crack baby che Lew Griffin ha rintracciato in un ospedale di Clarksville, nel profondo Sud. Potevo reggerla nel palmo della mano senza problemi. Ci è arrivato cercando Alouette, la figlia che LaVerne voleva rivedere e che Lew si è impegnato a ritrovare. Per pagare almeno in parte il debito con la donna degli anni difficili, l'amore di una vita. Morta, quando sembrava salva. E così Griffin è di nuovo in strada, col cuore pesante e il diavolo alle calcagna. E Griffin dovrà scendere ancora di più nell'inferno del passato, per affrontare i propri demoni e la violenza che esplode in lui, mentre cerca di afferrare il fantasma di Alouette e della propria esistenza.

L'Autore. James Sallis è nato a Helena, Arkansas, nel 1944, e qui ha studiato. Romanziere e musicista, saggista e poeta, biografo e traduttore dal francese e dal russo (Queneau, Cendrars, Lermontov, Pasternak), ha scritto numerosi romanzi, quattro raccolte di poesie e una biografia di Chester Himes. Con Giano ha pubblicato Il bosco morto (2008), oltre a La Falena.
Ha vissuto a lungo a Londra e in varie parti d'America, prima di stabilirsi a Phoenix, in Arizona.
Agli inizi degli anni Novanta ha inaugurato una serie di sei romanzi noir dedicati all'investigatore privato Lew Griffin, grazie al quale ha ottenuto grande notorietà.
Nel 2003 ha dato il via a una nuova serie di libri con protagonista John Turner, ex agente di polizia con un passato da carcerato.
Dal suo romanzo "Drive" il regista Nicolas Winding Refn ha tratto un film interpretato da Ryan Gosling. I libri di James Sallis sono pubblicati in Italia da Giano/Neri Pozza, e sono tutti tradotti da Luca Conti.

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21 maggio 2026 4 21 /05 /maggio /2026 11:39

Un avvocato con troppi nemici. Un'ultima domanda lasciata in sospeso. «Tu che ci fai qui?»

Soglie del testo

Anthony Horowitz, La sentenza è morte (nella traduzione di Francesco Campisi), Rizzoli, 2024

Anthony Horowitz è uno degli scrittori e sceneggiatori più prolifici, eclettici e di successo del Regno Unito. Nato a Stanmore il 5 aprile 1955, è celebre in tutto il mondo sia per la narrativa cartacea sia per le sue produzioni televisive, caratterizzandosi per una scrittura avvincente e ricca di humour nero. Nel 2014 ha ricevuto l'onorificenza di Ufficiale dell'Ordine dell'Impero Britannico (OBE) per i suoi meriti in campo letterario.
E' un grande conoscitore del canone holmesiano e ha scritto ben due apocrifi holmesiani, ambedue di ampio respiro.
La sua passione holmesiana lo ha portato a mettersi in gioco anche nell'elaborazione di una trilogia di romanzi, in cui mettendosi in gioco in prima persona nei panni di un Watson si trova ad affiancare un detective, Daniel Hawthorne (un nome - peraltro - di grande suggestione letteraria), ex ispettore nella polizia londinese, che, da privato, viene ora consultato nei casi più difficile: Anthony Horowitz viene ingaggiato con il compito precipuo di osservare e seguire passo passo il suo lavoro per poterne scrivere, così come faceva il dottor Watson nei confronti di Sherlock Holmes, con un contratto inizialle di ben tre romanzi nel genere true crime.
Si ricrea così una "strana" coppia di investigatori, sguinzagliati per le strade di Londra (e non solo) alla ricerca di "chiavi" per la risoluzione dei casi più difficili.
La prima comparsa della "strana coppia" (strana e disfunzionale, ma efficiente nei risultati finali) è avvenuta con "Detective in cerca di autore" (2024).
Nel secondo volume "La sentenza è morte" (nella traduzione di Francesco Campisi e pubblicato da Rizzoli nel 2024), i due sono alle prese con l'uccisione di un avvocato di grido del Foro di Londra e si mettono alacremente alla ricerca di elementi di connessione con un caso di apparente suicidio avvenuto il giorno prima. 
Siamo ancora in attesa della traduzione italiana del terzo volume che è "A Line to Kill". 
A questi tre romanzi, se ne sono aggiunti altri tre.
Questa la serie completa:

  • The Word Is Murder (2017)
  • The Sentence Is Death (2019)
  • A Line to Kill (2021)
  • The Twist of a Knife (2022)
  • Close to Death (2024)
  • A Deadly Episode (2026)


Horowitz fa da spalla e da comprimario di Daniel Hawthorne e come Watson ha delle intuiozioni che sono solo parziali ed incomplete: sarà la mente analitica di Hawthorne a ricostruire una spiegazione convincente per tutti gli indizi e a completare il quadro.
Hawthorne è suicuramente un geniaccio, ma ha anche un pessinmo carattere ed è anche burbero e scostante. Horowitz ne fa le spese. Ma, in ogni caso, questa coppia - per quanto sgangherata - sembra funzionare e porta a dei risultati stringenti ed incofutabilmente, come il lettore si aspetta da un buon poliziesco.

(sinossi) Se a Londra c’è un business redditizio e con pochi rischi è quello dei divorzi. Almeno questo pensava l’avvocato Richard Pryce prima di venire tramortito e ucciso con una bottiglia da duemila sterline di Château Lafite Rothschild nella sua villa di Fitzroy Park. Un particolare bizzarro, considerato che Pryce, che si è assicurato una discreta fortuna rappresentando le celebrità londinesi in cause di separazione milionarie, era astemio. Ma i punti interrogativi non finiscono qui: a che cosa fa riferimento il numero a tre cifre (182) pitturato sulle pareti dello studio? E a chi erano rivolte le parole di Pryce – “Tu che ci fai qui? È un po’ tardi” – sentite pronunciare dal marito, al telefono con lui prima che cadesse la linea? Per il caso la polizia si affida a Daniel Hawthorne, ex piedipiatti che tuttora collabora con le forze dell’ordine nei casi più spinosi, e Hawthorne tira in mezzo ancora una volta lo scrittore Anthony Horowitz. Nonostante le incompatibilità caratteriali – uomo scontroso e iracondo il primo, decisamente più mite il famoso giallista – i due formano ormai una coppia ben collaudata, e si imbarcano in un’indagine che trabocca di sospettati con moventi più

Anthony Horowitz (wikipedia)

che validi ma alibi altrettanto solidi. Nonché, zeppa di segreti; perché qui, in questo Cluedo appassionante e dalle mille svolte impreviste, ogni personaggio sembra mentire, primi fra tutti lo stesso Hawthorne e il geniale scrittore.

L'autore. Anthony Horowitz, nato nel 1955, a Stanmore, è uno degli scrittori più prolifici ed eclettici del Regno Unito.

Noto soprattutto per la serie bestseller di Alex Rider, è anche sceneggiatore per la televisione, e ha prodotto, tra le altre, la prima stagione dell’Ispettore Barnaby.

Nel 2014 ha ricevuto il titolo di Ufficiale dell’Ordine dell’Impero Britannico per meriti in campo letterario. Nel 2023 esce per Rizzoli, Detective in cerca d'autore, primo titolo del detective Daniel Hawthorne.

Anthony Horowitz, Detective in cerca di autore, Rizzoli, 2024

Anthony Horowitz, Detective in cerca di autore (nella traduzione di Francesco Campisi), Rizzoli, 2024

Un mistero che ha numerosi e bizzarri punti di contatto con un vecchio caso di cronaca e che spinge Horowitz a posare la penna per vestire lui stesso i panni del detective.

«Detective in cerca d’autore non è soltanto un giallo, è davvero di più pur restando un giallo perfetto.» - Antonio D’Orrico


La signora Cowper viene trovata assassinata nel suo appartamento londinese. Appena sei ore prima si era recata in un’agenzia funebre per organizzare il proprio funerale: semplice coincidenza? O tessera di un losco puzzle da risolvere? Secondo Daniel Hawthorne, schivo e scorbutico ex detective, ora consulente della squadra omicidi, nulla è casuale. Per un caso singolare come questo Hawthorne coinvolge una sua vecchia conoscenza, lo scrittore giallista Anthony Horowitz, offrendogli di accompagnarlo nelle indagini e trarne un libro dal successo garantito e di cui poi dividere i proventi. La coppia si mette subito sulle tracce dell’assassino: un produttore teatrale accusato di frode, una domestica con un passato oscuro, un figlio attore dalla vita sregolata sono solo alcuni degli indiziati. Ma ogni personaggio, Hawthorne compreso, nasconde qualcosa.

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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