Cerco qualcosa che ho smarrito
molto, ma molto tempo prima
C’è un caos totale
È tutto accatastato
A far da mobili
ci sono grossi scatoloni impilati
in equilibrio precario
a formare un arredo alternativo,
povero e insulso
Mi ritrovo a vivere uno stato di agitazione crescente
La mia ricerca è infruttuosa
Vedo delle mie vecchie cravatte
buttate per terra come stracci
Le raccolgo una per una
ripromettendomi di sistemarle meglio
Volevo fare bene,
ma il mio impegno
non è stato ripagato
Ma non c’è granché da fare
É così
Me ne devo fare una ragione
e accettare lo stato delle cose,
riconoscendo ciò che è guasto
e non può essere emendato
Nel cortile di casa sono in corso lavori di pulizia e sgombro del garage, per elminare vecchie cose e carabattole, ma io devo essere presente per evitare scelte non desiderate Qualcuno ha cominciato
Anche a Natale
cosa vedono i miei occhi?
Munnizza
Munnizza natalina,
anziché pasquale o ferragostana
Robe abbandonate
per incuria dei raccoglitori
ma anche per incuria dei cittadini
Sono incurie che si incontrano
e si rinforzano a vicenda
Ci si deve lamentare,
è ovvio
Ma occorre anche
che ciascuno di noi
prima di proferire verbo
con lamenti e alti lai
si faccia un bell’esame di coscienza
Facciamolo a Natale
quando lo scambio e il delirio dei doni
portano a deliri complementari di munnizza
La nota che segue è stata scritta il 6 dicembre 2022, quindi un anno addietro circa e posso confermare che da allora non è cambiato nulla. E dunque ciò che scrissi allora è tuttora attualissimo
A volte capita di trovarsi a percorrere una via dalla quale non si passa per molto tempo.
Queste vie che si vedono come per le prima volta (anche se sono già conosciute) inducono una sensazione di estraneità e derealizzazione, come se all’improvviso si fosse divenuti stranieri in terra straniera.
E quelli che colpiscono sono certi tratti di marciapiede abbandonati e negletti, perché magari non costeggiano le abitazioni ma soltanto le mura perimetrali di ville o giardini private.
Tratti di strada che in sé possiedono una valenza quasi romantica e che invece sono diventati ricettacolo di spazzatura varia, di merde di cane, di piatti di plastica lasciati per terra dalle gattane per nutrire i “loro” gatti, resti di bici rubate, macerie, incarti McDonalds (espressione del consumismo gastronomico dei poveri che però sono anche incivili), per non parlare degli alberi che adornano la via del tutto inselvatichiti, e ancora vecchie scarpe e scarponi, indumenti vari abbandonati anziché essere conferiti negli appositi contenitori oppure misteriosamente vuotati proprio dalle loro viscere.
Si cammina in mezzo a tutte queste brutture che a volte sono anche maleodoranti, costretti ad una vera e propria gimcana, e ci si chiede perché tutto questo debba accadere in una città che vorrebbe definirsi civile ed europea ed invece é da bollino rosso su tutta la linea. Una città che ha sempre avuto la vocazione per la lurdìa: basta andarsi a leggere le magistrali pagine di Goethe in Sicilia, risalenti a oltre 200 anni fa, proprio relative al modo in cui i nostri concittadini di quel tempo smaltivano i rifiuti solidi e, per di più, nelle vie prinicipali - come il Cassaro - dove massimo, anche a quel tempo, avrebbe dovuto essere il decoro.
E sì che siamo costantemente spremuti con il tributo sulla munnizza: dove vanno a finire questi soldi?
Come vengono spesi?
Vorrei proprio che qualcuno venisse a raccontarmelo.
Le foto che pubblico qui sono state scattate lungo la via Vincenzo di Marco (PA) una via che, essendo in parte sfuggita alla massiccia speculazione edilizia, ha un suo carattere un po’ retro e malinconico.
Ed invece il passante occasionale (come è capitato a me l’altro giorno) deve fare i conti con brutture e inestetismi, con la puzza e il degrado.
Il bello è che, se dal lato di chi amministra l’incuria é totale, da parte dei cittadini che abitano nelle casette e nei condomini che si affacciano lungo questa via, vi deve essere sicuramente indifferenza e assuefazione, o anche - forse - il non vedere perché oggigiorno sono sempre di meno quelli che camminano a piedi, o il non voler vedere, il fare finta di di niente, rendendosi selettivamente ciechi.
In mezzo a questo tripudio di monnezza e di degrado troneggiano beffardi i monopattini e le bici elettriche che posteggiati in maniera selvaggia ed incurante degli elementari diritti di chi cammina a piedi divengono essi stessi monnezza.
Vorrei una città più pulita e con la sua bellezza restaurata e senza questi infernali aggeggi di locomozione che alcuni dicono essere liberata e sostenibile, ma che a mio avviso aggiungono bruttura a brutture.
L’unica cosa per difendersi da questi assalti di degrado è alzare lo sguardo verso il cielo (il che non è distogliere lo sguardo, badate bene).
Ma un modo di cercare una risposta nel divino ineffabile ed immanente che ci sovrasta.
Ma dal cielo non arriva mai alcuna risposta
Il cielo, pur bello, con i suoi colori e con le sue nubi cangianti, pur ritemprando l’animo, è un rimedio che dura poco perché il volo della mente e dello sguardo dopo qualche istante si esaurisce e ritorna al livello del suolo per farci scoprire che la monnezza é sempre li, inamovibile (eterna, si potrebbe dire) a farci riflettere che viviamo in un mondo estremamente precario in cui il confine tra civilizzazione e totale inciviltà di modi é estremamente labile ed evanescente.
( Maurizio Crispi ) Quando ero giovane (o dovrei dire "più" giovane, partendo dall'assunto ottimista che ancora non sono vecchio?), pensavo che il mondo in cui vivevo fosse bello e che fosse ...
Vado a fare una lunga passeggiata
con il mio cane fedele
Sono bene attrezzato con il mio zaino
e sospingo davanti a me
un carrello della spesa
che contiene oggetti vari
disparati e raccogliticci
(come le masserizie di un homeless)
Arrivo nei pressi
di una grande villa antica
che ora è stata trasformata in ospedale
e li mi fermo
C’è un alto muro di conci tufacei
in parte coperto da un magnifico rampicante
e una panca di pietre semicircolare
ai suoi piedi
che delimita uno slargo
ombreggiato da un enorme carrubo
(un luogo che sembra fatto apposta
per il riposo del viandante)
E infatti mi fermo nel suo cono d'ombra
per ristorarmi
Frugo e rovisto nel mio zaino
cercando qualcosa da mangiare,
un veloce spuntino,
niente di più
Tiro fuori tutto ciò che vi è contenuto,
ma niente,
la mia merenda é scomparsa
Vabbéeee, ne farò a meno
Lascio zaino e carrello della spesa
e mi avvio per un ulteriore tratto di passeggiata
con il cane temuto al guinzaglio, ovviamente
anche se a vista
non c’è nessuno
che possa esserne infastidito
(ma non si sa mai)
Quando mi sono già allontanato un po’
mi accorgo che degli operai
con un escavatore
si stanno avvicinando ai miei beni
e torno precipitosamente indietro
per recuperarli
Proseguo il mio viaggio
Adesso sono all’interno
della grande struttura ospedaliera
Percorro lunghi ed interminabili corridoi,
alcuni affollate di persone
che sembrano comparse di un set cinematografico,
altri totalmente deserti
Non riesco a trovare vie d’uscita
Vorrei orientarmi per riprendere la via di casa
Arrivo in un grande salone
dove è in corso in laboratorio
di cucina creativa per i pazienti
C’è la mia amica Anita
che sta insegnando ad un gruppo di discepoli
a decorare la torta
Una torta già confezionata
è poggiata su di un grande pannello azzurro
Ricoperto di linee dorate
che intrecciandosi formano ghirigori e arabeschi
Il manufatto dolciario
già rivestito di glassa bianca
è posato al centro
di questo intrico
e si tratta ora di decorarlo,
seguendo come traccia le linee
sul pannello che s’intersecano e divergono
Mi accorgo che, sulla stessa superficie
sono posati mucchi di aghi e spilli,
come se fosse usata anche
come piano d’appoggio
per lezioni di cucito
Dico alla mia amica con veemenza: Non è possibile!
Già mi sto sentendo male!
Immagino di dover mangiare una torta
infarcita di aghi e spilli!
Perché non levi da lì quella roba?
È pericolosissimo! Certo è che questa torta
non la assaggerò proprio!
La mia amica mi dice qualcosa
ma, in sostanza, non fa nulla per eliminare il pericolo
Poi ci ritroviamo a parlare di varie ricette di cucina
e ci mettiamo a confronto,
bonariamente,
così per gioco
Un mio piccolo scritto dimenticato del 2 dicembre 2009. E appartiene alla categoria delle 'foto raccontate' o delle "foto parlanti'.
La foto da cui scaturisce la piccola storia è un bell'esempio di quelle foto che suscitano delle storie; ma si potrebbe anche dire che ci sono delle storie nella mia testa che prendono corpo in una foto e che la foto che allora scatto la scatto proprio perché c'è quella storia che preme per essere espressa e raccontata.
In questa faccenda è difficile comunque trovare il bandolo della matassa, come è impossibile, del resto, rispondere alla fatidica domanda: 'Viene prima l'uovo o la gallina?'
Mi hanno lasciato solo, al freddo, esposto alla pioggia
Prima, la mia vita era stata una bella festa, vedevo tanti bimbi ciarlieri attorno a me
Non immaginavo che, senza alcun preavviso sarei stato considerato una vita di scarto e gettato via con tanta indifferenza
I miei occhi vuoti non vedono più niente nuovo
Ma ho scoperto il modo di trarre consolazione da questa nuova esistenza che mi rimane - anche se non so per quanto tempo ancora
Guardo il cielo, così alto ed immenso sopra sopra di me, e le nuvole che, a volte, viaggiano come fiocchi cotonosi simili a pecorelle e che, altre volte, si addensano minacciose, incutendomi timore
Guardo il sole nel suo ciclo giornaliero e qualche volta la sua radiosità mi fa male, perchè sono una creatura della penombra
Guardo la luna benevola e le stelle di cui è tempestata la volta celeste, di notte
E tutto questo mi tiene compagnia
Ora sei arrivato tu con quella macchinetta fotografica e mi hai salvato: anche se il mio corpo di carta si dissolverà presto, la mia immagine sopravvivrà per molto tempo ancora
Grazie, amico sconosciuto, per avermi preso con te!
Mese critico,
mese in cui si prepara il passaggio
da un anno all’altro
Il mese di Giano Bifronte
Il mese del transito e del passaggio
Non penso tanto alle feste
che si succedono e ci travolgono, no!
Non penso tanto agli slogan
triti e ritriti,
alle parole vuote,
alle frasi fatte ripetute per abitudine, no!
Nemmeno penso alla commercializzazione spinta
o al potlach dei doni e dello sperpero
Penso solo alla corsa dei giorni
che si fa sempre più veloce e frenetica
mentre siamo sospinti in avanti
come a dover cercare di continuo
un nuovo centro di gravità,
catturati da un gorgo o da un vortice
che ci fa girare come trottole
sempre più veloci
sempre più veloci
verso la fine dei giorni
e verso la rinascita
Pensiamo sempre ad una possibile rinascita
Pensiamo (ci auuguriamo) sempre che dopo le rapide
potremmo di nuovo navigare
in acque più chete e tranquille
ma soltanto sino alle turbolenze successive
E così andiamo avanti
sentendoci come pagliuzze
che ruotano e vorticano
in un mondo velocizzato, ultrasonico
Dicembre questo è diventato
Vogliamo soltanto la pace
e il riposo
Siamo forsennati, invece,
e vorremmo poter tornare
al tempo lento delle origini
e poterci concentrare
in modo intimo e meditativo
sul ricorrere ciclico
della morte e della rinascita
(la foto di "Crispi bifronte" è di Francesco Crispi)
Ma siamo anche due briganti per strada
- due vilain, due gaglioffi -
e ci manca solo il somaro
Pronti ad andare
in viaggio in autostop galattico
attraverso l’universo intero
sino ai contrafforti di Orione
e oltre
Come bagaglio
uno zaino pieno di libri
e la macchina fotografica
Sono pronto ad andare
Sono pronto ad essere dimenticato
Non si è mai del tutto pronti per questo, ma proprio per questo - dice il Filosofo - nell’imperfezione e nell’indefinitezza del nostro vivere si è sempre pronti ad entrare nel Grande Nulla ma forse al di là della cortina oscura
- e alcuni la chiamano il Mistero - ci attende insondabile la Grande Bellezza
Nessuno è mai tornato indietro
a riferire se sia l’una o l’altra cosa ciò che attende il Viaggiatore
Quando risalivo in auto per ripartire (o per andare a sbrigare una commissione) dopo un lungo parcheggio per una sosta in una specie di campeggio (o ostello molto alla buona), mi accorgevo che la leva del freno a mano non era più al suo posto, ma era conficcata nello sportello di destra, eppure ancora funzionante.
Davvero surreale!
Quel che è più grave, anche il volante era rotto e ne rimaneva appena una piccola mezzaluna, come se tutto il resto si fosse sbriciolato per usura oppure per una troppo lunga esposizione al sole
Ciò che rimaneva ha l'aspetto di una piccola (ed improbabile) cloche per il pilotaggio di un aereo
Mi sono chiesto come avrei potuto continuare il mio viaggio, con un volante così malridotto
Penso: "E se finisse di sbriciolarsi del tutto? Come farò a governare la rotta della mia auto? Con la forza del pensiero?".
Rifletto sul fatto che dovrei trovare una concessione della Toyota o un'officina autorizzata per portarci l'auto in manutenzione ed avere così un volante nuovo ed affidabile.
L'altro mio pensiero è di non fare niente di tutto questo e continuare il mio viaggio come se niente fosse, sfidando la sorte.
Stiamo a vedere, pensiero attendista
(Tiziana Torcoletti così chiosò)
"L’automobile nei sogni si può considerare espressione della personalità del sognatore fuori dalla sua cerchia intima, espressione di sé nel mondo, nella società, nel lavoro, nelle relazioni interpersonali. Il suo modo di essere in mezzo agli altri viene rappresentato sia dall’aspetto che l’auto ha, che dalle condizioni di guida, che dalle situazioni che di volta in volta si presentano.
Così un’auto che si ferma in panne suggerisce il bisogno di fermarsi a riflettere su quanto si sta facendo o su una stanchezza fisica trascurata. Un incidente più o meno grave, fa pensare che qualcosa stia “bloccando” iniziative o progetti del sognatore. Un‘auto che va velocissima e non si riesce a fermare, o nella quale i freni non funzionano, deve indurre il sognatore a domandarsi in che aspetto della vita stia “correndo” troppo (con i pensieri, i sentimenti, le azioni, i progetti, ecc.) o non abbia più il controllo della situazione.
Un’auto guidata da altri, richiamerà l’incapacità di gestire una situazione o il bisogno di sicurezza e di appoggio altrui, o anche la necessità di integrare le qualità che si attribuiscono al guidatore del sogno. L’auto può rappresentare anche aspetti sessuali che vengono espressi simbolicamente. Da questo punto di vista non riuscire a frenare, avanzare o andare troppo veloce, sono situazioni da correlarsi a ciò che in questo campo sta vivendo il sognatore, alle sue difficoltà o inibizioni.
E’ da tenere presente anche il collegamento importante tra l’auto, nella sua immagine completa (carrozzeria, accessori, motore), e corpo umano, dove la carrozzeria rappresenterà l’immagine esteriore, gli accessori tutto ciò che viene usato per coprirsi o esaltare la propria figura, ed il motore gli organi interni.
Le possibilità sono pressoché infinite e vanno valutate singolarmente e relazionate ad ogni contesto onirico. Genericamente si può affermare che c’è una stretta correlazione tra l’automobile e l’energia vitale del sognatore espressa nel mondo.
Può accadere che le diverse letture” del simbolo auto possano coesistere, presentando più livelli interpretativi nella stessa immagine che potrà racchiudere aspetti legati al sociale, alla salute psicofisica o alla vita sessuale.
Importante, in ogni caso, sarà tener conto nei sogni anche di una interpretazione oggettiva e non solo soggettiva del simbolo…così se sogniamo di non riuscire più a fermare la nostra automobile, perché i freni sono rotti, potremo domandarci in quale aspetto della nostra vita stiamo agendo senza riuscire a fermarci, o senza freni inibitori, o senza riuscire ad ottenere ciò che vogliamo ecc… ma sarà utile anche fare un reale controllo ai freni."
Ruotare come un forsennato
legato su d’una sedia roteante
(o messo alla ruota)
oppure come un derviscio danzante
alla ricerca della sua visione estatica
Ci sono cose che vorrei scrivere
e che mai scrivo
perché il tempo mi manca
e il vivere è una corsa continua
E poi le dimentico,
frammenti forse preziosi
che s’inabissano per sempre
o che vengono dispersi
come minute particole di sabbia
sospinte via dal vento
Notti e notti di sogni muti
che più non s’appalesano
(per il momento)
Mi mancano
le mie piccole avventure oniriche
Allora, leggo, leggo, leggo
e rileggo
Le parole e le frasi
danzano vorticose
dentro i miei occhi
e sulle retine
Si depongono al loro fondo
come sedimenti giurassici
per poi schizzare verso il lobo occipitale
come treni in corsa
e subito ripartire in mille altre direzioni
attraverso sinapsi e interconnessioni
che sono del cervello
ma anche dell’universo intero
E sono qui a vivere
le infinite vite di molti altri,
interrogando me stesso
dove sia nascosta la mia, di vita,
se ve ne sia una
Alla finestra d'un piano rialzato,
ogni giorno da dieci anni,
un uomo in piedi guarda fisso verso fuori
I riflessi cangianti sul vetro lo fanno apparire
fantasma, ectoplasma, apparizione evanescente,
miraggio, illusione ottica che tuttavia non si dissolve
L'uomo è vecchio, il volto sfatto, la barba ispida
Forse indossa una vestaglia lisa o un pigiama,
difficile dirlo per via dei riflessi di luce
Guarda verso fuori
con occhio vitreo, liquido.
Se ne sta immobile, non un muscolo si muove,
nel volto e nel corpo
È una fissità catatonica, la sua,
quasi fosse stato tramutato in statua di sale
dallo sguardo di Lot
Imbarazzato dallo quello sguardo, insistente,
pesante da sopportare,
il passante si gira da un'altra parte,
facendo finta di niente,
ma quando i suoi occhi tornano in quella direzione
il vecchio è sempre là, sospeso nella sua posa,
inquietante nella sua fissità
Ci si chiede se egli guardi davvero,
oppure se non insegua nella sua mente
immagini vaghe, frammenti di ricordi,
emozioni sbiadite, gioie e dolori,
che s'è lasciato alle spalle e stenta a ritrovare,
ricostruendo spezzoni ricombinanti e mutevoli
di un film della sua vita
Forse è così, ora che per lui il tempo è andato avanti,
mentre lui è stato risucchiato indietro
Al calar del buio,
quando i lampioni si sono accesi con un clack!,
da altri abitatori dell’appartamento
- familiari o badanti, non so -
la serranda di quella finestra viene abbassata,
ma è naturale pensare sempre al vecchio che guarda,
a immaginarlo ancora là sempre immobile
dietro il vetro oscurato,
anche se il suo sguardo non può penetrare
attraverso lo schermo opaco della tapparella
Forse, più tardi, qualcuno dei familiari verrà a prenderlo,
ormai irrigidito come una tavola di legno
per adagiarlo sul letto, così com'è…
E poi, il giorno dopo,
altri lo metteranno di nuovo dietro il vetro
a guardare il mondo
o a usarlo come specchio in cui riflettere sé stesso
Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre
armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro
intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno
nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).
Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?
La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...
Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...
Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e
poi quattro e via discorrendo....
Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a
fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.
E quindi ora eccomi qua.
E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.