“Coyote vs. Acme” è stato realizzato in tecnica mista (live-action e animazione) nel 2026, diretto da Dave Green.
Vi si racconta di una causa legale per danni mossa da Willy il Coyote contro la ACME Corporation, l'azienda produttrice dei bizzarri e fallimentari gadget usati nel disperato tentativo di catturare Beep Beep.
In inglese, il nome di Coyote è Wile E. che si pronuncia esattamente come la parola inglese wily, che significa "astuto", "scaltro" o "furbo", mentre il cognome Coyote indica semplicemente la sua specie. Il nome è quindi una scelta fortemente ironica: il personaggio viene definito "l'astuto Coyote", ma, nella realtà, i suoi piani falliscono continuamente a causa dei gadget difettosi e della sua stessa sfortuna.
Il film è basato sulla sceneggiatura scritta da Samy Burch, James Gunn e Jeremy Slater, che si é ispirata all’articolo umoristico di Ian Frazierpubblicato con identico titolo sul The New Yorker nel 1990 (il 26 febbraio).
Il pezzo era strutturato come un vero e proprio atto legale di citazione in giudizio depositato presso la Corte Superiore della California.
In tale atto legale fittizio, l'avvocato Harold Schoff rappresentava Wile E. Coyote (Willy il Coyote) e chiedeva un risarcimento per danni multimilionario alla ACME Corporation per le ripetute lesioni fisiche subite dal suo assistito a causa di prodotti difettosi e privi di adeguate avvertenze (come la finta roccia gigante, i pattini a reazione e l'incudine).
Dopo aver sperimentato l'ennesimo gadget difettoso che gli si ritorce contro, Willy il Coyote comprende che è arrivato il momento di chiedere il conto alla ACME. Per farlo assume Kevin Avery (Will Forte), uno sventurato avvocato umano. I due dovranno affrontare in tribunale l'agguerrito avvocato della multinazionale, interpretato da John Cena.
Nel film vengono coinvolti moltissimi altri storici personaggi dei Looney Tunes della Warner Bros., a differenza di ciò che avviene nell'articolo originale che si concentrava esclusivamente sulla figura di Willy.
Mentre l'articolo di Ian Frazier del 1990 era focalizzato solo sulla deposizione del Coyote, la pellicola espande l'universo narrativo trasformando la causa in un vero e proprio scontro titanico tra il mondo dei cartoni animati e la multinazionale.
Il film prima di vedere la luce è passato attraverso una faticosa vicenda distributiva che gli ha meritato la fama di essere un film “fantasma”.
Visto al cinema, con grandi momenti di comicità e mi ha strappato molte risate.
Ma il film di David Green non è stato solo divertimento poiché, in filigrana, trasmette un messaggio di possibile ribellione da parte di tutti coloro che subiscono l'aggressività del business e del consumismo spinto che ai cittadini, trasformati in consumatore, continua a propinare gadget e oggetti per lo più inutili e che ci complicano la vita.
La causa legale di Wile E. Coyote contro la Acme Corporation rappresenta la ribellione dell'anello più debole della catena contro il monopolio industriale.
La Acme rappresenta le multinazionali odierne. Propina costantemente prodotti difettosi, obsoleti o inutili, promettendo la felicità (o, in questo caso, la cattura di Beep Beep), ma finendo solo per complicare la vita del consumatore e causargli danni (che, nel caso di Wile E. Coyote, sono letteralmente fisici).
Wile E. Coyote non ha alternative: la Acme ha un monopolio totale. Come Wile E. Coyote, anche il consumatore della realtà è intrappolato in un ciclo continuo di acquisti, fallimento dei prodotti e nuovi acquisti, alimentando un sistema che si arricchisce proprio grazie alle sue frustrazioni e ai suoi tentativi di sopperire ad esse con l'acquisizione di altri prodotti, in un ciclo continuo ed apparentemente infinito.
A tutti gli effetti, portare la multinazionale in tribunale trasforma la sfortuna del Coyote in una lotta di classe. Coyote diventa il simbolo di tutti i "clienti" truffati e schiacciati da contratti capestro e dall'obsolescenza programmata, i quali decidono di dire basta.
La scelta della Warner Bros. di cancellare il film per ottenere un ritorno fiscale ha finito per rendere la pellicola un meta-testo perfetto: la realtà ha imitato l'arte, dimostrando quanto il "business spinto" metta il profitto davanti alla cultura e alle persone.
Sono andato a vedere The Odissey di Christopher Nolan sin dai primi giorni di programmazione. Dopo la prima visione ho subito cominciato a buttare giù le mie impressioni e, mentre scrivevo, l’ho rivisto una seconda volta assieme a mio figlio tredicenne e al maggiore che di cinema se ne intende ben più di me, in considerazione degli studi che ha fatto e delle sue attività video-musicali.
Ho pensato di trattare del film non con l’intento di elaborare una recensione cinematografica (cosa per la quale mi mancano delle conoscenze approfondite sulla settima arte ed anche il linguaggio tecnico del critico DOC). Mi limiterò soltanto ad inanellare una sequenza di rilievi impressionistici sulla base delle associazioni e delle emozioni che si sono attivate dentro di me durante la visione del film, immagini ed emozioni vive e perduranti a distanza di giorni dalla doppia visione.
Il film di Nolan mi è piaciuto, non lo nascondo, non per sofisticati motivi, ma perché ha toccato delle corde profonde e le sue immagini si sono collocate nella mia mente come quelle di un sogno. Quando un’opera cinematografica porta lo spettatore a sperimentare emozioni e stati d’animo o anche un ribollire di pensieri e di associazioni, ciò vuol dire che è un’opera riuscita: non dobbiamo dimenticare che certe narrazioni filmiche, senza un intento specifico, debbano sussumere in sé le qualità felliniane di un sogno nel quale lo spettatore entra a pieno diritto; o, meglio, sono le immagini che dallo schermo dove sono proiettate, si proiettano nella sua mente a costituire una narrazione introiettata che si combina con elementi preesistenti o che attivano reminiscenze.
The Odissey che si pone in una tradizione abbastanza robusta di rivisitazioni dell’Odissea pensate sia per il piccolo sia per il grande schermo, ha suscitato un coro di pareri discordi (come si può vedere nel variegato mondo dei social), sia nel raffronto con i precedenti tentativi, sia nel raffronto con il poema omerico stesso .
Posso soltanto pensare – in modo ardito e, forse, eretico – che se gli aedi che hanno composto i diversi segmenti dell’Odissea (secondo la teoria degli autori molteplici), o quell’unico cantore a cui viene attribuita secondo la teoria univoca, fossero trasportati nel nostro secolo con una macchina del tempo e avessero l’opportunità di vedere il film di Nolan proverebbero emozioni, paure, terrori, il senso della meraviglia e molto altro, così come Ulisse ebbe a piangere calde lacrime per ben due volte mentre il cantore Demodoco raccontava della caduta di Troia.
Per leggere il mio articolo completo pubblicato nel numero del 1° settembre 2026 in Dialoghi Mediterranei, segui il link qui sotto
di Maurizio Crispi Sono andato a vedere il film di Nolan sin dai primi giorni di programmazione. Dopo la prima visione ho subito cominciato a buttare giù le mie impressioni e, mentre scrivevo, l'ho
A molti non è piaciuto.
E' stato considerato da alcuni ripetitivo, da altri pesante e noioso.
Altri ancora hanno detto che era incomprensibile e che, detto in soldoni, non ci hanno capito nulla
A me è piaciuto
Mi è sembrato in continuità con alcuni temi precedentemente sviluppati con l'aggiunta di altri sicuramente molto attuali
Maurizio Crispi
Disclosure Day è un film del 2026 diretto e co-prodotto da Steven Spielberg. Il thriller è interpretato da Emily Blunt, Josh O'Connor e Colin Firth.
Si tratta di un'interessante combinazione di temi fantascientifici cari da sempre a Steven Spielberg (si vedano i suoi due capisaldi che sono ET e Incontri ravvicinati del III tipo), trattandosi in questo senso di un attesissimo ritorno, e di narrative sviluppate negli stilemi del thriller centrati sui temi dell'occultamento della verità per motivi di sicurezza e di stabilità (decisi sulla base di valutazioni dei grandi manovratori occulti).
Il titolo del film si traduce letteralmente come "il giorno della rivelazione" o anche "della divulgazione". La trama esplora le conseguenze globali di una campagna di bugie durata 79 anni che sta per essere svelata al mondo intero. Il film pone una domanda cruciale agli spettatori: "Se scoprissi che non siamo soli, se qualcuno te lo dimostrasse, ti spaventerebbe?"
La narrazione - in modo molto pertinente, considerando le cronache attuali - si svolge in un 2026 dove il mondo è sull'orlo della Terza Guerra Mondiale.
Si attiva una lotta tra un gruppo di "ribelli" convinti che tutti debbano sapere e gli esponenti di un'agenzia governativa (la Wardex Corporation) che, invece, è disposta a fare di tutto per mantenere la verità occultata e per potere utilizzare eventuali tecnologie e manufatti alieni all'insaputa di tutti e per i propri vantaggi economici, così come è stato fatto per quasi 80 anni, a partire dal primo e famoso incidente di Roswell del 1947.
Gli alieni sono arrivati sulla Terra, più e più volte, e ci hanno studiato, scegliendo alcuni soggetti a cui fare attraverso canali neurologici delle rivelazioni e per infondere in loro conoscenza (come il dono delle lingue) e poteri, in modo che, quando sarà necessario, essi possano essere vettori della agnizioni e intermediatori linguistici. Non siamo più soli, è il messaggio del film, ma anche quello che l'intervento degli alieni, visti come apportatori di cambiamenti e come messaggeri benefici e benevoli possa fermare la follia in cui l'intero mondo versa, assorbendo tutta l'attenzione mediatica verso qualcosa di positivo e aprendola ad un messaggio di pace e di non belligeranza.
Da questo punto in poi, la lettura potrebbe offrire spunti che fanno da spoiler. Qui chi non ha ancora visto il film ne dovrebbe posporne la lettura.
Daniel Kellner (Josh O'Connor), un esperto di sicurezza informatica, riesce a rubare un pezzo di tecnologia extraterrestre e file riservati dalla Wardex Corporation, un braccio segreto del governo statunitense.
I documenti contengono le prove di contatti alieni occultati a partire dal celebre incidente di Roswell del 1947. Il CEO della Wardex, Noah Scanlon (Colin Firth), lo accusa pubblicamente di spionaggio internazionale e attiva nei suoi confronti una caccia all'uomo con profusione di uomini e mezzi.
Questo costringe Daniel a scappare e a nascondersi in un convento insieme alla fidanzata Jane (Eve Hewson).
Intanto, a Kansas City, la meteorologa televisiva Margaret Fairchild (Emily Blunt) assiste a un evento bizzarro, quando un uccello cardinale entra in casa sua e vola via dopo averla fissata a lungo in un tempo sospeso
Questo incontro sblocca in lei abilità psichiche ed empatiche latenti. Margaret inizia a comprendere i pensieri altrui e a parlare inconsciamente lingue mai studiate.
Durante una diretta meteo, Margaret ha un blocco improvviso e inizia a parlare in una lingua sconosciuta. Il video diventa virale e attira l'immediata attenzione degli analisti della Wardex, che identifica quell'idioma come di origine extraterrestre.
Le visioni psichiche guidano Margaret fino al sito segreto dove Daniel viene catturato dagli uomini di Scanlon.
Utilizzando le sue nuove capacità di manipolazione empatica, la donna lo aiuta a fuggire. Insieme intraprendono una corsa all'ultimo respiro contro il tempo per diffondere la verità prima che le autorità li eliminino, guidando l'umanità verso il definitivo giorno della rivelazione che assume delle vere e proprie connotazioni messianiche ("Ascoltate" è la frase che fa da suggello alla narrazione).
Se nel capolavoro del 1977 ("Incontri ravvicinati del terzo tipo") Spielberg raccontava lo stupore e la meraviglia discendenti dal contatto intimo con l'ignoto, Disclosure Day ne rappresenta l'evoluzione matura e disincantata. Non c'è più solo la meraviglia infantile, ma la gestione burocratica, mediatica e sociale di una realtà extraterrestre integrata nella quotidianità. È il passaggio dalla "scoperta" alla "convivenza".
Il regista usa la fantascienza come metafora dell'era moderna, dominata dalle fake news, dal complottismo e da sfiducia nelle autorità che mentono o che occultano la verità. Nel momento in cui i governi dicono finalmente la verità, l'umanità fatica allora a crederci, dividendosi in fazioni tra chi accoglie i nuovi visitatori e chi, invece, si barrica nella paura del diverso.
Perché la verità possa essere creduta ed accolta, occorre un "novum", un evento di impatto straordinario che arrivi attraverso premonizioni e presagi ed altri piccoli eventi straordinari: insomma un evento dirompente, straordinario e tale da scardinare gli imprigionamenti del pensiero causati dagli schemi cognitivi da cui siamo pesantemente condizionati.
Parliamo dunque di una "rivelazione" che assume una connotazione propriamente messianica e salvifica e che, nel momento in cui si verifica, determina un radicale e profondo reset delle menti individuali e di quella collettiva.
Si intrecciano con questi aspetti quelli dell'uso del potere per tenere sotto controllo le masse degli individui sviando la loro attenzione dai problemi più importanti e più vitali e fornendo loro soltanto briciole di conoscenza edulcorata e pilotata.
In questo senso il film di Spielberg diventa anche un saggio di agnotologia applicata, con l'augurio che alla fine la verità possa trionfare, consentendo agli uomini di operare le proprie scelte in autonomia, ripristinando in sé un taumaturgico senso della meraviglia.
Siamo in questi tempi turbolenti a confronto con un processo di continua e massiccia mistificazione della verità. Alcuni cercano delle verità su ciò che accade nei social, ma anche qui ci si ...
Disclosure Day è un film del 2026 diretto e co-prodotto da Steven Spielberg. Il thriller è interpretato da Emily Blunt, Josh O'Connor e Colin Firth.[1] Virginia. Mentre il mondo è sull'orlo dell...
Non ha un nome e cognome il protagonista di questo romanzo di James Sallis, solo "Driver", poichè è abile nella guida delle auto, tanto da essere assunto come stuntman nei film hollywoodiani. Proprio per questa sua abilità viene ingaggiato da bande di rapinatore, per offrire i suoi servigi come autista: Driver non vuole sporcarsi le mani, fa il suo lavoro e basta, ma un ultima rapina si trasforma in un bagno di sangue ed anche Driver viene ferito.
Si attiva allora in lui un desiderio di vendetta che è animato più che altro da dal voler fare giustizia a fronte di una situazione in cui tutta la banda è stata in un certo modo manipolata e spinta al massacro.
Da questo romanzo il bel film omonimo con Ryan Gosling (USA, 2011) diretto da Nicolas Winding Refn
Il romanzo è Drive, di recente ripubblicato da Nottetempo nel 2026, nella nuova traduzione di Mirko Zilahy.
Il film presenta numerose differenze rispetto al romanzo, mantenendone comunque l'atmosfera. Gli eventi, che nel libro sono divisi su due piani temporali diversi (presente e passato del protagonista), nel film vengono concentrati in un unico blocco narrativo, senza il ricorso ai flashback.
Drive è considerato a tutti gli effetti un capolavoro del neo-noir e un perfetto esempio di hard-boiled contemporaneo, racchiudendo tutti gli elementi chiave del genere.
La storia è immersa in un'esistenzialismo urbano oscuro e disilluso, rappresentato in tinte crepuscolari.
Driver è l'antieroe solitario, taciturno e segnato da un passato oscuro, chiuso la sua vita di stuntman di giorno e di autista per rapinatori di notte.
Sono tanti gli elementi tipici del genere poliziesco: il crimine, i soldi sporchi, la lealtà messa a dura prova e l'inevitabile spirale di sangue.
Sallis utilizza una scrittura asciutta e frammentaria che esalta l'aspetto psicologico dei personaggi rispetto all'azione pura
(Sinossi dal risvolto di copertina) Cresciuto in una famiglia adottiva e fuggito di casa quand’era ancora un adolescente, Driver ha imparato presto ad arrangiarsi nella vita. E ha imparato pure quanto l’America possa essere dura con chi ha pochi mezzi. Dagli altri non si aspetta nulla e c’è solo una cosa che sa fare davvero bene: guidare. Guida per il cinema, come stuntman a Hollywood, prendendosi i rischi che gli attori veri non si prendono. E guida per i criminali, condividendo con loro pericoli e guadagni. Alle sue attività lecite e illecite è arrivato quasi per caso, tramite gli incontri in una Los Angeles fatta di contrasti, di spiagge assolate e sobborghi bui dove trovano rifugio gli scarti della città delle stelle. Come Irina, la sua vicina di casa, cameriera in un ristorante salvadoregno, madre del piccolo Benicio e moglie del carcerato Standard. Quando quest’ultimo esce dal penitenziario rimane presto invischiato in un giro pericoloso, e si porta dietro Driver. Che vorrebbe solo guidare, ma guidare non basta più.
Questo romanzo del grande maestro del noir James Sallis è una perfetta storia notturna, un racconto teso e avvincente di crimine, tradimento e vendetta. Ma è anche il ritratto indimenticabile di una città divisa tra sogni e incubi e di un antieroe silenzioso e leale, che si ostina a fare la cosa giusta in un mondo sbagliato.
L'autore. James Sallis, nato nel 1944, a Helena (Arkansas), è uno scrittore americano.
Ha studiato a New Orleans.
Successivamente ha vissuto a lungo a Londra e in varie parti d'America, prima di stabilirsi a Phoenix, in Arizona.
Autore di romanzi e racconti, di saggi critici su argomenti letterari e musicali, è inoltre traduttore dal francese e dal russo.
Agli inizi degli anni Novanta ha inaugurato una serie di sei romanzi noir dedicati all'investigatore privato Lew Griffin, grazie al quale avrebbe ottenuto grande notorietà.
Nel 2003 ha dato il via a una nuova serie di libri con protagonista John Turner, ex agente di polizia con un passato da carcerato.
Dal suo romanzo "Drive" il regista Nicolas Winding Refn ha tratto un film interpretato da Ryan Gosling.
I libri di James Sallis sono pubblicati in Italia da Giano/Neri Pozza, e sono stati tradotti da Luca Conti.
Drive Ryan Gosling durante una scena del film Titolo originale Drive Paese di produzione Stati Uniti d'America Anno 2011 Durata 100 min Rapporto 2,35:1 Genere thriller, drammatico, azione, noir ...
Di James Sallis, ho letto in passato e recensito "La Falena"
Maurizio Crispi (3 febbraio 2019)
James Sallis, La Falena (Titolo originale: Moth, nella traduzione di Luca Conti), Giano Editore (Collana NeroGiano), 2005
James Sallis è uno scrittore black american, nato in uno stato del Sud dove ha vissuto per gran parte della vita (pur con una lunga parentesi europea). E' un personaggio eclettico e versatile, sia nella vita, sia nella scrittura. Ha insegnato letteratura in un'Università del Sud, ha fatto il traduttore e il curatore, ha scritto saggi rilevanti e si è dedicato, tra le molte cose alla narrativa fiction e poliziesca. Tra le sue molte prove narrative vi è la serie che ha come protagonista l'investigatore nero Lewis (Lew) Griffin che è, in sostanza, un alter-ego dell'autore. Infatti, Griffin è un investigatore privato molto sui generis che inserisce questa attività in quella più costante di docente di letteratura universitario e di scrittore, avendo tuttavia un passato tormentato e vario: è stato bodyguard, infatti, prima di una caduta a capofitto nell'alcoolismo, sino a toccare il fondo per poi rimergerne, ma senza una totale astensione, poichè - occasionalmente - non disdegna di fare ritorno all'alcool inteso come scacciapensieri e relax sociale. Ha anche avuto alcune storie sentimentali, per alcune delle quali ha dei rimpianti. Nella sua attività di investigazione è sagace ma anche irruento, nel senso che a volte perde il lume e manda tutti all'ospedale.
Ne "La Falena" (Titolo originale: Moth, nella traduzione di Luca Conti), pubblicato da Giano Editore - Collana NeroGiano - 2005) il compito che si è assunto è quello di ritrovare la figlia di una sua vecchia fiamma, una donna a cui non ha mai voluto dichiarare il suo amore e che poi ha perso. Questa ricerca ha inizio dopo la sua morte, per assolvere ad una promessa fatta, ma anche spinto dal peso in lui della scomparsa - anni prima - di un figlio. E nel cercare Alouette, invischiata in una storia di tossicodipendenza e probabilmente alla deriva, si imbatte nella figlia di lei, nata prematura a causa dell'abuso in gravidanza di sostanze psicoattiva da parte della madre: una "crack baby", a forte rischio di non sopravvivenza..
Troverà alla fine Alouette, ma senza poterla salvare sino in fondo. Ma almeno ci ha provato.
E' un romanzo che si svolge nel profondo sud degli States, tra Louisiana e Arkansas e una buona parte della vicenda è on the road, intessuta di incontri e di storie.
Lew Griffin è un personaggio che vive intensamente, ma nello stesso tempo immerso nella nostalgia di ciò che avrebbe potuto essere e non è mai stato per via della sua incapacità di dichiarare le cose e gli stati d'animo sino in fondo: una vita che non conosce trionfalismi, ma solo cose riuscite a metà, tali da lasciare bei ricordi, ma anche un bruciante senso di nostalgia per via della loro incompiutezza.
Mi è piaciuto: e una volta presa la necessaria confidenza con un investigatore così bizzarro e atipico, non ho potuto più lasciarne la lettura sino alla fine.
(sinossi sul risvolto di copertina) Baby Girl McTell. Nata: 15 settembre. Peso: 600 grammi. Madre: Alouette. Sono i dati della crack baby che Lew Griffin ha rintracciato in un ospedale di Clarksville, nel profondo Sud. Potevo reggerla nel palmo della mano senza problemi. Ci è arrivato cercando Alouette, la figlia che LaVerne voleva rivedere e che Lew si è impegnato a ritrovare. Per pagare almeno in parte il debito con la donna degli anni difficili, l'amore di una vita. Morta, quando sembrava salva. E così Griffin è di nuovo in strada, col cuore pesante e il diavolo alle calcagna. E Griffin dovrà scendere ancora di più nell'inferno del passato, per affrontare i propri demoni e la violenza che esplode in lui, mentre cerca di afferrare il fantasma di Alouette e della propria esistenza.
L'Autore. James Sallis è nato a Helena, Arkansas, nel 1944, e qui ha studiato. Romanziere e musicista, saggista e poeta, biografo e traduttore dal francese e dal russo (Queneau, Cendrars, Lermontov, Pasternak), ha scritto numerosi romanzi, quattro raccolte di poesie e una biografia di Chester Himes. Con Giano ha pubblicato Il bosco morto (2008), oltre a La Falena.
Ha vissuto a lungo a Londra e in varie parti d'America, prima di stabilirsi a Phoenix, in Arizona.
Agli inizi degli anni Novanta ha inaugurato una serie di sei romanzi noir dedicati all'investigatore privato Lew Griffin, grazie al quale ha ottenuto grande notorietà.
Nel 2003 ha dato il via a una nuova serie di libri con protagonista John Turner, ex agente di polizia con un passato da carcerato.
Dal suo romanzo "Drive" il regista Nicolas Winding Refn ha tratto un film interpretato da Ryan Gosling. I libri di James Sallis sono pubblicati in Italia da Giano/Neri Pozza, e sono tutti tradotti da Luca Conti.
James Sallis è uno scrittore black american, nato in uno stato del Sud dove ha vissuto per gran parte della vita (pur con una lunga parentesi europea). E' un personaggio eclettico e versatile, sia...
Quella notte, il 5 maggio del 1972, squillò il telefono di casa (l'unico che ci fosse allora).
Papà era partito la mattina dello stesso giorno, per recarsi a Roma, in uno dei suoi frequentissimi viaggi di lavoro.
Riporto qui di seguito ciò che scrissi, altrove, in un mio blog dedicato alla memoria di mio padre1.
Squilla il telefono ripetutamente.
Mia madre va a rispondere.
Chi è, le sento chiedere.
Silenzio.
Chi parla?
Una lunga pausa di silenzio.
Poi, la voce di mia madre si leva più acuta.
Lei mi deve dire perché vuole sapere proprio ora se mio marito si trova sull'aereo in arrivo da Roma.
Me lo dica, me lo dica… La voce, sempre più alta, è prossima a rompersi in un lamento.
Pausa.
Di nuovo la stessa iterazione.
Grida scomposte.
E poi, silenzio.
Forse la voce implacabile all'altro capo del filo sta finalmente dicendo qualcosa.
Fine della telefonata.
Esco dalla stanza, ricomponendomi alla meglio, in ansia.
Cosa sarà successo?, mi chiedo.
Lo chiedo a mia madre.
Chi era?
Una giornalista del Giornale di Sicilia.
Che voleva?
Voleva sapere se papà era sull'aereo che veniva da Roma.
Perché lo voleva sapere?
Prima non me lo voleva dire
Poi alla fine te lo ha detto?
Sì.
L'aereo è caduto, è precipitato.
No. Che cosa mi dici!?
Sì, così.
Dopo questo sì, così netto ed irrevocabile, non ci sono più parole che si possano dire.
Cosa facciamo, adesso?
Non sappiamo cosa fare... Non siamo come quelli che vanno e vengono dall'aeroporto ad accompagnare e a prendere i propri familiari. Non sappiamo che fare...
Telefoniamo.
Sì, ma a chi?
Proviamo a chiamare in aeroporto.
Sì, proviamo.
Non si riesce a comunicare, le linee telefoniche per l'aeroporto sono intasate.
Andiamo, allora.
Sì, andiamo.
(...)
Ci vestiamo, siamo subito pronti.
Ci imbarchiamo sulla piccola cinquecento di mamma e partiamo angosciati, io alla guida.
L'autostrada per l'aeroporto è buia e silenziosa... poche macchine, strada deserta e poi, all’improvviso, il transito di un grumo di ambulanze con la sirena spiegata.
All'altezza di Carini, nel buio pesto della notte, vedo fasci di luce di cellule fotoelettriche che spazzano il fianco di Montagna Longa.
Sono preso dallo scoramento.
Per la prima volta dallo squillo del telefono il nodo che sento nel petto e in gola si scioglie in lacrime e pianto.
Mamma, cosa andiamo a fare là.
E' inutile torniamo a casa.
Andiamo ad aspettare a casa.
E' stato così che arrivati all'aeroporto senza nemmeno fermarci abbiamo imboccato la strada del ritorno.
Questo è quello che io ricordo.
Ma in verità – qui mi sovviene il racconto di mia madre, trentuno anni e dieci giorni dopo – siamo arrivati sin dentro all’aeroporto e, scesi dall’auto, siamo entrati nella sala arrivi.
Uno spazio desolatamente vuoto si è aperto davanti a noi.
Se ne erano andati tutti.
Un funzionario ci è venuto incontro…
Volevamo sapere…
Ma ci interrompe prima che noi si possa dire altro.
È inutile che stiate qua; andate a casa!
Perché, perché, fa mia madre.
Intanto si avvicina un giovane giornalista che noi conosciamo.
Anche lui ripete le stesse cose, con gentilezza.
Ha un giornale arrotolato che sporge dalla tasca.
Mia madre lo afferra e lo dispiega.
Legge la notizia “Si schianta su Montagna Longa l’aereo proveniente da Roma, morti i passeggeri e gli uomini dell’equipaggio". Non ricordo più il numero esatto.
Mia madre scorrere con lo sguardo l’elenco delle vittime. E lì c’è scritto a chiare lettere anche il nome di mio padre: Francesco Crispi.
Un cinico servizio a parte sulle personalità di spicco della cittadinanza a bordo dell’aereo.
Comprendiamo il motivo della telefonata di prima.
Era stata la cronista, autrice dell’articolo, a chiamare perché voleva avere la certezza del nome prima di includerlo nell’elenco, voleva essere sicura che si trattasse di quel Francesco Crispi, noto a Palermo negli ambienti giornalistici e della cultura, e non di altri.
Al ritorno, passiamo dalla strada dove c’è l’abitazione dei miei zii.
Saliamo per un po’. Andiamo a trovarli e a parlare con loro.
No. No. Cosa possiamo fare, cosa dire.
Torniamo a casa.
A casa tutti uniti, ad aspettare notizie.
Siamo tutti in piedi, in una situazione innaturale, un tempo sospeso, non c’è niente che si possa fare, solo attendere.
Storditi.
Attoniti.
Intanto si raccolgono gli altri parenti, i fratelli di mio padre, Aldo, il fratello di mamma, Zio Giovanni la moglie e figli, forse sono andati in aeroporto e anche loro aspettano notizie perché a bordo dell'aereo c'era anche la figlia Elisabetta.
Un dolore terribile.
Penso con amarezza che la mattina, mio padre non l'ho nemmeno salutato in modo appropriato.
So già che non lo vedrò più, nemmeno da morto.
È morto, una parola che non si può nemmeno pronunciare.
Ora siamo qui, 54 anni dopo quell'evento che ha sconvolto le vite di noi tutti
Noi siamo in realtà dei sopravvissuti: guardando soltanto alla mia famiglia, ora che la mamma e mio fratello se ne sono andati, rimango soltanto io a custodire quella memoria dolorosa, desiderando fortemente di trovare nei miei figli dei validi portatori di quel testimone.
Ci ritroviamo ogni anno per salire sulla Montagna per rendere omaggio a coloro che persero la vita quel giorno, ma anche desiderosi di poter conoscere una verità diversa su ciò che veramente accadde quella notte.
Tutto venne liquidato sbrigativamente, forse troppo sbrigativamente.
Si giunse ad un verdetto di imperizia a carico dei piloti.
Alcuni patteggiarono con l'Alitalia
Altri no (come ad esempio, mio zio, l'Ingegnere Giovanni Salatiello, fratello della mamma), vollero condurre la loro battaglia.
Oggi sembrano riemergere altre verità a lungo sepolte e altre narrazioni.
Qualcuno vorrebbe anche che, con una riapertura del caso giudiziario, si potesse giungere ad una differente verità.
E' ciò che ha tentato di fare un recente film di Lorenza Indovina, La verità Migliore (2025)
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1. Dal mio blog, Francesco Crispi giornalista. Chi era, In una mattina di maggio mio padre è partito…,
https://francescocrispigiornalista.blogspot.com/2010/06/in-una-mattina-di-maggio-mio-padre-e.html
Ieri ho visto il film diretto da Lorenza Indovina, La verità migliore.
Un film bello e profondamente intimo che ha toccato tutti noi, o meglio quelli di noi che appartenengono alla categoria dei figli (o in senso lato dei "sopravvissuti") alla grande tragedia del disastro aereo di Montagna Longa.
E' un film coraggioso e dolente, ma nello stesso tempo pieno di gioia.
Anche io come molti altri appartengo alla categoria dei "figli", di coloro che rimasero orfani prematuramente a causa di quelli tragedia o monchi di un fratello, di una sorella, di iuna moglie.
A fronte di molti altri - quando morì mio padre - io ero "a mezza via" nel transito verso una più sicura età adulta.
Molti rimasero orfani molto più piccoli e crebbero nel ricordo di un genitore (o di entrambi) che avevano solo imperfettamente conosciuti a causa dell'età ancora giovanissima.
Di essi la memoria - per alcuni - si è apparentemente dissolta per molti anni e, del pari, non è stato possibile davvero elaborare il lutto.
Anch’io del resto fantasticavo per anni che mio padre non fosse veramente morto, dal momento che mai vidi il suo corpo, poiché le sue spoglie ci furono consegnate già chiuse e sigillate dentro una bara.
Però con questo dolore per l'assenza ci ho convissuto per anni e ho imparato a recuperare brandelli della memoria di lui, attraverso i ricordi condivisi della vita familiare.
Ho fatto un lavoro assiduo e costante nei primi due decenni dopo la sua scomparsa, leggendo tutto quel che potevo sulla morte e sul morire, riflettendo sul caso e sulla necessità, sul mistero che conduce tante persone diverse a trovarsi assieme a fare il grande passaggio verso l'Ignoto. Mi fu molto d'aiuto leggere un libro di cui, casualmente, mio padre mi aveva parlato solo pochi giorni prima di andarsene e fu il piccolo libro di Thornton Wilder, Il Ponte di San Luis Rey2: Non so perché me ne parlò, allora, ma sicuramente per lui, parlarmene, alla luce degli eventi, fu una sorta di premonizione.
Di cosa parla questo romanzo?
La trama è semplice. Nel 1714 il ponte di San Luis Rey, che - per oltre un secolo - era stato la più importante via di collegamento per gli abitanti di Lima e Cuzco e, in generale, per i viandanti che si spostavano dall'una all'altra città, in Perù, crollò improvvisamente, causando la morte di cinque persone che si erano trovate tutte insieme su di esso, al momento del crollo fatale..
Fra' Ginepro, un frate che si accingeva ad attraversarlo, dopo aver assistito all'accaduto, sconvolto dalla tragedia, inizia a porsi delle domande di carattere religioso e morale: chi erano quei cinque e perché si trovarono proprio lì?
Cercando di risalire alle cause del crollo del ponte, la curiosità porta Fra' Ginepro a ricostruire i percorsi di vita dei cinque deceduti nel tragico evento, nel tentativo di capire se avessero qualcosa in comune.
Sulla scorta della sua indagine - racconta Wilder - nacque un problema morale su cui si pronunciò anche la Chiesa del tempo, chiamando in causa la Provvidenza e suscitando altri interrogativi: si era trattato d'una tragedia o di una punizione divina, che aveva fatto incrociare i destini dei cinque nel medesimo luogo alla medesima ora? Il Signore aveva voluto punire così i malvagi oppure, operando in tal modo, aveva volutamente chiamato a sé gli innocenti?
I quesiti, posti sull'eterna condizione umana e sulla morte, sulla misteriosa complicità di caso e destino, rimarranno inevasi.
Indro Montanelli, che a questo romanzo si ispirò nella scrittura del suo "Qui non riposano", consigliava agli aspiranti giornalisti di leggerlo e di trarne ispirazione, in quanto esempio di «alta tecnica narrativa, valevole per tutti gli scrittori, compresi i romanzieri»; ed anche «uno dei pochi veri capolavori di questo secolo, per ricostruire le varie vicende umane che avevano condotto tutti quei viaggiatori, sconosciuti l'uno all'altro, a trovarsi su quel ponte al momento della catastrofe».
Non so come mio padre fosse arrivato a questo testo: ma forse - voglio pensare - proprio seguendo quegli strani percorsi di lettura che fanno coloro che che amano i libri, in cui ciascun libro letto ne chiama altri aprendo percorsi imprevisti e tortuosi (in nuce, questo modus operandi in cui si combinano assieme le voglie e le curiosità dei lettori con l'intrinseco potere dei libri è l'origine e il senso dell'infinita Biblioteca di Babele borgesiana).
Me ne aveva parlato, sì. Forse mi aveva dato anche quel libricino, perché lo leggessi. Mio padre sperava sempre che io seguissi i suoi suggerimenti e le sue suggestioni e, instancabilmente, provava a seminare in me germi di cultura, cercando di darmi una veduta ad ampio raggio del mondo e molti vertici di osservazione per aiutarmi a guardare le cose nella loro complessità.
Ma io, sul momento, quel libro lo avevo messo da parte, perché allora rivendicavo la mia autonomia di scelte (o almeno cercavo mantenere un assetto di apparente indipendenza, per mia pace, poiché non si poteva sfuggire alle suggestioni che promanavano da lui).
Quindi, dopo il tragico evento, mi sentii chiamato a riprendere in mano quel volumetto, e da allora l'ho tenuto quasi sempre vicino a me, tra i libri che mi sono più cari e che devono stare - per così dire - sul comodino sempre pronti ad essere aperti, sfogliati, letti anche a caso, captando una frase qua e là.
Fui aiutato anche in questo percorso dall'esposizione ad una lunga psicoterapia personale.
Poi, a distanza di molti anni, iniziai a radunare le mie memorie e a scrivere tutto ciò che potevo per ricordare mio padre, e poi mia madre e mio fratello, quando se ne andarono anche loro.
Questi scritti li ho pubblicati assiduamente nei miei blog: se non coltiviamo di continuo la memoria, i nostri cari ci abbandonano.
Loro vivono in noi e attraverso di noi.
Il ricordare e il tessere in una trama di narrazioni i nostri ricordi dovrebbero essere la nostra legacy a coloro che rimarranno dopo la nostra dipartita, credo.
Quindi coltivare la memoria e creare attorno ai ricordi delle narrazioni dovrebbe essere - è - uno dei nostri compiti primari se vogliamo mantenere una continuità e sentire di essere parte di un flusso che si manterrà anche dopo la nostra scomparsa.
Altra cosa è quando gli elementi costitutivi di questa memoria non si sono ancora condensati, attorno a ricordi parzialmente coscienti e consapevoli.
La tragedia di chi perse uno dei propri cari in tenerissima età (o ancora pre-adolescenziale) fu doppia, poichè oltre alla perdita fisica della persona amata e fondamentale, non si era ancora costituito un bagaglio di ricordi.
Io credo che, senza entrare nel merito della soggettività di ciascuno, si possa allora costituire una sorta di buco nero della memoria, come quando soffriamo dei postumi di un trauma cranico e rimane nella nostra mente una cicatrice che si esprime come un vuoto di memoria che riguarda le cose fatte e gli eventi vissuti, subito prima e subito dopo il punto X (quello rappresentato dall'evento).
In queste circostanze chi è cresciuto senza il padre o senza la madre si trova a dover fronteggiare il compito di ricostruire qualcosa con elementi narrativi surrettizi che derivano dal raccogliere le narrazioni altrui, facendole proprie oppure ad intraprendere un lavoro di scavo nella propria mente inconscia, alla ricerca di tracce e di segni che potranno essere poi utilizzati per comporre della costruzioni verosimili e soggettivamente soddisfacenti
La lunga premessa che ho fatto è per dire che il lavoro di Lorenza Indovina è meraviglioso, perchè con esso è riuscita a rappresentare tutto questo in un film che, assieme, torna a sollevare dubbi e interrogativi su quanto avvenne quella notte nei cieli di Punta Raisi (senza peraltro sbilanciarsi verso spiegazioni alternative certe, ma piuttosto sollevando dei dubbi dialettici ed argomentati), e a scavare nella sua memoria personale alla ricerca d’un incontro con una figura paterna che, per vicissitudini di vita, nel corso del suo sviluppo, si era trovata a mettere da parte.
Come in tutte le storie di formazione, Lorenza, all’improvviso, mentre meno che mai sta pensando al suo passato doloroso, è raggiunta da un gruppo di messaggeri (che sono altri come lei, rimasti orfani da piccoli, e che credono fermamente che si debba ricercare una diversa verià su quell'evento tragico) e che con la loro fede (le loro ferme convinzioni) la convincono a mettersi su di una via di ricerca e a porsi interrogativi.
Lorenza segue (dapprima piena di dubbi e di reticenze) il suggerimento dei messaggeri (che a tutti gli effetti sono per lei un ponte verso un luogo dove stanno i ricordi perduti, le verità non dette, le narrazioni che ancora devono essere dette) e li segue in un viaggio che è fisico, ma anche dentro se stessa, con l’attraversamento di scenari fisici che si trasformano in scenari della mente
In questo sta la grande riserva di emozioni che il lungo di Lorenza riesce a trasmettere a tutti gli spettatori: non solo a quelli direttamente toccati da quella tragedia.
E c'è anche un viaggio fisico, il ritorno a Palermo, dopo anni di assenza, l'ascesa a più riprese sulla Montagna dove si schiantò l'aereo, la visita al cimitero, la raccolta di notizie e di aneddoti riguardanti la figura paterna.
Alla fine di questo viaggio che si conclude con una lenta ascesa sul Monte e con un pernottamento in solitaria, in attesa dell'alba, Lorenza sorriderà, riderà, ma anche piangerà, perchè è riuscita a trovare la "sua" migliore verità ed una sua personale narrazione sul padre scomparso e, in parte, dimenticato; la presa di possesso di questo ricordo, o anche la sua rinarrazione implica - come in tutte le cose della vita, gioia, ma anche dolore.
L’assenza di una costruzione narrativa, la mancanza di risposte ai propri interrogativi e di verità soddisfacenti, viceversa, vengono a costituire nel corso del tempo un vorace buco nero nella mente che assorbe ogni energia e che spegne la gioia.
Mi sono davvero commosso nel seguire questo percorso e sono stato contento di avere portato i miei due figli a guardare con me la storia di Lorenza Indovina che è sua, personale, ma che riguarda tutti noi.
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2. - Il ponte di San Luis Rey (The Bridge of San Luis Rey) è il secondo romanzo dello scrittore e drammaturgo statunitense Thornton Wilder, pubblicato nel 1927. Vinse il Premio Pulitzer l'anno dopo.
Il presente scritto si riconnette ad uno più lungo che pubblicai alcuni anni fa nel blog dedicato a mio padre ( Francesco Crispi giornalista. Chi era ), nel tentativo di creare per lui una vita ...
(foto di Maurizio Crispi) Montagna Longa è un luogo di memorie, per me, indubbiamente e per tutti coloro che nell'olocausto dell'aereo che vi si è schiantato hanno perso la vita in un solo moment...
Il 5 maggio 1972 un DC 8Alitalia si schiantò contro la montagna alle spalle dell'aeroporto di Palermo: 115 morti tra cui Franco Indovina, compagno di Soraya e padre dell'attrice Lorenza che in un ...
Un film sulla tragedia di 54 anni fa avvenuta sopra l'aeroporto di Punta Raisi. Qui, il 5 maggio del 1972, cadde il volo Alitalia 112, un DC-8 con 115 persone a bordo
Si narra che tre ragazze arabe provenienti dalle montagne avessero un solo grande sogno: quello di bere il tè nel Sahara; per questo misero assieme tutto il denaro che avevano e dai carovanieri si fecero portare nel deserto. Si incamminarono e di duna in duna andarono in cerca dii quella più alta dove fermarsi a preparare il tè e a berlo contemplando il paesaggio quietamente illuminato dalla luna.
Ma non erano mai soddisfatte, si spostavano di continuo sperando che la duna successiva sarebbe stata la più dalla quale contemplare un paesaggio più ampio.
Vennero ritrovate ormai morte molti giorni dopo da una carovana di passaggio nella stessa posa in cui, evidentemente, si erano addormentate, con le tazze che avevano con sé piene di sabbia.
Il tè nel deserto ( The Sheltering Sky) è un film del 1990 diretto da Bernardo Bertolucci. Il soggetto è tratto dall' omonimo romanzo di Paul Bowles. Il film è la seconda delle tre collaborazio...
"Il tè nel deserto" è un romanzo del 1949 dello scrittore e compositore statunitense Paul Bowles.
La rivista Time lo ha inserito tra i cento migliori romanzi in inglese del periodo tra il 1923 e il 2005.
La frase che dà il titolo originale al libro: The Sheltering Sky ("Il cielo protettivo") è questa:
(in lingua originale) «A black star appears, a point of darkness in the night sky's clarity. Point of darkness and gateway to repose. Reach out, pierce the fine fabric of the sheltering sky, take repose.»
(in italiano) «Una stella nera appare, un punto oscuro nel chiarore del cielo notturno. Luogo oscuro e punto di passaggio verso il riposo. Tendi la mano, trapassa il fine tessuto di questo cielo protettivo, riposa.»
(Bowles, p. 93)
Il tè nel deserto è un romanzo del 1949 dello scrittore e compositore statunitense Paul Bowles. La rivista lo ha inserito tra i cento migliori romanzi in inglese del periodo tra il 1923 e il 2005...
Paul Frederic Bowles ( New York, 30 dicembre 1910 - Tangeri, 18 novembre 1999) è stato uno scrittore, compositore, poeta, etnomusicologo e traduttore statunitense. Bowles nasce a New York City nel...
Al romanzo-verità Non si uccidono così anche i cavalli? di Horace McCoy (titolo originale: They shoot Horses, don't they?, nella traduzione di Luca Conti), pubblicato nel 2007 da Edizioni Terre di Mezzo, 2007, si è ispirato un film di Sidney Pollack del 1969 (USA), vincitore di un premio Oscar al miglior attore non protagonista (Gig Young nella parte del buttafuori Rocky).
Il romanzo di Horace McCoy, che aveva già subìto un primo trattamento cinematografico da parte dello stesso autore (Life is a Marathon, del 1937, ma rifiutato dagli Studios), nel processo di realizzazione della versione cinematografica di Pollack è stato sensibilmente modificato dagli sceneggiatori James Poe e Robert Thompson.
Nel romanzo la maratona di ballo è narrata attraverso vari flashback durante il processo al protagonista: il regista Pollack ribalta l'ordine incentrando la vicenda sullo spettacolo e mostrando solo sporadicamente alcuni passi dell'istruttoria tramite i flash-forward.
Successivamente, nel 2018, dal romanzo è stata tratto un allestimento teatrale in cui la recitazione si accompagna a coreografie, danza e musica e che ha avuto due successive tournée in alcune location italiane, di cui una nel 2019.
Il film di Pollack mio padre ebbe modo di vederlo al Festival del Cinema di Taormina e me ne parlò in termini entusiastici (e, tra le altre cose, mi portò delle belle foto in bianco nero che corredavano i comunicati stampa, diffusi agli addetti ai lavori presenti). Poi, a distanza di qualche anno, il film lo vidi anche io in qualche cineclub. They shoot horses, don't they? è indubbiamente uno dei grandi film di Sidney Pollack, centrato sul fenomeno diffuso (e drammatico) negli Stati Uniti, negli anni successivi alla Grande Depressione, delle cosiddette "Maratone di Ballo", in cui si lanciavano spiantati e aspiranti attori desiderosi di essere attenzionati da impresari e manager, ma anche attratti dal sostanzioso premio in denaro riservato all'unica coppia vincente e dalla possibilità di avere dei pasti gratuiti per tutta la durata della competizione.
Le maratone di ballo furono una delle forme di intrattenimento più controverse nella storia degli Stati Uniti. Hanno visto i partecipanti ballare ininterrottamente per giorni, settimane e talvolta mesi per avere la possibilità di vincere cibo e denaro. Negli anni Venti, la rinascita dei Giochi Olimpici suscitò un enorme interesse per le impressionanti imprese di forza e resistenza, che portò all’aumento di popolarità delle gare di ballo che duravano per lunghi periodi di tempo. Nel 1923 la mania della maratona di ballo vide i record mondiali di danza senza sosta essere battuti praticamente ogni giorno, ma le cose sfuggirono davvero di mano quando i prosperi anni Venti sfumarono nella Grande Depressione degli anni Trenta.
L’innocua gara di ballo si trasformò in uno spettacolo contorto in cui le persone morivano letteralmente di fatica sulla pista per la possibilità di vincere i tanto desiderati premi in denaro. Nel febbraio del 1923, l’istruttrice di danza Alma Cummings stabilì il record mondiale del tempo più lungo trascorso ballando ininterrottamente, 27 ore. Ma per gli standard delle maratone di ballo degli anni Trenta, la sua performance era uno scherzo, dato che i concorrenti ballavano per giorni, a volte settimane, per avere la possibilità di vincere l’equivalente in denaro di uno stipendio annuale, in un periodo in cui la maggior parte delle persone faticava a mettere il cibo in tavola. La gente era disperata e gli organizzatori delle maratone di ballo ne approfittavano per mettere in scena spettacoli estenuanti per le masse disposte a pagare.
Il fenomeno delle Maratone di Danza si sviluppò particolarmente nel periodo successivo alla Grande Depressione del 1929, soprattutto perché gli impresari cavalcavano la voglia di tanti spiantati di poter vincere dei premi in denaro e potere così sbarcare il lunario, in quei tempi grami e di disoccupazione feroce.
Le esigenze di questo tipo indotte dalla Depressione economica vennero a sommarsi alla nascente spettacolarizzazione dello sport.
Nello stesso periodo, ad esempio, ebbe inizio la C. C. Pyle's International Transcontinental Foot Race, detta più comunemente "The Bunion Derby" da Los Angeles a New York City, per la massima parte sviluppato sulla famosa Route 66. La gara si sviluppava sulla distanza di 3,423 miglia, con un premio di $25,000 per il primo classificato.
Ai tempi della Grande Depressione la Maratona di Danza risultava essere a tutti gli effetti una feroce gara ad eliminazione in cui i partecipanti erano costretti secondo il regolamento a stare continuamente in movimento, a ritmo di musica (piano, orchestra o anche radio durante le ore notturne), con periodi di 1 ora e cinquanta minuti consecutivi e 10 minuti di riposo (intervalli di tempo che dovevano utilizzare per tutte le loro necessità di base, come farsi la doccia, riposare, farsi medicare le vesciche ai piedi, ricevere dei massaggi).
Per vivacizzare l'atmosfera da un certo punto in poi, come racconta il romanzo viene inserito un "Derby giornaliero" in cui le coppie devono fare una vera e propria gara seguendo un circuito ovale disegnato sulla pista da ballo (gli uomini camminando tacco-punta, quindi a tutti gli effetti marciando e le donne seguendoli attaccati alla loro cintura al piccolo trotto). Il derby giornaliero faceva la vera selezione, poiché le ultime coppie (quelle arrivate per ultime, oppure quelle stroncate dal ritmo forsennato) venivano eliminate. In questo piccolo universo, man mano che si va avanti emergono crudeltà reciproche mentre si affievoliscono i gesti di solidarietà.
Tutto questo è raccontato magistralmente nel romanzo di McCoy e nel film di Pollack.
Il volume pubblicato da Terre di Mezzo non è più disponibile sul mercato, ma nel 2018 ne è stata fatta una nuova edizione (Editore Sur, Collana BigSur).
Su youtube si può vedere integralmente il film realizzato da Pollack, come anche i trailer dello spettacolo teatrale del 2018.
Vale la pena vederlo, così come merita una lettura il romanzo di McCoy.
(Risguardo) Anni Trenta. In piena Grande Depressione Robert e Gloria, entrambi a Hollywood in cerca di un ingaggio, per sbarcare il lunario si iscrivono a una maratona di ballo nei pressi della spiaggia di Malibù: in cambio di vitto e alloggio i partecipanti devono danzare per giorni e giorni senza mai fermarsi, fino allo sfinimento. In palio ci sono mille dollari e, soprattutto, la possibilità di farsi notare dai produttori e dai registi che bazzicano questi eventi.
La maratona attira sbandati senza quattrini e giovani in cerca di successo, e ben presto si trasforma in una vera e propria lotta per la sopravvivenza, dove non c’è spazio per i sentimenti né per la pietà umana e dove tutto, anche la sofferenza, è ridotto a spettacolo per gli occhi insaziabili del pubblico. Fino all'epilogo macchiato di sangue.
Una storia nera e inquietante che ricorda fin troppo da vicino la nostra epoca malata di reality show. Da questo libro l'omonimo film di Sydney Pollack (USA, 1969) vincitore di un Oscar
Hanno detto:
"Tra i modelli cui mi sono ispirato per il mio Cavie c'è anche un grande libro americano dimenticato: Non si uccidono anche i cavalli? di Horace McCoy" (Chuck Palaniuk su Repubblica)
"McCoy usa le parole come se fossero proiettili" (Time)
L'Autore. Horace McCoy (1897-1955) è uno dei nomi di riferimento tra gli scrittori della hard-boiled school, insieme con Dashiel Hammett, James M. Cain e Raymond Chandler.
Nella sua vita McCoy ha fatto mille mestieri: il commesso viaggiatore, il tassista, il giornalista e, negli anni Trenta, anche il buttafuori in una maratona di ballo.
Tra i romanzi pubblicati in Italia: Un sudario non ha tasche (Terre di mezzo) e Un bacio e addio (Einaudi)
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Una maratona di danza è un evento in cui i partecipanti ballano o camminano a tempo di musica per un lungo periodo di tempo. Le maratone di danza risultano nate
Horace McCoy, Non si uccidono così anche i cavalli? (Nuova edizione 2019 per Sur, Collana BigSur).
Hollywood, anni Trenta. Robert e Gloria sono due tra i tanti giovani che durante la Grande Depressione si riversano da ogni parte d'America nella città del cinema, in cerca di un'occasione.
La loro amicizia nasce dopo un primo incontro fortuito, quando insieme decidono di iscriversi a una maratona di ballo, attratti dal premio di mille dollari e dalla possibilità di essere notati da qualche produttore a caccia di volti nuovi. Durante la massacrante esibizione, via via che le altre coppie in gara si ritirano o vengono eliminate, Robert avrà modo di conoscere a fondo Gloria, la sua lingua svelta e i modi divertenti, ma anche le sue fragilità e il malessere interiore. Alla vicenda dei protagonisti, e all'epilogo di sangue annunciato fin dalla prima pagina, fa da vivace controcanto una serie di personaggi indimenticabili: c'è Socks, l'impresario senza scrupoli, e Rocky, l'esuberante presentatore; c'è Mario, il gigantesco ballerino italiano che nasconde un passato oscuro; e poi divi e dive del cinema che fanno la loro comparsata sugli spalti, poliziotti e gangster, anziane benefattrici e donne virtuose disperatamente intenzionate a boicottare la manifestazione. Prefazione di Violetta Bellocchio.
«Pubblicato per la prima volta nel 1935 e diventato poi un film di Sydney Pollack con Jane Fonda, torna in libreria il libro di McCoy, uno dei capostipiti del genere hard boiled» - Robinson
Quando ero piccolo, la mamma mi portò a vedere - in uno dei nostri pomeriggi cinematografici - il film di Frank Capra che era comunque una riproposizione, giacché era uscito nel 1937 (ma forse mai arrivato in Italia nel clima di anteguerra, ostile a tutti i prodotti americani).
Ero attorno ai dieci anni, o forse anche di meno.
Ho un vivido ricordo di quel film, ma soprattutto rimase indelebilmente impressa nella mia mente la scena finale, quando l'abitante di Shangri-La abbandona l valle incantata e senza tempo assieme ai quattro fuggiaschi e, all'improvviso, uscendo dal perimetro incantato della valle, subisce un processo di invecchiamento rapidissimo e, letteralmente, si disintegra.
Quell'immagine, mi diede gli incubi per molti giorni dopo la visione del film
L'idea giunse a James Hilton dalle letture delle memorie dei gesuiti che avevano soggiornato in Tibet e che erano venuti a conoscenza delle tradizioni legate al Kalachakra, tantra in cui si descrive il mitico regno di Shambhala.
Nei racconti locali si favoleggiava di una meravigliosa città il cui nome era Shambhala, in cui governavano con equità e saggezza numerosi anziani che erano depositari di un modo di vivere sano ed impostato sulla fratellanza tra gli uomini ed il creato, con una notevole somiglianza con lo stile di vita buddhista. Quando l'umanità, dopo innumerevoli disastri causati dalla sua cecità egoista si fosse interrogata sulla propria stupidità allora e solo allora i saggi di Shambhala avrebbero fatto in modo di divulgare quale fosse il modo giusto di vivere.
Nel romanzo di Hilton si parla di un luogo racchiuso nell'estremità occidentale dell'Himalaya nel quale si vedono meravigliosi paesaggi, e dove il tempo si è quasi fermato, in un ambiente di pace e tranquillità. Shangri-La è organizzato come una comunità lama perfetta, professante però non il buddhismo ma il cristianesimo nestoriano. Dalla comunità sono bandite, non a norma di legge ma per convinzione comune, tutta una serie di umane debolezze (odio, invidia, avidità, insolenza, avarizia, ira, adulterio, adulazione e così via), facendone un Eden materiale e spirituale in cui l'occupazione degli abitanti è quella di produrre cibo nella misura strettamente necessaria al sostentamento e trascorrere il resto della giornata nell'evoluzione della conoscenza interiore della scienza e nella produzione di opere d'arte.
Il successo di questo romanzo nella società dell'epoca diede origine al mito: così sognatori, avventurieri ed esploratori provarono a trovare questo paradiso perduto. L'onda orientalista dell'Occidente fu ispirata dal mito, così il nome di Shangri-La è stato utilizzato non solo per gruppi musicali e teosofi, ma anche per molti luoghi di villeggiatura in Asia e perfino in America.
Il luogo geografico più simile, e che probabilmente ha ispirato James Hilton, è il territorio di Diqing dove, nel 2001, il governo cinese allo scopo di incentivare il turismo ha ribattezzato la contea di Zhongdian con il nome di 香格里拉 (Xiānggélǐlā) cioè Shangri-La. Il suo territorio faceva parte del Tibet prima dell'annessione cinese, dopo la quale è stato assegnato alla provincia dello Yunnan. Nelle vicinanze sorge il monastero di Hong Po Si, dove vivono una sessantina di monaci e cinque lama tibetani.
Parecchie regioni, mosse da interessi turistici, sostengono di essere la regione geografica descritta da Hilton e di essere così il mitico luogo ispiratore della misteriosa Shangri-La. Nel romanzo, l'autore cita il territorio a nord del Ladakh, oggi noto come Aksai Chin, comprendente la catena del Kun Lun e l'altopiano delle Aksai Chin, una regione tra le più inospitali e meno abitate del pianeta, presso l'attuale confine indo-cinese, ricco di vette alte tra i 5.000 ed i 7.000 m.
Il film spinse molti a ritornare al libro (inseguendo una «sinergia» oggi banale, allora nuova).
Ma il libro conserva un suo autonomo messaggio, e un’ambizione che, nell’avventuroso intreccio, non è solo spettacolare.
Shangri-La è il monastero tibetano che ospita una antichissima e segreta città di saggi, raccolti da ogni parte del mondo, di sesso cultura religione e temperamento diversi, che meditano studiano vivono estremamente longevi e passabilmente felici senza inseguire un preordinato disegno di felicità - e soprattutto senza preoccuparsi di imporlo per le vie della religione o della condotta o dell’utopia. Nessuno vi cerca l’Uomo Nuovo; ognuno vivendo coopera a conservare i differenti valori dell’umana civiltà.
Orizzonte perduto racconta l’avventura di quattro persone che vi giunsero, quello che videro e il destino che li inseguì da quella esperienza.
Un’avventura etica, esoterica, sapienziale; ma soprattutto, dovrebbe dirsi, un’avventura rooseveltiana escogitata in anni in cui i totalitarismi architettando l’Uomo Nuovo ingigantivano tutte le antiche archeologie di morte.
«Se dovessi dirvelo in breve potrei definire la nostra principale credenza così: moderazione. Inculchiamo la virtù di evitare eccessi di qualunque specie; persino, perdonatemi il paradosso, eccessi di virtù. Questo principio è la fonte di uno speciale grado di felicità. Noi governiamo con moderata severità, e siamo soddisfatti di un’obbedienza pure moderata. La nostra gente è moderatamente sobria, moderatamente casta, e moderatamente onesta».
Più recentemente, Lawrence Osborne, con Shangri-La (nella traduzione di Matteo Codignola) e pubblicato da Adelphi (Collana Biblioteca Minima), nel 2008, ha voluto intessere un'altra tessera, relativamente al mito di Shangri-La
Ed è stata per me una bella e agile lettura
Un piccolo saggio che esplora il mito di Shangri-La e cerca di tracciarne i percorsi e identificarne le radici.
Una lettura che mi ha spinto a leggere (finalmente) il romanzo di Hilton di cui conoscevo soltanto la trasposizione cinematografica vista quando ero piccolo assieme alla mamma.
Il volume è impreziosito da una foto di Steve McCurry (in prima di copertina)
(Così dice la sinossi del volume: "Un viaggio ilare e desolato nel cuore del Tibet, alla ricerca di una città un tempo immaginata dagli occidentali, e oggi costruita dai tour operator del governo cinese".
L'autore. Lawrence Osborne (Inghilterra, 1958) è uno scrittore e viaggiatore inglese, autore di racconti di viaggio e romanzi.
Nato nel 1958 in Inghilterra, vive e lavora a Bangkok.
Dopo gli studi a Cambridge e Harvard, ha vissuto per un decennio a Parigi (città alla quale ha dedicato il saggio Paris dreambook).
Dal suo esordio nel 1986 con Ania Malina, ha scritto racconti di viaggio, saggi (tra cui uno sulla Sindrome di Asperger, uno sull' etnologia e uno sul rapporto tra eros e thanatos) e romanzi.
Giornalista, scrive per il New York Times, il New Yorker e l'Independent.
In Italia le sue opere sono pubblicate da Adelphi.
Orizzonte perduto ( Lost Horizon) è un film del 1937 diretto da Frank Capra, tratto dall' omonimo romanzo di James Hilton. È stato premiato con due Premi Oscar ( miglior scenografia e miglior ...
L'ho iniziato a leggere qualche tempo fa…
L'ho finito in un'unica tirata, nel corso di un recente viaggio (San Benedetto del Tronto).
Le ultime pagine le ho assaporate in aereo mentre tornavo a casa da Bologna…
Maurizio Crispi (1° febbraio 2013
"Abbiamo sempre vissuto nel castello" di Shirley Jackson, già pubblicato da Mondadori nel 1990, con il titolo "Così dolce, così innocente", e successivamente da Adelphi nella traduzione di Monica Pareschi nel 2009 con un titolo più aderente a quello in lingua originale, We Have Always Lived in the Castle, è un romanzo edito originariamente nel 1962 da quella che è ormai considerata scrittrice cult (anche e soprattutto per gli scrittori del genere, in testa a tutti Stephen King).
Mary Katherine Blackwood, detta Merricat, ha diciotto anni e vive con la sorella Constance, il vecchio zio Julian e il gatto Jonas in una grande casa ai margini di un paese della campagna americana. Merricat è l'unica ad avere contatti con il mondo esterno: si reca infatti al villaggio due volte alla settimana per rifornirsi di cibo e di libri. Constance, invece, non ha mai lasciato la casa negli ultimi sei anni, mentre lo zio Julian, invalido su una sedia a rotelle, scrive e riscrive ossessivamente frammenti di una fantomatica autobiografia.
La gente del paese li odia per qualcosa che ha a che fare con una misteriosa tragedia avvenuta sei anni prima, quando quattro membri della famiglia Blackwood (i genitori di Merricat e Constance, il loro fratellino e la moglie di Julian) morirono per avvelenamento da arsenico.
Tutti considerano Constance colpevole dell'efferato gesto e nonostante l'arresto e la successiva assoluzione in via definitiva, la ragazza viene costretta ad una reclusione coatta che la rende agorafobica. La monotonia di questo fragile equilibrio viene però ben presto turbata dall'arrivo del cugino Charles, abile manipolatore, attratto dalle fortune dei Blackwood e responsabile di un drammatico incidente che minerà nuovamente gli sfortunati destini delle sue sorelle...
Scritto nel 1962, poco prima della sua morte a soli 49 anni, ma tradotto da Adelphi solo nel 2009, Abbiamo sempre vissuto nel castello rappresenta al racconto "La lotteria" uno dei romanzi più famosi di Shirley Jackson.
Ammirata da Stephen King e Neil Gaiman, l'autrice, affetta da agorafobia lei stessa e soggetta a continue crisi nervose, dà vita ad una storia perfetta sia per il linguaggio semplice ed efficace, sia per la simmetrica progressione degli eventi attraverso la costruzione di una trama all'apparenza immobile, eppure sostenuta da un crescendo inesorabile.
Il personaggio di Merricat – eletto dal Book Magazine nel 2002 come uno dei 100 migliori personaggi di fiction del '900 – è poetico e struggente nella sua tragicità. Animata da un istinto di protezione assoluta verso la sorella maggiore, ingenuamente devota a piccole pratiche di magia, intelligente e crudele, ci accompagna nella sua narrazione in prima persona, all'interno di un universo familiare che ci sciocca, ci terrorizza, ma ci pervade anche di un profondo senso di pietà. Non tutto è esplicito, molto di ciò che accade risponde a logiche di semplice inevitabilità ed è qui che risiede la grandezza della Jackson, quella cioè di sottendere - quasi che la mano di un destino superiore guidasse sempre e comunque il filo degli eventi.
Ma non aspettatevi una di quelle storie di horror e morte a cui spesso ci hanno abituato i nostri contemporanei, qui l'abilità della scrittura fa sì che tutto venga pervaso da una sorta di surrealismo gotico e da uno humour inarrivabili, amalgamando, in un unico sforzo creativo, le atrocità di cui è capace l'animo umano con una giusta e misurata dose di magica leggerezza.
Provate a pensare a Tim Burton e al suo “La sposa cadavere”, poi leggete le prime nove righe di questo libro e capirete che non tutte le favole prevedono necessariamente un lieto fine.
(Dal risvolto di copertina) "A Shirley Jackson, che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce"; con questa dedica si apre "L'incendiaria" di Stephen King. È infatti con toni sommessi e deliziosamente sardonici che la diciottenne Mary Katherine ci racconta della grande casa avita dove vive reclusa, in uno stato di idilliaca felicità, con la bellissima sorella Constance e uno zio invalido. Non ci sarebbe nulla di strano nella loro passione per i minuti riti quotidiani, la buona cucina e il giardinaggio, se non fosse che tutti gli altri membri della famiglia Blackwood sono morti avvelenati sei anni prima, seduti a tavola, proprio lì in sala da pranzo. E quando in tanta armonia irrompe l'Estraneo (nella persona del cugino Charles), si snoda sotto i nostri occhi, con piccoli tocchi stregoneschi, una storia sottilmente perturbante che ha le ingannevoli caratteristiche formali di una commedia. Ma il malessere che ci invade via via, disorientandoci, ricorda molto da vicino i "brividi silenziosi e cumulativi" che - per usare le parole di un'ammiratrice, Dorothy Parker abbiamo provato leggendo "La lotteria". Perché anche in queste pagine Shirley Jackson si dimostra somma maestra del Male - un Male tanto più allarmante in quanto non circoscritto ai 'cattivi', ma come sotteso alla vita stessa, e riscattato solo da piccoli miracoli di follia.
L'autrice. Shirley Jackson, nata a San Francisco nel 1916, è stata una scrittrice e giornalista statunitense, nota soprattutto per L'incubo di Hill House del 1959 e La lotteria.
Ha esordito scrivendo per il prestigioso «The New Yorker» nel 1948.
Nella sua carriera ha scritto anche opere per bambini, come Nine Magic Wishes, e persino un adattamento teatrale di Hansel e Gretel, The Bad Children.
Morì per infarto nel 1965, forse a causa della terapia a base di psicofarmaci che stava seguendo.
Shirley Jackson ( San Francisco, 14 dicembre 1916 - North Bennington, 8 agosto 1965) è stata una scrittrice e giornalista statunitense, nota per il racconto in stile gotico La Lotteria (1948), e per
Mistero al castello Blackwood ( We Have Always Lived in the Castle) è un film del 2018 diretto da Stacie Passon. La pellicola, con protagonisti Taissa Farmiga, Alexandra Daddario, Crispin Glover e...
La ragazza interrotta (Girl, Interrupted) di Susanna Kaysen, pubblicato originariamente da Corbaccio nel 1994 (e successivamente ripreso, in economica, da TEA con diverse ristampe e riedizioni) è un libro in forma di diario del 1993, scritto dall'autrice statunitense Susanna Kaysen.
Nelle sue pagine l'autrice racconta della sua esperienza come paziente in una clinica psichiatrica negli anni Sessanta.
Nel 1999 dal libro è stato tratto un film, Ragazze interrotte (Girl, Interrupted) diretto da James Mangold, con Winona Ryder e Angelina Jolie, con una trama in parte simile e in parte divergente rispetto al libro.
Nell'aprile 1967, la diciottenne Susanna Kaysen, rampolla di una famiglia bostoniana molto in vista, fu ricoverata al McLean Hospital, a Belmont, nel Massachusetts, dopo aver tentato il suicidio per overdose da farmaci in pillole. Visitata da uno psichiatra, Susanna negò che si fosse trattato d’un tentativo di suicidio
Lo psichiatra, che la visitava le suggerì di prendersi del tempo per riorganizzarsi e su di un taxi la “spedì” (con il previo consenso dei genitori) al McLean, un ospedale psichiatrico privato, ma senza chiederle previentivamente quello che oggi i chiamerebbe un "consenso informato".
Fu, di fatto, la sua famiglia - con la connivenza dello psichiatra "curante" - di decidere in tal senso, poichè Susanna con i suoi comportamenti fuori dalle righe e tendenzialmente auto-lesivi creava imbarazzo alla sua famiglia.
“Le nostre famiglie. Secondo la teoria più diffusa era quella la ragione per cui ci trovavamo lì dentro, eppure erano completamente assenti dalla nostra vita in ospedale. Ci chiedevamo: eravamo anche noi altrettanto assenti dalla loro vita lì fuori?
“I matti sono un po’ come i calciatori scelti per battere il rigore. Spesso è pazza l’intera famiglia, ma poiché non può entrare tutto in ospedale, si sceglie una sola persona come pazza e la si interna. Poi, a seconda di come si sentono gli altri componenti, la si tiene dentro o la si risbatte fuori, per dimostrare qualcosa sulla salute mentale della famiglia stessa” (ib., p. 94)
Vi è in questo ragionamento, detto molto in sintesi, sia la teoria del “capro espiatorio” nell’espressione del disturbo mentale, visto secondo un’ottica sistemica, sia quella del “paziente designato“.
A Susanna, entrata in clinica con una diagnosi di Sindrome depressiva con rischio suicidario venne successivamente diagnosticato un disturbo borderline di personalità (declinazione diagnostica vaga ed incerta) e la sua degenza in ospedale venne estesa a 18 mesi, invece delle due settimane proposte.
Solo molto dopo la sua "liberazione" Susanna poter leggere le carte relative al suo ricovero, ottenute per intercessione di un avvocato.
La diagnosi alla dimissione fu di “Personalità Borderline” che può significare tutto e niente. E lei la nostra protagonista la confuta descrittivamente punto per punto.
“Ad ogni modo, che significa personalità borderline? Pare che sia una via di mezzo tra la necrosi e la psicosi: una psiche incrinata ma non sregolata. Anche se per citare il mio psichiatra post-Melvin: ‘É la maniera per indicare le persone il cui stile di vita dà fastidio’” (Ib., p. 143)
Susanna riflette, in alcune delle sue pagine, sulla natura della sua malattia, e sulla violenza della psichiatria, suggerendo che la sanità mentale sia una falsità o una mistificazione costruita per aiutare i "sani" a sentirsi "normali" al confronto con la “follia” di alcuni designati a rappresentarla.
Si chiede anche come i medici trattino le malattie mentali e se stiano curando il cervello o la mente.
La salute mentale riconquistata di Susanna e l'incertezza che sarà veramente "guarita" quando sarà ufficialmente rilasciata dalla clinica in cui è stata ricoverata o anche il lecito interrogativo se fosse veramente "malata" nel momento del suo internamento sono tutti elementi che fanno luce sulla relatività con cui va guardata ogni malattia mentale.
Gli individui che esprimono le proprie emozioni in modo insolito sono ostracizzati dalla società quando, in realtà, come esseri umani siamo tutti candidati a stare nello spettro della follia se soltanto venissimo analizzati rigorosamente da un professionista che esercita la sua arte di diagnosticare, solo facendo riferimento a rigidi schemi pre-costituiti.
Essere "pazza" era per l’autrice la risposta naturale agli eventi stressanti della sua vita in un momento di particolare vulnerabilità, dedicato alla guarigione della sua bambina interiore.
La diagnosi e il conseguente ricovero l’hanno fatta sentire come una “ragazza interrotta”.
Il titolo dell'opera deriva dal quadro di Vermeer, Concerto interrotto (Girl Interrupted at her Music), cui Susanna è particolarmente legata perché con la ragazza musicante che viene interrotta durante la lezione di musica, sente una profonda affinità, un sentire che si attiva in lei, quando scopre per la prima volta questo dipinto al Frick Museum dove l’opera è custodita.
“Interrotta mentre suona: com’era stata la mia vita, interrotta nella musica dei miei diciassette anni, com’era stata la sua vita, strappata e fissata su tela: un momento reso immobile, per tutti gli altri momenti, qualsiasi cosa fossero o avrebbero potuto essere. Quale vita può guarirne?” (Ib., p. 159)
“La ragazza che suona posa in un altro genere di luce, l’intermittente, minacciosa luce della vita, che ci fa vedere noi stessi e gli altri solo in modo imperfetto, è assai di rado.“ (Ib., p. 160)
(Quarta di copertina) A diciotto anni Susanna Kaysen, dopo una sommaria visita di un medico che non aveva mai visto prima, viene spedita in una clinica psichiatrica, nota per i suoi pazienti famosi (Sylvia Plath, James Taylor e Ray Charles, tra gli altri) e per i metodi all'avanguardia. Vi passerà i due anni successivi e la sua storia, raccontata con tono distaccato, a volte comicamente beffardo e sempre autoironico, riesce nell'impresa di trasmetterci il senso di un'esperienza che in genere può essere compresa soltanto da chi l'ha vissuta.
Da questo libro è stato tratto il film Ragazze interrotte con Winona Ryder e Angelina Jolie per la regia di James Mangold.
Hanno detto:
«È facile accedere all'universo parallelo degli insani, ci assicura Susanna Kaysen, e noi le crediamo. Ogni parola conta in questa ricostruzione commovente, coraggiosa e divertente.» - Kirkus Review
«Pungente, onesto e trionfalmente divertente... una storia irresistibile e commovente.» - New York Times Book Review
L’autrice. Susanna Kaysen (Cambridge, 11 novembre 1948) è una scrittrice statunitense, figlia dell'economista Carl Kaysen, professore al MIT che fu primo consigliere del presidente John F. Kennedy.
Ha frequentato il liceo al Commonwealth School a Boston e al Cambridge School of Weston prima di essere ricoverata al McLean Hospital nel 1967, per il trattamento psichiatrico di una presunta depressione (ipotesi motivata dal fatto che alcuni suoi comportamenti autolesivi furono interpretati come tentativi suicidi ari). In clinica apprese di essere affetta da “disturbo borderline di personalità”. Venne dimessa dopo diciannove mesi.
Questa esperienza, che l'ha segnata profondamente, è stata materiale fondamentale per la sua autobiografia, scritta nel 1993, Girl, Interrupted; il libro nel 1999 diventerà il film Ragazze interrotte, con Winona Ryder nel ruolo di Susanna.
È
"A volte l'unico modo per rimanere sani è diventare un pò pazzi" Stati Uniti, 1967: la diciassettenne Susan Kaysen ha gli stessi dubbi e le stesse incertezze di tante sue coetanee. Lo psichiatra con cui si incontra dà a questo comportamento il nome di 'disturbi marginali della personalità' e la spedisce al Claymoore Hospital. Qui Susan conosce Lisa, Daisy, Georgina, Polly e Janet, un gruppo di amiche fuori dagli schemi. Alla fine Susan dovrà scegliere fra il mondo di coloro che vivono all'interno dell'istituto e quello al di fuori. Guidata dall'infermiera Valerie e dalla dottoressa Wick la ragazza decide di lasciarsi alle spalle questo 'universo parallelo' rivendica la propria indipendenza e continua a vivere da sola e alle proprie condizioni.
Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre
armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro
intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno
nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).
Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?
La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...
Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...
Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e
poi quattro e via discorrendo....
Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a
fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.
E quindi ora eccomi qua.
E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.