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25 maggio 2026 1 25 /05 /maggio /2026 06:14
James Sallis, Drive, Nottetempo

Non ha un nome e cognome il protagonista di questo romanzo di James Sallis, solo "Driver", poichè è abile nella guida delle auto, tanto da essere assunto come stuntman nei film hollywoodiani. Proprio per questa sua abilità viene ingaggiato da bande di rapinatore, per offrire i suoi servigi come autista: Driver non vuole sporcarsi le mani, fa il suo lavoro e basta, ma un ultima rapina si trasforma in un bagno di sangue ed anche Driver viene ferito.
Si attiva allora in lui un desiderio di vendetta che è animato più che altro da dal voler fare giustizia a fronte di una situazione in cui tutta la banda è stata in un certo modo manipolata e spinta al massacro.
Da questo romanzo il bel film omonimo con Ryan Gosling (USA, 2011) diretto da Nicolas Winding Refn 
Il romanzo è Drive, di recente ripubblicato da Nottetempo nel 2026, nella nuova traduzione di  Mirko Zilahy.

Il film presenta numerose differenze rispetto al romanzo, mantenendone comunque l'atmosfera. Gli eventi, che nel libro sono divisi su due piani temporali diversi (presente e passato del protagonista), nel film vengono concentrati in un unico blocco narrativo, senza il ricorso ai flashback. 

Drive è considerato a tutti gli effetti un capolavoro del neo-noir e un perfetto esempio di hard-boiled contemporaneo, racchiudendo tutti gli elementi chiave del genere.
La storia è immersa in un'esistenzialismo urbano oscuro e disilluso, rappresentato in tinte crepuscolari.
Driver è l'antieroe solitario, taciturno e segnato da un passato oscuro, chiuso la sua vita di stuntman di giorno e di autista per rapinatori di notte.
Sono tanti gli elementi tipici del genere poliziesco: il crimine, i soldi sporchi, la lealtà messa a dura prova e l'inevitabile spirale di sangue.
Sallis utilizza una scrittura asciutta e frammentaria che esalta l'aspetto psicologico dei personaggi rispetto all'azione pura

(Sinossi dal risvolto di copertina) Cresciuto in una famiglia adottiva e fuggito di casa quand’era ancora un adolescente, Driver ha imparato presto ad arrangiarsi nella vita. E ha imparato pure quanto l’America possa essere dura con chi ha pochi mezzi. Dagli altri non si aspetta nulla e c’è solo una cosa che sa fare davvero bene: guidare. Guida per il cinema, come stuntman a Hollywood, prendendosi i rischi che gli attori veri non si prendono. E guida per i criminali, condividendo con loro pericoli e guadagni. Alle sue attività lecite e illecite è arrivato quasi per caso, tramite gli incontri in una Los Angeles fatta di contrasti, di spiagge assolate e sobborghi bui dove trovano rifugio gli scarti della città delle stelle. Come Irina, la sua vicina di casa, cameriera in un ristorante salvadoregno, madre del piccolo Benicio e moglie del carcerato Standard. Quando quest’ultimo esce dal penitenziario rimane presto invischiato in un giro pericoloso, e si porta dietro Driver. Che vorrebbe solo guidare, ma guidare non basta più.

Drive, locandina del film

Questo romanzo del grande maestro del noir James Sallis è una perfetta storia notturna, un racconto teso e avvincente di crimine, tradimento e vendetta. Ma è anche il ritratto indimenticabile di una città divisa tra sogni e incubi e di un antieroe silenzioso e leale, che si ostina a fare la cosa giusta in un mondo sbagliato.

L'autore. James Sallis, nato nel 1944, a Helena (Arkansas), è uno scrittore americano.
Ha studiato a New Orleans.
Successivamente ha vissuto a lungo a Londra e in varie parti d'America, prima di stabilirsi a Phoenix, in Arizona.
Autore di romanzi e racconti, di saggi critici su argomenti letterari e musicali, è inoltre traduttore dal francese e dal russo.
Agli inizi degli anni Novanta ha inaugurato una serie di sei romanzi noir dedicati all'investigatore privato Lew Griffin, grazie al quale avrebbe ottenuto grande notorietà.
Nel 2003 ha dato il via a una nuova serie di libri con protagonista John Turner, ex agente di polizia con un passato da carcerato.
Dal suo romanzo "Drive" il regista Nicolas Winding Refn ha tratto un film interpretato da Ryan Gosling.
I libri di James Sallis sono pubblicati in Italia da Giano/Neri Pozza, e sono stati tradotti da Luca Conti.

Di James Sallis, ho letto in passato e recensito "La Falena"

Maurizio Crispi (3 febbraio 2019)

James Sallis, La Falena, Giano

James Sallis, La Falena (Titolo originale: Moth, nella traduzione di Luca Conti), Giano Editore (Collana NeroGiano), 2005
James Sallis è uno scrittore black american, nato in uno stato del Sud dove ha vissuto per gran parte della vita (pur con una lunga parentesi europea). E' un personaggio eclettico e versatile, sia nella vita, sia nella scrittura. Ha insegnato letteratura in un'Università del Sud, ha fatto il traduttore e il curatore, ha scritto saggi rilevanti e si è dedicato, tra le molte cose alla narrativa fiction e poliziesca. Tra le sue molte prove narrative vi è la serie che ha come protagonista l'investigatore nero Lewis (Lew) Griffin che è, in sostanza, un alter-ego dell'autore. Infatti, Griffin è un investigatore privato molto sui generis che inserisce questa attività in quella più costante di docente di letteratura universitario e di scrittore, avendo tuttavia un passato tormentato e vario: è stato bodyguard, infatti, prima di una caduta a capofitto nell'alcoolismo, sino a toccare il fondo per poi rimergerne, ma senza una totale astensione, poichè - occasionalmente - non disdegna di fare ritorno all'alcool inteso come scacciapensieri e relax sociale. Ha anche avuto alcune storie sentimentali, per alcune delle quali ha dei rimpianti. Nella sua attività di investigazione è sagace ma anche irruento, nel senso che a volte perde il lume e manda tutti all'ospedale.
Ne "La Falena" (Titolo originale: Moth, nella traduzione di Luca Conti), pubblicato da Giano Editore - Collana NeroGiano -  2005) il compito che si è assunto è quello di ritrovare la figlia di una sua vecchia fiamma, una donna a cui non ha mai voluto dichiarare il suo amore e che poi ha perso. Questa ricerca ha inizio dopo la sua morte, per assolvere ad una promessa fatta, ma anche spinto dal peso in lui della scomparsa - anni prima - di un figlio. E nel cercare Alouette, invischiata in una storia di tossicodipendenza e probabilmente alla deriva, si imbatte nella figlia di lei, nata prematura a causa dell'abuso in gravidanza di sostanze psicoattiva da parte della madre: una "crack baby", a forte rischio di non sopravvivenza..
Troverà alla fine Alouette, ma senza poterla salvare sino in fondo. Ma almeno ci ha provato.
E' un romanzo che si svolge nel profondo sud degli States, tra Louisiana e Arkansas e una buona parte della vicenda è on the road, intessuta di incontri e di storie.
Lew Griffin è un personaggio che vive intensamente, ma nello stesso tempo immerso nella nostalgia di ciò che avrebbe potuto essere e non è mai stato per via della sua incapacità di dichiarare le cose e gli stati d'animo sino in fondo: una vita che non conosce trionfalismi, ma solo cose riuscite a metà, tali da lasciare bei ricordi, ma anche un bruciante senso di nostalgia per via della loro incompiutezza.
Mi è piaciuto: e una volta presa la necessaria confidenza con un investigatore così bizzarro e atipico, non ho potuto più lasciarne la lettura sino alla fine.


 

James Sallis

(sinossi sul risvolto di copertina) Baby Girl McTell. Nata: 15 settembre. Peso: 600 grammi. Madre: Alouette. Sono i dati della crack baby che Lew Griffin ha rintracciato in un ospedale di Clarksville, nel profondo Sud. Potevo reggerla nel palmo della mano senza problemi. Ci è arrivato cercando Alouette, la figlia che LaVerne voleva rivedere e che Lew si è impegnato a ritrovare. Per pagare almeno in parte il debito con la donna degli anni difficili, l'amore di una vita. Morta, quando sembrava salva. E così Griffin è di nuovo in strada, col cuore pesante e il diavolo alle calcagna. E Griffin dovrà scendere ancora di più nell'inferno del passato, per affrontare i propri demoni e la violenza che esplode in lui, mentre cerca di afferrare il fantasma di Alouette e della propria esistenza.

L'Autore. James Sallis è nato a Helena, Arkansas, nel 1944, e qui ha studiato. Romanziere e musicista, saggista e poeta, biografo e traduttore dal francese e dal russo (Queneau, Cendrars, Lermontov, Pasternak), ha scritto numerosi romanzi, quattro raccolte di poesie e una biografia di Chester Himes. Con Giano ha pubblicato Il bosco morto (2008), oltre a La Falena.
Ha vissuto a lungo a Londra e in varie parti d'America, prima di stabilirsi a Phoenix, in Arizona.
Agli inizi degli anni Novanta ha inaugurato una serie di sei romanzi noir dedicati all'investigatore privato Lew Griffin, grazie al quale ha ottenuto grande notorietà.
Nel 2003 ha dato il via a una nuova serie di libri con protagonista John Turner, ex agente di polizia con un passato da carcerato.
Dal suo romanzo "Drive" il regista Nicolas Winding Refn ha tratto un film interpretato da Ryan Gosling. I libri di James Sallis sono pubblicati in Italia da Giano/Neri Pozza, e sono tutti tradotti da Luca Conti.

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30 aprile 2026 4 30 /04 /aprile /2026 07:00

Quella notte, il 5 maggio del 1972, squillò il telefono di casa (l'unico che ci fosse allora).
Papà era partito la mattina dello stesso giorno, per recarsi a Roma, in uno dei suoi frequentissimi viaggi di lavoro.

Riporto qui di seguito ciò che scrissi, altrove, in un mio blog dedicato alla memoria di mio padre1.

Squilla il telefono ripetutamente.
Mia madre va a rispondere.
Chi è, le sento chiedere.
Silenzio.
Chi parla?
Una lunga pausa di silenzio.
Poi, la voce di mia madre si leva più acuta.
Lei mi deve dire perché vuole sapere proprio ora se mio marito si trova sull'aereo in arrivo da Roma.
Me lo dica, me lo dica… La voce, sempre più alta, è prossima a rompersi in un lamento.
Pausa.
Di nuovo la stessa iterazione.
Grida scomposte.
E poi, silenzio.
Forse la voce implacabile all'altro capo del filo sta finalmente dicendo qualcosa.
Fine della telefonata.
Esco dalla stanza, ricomponendomi alla meglio, in ansia.
Cosa sarà successo?, mi chiedo.
Lo chiedo a mia madre.
Chi era?
Una giornalista del Giornale di Sicilia.
Che voleva?
Voleva sapere se papà era sull'aereo che veniva da Roma.
Perché lo voleva sapere?
Prima non me lo voleva dire
Poi alla fine te lo ha detto?
Sì.
L'aereo è caduto, è precipitato.
No. Che cosa mi dici!?
Sì, così.
Dopo questo sì, così netto ed irrevocabile, non ci sono più parole che si possano dire.
Cosa facciamo, adesso?
Non sappiamo cosa fare... Non siamo come quelli che vanno e vengono dall'aeroporto ad accompagnare e a prendere i propri familiari. Non sappiamo che fare...
Telefoniamo.
Sì, ma a chi?
Proviamo a chiamare in aeroporto.
Sì, proviamo.
Non si riesce a comunicare, le linee telefoniche per l'aeroporto sono intasate.
Andiamo, allora.
Sì, andiamo.
(...)
Ci vestiamo, siamo subito pronti.
Ci imbarchiamo sulla piccola cinquecento di mamma e partiamo angosciati, io alla guida.
L'autostrada per l'aeroporto è buia e silenziosa... poche macchine, strada deserta e poi, all’improvviso, il transito di un grumo di ambulanze con la sirena spiegata.
All'altezza di Carini, nel buio pesto della notte, vedo fasci di luce di cellule fotoelettriche che spazzano il fianco di Montagna Longa.
Sono preso dallo scoramento.
Per la prima volta dallo squillo del telefono il nodo che sento nel petto e in gola si scioglie in lacrime e pianto.
Mamma, cosa andiamo a fare là.
E' inutile torniamo a casa.
Andiamo ad aspettare a casa.
E' stato così che arrivati all'aeroporto senza nemmeno fermarci abbiamo imboccato la strada del ritorno.
Questo è quello che io ricordo.
Ma in verità – qui mi sovviene il racconto di mia madre, trentuno anni e dieci giorni dopo – siamo arrivati sin dentro all’aeroporto e, scesi dall’auto, siamo entrati nella sala arrivi.
Uno spazio desolatamente vuoto si è aperto davanti a noi.
Se ne erano andati tutti.
Un funzionario ci è venuto incontro…
Volevamo sapere…
Ma ci interrompe prima che noi si possa dire altro.
È inutile che stiate qua; andate a casa!
Perché, perché, fa mia madre.
Intanto si avvicina un giovane giornalista che noi conosciamo.
Anche lui ripete le stesse cose, con gentilezza.
Ha un giornale arrotolato che sporge dalla tasca.
Mia madre lo afferra e lo dispiega.
Legge la notizia “Si schianta su Montagna Longa l’aereo proveniente da Roma, morti i passeggeri e gli uomini dell’equipaggio". Non ricordo più il numero esatto.
Mia madre scorrere con lo sguardo l’elenco delle vittime. E lì c’è scritto a chiare lettere anche il nome di mio padre: Francesco Crispi.
Un cinico servizio a parte sulle personalità di spicco della cittadinanza a bordo dell’aereo.
Comprendiamo il motivo della telefonata di prima.
Era stata la cronista, autrice dell’articolo, a chiamare perché voleva avere la certezza del nome prima di includerlo nell’elenco, voleva essere sicura che si trattasse di quel Francesco Crispi, noto a Palermo negli ambienti giornalistici e della cultura, e non di altri.
Al ritorno, passiamo dalla strada dove c’è l’abitazione dei miei zii.
Saliamo per un po’. Andiamo a trovarli e a parlare con loro.
No. No. Cosa possiamo fare, cosa dire.
Torniamo a casa.
A casa tutti uniti, ad aspettare notizie.
Siamo tutti in piedi, in una situazione innaturale, un tempo sospeso, non c’è niente che si possa fare, solo attendere.
Storditi.
Attoniti.
Intanto si raccolgono gli altri parenti, i fratelli di mio padre, Aldo, il fratello di mamma, Zio Giovanni la moglie e figli, forse sono andati in aeroporto e anche loro aspettano notizie perché a bordo dell'aereo c'era anche la figlia Elisabetta.
Un dolore terribile.
Penso con amarezza che la mattina, mio padre non l'ho nemmeno salutato in modo appropriato.
So già che non lo vedrò più, nemmeno da morto.
È morto, una parola che non si può nemmeno pronunciare.


Ora siamo qui, 54 anni dopo quell'evento che ha sconvolto le vite di noi tutti
Noi siamo in realtà dei sopravvissuti: guardando soltanto alla mia famiglia, ora che la mamma e mio fratello se ne sono andati, rimango soltanto io a custodire quella memoria dolorosa, desiderando fortemente di trovare nei miei figli dei validi portatori di quel testimone.
Ci ritroviamo ogni anno per salire sulla Montagna per rendere omaggio a coloro che persero la vita quel giorno, ma anche desiderosi di poter conoscere una verità diversa su ciò che veramente accadde quella notte.
Tutto venne liquidato sbrigativamente, forse troppo sbrigativamente.
Si giunse ad un verdetto di imperizia a carico dei piloti.
Alcuni patteggiarono con l'Alitalia
Altri no (come ad esempio, mio zio, l'Ingegnere Giovanni Salatiello, fratello della mamma), vollero condurre la loro battaglia.
Oggi sembrano riemergere altre verità a lungo sepolte e altre narrazioni.
Qualcuno vorrebbe anche che, con una riapertura del caso giudiziario, si potesse giungere ad una differente verità.
E' ciò che ha tentato di fare un recente film di Lorenza Indovina, La verità Migliore (2025)

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1. Dal mio blog, Francesco Crispi giornalista. Chi era, In una mattina di maggio mio padre è partito…, 
https://francescocrispigiornalista.blogspot.com/2010/06/in-una-mattina-di-maggio-mio-padre-e.html

La verità migliore di Lorenza Indovina (2025)

Ieri ho visto il film diretto da Lorenza Indovina, La verità migliore.
Un film bello e profondamente intimo che ha toccato tutti noi, o meglio quelli di noi che appartenengono alla categoria dei figli (o in senso lato dei "sopravvissuti") alla grande tragedia del disastro aereo di Montagna Longa.
E' un film coraggioso e dolente, ma nello stesso tempo pieno di gioia.
Anche io come molti altri appartengo alla categoria dei "figli", di coloro che rimasero orfani prematuramente a causa di quelli tragedia o monchi di un fratello, di una sorella, di iuna moglie.
A fronte di molti altri - quando morì mio padre - io ero "a mezza via" nel transito verso una più sicura età adulta.
Molti rimasero orfani molto più piccoli e crebbero nel ricordo di un genitore (o di entrambi) che avevano solo imperfettamente conosciuti a causa dell'età ancora giovanissima.
Di essi la memoria - per alcuni - si è apparentemente dissolta per molti anni e, del pari, non è stato possibile davvero elaborare il lutto. 
Anch’io del resto fantasticavo per anni che mio padre non fosse veramente morto, dal momento che mai vidi il suo corpo, poiché le sue spoglie ci furono consegnate già chiuse e sigillate dentro una bara.
Però con questo dolore per l'assenza ci ho convissuto per anni e ho imparato a recuperare brandelli della memoria di lui, attraverso i ricordi condivisi della vita familiare.
Ho fatto un lavoro assiduo e costante nei primi due decenni dopo la sua scomparsa, leggendo tutto quel che potevo sulla morte e sul morire, riflettendo sul caso e sulla necessità, sul mistero che conduce tante persone diverse a trovarsi assieme a fare il grande passaggio verso l'Ignoto. Mi fu molto d'aiuto leggere un libro di cui, casualmente, mio padre mi aveva parlato solo pochi giorni prima di andarsene e fu il piccolo libro di Thornton Wilder, Il Ponte di San Luis Rey2: Non so perché me ne parlò, allora, ma sicuramente per lui, parlarmene, alla luce degli eventi, fu una sorta di premonizione.
Di cosa parla questo romanzo?
La trama è semplice. Nel 1714 il ponte di San Luis Rey, che - per oltre un secolo - era stato la più importante via di collegamento per gli abitanti di Lima e Cuzco e, in generale, per i viandanti che si spostavano dall'una all'altra città, in Perù, crollò improvvisamente, causando la morte di cinque persone che si erano trovate tutte insieme su di esso, al momento del crollo fatale..

Thornton Wilder, Il ponte di san Luis Rey

Fra' Ginepro, un frate che si accingeva ad attraversarlo, dopo aver assistito all'accaduto, sconvolto dalla tragedia, inizia a porsi delle domande di carattere religioso e morale: chi erano quei cinque e perché si trovarono proprio lì?
Cercando di risalire alle cause del crollo del ponte, la curiosità porta Fra' Ginepro a ricostruire i percorsi di vita dei cinque deceduti nel tragico evento, nel tentativo di capire se avessero qualcosa in comune.
Sulla scorta della sua indagine - racconta Wilder - nacque un problema morale su cui si pronunciò anche la Chiesa del tempo, chiamando in causa la Provvidenza e suscitando altri interrogativi: si era trattato d'una tragedia o di una punizione divina, che aveva fatto incrociare i destini dei cinque nel medesimo luogo alla medesima ora? Il Signore aveva voluto punire così i malvagi oppure, operando in tal modo, aveva volutamente chiamato a sé gli innocenti?
I quesiti, posti sull'eterna condizione umana e sulla morte, sulla misteriosa complicità di caso e destino, rimarranno inevasi.
Indro Montanelli, che a questo romanzo si ispirò nella scrittura del suo "Qui non riposano", consigliava agli aspiranti giornalisti di leggerlo e di trarne ispirazione, in quanto esempio di «alta tecnica narrativa, valevole per tutti gli scrittori, compresi i romanzieri»; ed anche «uno dei pochi veri capolavori di questo secolo, per ricostruire le varie vicende umane che avevano condotto tutti quei viaggiatori, sconosciuti l'uno all'altro, a trovarsi su quel ponte al momento della catastrofe».
Non so come mio padre fosse arrivato a questo testo: ma forse - voglio pensare - proprio seguendo quegli strani percorsi di lettura che fanno coloro che che amano i libri, in cui ciascun libro letto ne chiama altri aprendo percorsi imprevisti e tortuosi (in nuce, questo modus operandi in cui si combinano assieme le voglie e le curiosità dei lettori con l'intrinseco potere dei libri è l'origine e il senso dell'infinita Biblioteca di Babele borgesiana).
Me ne aveva parlato, sì. Forse mi aveva dato anche quel libricino, perché lo leggessi. Mio padre sperava sempre che io seguissi i suoi suggerimenti e le sue suggestioni e, instancabilmente, provava a seminare in me germi di cultura, cercando di darmi una veduta ad ampio raggio del mondo e molti vertici di osservazione per aiutarmi a guardare le cose nella loro complessità.
Ma io, sul momento, quel libro lo avevo messo da parte, perché allora rivendicavo la mia autonomia di scelte (o almeno cercavo mantenere un assetto di apparente indipendenza, per mia pace, poiché non si poteva sfuggire alle suggestioni che promanavano da lui).
Quindi, dopo il tragico evento, mi sentii chiamato a riprendere in mano quel volumetto, e da allora l'ho tenuto quasi sempre vicino a me, tra i libri che mi sono più cari e che devono stare - per così dire - sul comodino sempre pronti ad essere aperti, sfogliati, letti anche a caso, captando una frase qua e là.
Fui aiutato anche in questo percorso dall'esposizione ad una lunga psicoterapia personale. 
Poi, a distanza di molti anni, iniziai a radunare le mie memorie e a scrivere tutto ciò che potevo per ricordare mio padre, e poi mia madre e mio fratello, quando se ne andarono anche loro.
Questi scritti li ho pubblicati assiduamente nei miei blog: se non coltiviamo di continuo la memoria, i nostri cari ci abbandonano. 
Loro vivono in noi e attraverso di noi.
Il ricordare e il tessere in una trama di narrazioni i nostri ricordi dovrebbero essere la nostra legacy a coloro che rimarranno dopo la nostra dipartita, credo.
Quindi coltivare la memoria e creare attorno ai ricordi delle narrazioni dovrebbe essere - è - uno dei nostri compiti primari se vogliamo mantenere una continuità e sentire di essere parte di un flusso che si manterrà anche dopo la nostra scomparsa.
Altra cosa è quando gli elementi costitutivi di questa memoria non si sono ancora condensati, attorno a ricordi parzialmente coscienti e consapevoli.
La tragedia di chi perse uno dei propri cari in tenerissima età (o ancora pre-adolescenziale) fu doppia, poichè oltre alla perdita fisica della persona amata e fondamentale, non si era ancora costituito un bagaglio di ricordi. 
Io credo che, senza entrare nel merito della soggettività di ciascuno, si possa allora costituire una sorta di buco nero della memoria, come quando soffriamo dei postumi di un trauma cranico e rimane nella nostra mente una cicatrice che si esprime come un vuoto di memoria che riguarda le cose fatte e gli eventi vissuti, subito prima e subito dopo il punto X (quello rappresentato dall'evento).
In queste circostanze chi è cresciuto senza il padre o senza la madre si trova a dover fronteggiare il compito di ricostruire qualcosa con elementi narrativi surrettizi che derivano dal raccogliere le narrazioni altrui, facendole proprie oppure ad intraprendere un lavoro di scavo nella propria mente inconscia, alla ricerca di tracce e di segni che potranno essere poi utilizzati per comporre della costruzioni verosimili e soggettivamente soddisfacenti
La lunga premessa che ho fatto è per dire che il lavoro di Lorenza Indovina è meraviglioso, perchè con esso è riuscita a rappresentare tutto questo in un film che, assieme, torna a sollevare dubbi e interrogativi su quanto avvenne quella notte nei cieli di Punta Raisi (senza peraltro sbilanciarsi verso spiegazioni alternative certe, ma piuttosto sollevando dei dubbi dialettici ed argomentati), e a scavare nella sua memoria personale alla ricerca d’un incontro con una figura paterna che, per vicissitudini di vita, nel corso del suo sviluppo, si era trovata a mettere da parte.
Come in tutte le storie di formazione, Lorenza, all’improvviso, mentre meno che mai sta pensando al suo passato doloroso, è raggiunta da un gruppo di messaggeri (che sono altri come lei, rimasti orfani da piccoli, e che credono fermamente che si debba ricercare una diversa verià su quell'evento tragico) e che con la loro fede (le loro ferme convinzioni) la convincono a mettersi su di una via di ricerca e a porsi interrogativi.
Lorenza segue (dapprima piena di dubbi e di reticenze) il suggerimento dei messaggeri (che a tutti gli effetti sono per lei un ponte verso un luogo dove stanno i ricordi perduti, le verità non dette, le narrazioni che ancora devono essere dette) e li segue in un viaggio che è fisico, ma anche dentro se stessa, con l’attraversamento di scenari fisici che si trasformano in scenari della mente
In questo sta la grande riserva di emozioni che il lungo di Lorenza riesce a trasmettere a tutti gli spettatori: non solo a quelli direttamente toccati da quella tragedia. 
E c'è anche un viaggio fisico, il ritorno a Palermo, dopo anni di assenza, l'ascesa a più riprese sulla Montagna dove si schiantò l'aereo, la visita al cimitero, la raccolta di notizie e di aneddoti riguardanti la figura paterna.
Alla fine di questo viaggio che si conclude con una lenta ascesa sul Monte e con un pernottamento in solitaria, in attesa dell'alba, Lorenza sorriderà, riderà, ma anche piangerà, perchè è riuscita a trovare la "sua" migliore verità ed una sua personale narrazione sul padre scomparso e, in parte, dimenticato; la presa di possesso di questo ricordo, o anche la sua rinarrazione implica - come in tutte le cose della vita, gioia, ma anche dolore.
L’assenza di una costruzione narrativa, la mancanza di risposte ai propri interrogativi e di verità soddisfacenti, viceversa, vengono a costituire nel corso del tempo un vorace buco nero nella mente che assorbe ogni energia e che spegne la gioia.
Mi sono davvero commosso nel seguire questo percorso e sono stato contento di avere portato i miei due figli a guardare con me la storia di Lorenza Indovina che è sua, personale, ma che riguarda tutti noi. 


_________________________________________

2. - Il ponte di San Luis Rey (The Bridge of San Luis Rey) è il secondo romanzo dello scrittore e drammaturgo statunitense Thornton Wilder, pubblicato nel 1927. Vinse il Premio Pulitzer l'anno dopo.

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28 novembre 2025 5 28 /11 /novembre /2025 11:51

Si narra che tre ragazze arabe provenienti dalle montagne avessero un solo grande sogno: quello di bere il tè nel Sahara; per questo misero assieme tutto il denaro che avevano e dai carovanieri si fecero portare nel deserto. Si incamminarono e di duna in duna andarono in cerca dii quella più alta dove fermarsi a preparare il tè e a berlo contemplando il paesaggio quietamente illuminato dalla luna.
Ma non erano mai soddisfatte, si spostavano di continuo sperando che la duna successiva sarebbe stata la più dalla quale contemplare un paesaggio più ampio.
Vennero ritrovate ormai morte molti giorni dopo da una carovana di passaggio nella stessa posa in cui, evidentemente, si erano addormentate, con le tazze che avevano con sé piene di sabbia.

Il tè nel deserto

Locandina del film di B. Bertolucci, Il The nel deserto

"Il tè nel deserto" è un romanzo del 1949 dello scrittore e compositore statunitense Paul Bowles.
La rivista Time lo ha inserito tra i cento migliori romanzi in inglese del periodo tra il 1923 e il 2005.


La frase che dà il titolo originale al libro: The Sheltering Sky ("Il cielo protettivo") è questa:

(in lingua originale) «A black star appears, a point of darkness in the night sky's clarity. Point of darkness and gateway to repose. Reach out, pierce the fine fabric of the sheltering sky, take repose
(in italiano) «Una stella nera appare, un punto oscuro nel chiarore del cielo notturno. Luogo oscuro e punto di passaggio verso il riposo. Tendi la mano, trapassa il fine tessuto di questo cielo protettivo, riposa
(Bowles, p. 93)

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30 agosto 2025 6 30 /08 /agosto /2025 14:02

Una storia nera e inquietante che ricorda fin troppo da vicino la nostra epoca malata di reality show.

Casa Editrice Terre di Mezzo (scheda del libro)

Non si uccidono così anche i cavalli?

Al romanzo-verità Non si uccidono così anche i cavalli? di Horace McCoy  (titolo originale: They shoot Horses, don't they?, nella traduzione di Luca Conti), pubblicato nel 2007 da Edizioni Terre di Mezzo, 2007, si è ispirato un film di Sidney Pollack del 1969 (USA), vincitore di un premio Oscar al miglior attore non protagonista (Gig Young nella parte del buttafuori Rocky).

Il romanzo di Horace McCoy, che aveva già subìto un primo trattamento cinematografico da parte dello stesso autore (Life is a Marathon, del 1937, ma rifiutato dagli Studios), nel processo di realizzazione della versione cinematografica di Pollack è stato sensibilmente modificato dagli sceneggiatori James Poe e Robert Thompson.
Nel romanzo la maratona di ballo è narrata attraverso vari flashback durante il processo al protagonista: il regista Pollack ribalta l'ordine incentrando la vicenda sullo spettacolo e mostrando solo sporadicamente alcuni passi dell'istruttoria tramite i flash-forward.
Successivamente, nel 2018, dal romanzo è stata tratto un allestimento teatrale in cui la recitazione si accompagna a coreografie, danza e musica e che ha avuto due successive tournée in alcune location italiane, di cui una nel 2019.
Il film di Pollack mio padre ebbe modo di vederlo al Festival del Cinema di Taormina e me ne parlò in termini entusiastici (e, tra le altre cose, mi portò delle belle foto in bianco nero che corredavano i comunicati stampa, diffusi agli addetti ai lavori presenti). Poi, a distanza di qualche anno, il film lo vidi anche io in qualche cineclub.
They shoot horses, don't they? è indubbiamente uno dei grandi film di Sidney Pollack, centrato sul fenomeno diffuso (e drammatico) negli Stati Uniti, negli anni successivi alla Grande Depressione, delle cosiddette "Maratone di Ballo", in cui si lanciavano spiantati e aspiranti attori desiderosi di essere attenzionati da impresari e manager, ma anche attratti dal sostanzioso premio in denaro riservato all'unica coppia vincente e dalla possibilità di avere dei pasti gratuiti per tutta la durata della competizione. 


 

Maratone di danza - salme ambulanti (da dagospia)

Le maratone di ballo furono una delle forme di intrattenimento più controverse nella storia degli Stati Uniti. Hanno visto i partecipanti ballare ininterrottamente per giorni, settimane e talvolta mesi per avere la possibilità di vincere cibo e denaro. Negli anni Venti, la rinascita dei Giochi Olimpici suscitò un enorme interesse per le impressionanti imprese di forza e resistenza, che portò all’aumento di popolarità delle gare di ballo che duravano per lunghi periodi di tempo. Nel 1923 la mania della maratona di ballo vide i record mondiali di danza senza sosta essere battuti praticamente ogni giorno, ma le cose sfuggirono davvero di mano quando i prosperi anni Venti sfumarono nella Grande Depressione degli anni Trenta.

L’innocua gara di ballo si trasformò in uno spettacolo contorto in cui le persone morivano letteralmente di fatica sulla pista per la possibilità di vincere i tanto desiderati premi in denaro. Nel febbraio del 1923, l’istruttrice di danza Alma Cummings stabilì il record mondiale del tempo più lungo trascorso ballando ininterrottamente, 27 ore. Ma per gli standard delle maratone di ballo degli anni Trenta, la sua performance era uno scherzo, dato che i concorrenti ballavano per giorni, a volte settimane, per avere la possibilità di vincere l’equivalente in denaro di uno stipendio annuale, in un periodo in cui la maggior parte delle persone faticava a mettere il cibo in tavola. La gente era disperata e gli organizzatori delle maratone di ballo ne approfittavano per mettere in scena spettacoli estenuanti per le masse disposte a pagare.


Il fenomeno delle Maratone di Danza si sviluppò particolarmente nel periodo successivo alla Grande Depressione del 1929, soprattutto perché gli impresari cavalcavano la voglia di tanti spiantati di poter vincere dei premi in denaro e potere così sbarcare il lunario, in quei tempi grami e di disoccupazione feroce.
Le esigenze di questo tipo indotte dalla Depressione economica vennero a sommarsi alla nascente spettacolarizzazione dello sport.

Nello stesso periodo, ad esempio, ebbe inizio la C. C. Pyle's International Transcontinental Foot Race, detta più comunemente "The Bunion Derby" da Los Angeles a New York City, per la massima parte sviluppato sulla famosa Route 66. La gara si sviluppava sulla distanza di 3,423 miglia, con un premio di $25,000 per il primo classificato.
Ai tempi della Grande Depressione la Maratona di Danza risultava essere a tutti gli effetti una feroce gara ad eliminazione in cui i partecipanti erano costretti secondo il regolamento a stare continuamente in movimento, a ritmo di musica (piano, orchestra o anche radio durante le ore notturne), con periodi di 1 ora e cinquanta minuti consecutivi e 10 minuti di riposo (intervalli di tempo che dovevano utilizzare per tutte le loro necessità di base, come farsi la doccia, riposare, farsi medicare le vesciche ai piedi, ricevere dei massaggi).

Per vivacizzare l'atmosfera da un certo punto in poi, come racconta il romanzo viene inserito un "Derby giornaliero" in cui le coppie devono fare una vera e propria gara seguendo un circuito ovale disegnato sulla pista da ballo (gli uomini camminando tacco-punta, quindi a tutti gli effetti marciando e le donne seguendoli attaccati alla loro cintura al piccolo trotto). Il derby giornaliero faceva la vera selezione, poiché le ultime coppie (quelle arrivate per ultime, oppure quelle stroncate dal ritmo forsennato) venivano eliminate. In questo piccolo universo, man mano che si va avanti emergono crudeltà reciproche mentre si affievoliscono i gesti di solidarietà.
Tutto questo è raccontato magistralmente nel romanzo di McCoy e nel film di Pollack.

Il volume pubblicato da Terre di Mezzo non è più disponibile sul mercato, ma nel 2018 ne è stata fatta una nuova edizione (Editore Sur, Collana BigSur).

Su youtube si può vedere integralmente il film realizzato da Pollack, come anche i trailer dello spettacolo teatrale del 2018.
Vale la pena vederlo, così come merita una lettura il romanzo di McCoy.

(Risguardo) Anni Trenta. In piena Grande Depressione Robert e Gloria, entrambi a Hollywood in cerca di un ingaggio, per sbarcare il lunario si iscrivono a una maratona di ballo nei pressi della spiaggia di Malibù: in cambio di vitto e alloggio i partecipanti devono danzare per giorni e giorni senza mai fermarsi, fino allo sfinimento. In palio ci sono mille dollari e, soprattutto, la possibilità di farsi notare dai produttori e dai registi che bazzicano questi eventi.
La maratona attira sbandati senza quattrini e giovani in cerca di successo, e ben presto si trasforma in una vera e propria lotta per la sopravvivenza, dove non c’è spazio per i sentimenti né per la pietà umana e dove tutto, anche la sofferenza, è ridotto a spettacolo per gli occhi insaziabili del pubblico. Fino all'epilogo macchiato di sangue.
Una storia nera e inquietante che ricorda fin troppo da vicino la nostra epoca malata di reality show. Da questo libro l'omonimo film di Sydney Pollack (USA, 1969) vincitore di un Oscar

 

Horace McCoy

Hanno detto:
"Tra i modelli cui mi sono ispirato per il mio Cavie c'è anche un grande libro americano dimenticato: Non si uccidono anche i cavalli? di Horace McCoy" (Chuck Palaniuk su Repubblica)
"McCoy usa le parole come se fossero proiettili" (Time)


L'Autore. Horace McCoy (1897-1955) è uno dei nomi di riferimento tra gli scrittori della hard-boiled school, insieme con Dashiel Hammett, James M. Cain e Raymond Chandler.
Nella sua vita McCoy ha fatto mille mestieri: il commesso viaggiatore, il tassista, il giornalista e, negli anni Trenta, anche il buttafuori in una maratona di ballo.
Tra i romanzi pubblicati in Italia: Un sudario non ha tasche (Terre di mezzo) e Un bacio e addio (Einaudi)

Non si uccidono così anche i cavalli?

Horace McCoy, Non si uccidono così anche i cavalli? (Nuova edizione 2019 per Sur, Collana BigSur).

Hollywood, anni Trenta. Robert e Gloria sono due tra i tanti giovani che durante la Grande Depressione si riversano da ogni parte d'America nella città del cinema, in cerca di un'occasione.
La loro amicizia nasce dopo un primo incontro fortuito, quando insieme decidono di iscriversi a una maratona di ballo, attratti dal premio di mille dollari e dalla possibilità di essere notati da qualche produttore a caccia di volti nuovi. Durante la massacrante esibizione, via via che le altre coppie in gara si ritirano o vengono eliminate, Robert avrà modo di conoscere a fondo Gloria, la sua lingua svelta e i modi divertenti, ma anche le sue fragilità e il malessere interiore. Alla vicenda dei protagonisti, e all'epilogo di sangue annunciato fin dalla prima pagina, fa da vivace controcanto una serie di personaggi indimenticabili: c'è Socks, l'impresario senza scrupoli, e Rocky, l'esuberante presentatore; c'è Mario, il gigantesco ballerino italiano che nasconde un passato oscuro; e poi divi e dive del cinema che fanno la loro comparsata sugli spalti, poliziotti e gangster, anziane benefattrici e donne virtuose disperatamente intenzionate a boicottare la manifestazione. Prefazione di Violetta Bellocchio.

«Pubblicato per la prima volta nel 1935 e diventato poi un film di Sydney Pollack con Jane Fonda, torna in libreria il libro di McCoy, uno dei capostipiti del genere hard boiled» - Robinson

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22 marzo 2025 6 22 /03 /marzo /2025 09:35

Quando ero piccolo, la mamma mi portò a vedere - in uno dei nostri pomeriggi cinematografici - il film di Frank Capra che era comunque una riproposizione, giacché era uscito nel 1937 (ma forse mai arrivato in Italia nel clima di anteguerra, ostile a tutti i prodotti americani).
Ero attorno ai dieci anni, o forse anche di meno.
Ho un vivido ricordo di quel film, ma soprattutto rimase indelebilmente impressa nella mia mente la scena finale, quando l'abitante di Shangri-La abbandona l valle incantata e senza tempo assieme ai quattro fuggiaschi e, all'improvviso, uscendo dal perimetro incantato della valle, subisce un processo di invecchiamento rapidissimo e, letteralmente, si disintegra.
Quell'immagine, mi diede gli incubi per molti giorni dopo la visione del film

James Hilton, Orizzonte perduto, Sellerio

Da "Orizzonte perduto" del britannico James Hilton, nel 1937 Frank Capra trasse un film celebre, che giunse in Italia col titolo Shangri-La.

L'idea giunse a James Hilton dalle letture delle memorie dei gesuiti che avevano soggiornato in Tibet e che erano venuti a conoscenza delle tradizioni legate al Kalachakra, tantra in cui si descrive il mitico regno di Shambhala.


Nei racconti locali si favoleggiava di una meravigliosa città il cui nome era Shambhala, in cui governavano con equità e saggezza numerosi anziani che erano depositari di un modo di vivere sano ed impostato sulla fratellanza tra gli uomini ed il creato, con una notevole somiglianza con lo stile di vita buddhista. Quando l'umanità, dopo innumerevoli disastri causati dalla sua cecità egoista si fosse interrogata sulla propria stupidità allora e solo allora i saggi di Shambhala avrebbero fatto in modo di divulgare quale fosse il modo giusto di vivere.
 

Nel romanzo di Hilton si parla di un luogo racchiuso nell'estremità occidentale dell'Himalaya nel quale si vedono meravigliosi paesaggi, e dove il tempo si è quasi fermato, in un ambiente di pace e tranquillità. Shangri-La è organizzato come una comunità lama perfetta, professante però non il buddhismo ma il cristianesimo nestoriano. Dalla comunità sono bandite, non a norma di legge ma per convinzione comune, tutta una serie di umane debolezze (odio, invidia, avidità, insolenza, avarizia, ira, adulterio, adulazione e così via), facendone un Eden materiale e spirituale in cui l'occupazione degli abitanti è quella di produrre cibo nella misura strettamente necessaria al sostentamento e trascorrere il resto della giornata nell'evoluzione della conoscenza interiore della scienza e nella produzione di opere d'arte.

Il successo di questo romanzo nella società dell'epoca diede origine al mito: così sognatori, avventurieri ed esploratori provarono a trovare questo paradiso perduto. L'onda orientalista dell'Occidente fu ispirata dal mito, così il nome di Shangri-La è stato utilizzato non solo per gruppi musicali e teosofi, ma anche per molti luoghi di villeggiatura in Asia e perfino in America.

Il luogo geografico più simile, e che probabilmente ha ispirato James Hilton, è il territorio di Diqing dove, nel 2001, il governo cinese allo scopo di incentivare il turismo ha ribattezzato la contea di Zhongdian con il nome di 香格里拉 (Xiānggélǐlā) cioè Shangri-La. Il suo territorio faceva parte del Tibet prima dell'annessione cinese, dopo la quale è stato assegnato alla provincia dello Yunnan. Nelle vicinanze sorge il monastero di Hong Po Si, dove vivono una sessantina di monaci e cinque lama tibetani.

Parecchie regioni, mosse da interessi turistici, sostengono di essere la regione geografica descritta da Hilton e di essere così il mitico luogo ispiratore della misteriosa Shangri-La. Nel romanzo, l'autore cita il territorio a nord del Ladakh, oggi noto come Aksai Chin, comprendente la catena del Kun Lun e l'altopiano delle Aksai Chin, una regione tra le più inospitali e meno abitate del pianeta, presso l'attuale confine indo-cinese, ricco di vette alte tra i 5.000 ed i 7.000 m.

Il film spinse molti a ritornare al libro (inseguendo una «sinergia» oggi banale, allora nuova).

Ma il libro conserva un suo autonomo messaggio, e un’ambizione che, nell’avventuroso intreccio, non è solo spettacolare.

Shangri-La è il monastero tibetano che ospita una antichissima e segreta città di saggi, raccolti da ogni parte del mondo, di sesso cultura religione e temperamento diversi, che meditano studiano vivono estremamente longevi e passabilmente felici senza inseguire un preordinato disegno di felicità - e soprattutto senza preoccuparsi di imporlo per le vie della religione o della condotta o dell’utopia. Nessuno vi cerca l’Uomo Nuovo; ognuno vivendo coopera a conservare i differenti valori dell’umana civiltà.

Orizzonte perduto racconta l’avventura di quattro persone che vi giunsero, quello che videro e il destino che li inseguì da quella esperienza.
Un’avventura etica, esoterica, sapienziale; ma soprattutto, dovrebbe dirsi, un’avventura rooseveltiana escogitata in anni in cui i totalitarismi architettando l’Uomo Nuovo ingigantivano tutte le antiche archeologie di morte.
«Se dovessi dirvelo in breve potrei definire la nostra principale credenza così: moderazione. Inculchiamo la virtù di evitare eccessi di qualunque specie; persino, perdonatemi il paradosso, eccessi di virtù. Questo principio è la fonte di uno speciale grado di felicità. Noi governiamo con moderata severità, e siamo soddisfatti di un’obbedienza pure moderata. La nostra gente è moderatamente sobria, moderatamente casta, e moderatamente onesta».

 

Lawrence Osborne, Shangri-la, Adelphi

Più recentemente,  Lawrence Osborne, con Shangri-La (nella traduzione di Matteo Codignola) e pubblicato da Adelphi (Collana Biblioteca Minima), nel 2008, ha voluto intessere un'altra tessera, relativamente al mito di Shangri-La
Ed è stata per me una bella e agile lettura 
Un piccolo saggio che esplora il mito di Shangri-La e cerca di tracciarne i percorsi e identificarne le radici.
Una lettura che mi ha spinto a leggere (finalmente) il romanzo di Hilton di cui conoscevo soltanto la trasposizione cinematografica vista quando ero piccolo assieme alla mamma.
Il volume è impreziosito da una foto di Steve McCurry (in prima di copertina)

(Così dice la sinossi del volume:  "Un viaggio ilare e desolato nel cuore del Tibet, alla ricerca di una città un tempo immaginata dagli occidentali, e oggi costruita dai tour operator del governo cinese".

L'autore. Lawrence Osborne (Inghilterra, 1958) è uno scrittore e viaggiatore inglese, autore di racconti di viaggio e romanzi.
Nato nel 1958 in Inghilterra, vive e lavora a Bangkok.
Dopo gli studi a Cambridge e Harvard, ha vissuto per un decennio a Parigi (città alla quale ha dedicato il saggio Paris dreambook).
Dal suo esordio nel 1986 con Ania Malina, ha scritto racconti di viaggio, saggi (tra cui uno sulla Sindrome di Asperger, uno sull' etnologia e uno sul rapporto tra eros e thanatos) e romanzi.
Giornalista, scrive per il New York Times, il New Yorker e l'Independent.
In Italia le sue opere sono pubblicate da Adelphi.

Orizzonte perduto e Shangri-La. Un libro e un film cult che hanno fatto nascere un mito
Orizzonte perduto e Shangri-La. Un libro e un film cult che hanno fatto nascere un mito
Orizzonte perduto e Shangri-La. Un libro e un film cult che hanno fatto nascere un mito
Orizzonte perduto e Shangri-La. Un libro e un film cult che hanno fatto nascere un mito
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11 febbraio 2025 2 11 /02 /febbraio /2025 16:05

Shirley Jackson si dimostra somma maestra del Male – un Male tanto più allarmante in quanto non circoscritto ai ‘cattivi’...

Adelphi Editore

L'ho iniziato a leggere qualche tempo fa…
L'ho finito in un'unica tirata, nel corso di un recente viaggio (San Benedetto del Tronto).
Le ultime pagine le ho assaporate in aereo mentre tornavo a casa da Bologna…

Maurizio Crispi (1° febbraio 2013

Shirley Jackson, Abbiamo sempre vissuto nel castello, Adelphi

"Abbiamo sempre vissuto nel castello" di  Shirley Jackson, già pubblicato da Mondadori nel 1990, con il titolo "Così dolce, così innocente", e successivamente da Adelphi nella traduzione di Monica Pareschi nel 2009 con un titolo più aderente a quello in lingua originale, We Have Always Lived in the Castle, è un romanzo edito originariamente  nel 1962 da quella che è ormai considerata scrittrice cult (anche e soprattutto per gli scrittori del genere, in testa a tutti Stephen King).

Mary Katherine Blackwood, detta Merricat, ha diciotto anni e vive con la sorella Constance, il vecchio zio Julian e il gatto Jonas in una grande casa ai margini di un paese della campagna americana. Merricat è l'unica ad avere contatti con il mondo esterno: si reca infatti al villaggio due volte alla settimana per rifornirsi di cibo e di libri. Constance, invece, non ha mai lasciato la casa negli ultimi sei anni, mentre lo zio Julian, invalido su una sedia a rotelle, scrive e riscrive ossessivamente frammenti di una fantomatica autobiografia.
La gente del paese li odia per qualcosa che ha a che fare con una misteriosa tragedia avvenuta sei anni prima, quando quattro membri della famiglia Blackwood (i genitori di Merricat e Constance, il loro fratellino e la moglie di Julian) morirono per avvelenamento da arsenico.
Tutti considerano Constance colpevole dell'efferato gesto e nonostante l'arresto e la successiva assoluzione in via definitiva, la ragazza viene costretta ad una reclusione coatta che la rende agorafobica. La monotonia di questo fragile equilibrio viene però ben presto turbata dall'arrivo del cugino Charles, abile manipolatore, attratto dalle fortune dei Blackwood e responsabile di un drammatico incidente che minerà nuovamente gli sfortunati destini delle sue sorelle...
Scritto nel 1962, poco prima della sua morte a soli 49 anni, ma tradotto da Adelphi solo nel 2009, Abbiamo sempre vissuto nel castello rappresenta al racconto "La lotteria" uno dei romanzi più famosi di Shirley Jackson. 

Ammirata da Stephen King e Neil Gaiman, l'autrice, affetta da agorafobia lei stessa e soggetta a continue crisi nervose, dà vita ad una storia perfetta sia per il linguaggio semplice ed efficace, sia per la simmetrica progressione degli eventi attraverso la costruzione di una trama all'apparenza immobile, eppure sostenuta da un crescendo inesorabile.
Il personaggio di Merricat – eletto dal Book Magazine nel 2002 come uno dei 100 migliori personaggi di fiction del '900 – è poetico e struggente nella sua tragicità. Animata da un istinto di protezione assoluta verso la sorella maggiore, ingenuamente devota a piccole pratiche di magia, intelligente e crudele, ci accompagna nella sua narrazione in prima persona, all'interno di un universo familiare che ci sciocca, ci terrorizza, ma ci pervade anche di un profondo senso di pietà. Non tutto è esplicito, molto di ciò che accade risponde a logiche di semplice inevitabilità ed è qui che risiede la grandezza della Jackson, quella cioè di sottendere - quasi che la mano di un destino superiore guidasse sempre e comunque il filo degli eventi. 
Ma non aspettatevi una di quelle storie di horror e morte a cui spesso ci hanno abituato i nostri contemporanei, qui l'abilità della scrittura fa sì che tutto venga pervaso da una sorta di surrealismo gotico e da uno humour inarrivabili, amalgamando, in un unico sforzo creativo, le atrocità di cui è capace l'animo umano con una giusta e misurata dose di magica leggerezza. 
Provate a pensare a Tim Burton e al suo  “La sposa cadavere”, poi leggete le prime nove righe di questo libro e capirete che non tutte le favole prevedono necessariamente un lieto fine.

(Dal risvolto di copertina) "A Shirley Jackson, che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce"; con questa dedica si apre "L'incendiaria" di Stephen King. È infatti con toni sommessi e deliziosamente sardonici che la diciottenne Mary Katherine ci racconta della grande casa avita dove vive reclusa, in uno stato di idilliaca felicità, con la bellissima sorella Constance e uno zio invalido. Non ci sarebbe nulla di strano nella loro passione per i minuti riti quotidiani, la buona cucina e il giardinaggio, se non fosse che tutti gli altri membri della famiglia Blackwood sono morti avvelenati sei anni prima, seduti a tavola, proprio lì in sala da pranzo. E quando in tanta armonia irrompe l'Estraneo (nella persona del cugino Charles), si snoda sotto i nostri occhi, con piccoli tocchi stregoneschi, una storia sottilmente perturbante che ha le ingannevoli caratteristiche formali di una commedia. Ma il malessere che ci invade via via, disorientandoci, ricorda molto da vicino i "brividi silenziosi e cumulativi" che - per usare le parole di un'ammiratrice, Dorothy Parker abbiamo provato leggendo "La lotteria". Perché anche in queste pagine Shirley Jackson si dimostra somma maestra del Male - un Male tanto più allarmante in quanto non circoscritto ai 'cattivi', ma come sotteso alla vita stessa, e riscattato solo da piccoli miracoli di follia.

 

Shirley Jackson

L'autriceShirley Jackson, nata a San Francisco nel 1916, è stata una scrittrice e giornalista statunitense, nota soprattutto per L'incubo di Hill House del 1959 e La lotteria.
Ha esordito scrivendo per il prestigioso «The New Yorker» nel 1948.
Nella sua carriera ha scritto anche opere per bambini, come Nine Magic Wishes, e persino un adattamento teatrale di Hansel e Gretel, The Bad Children.
Morì per infarto nel 1965, forse a causa della terapia a base di psicofarmaci che stava seguendo.

 

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17 agosto 2024 6 17 /08 /agosto /2024 12:59
La ragazza interrotta

La ragazza interrotta (Girl, Interrupted) di Susanna Kaysen, pubblicato originariamente da Corbaccio nel 1994 (e successivamente ripreso, in economica, da TEA con diverse ristampe e riedizioni) è un libro in forma di diario del 1993, scritto dall'autrice statunitense Susanna Kaysen.
Nelle sue pagine l'autrice racconta della sua esperienza come paziente in una clinica psichiatrica negli anni Sessanta.
Nel 1999 dal libro è stato tratto un film, Ragazze interrotte (Girl, Interrupted) diretto da James Mangold, con Winona Ryder e Angelina Jolie, con una trama in parte simile e in parte divergente rispetto al libro.

Nell'aprile 1967, la diciottenne Susanna Kaysen, rampolla di una famiglia bostoniana molto in vista, fu ricoverata al McLean Hospital, a Belmont, nel Massachusetts, dopo aver tentato il suicidio per overdose da farmaci in pillole. Visitata da uno psichiatra, Susanna negò che si fosse trattato d’un tentativo di suicidio
Lo psichiatra, che la visitava le suggerì di prendersi del tempo per riorganizzarsi e su di un taxi la “spedì” (con il previo consenso dei genitori) al McLean, un ospedale psichiatrico privato, ma senza chiederle previentivamente quello che oggi i chiamerebbe un "consenso informato". 
Fu, di fatto, la sua famiglia - con la connivenza dello psichiatra "curante" - di decidere in tal senso, poichè Susanna con i suoi comportamenti fuori dalle righe e tendenzialmente auto-lesivi  creava imbarazzo alla sua famiglia.
Le nostre famiglie. Secondo la teoria più diffusa era quella la ragione per cui ci trovavamo lì dentro, eppure erano completamente assenti dalla nostra vita in ospedale. Ci chiedevamo: eravamo anche noi altrettanto assenti dalla loro vita lì fuori?
I matti sono un po’ come i calciatori scelti per battere il rigore. Spesso è pazza l’intera famiglia, ma poiché non può entrare tutto in ospedale, si sceglie una sola persona come pazza e la si interna. Poi, a seconda di come si sentono gli altri componenti, la si tiene dentro o la si risbatte fuori, per dimostrare qualcosa sulla salute mentale della famiglia stessa” (ib., p. 94)

Vi è in questo ragionamento, detto molto in sintesi, sia la teoria del “capro espiatorio” nell’espressione del disturbo mentale, visto secondo un’ottica sistemica, sia quella del “paziente designato“. 

A Susanna, entrata in clinica con una diagnosi di Sindrome depressiva con rischio suicidario venne successivamente diagnosticato un disturbo borderline di personalità (declinazione diagnostica vaga ed incerta) e la sua degenza in ospedale venne estesa a 18 mesi, invece delle due settimane proposte.
Solo molto dopo la sua "liberazione" Susanna poter leggere le carte relative al suo ricovero, ottenute per intercessione di un avvocato.
La diagnosi alla dimissione fu di “Personalità Borderline” che può significare tutto e niente. E lei la nostra protagonista la confuta descrittivamente punto per punto.
Ad ogni modo, che significa personalità borderline? Pare che sia una via di mezzo tra la necrosi e la psicosi: una psiche incrinata ma non sregolata. Anche se per citare il mio psichiatra post-Melvin: ‘É la maniera per indicare le persone il cui stile di vita dà fastidio’” (Ib., p. 143)

Susanna riflette, in alcune delle sue pagine, sulla natura della sua malattia,  e sulla violenza della psichiatria, suggerendo che la sanità mentale sia una falsità o una mistificazione costruita per aiutare i "sani" a sentirsi "normali" al confronto con la “follia” di alcuni designati a rappresentarla. 
Si chiede anche come i medici trattino le malattie mentali e se stiano curando il cervello o la mente. 

Ragazze interrotte (Locandina del film)

La salute mentale riconquistata di Susanna e l'incertezza che sarà veramente "guarita" quando sarà ufficialmente rilasciata dalla clinica in cui è stata ricoverata o anche il lecito interrogativo se fosse veramente "malata" nel momento del suo internamento sono tutti elementi che fanno luce sulla relatività con cui va guardata ogni malattia mentale. 
Gli individui che esprimono le proprie emozioni in modo insolito sono ostracizzati dalla società quando, in realtà, come esseri umani siamo tutti candidati a stare nello spettro della follia se soltanto venissimo analizzati rigorosamente da un professionista che esercita la sua arte di diagnosticare, solo facendo riferimento a rigidi schemi pre-costituiti. 
Essere "pazza" era per l’autrice la risposta naturale agli eventi stressanti della sua vita in un momento di particolare vulnerabilità, dedicato alla guarigione della sua bambina interiore.

La diagnosi e il conseguente ricovero l’hanno fatta sentire come una “ragazza interrotta”.

Il titolo dell'opera deriva dal quadro di Vermeer, Concerto interrotto (Girl Interrupted at her Music), cui Susanna è particolarmente legata perché con la ragazza musicante che viene interrotta durante la lezione di musica, sente una profonda affinità, un sentire che si attiva in lei, quando scopre per la prima volta questo dipinto al Frick Museum dove l’opera è custodita.
“Interrotta mentre suona: com’era stata la mia vita, interrotta nella musica dei miei diciassette anni, com’era stata la sua vita, strappata e fissata su tela: un momento reso immobile, per tutti gli altri momenti, qualsiasi cosa fossero o avrebbero potuto essere. Quale vita può guarirne?” (Ib., p. 159)
“La ragazza che suona posa in un altro genere di luce, l’intermittente, minacciosa luce della vita, che ci fa vedere noi stessi e gli altri solo in modo imperfetto, è assai di rado.“ (Ib., p. 160)


(Quarta di copertina) A diciotto anni Susanna Kaysen, dopo una sommaria visita di un medico che non aveva mai visto prima, viene spedita in una clinica psichiatrica, nota per i suoi pazienti famosi (Sylvia Plath, James Taylor e Ray Charles, tra gli altri) e per i metodi all'avanguardia. Vi passerà i due anni successivi e la sua storia, raccontata con tono distaccato, a volte comicamente beffardo e sempre autoironico, riesce nell'impresa di trasmetterci il senso di un'esperienza che in genere può essere compresa soltanto da chi l'ha vissuta.
Da questo libro è stato tratto il film Ragazze interrotte con Winona Ryder e Angelina Jolie per la regia di James Mangold.


Hanno detto:

«È facile accedere all'universo parallelo degli insani, ci assicura Susanna Kaysen, e noi le crediamo. Ogni parola conta in questa ricostruzione commovente, coraggiosa e divertente.» - Kirkus Review

«Pungente, onesto e trionfalmente divertente... una storia irresistibile e commovente.» - New York Times Book Review

 

Susanna Kaysen

L’autrice. Susanna Kaysen (Cambridge, 11 novembre 1948) è una scrittrice statunitense, figlia dell'economista Carl Kaysen, professore al MIT che fu primo consigliere del presidente John F. Kennedy.
Ha frequentato il liceo al Commonwealth School a Boston e al Cambridge School of Weston prima di essere ricoverata al McLean Hospital nel 1967, per il trattamento psichiatrico di una presunta depressione (ipotesi motivata dal fatto che alcuni suoi comportamenti autolesivi furono interpretati come tentativi suicidi ari). In clinica apprese di essere affetta da “disturbo borderline di personalità”. Venne dimessa dopo diciannove mesi.
Questa esperienza, che l'ha segnata profondamente, è stata materiale fondamentale per la sua autobiografia, scritta nel 1993, Girl, Interrupted; il libro nel 1999 diventerà il film Ragazze interrotte, con Winona Ryder nel ruolo di Susanna.
È

"A volte l'unico modo per rimanere sani è diventare un pò pazzi" Stati Uniti, 1967: la diciassettenne Susan Kaysen ha gli stessi dubbi e le stesse incertezze di tante sue coetanee. Lo psichiatra con cui si incontra dà a questo comportamento il nome di 'disturbi marginali della personalità' e la spedisce al Claymoore Hospital. Qui Susan conosce Lisa, Daisy, Georgina, Polly e Janet, un gruppo di amiche fuori dagli schemi. Alla fine Susan dovrà scegliere fra il mondo di coloro che vivono all'interno dell'istituto e quello al di fuori. Guidata dall'infermiera Valerie e dalla dottoressa Wick la ragazza decide di lasciarsi alle spalle questo 'universo parallelo' rivendica la propria indipendenza e continua a vivere da sola e alle proprie condizioni.

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10 febbraio 2024 6 10 /02 /febbraio /2024 09:16

La luce che filtra tra gli alberi è un’immagine molto romantica, ma è anche simbolica. In Giappone questo fenomeno ha una parola tutta sua, ovvero komorebi e non è solo un fenomeno naturale, ma l’invito a cogliere la luce anche nei periodi bui della vita.
In italiano, ma anche in inglese, non esiste una parola che descriva la luce che filtra attraverso gli alberi. In Giappone, invece, questo fenomeno è detto komorebi ed una parola molto specifica, composta dai caratteri kanji per albero (木), splendore (漏れ) e sole (日). Il contrasto tra la luce del sole e l'ombra, e il modo in cui le due danzano, è uno spettacolo che da sempre gli artisti cercano di catturare: basta guardare il Sentiero nel giardino e il Bosco di ulivi nel giardino Moreno, entrambe meraviglie di Claude Monet.

Le battute d’arresto sono momenti della vita, che non devono però bloccare l’esistenza umana.

La filosofia occidentale sostiene che esista la luce alla fine del tunnel. Con un contrasto molto interessante, Komorebi ci ricorda di trovare quei sottili raggi di luce nel mezzo, mentre attraversiamo il tunnel buio. Di non aspettare o procrastinare. Ma come possiamo vedere la luce, o komorebi, quando c'è molta oscurità? É fondamentale rimanere attivi, gestire lo stress e contattare amici, familiari e professionisti. L’interazione tra luce e oscurità può insegnarci molto sul benessere mentale, perché non è necessario essere nel giardino di Giverny di Monet per vedere i komorebi. Basta solo un albero e un po’ di sole tra le nuvole.

É fondamentale quindi prendersi il tempo per osservare ciò che di bello c’è nella vita, intorno a noi. É un esercizio difficile, talvolta risulta anche faticoso, soprattutto quando si è risucchiati dalla frenesia della vita occidentale, ma è fondamentale per preservare l’equilibrio mentale.

Tuttavia, la bellezza del komorebi non è solo superficiale. Quando si parla di luce, inevitabilmente, si fa riferimento all’ombra o all’assenza della luce stessa.

Komorebi riguarda le sensazioni, non solo un fenomeno ottico. Per chi parla giapponese, evoca un'immagine mentale bella, calda e silenziosa di un ambiente naturale piacevole, con i raggi scintillanti del sole che disperdono le ombre proiettate dagli alberi. Ci ricorda quindi di cercare la positività nelle piccole cose che possono aiutare a dissipare le ombre del dubbio o dell'ansia. In ogni situazione che appare cupa e oscura, ci sono piccoli punti luminosi che possono rendere l’esperienza più tollerabile. Komorebi riguarda il trovare quei piccoli raggi di luce e fermarsi per ricaricarsi, prima di proseguire.

Valentina Rorato - 6 ottobre 2023 (ohga.it)

Perfect Days di Wim Wenders, 2023, locandina

La prima cosa che mi è venuta in mente guardando sin dalle prime battute Perfect Days, il magnifico e minimalista film di Wim Wenders del 2023, è stata la mia esperienza di quando, da militare, frequentai per tre mesi la Scuola Allievi Ufficiali di complemento Medici e Farmacisti. Come allievi ufficiali eravamo assegnati per quei tre mesi ai diversi servizi e a me tocco di essere assegnato per una settimana alla pulizia dei gabinetti della mia camerata, compito che svolsi con meticolosità e attenzione, senza “arronzare”, ma con un qualche disgusto perché noi Italiani eravamo (e continuiamo ad esserlo) degli sporconi.
In quella settimana, io subentravo nella pulizia di latrine e lavabi e pavimento dopo che l'orda era già passata: ricordo che ero soddisfatto del mio lavoro che consisteva nel riportare al nitore originario gli arredi sanitari spesso imbrattati senza alcun ritegno.
Poi la settimana trascorse e rimase dentro di me quell'esperienza di lavoro solitario, poiché uno solo di noi, per una settimana intera, veniva assegnato a quel compito. 
Quando fu il loro turno, i miei colleghi se ne lamentarono, mentre io accettai quella consegna con spirito filosofico.
Come è nell'esperienza del rigovernare la cucina, quella - in quei giorni (che ricordo come giorni "perfetti") fu per me un'occasione per riflettere e meditare, attivando anche il day dreaming o lasciando prevalere - come si dice oggi nel linguaggio delle neuroscienze (ma allora non lo sapevo) il DMN cioè quella rete neurale chiamata Default Mode Network.
Il periodo finì e l'esperienza rimase con i suoi insegnamenti, almeno quelli che potei trarne.
L'altra cosa che mi è venuta in mente - ed è strettamente correlata alla prima - è quella di poter essere (o di voler essere) "cacciatore di ombre". Le ombre che possono essere nella realtà in certe configurazioni di luce e di chiaroscuri unici e irripetibili scaturiscono anche dall'interno (in termini di frammenti onirici di sogni lucidi) o di sogni da svegli) e possono rappresentare una sintesi, un'incernieramento tra mondo esterno e interno.
In questo non ho potuto non pensare ad un altro grande film di Wim Wenders (che è “Fino alla fine del mondo”), pure collegato in maniera ben più esplicita al sogno e al sognare, dove si mette in piazza addirittura la possibilità di registrare visualmente i propri sogni con la possibilità dei sognatori di rimmergersi a proprio piacimento nei propri sogni sognati intrisi di struggenti reminiscenze che riportano al tanto desiderato tempo perduto. 
Hirayama è un meticoloso pulitore itinerante di latrine pubbliche, ma è anche un lettore assiduo e un sognatore.

Fotogramma da "Perfect Days"

Con una sua piccola macchinetta fotografica analogica fotografa anche (ma a me è parso che mai vediamo il nostro Hirayama nell'atto del fotografare) e, settimanalmente, si fa fare le stampe dei suoi scatti per poi selezionarne accuratamente qualcuno o anche uno soltanto (o nessuno del tutto) che poi conserva con altrettanta meticolosità in una cassettina metallica.
Alcuni potrebbero dire che Hirayama viva una vita asfittica e ripetitiva, ma questa è sicuramente una lettura riduttiva di ciò che egli con il suo esserci ci vuole trasmettere (o che il regista vuole dire a noi spettatori raccontando le giornate perfette della sua vita minimalista).
Hirayama è indubbiamente abitudinario. Le sue giornate si scandiscono con una sequenza di gesti semplici e misurati e di consuetudini, tutto funziona come fosse regolato da un metronomo: eppure ci sono piccoli inconvenienti, ci sono degli incontri significativi in alcuni casi e in altri degli incontri mancati. Ci sono piccoli eventi che rappresentano l’improvvisa irruzione della meraviglia (come il gioco improvvisato sulla qualità delle rispettive ombre).
Ma ci sono anche dei cambiamenti come nelle letture che si rinnovano da una settimana all'altra, parrebbe: dal momento che - nel suo giorno di riposo settimanale - Hirayama passa da una libreria dell'usato dove acquista un nuovo libro che attira il suo interesse o suscita la sua curiosità, con brevi scambi di parole unilaterali della libraia che sempre mostra di apprezzare le sue scelte.
Dall'ampiezza delle scaffalature per libri collocate nella stanza in cui dorme - per altri versi spoglia ed essenziale - delle quali abbiamo una visione via via maggiore, si intuisce che Hirayama è uno che ha letto tanti libri e che i suoi perfetti giorni siano stati davvero tanti, immerso in questo lavoro e in questa esistenza di routine che - ciò nondimeno - gli offre scenari interiori sempre nuovi. E sono almeno due i libri identificabili che egli si ritrova a leggere in questo spaccato della sua vita che il registra offre alla nostra osservazione: “Le palme selvagge” di William Faulkner e “Urla d’amore” di Patricia Highsmith, oltre a numerosi riferimenti a “Gli alberi” di Kōda Aya.

Fotogramma da "Perfect Days"

E poi c'è la musica: una musica che egli cambia ogni giorno mentre in auto, armato di prodotti di pulizia, secchi e scopettoni, percorre la sua strada per spostarsi da un luogo di lavoro all'altro: una musica che ascolta in musicassette (che anche queste di tanto in tanto acquista, prediligendo scelte musicali rock e pop anni Settanta e Ottanta, o che forse ha acquistato in passato e che riesce a tenere in perfetto stato d’uso) con assoluta dedizione.
Le scelte musicali cambiano ogni giorno, forse in relazione al suo mood. La musica che Hirayama ascolta e che ascoltiamo noi mentre guardiamo il film è una musica "diegetica", dunque, come si dice in linguaggio tecnico, e anche questa è una scelta perfetta.  
Ogni giorno Hirayama esce dal suo piccolo alloggio e, come prima cosa, guarda il cielo, sorridendo all'alba incipiente, pronto ad affrontare un nuovo giorno, che sarà uno dei suoi giorni "perfetti".
Ogni giorno, così, può avere la nettezza di una meditazione Zen o può anche essere la rappresentazione altrettanto straordinaria di uno degli assunti della via del Tao.
Si intuisce che Hirayama prima di essere pulitore di latrine abbia fatto altro nella sua vita, ma di questo non è dato di sapere (anche se della sua vita passata viene fornito qualche rapido scorcio, più che una vera e propria narrazione): vige nella rappresentazione della sua quotidianità il principio del "qui ed ora" e della sospensione di memoria e desiderio, precondizioni che facilitano l'attivarsi d'uno stato sognante della mente (cosa che accade al nostro Hirayama, quando, a tratti, con l'occhio della mente, gli pare di vedere quel gioco d'ombre e di luci che poi è lo stesso che cerca di catturare nei suoi scatti fotografici.
Certo, la "perfezione" non è mai totale e radicale, come si osserva nelle sequenze finali in cui Hirayama nella sua auto di lavoro corre verso il sorgere del sole e il suo volto, illuminato da una luce calda, presenta una serie di variazioni che vanno dall'estasi più pura al dolore e alla sofferenza: in fondo, è questa la vita, correre incontro al nuovo giorno, in contatto con il proprio sé più profondo e con tutta intera la gamma mutevole dei propri stati d'animo.
Questa sequenza di chiusura, per me, è stata una delle più emozionanti.
Un film "perfetto" per alcuni versi che non può essere bollato con giudizi riduttivistici secondo i quali noi, privi come siamo di alcuni riferimenti culturali propri delle culture orientali, saremmo portati a considerare la vita minimalista di Hirayama come espressione di una vita fallimentare e di rinuncia radicale al raggiungimento di obiettivi ambiziosi.

 

Come ho scritto questo commento? 
Naturalmente ascoltando la colonna sonora del film! 
Bellissima!

 

Daniela Tofi Psi ha scritto nella sua bacheca di Facebook questo magnifico commento al film di Wenders e lo riporto integralmente qui di seguito:
Komorebi è una parola che in giapponese significa “luce che filtra tra gli alberi”. È composta dai caratteri che indicano albero, splendore e sole. Nelle lingue occidentali non esiste una parola sola per dirlo. Komorebi non si riferisce solo a un fenomeno naturale, indica anche uno stato d’animo: la capacità o lo sforzo di trovare qualcosa che possa suscitare serenità anche nei momenti peggiori della vita. La luce non esisterebbe senza l’ombra, e viceversa. “Luce che filtra dagli alberi” indica la possibilità di trovare qualcosa di luminoso nei momenti più bui. Dissipare le ombre della solitudine, del dolore, dell’ansia attraverso un raggio, una piccola cosa lucente che si manifesta nel nostro ordinario cammino quotidiano. In italiano diciamo luce in fondo al tunnel, come se il dolore e il danno fossero qualcosa di buio da attraversare per tornare a respirare e vedere. In giapponese la luce è nel tunnel, è nel cammino, è sempre – se la sai vedere. Sono uscita dal cinema, l’altra sera, un poco diversa da come ci ero entrata. Speriamo che duri. Intanto voglio alzare gli occhi verso le chiome degli alberi ogni volta che posso. Il bellissimo film giapponese di Wim Wenders, Perfect Days, è un meccanismo sonoro e visivo che ti costringe in prima battuta a prendere i tempi del racconto che non sono i nostri, senz’altro non i miei. All’impazienza dei primi minuti si sostituisce poco a poco l’incanto di quella vita che si ripete ogni giorno uguale, eppure sempre diversa. Un lavoro umile svolto alla perfezione. Un uomo che nasconde un dolore, capace di ridere nel pianto. La musica delle audiocassette, americana, è un tributo struggente all’altra metà del mondo.

 

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21 ottobre 2023 6 21 /10 /ottobre /2023 08:13

Questo mio scritto è dell'ottobre 2010.
L'ho rinvenuto casualmente nel mio profilo Facebook e, per quanto abbia ricercato, non ve n'é traccia nel mio blog.
Evidentemente; non l'ho mai trasferito in questa sede.
Lo pubblicai il 21 ottobre del 2010, un giorno dopo il ricorrere del primo onomastica della mamma dopo la sua morte:
Durante tutto quell'anno - ed anche in quelli successivi - scrissi tante cose, come palese e tangibile segno di un lungo e faticoso processo di elaborazione del lutto.

Maurizio Crispi

Una sconfinata giovinezza (Pupi Avati, 2010)

Qualche giorno fa, mi è accaduta una cosa strana.

Mi son messo davanti al PC, come di consuetudine e avrei voluto scrivere qualcosa, non sapendo ancora cosa.

Nulla di strano: mi capita spesso.

Mi piace l'idea di scrivere ogni mattina qualcosa, in assenza dell'esercizio di un compito specifico.

Solo per il puro piacere della scrittura.

Mi sono confrontato tuttavia con il vuoto totale.

Non c'era nulla che mi venisse in mente, non una traccia per quanto esile, non uno spunto.

Anche guardando vecchi scritti da rendere eventualmente visibili nella rete, in uno dei miei blog, avvertivo una strana ed inquietante svogliatezza.

Dopo un po' di questa sterile permanenza davanti allo schermo vuoto del PC, improvvisamente ostile, me sono andato a correre con il cane.

Durante questa vivificante attività ho riflettuto parecchio e sono giunto alla conclusione che ero sotto l'effetto del film visto il giorno prima, Una sconfinata giovinezza di Pupi Avati.

La trama è nota - e semplice, anche - tratta dall’opera letteraria omonima dello stesso regista.

 

E' la storia di Lino Settembre, un giornalista sportivo (Fabrizio Bentivoglio) molto noto ed apprezzato, la cui mente improvvisamente comincia a deragliare a causa dei primi sintomi del Morbo di Alzheimer.

Vi si dipana dolente il racconto delle vicissitudini di quest’uomo e della sua compagna Chicca, un’affermata ricercatrice universitaria (Francesca Neri), 

Nell'Alzheimer è colpito l'individuo, la cui mente si va ritirando sempre di più sino ad un nucleo primitivo di memorie forti ed incancellabili, ma ad essere interessati sono anche la coppia e la famiglia nella sua globalità perché il Sé relazionale e lavorativo viene colpito insidiosamente con improvvisi blackout o con imbarazzanti deficit performativi.

Per quanto il soggetto colpito cerchi di mascherare il progredire delle sue mancanze, queste ad un certo punto esplodono, diventando evidenti in modi imprevedibili, sicché ad essere colpita è anche l'identità sociale sua e quella della propria famiglia.

C'è lo spegnersi progressivo delle capacità e delle abilità, anche di quelle acquisite e ben consolidate: è come se tutto, a poco a poco, si sgretolasse e poi prendesse a franare sempre più precipitosamente.

A volte la malattia progredisce con una progressione continua, a volte invece a balzi con crolli rovinosi, ai quali segue una lieve ripresa, ma mai un recupero allo stato antecedente.

Per quanto il soggetto cerchi di mascherare (e di negare) l’evidenza - anche a se stesso - la deriva è inesorabile, sino al momento in cui perderà definitivamente sè stesso e si perderà in un metaforico paesaggio nebbioso, alla ricerca di qualcosa che lo leghi alla sua infanzia perduta.

 

A differenza che nel duro compito di adattamento alla sofferenza e alla malattia cui deve andare incontro l’individuo affetto da cancro terminale, il processo di elaborazione qui è ridotto ai minimi termini: delle cinque “tipiche” fasi descritte da Elisabeth Kubler-Ross (in La morte e il morire, nel 2005 alla sua 13^ edizione), al malato di Alzheimer rimane soltanto la possibilità
di sperimentare le prime due che - turbolente e tormentose  - sono quella della negazione (con una serie di strategie per l’occultamento del/i sintomo/i) e quella della rabbia che, spesso, si traduce in reazioni di violenta aggressività nei confronti di familiari o amici che, di fronte all’evidenza della malattia, cercano di essere d’aiuto.
Forse nell'Alzheimer, non c’è quell'evoluzione successiva sino alla serena accettazione, come accade nei malati di cancro che abbiano svolto un percorso di elaborazione interiore, perché qui quella che si spegne e finisce con il disattivarsi è proprio la mente dell’individuo, mentre il corpo rimane molto più a lungo a segnare il passo, quando la mente consapevole lo ha già abbandonato.

Cosa resta come esito di questo processo? L'ancoraggio ad alcuni ricordi, sempre più remoti e collegati a forti emozioni che rimangono come esile traccia dell'identità adulta di un tempo (o, meglio, delle sue fondazioni).

Nel presente, il malato di Alzheimer regredisce sempre più alla condizione di un bambino, in una dimensione che prima pare senza tempo e che comincia a scivolare indietro verso uno stato della mente sempre più indifferenziato, sino a che quello che è sopravvissuto al deterioramento come un tessuto ormai logoro e sfilacciato, improvvisamente svanisce e con esso l'individuo medesimo, il cui corpo rimane indietro come un guscio vuoto.

Ai mariti, ai compagni di vita, alle mogli, ai figli in questo percorso malinconico all’indietro verso una giovinezza e un’infanzia “sconfinate” rimane soltanto la possibilità di interagire utilizzando quei pochi spazi di manovra ancora preservati, accettando il fatto che il proprio congiunto stia rivivendo una seconda infanzia e che, dopo questa moratoria più o meno breve, la sua mente svanirà per sempre.

Con quale parte della mete (e nel senso più lato della psiche, compreso il livello emozionale, dunque) si può interagire nelle fasi più avanzate della malattia?

Forse con il gioco, commisurato con l'età mentale in cui l'individuo sta sostando prima di riprendere a scendere la china e con gli esercizi di memoria, anche questi adeguati alla fase involutiva: sembra assodato che l'esercizio costante delle facoltà mnesiche possa aiutare a trattenere un po' più a lungo i ricordi (e questo vale naturalmente per tutti noi, anche per chi non è affetto da Alzheimer).

Il film di Avati contiene tutto questo, descritto con tenera levità, con delicatezza, sino alle immagini finali di un paesaggio annebbiato in cui il protagonista si aggira sperduto nelle nebbie della sua mente alla ricerca dell'ultimo ricordo vivo in lui e poi quelle di un bellissimo prato in piena luce, appena tosato, in cui lui cammina con Perché, il cane che aveva amato da ragazzo, sino alla dissolvenza finale.

Il film mi ha messo di fronte ad alcuni interrogativi, che sono quelli comuni a chi, avendo superato alcuni fondamentali giri di boa della propria cronologia, molto naturalmente si trova ad interrogarsi su cosa l'aspetti, su come si dipanerà la propria esistenza negli anni prossimi venturi, mentre - al tempo stesso - si ritrova a rivisitare sempre più spesso il proprio passato, angustiato del fatto che una parte dei ricordi di eventi del trascorsi, che prima apparivano così saldi, si vadano dileguando e si facciano via via più evanescenti ed imprecisi.

Per questo motivo, c'è forte il desiderio di poter trasmettere tutto questo, passando di mano il testimone dei propri ricordi, con dentro quanti più pezzi sia possibile della propria vita.

A volte, non c'è nessuno a cui indirizzare questo lascito: verrebbe voglia di lanciare una capsula del tempo, a postuma memoria di sé, piena di carte, di oggetti, di piccole storie: ma anche questo il più delle volte rimane un sogno velleitario.

Spesso, impotenti, attendiamo che i nostri giorni trascorrano e non facciamo nulla per fissare i ricordi del tempo che fu: forse, vorremmo che ci fosse qualcuno vicino a noi a cui di storie e ricordi che vengono da un passato remoto importi qualcosa.

La regola è che una cosa simile non capiti quasi mai.

Non ci si deve illudere.

Tante opere letterarie nascono proprio con questo intento che è quello di preservare nel tempo qualcosa (frammenti o un intero affresco) appartenente al passato dello scrittore.

Alcuni lo fanno in maniera esplicita con delle scritture diaristiche, altri invece hanno la capacità di trasformare tutto in opera letteraria: La recherche di Marcel Proust è un impareggiabile monumento alla memoria del tempo perduto, spesso citata e studiata dagli studiosi della Memoria.

 

Ci si chiede anche come finiremo: ed è normale, in fondo, che questa domanda ogni tanto faccia capolino da qualche angolo della nostra mente.

 

Ci sono cose che non fanno paura, perché abbiamo avuto modo di conoscerle direttamente, essendone testimoni.

Ciò che non conosciamo, invece, ci fa paura e ci paralizza.

 

Per esempio, mi ritrovo a pensare al modo in cui i miei genitori se ne sono andati.

Ho visto mio padre morire per un incidente aereo, quando ancora era nel pieno delle sue forze e delle sue energie, avendo ancora davanti a sé la prospettiva di una lunga vita laboriosa.

Mia madre, invece, è stata longeva, ma ad un certo punto benché la sua mente fosse lucida, il corpo non l'ha seguita più: ha cominciato a indebolirsi troppo velocemente e lei, pur positivamente legata alla vita (gioiosamente, ma anche con un fortissimo senso del dovere), ad un certo punto ha quasi deciso di andarsene, ritirandosi dalla vita, quando ha compreso che non poteva più essere d’aiuto e  anzi creava problemi e difficoltà con la sua mancanza di autonomia.

Lucidamente, nei suoi ultimi giorni, vagheggiava l’Alaska e il grande Nord, ricordando di un romanzo che le avevo fatto leggere dei miei (Il paese dalle ombre lunghe di Hans Ruesch) in cui si parlava della maniera di morire degli Eschimesi che, quando sono divenuti incapaci di essere autonomi e sentono di essere solo di peso, si allontanano nel ghiaccio sconfinato e nella neve per sedersi lontano da tutto e da tutti e qui addormentarsi dolcement,  trapassando così in un altro mondo. Ci diceva: Viva l’Alaska! oppure Portatemi fuori nella neve, con una sedia e una coperta magari e lasciatemi lì ad addormentarmi tranquilla nel freddo.

E, poi, se ne è andata, quando ha deciso lei: questa è stata la mia impressione e nessuno potrà mai convincermi del contrario.

Altri miei parenti sono deceduti per accidenti neuro-vascolari, in cui il danneggiamento neuromotorio è andato avanti di pari passo con il deterioramento mentale.

Tutto questo mi è noto.

Papà e mamma mi hanno dato due diversi modelli del morire: papà è stato il primo ad andarsene e lui ha avuto il beneficio della morte che desiderava, cioè uscire di scena in un attimo senza dover subire nessuno dei fenomeni legati all'invecchiamento. E’ stata la sua una morte repentina ed improvvisa che lo ha colto di sorpresa senza che nemmeno se ne accorgesse. Quando ero ancora molto piccolo, mi disse, dopo aver appreso della morte di un suo amico e collega giornalista trovato morto per infarto alla poltrona della sua scrivania: E’ così che mi piacerebbe morire!

Mamma, invece, ha vissuto vigorosa e piena di forze sino a pochi mesi dalla sua morte e, sino alla fine, ha lottato strenuamente per non venir meno ai suoi compiti e a ciò che, nella sua vita, aveva ritenuto prioritario. Poi, quando ha capito che non ce la faceva più a stare al passo con il suo elevato standard e che sarebbe stata soltanto "di peso", s'è abbandonata al sonno e all’oblio. 
Sembrerebbe quasi incredibile dirla in questa termini, ma io che sono stato testimone del suo "transito" mi sono fatto una ferma convinzione che le cose siano andate proprio così.

Io non ho idea di come saranno i miei ultimi giorni e soprattutto di come avverrà la mia fine.

Come uscirò di scena?

Non lo so.

Anche se potessi saperlo, comunque, non vorrei saperlo.

Certo è tuttavia che l'Alzheimer attiva degli inquietanti fantasmi: e forse proprio per questo l’altra mattina non riuscivo a scrivere proprio nulla. Pensavo alla storia del film visto il giorno prima e il soffermarmi su di essa aveva un effetto ottundente su qualsiasi altra mia facoltà.

Non mi piacerebbe svanire nel modo tracciato in modo così dolente dal film di Avati: anche perché in un processo come questo – essendo intaccata la mente pensante - si perde la possibilità di dar testimonianza di ciò che accade e si perde, al contempo, la possibilità stessa dell’elaborazione del processo di decadimento che ci sta accadendo, come dicevo prima.

Da un certo momento in poi si svanisce e basta.

E tutto quello che sei stato prima non conta più.

 

Si finisce con il frammentarsi e con il franare dei propri ricordi personali, fino a che, anche davanti agli altri, di te, non rimane altro che un guscio vuoto: una figura che dapprima si sgrana e poi va in dissolvenza.

Si può lottare contro questa erosione della propria capacità di ricordare: Jonathan Franzen lo racconta a proposito del proprio padre in un denso amarcord (Jonathan Franzen, Il cervello di mio padre, in Come stare soli. Lo scrittore, il lettore e la cultura di massa, Einaudi, 2003).

 

"Una delle storie che intendo raccontare, quindi, mentre cerco di perdonare a me stesso la lunga cecità nei confronti della malattia di mio padre, riguarda la sua propensione a nascondere quella malattia, e il fatto che per parecchio tempo conservò un carattere abbastanza forte da riuscirci.

(…)

In un cassetto trovammo le prove di piccoli, furtivi sforzi per non dimenticare. C’era un mucchio di biglietti su cui aveva scritto l’indirizzo dei suoi figli, un indirizzo su ognuno, ripetuto su parecchi biglietti. Su un altro biglietto aveva scritto la data di nascita dei figli maggiori…" (ib. P. 31-32).



E questo ha scritto una lettrice (mio contatto su FB, dopo aver letto le mie parole

(OF) Mi hai commosso Maurizio, e ciò che scrivi potrei sottoscriverlo anche io. Ho visto, nella mia famiglia, come si muore di cancro (mia madre, in 2 mesi) e come si muore di Alzheimer (il marito di una zia) con un'agonia durata vent'anni che ha spazzato via (senza troppi favoleggiamenti) la sua vita personale e quella della sua famiglia. Per questo non sono andata a vedere il film di Avati: per quanto possa essere lucido e realistico il suo modo di rappresentare la malattia non mi sognerei mai di descrivere lo stato di chi si ammala di questa "cosa" orribile come un viaggio verso una "sconfinata giovinezza"... Dimenticare chi si è, regredire senza rimedio ad uno stato in cui non controlli neppure i bisogni e le funzioni primarie non ha nulla di "poetico"...Tutto questo mi mette addosso solo un'immensa tristezza e ti ringrazio per aver focalizzato nel tuo testo tanti aspetti sui quali anche io rifletto da tempo. Tu scrivi: "...vorremmo che ci fosse qualcuno vicino a noi a cui di storie e ricordi che vengono da un passato remoto importi qualcosa..."
Tanto basta per dirti GRAZIE…

Pupi Avati, Una sconfinata giovinezza, Garzanti, 2010
 

Pupi Avati, Una sconfinata giovinezza, Garzanti

(risguardo di copertina) Sono passati molti anni dal momento in cui si sono innamorati, ma Lino Settembre e sua moglie Chicca continuano ad amarsi. Anche se in apparenza sono persone molto diverse: lei insegna Filologia medievale all'università, lui è un popolare giornalista sportivo che parla spesso di calcio in televisione. Non hanno avuto figli, ma proprio questa mancanza ha finito per rendere ancora più solido e sereno il loro legame. Finché un'ombra non inizia a offuscare la mente di Lino. All'inizio solo momentanei cali d'attenzione, poi vuoti di memoria sempre più ampi e preoccupanti. E a quel punto che comincia la seconda vita di Chicca e Lino, un nuovo amore. Con le sue storie e i suoi personaggi, Pupi Avati sta tracciando uno straordinario autoritratto del nostro paese e del nostro tempo, rivelatore e commovente, tra costume e sentimenti, tra attualità e memoria. Il protagonista di Una sconfinata giovinezza, Lino, perde il contatto con il mondo che lo circonda ma trova rifugio nel ricordo dell'infanzia, nelle sue emozioni e nei suoi profumi. E Pupi Avati, nel raccontare una vicenda che affronta temi di drammatica urgenza, ci sa emozionare e sorprendere.

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14 ottobre 2023 6 14 /10 /ottobre /2023 08:44

Questo scrissi il 14 ottobre del 2011, a proposito dei libri e della perdita d'interesse per la lettura da parte dei più. Questa piccola nota è rimasta dimenticata tra le pieghe di Facebook sino ad oggi.
Penso che valga la pena riportarlo qui sul mio blog perchè sento che in qualche modo sia ancora attuale.

Maurizio Crispi

I rogi dei libri (dal web)

Nei secoli bui dell'umanità, i libri in odore di eresia venivano bruciati in pubblici roghi con la stessa ritualità solenne con cui i "peccatori" venivano arsi tra le fiamme. In modo più rozzo e brutale, i nazisti bruciavano tutte le opere che fossero in odore di eresia, ebraismo, semitismo, sionismo.

Nelle dittature del pensiero, lo stalinismo in testa, i libri e i documenti ufficiali venivano proibiti o, in maniera più sottile, epurati da tutto ciò che fosse difforme rispetto all'assetto del momento, in uno sforzo immane di riscrittura della storia degli eventi e delle idee.
E il romanzo di George Orwell, 1984, è di tali procedure uba semplificazione paradigmatica.
Eppure i libri arricchiscono l'umanità. Marco Aurelio, che era un lettore profondo e un filosofo, fu uno dei più grandi imperatori romani, quanto a statura morale, anche se le sue campagne militari non ebbero eguale successo (forse proprio per il fatto che i suoi interessi più vivi era polarizzati altrove).
Oggi si legge sempre meno. 
E chi dovrebbe guidare il paese, forse (salvo qualche rara eccezione), legge meno di tutti.
Vi siete mai chiesti se il Berlusca abbia mai letto un libro?
Forse si sarà limitato alla scorsa di "barlezzettieri", per avere sempre un raccontino pronto da esporre nei momenti meno opportuni.
Ma indubbiamente certi suoi strafalcioni e certi grezzi pregiudizi più volte ripetuti sino alla nausea rivelano poca cultura: da uno che dice "Romolo e Remolo" non c'è da aspettarsi molto.
Eppure i libri arricchiscono, perché consentono un continuo dialogo tra presente e passato e danno sempre - anche quando si tratta di opere narrative - dei vertici di osservazione inediti sulla realtà che ci circonda.
Oggi, in fondo, quanto preconizzato da Farenheit 451 (sia nell'opera visionaria di Ray Bradbury, sia nel film omonimo di Truffaut) rimane quanto mai attuale, anche se in modi più sottili ed insidiosi, con l'assedio dei moderni gadget che vorrebbero rimpiazzare la pagina scritta e il libro.
Se ci chiedessero di salvare dei libri da una catastrofe quali sceglieremmo?
Sarebbe un compito difficile e arduo, come quei sopravvissuti che (nel film "The day after tomorrow") per riscaldarsi dal gelido freddo polare nato da un'improvvisa (ma annunciata) catastrofe climatica e asserragliati all'interno della fornitissima biblioteca centrale di New York City devono utilizzare i libri come combustibile e non sanno, in certi momenti, quali sacrificare per primi.
Ma, in ogni caso, salvare dei libri, anche pochi soltanto, sarebbe tassativo.
Cosa ci rimane se non i libri e l'ancoraggio alla pagina scritta davanti alla catastrofe imminente - non quella fisica e devastante del declino del corpo, non quella eco-sistemica, non quella di una delle apocalissi prossime venture - ma quella devastante ed incalzante dell'inabissarsi della cultura e dei suoi valori, della fine del piacere della lettura a favore di piaceri più effimeri e superficiali e della perdita collettiva della memoria?

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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