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17 ottobre 2026 6 17 /10 /ottobre /2026 06:54

Tutti gridano

Rimbombo delle loro voci

Echi riverberanti
che si spengono e si riaccendono in ondate cicliche
come il canto delle cicale elevato a potenza

Ecco i gabbiani che banchettano felici
(se felicità essi sperimentano
come possiamo pensarla noi umani),
razzolando in un tappeto di sozzure che ingombrano
i tetti dell'alto castello cinto da mura possenti
(che sono per loro come precipiti scogliere di pascolo e di monta)

A Nord, venti che soffiano tumultuosi
A Sud, mari inquieti con onde che si frangono incessanti
Laghi placidi
e monti che vi si specchiano,
Ad Est, pianeti che seguono il loro moto attorno al Sole

E lì ai piedi di quei contrafforti, dicono,
vi sono le Sirene
che ammaliano con il loro canto

Maurizio Crispi

(Immagine generata dietro mie indicazioni da Gemini AI)

(Immagine generata dietro mie indicazioni da Gemini AI)

Ecco una meditazione sull'indifferenza e la continuità della natura rispetto alle vicende umane.
Il brusio antropico ("tutti gridano") sfuma in un ciclo organico, assimilato al frinire delle cicale. Sulle mura del castello, i gabbiani trasformano i rifiuti umani in nutrimento, ignorando i concetti morali dell'uomo.
Intorno, si dispiega un universo imperturbabile e solenne: venti a Nord, mari a Sud, moti planetari ad Est, laghi e monti che vi si specchiano.
Infine, la presenza mitica delle Sirene ai piedi dei contrafforti salda il paesaggio reale al mito, suggerendo la forza seduttiva e insondabile del cosmo.

Echoes (Pink Floyd, Meddle, 1971)

Overhead the albatross
Hangs motionless upon the air
And deep beneath the rolling waves
In labyrinths of coral caves
The echo of a distant time
Comes willowing across the sand
And everything is green and submarine
And no one showed us to the land
And no one knows the where's or why's
But something stirs and something tries
And starts to climb toward the light
Strangers passing in the street
By chance, two separate glances meet
And I am you and what I see is me
And do I take you by the hand
And lead you through the land
And help me understand the best I can?
And no one calls us to move on
And no one forces down our eyes
No one speaks and no one tries
No one flies around the sun
Cloudless everyday
You fall upon my waking eyes
Inviting and inciting me to rise
And through the window in the wall
Come streaming in on sunlight wings
A million bright ambassadors of morning
And no one sings me lullabies
And no one makes me close my eyes
So I throw the windows wide
And call to you across the sky

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16 ottobre 2026 5 16 /10 /ottobre /2026 06:45

Sbadigli strepitosi
Da slogare la mandibola
Fame d'aria 
Effetto letargico
Desiderio di chiudere gli occhi
Per poter dormire, sognare anche, forse
Essere in una bolgia
Di grida, urli, strepiti,
di clangore di porte metalliche sbattute, 
di tintinnio di chiavi di massiccio acciaio,
di rumori selvaggi di battitura, 
ferro contro ferro,
di telefoni che suonano insistenti,
scroscianti, 
senza che nessuno risponda
Poi tacciono e dopo un po' riprendono
ed è la stessa storia 
E, ancora, sacchi e involucri di plastica,
bottiglie vuote, resti di cibo, pattume e detriti,
abbandonati a formare uno spesso tappeto
dove ratti e gabbiani razzolano avidi
di bocconi succulenti

Ciondola la mia testa,
in preda ad un'ebbrezza di sonno incoercibile

Desiderio di leggerezza e di riscatto
dai vincoli d'un mondo infero e ctonio

Un gabbiano stride beffardo

 

Bolgia (Immagine generata con l'ausilio di Gemini AI)

 

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15 ottobre 2026 4 15 /10 /ottobre /2026 06:43
La meraviglia (immagine generata con l'ausilio di Gemini AI)

Vai
Corri
Stai
Ritorni
Ristai
Riposi
Ripeti
Dormi
Sogni
Sogni
Sogni
Vivi molte altre vite alternative
Poi ritorni
Ripeti
Ripeti

Poi, alla fine,
Ti senti un po’ stanchino 

Allora dormi e sogni
Sogni molte altre vite
Leggi
Vai avanti e indietro 
Nel tempo e nello spazio
Vivi avventure straordinarie 
O anche insignificanti

Poi torni alla ripetizione quotidiana

Negli interstizi
Nei piccoli spazi ed intervalli
Imprevedibili
Si annida la meraviglia delle piccole cose
Basta saperla cogliere con un guizzo dello sguardo
Con una vibrazione delle papille gustative
O nella percezione di un odore 
mai sentito prima
O ancora in un suono lieve di cembali

Un sentire che rimanda 
al tempo remoto
In cui la mente era giovane, 
a tutto aperta

Tutto è in tutto

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11 ottobre 2026 7 11 /10 /ottobre /2026 06:02

C’è un colonnello burbero di modi e salutista
Borbotta di continuo sul deragliamento delle abitudini dei più giovani e sulla loro mancanza di attenzione.
Siamo su di una nave in attesa che salpi, per dare inizio al nostro viaggio
Il colonnello è metodico e ossessivo. Dispone attorno a sé tutte le cose di cui avrà bisogno in viaggio, delimitando in modo netto, senza sbavature, il suo spazio personale di cui si percepisce un contorno quasi geometrico e spigoloso, per quanto invisibile.
É difficile comunicare con lui.
Trovo che sia meglio isolarmi, chiudendomi in una bolla di silenzio protettivo.
Arrivano all’improvviso quattro o cinque ragazzini, tra cui mio figlio Gabriel.
Sono ciarlieri e sovraeccitati, ma sono anche, tutti, orribilmente tatuati.
Grondano acqua: immagino che, nell’attesa, si siano tuffati nelle acque del porto.
Ovvio che abbiano i vestiti tutti bagnati e che le loro cose siano inzuppate d’acqua.
Un disastro.
Mi chiedo perché i giovani, oggi, siano così, incuranti di tutto e disattenti.
Senza dire nulla ad alta voce per non scatenare un torrente di critiche da parte del Colonnello, cerco di chiedere e di informarmi, ma senza ottenere molto.
Loro, questi giovanissimi, sono incuranti e sono immersi in modo fatale nella loro euforia, senza pensieri.
Ritrovo tra le cose di mio figlio un mio libro. 
É “Kolchoz” di Carrère, l’ultimo suo romanzo da poco uscito in traduzione. 
Che ci fa lì? 
Perché mio figlio lo ha preso? 
Il volume é grondante  d’acqua. 
Mi dispiace molto vederlo ridotto in questo stato, perché devo ancora leggerlo.
Cerco di rimediare al danno.
Frugando, trovo in uno scomparto delle salviettine, interi pacchetti. 
Ne prendo uno, convinto di potere usare le salviette che contiene per asciugare il libro intriso d’acqua. 
Ingaggio una epica lotta con l’involucro di plastica del pacchetto che ho afferrato, senza riuscire nel mio scopo.
Sembra che sia chiuso per l’eternità.
Il colonnello arcigno e bene organizzato se ne sta nel suo spazio, immobile, come in meditazione. In realtà, i suoi occhi sono aperti ed egli registra tutto ciò che accade. 
Temo che poi possa sbottare in una sua geremiade 

 

Io e il colonnello (immagine generata da Gemini AI)

 

Esegesi. Il sogno si apre in una tipica dimensione d’attesa e di sospensione: il ponte di una nave pronta a salpare, luogo di passaggio per eccellenza, dove avverto tutta la necessità di mettere ordine, mentre l'incertezza del viaggio mi circonda (ed uno stato d'animo quello dell'incertezza che raggiunge il suo apice, quando il viaggio non è ancora iniziato, ma è lì lì per iniziare, come ho constatato più volte nel corso della mia vita: quando la nave salpa gli ormeggi, il dado è tratto, in genere, e l'ansia cessa per dare luogo ad un orientato psichico interamente focalizzato sul farsi dell'esperienza)..
Su questo ponte si delineano immediatamente tre forze ben distinte che sento agire intorno a me. Da un lato c’è la figura del Colonnello, una presenza quasi scultorea e severa. Il suo comportamento ossessivo — il delimitare con millimetrica precisione il proprio spazio e disporre le cose in modo impeccabile — mi appare come un tentativo spinto di difendersi dal caos esterno. Egli incarna una voce interiore di rigidità, di disciplina e di giudizio, sempre pronta a cogliere il declino delle regole e la perdita di controllo nel mondo circostante. La sua è una presenza vigilante, un'ombra che mi incute un costante desiderio di approvazione o il timore di una critica imminente.
Dall'altro lato, irrompe la carica travolgente dei ragazzi, guidati da mio figlio Gabriel. Grondanti d’acqua, tatuati, vocianti e del tutto inconsapevoli del disordine che portano con sé, rappresentano l'energia pura della giovinezza: una forza fluida, vitale e dirompente, che se ne infischia delle regole, dei confini e delle precauzioni. L'acqua da cui sono impregnati è l'elemento del caos primordiale e della spontaneità, un flusso che bagna e travolge tutto ciò che incontra.
In mezzo a questo scontro sottile mi trovo io. Per proteggermi dall'inflessibilità del Colonnello e dalla confusione dei giovani, cerco inizialmente rifugio in una bolla di silenzio protettivo. Ma la realtà irrompe e mi richiede di agire quando scopro il libro di Emmanuel Carrère, Kolchoz, intriso d'acqua tra le cose di mio figlio. Il libro — un oggetto prezioso, una promessa di lettura non ancora realizzata, un simbolo di cultura, tempo personale e pensiero — si ritrova compromesso non per cattiveria, ma per pura sbadataggine giovanile. Rappresenta quel punto di contatto delicato e doloroso tra le generazioni: il modo in cui i figli toccano e trasformano il mondo dei padri, spesso senza comprenderne appieno il valore e lasciandovi un segno indelebile.
Il mio tentativo di porre rimedio al danno diventa la scena centrale dello conflitto tra i diversi modi di intendere la vita: cerco affannosamente di asciugare le pagine con delle salviette, ma mi scontro con il loro involucro di plastica che sembra sigillato per l'eternità.
Questo momento esprime una forte sensazione di impotenza di fronte all'emergenza.
C'è un'ironia amara nel cercare di riparare un danno d'acqua con salviette inaccessibili, mentre il tempo stringe e lo sguardo del Colonnello resta puntato su di me, immobile e giudicante.
E' come se questo sogno mettesse in scena la mia difficoltà di conciliare due mondi opposti: la tentazione di un ordine rigido e protettivo (che rischia però di diventare arido e giudicante) e l'irruzione della vita giovane, spontanea e disordinata di Gabriel e dei suoi coetanei (che porta gioia e vitalità, ma anche distrazione e perdita).
Al centro di questa tensione resta il mio sforzo silenzioso di prendermi cura di ciò che amo, cercando di salvare la bellezza e la conoscenza anche quando il contesto sembra cospirare per far prevalere il caos.

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8 ottobre 2026 4 08 /10 /ottobre /2026 10:13
Poco di tutto

Senso di vuoto
Isolamento
Scarsa efficacia
Poche energie
Sfinimento
Poco di tutto
Grandi manovre
Assenza
Assenza
Assenza
Oggi miriadi di mosche
Ronzano attorno alla mia testa
Si posano instancabili e moleste
Sulla mia pelle
Mille cose da fare
Rumori forti e violenti
Tanto rumore per nulla
Azioni inefficaci
Colpi sferrati a vuoto
Prepararsi a schivare dei colpi
Andiamo avanti
Qualcuno dice con veemenza vorace:
Ho fame! Ho fame!
E' tempo di merenda
Bisogni elementari e alimentari
Da soddisfare

Sopravviveremo comunque
Siamo naufraghi alla deriva
Sulla zattera della Medusa

 

Poco di tutto (immagine generata da Gemini AI)

 

Ho scritto queste annotazioni sparse al termine di una giornata di lavoro nella CTA dove opero come psichiatra, spinto da un senso di staniamento e di quasi impotenza e fustrazione di fronte alla ripetitività ossessiva di alcune situazioni e alla loro immodificabilità. A volte sembra di portare acqua al mare con un secchio bucato. C'è un senso di costante ricorsività e di assenza di sviluppo, meccanismi nei quali noi stessi operatori siamo ingabbiati. In fondo tutti noi, pazienti ed operatori delle diverse professionalità siamo tutti alla deriva sulla stessa zattera. Va abbandonata ogi retorica sulla capacità di governare la rotta da parte di alcuni (gli operatori) rispetto a quelli che hanno smarrito la loro bussola (i pazienti). Forse questo è un punto di vista piuttosto radicale...

Maurizio Crispi

Esegesi. Lavorare in una comunità terapeutica per pazienti psichiatrici richiede una forma di presenza e di energia che pochi contesti lavorativi domandano. C’è una fatica fisica, ma soprattutto una tensione somatizzata, quel dover stare perennemente con le antenne alzate, pronte a percepire l'innesco di una crisi o a schivare un colpo, sia esso un insulto, una provocazione o una reazione fisica improvvisa. 
Le "mosche" non sono soltanto un dettaglio di colore o un fastidio marginale, ma diventano la metafora centrale del logorio psicologico e professionale con cui ci si confronta giorno per giorno.

Rappresentano innanzitutto quel brusio mentale incessante che si genera quando si è costretti a mantenere costante l'iper-vigilanza. In un ambiente in cui bisogna sempre prevedere la tensione e schivare i colpi, la mente non riesce mai a staccare davvero: le preoccupazioni, le procedure e l'attenzione continua finiscono per addensarsi attorno alla testa come una nube scura che offusca la vista e prosciuga i pensieri e che spesso ci si porta appresso, anche quando si esce dal luogo di lavoro.

C'è poi un aspetto sottile legato alla natura stessa della mosca. Non si tratta di un pericolo macroscopico o improvviso, ma di un un'irritazione minuta, molesta e martellante. È il simbolo perfetto di quella micro-traumatizzazione quotidiana fatta di richieste pressanti, urgenze banali ma trascurabili solo a costo di tensioni, e azioni percepite come inefficaci. Non è un singolo evento catastrofico a prosciugare le energie, ma l'accumulo inesorabile di questi piccoli contatti fastidiosi che si posano sulla pelle senza dare tregua.

Infine, l'immagine delle mosche che si posano instancabili sul corpo suggerisce uno stato di profonda vulnerabilità ed esaurimento. Nella pittura classica, la presenza di insetti sulla pelle immobile evoca l'incapacità di difendersi, l'aver raggiunto quel limite di sfinimento in cui persino il gesto elementare di scacciare una minaccia sembra richiedere troppa energia.
È la sensazione di un'invasione dello spazio personale e interiore: l'impossibilità di trovare un luogo, un momento di silenzio o un confine entro cui mettersi al riparo da ciò che dall'esterno continua a bussare, pretendere e consumare. E, paradossalmente, ci si percuote il corpo e il viso per liberarsi da quelle mosche fastidiose.

Si finisce con l'essere un po' degli autoflagellanti.

 

Eppure, bisogna sempre mantenere la calma. Il più delle volte nulla succede veramente, ma il fatto stesso di dover fronteggiare - mantenendo un atteggiamento di accettazione e di accoglimento - alla lunga genera un senso di logoramento, qualche volta un vissuto di impotenza, anche se non si smette mai di provarci e di tenere alta la fiducia del buon esito del proprio operato.

È comprensibile che, dopo giornate costruite su questo tipo di vigilanza, il risultato sia quel "senso di vuoto" e di "assenza" di cui ho scritto nella mia annotazione diaristica in assetto libero-associativo . Mantenere l'empatia e la pazienza quando il corpo e la mente sono in uno stato continuo di "attacco o fuga" prosciuga le riserve d'energia, lasciando spesso la sensazione di avere agito a vuoto o di aver fatto "grandi manovre" senza reali risultati, specie quando alcuni pazienti vengono imposti dall'esterno senza che vi siano le effettive risorse per poterli supportare.

In contesti del genere, la sensazione di essere sulla "zattera" diventa quasi letterale: ci si trova a gestire i bisogni primari ed emergenti degli altri mentre si cerca di rimanere a galla in attesa di salvezza. 
Gli operatori, coloro che curano, sono sulla stessa zattera di coloro che vengono curati.
Sia gli uni che gli altri hanno bisogno di essere salvati.

Per citare il titolo del romanzo parzialmente autobiografico di Daniele Mencarelli, "tutto chiede salvezza"

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6 ottobre 2026 2 06 /10 /ottobre /2026 06:54

Deh, My Lord misericordioso che tutto puoi
Senza pensiero di far peccato
Ti chiediamo dal profondo del nostro umile cuore
Di imporre la giusta punizione a coloro che ci fanno soffrire
o che, senza ragione alcuna, solo per cattiveria e malanimo,
impongono sofferenze a coloro
cui vogliamo bene, rendendo la loro vita agra
Umilmentee ti chiediamo ciò poiché costoro
hanno dimostrato di essere ormai ben al di là del perdono
Incarica dunque i tuoi angeli caduti e il Re Drago im persona
di afferrarli tra le loro braccia e spire
e tenerli avvinti fortemente senza salvamento
riversando dentro di loro il Male
che hanno dispensato gratuitamente e a piene mani

Amen.

Amtiche fonti celtiche rielaborate

Anatema per tutti coloro che hanno fatto del Male e che del Male sono stati araldi

ANATEMA ETERNA  

O Signore, la Cui misericordia è senza fine,  

Pur Te, Giustizia Ultima, imploriamo con ardore,  

A Te, che in Te Sol vedono la vera colpe,  

E che ci offendono con spietata crudeltà,  

Senza pensare a Te, o al peccato mortale,  

Chiediamo, dal profondo del cuore umile,  

Di imporre una pena che sia adeguata,  

A coloro che senza ragione ci fanno patire.  

A quelli che, per sola cattiveria e malanimo,  

Impongono tormenti a chi ci è più caro,  

Incarica i Tuoi Angeli di Giustizia,  

E che Le Loro Spire si serrino con forza.  

Pena che non veda fine e non trovi scampo,  

Pena che non abbia ristoro né conforto,  

Pena che non lasci spazio al perdono.  

Ti preghiamo di incaricare i Tuoi Angeli Caduti,  

E il Re Drago, che nel Baratro impera,  

Di stringerli tra le loro braccia, spire e artigli,  

Per tutta l'eternità, in un abbraccio infernale.  

Che il loro male sia versato dentro di loro,  

Senza possibilità di fuga e senza sosta,  

Che sia una pioggia di fuoco e di ghiaccio,  

Ti preghiamo di fargli capire il loro male,  

Con un tormento che sia più forte del tempo,  

Che sia una voce che li tormenti ogni giorno,  

Che sia una luce che li accechi ogni notte,  

E che non trovino pace né riposo,  

Sino a quando non chiederanno il Tuo perdono.  

 

Amen.

Anatema per tutti coloro che hanno fatto del Male e che del Male sono stati araldi

Originariamente, nel greco antico, un anatema non era altro che un’offerta votiva, un oggetto "chiamato in alto" e appeso nei templi per essere dedicato a una divinità. Con il passare del tempo e con l'avvento del Cristianesimo, la prospettiva si è completamente ribaltata: consacrare qualcosa a Dio ha iniziato a significare consegnarlo alla sua giustizia e alla sua ira, trasformando il termine in sinonimo di condanna formale e solenne.

Nel mondo della Chiesa, l'anatema è diventato la forma più grave di scomunica, la sentenza definitiva pronunciata da un Papa o da un Concilio contro un eretico o uno scismatico. Era il modo per dire che quella persona era ormai del tutto recisa dal corpo dei fedeli e dai sacramenti, accompagnata dalla celebre formula latina anathema sit, ovvero "sia maledetto" o "sia estromesso".

Uscendo dall'ambito teologico e calandolo nella vita di tutti i giorni, oggi usiamo "anatema" per indicare una maledizione lanciata con particolare veemenza o, in senso figurato, una bocciatura totale e intransigente. Quando si dice che qualcuno ha "scagliato un anatema" contro un'idea, un politico o un comportamento, s'intende che ne ha decretato la riprovazione assoluta, bollandolo come qualcosa da rifiutare e da cui stare a debita distanza.

Un gruppo di preghiera non possiede né l'autorità giuridica né la facoltà spirituale per scagliare un anatema vero e proprio. Nelle tradizioni strutturate come quella cattolica o ortodossa, l'anatema è infatti un atto di giurisdizione, una sanzione ufficiale che solo la gerarchia — un Papa, un Vescovo o un Concilio — ha il potere di comminare. Per la teologia, dunque, dei fedeli che si riuniscono per maledire o condannare qualcuno non stanno compiendo un atto canonico, ma danno vita a una forma di esecrazione spontanea o a quella che viene chiamata "preghiera imprecatoria".

Ma se usciamo dai codici del diritto canonico e guardiamo alla dinamica umana, sociale e antropologica, la sostanza cambia del tutto. Quando una comunità coesa recita all'unisono una formula di condanna, sta compiendo a tutti gli effetti un anatema nei fatti. La sincronia delle voci e il ritmo della preghiera trasformano il giudizio del singolo nell'intima sentenza di un intero gruppo, amplificando a dismisura l'impatto emotivo e il senso di sacralità.

È un gesto che agisce come un potentissimo collante identitario: scandisce con tratto marcato la separazione tra il "noi" — la comunità dei giusti e dei custodi della verità — e il "loro", il deviante, l'eretico o il nemico da respingere. Del resto, questa pratica affonda le radici nel folklore e nella storia profonda delle religioni, dove i riti di esecrazione corale e la recitazione comunitaria dei salmi imprecatori servivano proprio a canalizzare l'ansia, la difesa del gruppo e il rifiuto del male.

In definitiva, se pure manca il timbro di un'autorità ufficiale, l'atto pratico di unirsi per lanciare una condanna corale resta un rito collettivo di straordinaria forza simbolica e psicologica.

Anatema per tutti coloro che hanno fatto del Male e che del Male sono stati araldi

Dalle voragini più profonde e buie dei gironi infernali, dove la pietra trasuda disperazione e il cielo è un soffitto di pece immobile, sorge il Re Dragone.

Non è un semplice mostro di carne e scaglie, ma la carneficina stessa resa sostanza: una creatura fatta di magma raffreddato, ruggine e lamenti pietrificati.

Nelle sue spire ciclopiche, possenti come catene di ghisa e roventi come carbone vivo, stringe un'umanità dannata e ben precisa fatta di coloro che in vita non conobbero la pietà, che esercitarono la gratuità del male.

Nessuna passione li ha spinti, nessuna vendetta li ha accecati, nessun bisogno li ha giustificati: hanno calpestato, tormentato e spezzato la carne e l'anima del prossimo soltanto per il freddo, misero gusto di farlo.

Ora, quella stessa crudeltà senza scopo diventa la loro gabbia.

Il Re Dragone non consuma le sue prede in un soffio; le sostiene nell'agonia. Le sue scaglie affilate come lame da stocco penetrano le carni senza concedere il sollievo della morte; il suo alito, un vapore denso di zolfo e memoria, costringe i dannati a rivivere all'infinito ogni singolo gesto d'abuso, ogni grido che in vita hanno ignorato, amplificato mille volte nel silenzio dell'abisso.

Chi ha goduto delle lacrime altrui, ora affoga nel proprio terrore; chi ha usato il potere per schiacciare, si ritrova stritolato in una stretta che non concede respiro, spezzato osso per osso in una morsa eterna dove l'unica legge rimasta è la restituzione di ogni singola ferita inflitta all'innocente.

I dannati nelle spire del re Dragone (immagine generata con l'ausilio di Gemini AI)

I dannati nelle spire del re Dragone (immagine generata con l'ausilio di Gemini AI)

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5 ottobre 2026 1 05 /10 /ottobre /2026 09:13
Sogno o realtà (immagine generata da Gemini AI)

Mi ritrovo ad accogliere un paziente che ci è stato inviato da altra CTA
Sin dal primo tentativo di colloquio il paziente è mutacico e poco collaborante, quasi ostile
Provo a confrontarmi con gli operatori dell’altra comunità (quella di provenienza) che l’hanno accompagnato da noi. Niente. Non riesco ad ottenere informazioni significative.
Gli stessi operatori sembrano sfuggenti e poco disponibili ad un autentico confronto, né paiono spinti dal desiderio di quanto sono stati bravi nella conduzione del paziente nel tempo che è stato con loro.
Mi è giunta voce che abbia litigato in passato con lo psichiatra che lo aveva in cura e che, a seguito di questo litigio, abbia ricevuto dosi cavalline di psicofarmaci.
Le carte e le relazioni dicono poco di significativo, se non una rendicontazione stereotipata, apparentemente esaustiva, ma vuota nella sostanza.
Le carte ci sono, ma non cantano
Anche sull’episodio di dissidio con il medico precedente non riesco a ricavare molte informazioni attendibili.
Tutto è fumoso e confuso, evidentemente ci sono cose che, per tacito mandato, non devono essere dette
Mi sa tanto che il paziente sia stato inviato da noi come un pacco postale, con una scritta sull’involucro che fa “Sorpresa!”, assieme ad un vivace fiume di pillole, capsule, fiale depot e quant’altro
Non so che pesci prendere
Sì vedrà
Chi vivrá, vedrá

Ed era solo un sogno, ma un sogno con consistenti agganci nella realtà

Voi che ne pensate? 

Commento. I sogni sanno essere incredibilmente precisi nell'inscenare le nostre tensioni più profonde, con quel realismo grezzo che lascia addosso l'amarezza o la stanchezza anche dopo il risveglio.
Visto come scena onirica, il "pacco sorpresa" parla una lingua molto chiara. C'è l'impotenza di fronte a una consegna mistificante, il peso di una responsabilità catapultata addosso senza avere strumenti efficaci, e la sensazione di trovarsi da soli a difendere la dignità della cura contro un sistema cieco, burocratico e persino punitivo.
Il dettaglio degli operatori sfuggenti, della diagnosi mancante e delle "dosi cavalline" racconta molto del carico emotivo che ci si porta dentro nel lavoro quotidiano.
Il sogno mette in scena una paura antica sperimentata da chi cura: l'incomunicabilità tra colleghi, il rischio del cinismo d'équipe e il timore di dover riparare i danni compiuti da altri, colmando con le proprie sole forze la distanza tra la solitudine del paziente e l'indifferenza dell'istituzione.
Nel finale poi, quel "Chi vivrà, vedrà", non è solo rassegnazione: è quasi un mefistofelico dispositivo di difesa, un modo per rimettere un confine tra me e quel caos opaco che rischia di schiacciarmi

Il paziente con la pistola

Ieri un paziente delriante come un cavallo pazzo
mi ha minacciato con una pistola
Dopo varie discussioni ha fatto irruzione nell'aambulatorio dove mi torvavo con le due psicologhe e ci ha puntato addosso una pistola minancciandoci e dicendoci che ci traeva in arresto oppure ci avrebbe sparato
Era davvero agitato
In uno dei suoi deliri fluttuanti ritiene di esser eun agente segreto, un poliziotto, un carabiniere e chissà quanto altro ancora.
Ritiene che sia in suo potere arrestarci o farci arrestare perchè lo teniamo abusivamente in comunità e non lo facciamo andare a casa, malgrado le sue reiterate lagnanze.
Non ci ha preso un colpo perchè sapevamo dalla mattina che era stato visto con una pistola di plastica in tasca. Chiunque altro si sarebbe spaventato anche perchè l'"aggeggio" non aveva il regolamentare tappino rosso.
Di fronte alla minaccia che io sapevo non efficace io sono stato al gioco, ho alzato le mani e ho detto: "Mi arrendo! Però per favore abbassi quell'aggeggio!"

Dopo avere puntato alternativamente la postola su di me e su di una delle due psicologhe, il paziente si è allontanato per ritornare nella sua stanza.

La cosa grave, secondo me, è che nella dinamica del delirio non c'è differenza tra l'ooggetto reale e il simbolo e, quindi, nel caso in questione per il paziente quella pistola era una vera pistola con la quale avrebbe potuto compiere (nella sua percezione) un'azione violenta.

La cosa altrettanto grave (l'abbiamo saputo dopo) è che lo stesso paziente poco prima (o forse la mattina) avesse minacciato un altro degente della struttura infiandogli la canna della pistola in bocca.

Ho dato indicazione di cercare di fare sparire al èpiù presto questo oggetto.
Dopo un primo tentativo di riceverlo in consegna con la persuasione (fallito, poichè non ha voluto consegnarlo, dopo qualche tentennamento) è stato fatto un blitz nel corso del quale la pistola è caduta per terra e accidentalmente è stata pestata e conseguentemente distrutta.

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3 ottobre 2026 6 03 /10 /ottobre /2026 09:00
Lo smaltimento delle cose vecchie (immagine generata con Gemini AI)

Sono in sosta davanti ad una casa isolata in mezzo alla campagna
È una casa antica, sul davanti c’è una costruzione quadrata, rozza, di pietra viva e con il tetto di travi di legno che sporgono dei muri e che si alzano al di là della copertura
Si passa dalla porta stretta, si attraversa un unico locale buio e, passando per un’altra porta altrettanto stretta, si arriva ad una corte interna oltre la quale si trova un altro edificio ad un piano.
Sarò ospite in queste casa per un breve periodo: ci sono una donna e i suoi due figli.
Io devo svuotare la mia macchina dal suo contenuto che è costituito anche da cianfrusaglie più che da un bagaglio vero e proprio
Nello svolgere questo compito, trovo un’infinità di piccoli oggetti, parti di giocattoli, kit di assemblaggio per modellini di aerei, soldatini di plastica di poco prezzo, scatole di puzzle e tanta altra roba, di cui ignoravo l’esistenza
Cerco di coinvolgere i due bambini nel prendersi cura di tutto ciò che potrebbe essere per loro un giocattolo li chiamo più volte per raccogliere le cose che io porgo loro e metterle in un posto sicuro dove i diversi pezzi sciolti non si perdono, ma non mi ascoltano e non arrivano tempestivamente. Ho le mani occupate. Non so dove mettere tutte queste cose, le poggio provvisoriamente su di una superficie, cadono per terra, spargendosi per ogni dove.
Ricordo i singoli dettagli di oggetti minutissimi e dei singoli pezzi sciolti nella scatola di montaggio: anche adesso che scrivo del sogno, continuo a vederli vividamente davanti ai miei occhi come se fossero reali.
Continua il lavoro di svuotamento della macchina: sembra che non debba mai avere fine: quasi una fatica di Sisifo. Spuntano di continuo nuove cose, alcune dimenticate da anni e che non pensavo più di avere con me e come se vemissero rigurgitate fuori come resti di un pasto mal digerito.
Tutto ha un aspetto vecchio e polveroso.
Trovo anche un cuscinetto di stoffa tutto smangia, tanto che l’imbottitura ne fuoriesce fuori a ciuffi, su cui è scritto in ricamo rosso: “Svedese per sempre”. E che ci azzecca?, pensai tra me e me.
Rientro nella casa con questo oggetto e con altre cose e cerco un posto dove io possa smaltirlo.
Ma non trovo un secchio della spazzatura da nessuna parte né un cestino per la carta straccia. 
Allora chiedo alla donna se abbia qualcosa in cui mettere le cose da eliminare e lei mi da un sacchetto di plastica che subito mi pare troppo stretto per le mie necessità: infatti questo cuscinetto “svedese” stenta ad entrarci per quanto io mi sforzi a pigiarlo e a strizzarlo.
Tutta l’altra roba da smaltire dove la metterò?
Ritorno alla macchina e noto che l'ho lasciata con tutte le luci accese, compresi lampeggianti: qualcuno passa e dice che sarebbe meglio al più presto chiudere l’auto e ritirarsi in casa, perché nello stadio di calcio vicino la partita sta per finire e ne usciranno presto gli hooligan adirati e desiderosi di devastare e distruggere qualsiasi cosa si trovi al loro passaggio, come fossero l’orda di Attila.
A questo punto, dovrei interrompere il mio lavoro di svuotamento delle cose vecchie e rotte, spegnere le luci dell’auto e chiudere le portiere con il comando a distanza.
Non riesco ad accedere alla chiave di accensione inserita nel cruscotto: il posto di guida è interamente occupato da un enorme groviglio di fili di cui ignoro la provenienza: cerco di infilare la mano nella fitta matassa e di accedere così alla chiave inserita nel quadro.
Con molte contorsioni della mano e delle dita, alla fine, riesco a girarla e a disinserirla.
Con un doppio bip, riesco a bloccare le portiere e mi ritiro nella casa, rammaricato di non aver potuto portare a termine un lavoro di revisione tanto necessario.

Dissolvenza

Lo smaltimento delle cose vecchie (immagine generata con Gemini AI)

 

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29 settembre 2026 2 29 /09 /settembre /2026 06:41
Il tempo del raccolto (immagine generata con Gemini AI)

Mese dopo mese, il tempo va via veloce 
come l'ultima sabbia nell'ampolla superiore della clessidra
Via un mese, avanza l'altro, 
senza requie, a passo di giava
o ad un ritmo sempre più incalzante e vorticoso
L'anno solare, in fondo mima la vita 
A gennaio sembra di avere molto tempo a disposizione
Le ore e i giorni passano lenti e pigri, quasi sonnacchiosi
Si fa fatica a venire fuori dal letargo invernale
Poi c'è un'accelerazione 
e i giorni prendono a scorrere veloci, ma non troppo
Sembra di essere ancora lontanissimi dai mesi estivi
Eppure, tutt'a un tratto, ci si trova immersi nel pieno rigoglio dell'estate
L'impressione è che si sia ancora ben lontani dalla fine dell'anno 
Le giornate poi si accorciano ed è allora che avviene il cambio di marcia 
Agosto finisce in un pluff
Settembre vola via come le foglie che cominciano a cadere dagli alberi
Ci affacciamo così ad ottobre 
D'improvviso cominci a vedere le olive 
ingrossarsi sui rami  e occhieggiare invitanti tra foglie argentee
S'avvicina allora a grandi falcate il tempo del raccolto,
così come arriva la luna dell'equinozio in tutta la sua pienezza
Già si scorge la fine dell'anno
Ed come essere trasportati dalle rapide di un fiume
verso il balzo della cascata
o come essere fuscelli sballottati da un vento furioso
Ecco dicembre, con il tempo delle feste alle porte,
subito dopo la celebrazione dei morti 
Si pensa alla morte, dunque, e all'estinzione,
ma c'è anche la promessa d'una rinascita ad allietarci 

Viviamo così,
anno dopo anno 
sempre con la speranza che il seme porti frutto 

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27 settembre 2026 7 27 /09 /settembre /2026 06:38
Sogno di essere al SerD (immagine generata da Gemini AI)

Ho fatto ancora una volta un sogno di SerD
Tornavo molto tempo dopo per fare una serie di “lezioni” agli operatori nuovi e ai tirocinanti
Mi incontravo con qualcuno per organizzare il calendario di questi eventi
Ricordo che stavamo seduti ad una scrivania a parlare e che, nel mentre, io facevo qualche telefonata di tipo organizzativo
In particolare chiedevo ad un tirocinante, nuovo assunto, di sostituirmi nella conduzione di un seminario il martedì successivo, poichè io in quel giorno sarei stato impegnato altrove.
Il tirocinante era molto contento di ciò 
Uscivo e, camminando, notavo che mi si era slacciata la cintura dei pantaloni e che la sua grossa fibbia pendeva in basso, dandomi fastidio nella deambulazione
Ma decidevo di far finta di nulla
Fuori per strada mi parlavano di alcuni pazienti in carico al servizio che erano in totale deragliamento, malgrado gli sforzi profusi e congiunti, e che alcuni di loro fumavano cinquanta o anche sessanta sigarette al giorno, senza che si potesse far nulla per impedire ció

Dissolvenza

 

Faccio da solo ed affronto la fatica (immagine generata da Gemini AI)

In un’altra parte del sogno sono con mio fratello nello stesso posto di prima, quando all'improvviso dobbiamo andare via
Per far ció, ci sono delle importanti barriere architettoniche e tutti quanti sono confusi e disorientati
Infatti, per uscire bisogna scendere per delle scale piuttosto ripide con gradini che hanno delle alzate formidabili e il ripiano d’appoggio piuttosto stretto (sembrano le scalinate di qualche piramide azteca)
Sono tutti imbambolati e se ne stanno lì senza far nulla.
Non hanno idea di come aiutare
Ma io non ho bisogno di nulla
So che la posso fare da solo, come sempre.
Chi fa da sè, fa per tre!
Scelgo la via d’uscita che mi appare migliore e più agevole e guido la carrozzina di mio fratello giù per le rampe di scale
In alcuni tratti mi aiuto anche con delle corde
Mio fratello è tranquillo e rilassato
Si affida a me
Insieme superiamo tutti gli ostacoli

Poi, mio fratello non c’è più 
Io sono da solo e sto correndo
Forse sto partecipando ad una maratona lungo le strade di una città antica con la pavimentazione fatta di grandi pietre squadrate
La salita è spaventosa
Sento nei muscoli tutta la fatica dell’andare
Eppure, per quanto lentamente, riesco a progredire
Poi c’è una svolta e la strada riprende a procedere in salita ed è tanto ripida da darmi l’impressione di dovere inerpicarmi su per un muro.
So che ce la faró anche questa volta
L’importante è non perdersi d’animo e andare avanti con pazienza, concentrato, conquistando la strada metro dopo metro, con lentezza, ma sempre con determinazione.

Dissolvenza

Senza via d'uscita

Senza via d'uscita

Ho sognato che ero nel cortile interno di casa mia
Erano in corso dei lavori di rifacimento della pavimentazione
Ero sul punto di dover uscire in auto
Una delle due uscite era transennata e non era praticabile
L’altra rampa invece era ostruita, poiché vi avevano scavato addirittura una trincea, anche se non era transennata
Il fatto che non fosse transennata era per me quasi una beffa, un insulto
Non c’era niente da fare
Non vi era alcuna via di uscita
Ero bloccato dentro casa mia

Fine

Maurizio Crispi (27 settembre 2028)

sotto minaccia (immagine generata da Gemini AI)

Ero sotto minaccia da parte di tre tizi vestiti da maranzá che mi si erano avvicinati mentre svolgevo la mia attività di medico psichiatra in un carcere
Arrivavano con fare da bulli e mi chiedevano “la cura”
Io chiedevo loro: “Che cura”
Loro rispondevano “Lo sai tu qual’è la cura”
“Ma io non so, veramente!”
“Lo sai, lo sai”
“Ma adesso anche se lo sapessi, non potrei far nulla! Non vedete che sto somministrando i farmaci agli altri detenuti?”
In effetti, avevo davanti a me un enorme scatolone pieno di farmaci e, di là dal tavolo dov’era poggiato, c’era una lunga fila di persone in attesa di ricevere i farmaci spettanti
“Aspetteremo”, fecero allora
E hanno aspettato
Poi, svolto il mio compito, mi sono avviato con l’enorme scatola di farmaci per rientrare nel mio ufficio
E ho detto loro: “Andiamo al mio ufficio dove tengo la carta intestata per le prescrizioni!”
“Ti seguiamo e ti teniamo d’occhio. Bada bene di non sgarrare! Se sgarri, ci saranno conseguenze! Verremo a trovarti con il nostro cane addestrato dovunque tu sia e ti faremo del male, molto male!”
Io ero sempre più spaventato e tremavo come una foglia interiormente, mentre all’esterno riuscivo a mantenere la calma, tuttavia 
Al passaggio c’era la farmacia ed io vi entravo, dicendo ai tre di aspettarmi fuori e che avrei solo dovuto depositare la scatola con i farmaci
“Va bene, ma ricordati che se sgarri ci saranno conseguenze!”
Entravo e lanciavo un messaggio di aiuto alla farmacista in turno
“Sono sotto minaccia da parte di tre malacarne che vogliono prescritti farmaci di cui non so niente!!
Dissi questo parlando con il labiale e la farmacista, sempre con il labiale, mi rispose “Ora ci penso io!”
Uscii allora, rinfrancato
“Possiamo andare!!”
“Ti seguiamo e fai attenzione!”
Mi sentivo svenire
Ed ecco il suono benedetto delle sirene della polizia, mentre altre guardie in tenuta antisommossa arrivavano di corsa
I tizi, allora, si sono dileguati a gambe levate
Forse li hanno inseguiti e bloccati, non so
Sono momentaneamente libero dalle minacce, eppure non mi sento del tutto tranquillo
Una nube pesante grava su di me
Mi avvio verso la mia auto e da lontano scorgo i tre malacarne con le loro tute di accetato, e con loro anche un cane minaccioso (potrebbe essere un pitbull o un mastino)
Con il cuore a mille balzo in auto e cerco di avviare il motore, a vuoto naturalmente
Non posso fuggire come vorrei
Il motorino d’avviamento gira a vuoto, ancora e ancora, mentre freneticamente cerco di far partire il motore e così mettermi in salvo
Penso che sono consumato, finito, bruciato... e che, anche se potessi riuscire a fuggire, loro verrebbero a cercarmi e non mi darebbero requie

Dissolvenza

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DSC04695.jpegQuesta pagina è la nuova casa di due blog che alimentavo separatamente. E che erano rispettivamente: Frammenti. Appunti e pensieri sparsi da un diario di bordo e Pensieri sparsi. Riflessioni su temi vari, racconti e piccoli testi senza pretese.

Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).

Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?

La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...

Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...

Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e poi quattro e via discorrendo....

Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.

E quindi ora eccomi qua.

E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.

 

Seguendo il link potete leggere il mio curriculum.

 

 


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