Questo è un sogno avventuroso di libri
L’avventura è nelle pieghe del sogno, e li rimane, perché ne ricordo solo pochi dettagli
Eppure è questa la sensazione che me ne rimane
Devo andare a prendere un libro in libreria, intesa come “bookshop”
Ma il libro che devo prendere ce l’ho già con me
Dunque?
Che senso c’è?
Quale libro è?
É l’ultimo romanzo di Joe Hill, figlio di cotanto padre
Il volume ce l’ho con me in auto
(Sì, sono in auto!)
Ci fermiamo e andiamo
(Non sono solo. Chi c’è con me? Non so!)
La copia in mio possesso
cerco di nasconderla in auto,
prima che io ne esca,
mettendola fuori dalla vista,
poiché potrebbe attizzare qualche ladro di libri
Mi comporto come se quel libro lo avessi rubato e non l'avessi, piuttosto, legittimamente acquisito
Ma non riesco bene nel mio intento
Inoltre, nel tentativo di ficcarlo sotto il sedile (è un grosso volume di quasi 1000 pagine), si stropiccia tutto
Poi andiamo
Entro e dove mi ritrovo?
Nella libreria che frequentavo sino a poco tempo fa e che poi ha chiuso i battenti per cessata attività
Piena di libri, piena di gente
Mi sento stordito e confuso
Non capisco
Mi sento di essere stato preso in giro
Esco a precipizio e me ne vado
Mi pare di ricordare, però, che per potere entrare si sarebbe dovuto pagare un biglietto oppure una quota di affiliazione
C’erano anche molti quadri in vendita
Ero alla guida dell’auto in una difficile situazione
Strade trafficatissime
Rotonde incomprensibili
Snodi autostradali
Segnaletica indecifrabile o assente
Ale mi seguiva su di una bici scassata e cigolante,
presa in prestito
Ad un certo punto del percorso
avrei dovuto imboccare
il primo svincolo,
uscendo così da una complicata rotatoria
Ma niente!
Non potti farlo
poiché un grosso e grasso
camion con rimorchio
mi assillava da dietro
e mi toglieva il respiro
Fui costretto a tirare dritto
Ma ciò costituiva un guaio,
quel che si dice un grosso guaio a Chinatown
Per poter ritornare sui miei passi
dovevo proseguire per oltre dieci chilometri
sino allo svincolo successivo,
dove poter realizzare
l’inversione di marcia
E Ale?
Che fine avrebbe fatto?
Cosa avrei potuto fare
per ricongiungermi a lei?
Mistero!
Poi, di nuovo,
ero in viaggio in un paese africano,
forse la Tunisia
Percorrevo strade interne, impervie e tortuose,
prive di segnaletica
Riuscivo ad andare avanti,
penetrando in profondità
in un territorio che mi era ostile,
senza esitazioni,
senza perdermi
Per tornare,
avrei dovuto percorrere le stesse strade
all'incontrario
e, senza riferimenti, era un’impresa ardua,
poiché avevo un limite di tempo
che era dato dall’orario di partenza
della nave che mi avrebbe riportato
a casa
Non sapevo come fare
perdevo la strada di continuo
Mi stavo perdendo d’animo,
sono a quando non mi ritrovai
a prender l’ardua decisione
di chiedere aiuto
ad un tizio del posto,
losco e malandrino,
un vero mariuolo,
al quale allungai una mazzetta,
perché mi conducesse,
sano e salvo,
sino alla nave e , quindi, sino a casa
É vento di Ponente,
teso e in crescendo
Il mare in subbuglio
é un grande calderone in ebollizione
Fischia il sartiame,
beccheggiano gli scafi e i legni,
opere morte scosse e agitate
opere vive in tensione di spinta
Si sfilacciano le nubi
e vengono trasportate
in un fiero galoppo
di ghost riders in the sky
Tutti corrono ai ripari
e mettono ai ripari
per quando la furia delle raffiche
annunciata ben più severa
si abbatterà su di noi
Intanto il vento già tutto porta via
carte e cartacce
involucri di plastica vuoti
ritagli di stoffa
berretti e cappelli
sciarpe e pashmine
pensieri
sogni e desideri
Tutto vola via nel vento
ed io faccio come il raccoglitore
nel campo di segale
o come un solerte acchiappasogni,
correndo qua e là a raccoglier
ciò che posso
e a salvarlo dall’Abisso
E così le cose non si perdono nei vortici
Non vengono più risucchiate
nel grande nulla,
vivendo di nuova vita
e nuova bellezza
Il bambino che sogna (Immagine costruita con Meta AI)
Il sole sorge
Gioca a rimpiattino con straccetti di nubi
colorandole in tinte pastello
Si nasconde
tra le fronde degli alberi spogli
creando riverberi e riflessi
É questo il nuovo giorno
Maurizio Crispi (10 febbraio 2026)
(alberi spgli (foto di Maurizio Crispi)
Alte torri s’ergono
sotto un cielo corruscato,
ma ci sono pur sempre
sprazzi di sereno
Maurizio Crispi (9 febbraio 2026)
Nuvole e alte torri (foto di Maurizio Crispi)
Mentre il cielo annuncia pioggia
le nubi si aprono rivelando
un piccolo annuncio di sereno
Maurizio Crispi (8 febbraio 2026)
Pioggia e sereno (Foto di Maurizio Crispi)
Il vento ha soffiato forte,
di notte,
abbattendo bici e monopattini
elettrici,
cassonetti e bidoni,
spostando foglie e frasche,
pezzi di carta,
resti di giornali e fantine pubblicitarie,
in mulinelli,
creando qua e lá,
mucchi più o meno vistosi,
e collinette di detriti
Un unico monopattino
è rimasto all’impiedi
puntando dritto
verso il buio,
invitando ad intraprendere
un viaggio verso l’ignoto
o verso il Grande Nulla
Alle spalle
tutto è stato portato via
da quel vortice
che ha lasciato
una tabula rasa elettrificata
É quel che vorrei
per ricominciare daccapo
con un fresco inizio
Maurizio Crispi (7 febbraio 2026)
Una bici abbattuta e la sua ombra in una notte di vento (foto di Maurizio Crispi)
E la frase era stata scritta a penna in gaelico antico, appena pochi tratti evanescenti, buttati lì, senza alcuna ricerca di un buon tratto
Eppure io, anche se a fatica, riuscii a decifrarla
Ripetei la frase ad alta voce e colui che l’aveva scritta, seduto allo stesso tavolo con me, mi guardó pieno di ammirazione
Il cerchio di ostilità si era rotto e si era creato un ponte comunicativo.
Sono in un un luogo a Nord, monti arditi, prati verde-smeraldo, case basse di legno con le facciate vivacemente dipinte, come si vedono in Norvegia o in Islanda
Mi ritrovo in un locale a far colazione assieme ad altri tipi, alcuni decisamente poco raccomandabili
Il tavolo è ingombro di pietanze prese al buffet
C’è davanti a me una grande tazza di caffè, nero e fumante
Mangio in modo sistematico, concedendomi ogni taanto un gran sorso di caffè bollente
Mi alzo poi, per andare a prendere qualcosa d’altro al buffet
Indugio ad osservare una tizia che pure si sta riempiendo il suo piatto
Mi limito ad osservare i suoi movimenti, di cui una parte della mia mente registra l'indubbia eleganza ed intrinseca grazia
Niente altro
Mi distraggo e nulla prendo per me
Torno al mio tavolo e mi accorgo che, nel frattempo, hanno rimosso tutto ciò che vi avevo lasciato, inclusa quella bella tazza di caffè nero, denso e bollente
Sono decisamente stizzito di ciò
È come se fossi rimasto a bocca asciutta
Sono fuori adesso lungo una strada acciottolata che scende verso il fiordo
I sassi sono lisci e, infatti, scivolo più volte
Osservo le mie scarpe e mi accorgo che non sono certo le più adatte per un’escursione
Sono infatti dei semplici mocassini cittadini, con suola di cuoio
Manon ci posso fare niente. Me li devo tenere
Non mi rimane che continuare a camminare incespicando e slittando
Take it easy, my friend!
Ancora, sono in un posto ancora diverso
Chiedo: Come si chiama questa città?
Qualcuno mi risponde: Gerona!
Ed io replico: Sì, Gerona è una città antichissima!
Ma ero in un posto tipo comunità, e, in particolare, mi ritrovavo in una stanza affollata di piccole sedie, tipo quelle dell’asilo
Nella stanza accanto c’era un’importante riunione, a cui partecipavano i pezzi grossi, ma quelli grossi per davvero, quelli che la fanno grossa!
Io dovevo occuparmi di uno un po’ stranito e con un comportamento alquanto infantile
A tratti mi si metteva in braccio, in altri momenti dovevo contenere la sua esuberanza con un abbraccio dolce
Poi, dopo che la riunione dei pezzi grossi era finita si passava al refettorio e qui entrava in scena una festa di pietanze e leccornie, dove c’era il problema della scelta su cosa prendere prima
Io aspettavo paziente il mio turno, ma i degenti-pazienti-impazienti si accapigliavano per arrivare per primi al buffet e riempirsi il piatto ed acciuffare i migliori bocconi
Era una vera ressa senza risparmio di colpi bassi, urtoni, sgambetti, vociare impetuoso e sguaiato
C'era anche chi si introfulava carponi tra le gambe degli altri per poter arrivare per primo al ricco buffet oppure per raccogliere i bocconi gustosi che cadevano dai piatti e dalla tavola
Il refettorio, però, era anche dormitorio e, quasi ad incastro, vi erano sistemati i letti a formare un inestricabile mosaico, in cui tutto e tutti apparivano stipati come in un pollaio
Mi affacciavo e vedevo che le finestre avevano la vista su di un meraviglioso braccio di mare
E mi sembrava che l’intera struttura fosse un veliero in navigazione, con le sartie che sibilavano nel vento e le vele che schioccavano
Ed eccoci al quarto passaggio
Stavo partecipando ad una riunione aziendale di grosso calibro
Eravamo tutti seduti attorno ad un grosso tavolo aziendale, rettangolare, con le due estremità curvilinee a forma di semicerchio, e dotato al centro di una lunga fessura oblunga
Eravamo tutti lì, io ed altri umili servitori, accanto ad alti dignitari che impartivano istruzioni
I dignitari se la cantavano e se la suonavano
Gli umili servitori annuivano o dormivano senza farlo parere
Occhi sbarrati nel nulla o persi nel vuoto, espressioni amimiche, qualche movimento in su e giù della testa, per indicare partecipazione
Qualcuno dei dignitari era ridanciano fuori luogo
Un altro invocava strategie da Grande Fratello e auspicava il dominio della digitalizzazione spinta Ogni spunto, ogni singola cacata deve essere digitalizzato, proclamava Se tutto non viene puntualizzato digitalizzato risulterà che non avete sputato, che non avete pisciato e nemmeno cacato - aggiungeva e parlava come un Master Jedi di Guerre Stellari
Parlava e parlava e le sue parole si condensavano in alto in fiocchi di merda che cominciavano a piovere su di noi, tapini, e sul tavolo dalla superficia immacolata, imbrattandola
Ci era richiesto di rimanere impassibili ed indifferente anche di fronte alla più massiccia pioggia di merda
E così facevamo con gran sofferenza
Dovevamo anzi sorridere come tanti Cipputi allineati e coperti
Qualcuno, però, un po' più defilato apriva un paracqua per proteggersi dalla pioggia nefasta
Il surplus di merda tuttavia non si accumulava sul tavolo (cosa che avrebbe arrecato grande fastidio ai funzionari-dignitari), bensì scivolava gentilmente nella fessura centrale passacavi del grande tavolo riunionie ne era inghiottita
Che fine farà mai tutta questa merda?, mi chiesi, incuriosito
Abbassai la testa e guardai sotto il tavolo e fu realmente una meraviglia ciò che vidi
C'era uno stuolo di omini indaffarati, grandi come un soldo di cacio che armati di grandi gerle (commisurate con la loro statura) rimuovevano di continui la merda che pioveva dalla fessura sopra di loro e la portavano via per riciclarla
All'inizio non potevo credere ai miei occhi
Li chiusi e li aprii più volte
Mi pizzicai la pelle nei punti più sensibili per essere sicuro che non stavo sognando (Sogno o son desto?)
Ma niente: erano sempre là
Anzi, uno di loro si girò verso di me e mi strizzò l'occhio, portando al contempo il dito indice al naso, come a dire: "Zitto, non dire nulla! Non rivelare l'arcano!"
Erano come degli Umpa Lumba che, con il loro indefesso lavorio, traevano materia prima e sopraffina per il buon funzionamento della loro fabbrica del cioccolato o forse anche dei Ridarelli che così raccoglievano abbondante materiale utile per impartire le loro punizioni a tutti coloro che maltrattano le donne e i bambini
Erano costoro dei salvatori, dei buoni samaritani, dei benemeriti, degli eroi, che si prodigavano per impedire che noi, umili servitori, dovessimo morire annegati in un mare di cacca
Una speciale benemerenza agli omini, alacri ed febbrili spalatori
Ed intanto la riunione andava avanti
E tutti erano ignari di tutto
Solo io ero stato in grado di vedere oltre il visibile
Ma chi li aveva mandati questi omini?
Da dove venivano?
Ed i miei interrogativi rimasero senza risposta
A volte bisogna sapersi arrendere all'irruzione del soprannaturale nelle nostre vite ed accettarlo senza porsi tante domande
Lavoro di foglia
per chi non ha voglia
Spazzare
Raccogliere
Gettare nel fogliaio
Raccogliere i lombrichi
che son nati
sotto lo strato di foglie umide
e anche loro lasciar cadere nel fogliaio
I lombrichi sono alacri lavoratori
e generatori di terriccio fertile
Per chi non ha voglia
ottima cosa è il lavoro di foglia
e che dio lo voglia
Maurizio Crispi (1 febbraio 2026)
Frammenti
Sono ad una conferenza (o ad un corso di aggiornamento)
Scambio delle frasi con il mio vicino di posto
Mi parla della sua carriera di tipo universitario ed io gli spiego che, da laureato, mi sono sempre tenuto lontano dal Policlinico e che non ho mai coltivato quel tipo di ambizioni di far carriera accademica
Poi sono fuori per strada
E vedo delle strane scene
Come se tutta la città fosse diventata teatro di un grande allestimento scenografico con una serie di elementi tematici ed anche di arditi percorsi acrobatici
Poi, devo mettermi alla guida di un grande camion colorato, ma anziché entrare nella cabina di guida salto sul retro, mettendomi a cavalcioni di un’asse di legno dipinta di rosso vivo e li rimango bloccato, paralizzato quasi, con la paura del vuoto sottostante e di poter cascare giù (ho la percezione di essere ad una grande altezza e che, pertanto, una caduta potrebbe essere esiziale)
Sono così spaventato che non oso neppure sporgermi e guardare giù
Chiedo aiuto ad uno che si trova a passare di lì e quello mi aiuta a scendere e lo fa, per quanto perplesso e stranito
Mi mostra, infatti, che mi trovavo ad appena un metro e mezzo da terra e che dunque non v’era alcun pericolo
Superato l’imbarazzo del momento entro nella cabina di guida e metto in moto l’automezzo che parte con grande fragore di ferraglie
Era una specie di ristorante-bazar in un fondaco colonizzato dai cinesi
Ristorante era dir molto, in realtà era più una bettola dove si serviva anche da bere, ma dove si poteva comprare di tutto forse anche aiutini chimici (per questi bastava saper dire le parole giuste)
Sul fondo del locale c'era una misteriosa porta verde, al di là della quale soltanto alcuni potevano passare (anche per questo transito occorreva saper pronunciare la parola giusta, una sorta di password)
Mi chiedevo sempre cosa ci fosse oltre quella porta, ma non avevo mai osato chiedere: vedevo che ogni tanto arrivava qualcuno e ci si infilava dentro, ma il movimento era così rapido che non c'era mai modo di vedere cosa vi fosse al di là
Il proprietario-gestore era un grassone-panzone dall'aspetto cinesoidi, nei tratti del viso e con un lungo codino di capelli intrecciati sulla nuca, per il resto calvo totalmente (o rasato)
Non ricordo quali fossero le mie mansioni lì
Forse ero il consigliere del grassone-panzone, anche se erano molte le cose che non sapevo o dalle quali ero tenuto all'oscuro
C'era una tizia, appena arrivata, che doveva essere valutata per essere assunta per servire ai tavoli gli avventori
Anche costei era di aspetto cinese. per quanto piuttosto alta
Era vestita dalla vita in su in abiti tradizionali, con una blusa stinta e sformata che nulla suggeriva circa le forme sottostanti
Tuttavia, l'abbigliamento che copriva la metà inferiore del corpo era tutt'altro
Indossava, infatti, una lunga gonna aderente con un vertiginoso spacco che faceva intravedere gambe lunghe ed affusolate, con i piedi che calzavano scarpe con tacchi vertiginosi
Pareva che questa donna donna fosse stata assemblata partendo da due modelli diversi e totalmente divergenti
Il padrone del locale grassone-panzone sembrava non essersi accorto per nulla di questa contraddizione perché aveva osservato soltanto la metà superiore del corpo della donna
Io, invece, avevo guardato al tutto e mi ero concentrato in ultimo su quelle lunghe gambe che lo spacco consentiva di ammirare
Cercavo di convincere allora il mio datore di lavoro che la donna andava sicuramente assunta e che con la sua presenza gli affari del locali avrebbero tratto beneficio
E c'erano lunghe ed interminabili discussioni
Ci fu cosa
Cascai addormentato
Dormii
Sognai
Non sognai
SOGNAI
Ma non ricordo nulla
Zero tagliato
Solo che mi mettevo
alacremente all’opera
Ma solo questa impressione
Non cosa facessi o dicessi
Poi mi sono alzato
Mi sono guardato allo specchio
e ho visto uno,
un vecchio a me estraneo
che mi guardava
Chi era?
Cosa voleva da me?
Me ne andai
Nulla volevo avere a che fare
con questa presenza disturbante
Ma il Vecchio era sempre lì
che mi fissava,
pieno di sarcasmo
ed anche di pena
Voleva forse dirmi qualcosa
di grave e di urgente
Non so
Forse era questo il sogno
e voleva parlarmi
d’un dialogo impossibile
con l’ombra
con un mio alter ego decrepito
prossimo venturo
Maurizio Crispi (25 gennaio 2026)
Ho pensato al fatto che il giorno prima, durante la mia passeggiata mattutina con il cagnone io avessi incrociato un mio collega coetaneo, compagno di corso universitario, mentre si recava al mercatino a fare spesa. Camminava ricurvo, con andatura incerta e traballante, tutto imbiancato. Nel suo aspetto generale, mi è parso più morto che vivo. Mi sono sentito stringere il cuore per la pena, un sentimento che era indirizzato a lui, ma che - in definitiva - provavo anche per me.
Poi, di nuovo, ho sognato e ho ricordato qualche frammento sparso
Ero in una comunità per psico-pazienti
Qui, ero alle prese con la compilazione di carte, relazioni e moduli, per la dimissione di una paziente dopo un lunghissimo periodo di degenza
Era tutto posto, con un’unica anomalia: la paziente non c’era
Dove’era la paziente?
Nessuno lo sapeva!
Tutti la cercavano di qua e di là, di sopra e di sotto, persino sui tetti e nel più profondo scantinato
Mamma, ci siamo persi un paziente!
Ero in grandi difficoltà, perché pensavo che non si può dimettere il fantasma di un paziente e non sapevo come fare
Intanto, però, instancabile, continuavo a compilare i moduli
Poi, alla fine, la paziente ricompariva, senza tante spiegazioni
Era, la sua, una situazione psicopatologica, molto particolare, un po’ c’era e un po’ scompariva, disincarnandosi ed andando in un Altrove che nessuno di noi curanti conosceva o anche poteva lontanamente immaginare
Apparteneva, in fondo, alla categoria dei parapsicopazienti
Dopo tante ricerche, la paziente si era degnata di ricomparire ed era ora seduta su di una seggiola a ruote ospedaliera, perché è così che va fatta la dimissione di un paziente fragile
Io, a questo punto, finii di compilare i miei moduli e li consegnai alla madre della paziente, con la raccomandazione che, in caso di recrudescenza delle sue disincarnazioni, si presentasse con urgenza in Pronto Soccorso per attivare le. necessarie procedure di stabilizzazione molecolare profonda
*****
A proposito del primo stralcio sognante ho appena trovato queste considerazioni che mi sembrano calzanti e spunto di riflessione feconda, anche se il limite di essa è che è centrata esclusivamente sul proprio sè più profondo ed è meno orientata sulla dimensione relazionale che, invece, anche nelle fasi più tarde della vita può essere fonte di arricchimento.
"Non è facile invecchiare. Devi abituarti a camminare più lentamente, a dire addio a chi eri e a salutare chi sei diventato. È difficile questo compiere anni, bisogna saper accettare il tuo nuovo volto e portare con orgoglio il tuo nuovo corpo, e liberarsi delle vergogne, dei pregiudizi e della paura che portano gli anni. Bisogna lasciare che accada ciò che deve accadere, che se ne vada chi deve andare e che resti chi vuole restare. No, non è facile diventare vecchi, bisogna imparare a non aspettarsi nulla da nessuno, a camminare soli, a svegliarsi soli e a non essere sopraffatti ogni mattina dalla persona che vedi nello specchio, ad accettare che tutto finisce, anche la vita, a sapere dire addio a chi se ne va e a ricordare chi è già andato, a piangere fino a svuotarsi, fino a seccarsi dentro, per far crescere nuovi sorrisi, altre illusioni e nuovi desideri. " (Alejandro Jodorowsky)
Ma, al riguardo, è altrettanto significativa . forse più equilibrata - la riflessione pronunciata nel 2019 dall'allora novantaciqunne Clint Eastwood al cantante country Toby Keith, quando quest'ultimo gli chiese quale fosse il suo segreto per rimanere attivo e brillante alla sua età.
"Quando mi sveglio ogni giorno, non lascio entrare il vecchio. Il mio segreto è lo stesso dal 1959: tenermi occupato. Non lascio mai che il vecchio entri in casa. Ho dovuto trascinarlo fuori perché il tipo si era già comodamente sistemato, infastidendomi a tutte le ore, senza lasciarmi spazio per altro che non fosse la nostalgia. Bisogna rimanere attivi, vivi, felici, forti, capaci. E questo è dentro di noi, nella nostra intelligenza, attitudine e mentalità. Siamo giovani indipendentemente dall'età. Bisogna imparare a lottare per non lasciare 'entrare il vecchio'. Quel vecchio che ci aspetta stanco sul ciglio della strada per scoraggiarci.
Non lascio entrare lo spirito vecchio, il critico, ostile, invidioso, quell' essere che scava nel nostro passato per legarci a lamentele e angosce remote, traumi rivissuti o ondate di dolore. Bisogna voltare le spalle al vecchio mormoratore, pieno di rabbia e lamentele, privo di coraggio, che si rifiuta di credere che la vecchiaia possa essere creativa, decisa, piena di luce e protezione. Invecchiare può essere piacevole, e persino divertente, se sai come utilizzare il tempo, se sei soddisfatto di ciò che hai realizzato e se continui a mantenere l'illusione.Questo si chiama "non lasciare entrare il vecchio in casa".
Queste parole colpèirono così profondamente il cantante da ispirarlo a comporre la canzone "Don't Let the Old Man In" (Non lasciare entrare il vecchio), dedicata al leggendario attore.
(27.01.20226) Rimane solo un misero frammento di una struttura onirica ben più complessa
Ero in campagna e lì osservavo un muro a secco che, nel corso del tempo, avevo realizzato con le mie mani
Ne osservavo le pietre che lo costituivano, tutte ben incastrate tra loro e le riconoscevo tutte come vecchie amiche, ricordando dove le avessi prese e la fatica e il sudore che mi erano costati, trasportarli sin lì
Nelle ultime ore della notte
prima dell’alba,
rumuliamento di raffiche,
faldoni di pioggia fredda e stizzosa
Nessuno esce
Nessun si muove
Un unico cristiano in giro,
affiancato da un grosso cane nero
A tratti camminano
A tratti corrono
Il gelo fa schiattare le mani
Il vento ulula
come un lupo affamato
Presto!
Presto!
Correte ai ripari,
prima d’esser ghermiti dall’uragano!
Maurizio Crispi (29 gennaio 2026)
Pioggia al mattino prima dell'alba (foto di Maurizio Crispi)
Alla Cala e al Molo Sud,
il giorno dopo il fortunale
Scampata é la tempesta
Odo augelli far festa
Panchinari appanchinati
Gatti sornioni
Cani pigroni ed anche neroni
Neuroni pigri
Nuvolaglia vagabonda
accompagna il calar del sole
e si accende di colorate nuance
Si sente anche il respiro del mare,
ed il metronomo del flusso e del riflusso
che fa oscillare gli scafi,
stridere le gomene degli ormeggi,
cantare le sartie
Ed io, osservando tutto questo oscillare,
e ascoltando il canto dell'onda,
sento insorgere incipiente il mal di mare
Una freccia imperiosa m'indica la strada,
sempre
Ed io la seguo con costanza
Grandi cetacei in cielo flottano verso Est
e rapidamente si fanno grigio-neri
per poi scomparire
nelle brume della notte
Siamo qui
Siamo noi
Siamo ancora noi
per un giorno ancora
Maurizio Crispi (22.01.2026)
Refoli di vento stizzoso
fanno volare via le foglie
in mulinelli
e poi ricadono frusciando
Harry c’è
o non c’è?
Qualche ramaglia secca
é stata spezzata
ed ora ingombra la via
Niente alberi caduti
A tranciarli, in questa città,
ci pensano uomini ignoranti
guidati da funzionari
diligenti e altrettanto ignoranti
Per il resto, di Harry a giro
non ho visto null’altro
Magari Harry
ha incontrato la Sally dei suoi sogni
e s’é placato
É tutto per oggi
Maurizio Crispi (21.01.2026)
É arrivata la perturbazione
C’è la pioggia
e soffia il vento gagliardo
Allerta meteo arancione,
domani a Palermo
con scuole,
parchi e giardini pubblici,
impianti sportivi
tutti chiusi
per motivi di sicurezza
Maurizio Crispi (19.01.2026)
Uno sguardo vacuo
Il gesto sprezzante della mano,
un sorriso sghembo
Voci risuonanti
in antri cavernosi e freddi
Attraverso finestre
chiuse da sbarre di ferro ostile
s’intravedono scampoli di blu
Passeggiavamo per andare sino al giardino comunale vicino casa ed eravamo in compagnia del grande Nero, tenuto al guinzaglio
Improvvisamente, ci superava al trotto un fiero leone, enorme, gigantesco, fuori misura
Poteva essere delle dimensioni di un elefante africano adulto
Malgrado la mole, il suo passo era felpato e quasi inudibile e, infatti, era arrivato alle nostre spalle, senza che ci fossimo accorti di nulla
Il leone (era un maschio perché aveva una criniera che lo faceva apparire ancora più minaccioso) ci superò - ignorandoci del tutto - per dirigersi con quella sua andatura gagliarda e determinata, ma anche resa elegante da una felina sinuosità, verso un grande bacino che, un tempo, ospitava paperelle e tartarughe, ma che oggi - a quanto mi è stato detto - offre dimora a un grosso coccodrillo
In effetti, era là che stavamo andando
Ma il leone ci aveva anticipato
Paralizzati dalla paura (per lo scampato pericolo di un attacco letale) lo guardammo avvicinarsi al bordo del bacino e oltrepassare con vigore la fitta coltre di canne che vi era cresciuta attorno
Poi, dopo un attimo di silenzio, udimmo un forte trambusto e dei ruggiti
Quindi, il leone riemerse dal canneto, portando tra le fauci il coccodrillo, che - pur grande di suo - pareva un fuscello nel confronto con la sua statura elefantina
Posatolo a terra (ed era ancora vivo), cominciò a dilaniarlo, indifferente alla dura corazza, a farlo a pezzi e a sbranarlo
L’ultima cosa che ricordo è una chiazza di sangue vermiglio allargarsi ai piedi del leone durante quel sì fiero pasto
Terrorizzato, dissi ai miei (Nerone incluso): Non è più sicuro qui, andiamocene! Torniamo a casa!
E così facemmo: invertimmo la nostra rotta per dirigerci a passo svelto, tremuli per il terrore, verso il nostro posto sicuro, mentre io mi guardavo nervosamente alle spalle nel timore che il leone, eccitato da tutto quel sangue, non tornasse ratto alla nostra ricerca, per fare di noi il suo pasto o per trasformarci in un semplice, crudele, trastullo Svelti, svelti! Su, camminate! E non guardate indietro! Io non ho l’arma che sconfigge il leone!, mi ritrovai a dire
Indelebile rimase impressa nelle mie retine l’immagine cruenta del fiero pasto e di quella terribile chiazza color vermiglio
Ero su di una strada che costeggiava il mare la cui superficie inquieta era percorsa da onde enormi che rotolavano verso la riva, gonfiandosi via via di più e poi rompendosi con effetti mirabolanti di creste e riccioli di spuma bianca brillanti nel sole
C’era un’imbarcazione con un vogatore che aspettava che arrivasse l’onda e, non appena questa cominciava a gonfiarsi l’uomo iniziava a vogare a perdifiato per cavalcare l’onda senza esserne sommerso
Non lo seguivo con lo sguardo sino alla fine del suo eroico tentativo
Poi, però scompariva in mezzo ai flutti
Forse, la prua della barca s'era impuntata o forse s'era del tutto frantumata nella risacca violenta, non so
Come che fosse, non ve n'era più traccia alcuna
Poi, sempre seguendo la strada, arrivavo in un punto dove si apriva allo sguardo una grande piana che era stata del tutto invasa dalle onde spumose che vi si rincorrevano come cavalli selvaggi ed io mi ritrovavo a correre lungo il perimetro di quella piana, proprio al limite della zona invasa dal mare tempestoso, cercando di non bagnarmi i piedi, come si fa quando si corre sulla battigia e la traiettoria del proprio incedere diviene ondulata e zigzagante, proprio per evitare i capricci della risacca e ogni tanto l'onda in arrivo cancella del tutto le impronte del corridore
Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre
armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro
intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno
nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).
Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?
La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...
Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...
Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e
poi quattro e via discorrendo....
Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a
fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.
E quindi ora eccomi qua.
E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.