Palme, palmizi e nuvolette,
svettanti e cotonose
pozzanghere residue della pioggia di ieri
riflettono il cielo e le nuvole
Io e Black, nerin nerone,
e gli farei anche un’allegra canzoncina,
andiamo avanti
a passo guagliardo
ma anche gagliardo
sventolando il festoso gagliardetto
Era freddo ieri,
lo è meno oggi,
ma dimane sarà peggio
Monopattinatori elettrici
e ciclisti su pista ciclabile
sfrecciano, imbacuccati
Detriti e rottami
Graffiti
Un albero tagliato selvaggiamente
e nel mozzicone rimasto
non ci sono segni di malura
Il mischino sta provando a ricrescere
in un’affannosa corsa contro tempo,
prima che lo taglino di nuovo,
tarpandogli le ali
Poi altri camminamenti
nel Giardino all’inglese
Mi siedo su una panchina di ferro,
poi su un’altra
Alcune di queste
sono dipinte e graffitate,
ma anche graffiate e marchiate,
quasi giulive con quei bei colori
Qualcuno rimuove le foglie secche,
ammucchiandole
ma se non vengono insaccate
con solerzia e alla spiccia
il vento dopo un po’ le sposterà
di nuovo,
vanificando il lavoro di prima
Una gattara arriva carica di sacchitelli,
e sporte e pacchetti vari,
come una prodiga befana
e mi chiede con insistenza
se Black nerone è bonario
coi suoi gatti che orora
a frotte arriveranno
attratti dal ciborio che lei prodiga dispenserà
Una nonna accompagna il nipotino
a scuola tenendolo per mano
e nell’altra mano regge
un’ancestrale cartella
di quelle che si usavano un tempo
Soggetti resistenti,
forse anche renitenti,
ma andiamo, via!, via!,
andiam andiamo,
sogniamo e voliamo!
Un alto volo della mente
per poi guardare in basso
verso il fondo dell’abisso
Indi precipitar giù in un’unica,
lunghissima, caduta
è solo il buon Dio mi salverà,
se nel frattempo
non se l’é filata via
Il sole al tramonto si accinge a scendere dietro la linea delle montagne e fra non molto scomparirà
Intanto, la sua luce intensa (abbacinante, se non fosse schermata dalla nuvolaglia) si riflette sulla superficie mossa dell’acqua
Le nuvole sono tutte affastellate, ma ce ne sono alcune isolate come pecorelle riottose che, nei pascoli del cielo, cercano la loro solitudine
Il soffio mutevole della brezza, a tratti più forte a tratti più leggero, crea un effetto straniante di malinconia, assieme alle sensazioni generate dalle navi alla fonda e delle imbarcazioni da diporto ormeggiate lungo il molo, il cui movimento leggero provoca un debole sciacquio ma tutte quante - siano esse le grandi navi, siano esse le imbarcazioni più piccole - sono trattenute dalle gomene e non possono prendere il largo né essere trascinate via dal vento o dalla corrente
Tutto sembra sospeso sull’orlo di un movimento rattenuto che non può prendere corpo e nemmeno può avere sostanza: un movimento che rimane solo in potenza tra le braccia rassicuranti del porto, a vele ammainate e a motori spenti.
Anche quella foresta fitta di alberi senza foglie che si stagliano contro il cielo e le nubi che intanto trascolorano in tonalità di colore continuamente cangianti induce a pensieri di tristezza e malinconia.
I gatti sul molo tengono d’occhio la situazione e fanno la posta ad uno sparuto gruppetto di pescatori con la canna, pratica per cui ci vuole pazienza e capacità di indulgere alla filosofia dell’attesa, oziando intanto con i propri pensieri
Poi, all’improvviso, le viscere di un grande naviglio cominciano ad eruttare nuvole di fumo bigio e quell’enorme corpaccione prende vita con eliche che sommuovono le acque torpide e lo spingono lontano dalla banchina verso l’imboccatura del porto; sembra che con la sua mole non ce la possa mai fare a sgusciare via tra i moli, eppure con lenti movimenti ce la fa ed è libero di raggiungere il vasto mare, liberandosi dall'abbraccio protettivo dei moli
Il sole con i suoi ultimi raggi, ritardatari, si nasconde sempre più dietro le nubi, imporporandone i margini frastagliati
La bitta rossa getta la sua ombra sempre più lunga sulle pietre squadrate che pavimentano il molo
E poi è subito sera
Palme,
nuvole,
barche e navi,
una grande nave che salpa
e sembra non farcela,
con quel suo corpaccione enorme,
a divincolarsi dai moli
che la stringono
e poi, alla fine, è libera,
prendendo il mare aperto
Sole che occhieggia,
approssimandosi al tramonto
Forti impressioni,
a tutto tondo,
indelebili
Maurizio Crispi (23 ottobre 2025)
Foto di Maurizio Crispi
Fortunale in arrivo
Nubi si addensano
Sopra Monte Pellegrino
un grande piovasco
che si avvicina a grandi passi
verso il Molo Sud
Sono state chiuse le coperture,
serrati gli ormeggi,
alcune imbarcazioni di piccolo cabotaggio
sono spostate verso approdi più sicuri
I pescatori usuali,
già radi rispetto al solito,
vanno via
Uno solo persiste
riparandosi con un ombrellino arancione
che forma nelle sfumature di grigio
una macchia cromatica abbagliante
E poi è arrivata la tempesta
Pioggia violenta,
ma senza vento
Al riparo!
Al riparo!
La grande nave
é uscita in mare aperto
subito avvolta nella bruma
E di lei è rimasto
solo il suono cupo della sirena,
echeggiante
Sempre alla Cala e al Molo Sud
Sempre gli stessi luoghi
continuamente cangianti
come i colori,
le luci,
le atmosfere
Ma è anche lo sguardo
a modificarsi di continuo,
posandosi ora qua ora là,
come anche l’occhio che vede
e il cervello che percepisce
con l’attivazione di pattern neuronali
sempre diversi
Quindi, la stessa cosa
é molte cose diverse,
è poliedrica,
é multiforme,
é mutaforma
Basta accettare la mutevolezza,
la variabilità delle cose,
vedendone l’intrinseca instabilità,
osservando le anomalie
nella loro tessitura,
e non rimanere imprigionati
nel vedere un’unica forma,
immutabile
Ed è qui che nasce
il senso della meraviglia
Maurizi Crispi (4 novembre 2025)
Un altro giorno volge al termine
tra vento,
nuvole flottanti,
il barbaglio dell’ultimo sole
e la luna quasi al suo pieno fulgore
sorgente dal mare
Un pescatore a canna
si attarda ancora
sino al primo lucore della luna
Maurizio Crispi (5 ovembre 2025)
Sempre là siamo
tra il Foro Italico,
il Parco della Salute,
il Nautoscopio
e il Molo Sud
Forte transito di auto
ma anche aroma forte
di brat wurst grigliati
Il venditore, con il suo carro-ristoro
s’é infrattato (forse per scansar verbali),
ma l’odore lo tradisce
e fa da guida olfattiva
agli affamati
Navi titaniche,
palazzi naviganti
escono mollemente dal porto
e s’avventurano verso il mare aperto
Queste navi attivano
nell’astante
l’ansia di voler andare,
verso luoghi lontani
a volte anche esotici,
e poi si perdono tremule
oltre la linea d’ombra dell’orizzonte
Maurizio Crispi (7 novembre 2025)
Nubi tempestose
cariche di pioggia
Ed é poi arrivato
il rovescio di pioggia
annunciato
Gocce che picchiettano
senza tregua
sul basolato di grandi pietre squadrate
E la luna nuova
gioca a rimpiattino
tra quelle nubi,
mentre vele gonfiate dal vento
s’affrettano
al riparo delle ali sicure del porto
Candeggina,
sento odor forte di candeggina,
forte odore
e il naso prude e lacrima,
mi colano anche gli occhi
Disinfettiamo tutto, con forza
con ardore,
con vigore sublime
Candido Candide
Leggiamo o rileggiamo Voltaire,
é certamente meglio!
Ho voglia di mangiare un bel candito Mmmmmm
Che buono!
É uno sballo sentirlo crocchiare
sotto i denti
che si appiccicano
alla sua sostanza zuccherina e collosa
Testa fredda
Mi vengono i brividi alla cucuzzedda
Correnti d'aria stizzose
s’impongono al mio cervello,
lo fanno restringere
Pelle d'oca al cervello,
se così si può dire
Il cervello è molto snello
e privo di orpello
ben intrattenuto
dalla melodia dolce e profonda
del violoncello
Almeno, questo sarebbe il desìo
E invece
Voci, grida stentoree e sguaiate
Rumori di cancelli di pesante acciaio sbattuti
Clangore di grosse chiavi d’ottone
E' come essere
nel bel mezzo della piazza di un mercato
in cui ognuno grida la sua merce con fervore
e dove, di tanto in tanto,
si accendono liti
intense e furibonde tra i facinorosi,
frastuono e stimolazioni sensoriali
che sembrano appartenere
alla più profonda delle bolgie dantesche
Stiamo camminando con mio figlio attorno alle 23.00 del 18 marzo (ieri), fa freddino, umido più che altro, dopo una giornata sciroccosa. Mentre passiamo dalle parti di Torre Sperlinga vediamo uno ...
Si arrivava in genere per nave, essendo partiti nel tardo pomeriggio dal Pireo, alle prime luci dell'alba.
Si metteva piede a terra e ci si doveva inerpicare su per una ripida strada sino al centro abitato. Non ricordo che ci fossero taxi o bus, allora, se non un servizio rudimentale di trasporto dei bagagli per chi non avesse lo zaino, a dorso di mulo.
Infatti, c'erano i muli "parcheggiati" all'inizio della strada (simile a quella che conduce al santuario di Santa Rosalia, per intenderci) e vicino a loro i mulattieri che si proponevano per il loro servizio. I più affaticati potevano anche essere trasportati sul mulo.
Vedere tutto ciò all'arrivo, alle prime brume dell'alba, sembrava riportare all'indietro l'orologio del tempo, rispetto al luogo da dove si veniva...
Il mio viaggio a Santorini avvenne nella tarda estate del 1990.
Fu come tante cose che feci in quegli anni il risultato d'una decisione d'impeto.
Perchè scelsi di andare proprio a Santorini?
Non saprei.
Forse - pochi mesi prima - mi era capitato di leggere un breve romanzo di Henry Miller ambientato nelle isole dell'Egeo (Il Colosso di Marussi) anche se dei diversi luoghi citati non si parla affatto di Thira.
Forse, nel mio animo riecheggiavano anche altre letture, tra cui Il mago di John Fowles che vede come sua ambientazione principale una piccola isola greca, ma per certo ebbe un notevole peso in questa mia decisione il riecheggiare di un viaggio effettuato alcuni anni prima in assetto familiare e che ci portò anche ad esplorare l'isola di Creta e la regia di Cnosso.
Molte e tante furono dunque le suggestioni che mi indussero a pensare a Satorini, come mia meta di viaggio, una scelta che fu di sicuro molto poco riflessiva e guidata dalla pancia, per così dire, oltre che dal desiderio di confrontarmi con un luogo in qualche misura mitico e dotato di grande fascino
Fu una vacanza di circa 15 giorni.
Ero allora nel pieno della mia preparazione per la partecipazione ad una maratona (forse avevo in programma la maratona di Berlino nel settembre successivo).
Quindi andai, fermamente deciso ad unire assieme lo sport e il turismo, realizzando al contempo uno stacco in solitudine da realtà controverse, conflittuali, nelle quali mi sentivo ancora dolorosamente immerso.
Cosa ricordo della mia vacanza a Santorini?
Innanzitutto il primo impatto con una natura selvaggia ed ostica, pietra lavica dovunque, nera e scura, in taluni punti rossastra.
Un'enorme mezzaluna di roccia vulcanica che racchiudeva un ampia laguna al cui centro si stagliava un isolotto brullo (Nea Kameni) che era quel che rimaneva dell'antico cratere vulcanico.
Al di là, altri isolotti nerastri racchiudenti l'orizzonte e che contribuivano a chiudere, per quanto con dei segmenti spezzati un vastissimo cerchio attorno all'isolotto centrale; di questi il più ampio è Therasia.
L'isola principale che è Thira e quelle perimetrali - queste ultime scarsamente abitate - rappresentano ciò che rimane di una vastissima caldera, dopo un'immensa esplosione eruttiva che portò una parte degli ampi terreni che costituivano un'isola ben più grande dell'attuale (di forma grosso modo circolare) ad inabissarsi nel mare.
Forse proprio da quest'evento catastrofico che si verificò nel XVI secolo AC e che, secondo gli storici antichi fece oscurare il sole per via delle polveri vulcaniche sollevate nell'atmosfera, si originato il mito del continente sommerso di Atlantide.
Appena arrivato, mi resi conto che per girare l'isola occorreva un mezzo e fu così che, sin dal primo giorno (arrivai in nave alle prime luci dell'alba), affittai una scassata motorella, ma tuttavia sufficiente a portarmi in giro da un capo all'altro dell'isola principale.
Le mie giornate presero rapidamente un ritmo ben preciso.
La mattina presto mi dedicavo all'allenamento di corsa e, per l'esattezza, correvo per circa venti chilometri al giorno, raggiungendo ogni volta l'estremità della mezzaluna e tornando indietro, un giorno andando in una direzione e il giorno successivo nell'altra.
Per arrivare all'estremità partendo sempre dal centro abitato principale che si trovava a metà circa della mezzaluna c'era una distanza di circa 10 km: quindi erano, ogni volta,10 km all'andata e dieci al ritorno: a giorni alterni, sempre correndo sulla stessa distanza, facevo dei lavori specifici, seguendo un piano di allenamento che un mio amico aveva predisposto per me.
Mentre correvo, pensavo e riflettevo, riempendomi la testa di un distillato di emozioni e sensazioni per il fatto di trovarmi lì in quell'isola in cui sembrava che si unissero le forze primordiali dell'acqua e del fuoco.
Tornato dalla corsa e dopo una breve seduta di ginnastica e stretching (e spesso con una pausa di lettura e di aggiornamento della mia agenda) me ne partivo in esplorazione con la motorella e andavo girando per l'isola minuziosamente senza lasciare che una singola parte di essa mi sfuggisse, peraltro guidato da ciò che avevo visto e osservato durante le mie corse quotidiane e che aveva attivato la mia curiosità.
A volta, sì, andavo anche al mare, mi mettevo in costume, me ne stavo al sole o sulla riva delle spiaggia sabbiose di bigia sabbia vulcanica che si trovavano tutte sul lato esterno dell'isola, decisamente più morbido e digradante, ma per me era più importante esplorare, e direi quasi "bere" - sino ad inebriarmene - l'atmosfera dell'isola, fermarmi nei punti più panoramici ad osservare, oppure sedermi in piccoli caffè ad osservare la gente.
La gente! Si c'era tantissima gente, di ogni nazionalità, in centinaia e centinaia, se non in migliaia, alcuni sbarcavano soltanto per poche ore o rimanevano per pochissimi giorni, altri erano più stanziali. Gli autoctoni quasi scomparivano di fronte alla numerosità degli stranieri.
Tantissimi gli americani e i tedeschi.
Il pregio dell'isola, tuttavia, risiedeva anche nel fatto che, essendo molto grande, durante il giorno tutti si disperdevano in giro qua e là.
Soltanto la sera si acquisiva la consapevolezza della compattezza e della vastità di queste falangi di turisti in massima parte e di viaggiatori veri (solo una minoranza), poiché andava a finire che tutti si ritrovavano nelle piazze principali del borgo abitato principale (Thira) e della cittadina abbarbicata ancora più in alto sul costone della montagna (Imerovigli).
Imerovigli era più frequentata per i suoi deliziosi piccoli caffè che consentivano a chi si sedesse a quei tavoli in portici ombreggiati di far spaziare lo sguardo verso il centro della caldera, dove sovente in corrispondenza di Thira stava ormeggiata una grande nave da crociera o da dove partivano imbarcazioni più piccole per escursioni verso Nea Kameni oppure Therasia.
Thira (o Santorini), invece, era più frequentata di sera dove frotte di gente si muovevano chiassose per consumare dei pasti raffazzonati presso numerose bettole fumose allestite al centro delle strade e protette da rozzi ripari di tela grezza, oppure alla ricerca di piccoli ristoranti un po' più raffinati.
Io mi limitavo alle bettole, sia perchè non volevo spendere troppo, sia perché adoro il cibo che vi si ritrova (molto simile al nostro cibo da strada), dove è possibile sempre un'ampia scelta di cibi gustosi e speziati (a partire dai souvlaki, sino agli involtini di riso e carne il cui esterno è fatto di foglie di vite (dolmades), passando dalla moussakà e dai peperoni o pomodori ripieni (Gemistà), buonissimi, per quanto indigesti) da innaffiare con birra oppure con l'onnipresente retsina.
Ogni tanto arrivava un violento acquazzone serale determinando un fuggi fuggi generale e il cibo mezzo mangiato rimaneva abbandonato sui tavoli, in piatti frugali di ceramica povera semiallagati.
Come di giorno ero determinato a perseguire il mio allenamento (i famosi 20 km), così di sera vagavo oziosamente, lasciandomi trascinare dalla folla, andando dove mi portava il vento, ma non indugiavo mai in queste peregrinazioni da flaneur oltre una certa ora, poiché dovevo essere pronto il giorno dopo per il mio allenamento da stakanovista.
Vivevo tutto come trasognato, devo dire, senza mai stabilire relazioni di nessun genere con altri, o almeno molto di rado.
Stavo molto sulle mie. Osservavo, guardavo, registravo dettagli nella mia mente.
Non ero interessato alla dimensione interpersonale. Non c'era spazio per altre persone con cui interfacciarmi; fondamentalmente, ero intento a risanare le mie ferite. Ero forse come un guaritore ferito.
Forse, ero più focalizzato sulla mia interiorità sofferente, ma ciò nondimeno aperta alla meraviglia.
Ricordo che, in quei giorni, scrivevo molto nella mia agenda e in foglietti volanti che avevo con me, cercando di catturare i miei stati d'animo, anche i più volatili, e i miei sogni: cercando di tradurre in parole e frasi i colori, i suoni, gli odori e tutte le altre sensazioni che mi attraversavano nell'intera gamma delle loro sfumature.
Leggevo anche, ma non ricordo proprio quali libri mi fossi portato da leggere in quei giorni: su questo aspetto c'è il buio più totale, a differenza di altri viaggi che ho compiuto nella mia vita, nel ricordo di ciascuno dei quali campeggia un libro (talvolta due) che hanno lasciato il segno dentro di me, integrandosi perfettamente nel mio ritmo interiore e nella meraviglia della scoperta.
Facevo anche cose da turista. Un giorno andai a visitare gli scavi archeologici dell'isola, in un sito dove è stata scoperta un'intera città che rimase sepolta sotto le ceneri della grande eruzione vulcanica che decretò la scomparsa della evoluta città (ed isola di Santorini), una sorta Pompei, insomma.
Poi, partecipai anche ad una gita organizzata che portava i partecipanti per mezzo di una semplice imbarcazione a Nea Kameni e forse anche a Therasia (ma adesso non ricordo bene): vedo nella mia mente un'immagine di tanti che camminavano in fila lungo un brullo crinale di pietre vulcaniche e poi mi sovviene ancora sul punto più altro di Nea Kameni il ricordo di un grosso masso di ossidiana (che debitamente fotografai) sulla cui superficie liscia una mano ignota aveva vergato in grandi caratteri a stampatello quest'esortazione: "Make love slowly" che mi lascio incantato, per quanto malinconico, poiché in quel momento non avevo riserve d'amore da poter dare e niente amore del tutto da ricevere (e l'amore, in quanto sesso, non lo facevo nè rapido, nè lento).
In fondo ero solo nell'intero universo. un corridore solitario - a volte un camminatore - sperso nel bel mezzo di infiniti campi di lava e, giorno dopo giorno, la sedimentazione del sommarsi di queste impressioni, emozioni e sensazioni, mi porto a scrivere un lungo racconto in cui si narrava di uno che instancabilmente correva in una corsa solitaria, infinita e interminabile.
Ero inebriato da ciò che vedevo.
Densi contrasti cromatici
Il nero o il rosso della pietra lavica
Il bianco abbacinante delle pareti delle case ricoperte da intonaci grossolani
L'azzurro delle cupolette soprastanti le unità abitative e delle cupole ben più grandi delle chiese costruite nei luoghi più elevati dell'isola, attorno alle quali le casette si addensavano come greggi di pecorelle.
E poi ancora l'azzurro dei tetti e degli scuri delle finestrelle che si intonava perfettamente con l'azzurro del mare e del cielo.
C'era da ubriacarsi di sensazioni ed emozioni. E ogni giorno bevevo avidamente da questo calice che il luogo mi offriva
Un giorno, andavo sulla mia motorella (forse proprio nel giorno in cui feci l'escursione al sito degli scavi archeologici) e vidi che una tizia (una turista) camminava sulla strada sconnessa e polveroso, borsa a tracolla e un berrettino che le copriva solo parzialmente dei lunghi capelli). Quando fui alla sua altezza mi fermai e le chiesi dove stesse andando e se volesse un passaggio. Ci intendemmo alla perfezione poiché parlava inglese (era americana, come scoprii in seguito)
Mi disse che stava andando proprio dove ero diretto io
Le dissi di montare in sella che saremmo andati assieme.
E da lì partì una giornata fantastica di esplorazioni e di conversazioni
Forse capitò anche che andassimo al mare assieme (ma adesso questo dettaglio non lo ricordo bene).
Forse ci furono anche lievi conversazioni in cui scoprimmo di avere delle affinità. Era una psicologa statunitense e lavorava ad un progetto di studio sulle personalità borderline, mi disse.
E io ero psichiatra. Eccellente sintonia, anche su questi aspetti. Ma non parlammo solo di questo.
Parlammo di ciò che vedevamo e di ciò che ci colpiva.
Era una conversazione disincantata come solo può accadere tra due persone di sesso diverso che, incontrandosi, accantonano sin da subito qualsiasi intento di reciproca seduttività o semplicemente non ci pensano.
Riguardando indietro a quell'incontro, devo dire che quella che mi capitò di incontrare era una giovane donna carina, se non addirittura bella, oltre che intelligente e di gradevole conversazione.
Eppure quell'incontro non portò a nulla: al termine della giornata trascorsa assieme con grande diletto ci separammo. Forse ci scambiammo i rispettivi indirizzi al fine che io le potessi inviare copie delle foto che avevo scattato. Ma non saprei dire se lo feci veramente. In ogni caso, quell'indirizzo, se mai l'ho avuto, l'ho smarrito.
Ci separammo e fu un incontro conchiuso in se stesso. Io ero troppo oberato dalle mie vicissitudini di vita dalle quali desideravo soltanto di potermi disintossicare per potere pensare ad altro.
Non ci incrociammo più durante il mio restante soggiorno nell'isola.
Eppure fui grato di quell'incontro che mi donò lievità e spensieratezza.
In una diversa circostanza mi imbattei in una giovane svedese, anche lei molto giovane, che girava a fare delle foto alle cupole delle chiese e ai tetti delle case, azzurri e bianchi abbaglianti che si stagliavano contro lo sfondo del cielo azzurro e luminoso, e che poi - come mi spiegò - avrebbe usato per dipingere le sue tele, delle quali - aggiunse - di lì a poco avrebbe organizzato una mostra (oggi con parola più raffinata e blasé, si direbbe vernissage) mi uno spazio che le era stato messo a disposizione.
Ci andai a quella mostra e passammo molto tempo a chiacchierare delle sue opere, alcune delle quali erano di grandi proporzioni, non certamente miniature.
Lena - così si chiamava - pensava in grande: non si limitava alle miniature.
I suoi colori e il suo tratto riuscivano perfettamente a catturare l'essenza di quelle case e di quelle chiese ed anche forse una parte del segreto di quel cielo così intensamente azzurro.
Mi invaghii di uno dei suoi quadri. Fu un colpo di fulmine e, senza esitare, le dissi che avrei voluto comprarlo.
Al momento del pagamento risultò che, quando le avessi pagato il prezzo della sua tela, sarei rimasto senza denaro per i restanti giorni del mio viaggio (ed eravamo ancora in un'epoca in cui i prelievi bancomat internazionali non erano attuabili).
Lei si fidò di me e mi disse che io avrei potuto pagarle il dovuto tramite bonifico bancario al mio ritorno in Italia (cosa che io, ovviamente, feci puntualmente).
Le scrissi in seguito, mandandole anche una foto per farle vedere dove avevo collocato, a casa, quel suo quadro e come l'avessi fatto incorniciare, per valorizzarlo ancora di più (per comodità di trasporto, mi aveva dato soltanto la tela, schiodata dalla sua intelaiatura in legno).
Ci vedemmo ancora qualche volta prima della mia partenza
Avrei voluto invitarla a cena, ma poi non ne feci nulla.
Avevo con me la mia agenda che adesso a distanza di oltre trent'anni ho riesumato, un'agenda piena zeppa di appunti fitti e quasi indecifrabili, quasi geroglifici al mio sguardo di adesso. E quando le pagine non bastavano aggiungevo dei foglietti volanti datati. Descrizioni minuziose dei paesaggi e di ciò che vedevo. Annotazioni maniacali e ossessive dei miei allenamenti giornalieri. Poco o nulla su incontri con altri e con queste due persone di cui ho brevemente parlato, attingendo esclusivamente ai miei ricordi.
Vivevo come in un guscio che, all'esterno, mi proteggeva dall'impelagarmi in storie e relazioni che in quel momento non desideravo e che, con la sua faccia interna mi proteggeva dal dovermi confrontare con emozioni che non desideravo sperimentare.
Da alcune di queste annotazioni nacquero degli scritti più compiuti, tra i quali il lungo racconto di cui ho parlato prima e che venne ospitato in due numeri della rivista CorriSicilia.
E questo è quanto
Fu questo viaggio una terapia per il mio animo esacerbato?
Non so, ma sicuramente mi lasciò dentro molte cose.
Una piccola chiosa. In quegli anni, quando non c’erano ancora i telefonini, viaggiare significava “staccarsi” totalmente del luogo di origine e dalle consuetudini quotidiane.
per tutto il tempo del viaggio si usava scrivere cartoline o lettere ai parenti lontani (che magari sarebbero arrivate dopo il nostro arrivo). Ma, pur con questa sfasatura temporale, questo modo serviva a tenersi in contatto con i propri cari, anche se in maniera meditata e “lenta”.
Ogni tanto, occasionalmente si telefonava anche, utilizzando i luoghi di telefonia pubblici (evitando di chiamare dagli alberghi che aumentavano il costo della chiamata a prezzi di strozzinaggio), e si parlava con collegamento vocale incerto e con un sottofondo di suoni da disturbo della linea: erano queste, peraltro, telefonate, peraltro scarsamente significative dal punto di vista della comunicazione, ma era giusto un modo per far sentire la propria voce.
Al giorno d’oggi con l’abuso dello smartphone e per il fatto di essere continuamente collegato in rete in tempo reale con il luogo dal quale, viaggiando, intendiamo allontanarci, é mortificata profondamente l’esperienza del viaggiare in cui occorre principalmente essere soli con se stessi per potere assorbire tutti gli elementi della nuova realtà che stiamo esplorando, per riflettere sulla nuova esperienza che stiamo conducendo e per ricomporre pezzi della nostra esistenza, per poi riportare tutto a casa per poterlo narrare a noi stessi e agli altri.
In questo senso - prima dell’avvento della telefonia mobile - tanti anni fa viaggiare era davvero un’esperienza autenticamente "terapeutica".
Paradossalmente, allora avevamo di meno, ma nello stesso tempo - e forse proprio per questo - avevamo molto di più e non ce ne rendevamo conto.
Le mie foto a Santorini (solo alcune, prevalentemente quelle in BiancoNero)
Cosa tiene insieme quei libri in cui si distillano decenni di riscritture e ossessioni? A guardare "Il Mago", capolavoro di John Fowles, che di questa famiglia è un esempio paradigmatico, si ...
Secondo il racconto di Platone, oltre le Colonne d'Ercole ci sarebbe stata una serie di piccole isole che attraversavano un immenso mare fino a un grande continente a dirimpetto nel quale prosperava
Alla fine del 2018 - o forse nei primi mesi del 2019 - Maria Patrizia Salatiello mi inviò le sue note di viaggio in Mongolia avvenuto nell'agosto del 2018, chiedendomi se volessi pubblicarle nel mio blog.
Le dissi che, sì, certamente lo avrei fatto molto volentieri.
Subentrarono tuttavia eventi diversi che mi distolsero da tale progetto; poi ci fu la tempesta del Covid e, quindi mi dimenticai del tutto di questa promessa.
Poi, nel marzo del 2023 Maria Patrizia ci ha lasciati.
Recentemente, scorrendo i diversi materiali salvati nella pagina di lavoro di questo blog, mi sono imbattuto nel suo scritto e ho deciso di pubblicarlo, limitandomi a fare un sobrio lavoro di editing, inserendo laddove fosse necessario delle note e dei link di approfondimento e aggiungendo in calce una mia postfazione
Maurizio Crispi (25 settembre 2025)
...aggiungerò qui che è stata per me una grande emozione leggere queste note di viaggio a distanza di più di due anni dalla dipartita di Maria Patrizia Salatiello, così pure come ho provato una grande emozione a leggere le sue riflessioni sui diversi viaggi a Gaza. Nell'uno e nell'altro caso mi è sembrato di sentire la sua voce che narrava e di sentirne la presenza ancora viva e vibrante tra noi.
Maurizio Crispi (dalla postfazione)
1. Preambolo
(Palermo 20 agosto 2018) Ed infine ricomincio a cercare di mettere ordine nel reportage sul mio viaggio in Mongolia che inizia con i motivi, più o meno remoti che mi hanno spinto ad intraprendere questo strano tour. Vorrei aggiungere una considerazione generale su ciò che mi affascina in generale nell’incontrare un nuovo paese. Sarà perché abito in un paese così ricco di storia plurimillenaria, di monumenti anche antichissimi, di musei, di paesaggi i più vari, che ormai da tempo non mi affascina più tanto l’andare in giro a vedere cose più o meno artistiche, quadri, edifici, sale di musei, campagne, montagne, fiumi et similia, ma mi affascina la gente. Mi piace conoscerne di nuova, cercare di coglierne affinità e differenza, i moti dell’animo, la filosofia della vita.
Quello che io cercavo e soltanto in parte sono riuscita a cogliere, era l’animo mongolo che credevo di conoscere un po’ e che invece è del tutto peculiare nel suo rapporto spirituale - direi “religioso” - con la natura, con delle norme che regolano la vita e i rapporti fra le persone impregnate di grande rispetto.
Quest'aspetto l'ho capito quasi alla fine del viaggio.
Eppure, vi sono tante e poi tante sensazioni, riflessioni che navigano nel mio animo allo stato grezzo e che mi viene difficile tradurre in parole.
C'è poi un’altra considerazione generale.
Ho in uggia l’atteggiamento del turista medio, con la macchina fotografica sempre a portata di mano. Certo, è bello cogliere squarci della natura, dei monumenti, che sono di un’estrema bellezza. Ma spesso la macchina fotografica irrompe, senza alcun pudore, nelle persone, nei bambini, nelle donne, fotografate a getto continuo, senza chiedere il permesso, facendo, secondo me, una violenza terribile agli esseri umani.
In questi primi reportage letti ho scoperto con piacere che non sono l’unica a pensarla così, altri viaggiatori esprimono lo stesso mio disagio per questo modo di comportarsi ed esigono rispetto verso le popolazioni locali. Quando abbiamo visitato una famiglia di nomadi (altro che la famosa ospitalità mongola, era semplicemente un’attrattiva turistica a pagamento) sono stata pochissimi minuti nella gher, molto a disagio.
E poi, a regalare quaderni e colori ai bambini. Sembrava la parodia dell’uomo bianco, razza superiore che elargisce doni, come Cristoforo Colombo e i suoi uomini regalavano collanine e altre mercanzie di scarso valore agli indiani d’America.
Ma andiamo con ordine.
2. Mongolia, campo di Erdens Ukhaas 6 agosto 2018.
Sono qui, seduta all’interno della tenda tradizionale mongola, la ger, una tenda particolare, molto grande, con una struttura in legno spesso dipinta con bellissimi disegni e ricoperta di stoffa.
Infine, ha inizio il mio tanto desiderato viaggio verso il deserto di Gobi, che in parte mi ha reso contenta al di là delle mie aspettative, in parte mi ha riservato delle delusioni. In questi pochissimi giorni mi è venuto spesso di pensare che bisogna lasciare che i sogni restino tali, specie quando affondano le loro radici in epoche remotissime quale può essere l’infanzia di una donna che sta entrando o è ormai entrata nella terza età.
A quanti ho raccontato di quando ho iniziato a sognare di vedere il deserto di Gobi?
Forse a troppe persone. Per me stessa non ci sarebbe bisogno di metterlo per iscritto, ma voglio farlo lo stesso.
Quando ho iniziato a leggere il libro per ragazzi: “Attraverso il deserto di Gobi”1?
Avrò avuto dieci anni forse nove, forse undici. Questo romanzo è in due volumi che ho sempre conservato insieme, ma adesso, dopo aver imballato, o meglio fatto imballare e disimballare o meglio fatto disimballare i libri della mia libreria, il primo volume si è perso e non sono riuscita a ricomprarlo.
Ma lo ricordo a memoria, come tanti altri libri della mia infanzia. Ne rammento bene soprattutto l’inizio.
Due ragazzini coetanei, mi pare di dodici anni, uno tedesco, di nome Cristiano, e uno cinese di nome Gran Tigre, un giorno decidono di marinare la scuola per fare volare il loro aquilone.
Vanno alla stazione dei treni, un luogo molto ventoso, ma quel giorno non spira neanche una lieve brezza.
Su invito di un soldato salgono quindi su un treno in partenza che inizia a muoversi lentamente e l’aquilone inizia ad alzarsi verso il cielo.
La locomotiva acquista velocità e s’incammina, attraversa la galleria e si ferma. Non può più tornare indietro, siamo infatti agli inizi del novecento in piena guerra.
I ragazzi vengono reclutati da un generale mongolo che chiede loro di tornare facendo un lunghissimo percorso da Pechino a Urumci attraverso il deserto di Gobi. E’ un giro infinito, quasi assurdo, ma permetterà ai ragazzini di consegnare una missiva al governatore di quella città, Cristiano e Gran Tigre vengono affidati a un soldato, Buona Ventura, provetto autista di una jeep, uomo scorbutico e di poche parole all’inizio, ma che si affezionerà profondamente ai ragazzini.
Inizia così la fantastica attraversata del deserto, piena di strane e pericolose avventure, ma sarà soprattutto l’occasione per far conoscere ai ragazzini la cultura mongola, con il suo nomadismo, ma anche la sua spiritualità, i suoi briganti che sono in realtà persone fuori dal comune.
Purtroppo non mi ricordo il nome del principe, ma quello dei suoi due più fedeli vassalli sì, Chiaro di Luna e Rombo di Tuono.
Del deserto e di tutto ciò che lo riguarda rimasi allora affascinata.
Di recente ho letto un libro giallo scritto da uno scrittore olandese. Il romanzo, che mi ha affascinato moltissimo, uno dei pochi romanzi degli ultimi tempi che ho letto con piacere, è un giallo ambientato appunto in Mongolia, che narra di un poliziotto mongolo che si è messo nei guai con i suoi superiori. Si reca così nel deserto di Gobi per un lunghissimo periodo di meditazione, per ritrovare se stesso. Viene suo malgrado coinvolto in un complicatissimo intrigo di innumerevoli delitti, legati alla profonda trasformazione della Mongolia ad opera delle multinazionali.2
Ne viene fuori un’immagine del deserto di Gobi che è l’esatto opposto di quello della mia infanzia. Un luogo sfruttato dalle multinazionali, con la sua cultura stravolta, persa quasi per sempre. Le sue risorse inaridite, i suoi pozzi prosciugati.
Mentre leggevo questo romanzo sono stata presa da una sorta di curiosità, volevo capire quanto ci fosse di vero in questo cambiamento così radicale.
E così, come ho raccontato, in realtà a non molte persone, ho deciso di partire.
Dimenticavo una cosa molto importante, di questo libro mi ha colpito soprattutto la descrizione delle dune che cantano, un fenomeno che non riguarda soltanto il deserto di Gobi, ma tutti i deserti.3
Quando soffia il vento e fa muovere i granelli di sabbia, si formano delle note, che variano a secondo la grandezza degli stessi granelli e così è diventata per me un’ossessione andare ad ascoltare queste note.
In un momento particolare della mia ormai mia lunga vita, ho deciso di partire verso la Mongolia.
Riguardando la prenotazione ho visto che era all’incirca metà aprile.
Nel programma del viaggio, che non poteva che essere - purtroppo - organizzato, erano previste delle lunghe camminate e così iniziai le mie lunghe passeggiate notturne serali, di una, due e a volte due ore e mezzo.
Purtroppo come ho detto, il tour non poteva che essere organizzato.
Certo, ci sono stati degli intrepidi che lo hanno fatto da soli o in gruppo senza un’agenzia turistica alle spalle. Ho letto che nel passato un giovane ha attraversato il deserto di Gobi in bicicletta. Abbiamo anche incontrato un gruppo di uomini e donne italiani in motocicletta, ma non avevano certo sessantotto anni come me.
Sono certa che chiunque pensi di andare in Mongolia e legga la parola "deserto" pensi che ad agosto morirà dal caldo e invece non è così.
La Mongolia è un paese enorme, dove si alternano steppa, deserto montagne. In questo vastità sconfinata vivono tre milioni di abitanti, di cui la metà vivono nella capitale Ulan Bator.
La steppa ha un’altitudine di più di mille metri. E così anche la capitale.
A volte ho sentito un po’ caldo, in modo relativo, nelle tarde ore della mattina, ma al risveglio e la sera una felpa è stata sempre necessaria.
Sono partita venerdì scorso, appena tre giorni fa ed è stato un tempo di entusiasmi e delusioni che ho in gran parte relativizzato.
E’ stato molto faticoso il viaggio. Dapprima il volo Palermo Milano Malpensa.
Poi lo scalo, il trasferimento in albergo, e l’indomani mattina l’imbarco per Pechino.
Il volo è durato undici, noiosissime ore.
Siamo arrivati a Pechino alle sei del mattino e al controllo passaporti ho incontrato quattro dei miei futuri compagni di viaggio.
Abbiamo preso il volo per Ulan Bator, dove siamo atterrati alle dieci e mezzo.
Allo sbarco abbiamo trovato la guida, una giovane mongola, una coppia di torinesi, che però vivono in Germania e una coppia di Ravenna.
Ulan Bator è una città moderna, del tutto identica a quelle occidentali, tranne rarissimi edifici come un monastero. E’ caotico, con un traffico convulso e tutte le conseguenze negative di un inurbamento selvaggio. Dicono che è anche una città affascinante, ma io ho potuto conoscerla pochissimo. Ho letto su una guida che purtroppo vi sono tantissimi bambini di strada, come in tutte le moderne megalopoli.
Siamo andati in albergo, abbiamo pranzato in un ristorante del tutto identico ai nostri e poi siamo andati a vedere il museo nazionale delle tradizioni popolari. Qui è calata in me una profondissima sonnolenza alla quale hanno contribuito due fattori, l’effetto del jet lag, che avevo sottovalutato, e la mia profonda avversione per i viaggi di gruppo, per la loro struttura e organizzazione. Per fortuna eravamo un piccolo gruppo, appena dieci persone, come ho già detto, abbastanza simpatiche e con le quali era divertente chiacchierare.
Ma la struttura stessa di questi tour, questi gruppi persone riunite attorno alla guida che snocciola una lezioncina preconfezionata, mi hanno sempre provocato una profonda avversione.
Anche se, in questo viaggio, questi inconvenienti erano ridotti al minimo.
Abbiamo visitato un monastero buddista, il Gandantegchinlen Khiid.
In mongolo si chiama Gandan Tègčinlin hijd (ovvero, il monastero della felicità perfetta) fu fondato nel 1835, chiuso transitoriamento nel 1938 dai Comunisti e poi di nuovo riaperto nel 1944.
Ha avuto un ruolo importante ruolo nella storia della Mongolia e quando questa è diventata indipendente nel 1911, approfittando del declino della dinastia Qing in Cina, il leader spirituale del Buddhismo tibetano – l’ottavo Jebtsundamba Khutuktu4 – ascese al trono. Quando morì nel 1924 e la Mongolia divenne una Repubblica Popolare comunista, iniziarono dure persecuzioni per i capi religiosi. Khorloogiin Choibalsan, stalinista di ferro, fece distruggere templi e monasteri e perseguitò sistematicamente i monaci e strumentalizzò il buddhismo per i fini del regime. In questo clima il Monastero di Gandan fu chiuso dal 1938 al 1944, anno in cui fu riaperto e funzionò come unico monastero buddista di tutta la Mongolia.
A distanza di molti anni e dopo tante vicissitudini questo luogo è tornato ad essere il cuore del buddismo tibetano mongolo con i suoi quattrocento monaci, i tanti fedeli che si recano per pregare e le diverse centinaia di simpatizzanti che vi giungono non mancano di visitarlo, condividendone l'atmosfera mistica. Accanto ai vari edifici che compongono il monastero di Gandan si vedono le “Ruote della preghiera”, che i pellegrini sfiorano facendoli girare: sono uno strumento tradizionale tibetano di preghiera che esiste nella forma portatile (simile a un mulinello/tamburello) o o in fogge più grandi e fisse. Si tratta di cilindri metallici che nella cavità interna hanno delle strisce di carta lunga e sottile, su cui è scritto ripetutamente il mantra “om mani padre hung” (il famoso “om” è il suono che originò l’universo, con cui iniziano i mantra), agganciate con un perno a maniglie di legno o metallo. Sull’esterno è scritto ancora il mantra oppure sono riportati gli “otto simboli preziosi” di buon auspicio del buddismo (il parasole, i pesci d’oro, il vaso della ricchezza, il fiore di loto, la conchiglia, il nodo infinito, il vessillo di vittoria, la ruota del dharma). Quando un fedele fa girare in senso orario la ruota, la preghiera contenuta si libera nell’aria e il vento la porta in tutto il mondo, in quanto a ogni rotazione della ruota corrisponde la recitazione del mantra, e ciò consente di accumulare meriti e sostituire la negatività con effetti positivi, per il nostro buon karma o come benedizioni spirituali da elargire a tutti gli esseri. In tibetano sono chiamate anche “chokhor”, cioè ruote della legge.
Oinuka, la nostra guida mongola che parla un italiano molto approssimativo, nei pochissimi monasteri che abbiamo visitato li faceva girare sempre tutti.
Mi chiedo adesso e penso che dovrò documentarmi meglio, cosa sia questo girare e se c’è una similitudine fra le ruote buddiste che girano e il girare tre volte attorno all’ovoo, di cui parlerò dopo, gettando delle offerte che in aperta campagna diventano tre piccoli sassi, e che sono uno degli aspetti più conturbanti dello sciamanesimo.
La religione buddista è tutt’ora la più diffusa in Mongolia, ma pare che si stia diffondendo in modo molto rapido l’ateismo. Ma la più profonda spiritualità e religiosità dell’animo di questo popolo si esprime nello sciamanesimo.
Vi propongo la descrizione del monastero che ho trovato online.
"Dalla collina spunta improvvisa la sagoma del tempio principale, il Megjid janraiseg (il dio che guarda ovunque), uno splendido edificio candido in stile tibetano sovrastato da una struttura a pagoda tipicamente cinese con porticati in legno rosso e tegole verdi. E’ questo il vero simbolo di Ulaanbaatar. Per entrare in questa cittadella della fede dovete prima varcare un delizioso porticato sempre a forma di pagoda ornato di fregi religiosi. Il piazzale è costellato da strutture sacre: muri, pedane e pali dove i mongoli, dai bambini ai più anziani, si affollano per pregare con gesti semplici e suggestivi. La prima cosa che catturerà la vostra attenzione appena entrati nel tempio principale è la statua alta più di ventisei metri. Non è Buddha come molti potrebbero credere ma Megjid Janraiseg, il Dio che guarda ovunque, conosciuto anche in molte altre denominazioni come Avalokiteshvara e Chenrezi. Il Dalai Lama in persona, considerato la reincarnazione di questo santo, ha consacrato la statua nel 1996 dopo cinque anni di lavoro affidato a cinquanta artigiani e artisti: la struttura pesa 20 tonnellate ed è in acciaio e rame proveniente dalle miniere di Erdenet con fregi d’oro e argento dal Nepal e dal Giappone e duemila pietre preziose. I monaci assicurano che all’interno sono conservati molti gioielli, una quantità enorme di piante medicinali e più di trecento libri di preghiera. Per sessant’anni la zona centrale del tempio era rimasta vuota, dopo che i sovietici, nel 1937, avevano trafugato la meravigliosa scultura precedente, in oro e bronzo, alta 20 metri che il Bogd Khan aveva fatto erigere nel 1911 dedicandola sempre a Janraiseg. Quando riuscirete a distogliere lo sguardo dal santo, potete girare intorno, in senso orario, alla statua e ammirare il resto del tempio. Il dio della longevità, Amitayus, vi guarda dal chiaroscuro di centinaia di immagini che ornano le pareti ma anche dagli inquietanti personaggi dei tankha, gli arazzi sacri del buddhismo. Le funzioni religiose, a cui si può assistere sempre nel massimo silenzio e senza fotografare, cominciano di solito alle 10 del mattino. Sulla sinistra, sempre dando le spalle al tempio, si apre un altro cortile dove si possono ammirare altri templi. L’Ochidara (o Vajradara), costruito in pietra e mattoni nel 1841, ospita le principali funzioni lamaiste sotto la protezione della statua di Tsongkapa, fondatore dell’ordine dei berretti gialli del buddhismo tibetano. Nello stesso cortile si trovano il tempio Zuu (tempio di Buddha), detto anche tempio del gioiello, edificato nel 1869 per accogliere il giovanissimo settimo Buddha vivente (Bogd gegeen) e il tempio di Didan-Lavran che ospitò la biblioteca del quinto Buddha e lo stesso Dalai Lama nel 1904."5
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1. Si tratta dei romanzi "Attraverso il deserto di Gobi" scritti dall'eclettico Fritz Muhlenweg, da cui furono tratte due riduzioni per l'infanzia e l'adolescenza, del genere avventuroso, rispettivamente "Missione segreta" e "Ore 0,5 in Urumci", pubblicati in italiani in diverse edizioni di successo da Fratelli Fabbri Editore negli anni Sessanta
2. Il riferimento è al romanzo di Ian Manook, Yeruldelgger. La morte nomade, pubblicato da Fazi nel 2018. Stremato da anni di lotta inutile contro la criminalità, l’incorruttibile commissario Yeruldelgger ha lasciato la polizia di Ulan Bator. Piantata la sua yurta nell’immensità del deserto del Gobi, ha deciso di ritornare alle tradizioni dei suoi antenati. Ma il suo ritiro sarà breve. Suo malgrado, ben presto Yeruldelgger si ritrova alla testa di una sorta di improbabile armata Brancaleone: Tsetseg che cerca la figlia rapita, alcuni pittori girovaghi, un bambino che scava nelle miniere e Guerlei, un’irascibile poliziotta che nei momenti di confusione sale sul tettuccio di un fuoristrada per sparare in aria. La scalcagnata compagnia attraversa la steppa per raggiungere un nadaam, festività nazionale dove Yeruldelgger vuole gareggiare con l’arco. Durante la lenta cavalcata, però, l’ex commissario s’imbatte in una serie di omicidi, tutti perpetrati secondo un antico rituale… Sventrata dalle multinazionali, sfruttata dagli affaristi, rovinata dalla corruzione, la Mongolia dei nomadi e degli sciamani sembra aver venduto l’anima al diavolo. Yeruldelgger verrà coinvolto in un’avventura ancora più sanguinosa del solito, con un nuovo nemico da fronteggiare e nuovi scenari da scandagliare. Dalle aride steppe asiatiche al cuore di Manhattan, dal Canada all’Australia, Manook fa soffiare su queste pagine un vento più nero e selvaggio che mai.
3. Il fenomeno delle dune cantanti (o sabbie canore) si verifica quando il movimento della sabbia, causato dal vento o da frane, genera un suono particolare e prolungato, simile a un ronzio o un rombo. Questo suono è prodotto dalle vibrazioni dei granelli di sabbia che scivolano l'uno sull'altro, trasformando la duna in una cassa di risonanza. La composizione della sabbia, la dimensione dei granelli e la velocità del loro scivolamento influenzano il timbro e l'intensità del suono, che può variare da un lieve sussurro a toni più profondi.
4. Jebtsundamba Khutuktu è il titolo dato al capo spirituale della scuola Gelug del Buddismo tibetano in Mongolia. Il primo Jebtsundamba, Zanabazar (1635-1723) fu identificato come la reincarnazione Taranatha della scuola Jonang di Buddismo tibetano. Per altre notizie sul Buddismo mongolo, come variante di quello tibetano, si rimanda al sito web https://farfalleetrincee.wordpress.com/2015/10/26/il-monastero-di-ganda-ed-il-buddhismo-mongolo/
5. La citazione è tratta da www.mongolia.it, sito dove si possono trovare molti spunti per conoscere la cultura e la storia della Mongolia e anche elementi per l’organizzazione pratica di viaggi.
3. Mongolia Erdene Ukhaa Ger Camp 6 agosto 2018
Stamattina siamo partiti con calma, alle nove, abbiamo impiegato un tempo infinito ad attraversare Ulan Bator, una città moderna e caotica, esempio vivente delle contraddizioni che la modernizzazione produce.
Eravamo divisi in tre jeep Io ero con Silvia, una delle mie compagne di viaggio, la guida, di nome Oiuka, e l’autista.
Subito fuori da Ulan Bator abbiamo iniziato a vedere le prime tende dei nomadi, con i cavalli1, ma erano ancora abbastanza vicini alla città.
E poi la cosa che forse mi ha colpito di più oggi. Decine e decine di chilometri e la stessa, a un’altitudine di più di mille metri, tutta verde, pianeggianti verdi, dove non quasi c’è alcun segno di vita, né umana, forse due tre tende di nomadi e un numero infinito di animali, cavalli, capre, pecore, mucche.
Del resto parlerò domani.
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1.Il cavallo mongolo (mongolo: Адуу, aduu : "cavallo" o mori ; o come mandria, ado) è la razza equina nativa dell'Altopiano della Mongolia. Si presume che la razza sia rimasta in gran parte immutata dai tempi di Gengis Khan. I popoli nomadi che vivono secondo la tradizionale moda mongola detengono ancora più di 3 milioni di animali che superano in numero la popolazione umana del paese. In Mongolia, i cavalli vivono all'aperto tutto l'anno, affrontando temperature dai 30 °C (86 °F) in estate fino a −40 °C (−40 °F) in inverno, pascolando liberi in cerca di cibo. Il latte di cavalla viene trasformato nella bevanda nazionale, il airag. Alcuni animali vengono macellati per la carne. Oltre a questo, servono come cavalcature, sia per il lavoro quotidiano dei nomadi sia per le corse dei cavalli. I cavalli mongoli furono un fattore chiave a sostegno delle conquiste dell'Impero mongolo nel XIII secolo.
4. Mongolia Tsagram Swarga Ger Camp, 7 agosto 2018
E’ il quarto giorno di viaggio, anche se - in realtà - è soltanto il secondo del tour vero e proprio.
Avevo interrotto la mia narrazione al momento in cui ci inoltravamo in un paesaggio surreale, caratterizzato da lunghe distese di verde, dovuta all’erba, di tantissime varietà, nutrimento per greggi di pecore e capre, mandrie di mucche, cavalli, Si tratta di diverse varietà di erbe di quel paese (di cui non credo interessi molto sapere i nomi), adornate d’estate anche da una grande varietà di piccoli fiorellini.
Mi è venuto di pensare ad alta voce, ma in realtà mi sono rivolta a Silvia dicendole che i pochissimi uomini e le donne di quelle vastissime distese, devono avere un alto grado di spiritualità.
E lei si è trovata d’accordo con me.
In una delle soste mi è venuto di ripetere lo stesso pensiero, sostituendo il termine "spiritualità" con quello di "ascetismo" e un’altra delle mie compagne di viaggio si è voltata verso di me, stupita.
“Ascetismo? Ma che vuol dire?”
Mi trovai a balbettare qualcosa come: “Che ha la tendenza all’introspezione (vergogna!, dico ora a me stessa) o al sollevamento spirituale (vergogna!, dico di nuovo a me stessa mentre sto scrivendo).
“Ah”, Fu il commento.
Ho ribadito dentro di me che ho provato vergogna per quella definizione semplicistica, anzi sbagliata, che non rendeva per nulla il vero significato del termine e quello che stavo provando.
Abbiamo lasciato la strada asfaltata e ci siamo inoltrati in una pista sterrata. I fuoristrada sobbalzano, volano sui dossi, si inabissano negli avvallamenti. Per secoli i mongoli hanno percorso le stesse vie a cavallo e adesso quel silenzio surreale è rotto dal rombo dei motori, quasi un atto blasfemo che ferisce la natura incontaminata.
In tutto abbiamo percorso duecentosessanta chilometri, di sui sessanta di pista. Ben sei ore nelle jeep e, per quanto io sia stata molto presa da quella infinita distesa di steppa verde, infine la noia ha prevalso.
Giungiamo infine al campo di Erdene Ukhaa Ger e veniamo alloggiati nelle ger.
Abbiamo pranzato e, come sempre, i pasti sono stati a base di carne, soprattutto pecora.
Di solito, nei miei viaggi, amo tantissimo conoscere la cucina degli altri popoli, ma quella mongola mi è riuscita un po’ ostica. Sempre carne, riso e qualche vegetale senza molto sapore, niente spezie, niente pepe, pochissimo sale. Mi sono piaciute soltanto le zuppe, ma non quelle di carne, che i nostri tre autisti mangiavano spesso anche a colazione. Quasi mai frutta. I mongoli sono allevatori di bestiame, ma non coltivatori, la poca frutta, che loro non mangiano quasi mai, è importata dalla Russia o dalla Cina.
Abbiamo riposato un po’ e alle quatto e mezzo del pomeriggio siamo risaliti sulle jeep. Abbiamo fatto un altro lunghissimo percorso e siamo giunti alla grotta "detta del quarzo", così chiamata perché il suo pavimento è tutto ricoperto da questo minerale.
L’ingresso è molto stretto e non tutti sono entrati.
Io sono stata fra quelli che sono rimasti all’esterno.
Mentre guardavo lo la stretta entrata mille pensieri mi sono tornata in mente, pensieri intimi e privati, un po’ dolorosi, che terrò per me.
Ma non è stato questo il motivo principale per cui non sono riuscita ad entrare.
Sono stata presa da un terribile senso di claustrofobia.
Sono rimasta così, ferma sulla soglia assieme a qualcun altro dei miei compagni di viaggio.
Lasciata la grotta ci siamo incamminati verso le rovine di un monastero buddista, costruito nel 1860.
Il nome del monastero è Tsorjen Khureassim Khulod sono tutt'ora ancora visibili tracce di pitture di animali.
Sono partita baldanzosa verso l’ingresso del monastero, contenta della mia ritrovata agilità, ma dopo aver visto la pochezza delle rovine e la storia abbastanza recente del luogo, mi sono fermata sentendomi di nuovo stufa in profondità. Gli altri sono andati avanti e io li ho persi di vista.
Ho deciso di scendere verso le macchine, che ho ritrovato quasi subito.
Subito dopo ci siamo ritrovati a una piccola sorgente di acqua dolce, un buco circolare di pochissimi centimetri, ricoperto da una pietra, sollevandola si trova mestolo dal manico lungo, che si può usare per attingere acqua sorgiva.
Oyuka ci ha detto che si chiama "sorgente dell’occhio" e che la gente del luogo si bagna soprattutto gli occhi e il volto con la sua acqua ritenendo che questa abluzione abbia effetti benefici.
Andando via ho chiesto ad Oyuka quando avremo visitate le dune che cantano e lei mi ha risposto: “Fra tre giorni”. Le ho chiesto anche se è vero che la salita verso le dune è molto difficile e se io sarei riuscita a farla. Mi ha guardato perplessa e mi ha detto che era molto ripida, soprattutto gli ultimi cento metri e che non era certa che sarei riuscita a farla.
Mi ha preso una sorta di scoramento.
Le dune che cantano sono una delle principali motivazioni che mi hanno spinto a intraprendere il viaggio. E' stato allora, ma soprattutto la sera, dopo cena, chiusa da sola nella ger, mentre scrivevo al computer, che ho cominciato a formulare nella mia mente il pensiero che non bisogna mai tentare di far diventare realtà i sogni, perché i sogni diventati realtà non sono che la pallida ombra dei sogni stessi.
Quella sera ho scritto abbastanza, mentre in altre sere - dopo anni - ho scritto su un quaderno con una penna, perché spesso, nei campi tendati, la luce elettrica andava via alle 23.00.
Mi sono spesso chiesta - e lo scrivo, anche se non c’entra molto con il reportage - quanto lo scrivere al computer cambi lo stile della scrittura stessa.
5. 8 agosto 2018, Gobi Oasis Gher Camp
Anche oggi abbiamo passato tutta la mattina nei fuori strada, ore e ore di piste sterrate, sino ad arrivare al nuovo campo tendato. Il paesaggio è sempre lo stesso.
Chilometri e chilometri di steppa verde, misteriosa, solitaria, coperta di erba verdissima e di sporadici fiorellini di campo. Le gher dei nomadi sono rarissime. Su tutto domina un silenzio surreale.
All’inizio di ogni spostamento, malgrado siamo nell’unico periodo caldo, indossiamo sempre una felpa, che togliamo nella tarda mattinata e nel primo pomeriggio. E’ vero, è estate, ma la steppa ha pur sempre un’altitudine non indifferente.
Siamo arrivati al campo, abbiamo pranzato, siamo risaliti nelle macchine. e siamo arrivati allo Yolin Am, che significa “Gola dell’avvoltoio” e che è stato dichiarato area protetta per tutelare soprattutto gli uccelli che lo popolano.
All’ingresso del parco c’è un piccolo museo, situato all’ingresso della strada principale per la Yolin Am e che possiede una collezione di uova e ossa di dinosauro, oltre a uccelli e un leopardo impagliati.
Lo abbiamo visitato e poi abbiamo viaggiato per mezz’ora ancora sino all’ingresso del parco vero e proprio.
Dal museo la strada sterrata prosegue per altri dieci chilometri fino a un parcheggio da cui parte una passeggiata. Il tempo era nuvoloso ma sono andata lo stesso assieme alla maggior parte del gruppo lungo un percorso di un paio di chilometri, un’ora di cammino all’andata e un’ora al ritorno, per lo più in una stretta gola fra due alture, nella maggior parte del cammino pianeggiante, anche se rocciosa, con alcuni avvallamenti e piccole risalite. A volte bisognava attraversare un rivolo d’acqua non molto profondo, ma non è stato un gran problema.
In alto volavano uccelli maestosi, soprattutto aquile.
Il parco è uno dei più importanti della Mongolia e non è abitato: è in fondo un’attrattiva turistica e nulla più, per quanto suggestiva.
Purtroppo ha iniziato a piovere e siamo tornati ai fuoristrada bagnati fradici.
Abbiamo mangiato più presto del solito, alle 19.00, perché più tardi - alle ventuno - c’era un raduno di Mongoli che avevano frequentato la stessa Università. E’ stato interessante vederli arrivare, tutti elegantissimi, sia che vestissero i loro abiti tradizionali, sia che indossassero abiti occidentali o pantaloni e magliette con la dicitura del corso di studi che avevano frequentato.
I mie compagni di viaggio hanno iniziato a ridacchiare, infastidendomi non poco, poiché per quella gente era invece un’occasione importante e andava rispettata.
Tutti sono andati ben presto a dormire, ma io sono rimasta a lungo ad osservarli.
6. 9 agosto 2018, Gobi Erdene
No, non ho visto le dune che cantano.
No, non ci sono riuscita, ma me ne sono fatta una ragione.
Questa frase è come un breve verso, una nenia, un canto che mi ha accompagnato, ossessionante, per tutto il resto del viaggio: e, ancora adesso che sono a casa, risuona nelle mie orecchie.
Andiamo però con ordine, iniziando dal mattino.
Anche oggi ore e ore di piste sterrate nei fuori strada.
Ma ho vissuto un’esperienza interessante e per nulla turistica.
Ci siamo fermati alla periferia di un villaggio dove era in corso una grande festa.. Siamo stati un po’ vicino alla gente del paese, ai venditori di cianfrusaglie. Era tutto molto interessante, ma ho iniziato a provare un profondo senso di fastidio quando le donne del gruppo hanno iniziato a prendere in braccio una piccolissima mongola, passandosela dall’una all’altra.
Lo stesso fastidio di quando abbiamo visitato una famiglia mongola, non ricordo bene quando.
Dopo un po’ siamo risaliti sui fuori strada e ci siamo avviati là dove era sito il traguardo di una corsa di cavalli per bambini dagli otto ai tredici anni. E in quel momento ho ritrovato i ricordi della mia infanzia nel rapporto che lega i mongoli ai loro cavalli sin da bambini.
Era bella la scioltezza e la morbidezza di quei ragazzini in groppa ai loro cavalli che arrivavano al galoppo al traguardo, tutti fieri.1
Ojuka ha un figlioletto di tre anni e tutta orgogliosa mi ha mostrato le sue foto e un breve filmato in cui si vede quel bimbetto che cavalca tutto fiero.
Dopo un po’ ci siamo fermati di nuovo, vicino a delle venditrici di pietre, fra le quali ho subito riconosciuto le pietre del deserto, che sono una realtà e non un sogno, anche se sembra quasi miracoloso che il vento possa modellare dalla roccia delle forme così belle, del tutto simili alle rose.
Ad un tratto il paesaggio è cambiato, non più tanto verde.
Man mano che ci avvicinavamo al campo si sono andate delineando le colline di sabbia al di là delle quali ci sono le dune che cantano. Erano di un pallido rosa.
Le guardavo scorata, erano proprio ripide, quasi in verticale.
Siamo arrivati al campo ed è stata l’unica volta che non abbiamo dormito nelle gher, ma in alcune casette di legno con il bagno.
A metà pomeriggio siamo risaliti sui fuori strada e siamo arrivati alle pendici delle colline.
C’era la possibilità di arrivarci in cammello, ma nessuno se l’è sentita.
Ci siamo tolti le scarpe e a piedi nudi abbiamo iniziato a salire.
Mi sono inerpicata per non più di cinquanta metri e sono tornata indietro .
Il cammino era al di là delle mie forze.
Alcune delle donne del gruppo sono riuscite ad arrivare in cima trascinandosi a quattro zampe.
Dopo un’ora è tornata indietro un’altra delle mie compagne di viaggio.
Tutti gli altri sono riusciti ad arrivare in cima e una di loro mi ha raccontato che alzando le braccia in alto ha sentito una sorta di scarica elettrica nelle dita.
Ma le dune non hanno cantato.
Sono certa che il loro spirito non ha voluto farmi questo dispetto.
Sì, il loro spirito, perché anche le dune, ne sono certa hanno uno spirito, così credono i mongoli e anche se la ragione mi porta a negarlo, il mio inguaribile romanticismo fa sì che mi piaccia crederci.
Al di là delle dune si stende il deserto di Gobi.
Certo, avrei voluto ascoltare la melodia delle note che nascono quando il vento fa roteare i granelli di sabbia, ed anche vedere il deserto.
Ma non era tanto l’aspetto paesaggistico a interessarmi, bensì la dimensione dell’uomo in rapporto al deserto, cosa che non credo avrei colto se fossi arrivata in cima.
A sera mi sono ritrovata nella casetta di legno, l’unica volta che non ho dormito in una gher e ho passato un bel po’ di tempo scrivendo e meditando.
1. I bimbi piccoli in Mongolia assai spesso imparano ad andar a cavallo ancor prima di camminare. Saranno loro a portare avanti le tradizioni dei propri padri, tramandando a loro volta ai propri figli lo spirito nomade che da millenni caratterizza questo popolo. Vedi nel web l'articolo "Mongolia: lo spirito nomade"
7. 10 agosto 2018, Mongolian Gobi
Non ho nessuna intenzione di tediare né me né i miei pochi lettori con il racconto di un’altra mattina passata lungo le piste per ore e ore con lo stesso paesaggio.
Né tantomeno di raccontare di un noiosissimo documentario sulla scoperta del primo e più importante sito di dinosauri che è stato scoperto.
E’ un argomento verso il quale provo uno scarsissimo interesse ma di cui, non certo per mia scelta, so tantissime cose, comprese tutte le ipotesi sulla loro improvvisa scomparsa.
Ci siamo mossi verso il sito degli scavi: un gruppetto si è incamminato a piedi, ma c’era davvero molto caldo e così sono andata con il fuoristrada assieme ad altri tre compagni di viaggio e a Ojuka
Al di là del valore paleontologico il luogo è molto bello.
Il suo nome, Bayaunzg1 significa ricca di arbusti di saxual2, ma è più noto con il nome inglese Flamings Cliffs ( rupi fiammeggianti, attribuitogli dal paleontologo Roy Chapman Andrews3. Ma il sentiero che bisogna percorrere per raggiungere il sito si snoda attraverso un paesaggio quasi surreale con le sue rocce sabbiose ed è molto stretto e ripido. Io purtroppo soffro di vertigini ed ho desistito prima di iniziare a percorrerlo.
Sono rimasta ad aspettare con Ojuka e l’autista, che ha steso per terra un tappetino, avendo cura che fosse all’ombra della macchina ed io mi sono seduta accanto alla nostra guida e ho parlato con lei un’oretta.
Avevo tante cose da chiederle e in parte l’ho fatto, ma le mie aspettative sono andate un po’ deluse. Benchè abbia credo ventinove anni e abbia studiato a lungo all’Università di Ulan Bator, dove ha imparato il suo approssimativo italiano, è molto ingenua e non mi pare abbia una grande conoscenza della cultura del suo popolo.
E’ originaria di uno dei tanti sperduti villaggi e il suo unico figlio spesso vive lì con la nonna paterna. Ojuka è felice della sua laurea, del suo lavoro, della macchina appena comprata, del marito, ma ha una nostalgia profonda del suo luogo d’origine, dell’aria purissima, della sua vita passata. E’ come se fosse divisa in due.
Le ho chiesto meglio della religiosità dei mongoli, del significato dell’ovoo e avrei voluto anche avere notizie più precise sui monasteri e sulla loro storia.
Ojuka mi ha raccontato che di monasteri e monaci ve ne sono ormai molto pochi. Sia i cinesi che i russi ne hanno distrutto parecchi così come hanno ucciso molti monaci. I pochi luoghi di culto rimasti sono stati riaperti dopo l’indipendenza .
Il buddismo è sempre stata la religione più diffusa in Mongolia, anche se adesso vi è una percentuale altissima di atei.
Ma i veri principi ispiratori di questo popolo si ritrovano nello sciamanesimo, che ha alla sua base il rapporto fra l’uomo e la natura in tutti i suoi aspetti.
Mi ha parlato poi del rapporto fra il suo popolo e la natura.
E così per la prima volta ho saputo che essi pensano che ogni elemento della natura, un fiume, una montagna, un albero, hanno un padrone, sì, mi ha detto così, ma in realtà hanno uno spirito.
Ho dimenticato di raccontare nella prima parte del mio reportage, quando ho parlato degli ovoo, che in cima ad ognuno di essi c’è un drappo celeste, che simboleggia l’unione fra il cielo e la terra e che è di buon auspicio.
Ojuka e suo marito hanno appena comprato una macchina nuova e anche nel llo specchietto retrovisore della loro macchina c’è una sciarpa celeste.
Questo è l’aspetto della Mongolia che più mi ha affascinato e che continua ad affascinarmi anche adesso che sono tornata a casa da più di due settimane.
Su questo presupposto si basa lo sciamanesimo, seguito dalla maggior parte dei mongoli
Non penso che questa giovane ragazza abbia una conoscenza molto profonda del suo popolo. Racconterò poi dell’unico giorno, l’ultimo, in cui Ojuka non è stata con noi e ci ha accompagnato la titolare dell’agenzia di viaggi di Ulan Bator, molto colta, che sapeva tante cose sullo sciamanesimo.
Da quando sono tornata ho iniziato a leggere tante cose sulla Mongolia e sul suo popolo.
Una delle letture più affascinati è il libro “L’ultimo lupo”4, conosciuto anche come "Il totem del Lupo" e ambientato negli anni sessanta, durante il dominio cinese, quando era appena iniziata la rivoluzione culturale.
La figura centrale del libro è il lupo, con i suoi aspetti totemici per i Mongoli, ad esempio, è l’antenato del conquistatore Gengis Kan.
Il libro è un’elegia del lupo, sacro ai mongoli, un totem, simbolo dell’indomito desiderio di libertà e fierezza. e nasce dall’esperienza reale dell’autore, un giovane cinese che ha vissuto undici anni in Mongolia all’inizio della rivoluzione culturale.
In quel paese, così diverso dal suo, il giovane inizia a conoscere il totem del lupo, animale sacro, che rappresenta il desiderio della propria libertà ad ogni costo, la fierezza, l’indomito coraggio, ma anche il senso di appartenenza al gruppo e la solidarietà.
Il upo, un totem da millenni per il caparbio popolo della prateria, possedeva una forza di carattere tale da indurre vergogna e soggezione negli uomini. Poche persone avrebbero saputo attenersi in modo tanto ferreo a un simile codice; ancora meno avrebbero messo repentaglio la propria vita per opporsi a una forza invisibile..
Riflettendo Chen si rese conto di avere una conoscenza molto superficiale dei lupi. Per tanto tempo aveva pensato che vivessero per mangiare e per uccidere, ma chiaramente non era così. Quel presupposto si basava sulla sua conoscenza. Le scopo dei lupi non era mangiare o uccidere, bensì preservare una libertà sacra e inviolabile, la propria indipendenza e dignità.
Ho chiesto anche altre cose a Ojuka sul carattere dei mongoli.
Le ho chiesto se erano molto chiusi e mi ha risposto che erano socievoli.
Avevano innanzitutto una grande famiglia con i bambini e poi rapporti di buon vicinato.
Eppure sempre nel libro “L’ultimo lupo”, la vita dei pastori non è descritta in modo così elegiaco. Anzi, ne viene raccontata la durezza e la solitudine, pur avendo, è vero, un grande spirito di solidarietà fra di loro.
Sono tornata a casa con una gran voglia di approfondire lo sciamanesimo, una curiosità viscerale, anche se so bene che mai e poi mai lo potrei abbracciare, ma continuo a pensare che i suoi principi ispiratori siano esercitano su di me un fascino.
Dopo un’ora i miei compagni di viaggio sono tornati E ci siamo incamminati a piedi verso il campo, una gradevole passeggiata di non più di una ventina di minuti
1. La zona di Bajanzag o Bayanzag (mongolo: Баянзаг, traslitterato Bayan-Dzak) è una formazione rocciosa sita nel Distretto di Bulgan, nella provincia meridionale dell'Ômnôgov’, in Mongolia, facente parte della zona nord-occidentale del Deserto del Gobi. Si tratta di un famoso sito paleontologico, risalente al tardo Cretaceo superiore (Campaniano, 75-71 milioni di anni fa), dove sono stati rinvenuti, nel 1921 - 1922, numerosi e importanti fossili di vertebrati. Le rocce appartengono stratigraficamente alla Formazione Djadochta, costituita essenzialmente da arenaria in avanzato stato di erosione eolica.
La zona è nota con il soprannome inglese Flaming cliffs (Rupi fiammeggianti o Colline fiammeggianti), che si deve al vivido e brillante color arancione che queste rocce sabbiose assumono al tramonto e che le fu attribuito dall'esploratore statunitense Roy Chapman Andrews, che la visitò e vi fece delle ricerche negli anni venti per conto del Museo americano di storia naturale di New York. L'area è, inoltre, caratterizzata da un'abbondante crescita di saxaul (da Wikipedia)
2. Si tratta dell'Haloxylon Bunge ex E. Fenzl che è un genere raggruppante alcuni arbusti o piccoli alberi appartenenti alla famiglia Amaranthaceae. Il nome Haloxylon deriva dalle parole greche halo, «salino», e xylon, «albero», e significa «albero del sale», e si riferisce tanto ai luoghi dove cresce, quanto all'accumulo di sale nelle piante. Le specie appartenenti a questo genere sono note con il nome comune di saxaul, talvolta scritto anche sacsaoul o saksaul, dal russo саксаул (saksaul), a sua volta derivato dal kazako сексеуiл (seksewil). (da Wikipedia)
3. Roy Chapman Andrews (Beloit, 26 gennaio 1884 – Beloit, 11 marzo 1960) è stato uno zoologo ed esploratore statunitense, divenuto direttore dell'American Museum of Natural History nel 1934. È noto, in primo luogo, per avere condotto una serie di spedizioni nel Deserto del Gobi e nella Mongolia, attraverso una frammentata Cina degli inizi del XX secolo. Le sue spedizioni fecero importanti scoperte e portarono all'American Museum of Natural History le prime uova fossili di dinosauro mai conosciute.
4. Da "L'ultimo lupo" è stato tratto un film omologo (regista Jean-Jacques Annaud). Questa la sinossi del romanzo-memoir. Cina, anni Sessanta. All'inizio della Rivoluzione Culturale, il giovane Chen Zen lascia Pechino per "educarsi al lavoro" nella Mongolia Interna ed entrare in relazione con le popolazioni locali poco inclini ad assoggettarsi ai principi che informano il nuovo governo cinese. In una terra estrema e affascinante, sullo sfondo delle crescenti tensioni con l'esercito sovietico, Chen Zen entra così per la prima volta in contatto con un mondo ancestrale in cui le dimensioni del sacro e del soprannaturale permeano ogni cosa, compresa la quotidiana e delicata relazione con i lupi, i grandi predatori che contendono all'uomo la supremazia in quell'inospitale territorio. A lui, rappresentante del governo cinese e del mondo moderno, si imporranno scelte difficili, talvolta drammatiche, da cui emergerà profondamente mutato. Nato dall'esperienza diretta dell'autore, vissuto per undici anni nella Mongolia Interna, il romanzo è frutto di un lavoro di studio trentennale nel quale leggenda, storia e avventura si fondono per dare vita a un'opera intensa e controversa, che scuote dalle fondamenta il nostro modo di giudicare non solo la Cina di oggi, ma la storia stessa dell'umanità. Jiang Rong è lo pseudonimo di un intellettuale dissidente di cinquantotto anni, professore universitario di economia politica a Pechino. Da questo romanzo è tratto l'omonimo film di Jean Jacques Annaud.
8. 11 agosto 2018, Secret of Ongi Camp1
E’ stata di certo la giornata più assurda, ma anche più stravagante e divertente del viaggio.
Siamo partiti alle otto del mattino e siamo arrivati al campo alle sei del pomeriggio.
Dieci ore per percorrere centosessanta chilometri di pista sterrata che la pioggia notturna aveva ridotto a una palude.
Su quella via vi eravamo soltanto noi, alcuni pulmini russi e forse altri due o tre fuoristrada.
Tutti i mezzi continuavano a impantanarsi, ne tiravamo fuori uno e se ne impantanava un altro.
Una cosa estenuante.
Neanche i cellulari di Ojuka e degli autisti funzionavano.
Avevamo da bere dell’acqua, pochi biscotti e qualche cracker.
Dopo l’arrivo al campo molti di noi hanno mangiato una zuppa, ma io alle diciotto e trenta non ne avevo alcuna voglia, così ho aspettato la cena.
Quel giorno non abbiamo fatto nulla e non ho capito bene il perché.
In fondo avevamo a disposizione diverse ore che avremmo potuto impiegare vedendo qualcosa nei dintorni.
1. Il campeggio turistico "Secret of Ongi" si trova accanto al famoso tempio di Ongi a Saikhan Ovoo sum, provincia di Dundgobi, longitudine 104002'55" e latitudine 45019'57"; un percorso di 217 miglia su strada asfaltata seguito da un percorso di 105,4 miglia su strada di campagna migliorata da Ulaanbaatar.
9. 12 agosto 2018, Ikh Mongol Ger Camp
La mattina ci siamo alzati di buon ora.
La nostra meta era l’antica capitale, Kharkorin1
Ma prima di andare ci siamo recati a piedi verso le rovine d'un grandissimo monastero del tutto distrutto.
Al suo posto ve ne é oggi uno piccolino, che ospita - anche se in modo saltuario - non più di due, tre monaci.
Siamo entrati scalzi, in una stanza di media grandezza dove vi erano le ruote della preghiera e diversi oggetti di culto.
Siamo risaliti in macchina, abbiamo fatto una breve sosta in un piccolo ristorante sulla pista mangiando le solite cose e poi ci siamo diretti verso il campo. e ci siamo recati a Kharkorin, l’antica capitale della Mongolia fondata nel quattordicesimo secolo, i cui fasti sono durati non più di quarant'anni.
La città fu poi abbandonata e ridotta in macerie dai soldati della Manciuria. nel 1388.
Le sue macerie furono utilizzate nel sedicesimo secolo per costruire il monastero Erdene Zuu Khud2, gravemente danneggiato durante le purghe staliniane.
Nel pomeriggio abbiamo visitato il monastero Erdene Zuu, di cui dirò pochissimo, poiché non ho nessuna intenzione di sostituirmi a una guida turistica. Menzionerò solo il fatto che è stato fondato nel 1586 e si considera il primo monastero buddista della Mongolia.
Contava fra i sessanta e i cento templi.
Ha avuto periodi alterni di declino e prosperità fin quando le purghe staliniane del 1937 lo resero inutilizzabile.
Il monastero è situato all’interno di un enorme complesso cinto da mura, disposti a intervalli regolari lungo ciascun muro, ogni quindici metri sono disposti 108 stupa (108 è un numero sacro per i buddisti). La stupa3, che abbiamo visto anche nel piccolo monastero che abbiamo visitato dopo aver lasciato il Mongol Ger Camp, è un piccolo edificio di solito bianco, che contiene reliquie.
Ne abbiamo visitato i templi, le statue, i dipinti, i simboli sacri e così via.
Certo, molto interessante, ma pur sempre la solita tappa di un tour organizzato.
Non mi sono annoiata, era tutto molto interrante, magari un po’ affascinante, ma nulla più.
All’esterno delle mura del monastero si trovano due pietre della tartaruga, che un tempo segnavano i confini dell’antica Karakorim e avevano la funzione di proteggere la città (le tartarughe sono considerate simbolo di eternità)
1. Harhorin (in mongolo Хархорин), traslitterato anche Kharkhorin e Charchorin, è una città della Mongolia nella provincia del Ôvôrhangaj. Si trova nel distretto (sum) di Harhorin, a un'altitudine di 1.463 m s.l.m., circa 320 km ad ovest di Ulan Bator. Nel 2003 la città aveva una popolazione stimata di 8.977 abitanti, mentre la stima per l'intero distretto era di 13.496 abitanti.(da wikipedia). Vedi anche Brief history of Kharkhorin, the ancient capital of Mongol Empire.
2. Erdene Zuu (in mongolo Эрдэнэ Зуу; lett. "cento tesori") è un antico monastero buddista che si trova nella provincia del Ôvôrhangaj in Mongolia, accanto alle rovine di Karakorum, l'antica capitale dell'impero mongolo e non lontano dalla moderna Kharhorin.
Fa parte del paesaggio culturale della Valle dell'Orkhon, protetto dall'UNESCO (da wikipedia).
3. Uno stupa (dal sanscrito stūpa) è un monumento buddista, originario del subcontinente indiano, la cui funzione principale è quella di conservare reliquie. Il termine deriva dal sanscrito (chörten in tibetano) che letteralmente significa "fondamento dell'offerta". È il simbolo della mente illuminata (la mente risvegliata, divinità universale) e del percorso per il suo raggiungimento. Se si usano soltanto due parole, la migliore definizione di stupa è "monumento spirituale". A livello simbolico, lo stupa rappresenta il corpo di Buddha, la sua parola e la sua mente che mostrano il sentiero dell'illuminazione.
10. 13 agosto 2018, Moltsog Els Camp
La mattina abbiamo visitato il museo di Karakorum, che la mia guida definisce il miglior museo del paese fuori da Ulan Baator. Vi si trovano decine di manufatti del tredicesimo e del quattordicesimo secolo rinvenuti nell’area circostante, come ceramiche, bronzi, monete, statue di culto e iscrizioni in pietra.
Dopo pranzo ci siamo recati a vedere i rarissimi takhi o cavalli selvatici1.
Si trovano nel Gobi della Zungaria. E’ un parco enorme e in esso si trova la Takhhilin Research Station2, creata per proteggere gli esemplari di takhi o cavalli selvatici che vivono allo stato brado .C’è una cosa sola che non riesco a situare in una precisa dimensione temporale ed è quando abbiamo visitato una famiglia mongola.
In tutte le guide turistiche, in tutti i reportage dei tour in Mongolia si parla della famosissima ospitalità mongola. Molti turisti che hanno il coraggio di avventurarsi da soli nella steppa o nel deserto, si giovano di questa ospitalità. Quando si entra in una gher non si bussa, si entra e basta e si viene subito accolti.
E’ stato così per noi? No di certo. E’ vero, siamo andati a visitare una famiglia di mongoli, ma alla fine dell’incontro li abbiamo pagati. Io sono rimasta quasi tutto il tempo fuori. Gli altri sono entrati, hanno assaggiato il latte di cavallo fermentato, che si produce così: si mette in enormi recipienti e si batte con un bastone per almeno mille volte. Così - dicono - diventa alcolico. Io non ho avuto il coraggio di assaggiarlo e poi sono rimasta quasi tutto il tempo fuori. Mentre gli altri scattavano foto a ripetizione di quella famiglia, c’era una bambina molto piccola, una ragazza adolescente e due ragazzini, un maschio e una femmina. I miei compagni di viaggio hanno donato album e pennarelli ai ragazzini ed il mio fastidio cresceva sempre più.
Mi ha incuriosito però vedere un malconcio canestro per il basket e l’ho indicato al ragazzino, sorridendo.
E non racconto altro.
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1. Il cavallo di Przewalski (Equus ferus przewalskii o Equus przewalskii), comunemente noto anche come takhi,[4] cavallo selvatico mongolo o cavallo dzungariano, è un raro cavallo selvatico in via di estinzione originario delle steppe dell'Asia centrale. L'animale prende il nome dal geografo ed esploratore russo Nikołaj Przewalski. Un tempo estinto in natura, è stato reintrodotto nel suo habitat naturale a partire dagli anni '90 in Mongolia presso il Parco Nazionale di Khustain Nuruu, la Riserva Naturale di Takhin Tal e Khomiin Tal, nonché in molti altri luoghi dell'Asia centrale e dell'Europa orientale (da wikipedia)
2. Vedi l'articolo The takhi field stationper un approfondimento, nel sito che si occupa della protezione e della continuità di questa specie equinaq.
11. 14 agosto 2018, The Grand Hill (Ulan Baator)
Subito dopo questa sosta, siamo partiti verso Ulan Baator, solo poche decine di chilometri di pista e poi tutta strada asfaltata.
Abbiamo pranzato in un ristorante con cibo mongolo, ma che aveva una certa eleganza ed era frequentato da gente che pareva facoltosa.
Nulla di simile alla semplicità dei campi che, per quanto pensati per noi turisti occidentali, sono di certo più semplici e spartani.
Abbiamo riposato per un po’ in albergo e poi ci siamo recati a vedere uno spettacolo musicale. Doveva essere molto bello, ma forse in me ha prevalso la stanchezza accumulata nel viaggio, perché, con mio sommo disdoro, mi sono addormentata, malgrado la musica ad un volume altissimo.
Da quel poco che ho visto lo spettacolo era affascinante, la musica, le danze, ma anche questa era un’attrattiva per turisti e nulla più.
La cena come sempre abbastanza presto e poi l’addio a Ojuka e agli autisti, che non erano certo più delle persone anonime, ma molto familiari.
Sono rimasta assieme ad alcuni dei compagni di viaggio per un po’ e poi sono rimasta nella mia stanza a scrivere.
Al mattino ci siamo preparati con molta più calma del solito.
Ad attenderci c’era un bus con una nuova guida, la titolare dell’agenzia mongola consociata con la Mistral. Ci siamo recati al Museo dei dinosauri (il Natural History Museum of Mongolia) e, come ho già fatto prima, anche stavolta non ho intenzione di tediare nessuno col raccontare perché questo argomento, a me ben noto, mi annoia tantissimo.
Quello che mi dispiace è il non aver sentito le parole della giovane mongola, certo più grande di Ojuka, e che era una persona coltissima e appassionata del suo paese.
Troppo tardi ho capito che nell’ultima stanza dove ci siamo recati c’era un raduno di sciamani e che la guida ne era un’appassionata studiosa.
Abbiamo pranzato abbastanza presto e, infine, ha avuto inizio il lunghissimo e noioso viaggio di ritorno.
Postfazione
(Maurizio Crispi)
1.Mia cugina mi inviò questo suo scritto alla fine del 2018, chiedendo se volessi pubblicarlo nel mio blog.
Mi spiegò che era il suo resoconto di viaggio nella lontana Mongolia che aveva intrapreso sulla base di un improvviso impulso pochi mesi prima.
Il suo desiderio come rivela sin dall'incipit era quello di poter camminare sulle dune del Deserto di Gobi ed ascoltarne il canto.
Ma già il titolo del suo resoconto "Vedrò mai le dune che cantano?" mette in dubbio questo stesso progetto.
Maria Patrizia inseguì, nel corso del suo viaggio questa aspirazione che poi, forse, restò delusa.
Racconta che nel giorno in cui la sua comitiva si addentrò nel Deserto e quando scesero dai mezzi per esplorare le dune,, lei si arrese, riconoscendo che ascendere sulla duna era un compito troppo arduo per lei (ricordiamoci che in quel periodo Maria Patrizia era ancora fortemente sovrappeso e che era stata - e rimaneva - un forte fumatrice.
Si arrese e torno indietro.
Non si avventurò oltre.
E rimase con quel groppo di desiderio.
Tutto ciò ci indica che, nelle cose che facciamo ed anche nei viaggi che pianifichiamo, rimane sempre una divaricazione (a volte profonda) tra ciò che fantastichiamo e la realtà delle cose.
Gli incontri e le scoperte fantasticate rimarranno sempre uno o o due (o molti) gradini più alto di quelli che effettivamente possiamo raggiungere.
La discrepanza tra il desiderio fantasticato e ciò che poi effettivamente sperimentiamo in termini cognitivi ed emozionali quando quel desiderio lo realizziamo, ci porta ad utilizzare il desiderio come un motore nelle nostre azioni, un motore che ci sospinge sempre in avanti e che ci porta a provare e a riprovare.
Non sentì le dune cantare ma fece un bellissimo viaggio, inseguendo alcuni suoi percorsi letterari
2. Maria Patrizia era una forte e curiosa lettrice, instancabile. In adolescenza abbiamo condiviso dei percorsi di lettura e abbiamo in alcuni casi condiviso le stesse letture.
Confesserò qui che i suoi ritmi di avida ed instancabile lettura erano turbinosi e che io rimanevo costantemente indietro rispetto a lei. In ogni caso i due volumi da lei citati "Attraverso il deserto di Gobi" del tedesco Fritz Muhlenweg per certo furono un patrimonio di letture comune. Poi ci furono altre letture sue divergenti dalle mie ed altre mie (da lei non condivise), come, ad esempio, il diario di viaggio in Mongolia di Silvio Micheli.
Il suo resoconto di viaggio mi ha, infatti, subito ricondotto a "Mongolia. Sulle orme di Marco Polo" (volume edito da Bompiani nel 1964) che fu una lettura giovanile, propostami da mio padre,
Quando ho ricevuto da Maria Patrizia Salatiello queste note sul suo viaggio in Mongolia, sono rimasto molto colpito sia perché lei stessa ha identificato almeno una radice distante di tale viaggio nella lettura di due romanzi giovanili che sicuramente avevamo condiviso (i due romanzi di Muhlenweg da lei citati ), sia perché mi ha ricondotto a pensare ad una mia lettura giovanile (propostami da mio padre) che fu il resoconto di viaggio di Silvio Michieli1, Mongolia. Sulle orme di Marco Polo (edito da Bompiani nel 1964,). Detto per inciso: mio padre mi portava libri a getto continuo e molti erano i libri di viaggio che mi aprivano gli occhi sul mondo e alimentavano le mie curiosità.
Questo libro venne pubblicato nel 1964 e credo di ricordare che mio padre me lo portò che era appena uscito o nei primi mesi del 1965. Avevo già letto dei romanzi, come mia cugina, ambientati nel deserto di Gobi.
Quindi, la Mongolia è stata uno dei miei viaggi letterari.
Questo resoconto mi colpì molto, poiché l’autore lo affrontò da solo in un’epoca in cui era molto complicato pianificare e realizzare questo tipo di viaggi in terre lontane ed “esotiche”.
Viaggiando in solitaria ebbe molte occasioni di entrare in contatto stretto con i Mongoli e di vivere con loro al di fuori di una cornice di contaminazione turistica (allora, peraltro, nemmeno esisteva il turismo di massa, né tantomeno quello elitario).
Ebbe anche una relazione con una donna mongola, Sajan, che gli faceva da guida e, a volte, da traduttrice. E di questa relazione Micheli pure racconta.
Tutto il libro mi colpì molto, inclusa questa parte della storia d’amore e rimase indelebilmente nel mio immaginario
3. Questo in sintesi il contenuto del resoconto di viaggio di Silvio Micheli
"Silvio Micheli è andato in Mongolia per ripercorrere il cammino di Marco Polo. È partito con un solo problema: rifare quella strada. Si stava avventurando in una terra dove gli stessi sovietici si trovano a disagio, dove non-mongolo è già un marziano, un uomo giunto da contrada remote e impensabili. Le esitazioni dei burocrati, le difficoltà dell’equipaggiamento, la renitenza delle guide, la diffidenza di chi non comprendeva il suo progetto - niente è riuscito a fermare il viaggiatore. In un certo senso, questo libro è il diario di un uomo cocciuto, che insegue una catena di memorie in una terra che, uscita da un sonno secolare, lavora a nascondere queste memorie per ricostruirsi un nuovo volto. Forse le pagine più avvincenti di questo rapporto di viaggio sono quelle in cui si dispiega, in tutta la sua paradossalità, l’urto tra l’autore, alla ricerca di una Mongolia antichissima, pittoresca, favolosa, e la resistenza dolente dei nativi, che vedono questo passato di fiaba come il ricordo di un tempo in Giusto, e tentano continuamente di proporgli l’altra volta della Mongolia, quello fatto di case moderne, di ospedali di scuola, di centrali industriali.
Ma questi aspetti di una Mongolia del presente del futuro si stagliano sullo sfondo di un paesaggio arcaico, le officine sorgono ai margini di deserti sterminati, gli automezzi sovente cedono il passo i cammelli.
E oltre questo orizzonte - come il viaggiatore sa, con i nativi tentano di dimenticare - esistono le memorie dell’altra Mongolia, quella dei monasteri sfavillanti d’oro, del rocche feudali quel che Marco Polo vide e attraversò. E sotto le pressioni testarde, appassionate del viaggiatore, a poco a poco questa Mongolia viene alla luce, riemerge dal passato: da un vecchio cofano in una yurta, degli archivi di un ospite che riceve il viaggiatore ricordandogli con piacere che egli è il secondo italiano a passare di là; il primo fu Marco Polo, e l’ospite pare ricordare entrambi, come un testimone senza età. Teso nella ricerca della storia, Micheli scopre tuttavia di continuo presenza reali, volti di uomini, sguardi di ragazze. E verso la fine del volume le vicende di viaggio si fondono con una storia d’amore: il personaggio di Sajan, la ragazza mongola, dà vita al più patetico e delicato episodio di questo pellegrinaggio. Attraverso di lei, attraverso gli altri personaggi, l’anima di un popolo si disegna in una serie di incontri, esplodono le contraddizioni tra il passato che sopravvive è un presente costruito giorno per giorno, contenzione rivoluzionaria. Così da queste pagine esce a poco a poco una Mongolia che non è quella del tradizionale rapporto di viaggio fondato sul puro gusto dell’esotico, e non è quella delle auto-presentazioni ufficiali. È semplicemente quella vera dove il fantasma di Marco Polo si aggira intorno alle centrali elettriche, tra mandrie di bufali e colonne di trattori."
4. Quindi, questa fu la prima lucina che si accese nel mio repertorio di ricordi personali in merito alla misteriosa Mongolia, quando Maria Patrizia mi invio il suo resoconto diaristico.
L'altra fu relativa ad un film (di cui avevo acquistato la videocassetta in VHS e che era "Sul 45° Parallelo" (di Davide Ferrario, 1997) , con le musiche di Lindo Ferretti e dei CSI (Consorzio suonatori indipendenti) che avevo più volte guardato (e ascoltato) con grande interesse e piacere.
Qui viene stabilita una connessione tra i luoghi della pianura padana e, in particolare dell'Emilia, con la Mongolia, dal momento che entrambe le contrade sono attraversate dal 45° parallelo. Nel 1997, mentre Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni dei CSI viaggiavano in Mongolia, Ferrario, dall’altra parte del medesimo parallelo (“a metà strada tra il Polo Nord e l’Equatore"), viaggiava nella pianura padana, guardando alle cose che vede "con l’occhio del mongolo". E' un film singolare, senza storia ma non senza un senso precisissimo, con immagini e atmosfere straordinarie, sottolineate dalla musica dell’ultimo album dei CSI, Tabula rasa Elettrificata2, che di lì a poco sarebbe diventato un successo clamoroso.
Questo riferimento al film di Ferrario ci è utile per dire che ogni viaggio reale ha delle sue radici saldamente piantate nell'immaginario di ciascuno e che, nello stesso tempo i viaggi immaginari che si compiono stando all'interno di una stanza si costruiscono attorno a precise divagazioni fantastiche e letterarie, e si prestano ad molteplici attribuzioni di significati, spesso multi-determinati.
Quando si leggono dei resoconti di viaggi, bisogna tener conto che vi è sempre, dunque, un'ermeneutica del viaggio e del viaggiare delle cui esperienze è possibile poter compiere un lavoro di decodificazione, a partire da riferimenti letterari noti (o eventualmente da scoprire) e da digressioni fantasticate.
Non è detto che una viaggio lo si faccia perché si vuole conoscere un pezzo di realtà lontano (e comunque diverso dal quotidiano orizzonte di vita), mentre è più probabile che lo si intraprenda perché si vuole dare un fondamento alle chimere della propria mente.
Ogni viaggio è così interpretazione, attribuzione di senso, messa al vaglio e verifica di materiale immaginario e iconografico già sedimentato nella nostra mente. Ciò che si traduce in un resoconto diaristico di ogni viaggio è il più delle volte frutto di una mediazione tra l'istanza del reale e quella dell'immaginario.
Per questo motivo un viaggiatore è innanzitutto un "viaggiatore della mente", ma anche si può affermare che mettere mano al viaggio reale espone fortemente al rischio della disillusione e della perdita delle immagini semi-oniriche che popolano la nostra meta.
5. Tutto ciò è evidente nel resoconto di viaggio di Maria Patrizia che, nel suo viaggio in Mongolia, è andata alla ricerca di quelle immagini letterarie che si erano sedimentate nella sua mente.
Ha trovato ciò che cercava? Forse no. Forse ha trovato altro, ma ciò che ha trovato veramente non ce lo dice: lo ha tenuto gelosamente serbato nel suo animo.
Ci dice di ciò che ha turbato la sua cerca e di ciò che l'ha infastidita. Il fatto di trovarsi a fianco a fianco con compagni di viaggio poco "profondi", scarsamente introspettivi e probabilmente privi di un proprio background di letture e di avventure fantasticate; si rammarica di vedere in azioni alcuni aspetti deteriori del turismo consumistico "usa e getta", i cui fruitore viaggiano solo per mettere nel proprio carniere viaggi in terre lontane che ben poco vengono interiorizzate e che vengono ridotte il più delle volte a mero safari fotografico; si risente del fatto che non vi sia da parte dei suoi compagni di viaggio un autentico sforzo di capire l'altro da sé; ma anche di vedere che il l'avvento della modernità in Mongolia sta rapidamente scalzando le più antiche radici di essa.
Sembra che Maria Patrizia sia rimasta delusa, anche se in realtà non lo è. Forse ha solo sfiorato ciò che trovava, ma soprattutto ha avuto modo di constatare con forza che le radici del sogno rimangono forti ed imperturbabili e che il sogno rimane ben più forte della realtà e che proprio questo è il motivo per cui viaggiamo, inseguendo i nostri sogni più riposti.
In questa dimensione la dimensione posta dal titolo stesso delle sue memorie di viaggio è emblematico, poiché quelle "dune che cantano" rimangono purissime ed intangibili nel suo sogno ad occhi aperti.
6. Mi rimane adesso il compito di cercare di capire perché Maria Patrizia volle andare in Mongolia. E le mie saranno delle mere argomentazioni, dal momento che Maria Patrizia non è più tra noi e non abbiamo più la possibilità di chiederglielo di persona.
Secondo me il viaggio in Mongolia va letto in relazione - e come reazione - ai suoi molteplici viaggi a Gaza. Come molti sanno Maria Patrizia intraprese attorno al 2004 un progetto di studio sul Disturbo Post-traumatico da Stress sui bambini di Gaza, promosso dalla ONG CISS (Cooperazione Internazionale Sud Sud), e tutto ciò è stato da lei raccontato in forma di saggio scientifico nel suo libro "Essere bambini a Gaza: il trauma infinito"
Ma questo libro (pubblicato da Edizioni Frenis Zero nel 2016) non è solo asettico saggio scientifico, m anche accorata testimonianza del disagio e del dolore sperimentati in modo continuativo dai poveri bambini di Gaza e, in generale, da tutti i Palestinesi confinati in quella che, anno dopo anno e giorno dopo giorno, diventava sempre di più un'immensa prigione a cielo aperto.
La sua nota introduttiva ed anche una postfazione alla parte più propriamente scientifica dello studio contengono molti riferimenti ai suoi frequenti e ripetuti viaggi a Gaza, quando la situazione si deteriorava sempre di più, tra il 2008 e il 2014 circa e ne sono accorata testimonianza. In uno dei suoi ultimi viaggi lì, Maria Patrizia fece persino l'esperienza di trovarsi a poca distanza dalle esplosioni delle bombe israeliane, eppure - finché le fu possibile - con grande dedizione e passione continuò ad occuparsi dei "suoi" bambini, con la sua scatola dei giochi e tutto l'armamentario per disegnare. Poi, i viaggi cessarono del tutto poiché ai partecipanti di quel progetto non poteva più essere garantita alcuna sicurezza.
Maria Patrizia aveva una mente molta pragmatica che, con l'abbandono molto netto e radicale di posizioni adolescenziali più romantiche, era stata plasmata dall'abbandono della fede (inizialmente cresciuta nella frequentazione di una scuola parificata gestita da suore) e dall'adesione a forme di marxismo molto radicale negli anni universitari, con un addolcimento successivo e il recupero del grande valore dell'introspezione grazie all'addestramento psicoanalitico cui si sottopose negli anni successivi alla laurea.
La sua dedizione e la sua abnegazione nei confronti dei bambini di Gaza furono sicuramente dovute al suo grandissimo pragmatismo e al suo desiderio di voler fare qualcosa per aiutare. Sicuramente, in questo progetto profuse grandi energie, mettendoci tutta se stessa.
Quando cessò per lei la possibilità di entrare a Gaza, ma con il peso enorme di quell'esperienza da metabolizzare, dovette scattare dentro di lei una molla, che la indusse a cercare un punto di svolta oppure ad un'esperienza che potesse sanare la sua anima ferita da tutto ciò che aveva visto a Gaza. Maturarono così in lei le condizioni mentali per intraprendere questo suo viaggio in Mongolia, alla ricerca forse di un suo passato adolescenziale che aveva vissuto vicende avventurose ed esotiche, attraverso le evasioni letterario, oppure ricercando il contatto con terre lontane ed esotiche che avevano alimentato forme di misticismo e di meditazione e, come motivazione ultima e non meno importante, ci metterei - in contraltare con la claustrofobia sperimentata a Gaza - la ricerca vivificante del contatto con spazi puri e ancora incontaminati dalla civilizzazione e - tutto sommato - preservati dalle guerre e dall'odio.
Ed così - a mio modo di vedere - che nacque dentro di lei la voglia di compiere il viaggio in Mongolia.
7. Maria Patrizia, assieme al file di testo, mi inviò - contestualmente - anche alcune delle foto da lei stessa scattate, probabilmente con lo smartphone, poiché - di suo - non era intrinsecamente una fotografa, nel senso che non praticava attivamente la Fotografia come strumento espressivo.
Ma, evidentemente, con molta parsimonia aveva fatto alcune foto di documentazione , usando lo strumento che aveva a disposizione..
Queste foto adesso, a distanza di anni, non sono riuscito più a trovarle. Non le guardai nemmeno quando me le inviò riservandomi di utilizzarle successivamente per illustrare il suo diario di viaggio.
Purtroppo sono andate perse.
Anche per creare degli stacchi nei blocchi di testo sono andato alla ricerca nel web di immagini dei diversi luoghi da lei menzionati.
Della scelta di immagini pertanto, mi assumo ogni responsabilità e penso che probabilmente Maria Patrizia non le avrebbe apprezzate particolarmente, considerando0 le numerose piccole frecciate che rivolge ai suoi compagni di viaggio pronti a lanciarsi come cani su di un osso gustoso non appena si presentava al loro sguardo qualsiasi cosa avesse un gusto "esotico" e "fuori dall'ordinario".
Penso comunque che qualche immagine di mera documentazione possa essere utilizzata qui, senza tradire il punto di vista di Maria Patrizia, anche se le immagini in sé imprigionano l'oggetto dello sguardo in una cristallizzazione immutabile e, in un certo senso, finiscono con il piegare la realtà al pregiudizio dell'occhio di chi guarda e metterla fuori dal tempo, impedendo di fatto alle persone che vi compaiono qualsiasi evoluzione fuori dal cliché, dal luogo comune e dallo stereotipo.
Analogamente, a pie' di pagina, ho aggiunto delle notazioni esplicative e dei rimandi iper-testuali (questi ultimi anche nel corpo del testo come link), sperando di fare cosa utile (e di tali scelte documentarie mi assumo del pari ogni responsabilità).
8. Detto tutto questo - e qui concludo - aggiungerò che è stata per me una grande emozione leggere queste note di viaggio a distanza di più di due anni dalla dipartita di Maria Patrizia Salatiello, così pure come ho provato una grande emozione a leggere le sue riflessioni sui diversi viaggi a Gaza. Nell'uno e nell'altro caso mi è sembrato di sentire la sua voce che narrava e di sentirla ancora viva e presente tra noi.
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1. Silvio Micheli è nato a Viareggio il 6 gennaio 1911 ed è morto il 23 marzo 1990.. Ha compiuto gli studi scientifici a Pisa e ha lavorato a lungo come disegnatore progettista nell’industria. La sua carriera letteraria è iniziata dopo la Liberazione, con una serie di opere narrative ispirate ai temi della resistenza e della lotta operaia nel periodo bellico. Tra queste “Pane duro”, pubblicato nel 1946 da Pavese, che lo aveva scoperto durante la guerra, riceveva il premio Viareggio. Successivamente, ha alternato l’attività narrativa con quella pubblicistica, e ha vissuto nella città natale. Ha dichiarato di aver sempre detestato i viaggi, ma di essere stato obbligato a spostarsi spesso. Per scrivere il suo "Mongolia. Sulle tracce di marco Polo" si è spostato parecchio: ma, se non l’amore dei viaggi, lo ha spinto quella curiosità delle situazioni umane e sociali che ha dominato tutte le sue opere.
2. Per un più ampio riferimento all'album dei CSI vedi l'apposita scheda più sotto.
Cortometraggi e Documentari Sul 45° parallelo Italia/Mongolia, 1997, 35mm, 50', Colore "La prima idea cominciò ad essere discussa dopo "Accostati insieme padani e mongoli, ne viene fuori una lezione
Sul 45° parallelo
Italia/Mongolia, 1997, 35mm, 50', Colore
Regista
Davide Ferrario
Sceneggiatura
Gianni Celati, Davide Ferrario, Giovanni Lindo Ferretti
Fotografia
Marco Preti (Mongolia), Massimiliano Trevis (Italia)
Operatore
Marco Preti
Musica originale
C.S.I. (Tabula Rasa Elettrificata)
Interpreti
Davide Ferrario, Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni
Produzione
Colorado Film Production e Dinosaura
Sinossi. Il documentario racconta un duplice viaggio in terre lontane, ma che insistono sul 45° parallelo. Mentre Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, del gruppo musicale CSI, viaggiano in Mongolia, Ferrario viaggia nella pianura padana osservata assumendo il punto di vista di un asiatico. Immagini e atmosfere suggestive sono sottolineate da una colonna sonora che, da lì a poco, avrebbe portato i CSI al successo.
Dichiarazioni
«La prima idea cominciò ad essere discussa dopo Materiale resistente e dopo Tutti giù per terra. Il progetto prevedeva che i C.S.I. registrassero un nuovo cd in Mongolia, dopo un viaggio in treno in Transiberiana. Proposi di seguire il viaggio con una piccola troupe e di filmare la registrazione del cd e i concerti che i C.S.I. avrebbero tenuto a Ulan Baator. Oltre, naturalmente, a portare a casa una grande quantità di materiale documentario su quelle regioni suggestive e poco filmate che, per qualche ragione, colpivano il nostro immaginario comune. Tutto si fermò per una questione di permessi governativi. Quando i permessi arrivarono, nell’estate del 1996, io mi trovavo impegnato nella preparazione di Tutti giù per terra. D’altra parte, solo Giovanni Ferretti e Massimo Zamboni, tra i C.S.I., avevano deciso di partire. Lungi dall’abbandonare l’idea, mi interrogai sul senso di quel viaggio e mi resi conto che il mio viaggio non era quello materiale, ma quello virtuale del film che avrei voluto girare. E che anzi la separazione tra me e Ferretti/Zamboni apriva uno spazio forse ancora più interessante di ricerca: una specie di diario di fine millennio tra Oriente e Occidente, tra qui e altrove, tra nomadismo e stanzialità. Idea rafforzata dalla scoperta geografica che il deserto del Gobi è attraversato dal quarantacinquesimo parallelo, lo stesso che corre per la pianura padana: casa mia, e anche quella dei C.S.I. Il quarantacinquesimo parallelo è di per sé un luogo arcano: rappresenta l’esatta metà dell’emisfero nord, a mezza via tra Polo ed Equatore. Contattai Marco Preti, operatore e filmaker, che si aggregò al viaggio in Mongolia. E io cominciai a girare la pianura con una 16mm, semplicemente guardandomi attorno, immaginando talvolta di essere una troupe mongola in Europa. Su questo paradosso ho coinvolto pian piano gli amici-complici come lo scrittore Gianni Celati e il regista-fotografo Attilio Concari. Ferretti e Zamboni tornarono carichi di idee e suggestioni. Si chiusero insieme agli altri del gruppo in un agritur dell’Appennino reggiano per comporre il nuovo disco. Io mi installai al piano di sopra con un Avid e cominciai a montare. Ogni giorno io scendevo ad ascoltare la musica e loro salivano su a vedere le immagini. Il risultato è Tabula Rasa Elettrificata, il nuovo disco, e Sul Quarantacinquesimo parallelo, questo film che ne usa le canzoni come spina dorsale. Il film è quanto più lontano si possa immaginare da un film-concerto. I C.S.I. non vi suonano una sola nota live. Non è nemmeno un documentario su qualcosa. È un viaggio in uno spazio che si è creato tra la realtà e la fantasia di tutti coloro che sono stati coinvolti. Che è, precisamente, il luogo in cui esiste il cinema» (D. Ferrario, in Rete Civica del Comune di Reggio Emilia, “municipio.re.it”, 31.3.2009).
«Partendo da Torino e andando a est arrivi in Mongolia: non so quale, ma c’è un significato. Non è detto che non ci ritorni un’ennesima volta su questo parallelo, mi piacerebbe camminarci su da Torino fino a Boccasette sull’Adriatico e vedere che ci trovo: mi affascina di più l’esplorazione del mondo vicino, piuttosto che paesi lontani da cui torni uguale a prima» (D. Ferrario in occasione della presentazione di La luna su Torino, Il Sole 24 Ore, 10.11.2013).
«Accostati insieme padani e mongoli, ne viene fuori una lezione di etnologia comparata del vicino e del lontano. E non è detto che sia il lontano ad essere più strambo e singolare: anche qui da noi sappiamo difenderci. Qui come là, gli uomini sanno essere straordinari. Ottima idea, questa di Ferrario, di girare, tra un film e l’altro, fuori da schemi e regole, lavori compositi, dai confini, geografici e stilistici, irregolari. Se in Tutti giù per terra Ferrario rendeva viva una storia di ordinario e consapevole smarrimento grazie ad una messinscena allegra, mossa e imprevedibile, qui, sul quarantacinquesimo parallelo, mette in scena l’imprevedibilità del mondo in modo ugualmente imprevedibile. Un altro passo avanti per un regista che cresce a vista d’occhio» (B. Fornara, “Cineforum” n. 367, 9/1997).
«Un viaggio reale che diventa però in breve più ampio delle sue coordinate geografiche, per abbracciare il concetto stesso di spostamento, di movimento. Film ispirato da popoli nomadi e da strade identiche a se stesse da secoli, che concilia il moto di chi passa dalla quiete di chi, comunque, rimane. In sottofondo, e a tratti in soprafondo, la musica dei CSI, quella di Tabula Rasa Elettrificata, album che trova le sue radici proprio nell’essere specchio di distanze da percorrere, per poi coprirne delle altre ancora» (“Rockol.it”, 1.1.1998).
«Sono passati quasi vent'anni da questo documentario firmato Davide Ferrario, che da sempre (ancor oggi) è stato attratto e incuriosito dal parallelo terrestre numero 45, che unisce sulle mappe la pianura padana e la Mongolia, due mondi apparentemente così lontani ma che in qualche modo devono essere uniti. […] Interviste, incontri e tanta tanta musica (la colonna sonora è lo straordinario album Tabula Rasa Elettrificata degli stessi C.S.I.), per un film che procede senza alcuna storia ma “non senza un senso precisissimo”, con immagini e atmosfere uniche. Un tuffo in un passato che per certi versi sembra lontanissimo (e non solo per le ceneri di quel gruppo musicale...) ma all'interno di una ricerca che nel cinema di Ferrario ancora prosegue (“quel” parallelo è molto presente anche nell’ultimo suo film, La luna su Torino)» (C. Griseri, “cinemaitaliano.info”, 16.04.2015).
Da sempre durante la mia passeggiata mattutina con il cane, mi trovo a passare quasi ogni giorno all’incrocio tra via Giuseppe Pipitone Federico e via Luigi Pirandello.
Qui, a mia memoria, vi è sempre stata una Edicola Libreria, di cui non sono mai stato cliente, ma dove mi fermavo frequentemente a osservare i libri esposti in vetrina (in verità con poco ricambio).
Forse nella mia vita ci sarò entrato soltanto un paio di volte a curiosare tra i libri all’interno e, forse, una volta soltanto ne ho acquistato uno.
Inutile aprire troppi fronti librari, ma anche pernicioso per la tasca, ma - a volte - la curiosità ha la meglio…
In ogni caso, ad ogni mio passaggio al mattino presto, l’edicola era frequentemente aperta e la signora che gestiva (nonché proprietaria) era già là che spazzava davanti al negozio o che accoglieva i primi clienti che giungevano per l’acquisto del quotidiano.
Insomma, era una presenza importante per il quartiere, proprio accanto al ristorante “Il cotto e il crudo“ che si è stabilito in via Luigi Pirandello, ma solo molti anni dopo.
Improvvisamente, alcuni mesi fa ho visto che l’edicola non apriva più al solito orario e che con estrema rapidità il negozio era stato rapidamente svuotato .
In questo repentino e traumatico passaggio non vi è stato alcun preavviso.
La chiusura è avvenuta letteralmente dall’oggi al domani e gli stessi clienti abituali, quelli che al mattino presto arrivavano per acquistare il quotidiano seguendo una inveterata abitudine, sono rimasti sbalorditi, basiti davanti a quella che è stata vissuta come una defezione, una fuga.
Nessun preavviso
Nessun avviso
Chi sa cosa sia mai accaduto
Ma in ogni caso anche questa improvvisa eclissi racconta di una Palermo che scompare sotto i nostri occhi e dei suoi punti di riferimento fondamentali che vengono poco alla volta cancellati.
Quel che rimane è una vestigia, una carcassa vuota
É triste vedere pezzi del nostro sistema di riferimenti nel territorio perdersi nel nulla e dissolversi
Panchina arroventata,
Panchina-graticola
per la cottura di Cristiani e Cristianeddi
Era già in leggera ombra
quando ci ho posato le chiappe
ma il suo ferro era ancora
rovente e urente
A stento ho trattenuto
un gemito di dolore
sentendomi come quel Santo
che venne cotto sulla graticola
Mi sono allora spostato per accomodarmi
su di una panchina rossa
poco più in là
dove se ne stava già seduto
un tizio extra-comunitario
che già prima,
vedendomi soffrire sulla panca-griglia,
con ampi gesti mi aveva invitato
a sedermi accanto a lui
Abbiamo conversato amabilmente
Mi ha chiesto quando ero nato
e mi ha detto che il colore
che mi dà forza é il rosso
Non che debba vestire tutto di rosso,
ma devo sempre avere
un po’ di rosso addosso
Gli ho fatto vedere che il portachiavi
delle chiavi dell’automobile
ha una stringa rossa
Lui ha testiato, compiaciuto
Poi gli ho fatto notare
che eravamo seduti su di una panchina rossa
E di nuovo lui ha testiato
Questa panchina era magnifica,
ombreggiata da tre possenti robinie
che sono sopravvissute ai tagli
dei macellai armati di motosega
e molto ventilata, a differenza dell’altra
Qui si godeva di un piacevole gioco
di correnti d’aria e brezzoline
che rinfrancavano,
la frescura era davvero balsamica
e ci si dimenticava della calura opprimente
Dopo un po’ il tizio
che mi aveva rivelato di essere
nativo dello Sri Lanka
e di aver vissuto da panormita
per oltre quaranta anni
("Ero avvocato a Ceylon")
se ne è andato, contento
Mi ha detto che abitava
un po’ più in là,
in una traversina di via Noce
e che, ogni giorno,
viene a sedersi qui,
proprio su questa panchina
per starsene tranquillo
Gode bene chi di poco si accontenta
E le panchine sono fatte per questo
A ciascuno offrono
ciò che uno desidera
Piazza sonnolenta
Gente molto lenta
Di cani perduti
una marmaglia pigra e lenta
Piazza a ritmo ridotto
Atmosfera da siesta messicana Mexico e nuvole
Nessuno in giro
se non pochi turisti stanchi
in abiti leggeri estivi o da safari
in esplorazione
a passi stanchi e lenti,
che lasciano impresse sul suolo
orme pulverulente
E ogni tanto sosta
e naso all’aria,
occhio ammiccante,
macchina fotografica penzolante
dal collo o dalla mano
e clic clic clic e ancora clic
Vicolo con lenzuola stese
che garriscono nel vento
Palme svettanti
si stagliano su un fondale azzurro
percorso da una transumanza lenta
(non galoppante)
di bianche nuvolette candide
Torri goticheggianti
alte ed imponenti,
eppur eleganti,
ci ricordano
con la loro presenza assidua
il tempo lento
di secoli e millenni di storia
Siamo sempre qua
a far lento esercizio di contemplazione
alla non-ricerca di immediato satori
Quando ero piccolo, la mamma mi portò a vedere - in uno dei nostri pomeriggi cinematografici - il film di Frank Capra che era comunque una riproposizione, giacché era uscito nel 1937 (ma forse mai arrivato in Italia nel clima di anteguerra, ostile a tutti i prodotti americani).
Ero attorno ai dieci anni, o forse anche di meno.
Ho un vivido ricordo di quel film, ma soprattutto rimase indelebilmente impressa nella mia mente la scena finale, quando l'abitante di Shangri-La abbandona l valle incantata e senza tempo assieme ai quattro fuggiaschi e, all'improvviso, uscendo dal perimetro incantato della valle, subisce un processo di invecchiamento rapidissimo e, letteralmente, si disintegra.
Quell'immagine, mi diede gli incubi per molti giorni dopo la visione del film
L'idea giunse a James Hilton dalle letture delle memorie dei gesuiti che avevano soggiornato in Tibet e che erano venuti a conoscenza delle tradizioni legate al Kalachakra, tantra in cui si descrive il mitico regno di Shambhala.
Nei racconti locali si favoleggiava di una meravigliosa città il cui nome era Shambhala, in cui governavano con equità e saggezza numerosi anziani che erano depositari di un modo di vivere sano ed impostato sulla fratellanza tra gli uomini ed il creato, con una notevole somiglianza con lo stile di vita buddhista. Quando l'umanità, dopo innumerevoli disastri causati dalla sua cecità egoista si fosse interrogata sulla propria stupidità allora e solo allora i saggi di Shambhala avrebbero fatto in modo di divulgare quale fosse il modo giusto di vivere.
Nel romanzo di Hilton si parla di un luogo racchiuso nell'estremità occidentale dell'Himalaya nel quale si vedono meravigliosi paesaggi, e dove il tempo si è quasi fermato, in un ambiente di pace e tranquillità. Shangri-La è organizzato come una comunità lama perfetta, professante però non il buddhismo ma il cristianesimo nestoriano. Dalla comunità sono bandite, non a norma di legge ma per convinzione comune, tutta una serie di umane debolezze (odio, invidia, avidità, insolenza, avarizia, ira, adulterio, adulazione e così via), facendone un Eden materiale e spirituale in cui l'occupazione degli abitanti è quella di produrre cibo nella misura strettamente necessaria al sostentamento e trascorrere il resto della giornata nell'evoluzione della conoscenza interiore della scienza e nella produzione di opere d'arte.
Il successo di questo romanzo nella società dell'epoca diede origine al mito: così sognatori, avventurieri ed esploratori provarono a trovare questo paradiso perduto. L'onda orientalista dell'Occidente fu ispirata dal mito, così il nome di Shangri-La è stato utilizzato non solo per gruppi musicali e teosofi, ma anche per molti luoghi di villeggiatura in Asia e perfino in America.
Il luogo geografico più simile, e che probabilmente ha ispirato James Hilton, è il territorio di Diqing dove, nel 2001, il governo cinese allo scopo di incentivare il turismo ha ribattezzato la contea di Zhongdian con il nome di 香格里拉 (Xiānggélǐlā) cioè Shangri-La. Il suo territorio faceva parte del Tibet prima dell'annessione cinese, dopo la quale è stato assegnato alla provincia dello Yunnan. Nelle vicinanze sorge il monastero di Hong Po Si, dove vivono una sessantina di monaci e cinque lama tibetani.
Parecchie regioni, mosse da interessi turistici, sostengono di essere la regione geografica descritta da Hilton e di essere così il mitico luogo ispiratore della misteriosa Shangri-La. Nel romanzo, l'autore cita il territorio a nord del Ladakh, oggi noto come Aksai Chin, comprendente la catena del Kun Lun e l'altopiano delle Aksai Chin, una regione tra le più inospitali e meno abitate del pianeta, presso l'attuale confine indo-cinese, ricco di vette alte tra i 5.000 ed i 7.000 m.
Il film spinse molti a ritornare al libro (inseguendo una «sinergia» oggi banale, allora nuova).
Ma il libro conserva un suo autonomo messaggio, e un’ambizione che, nell’avventuroso intreccio, non è solo spettacolare.
Shangri-La è il monastero tibetano che ospita una antichissima e segreta città di saggi, raccolti da ogni parte del mondo, di sesso cultura religione e temperamento diversi, che meditano studiano vivono estremamente longevi e passabilmente felici senza inseguire un preordinato disegno di felicità - e soprattutto senza preoccuparsi di imporlo per le vie della religione o della condotta o dell’utopia. Nessuno vi cerca l’Uomo Nuovo; ognuno vivendo coopera a conservare i differenti valori dell’umana civiltà.
Orizzonte perduto racconta l’avventura di quattro persone che vi giunsero, quello che videro e il destino che li inseguì da quella esperienza.
Un’avventura etica, esoterica, sapienziale; ma soprattutto, dovrebbe dirsi, un’avventura rooseveltiana escogitata in anni in cui i totalitarismi architettando l’Uomo Nuovo ingigantivano tutte le antiche archeologie di morte.
«Se dovessi dirvelo in breve potrei definire la nostra principale credenza così: moderazione. Inculchiamo la virtù di evitare eccessi di qualunque specie; persino, perdonatemi il paradosso, eccessi di virtù. Questo principio è la fonte di uno speciale grado di felicità. Noi governiamo con moderata severità, e siamo soddisfatti di un’obbedienza pure moderata. La nostra gente è moderatamente sobria, moderatamente casta, e moderatamente onesta».
Più recentemente, Lawrence Osborne, con Shangri-La (nella traduzione di Matteo Codignola) e pubblicato da Adelphi (Collana Biblioteca Minima), nel 2008, ha voluto intessere un'altra tessera, relativamente al mito di Shangri-La
Ed è stata per me una bella e agile lettura
Un piccolo saggio che esplora il mito di Shangri-La e cerca di tracciarne i percorsi e identificarne le radici.
Una lettura che mi ha spinto a leggere (finalmente) il romanzo di Hilton di cui conoscevo soltanto la trasposizione cinematografica vista quando ero piccolo assieme alla mamma.
Il volume è impreziosito da una foto di Steve McCurry (in prima di copertina)
(Così dice la sinossi del volume: "Un viaggio ilare e desolato nel cuore del Tibet, alla ricerca di una città un tempo immaginata dagli occidentali, e oggi costruita dai tour operator del governo cinese".
L'autore. Lawrence Osborne (Inghilterra, 1958) è uno scrittore e viaggiatore inglese, autore di racconti di viaggio e romanzi.
Nato nel 1958 in Inghilterra, vive e lavora a Bangkok.
Dopo gli studi a Cambridge e Harvard, ha vissuto per un decennio a Parigi (città alla quale ha dedicato il saggio Paris dreambook).
Dal suo esordio nel 1986 con Ania Malina, ha scritto racconti di viaggio, saggi (tra cui uno sulla Sindrome di Asperger, uno sull' etnologia e uno sul rapporto tra eros e thanatos) e romanzi.
Giornalista, scrive per il New York Times, il New Yorker e l'Independent.
In Italia le sue opere sono pubblicate da Adelphi.
Orizzonte perduto ( Lost Horizon) è un film del 1937 diretto da Frank Capra, tratto dall' omonimo romanzo di James Hilton. È stato premiato con due Premi Oscar ( miglior scenografia e miglior ...
Ho scritto questa nota dopo che due enormi eucalipti che crescevano rigogliosi nel giardino privato del condominio di fronte erano stati tagliati a pezzi ed eradicati
Questi due alberi facevano ombra e ospitavano una miriade di uccelletti.
Qualcuno ha decretato che dovessero essere abbattuti.
Il mio cuore ha sanguinato
Ho perso degli amici, un riferimento abituale nel mio panorama quotidiano
Nel corso della notte successiva - una notte di sonno inquieto - ho trascritto questa nota
Respiro stertoroso
Fischi e ronchi
Una vera sinfonietta
Catarro di gola
Colpi di tosse
Non so se io stia sognando
tutto ciò
o se mi capita davvero
Mi sveglio
Mi alzo
Bevo dal rubinetto
Meglio?
Forse si!
O forse no
Mi si chiude la gola
Mi sembra di soffocare se
Penso all’albero segato del giorno prima,
il grande eucalipto che si ergeva
davanti alla finestra della camera da letto
Impietosamente tagliato a pezzi ed eradicato
da becchini forniti di motosega
Penso a tutti gli alberi del mondo
minacciati dalle motoseghe
e da altri strumenti letali
Penso al loro sussurro che si affievolisce
sino a spegnersi del tutto
mentre vengono uccisi e depezzati
Penso al sussurro del mondo
compromesso
Penso che il mio respirare
sia intimamente collegato
a quello degli alberi
Cosa accadrebbe se
nel momento in cui si sega un albero
la stessa ferita letale comparisse
nel corpo dell’aguzzino?
Colpo su colpo
Ecco, dovrebbe arrivare il momento
in cui la natura si vendica
Tutto è uno
Tutto è connesso
Per ogni albero che si uccide
saranno in molti a dover morire
avvelenati, smembrati, senza più respiro
Forse ho sognato
oppure, forse,
tutto questo non è sogno
Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre
armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro
intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno
nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).
Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?
La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...
Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...
Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e
poi quattro e via discorrendo....
Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a
fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.
E quindi ora eccomi qua.
E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.