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A volte penso a come sarà la fine
Penso se mi accorgerò di una fine
Avverrà in un baleno oppure sarò già immemore da tempo?
Non mi preoccupa tanto il fatto di non sapere quando avverrà l'uscita di scena
Mi interesserebbe sapere piuttosto il modo in cui potrà (o dovrà) accadere il transito
Ma penso anche che se avessi a disposizione un'ipotetica sfera di vetro per leggere il futuro e potessi in qualche modo andare a guardare le ultime cose, il fatto di sapere creerebbe uno scompaginamento totale e attiverebbe il desiderio di tentare di modificare il verdetto, oppure di sfuggirvi (se, per esempio, dovesse trattarsi di un incidente d'auto oppure di aereo o un qualsiasi altro accidente improvviso)
In tal caso sarei calmo o atarassico, oppure comincerei a tremare di paura e a farmi rodere dall'ansia? E non comincerei anche a vivere il tempo presente come sempre più esiguo e stretto, poichè ogni istante che passa mi avvicina vieppiù alla fine?
Se arrivasse un dio in persona e mi chiedesse "Lo vuoi sapere?", io risponderei "No, grazie! Sto bene così!"
In definitiva è preferibile vivere e andare avanti nell'inconsapevolezza, stando a vedere ciò che accade, man mano che accade ed intanto vivere il momento presente con pienezza.
E' certamente meglio rimanere nell'incertezza piuttosto che avere un termine certo dd inderogabile.
Solo le Parche lo sanno, volendo tirare in ballo la mitologia e le convinzioni dei Greci antichi sulle ultime cose.
Se tu sei messo davanti ad una fine, sarebbe naturale chiedere più vita o anche desiderare di avere ancora un margine, come i replicanti che, essendo programmati per vivere quattro anni soltanto, chiedono al loro creatore di avere più tempo per vivere.
L'unica cosa che mi spaventa, piuttosto, è arrivare a quel momento di transizione senza consapevolezza o immemore
Voglio poter guardare in faccia ciò che mi attende
Voglio poter esser presente a me stesso nel momento del transito
Mia madre mi ha insegnato questo.
Quando è giunto il suo momento lei lo sentiva e lo capiva, tanto che quel giorno mi disse: "Questa notte non vado a letto, rimango qui in poltrona!"
E aggiunse: "Portami la mia borsa con i miei documenti e tutto ciò che occorre: la voglio qui accanto a me!"
Mi disse anche: "Portami la sveglia e predisponila perchè suoni alle cinque del mattino!" [era quello l'orario in cui puntava la sveglia per iniziare le sue attività quotidiane].
Io le ubbidii senza fiatare, le portai tutto ciò che mi chiedeva, senza dirle niente, ma capivo che aveva la netta percezione che il suo momento si avvicinava sempre di più
Lei se ne stava seduta nella sua poltrona abituale (che, dirò qui, era scomodissima).
Io mi misi nella poltrona accanto a lei
Lei se ne stava lì ad occhi chiusi
Non abbiamo parlato
Non ce n'era bisogno
Io accanto a lei mi addormentai cullato dal suo respiro che negli ultimi tempi era un po' affaticato.
Alla 1,30 del mattino mi svegliai di botto non sentendo più il sottile rumore del suo respiro.
La controllai e non respirava più.
Ho voluto pensare che aveva deciso che quello sarebbe stato il suo momento di entrare nel Mistero: aveva deciso di lasciarsi andare, poichè non aveva senso continuare a lottare. E del resto la sua vita era stata ricca e piena e sapeva anche che sarebbe stata ricordata e non soltanto da noi figli.
Si era addormentatata e se n'era andata, sentii che la sua anima era volata in cielo.
Ma sentivo anche che era ancora con noi
Alle cinque del mattino la sveglia suonò per ricordarci che la vita continuava, anche se lei non c'era più.
La mamma mi ha trasmesso il grande insegnamento che il morire è parte del vivere e che si muore esattamente come si è vissuti.
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È un pensiero incredibilmente umano, molto umano di quelli che ci prendono all'improvviso quando spegniamo il rumore di fondo della giornata appena trascorsa.
Se, da una parte, c'è l'accettazione del quando (che spesso è lo scoglio più duro per molti), dall'altra c'è - inevitabile - la profonda curiosità per il come, per la natura stessa di quel transito.
La mente tende a viaggiare subito verso il paradosso della prescienza.
Sapere il finale non ci regala quasi mai il controllo; più spesso ci ruba il presente. Se quella sfera di cristallo mi mostrasse un incidente, la mia vita smetterebbe di essere un percorso da vivere e diventerebbe un continuo tentativo di schivare quel destino. Mi ritroverei a percorrere ogni strada con il terrore di ogni incrocio, o a rifiutare ogni volo trasformando la prudenza in una prigione.
Il sapere trasformerebbe il tempo rimanente in un conto alla rovescia ossessivo.
Davanti a quell'ipotetico verdetto la calma atarassica e l'ansia divorante probabilmente convivrebbero entrambe.
La paura e il tremore sono la reazione d'impatto dell'istinto di sopravvivenza, la parte animale di noi che si ribella alla propria fine. L'atarassia, invece, spesso arriva dopo: è la resa filosofica, quella specie di strano e profondo silenzio che si installa quando si comprende che non c'è più nulla da negoziare.
Forse il vero senso di non potersi guardare dentro quella sfera sta proprio qui: il dubbio sul come e sul se saremo ancora coscienti mentre accade ci costringe, in modo quasi paradossale, a rimanere ancorati a dove siamo adesso e a vivere il momento presente.
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