L'altro giorno, mio figlio Gabriel, che ha già da alcuni mesi superato il giro di boa dei 12 anni, mi ha chiesto con fare meditabondo: Papà, ma quando muori chi si occuperà del terreno in campagna"?
Io gli ho risposto: "A farlo sarete tu e tuo fratello Francesco, se vorrete occuparvene".
Gabriel è stato un attimo a riflettere, ponderando la mia risposta; poi ha replicato in modo deciso: Allora sicuramente se ne dovrà occupare Francesco!"
"Perché mai?", ho chiesto io
"Ma semplice! - ha detto Gabriel - perché, quando morirai, io sarò ancora impegnato ad andare a scuola!"
Io allora - tra le tante possibili risposte, ho chiosato:: "Be', veramente, spero di vivere ancora molti anni" (a dio piacendo)
(...) "...quindi, possibilmente [e auspicabilmente], - ho aggiunto - quando tu finirai di andare a scuola io potrei essere ancora tra i viventi".
"Hamba kahle tata" è un'espressione in lingua isiZulu che significa "va' bene, papà" o "riposa in pace, papà". Si usa per esprimere un addio rispettoso a un uomo anziano o a una figura paterna, specialmente in contesti di lutto. Viene spesso utilizzata come commiato per personaggi importanti e amati, come nel caso di Nelson Mandela ("Tata Madiba"), come riportato dal African Oral History Archive e da msfsouthasia
Anche questa volta mi accadono molte cose di cui non ho memoria
Ricordo solo questo
Dovrei andare in un posto dove avrà luogo una gara podistica di endurance
Mi hanno invitato a partecipare, non saprei dire se come podista o semplicemente come testimone dell’evento o come fotografo o in quanto giornalista o tutte cose assieme
Ma andarci è una cosa alquanto complicata
È un po’ lontano, ma mi sposto a piedi non ho mezzi di locomozione e non si comprende per quale motivo non voglio utilizzare dei mezzi di trasporto
Strada facendo incontro una con cui in passato andavamo a fare assieme le gare podistiche di lunga durata in giro per l’Italia (con la quale ci siamo conosciuti per l’appunto durante una gara di 50 km)
Decidiamo di fare sosta in un posto non lontano da quello della gara, una località lacustre, e le propongo di farci un giro in pedalò
In effetti, c’è un posto dove questi pedalò vengono dati in affitto
Vado e ne trovo uno ancora libero, ma è tutto pieno di sabbia
Come faremo a usarlo in queste condizioni?
Ci sporcheremo tutti di sabbia!, penso
Allora lo prendo, sollevandolo con tutta la forza che posso usare sulla mia testa
(Mi sento una specie di Sansone) e lo porto - con grande destrezza - in equilibrio sulla testa sino alla zona dove si trova il proprietario dei pedalò e dove vi è un’area attrezzata per il lavaggio degli stessi
Comincio quindi la complicata operazione di pulizia dell’interno del pedalò dalla sabbia che lo ingombra
Prima lo scuoto, facendo cadere tutta la sabbia che posso, poi lo riempio d’acqua, lo scuoto di nuovo e lo svuoto dell’acqua e della sabbia residua; infine, lo metto ancora una volta sotto la doccia per eliminare i granelli di sabbia più resistenti
Dopo aver fatto quest’operazione, ritorno dove avevo lasciato la mia amica, sempre portando il pedalò, adesso lindo e pulito, in equilibrio sulla mia testa
Nell’attesa la mia amica si è distesa a prendere il sole senza utilizzare un telo da bagno e si è tutta imbrattata di sabbia
Ció mi irrita molto, perché se dovesse salire sul pedalò in queste condizioni, saremmo di nuovo punto e daccapo e il pedalo si riempirebbe di nuovo di sabbia molesta
Le dico, molto infastidito: “Vatti a lavare, mettiti sotto la doccia, elimina tutta la sabbia, così finalmente potremmo fare la nostra gita sul pedalò e arrivare sino al luogo della gara podistica!”
Lei esegue senza fiatare (ed una fortuna che non fiati, perché se soffrisse di fiatella e dovesse fiatare, sarebbe certamente una tremenda, insostenibile, esperienza) e va a farsi la doccia
Ritorna e si distende sulla sabbia, ancora una volta senza usare il telo, di nuovo imbrattandosi tutto quanto il corpo di quei granelli di sabbia fine, molesti e onnipresenti
E io penso: Siamo punto e daccapo!
Non so se riusciremo mai a fare la tanto agognata gita in pedalò!
Non so se riusciremo mai a giungere nel luogo dove si celebra la gara podistica!
Ci sono sempre molti ostacoli da superare, molte situazioni incompiute, molte incertezze e sono tante, troppe, le cose che non so
E non so se riuscirò a portare a termine ciò che voglio fare
Non so
Non so
Non so
Sono un cripto-viaggiatore
Sono un cripto-sognatore
Vorrei andare nell’Altrove
S'avvicina Halloween!
Wow!
La notte delle streghe!
Ma anche Valpurga e il Sabba infernale
Ed ancora il giorno dei morti
(El dia de los Muertos),
quello che noi celebriamo particolarmente
Ed io cammino nella notte
nera e buia
(ma non tempestosa)
Cammino con il mio cane nero al fianco
Due ombre che si muovono nell’ombra,
nella notte in cui tutte le vacche sono nere
Ad Est il cielo già trascolora
Si prepara il nuovo giorno
Ma non sappiamo se il sole sorgerà ancora
Però, questa è l’ora delle streghe
È l’ora dell’attesa di eventi ominosi
È l’ora del transito e del passaggio
E l’ora in cui uomini e donne
lasciano libero il proprio soffio vitale
E l’ora in cui le anime
affrancate dalle loro prigioni
trasvolano,
andando alla ricerca dell’Altrove
senza sapere ciò che troveranno
Mentre cammino nell’ombra,
io stesso ombra,
affiancato dal mio cane-ombra
sono stimolato da questi pensieri
che mi attraversano la mente,
non lugubri o tetri, tuttavia
Sarà forse il silenzio
Sarà forse questa brezza lieve
che è il vento prodotto
dalle anime in movimento
che si sono appena liberate
dalle catene del corpo
e della materia
Eppure,
ogni tanto un’auto passa via
con rombo di motore ragliante,
tagliando il buio
con prepotenti lame di luce
Ma io e il mio cane-ombra
rimaniamo invisibili,
ben nascosti e avviluppati
in un nero mantello,
e non possiamo
non sentire l’aria vibrare
per via del movimento lieve
delle anime intente ad elevarsi
verso un cielo muto,
ancora scuro
Provocano un vento senza vento,
come un'increspatura nell'aria,
che si fa allora più fredda e vibrante
Queste anime in movimento
sono come foglie secche
che, anziché danzare verso il basso,
s'innalzano al cielo
con lenti ghirigori
e piccoli guizzi
In questo sogno sono al lavoro nella comunità terapeutica
Si tratta di andare a prelevare dei soldi per la gestione delle spese di un paziente ospite della comunità
Pare che ci siano dei problemi nel potere, prelevare l’intera somma che serve per le sue esigenze e che - a quanto pare - è molto cospicua
Me lo viene a dire, di questo problema, l’educatrice M.
Me lo espone e io le dico che ne possiamo parlare con il mio collega (che è il Responsabile della Comunità) e ci rechiamo da lui
che, tuttavia, è molto indaffarato per poterci dare udienza nell'immediato.
Il pavimento dell’ambulatorio dove si trova è interamente ricoperto da sacchetti che contengono materiali imprecisati
A stento vi si può camminare, destreggiandosi e facendo attenzione a dove mettere i piedi
Penso con timore che in uno dei sacchetti possa esserci del materiale esplosivo e, dunque, la cautela è d’obbligo
Lui, il mio collega, è molto indaffarato, ma questo l’ho già detto.
Sta parlando contemporaneamente a due telefoni alternativamente a voce stentorea e intanto dà delle direttive ad una terza persona presente nella stanza.
Cerco di parlargli, ma non riesco ad attirare la sua attenzione e, quindi, la soluzione al nostro problema, capiamo, tarderà ad arrivare
Allora, considerando l’urgenza della questione irrisolta e desideroso di trovare soluzioni, dico ad M., l’educatrice, “Non ti preoccupare, adesso ti accompagno io a fare il prelievo" (il problema era anche di sicurezza, infatti, in considerazione dell’entità della somma da prelevare ed M. non si sentiva di andare da sola).
E dunque, ce ne partiamo
Per arrivare allo sportello bancomat, dobbiamo fare una lunga traversata della città, ma anche di un grande parco con prati verdi con maestosi alberi e ci mettiamo a correre
Corriamo, corriamo ma senza mai arrivare
Diventiamo i corridori di una gara podistica di lunga lena
Piove
Piove
Senza sosta,
fitto e continuo
Le strade sono vuote e silenziose,
a parte il continuo picchiettio delle gocce
Ogni tanto lame di luce
fendono il buio,
abbacinanti
nei riflessi
che si accendono sull’asfalto bagnato
e nelle pozzanghere
vaste come piccoli laghi
Sono questi guidatori
in paziente attesa
Eppure si comprende bene
che sono inquieti e frettolosi
e che non si soffermano a cogitare,
e nemmeno a sentire
la pulsazione del mondo
sotto i propri piedi
Maurizio Crispi
Improvvise raffiche di vento,
come il forte respiro fremente
di un gigante adirato
Scruscio e porte che sbattono
Pioggia intensa
di grossi goccioloni
Forte transito
Vibrazioni nell’aria
Poi il gigante s’e placato
contento d’aver riscosso
il suo tributo
Ed è rimasto solo
un lento cader di gocce piovane,
tranquille e pacate
Con la pioggia son cadute le foglie,
quelle ormai mature, a fine vita
Uno sguardo notturno
fuori dalla finestra
Maurizio Crispi (16 ottobre 2025)
Le mie strade all’alba
tra ombre e oggetti reali
Talora l’ombra, tuttavia,
é indistinguibile dall’oggetto
che la genera
e finisce con l’assumere vita propria
Lame di luce
Lampioni che all’improvviso
si spengono (inquietante!)
per poi riaccendersi
a macchia di leopardo
(inquietante!)
Zone di buio profondo,
zone morte e fredde
Ciangottio di uccelletti
che, innanzi al primo barlume del giorno,
son già desti nei loro nidi
a cantare il giorno che verrà
Sì va avanti così
un giorno dopo l’altro,
dal buio alla luce,
dalla luce alle tenebre più profonde,
e poi di nuovo alla luce
Candeggina,
sento odor forte di candeggina,
forte odore
e il naso prude e lacrima,
mi colano anche gli occhi
Disinfettiamo tutto, con forza
con ardore,
con vigore sublime
Candido Candide
Leggiamo o rileggiamo Voltaire,
é certamente meglio!
Ho voglia di mangiare un bel candito Mmmmmm
Che buono!
É uno sballo sentirlo crocchiare
sotto i denti
che si appiccicano
alla sua sostanza zuccherina e collosa
Testa fredda
Mi vengono i brividi alla cucuzzedda
Correnti d'aria stizzose
s’impongono al mio cervello,
lo fanno restringere
Pelle d'oca al cervello,
se così si può dire
Il cervello è molto snello
e privo di orpello
ben intrattenuto
dalla melodia dolce e profonda
del violoncello
Almeno, questo sarebbe il desìo
E invece
Voci, grida stentoree e sguaiate
Rumori di cancelli di pesante acciaio sbattuti
Clangore di grosse chiavi d’ottone
E' come essere
nel bel mezzo della piazza di un mercato
in cui ognuno grida la sua merce con fervore
e dove, di tanto in tanto,
si accendono liti
intense e furibonde tra i facinorosi,
frastuono e stimolazioni sensoriali
che sembrano appartenere
alla più profonda delle bolgie dantesche
Stiamo camminando con mio figlio attorno alle 23.00 del 18 marzo (ieri), fa freddino, umido più che altro, dopo una giornata sciroccosa. Mentre passiamo dalle parti di Torre Sperlinga vediamo uno ...
Una zazzera di capelli
incolti e ingrigiti anzitempo
che incoronano un’ampia chierica
Giacca informe e cascante
e pantaloni altrettanto sformati,
indumenti che sembrano stantii e polverosi
Ti immagini che abbia la fiatella
e che odori di pelle vecchia
Spalle incurvate e cascanti
Andatura strascicata,
da vecchio,
un po’ traballante ed incerta
Ci manca solo la pipa da mostrare
E potrà dire:
"Non mi riconosci?
Sono uno psichiatra vecchia guardia"
Maurizio Crispi (18 ottobre 2025)
Sono indubbiamente tanti i clichè che circondano la figura dello psichiatra o dello "strizzacervelli" o anche dello psicoanalista, nella nostra cultura.
Per esempio nel film di Woody Allen, "Stardust Memories" (Ricordi) del 1980, si ritrova una sequenza onirica, surreale e divertente, in cui il personaggio interpretato da Woody Allen (Sandy Bates) sta inseguendo una creatura pelosa che gli ha rapito la madre. Per fermarla, tira fuori un oggetto e grida: "Fermo! Sono uno psicoanalista! Questa è la mia pipa!"
È una battuta classica del suo umorismo, che prende in giro lo stereotipo dello psicoanalista che usa la pipa come simbolo indiscusso di autorità, competenza e, in questo caso, come una sorta di "distintivo" o credenziale per farsi riconoscere e rispettare.
Oppure possiamo citare una celebre gag del comico italiano Gigi Proietti.
La battuta fa parte di un famoso sketch teatrale in cui Proietti interpreta un improbabile "psichiatra-stregone", che accoglie il paziente dicendo, con tono enfatico e quasi a voler rassicurare sull'ufficialità della sua professione:
"Allora, lo vuole un caffè? Prego si segga… Ah, e poi, sa, io sono uno psichiatra! Ho la pipa!"
La comicità nasce proprio dall'associazione stereotipata tra la professione dello psichiatra e l'uso della pipa come simbolo di autorevolezza e serietà professionale.
Citazioni sullo psicoanalista. C'è qualcosa nel mondo psicoanalitico che ha un particolare fascino per lo scrittore. Potrei dire che nello psicoanalista c'è una strana mescolanza del fool e del ...
Stardust Memories è un film del 1980 scritto, diretto e interpretato da Woody Allen. Pellicola dalla forte componente autobiografica, il film trae ispirazione dal cinema europeo, in particolare da...
É strano quando succede
di accorgersi
di aver sognato
Ti svegli
e, all’improvviso,
ci sono delle immagini estranee
che cominciano a colare
fuori dalla tua mente
All’inizio,
non te ne rendi conto
Poi, sì!
Pensavi di non aver sognato
ed invece c’è un sogno
che preme per uscire
alla luce e alla consapevolezza
Sono immagini vaghe e fluttuanti
quelle che filtrano
si tratta di acchiapparle con un retino
come quando si va a caccia di farfalle
e di metterle in ordine
organizzandole in un racconto
Questo processo è perturbante
perché ti mette in contatto
con una parte del tuo sé
poco conosciuta
come fosse la faccia nascosta della luna
Maurizio Crispi (19 ottobre 2025)
Ero a casa, a letto
Qui giacevo tra le coltri, inquieto,
a metà ancora tra il sonno e la veglia
Indulgevo in una stimolazione auto-erotica
Sentivo una forte tensione
e cercavo di placarla
Forse ansimavo o gemevo
Ma poi mi riscuotevo
e, senza essere giunto all’apice,
mi alzavo
Mentre mi muovevo per rivestirmi,
mi accorgevo che, nella stanza vicina,
c’era un ospite di cui ignoravo l’esistenza
Sorprendente!
Come avrà fatto ad entrare?
Con quali chiavi?
Mi sentivo imbarazzato al pensiero
che potesse avermi sentito
mentre mi agitavo e gemevo
nel viluppo onirico dell’autoerotismo
Poi, ci ritroviamo attorno ad un tavolo
e qui ci sono la mamma e mio fratello
C’è anche l’ospite segreto di prima
Siamo seduti per il desinare
e all’ospite dico di mio fratello
e dei suoi limiti
che sono possibilità
Sento anche la presenza di mio padre
che aleggia attorno a noi,
una presenza impalpabile
come un fremito nell’aria,
un soffio di vento
o un’increspatura nell’aria
C’è, tuttavia, mio padre,
pur invisibile, s’impone a noi
con forza
Poi mi ritrovo a camminare
con il cane al guinzaglio
lungo un sentiero scosceso e scivoloso
Ci sono alberi stenti che crescono
da un terreno fangoso e brullo
Mi aggrappo al loro tronco
per non scivolare giù.
nei passaggi più impervi
Più volte rischio di cadere rovinosamente,
ma ciò non accade
poiché con un guizzo riesco sempre
ad aggrapparmi a qualcosa
che mi trattiene
Una voce imperiosa
con un registro cupo
grida di transitare forte
L’ospite segreto e ignoto
cammina dietro di me
con costanza, senza inciampi
ed è la mia ombra,
una malombra che non proferisce verbo
Vado a rilento, superando
uno alla volta
tutti gli ostacoli
che si frappongono nel mio cammino
attraverso questa selva oscura
Mi ritrovo infine all’interno
di un centro commerciale
vasto e cavernoso
Qui ha avuto luogo una festa di bambini
e tutte le merci esposte
sono state messe in disordine
Anche qui continuo a fare
un percorso ad ostacoli,
una specie di parkour urbano,
e, nello stesso tempo,
cerco di mettere a posto
gli oggetti sparsi in giro
Qui non ci sono più pericoli da affrontare
ma c’è solo da compiere una traversata
caratterizzata da piccoli ostacoli
e solo da qualche passaggio angusto
da superare,
ma niente di che
Ci sono degli incontri con persone
che rimangono senza volto
Dissolvenza
Ero sulla riva del mare
ed era una spiaggia grigia ed incolore
che si stendeva a perdita d’occhio
Subito a ridosso della battigia
cresceva un’enorme duna scoscesa
Ed era tanto alta che non c'era modo di capire
se al di là vi fossero altre dune,
oppure monti o laghi o pianure o una città
Io mi ci inerpicavo sopra,
arrancando su per il pendio
e cercando di arrivare sulla cresta
per poi scendere sull’altro versante
L’ascesa era faticosa ed aspra,
il terreno cedevole sotto i miei piedi
Avevo fretta,
ero in ansia,
ogni tanto incespicavo
I miei piedi facevano franare la sabbia
verso il basso in piccoli rivoli,
talvolta vi sprofondavano dentro
come fosse neve soffice
Quando mi giravo a guardare il mare
alle mie spalle
vedevo una grande onda,
un gigantesco tsunami
avvicinarsi alla riva,
romband e gonfiandosi a dismisura
L’onda che cresceva vieppiù in altezza
e la cresta che, sempre più alta,
formava un ricciolo
ormai maturo per rinchiudersi
su se stesso
e la duna gigantesca
che si elevava verso il cielo
formavano due muri colossali
contrapposti tra loro
Quale dei due avrebbe vinto
nel prossimo, inevitabile, scontro?
Quale dei due avrebbe schiacciato,
annientato l’altro?
Io ero lì in mezzo,
una formicola minuscola
sotto il maglio liquido di un gigante
Ero in affanno
Lottavo per arrivare alla cresta
e oltre
prima che l’onda mostruosa
si abbattesse su di me
Si arrivava in genere per nave, essendo partiti nel tardo pomeriggio dal Pireo, alle prime luci dell'alba.
Si metteva piede a terra e ci si doveva inerpicare su per una ripida strada sino al centro abitato. Non ricordo che ci fossero taxi o bus, allora, se non un servizio rudimentale di trasporto dei bagagli per chi non avesse lo zaino, a dorso di mulo.
Infatti, c'erano i muli "parcheggiati" all'inizio della strada (simile a quella che conduce al santuario di Santa Rosalia, per intenderci) e vicino a loro i mulattieri che si proponevano per il loro servizio. I più affaticati potevano anche essere trasportati sul mulo.
Vedere tutto ciò all'arrivo, alle prime brume dell'alba, sembrava riportare all'indietro l'orologio del tempo, rispetto al luogo da dove si veniva...
Il mio viaggio a Santorini avvenne nella tarda estate del 1990.
Fu come tante cose che feci in quegli anni il risultato d'una decisione d'impeto.
Perchè scelsi di andare proprio a Santorini?
Non saprei.
Forse - pochi mesi prima - mi era capitato di leggere un breve romanzo di Henry Miller ambientato nelle isole dell'Egeo (Il Colosso di Marussi) anche se dei diversi luoghi citati non si parla affatto di Thira.
Forse, nel mio animo riecheggiavano anche altre letture, tra cui Il mago di John Fowles che vede come sua ambientazione principale una piccola isola greca, ma per certo ebbe un notevole peso in questa mia decisione il riecheggiare di un viaggio effettuato alcuni anni prima in assetto familiare e che ci portò anche ad esplorare l'isola di Creta e la regia di Cnosso.
Molte e tante furono dunque le suggestioni che mi indussero a pensare a Satorini, come mia meta di viaggio, una scelta che fu di sicuro molto poco riflessiva e guidata dalla pancia, per così dire, oltre che dal desiderio di confrontarmi con un luogo in qualche misura mitico e dotato di grande fascino
Fu una vacanza di circa 15 giorni.
Ero allora nel pieno della mia preparazione per la partecipazione ad una maratona (forse avevo in programma la maratona di Berlino nel settembre successivo).
Quindi andai, fermamente deciso ad unire assieme lo sport e il turismo, realizzando al contempo uno stacco in solitudine da realtà controverse, conflittuali, nelle quali mi sentivo ancora dolorosamente immerso.
Cosa ricordo della mia vacanza a Santorini?
Innanzitutto il primo impatto con una natura selvaggia ed ostica, pietra lavica dovunque, nera e scura, in taluni punti rossastra.
Un'enorme mezzaluna di roccia vulcanica che racchiudeva un ampia laguna al cui centro si stagliava un isolotto brullo (Nea Kameni) che era quel che rimaneva dell'antico cratere vulcanico.
Al di là, altri isolotti nerastri racchiudenti l'orizzonte e che contribuivano a chiudere, per quanto con dei segmenti spezzati un vastissimo cerchio attorno all'isolotto centrale; di questi il più ampio è Therasia.
L'isola principale che è Thira e quelle perimetrali - queste ultime scarsamente abitate - rappresentano ciò che rimane di una vastissima caldera, dopo un'immensa esplosione eruttiva che portò una parte degli ampi terreni che costituivano un'isola ben più grande dell'attuale (di forma grosso modo circolare) ad inabissarsi nel mare.
Forse proprio da quest'evento catastrofico che si verificò nel XVI secolo AC e che, secondo gli storici antichi fece oscurare il sole per via delle polveri vulcaniche sollevate nell'atmosfera, si originato il mito del continente sommerso di Atlantide.
Appena arrivato, mi resi conto che per girare l'isola occorreva un mezzo e fu così che, sin dal primo giorno (arrivai in nave alle prime luci dell'alba), affittai una scassata motorella, ma tuttavia sufficiente a portarmi in giro da un capo all'altro dell'isola principale.
Le mie giornate presero rapidamente un ritmo ben preciso.
La mattina presto mi dedicavo all'allenamento di corsa e, per l'esattezza, correvo per circa venti chilometri al giorno, raggiungendo ogni volta l'estremità della mezzaluna e tornando indietro, un giorno andando in una direzione e il giorno successivo nell'altra.
Per arrivare all'estremità partendo sempre dal centro abitato principale che si trovava a metà circa della mezzaluna c'era una distanza di circa 10 km: quindi erano, ogni volta,10 km all'andata e dieci al ritorno: a giorni alterni, sempre correndo sulla stessa distanza, facevo dei lavori specifici, seguendo un piano di allenamento che un mio amico aveva predisposto per me.
Mentre correvo, pensavo e riflettevo, riempendomi la testa di un distillato di emozioni e sensazioni per il fatto di trovarmi lì in quell'isola in cui sembrava che si unissero le forze primordiali dell'acqua e del fuoco.
Tornato dalla corsa e dopo una breve seduta di ginnastica e stretching (e spesso con una pausa di lettura e di aggiornamento della mia agenda) me ne partivo in esplorazione con la motorella e andavo girando per l'isola minuziosamente senza lasciare che una singola parte di essa mi sfuggisse, peraltro guidato da ciò che avevo visto e osservato durante le mie corse quotidiane e che aveva attivato la mia curiosità.
A volta, sì, andavo anche al mare, mi mettevo in costume, me ne stavo al sole o sulla riva delle spiaggia sabbiose di bigia sabbia vulcanica che si trovavano tutte sul lato esterno dell'isola, decisamente più morbido e digradante, ma per me era più importante esplorare, e direi quasi "bere" - sino ad inebriarmene - l'atmosfera dell'isola, fermarmi nei punti più panoramici ad osservare, oppure sedermi in piccoli caffè ad osservare la gente.
La gente! Si c'era tantissima gente, di ogni nazionalità, in centinaia e centinaia, se non in migliaia, alcuni sbarcavano soltanto per poche ore o rimanevano per pochissimi giorni, altri erano più stanziali. Gli autoctoni quasi scomparivano di fronte alla numerosità degli stranieri.
Tantissimi gli americani e i tedeschi.
Il pregio dell'isola, tuttavia, risiedeva anche nel fatto che, essendo molto grande, durante il giorno tutti si disperdevano in giro qua e là.
Soltanto la sera si acquisiva la consapevolezza della compattezza e della vastità di queste falangi di turisti in massima parte e di viaggiatori veri (solo una minoranza), poiché andava a finire che tutti si ritrovavano nelle piazze principali del borgo abitato principale (Thira) e della cittadina abbarbicata ancora più in alto sul costone della montagna (Imerovigli).
Imerovigli era più frequentata per i suoi deliziosi piccoli caffè che consentivano a chi si sedesse a quei tavoli in portici ombreggiati di far spaziare lo sguardo verso il centro della caldera, dove sovente in corrispondenza di Thira stava ormeggiata una grande nave da crociera o da dove partivano imbarcazioni più piccole per escursioni verso Nea Kameni oppure Therasia.
Thira (o Santorini), invece, era più frequentata di sera dove frotte di gente si muovevano chiassose per consumare dei pasti raffazzonati presso numerose bettole fumose allestite al centro delle strade e protette da rozzi ripari di tela grezza, oppure alla ricerca di piccoli ristoranti un po' più raffinati.
Io mi limitavo alle bettole, sia perchè non volevo spendere troppo, sia perché adoro il cibo che vi si ritrova (molto simile al nostro cibo da strada), dove è possibile sempre un'ampia scelta di cibi gustosi e speziati (a partire dai souvlaki, sino agli involtini di riso e carne il cui esterno è fatto di foglie di vite (dolmades), passando dalla moussakà e dai peperoni o pomodori ripieni (Gemistà), buonissimi, per quanto indigesti) da innaffiare con birra oppure con l'onnipresente retsina.
Ogni tanto arrivava un violento acquazzone serale determinando un fuggi fuggi generale e il cibo mezzo mangiato rimaneva abbandonato sui tavoli, in piatti frugali di ceramica povera semiallagati.
Come di giorno ero determinato a perseguire il mio allenamento (i famosi 20 km), così di sera vagavo oziosamente, lasciandomi trascinare dalla folla, andando dove mi portava il vento, ma non indugiavo mai in queste peregrinazioni da flaneur oltre una certa ora, poiché dovevo essere pronto il giorno dopo per il mio allenamento da stakanovista.
Vivevo tutto come trasognato, devo dire, senza mai stabilire relazioni di nessun genere con altri, o almeno molto di rado.
Stavo molto sulle mie. Osservavo, guardavo, registravo dettagli nella mia mente.
Non ero interessato alla dimensione interpersonale. Non c'era spazio per altre persone con cui interfacciarmi; fondamentalmente, ero intento a risanare le mie ferite. Ero forse come un guaritore ferito.
Forse, ero più focalizzato sulla mia interiorità sofferente, ma ciò nondimeno aperta alla meraviglia.
Ricordo che, in quei giorni, scrivevo molto nella mia agenda e in foglietti volanti che avevo con me, cercando di catturare i miei stati d'animo, anche i più volatili, e i miei sogni: cercando di tradurre in parole e frasi i colori, i suoni, gli odori e tutte le altre sensazioni che mi attraversavano nell'intera gamma delle loro sfumature.
Leggevo anche, ma non ricordo proprio quali libri mi fossi portato da leggere in quei giorni: su questo aspetto c'è il buio più totale, a differenza di altri viaggi che ho compiuto nella mia vita, nel ricordo di ciascuno dei quali campeggia un libro (talvolta due) che hanno lasciato il segno dentro di me, integrandosi perfettamente nel mio ritmo interiore e nella meraviglia della scoperta.
Facevo anche cose da turista. Un giorno andai a visitare gli scavi archeologici dell'isola, in un sito dove è stata scoperta un'intera città che rimase sepolta sotto le ceneri della grande eruzione vulcanica che decretò la scomparsa della evoluta città (ed isola di Santorini), una sorta Pompei, insomma.
Poi, partecipai anche ad una gita organizzata che portava i partecipanti per mezzo di una semplice imbarcazione a Nea Kameni e forse anche a Therasia (ma adesso non ricordo bene): vedo nella mia mente un'immagine di tanti che camminavano in fila lungo un brullo crinale di pietre vulcaniche e poi mi sovviene ancora sul punto più altro di Nea Kameni il ricordo di un grosso masso di ossidiana (che debitamente fotografai) sulla cui superficie liscia una mano ignota aveva vergato in grandi caratteri a stampatello quest'esortazione: "Make love slowly" che mi lascio incantato, per quanto malinconico, poiché in quel momento non avevo riserve d'amore da poter dare e niente amore del tutto da ricevere (e l'amore, in quanto sesso, non lo facevo nè rapido, nè lento).
In fondo ero solo nell'intero universo. un corridore solitario - a volte un camminatore - sperso nel bel mezzo di infiniti campi di lava e, giorno dopo giorno, la sedimentazione del sommarsi di queste impressioni, emozioni e sensazioni, mi porto a scrivere un lungo racconto in cui si narrava di uno che instancabilmente correva in una corsa solitaria, infinita e interminabile.
Ero inebriato da ciò che vedevo.
Densi contrasti cromatici
Il nero o il rosso della pietra lavica
Il bianco abbacinante delle pareti delle case ricoperte da intonaci grossolani
L'azzurro delle cupolette soprastanti le unità abitative e delle cupole ben più grandi delle chiese costruite nei luoghi più elevati dell'isola, attorno alle quali le casette si addensavano come greggi di pecorelle.
E poi ancora l'azzurro dei tetti e degli scuri delle finestrelle che si intonava perfettamente con l'azzurro del mare e del cielo.
C'era da ubriacarsi di sensazioni ed emozioni. E ogni giorno bevevo avidamente da questo calice che il luogo mi offriva
Un giorno, andavo sulla mia motorella (forse proprio nel giorno in cui feci l'escursione al sito degli scavi archeologici) e vidi che una tizia (una turista) camminava sulla strada sconnessa e polveroso, borsa a tracolla e un berrettino che le copriva solo parzialmente dei lunghi capelli). Quando fui alla sua altezza mi fermai e le chiesi dove stesse andando e se volesse un passaggio. Ci intendemmo alla perfezione poiché parlava inglese (era americana, come scoprii in seguito)
Mi disse che stava andando proprio dove ero diretto io
Le dissi di montare in sella che saremmo andati assieme.
E da lì partì una giornata fantastica di esplorazioni e di conversazioni
Forse capitò anche che andassimo al mare assieme (ma adesso questo dettaglio non lo ricordo bene).
Forse ci furono anche lievi conversazioni in cui scoprimmo di avere delle affinità. Era una psicologa statunitense e lavorava ad un progetto di studio sulle personalità borderline, mi disse.
E io ero psichiatra. Eccellente sintonia, anche su questi aspetti. Ma non parlammo solo di questo.
Parlammo di ciò che vedevamo e di ciò che ci colpiva.
Era una conversazione disincantata come solo può accadere tra due persone di sesso diverso che, incontrandosi, accantonano sin da subito qualsiasi intento di reciproca seduttività o semplicemente non ci pensano.
Riguardando indietro a quell'incontro, devo dire che quella che mi capitò di incontrare era una giovane donna carina, se non addirittura bella, oltre che intelligente e di gradevole conversazione.
Eppure quell'incontro non portò a nulla: al termine della giornata trascorsa assieme con grande diletto ci separammo. Forse ci scambiammo i rispettivi indirizzi al fine che io le potessi inviare copie delle foto che avevo scattato. Ma non saprei dire se lo feci veramente. In ogni caso, quell'indirizzo, se mai l'ho avuto, l'ho smarrito.
Ci separammo e fu un incontro conchiuso in se stesso. Io ero troppo oberato dalle mie vicissitudini di vita dalle quali desideravo soltanto di potermi disintossicare per potere pensare ad altro.
Non ci incrociammo più durante il mio restante soggiorno nell'isola.
Eppure fui grato di quell'incontro che mi donò lievità e spensieratezza.
In una diversa circostanza mi imbattei in una giovane svedese, anche lei molto giovane, che girava a fare delle foto alle cupole delle chiese e ai tetti delle case, azzurri e bianchi abbaglianti che si stagliavano contro lo sfondo del cielo azzurro e luminoso, e che poi - come mi spiegò - avrebbe usato per dipingere le sue tele, delle quali - aggiunse - di lì a poco avrebbe organizzato una mostra (oggi con parola più raffinata e blasé, si direbbe vernissage) mi uno spazio che le era stato messo a disposizione.
Ci andai a quella mostra e passammo molto tempo a chiacchierare delle sue opere, alcune delle quali erano di grandi proporzioni, non certamente miniature.
Lena - così si chiamava - pensava in grande: non si limitava alle miniature.
I suoi colori e il suo tratto riuscivano perfettamente a catturare l'essenza di quelle case e di quelle chiese ed anche forse una parte del segreto di quel cielo così intensamente azzurro.
Mi invaghii di uno dei suoi quadri. Fu un colpo di fulmine e, senza esitare, le dissi che avrei voluto comprarlo.
Al momento del pagamento risultò che, quando le avessi pagato il prezzo della sua tela, sarei rimasto senza denaro per i restanti giorni del mio viaggio (ed eravamo ancora in un'epoca in cui i prelievi bancomat internazionali non erano attuabili).
Lei si fidò di me e mi disse che io avrei potuto pagarle il dovuto tramite bonifico bancario al mio ritorno in Italia (cosa che io, ovviamente, feci puntualmente).
Le scrissi in seguito, mandandole anche una foto per farle vedere dove avevo collocato, a casa, quel suo quadro e come l'avessi fatto incorniciare, per valorizzarlo ancora di più (per comodità di trasporto, mi aveva dato soltanto la tela, schiodata dalla sua intelaiatura in legno).
Ci vedemmo ancora qualche volta prima della mia partenza
Avrei voluto invitarla a cena, ma poi non ne feci nulla.
Avevo con me la mia agenda che adesso a distanza di oltre trent'anni ho riesumato, un'agenda piena zeppa di appunti fitti e quasi indecifrabili, quasi geroglifici al mio sguardo di adesso. E quando le pagine non bastavano aggiungevo dei foglietti volanti datati. Descrizioni minuziose dei paesaggi e di ciò che vedevo. Annotazioni maniacali e ossessive dei miei allenamenti giornalieri. Poco o nulla su incontri con altri e con queste due persone di cui ho brevemente parlato, attingendo esclusivamente ai miei ricordi.
Vivevo come in un guscio che, all'esterno, mi proteggeva dall'impelagarmi in storie e relazioni che in quel momento non desideravo e che, con la sua faccia interna mi proteggeva dal dovermi confrontare con emozioni che non desideravo sperimentare.
Da alcune di queste annotazioni nacquero degli scritti più compiuti, tra i quali il lungo racconto di cui ho parlato prima e che venne ospitato in due numeri della rivista CorriSicilia.
E questo è quanto
Fu questo viaggio una terapia per il mio animo esacerbato?
Non so, ma sicuramente mi lasciò dentro molte cose.
Una piccola chiosa. In quegli anni, quando non c’erano ancora i telefonini, viaggiare significava “staccarsi” totalmente del luogo di origine e dalle consuetudini quotidiane.
per tutto il tempo del viaggio si usava scrivere cartoline o lettere ai parenti lontani (che magari sarebbero arrivate dopo il nostro arrivo). Ma, pur con questa sfasatura temporale, questo modo serviva a tenersi in contatto con i propri cari, anche se in maniera meditata e “lenta”.
Ogni tanto, occasionalmente si telefonava anche, utilizzando i luoghi di telefonia pubblici (evitando di chiamare dagli alberghi che aumentavano il costo della chiamata a prezzi di strozzinaggio), e si parlava con collegamento vocale incerto e con un sottofondo di suoni da disturbo della linea: erano queste, peraltro, telefonate, peraltro scarsamente significative dal punto di vista della comunicazione, ma era giusto un modo per far sentire la propria voce.
Al giorno d’oggi con l’abuso dello smartphone e per il fatto di essere continuamente collegato in rete in tempo reale con il luogo dal quale, viaggiando, intendiamo allontanarci, é mortificata profondamente l’esperienza del viaggiare in cui occorre principalmente essere soli con se stessi per potere assorbire tutti gli elementi della nuova realtà che stiamo esplorando, per riflettere sulla nuova esperienza che stiamo conducendo e per ricomporre pezzi della nostra esistenza, per poi riportare tutto a casa per poterlo narrare a noi stessi e agli altri.
In questo senso - prima dell’avvento della telefonia mobile - tanti anni fa viaggiare era davvero un’esperienza autenticamente "terapeutica".
Paradossalmente, allora avevamo di meno, ma nello stesso tempo - e forse proprio per questo - avevamo molto di più e non ce ne rendevamo conto.
Le mie foto a Santorini (solo alcune, prevalentemente quelle in BiancoNero)
Cosa tiene insieme quei libri in cui si distillano decenni di riscritture e ossessioni? A guardare "Il Mago", capolavoro di John Fowles, che di questa famiglia è un esempio paradigmatico, si ...
Secondo il racconto di Platone, oltre le Colonne d'Ercole ci sarebbe stata una serie di piccole isole che attraversavano un immenso mare fino a un grande continente a dirimpetto nel quale prosperava
Sono stati disseminati degli indizi
sul terreno
Gli intrepidi dovranno compiere
un percorso, seguendoli
Non è facile individuarli questi segnali
Bisogna aguzzare l’ingegno,
occorre interpretare
Nulla è ovvio,
nemmeno scontato o facile
Si sa questo per certo:
alla fine del percorso
si arriva ad un grande albero
Qui bisogna girarsi di 90 gradi
e quindi, dandogli le spalle,
occorre muovere dei passi precisi e misurati
verso destra,
quindici per l’esattezza
E poi non rimane che scavare
Chi sarà così bravo
da seguire il percorso
sino alla fine
sarà ricompensato
La ricompensa andrà al di là
di ogni suo sogno
Maurizio Crspi (12 ottobre 2024)
La mappa del tesoro disegnata da mio padre, per me bambino
Un ricordo d'infanzia. L'Ospizio Marino (così si chiamava allora questa struttura) era sul mare, costruita appositamente in un luogo soleggiato, poiché era stata inizialmente pensata come luogo di cura per il rachitismo (che all'inizio del XX secolo, ancora imperversava).
E, quindi, dal piano dove si trovavano i padiglioni, si poteva discendere al mare, seguendo delle misteriose scalette e attraversando una fitta boscaglia, sino ad arrivare al "solarium" una vecchia costruzione costruita proprio per esporre al sole i corpicini deformi dei bimbi rachitici.
Papà aveva trovato il modo di irreggimentare attraverso il gioco la mia passione per l'esplorazione di questo spazio misterioso. E, in questo modo, metteva a freno la mia impazienza.
E così mi aveva disegnato una mappa, piena di toponimi dai nomi accattivanti, tipo "balcone dei Serpenti", "sentiero delle Tigri", "bosco degli Orsi", "passaggio dei Draghi", seguendo i cui percorsi - come nei migliori romanzi di avventure salgariani e stevensoniani - sarei arrivati infine al "tesoro".
io andavo in esplorazione, seguendo le istruzioni della "mappa" e poi tornavo da lui per riferirgli dei risultati delle mie esplorazioni.
In questo gioco, lui si metteva nei panni del geografo ed io in quello dell'esploratore.
Del resto, nel rapporto tra l'adulto che sa molte cose e il ragazzino che si affaccia alla vita e che ha tanto da imparare non dovrebbe essere sempre così?
Era diventato davvero troppo dispendioso in termini di tempi richiesti alimentarli entrambi, anche perchè nati per caso, mentre
armeggiavo - ancora alle prime armi - per creare un blog, me li ero ritrovati ambedue, benchè la mia idea originaria fosse stata quella di averne uno solo. Infatti, non a caso, le loro
intestazioni erano abbastanza simili: creatone uno - non ricordo quale dei due per primo - lo ho "perso" (per quanto strano ciò possa sembrare) e mi diedi alacremente da fare per ricrearne uno
nuovo. Qualche tempo - nel frattempo ero divenuto più bravino - il blog perso me lo ritrovai).
Ohibò! - dissi a me stesso - E ora cosa ne faccio?
La risposta più logica sarebbe stata: Disattiviamolo!. E invece...
Mi dissi: li tengo tutti e due. E così feci. E' stato bello finchè è durato...
Ma giocare su due tavoli - e sempre con la stessa effcienza - è molto complicato, ancora di più quando i tavoli diventano tre e
poi quattro e via discorrendo....
Con overblog ho trovato una "casa" che mi sembra sicuramente più soddisfacente e così, dopo molte esitazioni, mi sono deciso a
fare il grande passo del trasloco, non senza un certo dispiacere, perchè il cambiamento induce sempre un po' di malinconia e qualche nostalgia.
E quindi ora eccomi qua.
E quello che ho fatto - ciò mi consola molto - rimane là e chiunque se ha la curiosità può andare a dargli un'occhiata.